POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, maggio 2

QUANDO IL MONDO FA MALE di Padre MAURO ARMANINO

Quando il mondo fa male


... La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto... Ci siamo trovati a Piazza Caricamento di Genova, oggi il primo maggio della Repubblica fondata sul lavoro dove tre persone al giorno muoiono di lavoro. Camminando in corteo con un buon numero di stranieri delle scuole di italiano, mi tornava in mente questa prosa di Giorgio Gaber di fine anni novanta. Lui stesso aveva riconosciuto di avere rubato parole e idee a chi, come lui, sentiva il dolore delle battaglie non fatte. Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett e tanti altri. Cercatori di utopie come ricordava all’inizio dello spettacolo nel teatro Ivo Chiesa nella città di Genova. Il protagonista della serata dedicata a Gaber. 


Eduardo Galeano

Edoardo Galeano citato da Neri Marcoré, affermava che l’utopia, come l’orizzonte, si sposta sempre più avanti di dieci passi, irraggiungibile. L’utopia serve a farci camminare altrove. Non casualmente il pezzo recitato termina parlando di strada come vita e della vita come strada. Guerra alla guerra scandivano i giovani stranieri della manifestazione in via Garibaldi. Erano grida di Facce con dentro le ferite di battaglie non fatte.

... E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Ancora Gaber nella stessa prosa di quando il mondo gli faceva male. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti. L’orrendo crimine della menzogna sul destino e sentiero dell’umana avventura è all’origine del vuoto che caratterizza parte dell’occidente. Non potrà vivere una società basata sul consumo o la svendita del mistero presente in ogni volto e spesso sacrificato agli dei delle merci. Cittadini consenzienti e illusi consumatori poi ‘consumati’ o, se vogliamo, trasformati in meri clienti di un sistema che cambia di pelle ma non di spirito. I figli che non troveranno che supermercati, centri commerciali e un mondo a forma di denaro non sapranno per cosa o per chi dare la vita. Se non c’è più futuro, il passato è esistito invano, lo ricorda Gabriele Pedullà nel libro ‘Racconti della resistenza europea’. Perché sostiene lo scrittore Amin Maalouf in un suo scritto... Della perdita del passato ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci si riprende. Il Paese di cui l’assenza mi rattrista e ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza. Ma quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno.  


Amin Maalouf ( أمين معلوف; Beirut, 25 febbraio 1949) giornalista e scrittore libanese  naturalizzato francese È membro dal giugno del 2011 dell'Académie française, della quale svolge permanentemente dal settembre 2023 al presente le funzioni di Segretario perpetuo.

Nel corteo del primo maggio ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Africani, asiatici e giovani del posto che reggevano il mondo della memoria. La notizia sarebbe infatti arrivata puntuale ancora una volta. Almeno 17 persone di origine sudanese sono morti dopo che un’imbarcazione diretta verso Creta si è ribaltata a circa 100 kilometri dalla città libica di Tobruk. Nove sono i dispersi e sette i salvati. Noi, qui, ci troviamo in realtà tra i dispersi di una società che ha smarrito la memoria. La dimenticanza è, infatti, all’origine dei tradimenti perpetrati nel nostro tempo. Siamo stati e ancora siamo, un popolo di migranti spesso disperati senza meta che non fosse la mendicanza di un futuro differente. Si partiva, sovente, senza neanche sapere il tipo di mondo che si sarebbe trovato. Tenere desta la memoria delle nostre ferite aiuterebbe a capire meglio quelle che ci vengono offerte da chi arriva. Che il mondo faccia male è forse un dono inestimabile. Mettere assieme le ferite come feritoie, significa fare esperienza di un comune destino di umanità. La nostra patria è il mondo, ricordava un ritornello della manifestazione. 

... Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. 

Conclude così Gaber il suo lungo monologo sul mondo che gli fa male. Se non lo abbiamo già archiviato, il celebrato 25 aprile era ed è a tutt'oggi una straordinaria scuola di sogni, pagati da alcuni a caro prezzo... Mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano...

Bruno Frittaion, 19 anni, fucilato nel febbraio del 1945 in ‘Lettere di condannati a morte’.

     Mauro Armanino, Genova, 1° maggio 2026






domenica, aprile 26

USURPATORI DI LIBERTA' di Padre MAURO ARMANINO

Usurpatori di libertà


Il tempo è galantuomo perché rimette le stagioni della storia al loro posto. Sono passati 81 anni dal giorno in cui è stata proclamata la liberazione dell’Italia dal ventennio di tirannia nazi-fascista. Ricordi e dimenticanze si avvicendano a seconda delle convenienze. Sappiamo bene che le memorie sono altamente selettive. E’ infatti con gli occhi del presente che si intercetta e ricostruisce il passato per tentare di governare il futuro. In tutto ciò nulla di nuovo, se vogliamo citare il buon George Orwell nel noto romanzo distopico ‘1984’... ‘Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato’. In termini letterari Orwell descrive come la manipolazione della verità, della storia e della lingua servano a sostenere il potere assoluto.

Il tempo è galantuomo perché mi ha concesso di accompagnare l‘anniversario della liberazione dalla dittatura, nel mio Paese di origine. Non accadeva da anni poiché, in questo giorno, mi trovavo a vivere nel Sud del mondo con altre date e avvenimenti da celebrare. Il noto proverbio italiano sopracitato indica la possibilità, offerta dal tempo, di rivelare la verità, rendere giustizia e aprire un futuro liberato per tutti. Il quadro dell’avvenimento è stata la città di Genova, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Unico capoluogo italiano capace di liberarsi autonomamente dal dominio nazi-fascista il 25 aprile del 1945, prima dell’arrivo degli Alleati. L’insurrezione iniziò il 23 aprile e terminò con la resa del generale tedesco Gunther Meinhold. Unico caso di resa ai partigiani in Europa


Il tempo è galantuomo perché ci evidenzia le nostre quotidiane usurpazioni. Sappiamo che usurpare significa far proprio con la violenza o con la frode ciò che spetta legittimamente ad altri. Significa fregiarsi indegnamente di un titolo o ricoprire indegnamente un ufficio. Profittare di qualcosa che si è ottenuto senza effettivo merito. Anzitutto la dignità che abbiamo ereditato e tradito in questi ottant’anni di transito sedicente democratico. Secondo l'Articolo 3 della Costituzione italiana è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Abbiamo usurpato.

Il tempo è galantuomo perché rimette le bandiere, gli stendardi e i gonfaloni al loro vento. Colori, scritte, immagini e allusioni a patrie che indicano appartenenza, accomunanza di destini e, non raramente, l’orizzonte militarizzato. Non si dimenticano i morti perché sarebbe come ucciderli una seconda volta. Ci vorrebbe il silenzio del quale solo i cimiteri e il dolore dei padri e delle madri custodiscono il segreto. L'Articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Promuove la pace e la giustizia tra le nazioni, consentendo limitazioni di sovranità necessarie a organizzazioni internazionali. Usurpatori siamo della verità di questa opzione.


Il tempo è galantuomo perché offre spazi di giustizia, luoghi di redenzione e aperture a futuri differenti per tutti. Oggi è arrivato il giorno perché sapessi e visitassi ciò che venne chiamato il ‘sotterraneo dei tormenti’. Di ritorno dalla manifestazione festosa, partecipata e, in fondo funzionale al potere attuale, ho scoperto ciò che molti in città ancora ignorano. All’interno della ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi, primo partigiano d’Italia, esiste una zona che il regime nazi-fascista aveva adibito a celle e torture per i dissidenti. Per anni questa parte dell’edifico era stata murata onde farne dimenticare l’esistenza, l’orrore e, per compiacenza del politicamente corretto, le complicità. Come alla ‘Casa dello Studente’ si è ormai chiuso il tempo delle mistificazioni cosi si continui, altrove, quello delle insurrezioni con le sole mani nude da sventolare.


casa dello Studente




Momenti per i festeggiamenti a Genova

         Mauro Armanino, Genova, 25 aprile 2026




domenica, aprile 19

ADDOMESTICARE LE FRONTIERE di PADRE MAURO ARMAININO

         Addomesticare le frontiere

Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso... l’educazione, la scienza e la cultura per un maggiore rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti umani e delle libertà fondamentali che sono affermate per tutti i popoli del mondo senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione dalla Carta delle Nazioni Unite’.

Siamo nel novembre del 1945. Qualche giorno dopo la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 24 ottobre. L’anno successivo, il 4 novembre 1946, entrò in vigore la Costituzione dell’UNESCO, a seguito della ratifica di ulteriori 20 paesi.

                         Addomesticare 

 Nel preambolo citato provassimo a sostituire la parola ‘guerre’ con quella di ‘frontiere’ potremmo facilmente identificare da dove esse nascono e anche come ‘addomesticarle’.  Potremmo anche usare il suggestivo colloquio del Piccolo Principe di Antoine de Saint- Exupery:

... ‘No’, disse il piccolo principe. ‘ Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?’
‘ È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami’…

‘ Creare dei legami?’. ‘Certo’, disse la volpe. Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.’

Parafrasando si potrebbe osare dire che ... come le guerre così le frontiere hanno origine nello spirito degli umani ed è nello spirito che anch’esse potranno, un giorno, sperare di essere trasformate.

                                        La pelle

Forse lo dimentichiamo. Ma è proprio lei, la pelle, a costituire la frontiera primordiale tra noi e il mondo. Superficie naturale che ci definisce fin dalla concezione e si offre senza riserve come elemento che individualizza e unisce ogni essere vivente. La pelle come frontiera che apre al dialogo con se stessi, gli altri e il mondo. Una frontiera che, lo sappiamo bene, delimita ciò che siamo e ci presenta nella nostra accessibile vulnerabilità. Ci sono momenti nei quali la pelle appare come unico e ineludibile spazio che facilita l’incontro con l’altro. La pelle crea, appunto, legami a prescindere dal colore, la dolcezza o ruvidezza della pelle del vicino. Si tratterebbe allora di lasciarsi ‘‘addomesticare’ dall’incontro con il confinante di pelle che poi è quanto di più umano si potrebbe immaginare. Le frontiere allora, da fronte armato belligerante o sospetto sarebbe un affare da pelle a pelle. L’abbraccio ne rappresenterebbe la cifra più eloquente. Frontiere dunque a ‘fior di pelle’!

                                          Le parole

Le portiamo sulle labbra e prima ancora nello spirito. Quello che menziona il preambolo del documento citato dell’UNESCO nel quale la parola frontiere sostituisce quella di guerre. Le parole che raccontano il reale e così facendo l’interpretano. La realtà percepita a sua volta ricrea le parole. Esse cambiano col tempo, le situazioni, il contesto e gli occhi con cui si leggono o le mani con cui si scrivono. Sassi, reti metalliche, cani addestrati, sensori, ponti levatoi, campi di detenzione e ‘non luoghi’...tutto si trova dentro le parole quando si afferma ‘prima noi’. Si denunciano gli ‘untori’ che arrivano da lontano e i barbari che non sanno parlare la nostra lingua. Le parole sono frontiere che organizzano le difese della fortezza nel ‘deserto dei tartari’, da dove si presume che arriverà il nemico. Parole imparate da piccoli, ascoltate, inventare, tramandate, tradite e mai innocenti. Parole che, risorte il terzo giorno, potrebbero tramutarsi in altrettante passerelle per attraversare il confine senza ferite. Parole inventate, prestate, custodite, seminate e fatte carne per rifondare una terra nuova, senza lacrime e filo spinato. Ciò renderebbe obsoleta l’arte della guerra. Saranno le parole dei poeti e il balbettio dei neonati a dettare le regole della grammatica da insegnare in famiglia.

                                           I volti 


Incontriamo ogni giorno sulla strada un volto strano, clandestino. Un volto da meteco. Parola che deriva dalla Grecia che indicava lo straniero libero e residente stabilmente in una città. La sua posizione giuridica non gli consentiva di prendere parte alla vita politica. ‘Con questa faccia da straniero’ è il titolo italiano di una nota canzone di George Moustaki, nato in Egitto, d’origine italo-greca e naturalizzato francese. Artista -pittore, scrittore e poeta come tutti gli stranieri irregolari. La mia faccia da straniero l’ho indossata per oltre trent’anni in Africa Occidentale e in Argentina. Ed è stata l’altra frontiera che mi ha portato in giro. Dalla pelle alle parole e al volto, la barriera è labile, incerta eppure unica. Siamo anche e sopratutto il volto che ci definisce. I volti, riprendendo l’intuizione di Emmanuel Levinas, sono una rivelazione offerta all’altro che, nella loro vulnerabilità, obbligano la nostra responsabilità. Ecco perché, ricorda il filosofo, dinnanzi al volto di un bimbo che dorme siamo indifesi, proprio come il suo. Le frontiere, recitava Erri De Luca sono dei fronte a fronte, volti che rappresentano le reali e più autentiche frontiere. Anch’esse, nondimeno, abbisognano di qualcuno per addomesticarle. Ci vuole tempo, pazienza e umiltà che poi non è altro che buona terra, humus, dalla quale siamo fatti e alla quale torniamo.

                                          I cimiteri


Esprimono, a modo loro, il grande confine. Sempre meno nel cuore delle città e dei paesi si trovano ai margini eppure al cuore del paesaggio. Un confine labile e eppure talmente solido che, entrando in un camposanto, la prima cosa che si incontra è il silenzio. Tra vivi e morti non c’è neppure uno steccato se non quello che per motivi igienici o di convenienza si è creato. Un tempo si trovavano dietro le chiese. A volte all’interno stesso oppure si seppelliva i morti nei cortili per conservarne la presenza. A volte si costruiscono cimiteri diversi per rispettare il modo differente di considerare la vita, la morte e la religione che ci lega agli altri. Le tombe sono le une accanto alle altre e c’è tutta un’eternità per tentare di capire perché si è spesa la vita per dividersi e organizzare le guerre. Riapprendere a addomesticare sorella morte, evento censurato dall’attuale Occidente, aiuterebbe a creare nuovi sentieri da percorrere assieme. La vita non è che un viaggio tra due rive, senza frontiere.


                                         Le porte


Mi hanno sempre affascinato. L’attimo che scorre quando ci si trova da soli dinnanzi ad una porta chiusa. Tra il campanello, il citofono, i cani disegnati che spaventano i visitatori o le porte senza nessun numero o scritta per motivi di sicurezza. C’è quell’istante che sembra un’eternità di attesa che resta in bilico fino alla voce che, di solito, chiede ‘chi c’è’. Ho fatto esperienza di porte chiuse e di quelle che si aprono con diffidenza. Di porte che si tengono strette con le mani per non osare troppo. Porte che, come nei campi profughi, sono semplici tendine. Porte che non ci sono perché mancano i soldi per completare la casa. La porta è una delle frontiere meno considerate eppure decisive della nostra vita. Ci sono porte con catenacci, combinazioni tipo cassaforte e con insopportabili sistemi di controllo visivo. Aree video-sorvegliate che permettono di eludere incontri potenzialmente indesiderati alle porte di casa, del quartiere, delle città, dei Paesi e dei continenti. La porta si presenta come un momento epifanico e dunque rivelatore di ciò che siamo o temiamo. La scelta preventiva ad ogni costo rischia di ‘normalizzare’ le buone notizie che ogni visita, soprattutto inattesa, potrebbe apportare. Le porte sono inedite aperture al rischio di uno strano messia in cerca di dimora.

                 Mauro Armanino, Genova, aprile 2026



domenica, aprile 12

E quando gli invisibili... di PADRE MAURO ARMANINO

E quando gli invisibili


Si accorgeranno di avere avuto in mano la storia fin dall’inizio, quello sarà il giorno atteso fin dall’inizio. Ci si accorgerà che tutto congiurava perché si arrivasse a quel momento. Il giorno dei poveri che all’insaputa intessevano quotidiane creazioni di mondi alternativi, nuovi orizzonti e umane grammatiche rimaste invendute nel mercato globale delle illusioni. Si tratta di insurrezioni artigianali e non sospette. Per questo passano inosservate in quanto fuori dai normali circuiti del sistema. 

A Fez, nel Marocco, si trovano molti studenti dell’Africa Sub-sahariana, una sorta di ‘élite’ universitaria che tra i tanti meriti c’è quello di ricordare all’Africa cosiddetta ‘Bianca’, del nord, che le Afriche sono tante e una allo stesso tempo. Tengono in vita una pluralità religiosa altrimenti spazzata via dal monolitismo tipico dei regimi che tendono ad omologare ogni dissidenza. I migranti si ritagliano spazi di sopravvivenza in un contesto nel quale l’identità nazionale surclassa quella umana, invisibile.

In una camera c’è lei. Una donna originaria della Costa d’Avorio a cui, per salvarle la vita, sono state amputate entrambe le gambe. Vive di aiuti, visite, solidarietà e pietà in una camera del quartiere dei migranti di Fez. Eppure lei aveva viaggiato persino nel Paesi arabi, lavorato come domestica e generato figli. Invisibile in una camera senza finestra nell’attesa che il destino dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni l’aiuti a tornare al Paese, prima che non sia troppo tardi.

Invece a Oujda, importante città di frontiera tra l’Algeria e il Marocco i migranti sono migliaia. Giovani che fuggono dall’eterna guerra nel Sudan e di altre simili provocate da interessi, poteri, complicità e soprattutto indifferenza perché, appunto, sofferte da invisibili senza importanza geopolitica. Alla frontiera è stata scavata una profonda fossa di 100 kilometri in territorio algerino e un’alta rete metallica in zona marocchina. Nella stagione delle piogge questa fossa diventa invisibile, di notte.

A Taza, invece, alcuni migranti erano nascosti in un cortile non troppo lontano dalla rinnovata stazione ferroviaria. Hanno tentato più volte di passare in territorio spagnolo ‘attaccando’ la triplice barriera metallica di Melilla, alta sei metri e dotata di sensori, filo spinato e lame acuminate per dissuadere coloro che osino tentare avventurarsi. Invisibili sono e tali dovrebbero rimanere. Alcuni di loro portano ferite nella carne e nello spirito. Il pensiero del suicidio non è mai troppo lontano.

Anche perché la storia vera, quella fuori dei libri di testo, scorre altrove. Una storia marginale, da sotterranei della storia come ricordava l’amico Alex Zanotelli e prima di lui il teologo Gustavo Gutierrez. La forza storica dei poveri nei quali nessune crede e, financo la Chiesa, senza colpo ferire, è passata dall’opzione per i poveri a quella ‘preferenziale, non esclusiva e infine occasionale dei poveri. Si applaude quando essa incontra e consiglia i potenti e i capi di stato che fanno la fila in Vaticano.

Gli invisibili li incontrano pochi anche perché c’è da abbassarsi e scrivere sulla sabbia invece che sulla roccia le leggi immutabili. D’altronde, le insurrezioni degli invisibili sono fatte di poche cose. Silenzio, dolore e gioia che si mescolano come polvere tra le lacrime delle madri e la cupa rivolta dei padri. Proprio In quel giorno, atteso fin dall’inizio, la storia era raccontata dai bambini che giocavano, in piazza, coi vecchi.


Frontiere

Migranti

Messa di Pasqua

Padre Armanino e Edwin

         Mauro Armanino, Aeroporto, aprile 2026

lunedì, aprile 6

I PIEDI DI FEZ di Padre MAURO ARMANINO

                                          

I PIEDI DI FEZ

La storia si fa coi piedi. Era il titolo di una compilazione di lettere dal centro storico di Genova con la prefazione dell’amico Marco Aime. Da allora sono stati ancora loro, i piedi, ad orientare il mio soggiorno nel Niger. I piedi dei migranti, rifugiati, sfollati, richiedenti asilo, viandanti, contadini, detenuti e comuni passanti senza meta. Piedi rammendati dal vento e dalla polvere che sanno più cose di quanto le scarpe o i sandali hanno saputo custodire malgrado il tempo che, spesso, cammina invece per conto suo. Li ho lasciati, con un certo rammarico, alla terra a cui appartengono.

Quest’Africa che cammina anch’essa e non da oggi, coi propri piedi dopo che altri hanno tentato di farla camminare con piedi stranieri. Poi mi sono messo sulla traccia di altre direzioni lasciando che i piedi dettino la mia rotta. In questi mesi di separazione non ho fatto altro che pedinare passi e piedi.

Nella mia sconcertante e bella terra ligure, anzitutto. Tra i tanti sentieri abbandonati o tra quelli indicati dei percorsi ad uso turistico e di paesini dell’Appennino che soffrono di solitudine. Ci sono stati in seguito i piedi dei migranti lavoratori di Castelvolturno e, non troppo dopo, quelli di Trieste. Sono questi ultimi che, appunto, Lorena Fornasir e con lei altri di Linea d’Ombra curano, accarezzano e rivestono di dignità. Siamo nella piazza ribattezzata dei popoli o piazza mondo. Adiacente alla stazione ferroviaria e non lontana dal Porto Vecchio con le strutture in pietra dell’impero austro-ungarico. Di nascosto ma non troppo, molti piedi di migranti si rifugiano in quelle strutture fredde e poco accoglienti per dare ristoro ai piedi, stanchi e feriti dall’attraversamento della rotta balcanica.

Il tempo di preparare il viaggio e via di nuovo per inseguire passi, piedi, rotte, paesaggi di frontiera. Si è trattato di Ventimiglia dove i piedi esitano tra sponde diverse. Francia, Italia, mare, colline, treno o in auto per tentare di passare il confine. Alla Caritas della città e certamente anche altrove, si trovava anche il servizio di scarpe nuove, usate o comunque sufficienti per camminare dove porta il cuore o i documenti buttati via da tempo. Alcuni di questi passi e piedi non sono mai arrivati perché il treno è passato e, troppo tardi si è accordo di loro camminando sui binari. Proprio quello che succede coi piedi mutilati, tagliati, resi inutilizzabili da bombe e armi studiate apposta per ferire nel peggiore dei modi i nemici della patria. Piedi intrappolati in guerre mai scelte o volute. Piedi che fuggono e cercano un rifugio dopo aver camminato ore, giorni, mesi, anni. A volte tutta una vita scappando.

Poi c’è Fez. Città imperiale e autorevole testimone di tredici secoli di storia. Situata nel nord-est del Marocco e considerata come la capitale culturale del Paese. Anche grazie alle strategie geopolitiche dei dirigenti Fez è riconosciuta e ambita meta per continuare gli studi universitari o specializzati. Le stime del 2021 attestano che circa ventimila studenti sono di origine africana, circa l’83 per cento. Alcuni di questi piedi erano nelle mie e nostre mani la sera del passato giovedì, memoria del gesto che Cristo, secondo il vangelo di Giovanni, ha lavato e asciugato i piedi dei suoi amici. Le mie ginocchia che, in genere, non si piegano davanti a niente, si sono messe ai piedi di una dozzina di studenti africani, ragazzi e ragazze. I loro piedi sono stati lavati con acqua nuova e, prima che il confratello li asciugasse, sono stati baciati. Le mie labbra posate con pudore sopra i loro piedi nudi perché osino scoprire nuovi sentieri di pace.


     Mauro Armanino, Fez, Pasqua 2026


sabato, marzo 28

LE GUERRE FERIALI NEL QUOTIDIANO di Padre MAURO ARMANINO

                       Le guerre feriali nel quotidiano

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica. Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un... ‘ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostro Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, derivano da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale dopo una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale. Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest'ultimo si trovava sull'albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava a piedi dell'albero. Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un'officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L'impatto non ha lasciato scampo all'operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa. invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24 mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’ONG, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza. Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2, 5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale di ciò sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nasconde un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma... ‘Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così’. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso’ Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso’. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

Domenica delle Palme Santa Messa

         Mauro Armanino, Casarza, fine marzo 2026

sabato, marzo 21

SOLO EL AMOR di SILVIO RODRIGUEZ



SOLO EL AMOR (Silvio Rodriguez)

 

Debes amar,
La arcilla que va en tus manos,
Debes amar,
Su arena hasta la locura
Y si no,
No la emprendas
Que será en vano
 
Sólo el amor
Alumbra lo que perdura,
Sólo el amor
Convierte en milagro el barro
 
Debes amar,
El tiempo de los intentos,
Debes amar,
La hora que nunca brilla
Y si no
No pretendas tocar lo cierto
 
Sólo el amor
Engendra la maravilla,
Sólo el amor
Consigue encender lo muerto
Sólo el amor
Engendra la maravilla,
Sólo el amor
Consigue encender lo muerto

TESTO RICEVUTO DA PADRE MAURO ARMANINO
per ascoltare la canzone, cliccare sul link qui sotto
 


IL TRENO di PADRE MAURO ARMANINO

Il treno


Ero appena tornato dalla frontiera di Ventimiglia, in treno. Due giorni dopo dopo sugli stessi binari camminava un giovane che cercava di passare la frontiera nella galleria in località Balzi Rossi. Si tratta di una parete rocciosa attraversata da caverne dove sono stati scoperti reperti risalenti al paleolitico superiore. Tra questi una ventina di sepolture umane alcune delle quali riferibili a individui del tipo Cro-Magnon, uomo di Grimaldi. Il corpo irriconoscibile di Meher Naffouti, ragazzo tunisino di 25 anni è stato trovato il sabato mattina 14 marzo scorso sui binari presso il confine di Stato di Ponte San Ludovico. Un corpo che è stato difficilmente riconosciuto da indizi che la stessa famiglia ha potuto confermare. Ero appena tornato da quella zona con un nodo di tristezza negli occhi di cui, solo adesso, ho colto appieno la premonizione. Un binario che conduce all’ultimo viaggio.


E' stato il macchinista di un treno francese in ingresso in Italia a vedere il corpo sui binari verso le 10 di mattina. Meher, nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia dove vive la sua famiglia, era già stato in Olanda. Aveva poi vissuto in Germania per qualche anno e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia. Il destino lo aveva portato in Italia da dove si accingeva ad uscire, camminando come un acrobata di utopie, sui binari del treno che solca il confine di Stato. Come tanti altri migranti, almeno una cinquantina dal 2025, ha perso la vita lungo la ferrovia che avrebbe potuto portarlo dove sognava di vivere. Pensava che attraversando il confine sui binari non avrebbe trovato posti di controllo della polizia francese. Dalle testimonianze raccolte si parla di lui come di ‘una persona gentile, disponibile e che condivideva tutto ciò che aveva...amava le motociclette’, ricordano gli amici.

Gli stessi amici non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio. Impossibile per il macchinista accorgersi di quel giovane che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava, lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici. Poche ore prima della morte, la sera prima alle 23, Meher aveva comunicato il suo piano ad amici in Germania. Aveva espresso con semplicità il suo piano di raggiungere la Francia, Paese in cui desiderava continuare il suo futuro. Dalla Germania era stato trasferito in Svizzera e poi in Italia.

I treni portano lontano e transitano frontiere. Ci sono i binari che li guidano su rotte stabilite per meglio viaggiare, comunicare, spostarsi, viaggiare altrove. Ci sono treni che non portano da nessuna parte anche se lussuosi e magari con l’obbligo di prenotazione. Proprio su uno di questi treni, consapevolmente o meno, ci troviamo. Morire a 26 anni sui binari di treno che attraversa il confine, allungando la lista dei morti sulle frontiere dell’Europa è una grave sconfitta. Almeno 655 persone sono morte o disperse nei primi due mesi dell’anno nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. 


Il nome Meher ha origini persiane e significa amore, amicizia ed è spesso associato alla luce del sole. Proprio quello che una galleria del treno che passa sui binari ha cercato di spegnere. Ora, giusto alla frontiera, c’è solo una stella in più, accanto ad una croce. 

                     Mauro Armanino, Genova, marzo 2025


giovedì, marzo 19

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero - notizia ricevuta da Padre Mauro Armanino

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero     


17 marzo 2026 | 18:31

Si chiamava Meher Naffouti e aveva 25 anni. Il ricordo degli amici: «Era un ragazzo generoso, sognava una vita in Francia»

Ventimiglia. Sognava di vivere in Francia ed è morto per raggiungerla, Meher Naffouti: il ragazzo tunisino di 25 anni il cui corpo è stato trovato sabato mattina lungo i binari della linea ferroviaria che collega Ventimiglia a Mentone, in località Balzi Rossi.

Il giovane, che per un lungo periodo aveva vissuto in Germani, era nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia, dove vivono i suoi familiari. «Era una persona molto gentile, sempre disponibile per tutti; condivideva tutto ciò che aveva. Amava le motociclette e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia», lo ricordano gli amici.

A dare un nome a quel corpo straziato dall’impatto con un treno, sono stati gli agenti della Polizia Ferroviaria, diretti dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Scionti. Dietro all’identificazione, tutt’altro che semplice, c’è stato un lavoro lungo e delicato, condotto con professionalità e umanità dagli agenti della Polfer. Il giovane, infatti, non aveva con sé alcun documento: una circostanza che ha reso necessario avviare accertamenti complessi, estesi anche oltre i confini nazionali. Le verifiche hanno coinvolto più Paesi, incrociando informazioni e contatti fino a risalire alla sua identità e, soprattutto, alla sua famiglia in Tunisia, che è stata infine rintracciata.

Un impegno investigativo che non si è limitato agli aspetti tecnici, ma che ha avuto anche una forte componente umana: restituire un nome a quel corpo e dare una risposta ai familiari del giovane.

Nelle ore precedenti alla tragedia, Meher si era messo in contatto con gli amici in Germania. Erano circa le 23 della sera prima del ritrovamento del corpo, e aveva detto loro chiaramente quale fosse il suo obiettivo: raggiungere la Francia, il Paese in cui desiderava costruire il proprio futuro. Dopo la Germania, invece, era stato trasferito in Svizzera, ma il suo desiderio era rimasto sempre lo stesso: arrivare in Francia e stabilirsi lì definitivamente.

Gli amici, sconvolti dalla notizia, non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio: impossibile per il macchinista accorgersi di quel ragazzo che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava: lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici.   

Ricevo questo articolo da Padre Mauro Armanino, e racconta quanto succede ai giovani che cercano aiuto in Europa, ma che corrono forti rischi.


martedì, marzo 17

Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse di Padre Mauro Armanino

 Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse

Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si  trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile,  tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eludere la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.



Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocalissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, genuine epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’ , abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali. 
L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica.

Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, kilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. La frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere del due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete.



Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno. 

    


Dipendono, in ultimo, dall’originaria ferita come indelebile segno di finitezza di cui siamo i portatori. Le frontiere delle frontiere si trasfigureranno solo allora in apocalissi coi colori dell’arcobaleno.


Mauro Armanino, in treno da Ventimiglia, marzo 2026