POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, febbraio 19

GIORNALISTI EUROPEI MESSAGGERI DI PACE di RENATA RUSCA ZARGAR




Giornalisti europei messaggeri di pace

Venerdì 18 febbraio si è tenuta una video conferenza per i rappresentanti dei media europei organizzata da una Chiesa e da un’organizzazione per la pace, entrambe koreane e presiedute da Lee Man-Hee.

Lee, infatti, è un grande leader umanitario, nato nel 1931, sotto la crudele dominazione giapponese. In quel tempo, era stata proibita persino la lingua e ogni forma di cultura koreana, inoltre, la popolazione era stata obbligata con la forza a seguire la religione scintoista giapponese, mentre i cristiani venivano crocifissi o bruciati. Dopo la Seconda guerra mondiale, fallirono, purtroppo, pure le speranze dei Koreani di essere un solo popolo: la Korea, infatti, fu divisa in due parti, a causa della Guerra Fredda. Ma quel che è peggio, nel 1950, la Korea del Nord invase quella del Sud.

Lee Man-Hee, come tutte le persone non più giovani, ha conosciuto, dunque, l’orrore delle guerre fratricide.

Ancora oggi, la Korea del Sud, vive non solo nel timore di un conflitto nucleare scatenato da Kim Jong-un, ma anche nell’ansia degli esperimenti militari, spesso proprio nucleari, del terribile vicino di casa.

I Koreani sanno, quindi, cosa si provi a vivere nel dubbio, nell’attesa, forse, di un’altra guerra o di un disastro ecologico.

Ora, pure noi europei, che ci siamo sentiti al riparo per molti anni mentre, nel mondo, bruciavano decine e decine di conflitti armati, stiamo, forse, su un precipizio a causa della questione ucraina.

Proprio in questo difficile momento, Lee ha chiamato all’appello, in video conferenza, più di duecento rappresentanti della comunicazione europei, tutti molto interessati e attenti, per parlare di valori cristiani. I giornalisti hanno potuto rivolgergli domande precise alle quali egli ha risposto esaurientemente.

La Chiesa Shincheonji di Gesù, il Tempio del Tabernacolo della Testimonianza, ha organizzato, sotto la guida di Lee, nel tempo, vari cicli di seminari, tra cui l’ultimo, intitolato "Testimonianza sulla profezia e l'adempimento della Rivelazione, la Nuova Alleanza di Dio". Tali seminari, che possono aprire le menti a valori di fratellanza e di pace, sono stati trasmessi in diretta su YouTube in modo da essere disponibili per gli abitanti di qualsiasi luogo sulla terra.

La stessa Chiesa ha già laureato, tra l’altro, migliaia e migliaia di studenti del Corso di Teologia proprio perché in questo mondo disumano e incerto abbiamo tutti bisogno di fede e di speranza.

Ma Lee Man-hee non è solo questo.

La sua HWPL (Heavenly Culture, World Peace, Restoration of Light), un’Associazione koreana non governativa, senza scopo di lucro, affiliata all'Onu, ha sollecitato da sempre i capi di stato, le donne, gli uomini, i popoli, a riflettere sulla pace. Ogni anno, in settembre, viene organizzata una commemorazione ufficiale che raccoglie rappresentanti di tutti i paesi della terra. Più volte al mese, si incontrano, sempre in video, i leader di varie religioni per conoscersi meglio, invece che combattersi, e per riportare, poi, parole di dialogo nelle loro comunità, ovunque si trovino.

Molte volte, i volontari di HWPL, che sono messaggeri di pace, si sono recati nelle scuole per formare i ragazzi.  Così come hanno coinvolto e sostenuto le donne (che sono circa quattro miliardi sulla terra) perché si adoperino dappertutto per il bene della loro gente.

Grazie alle esortazioni di Lee, HWPL, nel 2016, ha proposto una Dichiarazione di Pace e Cessazione della Guerra in 10 articoli che mira a sradicare le cause strutturali dei conflitti violenti. 

Sono stati, quindi, anni di grande lavoro per cambiare la mentalità generale e farci apprezzare l’amore al posto dell’odio, il bene al posto del male.

 Lee Man-hee, dunque, si è sempre rivolto a tutti e, questa volta, ha chiesto anche ai giornalisti di diventare essi stessi messaggeri di pace.

Renata Rusca Zargar



INPS: QUALCHE RIFLESSIONE di DANILA OPPIO


INPS: QUALCHE RIFLESSIONE 

LETTO SU Il GIORNO del 15 febbraio 2022 di cui riporto solo una parte dell’articolo.

Milano, 15 febbraio 2022 - Il Covid ha colpito, e ucciso, soprattutto gli anziani. A dirlo sono i dati ufficiali sui tassi di mortalità. Una circostanza che ha inciso sui conti dell'INPS che ha dovuto erogare molte meno pensioni. Un effetto "risparmi" (purtroppo per le migliaia di persone che hanno perso la vita e per i loro cari che le hanno piante) che si protrarrà anche nei prossimi anni visto che persone che sono morte di Covid intorno ai 60 anni avrebbero potuto continuare a vivere e incassare gli assegni ancora per molti anni (l'aspettativa di vita media in Italia è attualmente di 82 anni, scesa di un anno a causa del Covid).

L'effetto Covid

Nel 2020 l'INPS ha risparmiato in spesa per pensioni 1,1 miliardi a causa dell'eccesso di mortalità per Covid.  È quanto emerge dal nono Rapporto di Itinerari previdenziali secondo il quale si avrà fino al 2029 una spesa minore per 11,9 miliardi. "Il 96,3% dell'eccesso di mortalità registrato nel 2020 - si legge - ha riguardato persone con età uguale o superiore a 65 anni, per la quasi totalità pensionate. Considerando per compensazione l'erogazione delle nuove reversibilità, si quantifica in 1,11 miliardi il risparmio, tristemente prodotto nel 2020 dal Covid a favore dell'INPS, e in circa 11,9 miliardi la minor spesa nel decennio".

Pensioni pagate da più di 40 anni: quante sono

Per dare un'idea di quanto la spesa per una singola pensione incida nei conti dell'INPS per molti anni basti pensare che sono oltre 476mila le pensioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) pagate da oltre 40 anni. Il dato è contenuto nel nono Rapporto di Itinerari previdenziali sui dati Inps dai quali emergono che 423mila sono le prestazioni che riguardano il settore pubblico e 53.274 quelle riguardanti il settore privato. Tra queste oltre 217mila sono assegni di invalidità o inabilità previdenziale mentre quelle ai superstiti sono oltre 183mila nel complesso (168.403 quelle del settore privato con un'età media alla decorrenza di 38,29 anni).

L'impatto

Le pensioni di vecchiaia vigenti da oltre 40 anni sono 53.634 nel settore privato (con un'età media alla decorrenza di 53,76 anni) e 21.104 nel settore pubblico. La durata delle pensioni più remote ancora oggi vigenti è in media di quasi 46 anni nel settore privato - si legge nel Rapporto - e di 44 per il pubblico "mentre prestazioni corrette sotto il profilo attuariale non dovrebbero superare i 20/25 anni". Questo è un "monito fortissimo alle forze politiche e sociali che, a fronte di una delle più elevate aspettative di vita, continuano a proporre forme di anticipazioni". 

La riflessione

Il risparmio generato sulle casse INPS dall'eccesso di mortalità nel 2020 (anno in cui la pandemia ha colpito più duramente) dovrebbe ancora far riflettere chi sostiene che "il Covid non esiste". L'impatto che ha avuto questo virus sulla fascia più anziana di popolazione è stato elevatissimo. I numeri, anche quelli delle pensioni, purtroppo lo testimoniano.

§§§§§

Concludo che se da un lato il fondo INPS per le pensioni ha avuto un notevole incremento dovuto alla morte di molti anziani che percepivano la pensione e che ora l’INPS non deve più erogare, questo articolo mi pare di un cinismo esasperante, quasi che la morte di tanti anziani causata dal Covid sia stata un “grazia”. 

Terribile davvero! Certo, un tempo la vita umana era più breve, e quindi l’erogazione della pensione terminava prima, ed oggi la vita si è allungata di parecchio, ma rimango perplessa per questi conteggi che paiono esprimere soddisfazione per aver ottenuto il fondo pensioni più sostanzioso a seguito dei molteplici decessi. 

Non si è pensato che ultimamente molte attività industriali e commerciali stiano chiudendo i battenti in Italia, per trasferirsi all’estero. E chi versa alle casse dell’INPS se non gli stessi lavoratori che operano nei vari settori? Come potrà sopravvivere questo necessario servizio pensionistico, se ora ci saranno sempre più disoccupati, o lavoratori “in nero” pur di sopravvivere?

Ecco un altro articolo sempre letto recentemente su IL GIORNO.

Legnano (Milano), 18 febbraio 2022 - Operai in piazza a Legnano. I lavoratori della Emerson di Rescaldina sono scesi alle 9 in piazza Monumento contro la chiusura della fabbrica a difesa dei posti di lavoro. La multinazionale, storica azienda legnanese che produce valvole, ha deciso di delocalizzare la produzione lasciando a casa ben 125 i lavoratori. Dopo lo sciopero proclamato la settimana scorsa, ecco una nuova mobilitazione. Sul caso interviene anche il partito democratico di Legnano: "Per logiche esclusivamente di profitto la ditta si appresta a lasciare il territorio per approdare presumibilmente in Malesia. Uno schiaffo anche all’alto milanese che si troverà a dover gestire l’ennesima area dismessa con le criticità che ne conseguiranno, dalla sicurezza all’ambiente". 

I lavoratori hanno poi raggiunto il Comune per incontrare il sindaco Lorenzo Radice. Che altro aggiungere? Per il proprio tornaconto, le aziende non esitano a trasferire altrove la loro attività, lasciando in ginocchio i propri dipendenti italiani e anche il Servizio Nazionale Pensionistico.

Danila Oppio


giovedì, febbraio 17

LA PELLE NON DIMENTICA: poesie dedicate alle donne violate, maltrattate, uccise di DANILA OPPIO

 Tanti anni fa ho scritto una poesia con la quale ho partecipato al Concorso Letterario LA MOLE di Torino, che ha ottenuto il secondo posto pari merito con altri partecipanti. Sono contro ogni tipo di violenza, soprattutto se sono le donne e i bambini a subirla. La poesia premiata nel 2013 è titolata proprio violenza. In seguito ho partecipato all'antologia LA PELLE NON DIMENTICA con tutte queste poesie:



a questo link:
https://lapellenondimentica.social/2016/09/15/danila-oppio/

Delicate suggestioni

(Col cuore in Syria)

Danza scalza

Avvolta da impalpabili veli.

i piccoli piedi  posati su intrecci

di  tappeti afshar delicati.


Amuleti preziosi tintinnano

ai suoi polsi diafani

e cavigliere d’oro

come il pizzicar di cembali.


Profumi d’oriente

ambra, nardo e sandalo

aleggiano nell’aria dolce

della sera aleppina.


Danza scalza

Come sospesa in un cielo

di cobalto, ora come allora

in un assoluto incanto.


Sultani dai volti estatici

con cenni d’assenso

l’incitano a volteggiare

mentre bruciano incenso.


Danza scalza

Rapita dal loro sguardo

di diopside stellato

li asseconda smarrita.


Il sogno d’improvviso si dissolve

coi piedi insanguinati s’incammina

lungo le vie di Haleb devastata

dalla  feroce guerra intestina.


La guerra dei Roses

(dedicato agli uxoricidi)

Quale sadico piacere

hai provato nel prendere

a scudisciate la mia anima

ammantata dal tuo odio?

Come fosse macchia d’olio

sgocciolata dalla usurata coppa

d’un trabby scalcagnato.


Come fosse catrame

spalmato su una dissestata

strada periferica.

Hai vinto tu, ed io perso.

Ho perso la fiducia in te

e non bastasse, ho perduto

la stima di me stessa.


Nelle mie vene plebee

ormai sclerotizzate

scorre lento sangue blu.

Solo la carotide pulsa piano

con un leggero battito.

Ecco, ti porgo la mia gola.


Prendi questo stiletto

completa il tuo lavoro

e facciamola finita.

Mentre esalerò l’ultimo

mio respiro, sarò

Sempre ancora lì

A implorar per te il perdono.


Ululato

(Dedicata alle guerre sanguinarie)

Ulula l’affamata lupa

lungo i muri roventi

e sotto gli umidi anfratti

uggiola il cucciolo

udendo i suoi lamenti.


In questo tempo uggioso

volano ubriachi i falchi

irrisione ulteriore

nell’ultimo tramonto

Ugualmente una prece

sale uniforme ad altre

universale pianto

per una civiltà urtante.


Urgente occorre aiuto

in quest’usurato tempo

travolto da uragani

di guerre tanto inutili

E’ l’anima dell’umanità

ustionata da crimini

cruenti brutali sanguinari

di devastante disumanità.


L’arsura della Terra

Urla il suo tormento

che nulla può uguagliare

resta dunque mera utopia

ogni desiderio di pace

Racchiuso dentro un’urna

sepolta nella melma

nauseabonda e putrida

ubriaca di sangue

Violenza

(In memoria di Jyoti Singh Pandey e di tutte le donne violate e uccise da esseri ignobili)

Hanno straziato il suo cuore

mandandolo in frantumi

sminuzzato in coriandoli

in mille schegge di sangue

rappreso, ormai bluastro

Poiché il rosso è scomparso

dentro vene di cemento

Ora indurita e ripiegata

in se stessa gelida

statua di pietra serpentina

di quel cuore raccoglie

il poco che ne è rimasto

Qualche briciola dimenticata

da ghignanti iene bavose

e famelici avvoltoi rapaci

Tutti fanno festa al banchetto

di ciò che di lei rimane

ubriacandosi e schiamazzando

in volgarità e insipienti lazzi

Trasformata in freddo marmo

lacrima gocce di piombo

lentamente spirando.

Poetesse arrabbiate

(Dedicata a tutte le donne offese nel corpo e nell’anima)

Fulgide essenze le donne

con lievi e decisi passi sortite

da un’assemblea di fate

in combattenti trasformate.


Mascherate da miti sorrisi

quelle sofferenze appese

su nodosi rami contorti

da gravi impietose offese.


Cantano di donne violate

uccise da amori falsati

bruciate da quei fidanzati

calpestate, poi annientate.


Cantano, come usignoli

rinchiusi in dorata gabbia

invocando libertà e giustizia

con grida furiose di rabbia.


Cancellato ormai il tempo

sdolcinato, tra rose e viole

gli amari versi gridati

squarciano le loro gole.


Vergognati, lurido verme

deciso a strappare alla vita

distrutta, lasciata inerme

lei, che hai detto d’amare.


Armate di penna e di versi

agguerrite da energico piglio

a lottare per difender la vita

donne non più allo sbaraglio.


Basta con violenze e soprusi

siate uomini e non animali

non più assoggettate ad abusi

onoratele come fossero altari.

Danila Oppio

SCARPETTE ROSSE di RENATA RUSCA ZARGAR


SCARPETTE ROSSE

Palmina si aggira per le stanze della “Residenza Sanitaria Assistita” che la ospita, appoggiandosi al carrello per camminare. Sta cercando qualcosa di rosso da indossare perché quello è il suo colore preferito. Nel suo armadio non trova nulla e, quindi, va a frugare tra gli abiti di qualche altra ospite. Palmina, che ha ormai 89 anni, sente che il rosso le dà energia e benessere. La sua amica Francesca, leggendo l’oroscopo settimanale, le ha detto che il colore dell’Ariete (è il suo segno zodiacale) è proprio quello e che fa bene alla salute, aiuta la circolazione, il cuore, la respirazione… Veramente, lei se lo sentiva anche prima che il rosso le facesse bene! E, quindi, deve averlo. Infine, trova una gonna, la caccia nella borsa e torna nella sua camera per infilarsela. Fatto ciò, di buon umore, ricompare sotto, nel salone, dove si pavoneggia con tutti, chiedendo loro come sta, con la sua gonna “rossa”.  

Solo quando, più tardi, arriva la figlia in visita, le chiede dove ha preso quella gonna che non è sua.

- Non so, era nell’armadio. È della mia misura. È mia. Non l’ho mica rubata! -

La figlia la obbliga a toglierla e va a restituirla. La suora ci pensa un po’, poi, forse, la riconosce e la riporta nell’armadio della proprietaria. Nella residenza ci sono più di sessanta anziani, non sempre i loro capi di abbigliamento hanno la targhetta con il numero e, quindi, non è facile riconoscerli.

Infine, la figlia di Palmina se ne va.

“Per fortuna, - pensa Palmina - non viene tutti i giorni, così ci sarà un po’ di tregua.”  

Domani mattina, Palmina si rimetterà la gonna rossa. La figlia tornerà giovedì e quel giorno ella non avrà l’indumento incriminato ma lo nasconderà nell’armadio, sotto le maglie. Così sfuggirà al controllo e il giorno successivo riavrà quel capo che le piace tanto.

Monica accetta l’invito alla festa conclusiva dell’anno scolastico del Liceo. È stato proprio lui, Mario, il compagno di cui è segretamente innamorata, a chiederglielo. Si vedranno a mangiare la pizza al Green, un enorme locale sul mare. Poi, magari, faranno una passeggiata sulla spiaggia, o prenderanno un gelato, chissà! Monica immagina già una scena romantica: Mario che la bacia sotto le stelle, mentre le onde del mare accarezzano la sabbia fine del litorale.

Si prepara accuratamente, indossa la sua nuova gonna rossa, a palloncino, che le scopre le gambe perfette, con una maglietta attillata blu. Anche le scarpe, ballerine, sono rosse, come pure il rossetto, scintillante. Ha letto da qualche parte che il rosso è il colore della seduzione.

Alla festa intervengono anche amici più grandi, un gruppetto di ragazzi che frequentano già l’università o che sono in attesa di lavoro. Seduti alla lunga tavolata all’aperto, in attesa della pizza, tutti bevono parecchio, ma non è una novità, spesso i giovani lo fanno, in discoteca, dappertutto.

Anche Monica beve qualcosa per darsi tono e coraggio. Mario è seduto dall’altra parte del tavolo, due posti più in là. Ogni tanto, lo vede confabulare con i suoi vicini. Ridacchiano. Mario la guarda un po’ di traverso, mentre gli altri gli danno delle pacche sulle spalle.

L’amica di Monica, Anna Maria, conferma la sua impressione: finalmente, Mario l’ha notata e, forse, questa sera si dichiarerà.

Poi, arriva la pizza e tutti mangiano. Le pinte di birra si sprecano, non c’è ragazzo o ragazza che non ne abbia una davanti, forse solo Giorgio, il più timido, che non parla con nessuno e tiene gli occhi bassi. Senz’altro, si è pentito di essere venuto! Ogni tanto, lancia qualche occhiata a Monica, diventa un po’ rosso e, quindi, distoglie lo sguardo.

Finita la pizza, c’è il dolce e qualche liquorino.

Poi, qualcuno propone una passeggiata sulla spiaggia.

La sera non è particolarmente calda, il mare è molto mosso e rumoroso e, mentre una parte dei ragazzi saluta e va a casa, un gruppo ristretto si avvia alla spiaggia.

Le guance di Monica sono rosse per l’emozione: certamente quello sarà il momento fatale!  

I giovani si fermano in un angolo riparato. Sono quasi tutti maschi, escluso Monica e Anna Maria. Mario si siede vicino a Monica e, finalmente, la bacia. Forse, le campane suonano per lei o, forse, è il mal di testa che le sta venendo… Monica non è abituata a bere e le gira la testa, poi vorrebbe appartarsi, non le va di stare lì con tutti gli altri, ma Mario non vuole muoversi. Intanto, girano un paio di bottiglie di wodka. Ognuno ne beve un sorso o più.

Poi gira del fumo. Oscar prepara la sigaretta e la fa passare tra i presenti.

Monica non vorrebbe fumare, non ama l’erba, ma Anna Maria ride, scherza, si diverte. Così lei si sente sola e non ha il coraggio di opporsi o anche solo di andare via.

Le gira la testa sempre di più e le viene anche da vomitare.

Mario la sdraia sulla rena. In realtà, la spiaggia savonese è spesso ghiaiosa e, quindi, Monica prova  fastidio sotto la schiena, ma pensa ancora che sia meraviglioso stare tra le braccia di Mario. Però,  comincia a capire poco, ha la testa confusa…

Le porgono ancora la bottiglia, Mario la aiuta a bere. Non è capace di dire di no. Vorrebbe solo stare in pace, ormai si sente tanto male, non le importa più neppure di Mario, non è quello che lei pensava!

Con la coda dell’occhio vede Anna Maria tra le braccia di Johnny…

Ora Mario non è più vicino a lei, dove è andato?

Invece, c’è Oscar che le offre di nuovo il fumo. Monica sta sempre più male, rifiuta, ma lui le spinge la sigaretta tra le labbra e gliela fa respirare, mentre le tira giù le mutandine rosse.

Monica cerca di divincolarsi ma lui è forte e la tiene ferma, mentre si pone sopra di lei.

Debolmente, Monica si ribella, cerca di urlare “No! No!” ma il fragore del mare in tempesta copre le sue proteste.

Anna Maria si volta verso di lei senza dire nulla. Johnny ha finito e ora tocca a Beppe.

Intanto, Oscar lascia il posto a Johnny.

Mario non c’è più, è andato via, eppure sapeva come sarebbe andata a finire!

Nessuno la difende, Anna Maria non si ribella.

Monica si vomita addosso.

Infine, i maschi se ne vanno.

Rimangono solo loro due.

Dopo parecchio tempo, si ripuliscono alla bell’e meglio con l’acqua del mare. Tornano ognuna a casa propria. I genitori dormono, per fortuna. Nessuno si accorge di nulla.

Il giorno dopo, con un terribile mal di testa, Monica esce con una scusa e chiama Anna Maria. Si incontrano nei giardini di Villapiana, quartiere in cui, sicuramente, non c’è nessuno del loro gruppo.

Monica piange e chiede all’amica come sia potuta succedere una cosa simile e perché lei non si sia ribellata.

- A cosa sarebbe servito ribellarsi? Loro erano cinque e noi due.

- Potevamo gridare, forse qualcuno ci avrebbe sentito…

- Chi? A quell’ora non c’è nessuno sulla spiaggia! C’era il frastuono del mare… A ribellarsi c’era il rischio di prendere anche delle botte…

- Ma come puoi accettare una cosa simile?

- Non l’accetto ma cosa potevo fare? Eravamo tutti brilli e fatti, si sa come vanno queste cose!

- Cosa vuol dire? Ti era già capitato?

- Beh, può capitare. Quando in disco sono tutti ubriachi, poi magari se ti accompagnano a casa… Non sanno quello che fanno.

- È terribile! Non credevo che fosse così! E Mario? Perché se n’è andato?

- È chiaro che si erano messi d’accordo prima… Tutti sapevano che ti piaceva, così lui li ha aiutati a portarti in spiaggia.

- Perché mi ha fatto questo?

- Anche lui avrà avuto paura…

Monica torna a casa. Cosa si può dire di più? La sua “amica” non è come pensava. Non sembra neppure dispiaciuta che cinque ragazzi abbiano fatto sesso con lei. E Mario? È davvero uno schifo.

É già a dormire, quando suona il telefono.

É Anna Maria: - Hanno messo le foto di noi due su Facebook.

- Che foto?

- Quelle di noi mentre facevamo sesso…

Monica accende il computer, si collega, vede una serie di immagini di lei con le gambe larghe, la gonna rossa alzata, e Oscar sopra di lei, poi Johnny, e Beppe, Giacomo, Stefano…

Uguale per Anna Maria! La festa di fine anno, c’è scritto.

Monica si sente male: non si era neppure accorta che qualcuno avesse fatto delle foto!

 Sono le vacanze estive. Monica non esce mai di casa. Non se la sente di incontrare nessuno. Le sembra che ogni persona abbia visto “quelle” immagini e la giudichi. Prova troppa vergogna.

Sua madre e suo padre non sanno nulla, si stupiscono un po’ che lei non vada alla spiaggia come le altre estati ma, infine, lasciano perdere e non se ne  parla più.

Saranno le solite crisi dell’adolescenza.

Non accende mai neppure il computer, non vuole più vedere se stessa…

Passa  le giornate sdraiata sul letto a dormicchiare o a guardare la televisione.

A settembre ricomincerà la scuola. Dovrà incontrare Anna Maria e soprattutto Mario, che è nella sua stessa classe.

Alla fine di agosto, infine, un giorno, sola in casa, accende di nuovo il computer e si collega.

Le sue foto sono ancora là e un numero enorme di persone ha cliccato “Mi piace”. Che cosa gli piace? Per loro è una ragazza che, consenziente, si è divertita con cinque maschi. Nessuno ha pensato, conoscendola, che non poteva essere possibile, che non poteva aver scelto volontariamente di avere rapporti con cinque persone nella stessa sera! Nessuno ha avuto neppure un dubbio, se non le ha telefonato per chiederglielo. E Mario? Come potrà incontrarlo in classe senza pensare a cosa le ha fatto? L’ha svenduta a cinque bulli, altro che interessarsi a lei!

Non ce la farà a sedersi nel banco tra i compagni e lui. Tutti sanno, tutti hanno visto. Nessuno ha pensato che potesse essere uno stupro di gruppo. Nessuno si è chiesto come stesse.

Non tornerà a scuola.

Ma anche per la strada non può andare. Tutti sanno, tutti la guardano… Tutti ridono di lei.

L’intervista a Giorgio è sulla prima pagina del giornale locale. Monica era una ragazza carina, aveva una simpatia per un ragazzo, aspettava che lui si facesse avanti. Invece, lui l’ha portata sulla spiaggia e si sono approfittati di lei. Infine, gli stupratori, anche cyberbulli, hanno pubblicato le foto della serata su Facebook, rendendo pubblica quella che Monica considerava una vergogna.

Ma Giorgio si tormenta perché non le ha mai telefonato. – Monica mi piaceva molto, ma lei non mi vedeva neppure, era persa per Mario. Quando ho visto quelle foto, ho subito pensato che non poteva essere successa una cosa simile per sua volontà. Monica era una brava ragazza, forse troppo sognatrice… Ma non le ho neppure telefonato, non ne ho trovato la forza. La incontrerò per la strada, ho pensato, potrò farle coraggio a voce… Ma non l’ho mai incontrata. Questo rimorso mi tormenterà per tutta la vita. 

Una signora, anonima, ha dichiarato al quotidiano  di essere stata violentata all’età di 12 anni: - Non avevo nessuno a cui dirlo e posso immaginare quanto fosse spaventata Monica. Anch’io, non sarei stata in grado di dire a nessuno quello che stavo passando.

Al funerale di Monica, sono presenti tanti giovani e giovanissimi. Le rose rosa, con una grande fascia rossa con la scritta “Ci manchi, non dovevi andartene!”, coprono la bara bianca.

Qualcuno ha scritto su Facebook: “No al suicidio. Sì alla denuncia.”  Tanti hanno cliccato “Mi piace”.

Ma è troppo tardi, almeno per Monica.

Palmina ha la sua gonna rossa. Si accomoda nel salone davanti al televisore. Si aggiusta la stoffa rossa sulle gambe. Che bella!

Sul video scorrono le immagini di tante scarpe rosse. È il telegiornale della Liguria.

- Ogni paio di scarpe rosse sistemato ordinatamente lungo un percorso -spiega la giornalista - visualizza la marcia di donne assenti, una camminata che sottolinea il dolore che provoca una mancanza. La tradizione di rappresentare il femminicidio con le scarpe rosse (rosso, il simbolo dell’energia vitale, della forza fisica e mentale, della volontà di opporsi ai maltrattamenti) ha preso il via dall’installazione “Zapatos rojos”, ossia “Scarpette rosse”, dell’artista messicana Elina Chauvet a Ciudad Juárez, una città del Messico, dove la violenza sulle donne si moltiplicava. 

 Oggi, le scarpette da donna di colore rosso, décolleté, ballerine, sandali, zeppe, portate dai cittadini, fanno bella mostra di sé in piazza Sisto IV. Ogni paio rappresenta una donna e la traccia della violenza subita:  un corteo di donne assenti perché cancellate dalla violenza, di cui rimangono solo le scarpe.  Ma soprattutto, si vuole ricordare Monica e la sua tragica fine. 

“Mah. Questa gioventù moderna se le va a cercare. - pensa Palmina - Ai miei tempi, mia madre non mi lasciava uscire di sera. Che belle scarpe, però. Peccato che non possa andare là, altrimenti me ne sarei presa un paio.”

Renata Rusca Zargar


mercoledì, febbraio 16

PERICOLO DI VITA O PERICOLO DI MORTE? di DANILA OPPIO

 


Stavo pensando da un bel po' che i cronisti non sanno più quel che scrivono. 

A parte che gli articoli postati su giornali online sono pieni di refusi, quando non proprio di veri e propri errori, è diventato uso comune scrivere:

Il tale è in pericolo di vita.

La domanda nasce spontanea, come direbbe Lubrano: è così pericoloso vivere? 

Non sarebbe meglio dire o scrivere: è in pericolo di morte!

Se diamo  un'occhiata ai cartelli che indicano PERICOLO, non scrivono PERICOLO DI VITA, ma PERICOLO DI MORTE. E allora per quale ragione quando si scrive un articolo che tratta di una vita umana che rischia di morire, magari a causa di un incidente, ci ci esprime con PERICOLO DI VITA?    

Oppure, se vogliamo usare il vocabolo VITA, potremo dire: la sua vita è in pericolo. 

Ovvio che durante la vita si può sempre incorrere in pericoli vari: malattie, incidenti, e anche se tutto questo non accade, perché si è sempre goduto di ottima salute, e non si è mai incorsi in incidenti a rischio, ovvio che alla fine della vita si muore a causa di qualcosa, che sia la tarda età o complicazioni sorte negli ultimi tempi, c'è sempre una causa che mette fine ad ogni esistenza. Ma perbacco, vediamo di togliere dal nostro linguaggio quella frase priva di senso: non si è mai in pericolo di vita, ma casomai, di morte! 

Però questi miei ragionamenti interiori avevano bisogno di una conferma o di una eventuale smentita, per cui ho eseguito una ricerca in internet, accolta anche dalla Treccani e dalla Crusca. Resto dell'avviso che a me quella espressione: in pericolo di vita, non significa che sia la morte ad essere in pericolo, ma la vita! Quindi, per ovviare, sempre a mio avviso, sarebbe meglio esprimersi con l'espressione: la sua vita è in pericolo, oppure che rischia di morire.  Certo è meglio parlare di vita, piuttosto che usare il vocabolo morte, fa meno impressione, lo dice anche il Prof.  Bixio Candolfi, sono d'accordo su questo punto, ma a me continua a dar fastidio quello scrivere in pericolo di vita. Così pare che si dica: rischia di vivere.  

Letto poco fa, un'autocisterna si è ribaltata e incendiata sull'autostrada A1, il guidatore ha avuto le mani e i piedi ustionati, Al momento dell'arrivo dei soccorsi era sveglio e non corre pericolo di vita. Non sarebbe meglio dire: non corre pericolo per la sua vita?

Il nuovo Dizionario della Lingua Italiana De Mauro corregge Pericolo di vita con Pericolo di Morte, quindi almeno lui mi dà ragione!

Danila Oppio

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Al Prof. Bixio Candolfi, Chiasso, Svizzera: Alla Radio Svizzera di Lingua italiana di Lugano è stato chiesto quale delle due espressioni pericolo di vita e pericolo di morte sia più corretta e in quale circostanza sia più opportuna; e quale delle due espressioni al massimo e al minimo sia da preferire. Si suole oggi affermare ripetutamente che la funzione essenziale del linguaggio è la comunicazione: quella comunicazione che rende possibile la vita sociale e la rende tanto più civile quanto più è intensa. Comunicazione, poi, non è concetto che deprima l’individuo, perché la capacità di comunicare con gli altri è preceduta e condizionata dal fatto che l’individuo si appropri di un sistema di segni noto alla comunità dei parlanti e ne verifichi di continuo il possesso proprio e l’uso comune, accertando che gli enunciati composti con quei segni abbiano un significato fondato sui loro rapporti logici o espressivi; i rapporti appunto che articolano la comunicazione umana e sono descritti dalle grammatiche. Ho accennato a due ordini diversi di rapporti: i logici, che nella nostra lingua si esprimono con forme argomentative corrispondenti ai processi cognitivi della mente, e gli espressivi, che si realizzano in forme emotive e impulsive tipiche del parlato. Mentre nel primo ordine i legamenti sintattici, cioè organici e deduttivi, hanno un valore strutturale primario, nel secondo prevalgono le sostanze o modalità librate su emissioni esclamative, tonali o private della loro normale funzione grammaticale (come, ad es., l’avverbio di negazione non usato superfluamente in frasi come “Che cosa non avrebbe fatto per salvarlo!”; “Aspettammo finché non venne l’ordine di muoversi”). Bastano queste elementari ma essenziali norme di analisi per giudicare se un enunciato o una locuzione sono in regola con la coerenza logica o con l’efficacia espressiva. Prendiamo qualche esempio del complemento di specificazione, retto dalla preposizione di (e sue forme articolate), dal quale si muove la domanda di un ascoltatore della Radio svizzera di lingua italiana di Lugano: pericolo di vita o pericolo di morte? Basterà ricorrere a quanto ci dice la grammatica: che il rapporto di specificazione tra l’elemento reggente e quello retto può essere di specificazione soggettiva, quando l’elemento retto ha la funzione logica di soggetto (le dimissioni del ministro = il ministro si è dimesso; la ritirata del nemico = il nemico si è ritirato; l’eruzione dell’Etna = l’Etna ha eruttato; la guarigione di Piero = Piero è guarito); oppure di specificazione oggettiva, quando l’elemento retto ha funzione di oggetto: il timore di Dio; la paura del male; la costruzione del ponte (dove il timore non può essere provato da Dio, la paura non può essere subita dal male, il ponte non costruisce se stesso). Con lo stesso criterio logico il parlante (o l’uditore) avvertirà che in pericolo di vita c’è un caso di specificazione soggettiva (perché in stato di pericolo è la vita), mentre in pericolo di morte c’è un caso di specificazione oggettiva (perché in stato di pericolo non può essere la stessa morte, ma chi la subirà). Si può dire ed è stato autorevolmente detto che pericolo di vita c’è un caso di specificazione soggettiva (perché in stato di pericolo è la vita), mentre in pericolo di morte c’è un caso di specificazione oggettiva (perché in stato di pericolo non può essere la stessa morte, ma chi la subirà). Si può dire ed è stato autorevolmente detto che pericolo di vita e pericolo di morte significano la stessa cosa, anche se sono due casi di specificazione diversa. Ma nei casi di sinonimia, come è quello del pericolo di morte o di vita può essere più efficace l’avviso che mette in evidenza la realtà oggettiva del pericolo piuttosto che la sua motivazione: ci sembra insomma più impressivo l’avviso che annuncia il pericolo di morte che quello che enuncia i rischi dell’imprudenza (pericolo di vita). Si dice che un caso analogo si presenti nelle alternanze ridurre al massimo o ridurre al minimo. Qui però il rapporto tra i due elementi, il verbo e la locuzione avverbiale, non si complica, come nel caso precedente, con un rapporto di dipendenza sintattica. Siamo di fronte a un verbo significante riduzione o limitazione, modulato da locuzioni avverbiali di misura o intensità. Il rapporto tra i due elementi è meramente semantico, cioè privo di articolazioni funzionali, e tutto fulcrato sul significato: si tratta cioè di accertare, tra i due contenuti semantici del verbo e della locuzione avverbiale, qual è il contenuto reggente e quello retto, esercitante sul primo una funzione modulatrice. L’elemento reggente qui non è indicato dalla struttura sintattica, ma dalla preminenza semantica, detenuta indubbiamente dal verbo ridurre in forza del significato “diminuire”, oggi prevalente sul suo più antico “ricondurre”; preminenza talmente estesa ed evidente che i due complementi avverbiali di significato assolutamente opposto (al massimo / al minimo) divengono, in unione col verbo, equivalenti. Ridurre al massimo, infatti, equivale oggi a ridurre al minimo, benché i maggiori dizionari non rilevino tale fenomeno, riportando soltanto l’unione del verbo con la seconda locuzione avverbiale o con altre congeneri (ridurre a niente, ai minimi termini, all’ osso, al poco; cfr. il Grande dizionario della lingua italiana, detto ‘Il Battaglia’, s.v. ridurre). Il fenomeno deve essere dunque di origine recente. Non è d’altronde raro, nella associazione costante di due parole, che quella semanticamente più forte produca reazioni elative nell’altra (come nel contemplato alternarsi di al massimo con al minimo); talvolta giungendo ad annullarsi col trasferire il proprio significato sull’avverbio, come nel caso della risposta negativa niente affatto, che può ridursi ad affatto, trasformato da avverbio affermativo e rafforzativo della negazione in avverbio negativo. 

Giovanni Nencioni 


domenica, febbraio 13

Per il giorno del ricordo: LA PERSECUZIONE TITINA A FIUME


(1) Libri di Rodolfo Decleva | Facebook


Rodolfo Decleva, nato 1929 e profugo da Fiume il 1° febbraio 1947. Laurea Economia e Commercio. Stella d'Oro CONI per Meriti sportivi. Cittadino onorario di Keokuk, USA.

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Per il Giorno del ricordo – 2022

LA PERSECUZIONE TITINA A FIUME

Un breve Elenco di Vittime e Condanne

di Rodolfo Decleva


Entrarono a Fiume - senza sparare un colpo e senza un ferito o un morto - 7 ore dopo che i tedeschi avevano abbandonato la città nella notte del 2-3 Maggio 1945.

Da subito la determinazione jugoslava di impadronirsi del territorio fiumano con le buone o con le brutte maniere affiorò lampante: dopo la soppressione dei 3 Martiri autonomisti, dei questurini, carabinieri e finanzieri, toccò il turno a due Senatori fiumani del Regno che non avevano voluto abbandonare la città avendo la coscienza a posto.

Il Senatore Icilio Bacci venne arrestato quando andò a chiedere un lasciapassare per Trieste e fu fucilato a Karlovaz dopo un processo sommario.

Il Senatore Riccardo Gigante fu seviziato a Castua e murato dentro ad una grotta insieme ad una decina di altre vittime.

Di notte squadre speciali della Polizia Segreta sequestravano cittadini che ai familiari il giorno seguente non riusciva più di rintracciare né in Piazza Scarpa, sede dell’OZNA, né nelle carceri di Via Roma.

Si andava a cercarli anche a Kostrena e Cirquenizze, ma il risultato era sempre lo stesso: indirizzati da un ufficio all’altro perché nessuno ne conosceva la sorte, e i commenti che si riceveva erano: “non è qui”, “non sappiamo niente” per concludere “se lo hanno prelevato, qualcosa pur avrà fatto”.

Nei quartieri della Cittavecchia furono istituiti Capi Fabbricato e a turno, una volta alla settimana, gruppi di famiglie dovevano recarsi nella Scuola “Manin” - a seconda dei Rioni - per imparare il nuovo corso mentre gli assenti venivano qualificati come “Reazionari” o “Nemici del Popolo” comprendendo tra questi anche coloro che non facevano il lavoro volontario di sgombero macerie nei giorni di sabato e domenica.

Per recarsi a Trieste venne istituita una nuova carta di identità e la gente per ottenerla si metteva in fila nel Comitato Popolare Cittadino CPC di Piazza Regina Elena sin dalle 4 ore del mattino, ma il documento veniva rifiutato ai tanti “Reazionari” schedati dall’OZNA in Piazza Scarpa.

In Piazza Regina Elena i “liberatori” eressero un arco di trionfo in legno che veniva snobbato dai fiumani, i quali - evitando intenzionalmente di passarvi sotto - esprimevano con tale gesto la loro avversione al nuovo regime. Era in voga il detto “Maledetto quel fiuman, che passa sotto l’arco partigian”.

Quando arrivò il 6 Dicembre 1945 gli studenti delle Scuole Medie fiumane si accordarono di festeggiare San Nicolò e a non presentarsi a scuola. Era in tutti il ricordo amaro di quando frequentando le Elementari dovevamo lasciare i doni che il Santo ci aveva portato in quella notte magica. Il Regime fascista era contrario che si celebrasse quella festa perché in antitesi con la Befana Fascista del 6 Gennaio, ma ora che la “libertà” era arrivata, era un’altra cosa.

Fu uno sciopero? Una serrata? Certamente non fu un gesto politico. L’adesione fu totale e le scuole medie rimasero vuote, ma ciò provocò la reazione violenta del nuovo Regime, che mobilitò gli operai del Cantiere navale per la repressione di quel gesto reazionario, considerato un nefasto sciopero capitalista.

Gli operai si presentarono con rudimentali manganelli dal “Vinas” sopra Cosala e al campo “Tre Pini” sopra Santa Caterina, dove gli studenti erano in festa con Giulio Scala che suonava la fisarmonica.

L’Ordine popolare fu presto ristabilito. Un mio compagno di classe Carlo Paul a distanza di tempo ricordava ancora con sgomento le percosse che subì al Caffè “Pancera” adiacente al Cinema “Parigi” dove era andato a giocare alle boccine. Anche Elio Valenti aveva un “bel” ricordo di quel giorno: tornato in città dalla scampagnata al Vinas, fu prelevato da alcuni “compagni” che lo gettarono in mare dal Molo Scovazza tra lo scherno degli autori. Era vestito e il cappotto gli impediva di nuotare per recuperare la riva.

E venne poi il Santo Natale, che non avrebbe dovuto essere celebrato secondo il nuovo regime comunista ateo, ma ci furono lo stesso molti coraggiosi che - per paura di possibili delazioni - arredarono il presepe dentro gli armadi di casa. Ci si affidava alla Chiesa per conservare le nostre tradizioni di identità fiumana e italiana. La Cattedrale di San Vito per la funzione della Notte Santa del 1945 era gremita, strapiena. Non ci furono irruzioni o minacce, ma nella piazza i giannizzeri dell’ateismo buttavano bombe a mano sulla vicina casa in macerie e sparavano con i mitra per disturbare le Funzioni spaventando i Celebranti e i fedeli.

Mentre l’ateismo comunista diventava legge, la proprietà privata era soppressa e i negozianti erano diventati commessi anziché padroni, e alla fine della settimana dovevano presentare i conti e gli incassi ai nuovi amministratori cittadini. Le fabbriche erano diventate cooperative, gli operai politicizzati, la meritocrazia abolita e le paghe livellate, cioè quelle degli ingegneri erano parificate a quelle degli operai e quelle dei Maestri a quelle dei bidelli.

I Tribunali Militari e i Giudici Popolari - non essendo riusciti a mettere le mani su coloro che consideravano criminali di guerra come ad esempio gli alti gradi dei Comandi italiani, il Prefetto e il Questore di Fiume, il Comandante tedesco SS - giudicavano e condannavano i reazionari, semplici cittadini che non volevano adeguarsi ai nuovi doveri dittatoriali del popolo lavoratore, ad ammende o reclusioni fino ai lavori forzati e alla confisca dei beni.

Sin da subito il nuovo Padrone di Fiume Colonnello Antun Kargacin emanò l’Ordinanza per l’obbligo della Leva Militare per migliaia di giovani fiumani nati dal 1900 al 1927, che furono “deportati” in Bosnia indossando la divisa militare jugoslava. Lo scopo? Toglierli dalla città nei giorni in cui la Delegazione dei 4 Grandi sarebbe arrivata per accertare l’italianità o la slavità di Fiume.

Nelle fabbriche era molto in uso anche l’epurazione giustificata con il logoro status di reazionario o nemico del popolo. E anche gli antifascisti pagavano la loro opposizione ai nuovi arrivati come Giovanni Stercich, ex Segretario di Riccardo Zanella, che fu esule durante il ventennio fascista e promotore di iniziative autonomiste dopo il 1943.

Nelle Scuole furono diminuite le ore di italiano e latino, introdotto l’insegnamento obbligatorio della lingua croata e sostituito il tedesco. Poiché il Corpo Insegnanti si era rifiutato di sottoscrivere una petizione per l’annessione di Fiume alla Jugoslavia, i Professori a ruolo furono ridotti da 110 a 31 e sostituiti con elementi fidati. L’autorità degli Insegnanti fu poi azzerata venendo nominati i Bidelli quali Fiduciari di Istituto e creati Comitati studenteschi con funzioni di controllo e propaganda.

Un Elenco di Cittadini assassinati, spariti o infoibati:

Senatori del Regno Riccardo Gigante e Icilio Bacci; gli Autonomisti Ing. Nevio Skull, Dr. Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Membri dell’Assemblea Costituente dello Stato Libero fiumano; Radoslav Baucer, Direttore dell'Ospedale Civile, assassinato il 4 Maggio e gettato nella voragine della mina tedesca tra la radice del Molo Scovazza (Adamich) e la Lega Navale Italiana/Idroscalo,; l’ex Podestà Carlo Colussi e sua moglie Nerina Copetti; il Preside Gino Sirola; l’Insegnante Margherita Sennis; Ernesta e Zulema Adam; Gregorio Bettin, Presidente della Croce Rossa Italiana di Fiume; Giuseppe Tosi, Direttore Didattico di Abbazia; Eugenio Venutti, Maggiore dei Vigili del fuoco; Antonio, Maria e Margherita Pagan; Santo Taucer; Rodolfo Moncilli; Angelo Adam, antifascista repubblicano deportato dai tedeschi a Dachau; Gianni Marussi arrestato per attività politica clandestina; Pasquale Nereo Giurso per renitenza alla Leva Militare; Emiro Fantini di Abbazia morto in carcere a Maribor; Giuseppe Librio, che aveva ammainato una bandiera jugoslava, trovato cadavere sul Molo Stocco; Matteo Blasich; Walter Scrobogna, arrestato a Laurana e probabilmente finito a Basovizza; Albino Baratto, morto per l'Italia, in difesa dell'ultima bandiera italiana che sventolò sulla città di Fiume"

Un Elenco di cittadini fiumani arrestati o perseguitati:

Condannati ai lavori forzati: Padre Nestore della Chiesa dei Cappuccini, 15 anni di lavori forzati per aver fornito il ciclostile e tutto il necessario per la stampa di manifestini; Mario Dassovich 15 anni, idem; Oscar Purkinje 7 anni; Don Cesare, Parroco di Cosala, 3 anni; Maestro Giovanni Marvin un anno. Ettore Rippa, 15 anni per aver fatto credere al popolo che il Fascismo fosse una cosa buona.

Artenio Crespi, studente contumace, 12 anni; Carlo Visinko, impiegato, 10 anni; Ferruccio Fantini, fotografo, 8 anni e confisca dei beni; Marino Callochira, studente, 5 anni; Erberto Lenski, geometra, 4 anni; Alfredo Polonio Balbi, studente, 4 anni; Vincenzo de Santis, meccanico, un anno; Marcello Serdoz, 18 mesi per aver tentato di passare il confine.

Condannati: Mario Rivosecchi aveva issato la bandiera fiumana sulla cupola della Torre; Hervatin e Barbadoro avevano ammainato una bandiera jugoslava in Piazza Dante; Carlo Maltauro, Nino Bencovich, Romolo Rainò, Giuseppe Superina e G. Battista Marra per danneggiamenti all’Arco di Tito in Piazza Regina Elena.

Arrestati: Don Girolamo Demartin, per propaganda antipopolare; Prof. Battagliarini per azioni disfattiste ai danni del potere popolare; Ing. Duilio Duimich per collegamenti con esuli di Trieste; Dr. Onorato Lenaz e Dr. Arsenio Russi per aver mandato in Italia relazioni tendenti a provocare un intervento straniero; Gabriele Deling, Cesare Pamich, Carlo Poso, per aver cercato di “indebolire l’economia locale” svolgendo opera di propaganda a favore della “emigrazione in Italia” del personale tecnico della Raffineria ROMSA.

Studenti espulsi dalla Scuola per i fatti di San Nicolò 1945: Ciampa Ettore, Curri Claudio, De Santis Vincenzo, Genovese Aldo, Greiner Erio, Paul Carlo, Tiziani Sergio, Tomassich Tullio, Bianchi Mario, Frank Kiss, Lupetti Luigi, Pick Walter, Anfelli Bruno, Derni Mario, Klemen Ernesto, Kniffitz Ferruccio, Scala Giulio, Bastalich Sergio, Celli Sergio, de Manzolini Rodolfo, Lenaz Edoardo, Ivancich Paolo, Piccolo Carmine.

E questo fu solo l’inizio.

I Martiri fiumani furono circa 600, spariti nel biennio 1945-1946. Per restare liberi e italiani venimmo Profughi in Patria il 90 percento della popolazione.


Nella foto: Il Dr. Mario Dassovich, grande storico fiumano e già Direttore Responsabile della “Voce di Fiume”. Dedicò la sua giovinezza alla Reazione fiumana a Tito organizzando l’attività dei giovani dell’Azione cattolica di Cosala.

Rodolfo decleva   10 Febbraio 2022


sabato, febbraio 12

GUERRE E GUERINI - ovvero l'Italia nel Sahel di P. MAURO ARMANINO

Lorenzo Guerini - Ministro della Difesa Italiana

Guerre e Guerini ovvero l’Italia nel Sahel           

…Più volte ho sottolineato come quello sia il vero confine meridionale dell’Europa, caratterizzato da dinamiche di sicurezza che riguardano il nostro continente e l’Italia. Ci troviamo infatti in un territorio altamente instabile dal punto di vista politico e sociale ed estremamente povero dal punto di vista economico. Condizioni ottimali per gli estremismi di matrice jihadista, spesso associati ai movimenti di insorgenza locale, cui si aggiungono i flussi di traffici illegali di ogni natura che giungono sulle coste nordafricane a poche centinaia di miglia dall’Italia e dall’Europa, con riflessi sulla nostra sicurezza…

Così, tra l’altro, il ministro della difesa Lorenzo Guerini nella lettera al direttore del quotidiano il Foglio, del 4 febbraio scorso. Ringrazio l’amico e compagno di viaggio Turi Palidda per avermi inviato copia della lettera. I commenti alla quale potrebbero essere molteplici ma ciò che vorrei semplicemente rilevare parte da una serie di domande elementari. Quanto tempo, il ministro Guerini, ha passato nel Sahel per arrogarsi il diritto di usare formule ritrite di strategia per questo spazio d’Africa? Di quali frontiere si arroga il diritto di decidere e parlare? Quando scrive di ‘riflessi sulla ‘nostra’ sicurezza si riferisce a chi? Chi dà, al ministro della difesa italiana, di pensare ed operare come fosse a casa sua? E infine, quando il nostro discutere ‘geopolitico’ nascerà da un umile ascolto della realtà e delle priorità dei popoli che si presume di servire?

Queste e altre domande a cui è difficile rispondere con ‘Gli occhi dell’Occidente’, titolo del noto romanzo dell’inizio de secolo scorso di Joseph Conrad. Il punto centrale e cruciale della lettera in questione è proprio questo: con gli ‘occhi dell’occidente’ leggiamo la storia, la politica, l’impegno dei militari, gli investimenti, le ambasciate e, naturalmente, i ‘progetti’ di sviluppo. Con gli occhi dell’occidente’ fissiamo le priorità, decidiamo le tabelle di marcia forzata allo sviluppo, confischiamo la sovranità e la dignità dei popoli, imponiamo o consigliamo governi, prodighiamo consigli e aiuti alle fragili e ‘tropicalizzate’ democrazie saheliane…

Quanto tempo ha passato nel Sahel, ministro Guerini, lei e il ministro degli esteri della compagine governativa dell’Italia? Qualche ora, qualche giorno, con le autorità locali (venduti ai soldi dell’Occidente), col personale dell’Ambasciata (a cui non vengono neppure forniti i mezzi per assicurare un servizio consolare), coi militari italiani sul posto (che assicurano formazione tecnica ai militari locali e, per farsi accettare più facilmente, offrono regali umanitari ad istituzioni locali). 

Chi le parla, nel rispetto dei diversi ruoli e competenze, è qualcuno che ha il diritto di parola che proprio l’Africa e il Sahel gli hanno dato perché da loro si è gradualmente lasciato ‘colonizzare’! In Costa d’Avorio fin dal 1976, in alternativa al servizio militare come geometra, come missionario poi fino al ’91 al servizio dei giovani, in Argentina accompagnando il cammino degli abitanti delle ‘Villas Miseria’ di Cordoba per alcuni anni, durante la guerra per sette anni in Liberia e infine ‘insabbiato’ nel Niger, per un servizio ai migranti dei quali lei neppure parla, dall’aprile del 2011. 

La nostra differenza di sguardo e il diritto di parola, ministro Guerini, sta tutta negli occhi...

 Mauro Armanino, dal Sahel, il 13 febbraio 2022