POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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mercoledì, settembre 16

Fienagione

IERI...(Van Gogh: siesta)


I tempi di cui mi racconta mia madre, parlando della sua infanzia, erano simili anche ai miei. Solo negli ultimi decenni la vita a preso a girare vorticosamente. La tecnologia ha avuto il sopravvento, e le comodità abolirono quei lavori manuali tipici dei coltivatori e della vita agreste. Un esempio? Un tempo si andava per campi a fare il fieno per il bestiame, usando il rastrello e un forcone, per rigirarlo. Si formavano covoni (al mio paese , in dialetto del luogo, si dicono mee) e si creava un castello (puro eufemismo) piantando quattro pali, alla cui sommità veniva fissato un tetto di lamiera. Man mano vi si accatastava il fieno, così che si compattasse fino ad arrivare alla copertura. Questo “castello” si ergeva nel mezzo del prato d’erba medica, che sarebbe diventata, una volta seccata al sole, fieno. Da noi questa costruzione si chiama “bark”. Da qualche decina di anni mio cugino, che ha rilevato l’azienda del nonno paterno, si è munito di macchinari, tali da non dover far altro che guidare un trattore cui, di volta in volta, si agganciano la barra falciante, il voltafieno, il ranghinatore e la rotoimballatrice.

                                               OGGI: rotoimballatore



Per fienagione si intende quella pratica colturale che permette la trasformazione di erba fresca in erba secca. Consiste quindi nel far perdere l’umidità presente negli steli, rendendoli fieno.
Per trasformare “materia verde” in “materia secca”, è indispensabile l’utilizzo dei particolari attrezzi agricoli di cui ho accennato sopra, la qual cosa oggi evita tanta fatica e meno mano d’opera. E ricordo che, quand’ero bambina, il nonno aveva costruito per me un piccolo rastrello di legno così che, seguendo i parenti, raccoglievo i rimasugli di fieno lasciati nel campo, dopo che i “grandi” avevano rastrellato. Ho chiaro nella memoria, quando è scoppiato un improvviso temporale, che ci ha costretto a rifugiarci dentro il bark, dove fu allestito un pranzetto con i fiocchi. Era composto di polenta, pomodori, cetrioli, formaggio, salame, un fiasco di vino per gli adulti e una brocca d’ acqua per i piccoli. Cose semplici, ma il gusto di mangiare seduta sul fieno mi fece venire un formidabile appetito, e a quell’epoca ne avevo ben poco. Una volta stesa una bianca tovaglia dove appoggiare i contenitori del cibo, com’era piacevole udire la pioggia scrosciare sulla lamiera, quel ticchettio insistente, certi che non ci saremmo bagnati. Ora, ripensandoci, mi rendo conto del rischio in cui siamo incorsi: il metallo della tettoia avrebbe potuto attirare un fulmine con estrema facilità. Ci è andata bene quella volta, se sono qui a raccontarla!
In quei campi, dove il sole dorava la pelle, era come villeggiare. Quando rientravo in città, le compagne di scuola mi chiedevano: “Sei stata al mare o in montagna?“, rispodevo sorridendo: sono stata a "fieneggiare"! 

Danila Oppio
Inedita

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