POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

domenica, aprile 17

IL MANIFESTO DEI DIRITTI DELLA TERRA - Capo Seattle Capriolo Zoppo

 


Capriolo Zoppo, Capo Seattle

IL MANIFESTO DEI DIRITTI DELLA TERRA 

l’autore 
Capo Seattle (conosciuto anche come Capriolo Zoppo, 1780 - 1886), della tribù dei nativi americani Duwamish, è stato un guerriero e un leader del suo popolo. L’importante città statunitense di Seattle, nello Stato di Washington, deve a lui il proprio nome. 
Il Manifesto dei Diritti della Terra 
Capo Seattle 

per cominciare
Stai per leggere il testo di un discorso che Capo Seattle ha pronunciato nel 1854 in risposta alla proposta del presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, di acquistare parte delle terre su cui vivevano i Duwamish. Alcuni studiosi dubitano dell’autenticità̀ di questo discorso, ma, malgrado le controversie, questo testo rappresenta un’affascinate testimonianza della diversa concezione del rispetto della natura e del possesso che avevano i nativi americani. 

Il grande Capo che sta a Washington1 ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà̀. Ciò̀ è gentile da parte sua, poiché́ sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché́ sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può̀ considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni. 
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi? 
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, l’insetto ronzante è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. 
Perciò̀, quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà̀ un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà̀ nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi 
1. grande Capo che sta a Washington: il Presidente degli Stati Uniti. 
considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà̀ facile perché́ questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo. 
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò̀ usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello. 
L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. 
Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uo- mo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché́ egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate. 
Il suo appetito divorerà̀ la terra e lascerà̀ dietro solo un deserto. 
Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò̀ avviene perché́ l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. 
Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può̀ ascoltare il grido solitario del succiacapre2 o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? 
Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. 
L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché́ tutte le cose partecipano dello stesso respiro. 
L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. 
Tema Ecologia e stili di vita 
Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati. 
Perciò̀ noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marciva- no sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più̀ importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere. 
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più̀ gli indiani morirebbero di solitudine. Perché́ qualunque cosa capiti agli animali, presto capiterà̀ all’uomo. Tutte le cose sono collegate. 
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché́ rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. 
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni. 
I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù̀, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà̀ per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il nostro. Ma perché́ dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù̀ sono fatte di uomini, niente di più̀. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può̀ sfuggire al destino comune.
Può̀ darsi che siamo fratelli, dopo tutto.
Vedremo. Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà̀: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può̀ darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete posseder- lo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù̀. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. 
Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché́ non capiamo perché́ i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. 
Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché́ essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché́ ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri. 
Perciò̀ noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà̀ per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà̀ scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà̀ l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo. 
Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuo-re di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed ama- tela come Dio ci ama tutti. 
Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà̀ al destino comune. Può̀ darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo! 

Ndr: Per quanto mi riguarda, che questo Manifesto sia scritto veramente dal Capo Seattle Capriolo Zoppo, o da chiunque altro, poco m'importa, so solo che sono parole sante, che l'uomo bianco, ovvero noi tutti, non ha rispettato le regole della natura, e non le rispetta ancora. Siamo solo dei grandi distruttori, sia del genere umano (e lo vediamo nelle guerre fratricide), che della natura: incendi boschivi, inquinamento dell'aria delle acque e della terra stessa, cementificazione, pesticidi, centrali nucleari e armi dello stesso tipo. Che altro dire? Dovremmo seriamente prendere in considerazione la saggezza del nativi americani, prima che noi che ci crediamo intelligenti, arriviamo a distruggere il nostro Pianeta in men che non si dica. 


sabato, aprile 16

QUANDO COMINCIO' IL MONDO NUOVO di Padre MAURO ARMANINO



  Quando cominciò il mondo nuovo

Utopia?

Era un giorno feriale per nulla differente dagli altri giorni. Solo indizio, un vento leggero dall’est che sembrava avesse premura di arrivare da qualche parte. Assieme a lui gruppi di bambini con in mano un ramoscello di una pianta mai vista prima che agitavano festanti. Si tenevano l’un l’altro la mano e cantavano una lingua ormai dimenticata dai grandi che guardavano, attoniti, l’inattesa invasione dei bambini in festa. Alcuni cominciarono a seguirli sul cammino mentre altri, in disparte e di nascosto, piangevano come se da anni avessero smesso di generare lacrime vere e genuine. La sera di quel giorno arrivò più in fretta del solito e così pure le stelle, meno distratte, cominciarono a danzare sottovoce.

I muri di cinta e i bastioni delle città fortificate, al loro passaggio, crollavano come fossero null’altro che polvere al vento. Lo stesso accadde con i fili spinati, i sistemi di allarme e di controllo, gli schermi protettori da eventuali attacchi nemici, le frontiere si spostavano a seconda delle necessità di coloro che desideravano attraversarle. Persino il mare, apparentemente insensibile ai naufraghi, si era cinto di una calma che nessuno, a memoria d’uomo, ricordava così profonda e pacata. Le mura più robuste cadevano una dopo l’altra e le strade, le case, le piazze e i giardini, tornavano quello che erano stati una volta: aperti a tutti.

La festosa invasione dei bambini non sì fermava più e anche un numero crescente di adulti, donne soprattutto, si aggiungeva dopo ogni crollo. Fu poi la volta degli imperi d’acciaio, di gesso, di arroganza e di polvere a cadere, uno sull’altro, come carte che il vento mescola e porta lontano. Imperi potenti, eterni, immortali, si sfaldavano al tocco lieve del ramoscello dei bambini che giocavano a rifare il mondo come meglio a loro sembrava. Della stessa fine erano oggetto anche gli eserciti, i battaglioni e i sempre più numerosi mercenari che della guerra vivevano. La maggior parte dei militari disertava, altri si vestivano da festa e alcuni di loro si aggiungevano al gruppo dei bambini che continuava la sua opera nel mondo.

Quanto ai fabbricanti d’armi avevano smesso e optato per fare mattoni, piastrelle, cemento e porcellana per ricostruire quanto era stato da loro distrutto. C’è chi si improvvisava muratore, imbianchino, piastrellista, costruttore di ponti e elettricista. Alcuni di loro, infine, cominciarono di buon grado a costruire strade dove prima non c’erano e a riparare quelle distrutte dai bombardamenti. La terra intera era ormai diventata un grande cantiere a cielo aperto e la mano d’opera lavorava con solerzia e dignità perché più nessuno diceva suo ciò che era di tutti. I poveri e i mendicanti si erano trasformati in datori di lavoro.

Infine, al canto in lingua antica dei bambini, caddero in ultimo le parole armate, false e tradite dai grandi manipolatori dell’informazione. Molte si nascondevano per la vergogna, altre promettevano di ravvedersi e alcune, infine, domandavano ai bambini ciò che avrebbero dovuto rappresentare. Fiumi di parole come fango che scorreva dai canali di scolo ed erano drenati in un grande abisso e poi ricoperte di terra. Su questa spuntarono in fretta fiori, erba e una foresta di alberi che portavano scritta una parola nuova da seminare altrove. Quanto ai bambini, terminata l’opera che durò circa una settimana, iniziarono finalmente a giocare.

         Mauro Armanino, Niamey, Pasqua, 2022

Commento di Danila Oppio:

se la Pasqua fosse così, sarebbe Pasqua tutti i giorni, una vera Rivoluzione e Risurrezione non solo di Cristo, ma del mondo tutto! Un racconto che fa riflettere, molto avvincente ma, temo, altrettanto utopico. 

Buona Pasqua a tutti i visitatori di questo blog! 

giovedì, aprile 14

LA SCUOLA DELLA VITA di RENATA RUSCA ZARGAR

 


LA SCUOLA DELLA VITA

La ragione ci assisterà durante l’esistenza.

Oltre, nella vita, sarà la mente a guidarci.

Alberto si agita sulla sedia, poi si alza, s’inginocchia a terra e raccoglie un pezzo di carta che si infila in bocca arrotolato come un sigaro.

- Un due tre…- grida il maestro - nella gara di concentrazione vince la squadra arancione!

Il gruppo di scolari che indossa una fascia color arancio urla felice.

Suona la campanella. La lezione è finita. Entra l’insegnante di meditazione e inizia a parlare:

- Siamo sulla Terra come naufraghi in balia delle tempeste del desiderio. Possesso, ricchezza, potere sono flutti che tormentano la nostra debole barchetta…

Marika ha un nastrino verde e rosa con pendagli d’argento che le pende dai capelli. Erika sbadiglia, appoggia le mani al banchetto oscillando avanti e indietro sulla sedia, poi accarezza il bel nastrino verde e lo tira un pochino. Marika si volta bruscamente.

-         Basta! - sentenzia con forza il maestro. La sua tonaca rosso scuro lo avvolge completamente, il capo rasato riflette la grande luminosità dell’ambiente di classe.

-   Presto dovrete impegnarvi nell’esistenza, - egli continua   - dovrete compiere un lungo percorso: crescere, studiare, lavorare, amare… Sarà importante se avrete compreso la vostra lezione. Avanti, prendete la penna che correggiamo il compito. Leggi, Ravi.

-     Nella vita sulla terra accade che gli insetti velenosi non pungano il lattante, gli animali del bosco non lo attacchino, le fiere non lo graffino. Anche se le sue ossa sono ancora deboli e i muscoli appena accennati, egli afferra con forza tutto ciò che gli viene davanti; anche se strilla per molto tempo, non diviene rauco. Il lattante agisce mosso dall’intuito (e non ancora dalla ragione) e non soffre i condizionamenti della società. Egli sa. Per questo l’universo si piega di fronte alla sua integrità.

-      Bravo, hai fatto un ottimo lavoro, Ravi. -

Marta, intanto, con la manina appoggiata al viso paffutello, fissa il maestro con i grandi occhioni verdi; Hans alza la mano per rispondere e si aggiusta gli occhiali sul naso. Mao, seduto di traverso, con la camicia azzurra tutta stropicciata, mastica un bastoncino di carta; Bill, che indossa una maglietta a strisce blu e bianche, sorride soddisfatto.

All’orizzonte, il cielo è trasparente e azzurro.

Arturo, Jessica e John hanno il permesso di uscire per andare in un’altra classe a seguire la lezione di visualizzazione.

Marta dondola le gambette rotonde, tenendo le dita sul capo ad arricciare i capelli.

Un grande cartellone pende dall’alto. È un mandala.

-   Il mandala è il cerchio sanscrito - spiega sempre il maestro - Il mandala è l'universo. Il mandala siamo noi. Pensate a un albero: nasce da un seme, cresce, muore e si trasforma. È l’eterno divenire dell’universo. Proprio come noi. Ora il mandala… Gisella stai attenta! Dunque, il mandala indica la via per l'illuminazione: dal perimetro esterno si giunge all'interno attraverso il percorso della meditazione, che simboleggia la gradualità del cammino. Raggiunto il centro, i pensieri egoistici ci abbandonano perché siamo arrivati al centro dell’universo e quindi al nostro. -

Mao fissa un punto lontano, perduto nei suoi pensieri.

- Noi possiamo scomporre la giornata nelle nostre azioni: mi sono alzato, sono andato a scuola, ho mangiato, ho studiato, ho dormito, sono tornato a scuola… così come il mandala è composto di tante parti. Solo attraverso la scomposizione si giunge poi all'unità e alla capacità di cogliere l’insieme. E in ogni azione il nostro tutto sarà visibile come in ogni parte del mandala è visibile il tutto… Mi pare che siate stanchi, certo questi concetti non sono di facile comprensione. Ravi, puoi andare a seguire la lezione di fisica del tempo: ho notato che la tua educazione procede bene e la tua conoscenza avanza rapidamente. -

Ravi esce e intanto suona la campana dell’intervallo.

Tutti si alzano, si sgranchiscono le gambe, afferrano qualche fiocco delle nuvolette bianche a riccioli sulle quali posano i loro banchi e le tirano come palle di neve. Qualcuno si affaccia birichino a guardare in basso: laggiù, lontano, gira la Terra dove gli uomini si affaccendano come formichine ansiose…

Dopo un tempo che non è tempo, nell’aula ubicata lassù, in cielo, sulle nuvole, si torna seduti nei banchi.

Entra l’insegnante di valori: - Una volta, sulla Terra, - racconta - c’era una bimba che chiedeva sempre alla nonna un regalo speciale per Natale. Voi sapete, anche se venite qui da ogni diverso continente, che Natale è una festa religiosa che commemora la nascita di Gesù e che vuole ricordare agli uomini la necessità di seguire il bene. Dunque, - continua la maestra nel suo lungo abito candido  - la bimba chiedeva un regalo e la nonna le confezionò un pacchetto rosso. “Sarai felice, le disse, ma non devi aprire questo bel pacchettino altrimenti il contenuto volerà via. Puoi però regalarlo ad altri e anch’essi saranno felici.” Così il pacchetto, fasciato di carta rossa fiammante con un nastro d’oro, fece il giro del mondo: prima giunse nella casa di un pescatore che aveva otto figli, poi in quelle di una lavandaia, di un autista, di un impiegato, di una mamma rimasta sola… Tutti furono felici perché compresero quali fossero i veri valori dell’esistenza. Ora - invita la docente  - dovrete confezionare anche voi il vostro pacchettino rosso e ognuno dovrà mettere dentro una storia che possa fare il giro del mondo e insegnare la verità.

Tutti i bimbi preparano una vicenda da scrivere, ripiegare e chiudere nel pacchetto.   

 Il pacco, con i racconti di tutti gli allievi della classe, sarà inviato sulla Terra per aiutare chi si trovi in difficoltà. Forse, comprendendo quegli esempi di fatti già accaduti in altre vite, qualcuno troverà la forza di credere.

Wu e An Ni, in un passato molto lontano, si erano già incontrati.

Allora egli era stato un pastore di nome Zircon e abitava nel villaggio greco di Karon.

Durante l’estate usava salire su per il monte Smolikas per raggiungere i verdi pascoli della bella stagione con il suo gregge di pecore. L’accompagnavano solo il suo bastone, un flauto e il cane Orgòs. Le giornate erano assai lunghe: a volte egli intrecciava canestri o raccoglieva tenere erbette per cucinare la cena. Poi la sera, al tramonto, suonava dolcemente il suo flauto e quindi si ritirava in una misera capanna per dormire. Ma, prima di abbandonarsi al sonno, egli ripensava alla casa che aveva lasciato, una capanna anche quella, dove viveva d’inverno con la madre e sette fratelli. Tutti erano impegnati nel lavoro dei campi e la loro vita era assai povera. Infine, l’immagine di Penelope entrava con dolcezza davanti ai suoi occhi. Essi si conoscevano fin da quando erano bambini e il padre di lei gliel’aveva promessa come sposa. Ancora qualche anno e si sarebbero sposati. Allora le notti non sarebbero più trascorse sulla fredda paglia in solitudine, ella avrebbe diviso il giaciglio con lui e avrebbe aiutato sua madre, ormai vecchia e stanca, nelle faccende domestiche. Spesso la vedeva, nelle poche giornate di primavera che trascorreva al villaggio, china a lavare i panni al fiume. Egli passava di là con un carico di fieno sulle spalle e si sentiva subito felice, come se l’esistenza fosse un semplice prato vestito di fiori. Attraverso questi pensieri, la quiete della notte lo abbracciava nel suo profondo silenzio.

Un pomeriggio assolato e bruciante, si era allontanato con gli animali lungo prati lussureggianti di vegetazione. Infine, aveva scorto una grotta scura ed era entrato, ansioso di concedersi un fresco riparo dalla calura estiva. Al buio non riusciva a distinguere bene i contorni e solo verso il fondo intravedeva una luce così che, lentamente, passo dopo passo, si era avventurato alla scoperta della caverna. Poco dopo, si era trovato di fronte a un lago sotterraneo le cui acque lambivano dolcemente la terra dove frusciavano piccoli alberi dalle rotonde forme perfette. Si respirava un dolce profumo. Allora egli si era seduto sulle sponde del lago, si era appoggiato a un tronco e aveva iniziato a suonare la musica più ammaliante che avesse mai saputo comporre. Una fanciulla bellissima, dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri come il cielo sereno, vestita solo di foglie e che sembrava comparsa dal nulla, aveva intrapreso a danzare davanti a lui. Poi, l’aveva accompagnato per mano in una radura riparata: là l’aveva baciato a lungo con amore.

Molte ore più tardi, Zircon si era trovato solo. La notte era scesa e le pecore belavano affannate. Di malavoglia, Zircon le aveva ricondotte all’ovile e, appena giunta l’alba, era tornato alla grotta e aveva ricominciato a suonare il suo flauto. Subito era giunta la fanciulla che l’aveva abbracciato e reso felice ancora e ancora.

Molti giorni erano passati, anzi mesi, le pecore avevano avuto gli agnellini e il tempo s’imbruttiva: bisognava ritornare a valle. Zircon non sapeva decidersi perché non poteva lasciare la sua meravigliosa fanciulla. Ella non gli parlava mai, non sapeva neppure il suo nome, solo si stringeva a lui come un naufrago al suo relitto e Zircon non capiva come potesse fare per portarla con sé.

Suo fratello Aseo era venuto a cercarlo sui monti: - Come mai non torni a casa? La stagione è finita, ti aspettiamo e abbiamo bisogno di te nei lavori dei campi. -

Zircon aveva confessato la verità al fratello che l’aveva accusato di sognare.

-    No, ti porterò da lei. La vedrai, ella mi ama. -

Alla grotta, però, nessuno aveva risposto al dolce suono del suo strumento.

-  Tutti sanno - gli aveva detto il fratello - che i monti racchiudono pericolosi spiriti maligni. L’esplorazione delle grotte è sempre rischiosa e chi vi si è inoltrato, spesso, è arrivato alla follia e all’ossessione! Non continuare con questa pazzia, torna a casa, alla certezza della tua esistenza di sempre. -

 Zircon non aveva voluto credere ad Aseo: era tornato il giorno dopo e molti altri giorni ancora nell’interno della montagna, ma purtroppo mai più nessuna fanciulla era accorsa al suo richiamo!

Infine, aveva dovuto fare ritorno a casa.

Penelope si era fatta trovare al fiume a lavare i panni. Ma egli non vi aveva fatto caso. Ogni giorno, andava nei campi a zappare, seminare, sarchiare, eppure la sua mente era lontana e la sera, appoggiato a un ulivo nodoso, esprimeva con il flauto tutta la sua disperazione. Gli sembrava allora quasi di vederla, lei, la sua amata fanciulla senza nome, sentire il suo profumo divino, le sue mani accarezzare lievemente il suo volto, quasi un soffio di vento… Aprendo gli occhi, invece, non trovava nulla. Ella non c’era, non rispondeva ai suoi appelli accorati.

Infine, anche i mesi erano trascorsi, era tornata la bella stagione ed egli, incurante degli occhi rossi di Penelope, aveva risalito le pendici del monte Smolikas con le pecore. Questa volta, però, si era accampato proprio vicino alla grotta per non dover tornare la sera alla vecchia capanna.

Appena sistemati gli animali, si era addentrato nello splendido paesaggio di fiaba. Gli alberi erano tutti fioriti ed emanavano un sentore così piacevole che egli non riusciva ad allontanarsi di là. L’acqua del lago, cristallina e tiepida, invitava a immergersi. E il pastore l’aveva fatto.

Subito, un’onda si era alzata e l’aveva inghiottito. Trascinato sul fondo, Zircon aveva potuto scorgere molti spiriti della montagna. Essi abitavano un enorme palazzo rosso scuro dalle finestre nere come la notte e ridevano e si divertivano tra di loro.

Ma, soprattutto, Zircon aveva visto lei, la sua adorata fanciulla, un tempo vestita solo di foglie. Ella ora se ne stava abbracciata stretta a un mostro dalla testa di tigre. I suoi capelli erano fatti di serpenti che si agitavano continuamente, estraendo dalle bocche le loro lingue biforcute. Il bellissimo corpo era ricoperto dalla pelle degli uomini che aveva condotto alla morte.

No, Zircon non poteva sopportare questo! Egli era balzato fuori dalle onde e, ripreso il flauto, si era messo a suonare con tutto il dolore dell’uomo di fronte al tradimento.

Giorni e giorni erano passati ed egli continuava a suonare. Non aveva mangiato né bevuto, né ricordato le sue pecore abbandonate che morivano a una a una attaccate dalle fiere.

Infine, la fanciulla dai capelli di serpente gli era apparsa ancora una volta nella sua vera natura. Ora non lo accarezzava più come un soffio di vento ma, intorno a lei, fremeva la tempesta. Le acque torbide del lago alzavano spaventosi cavalloni, intorno si ammassavano venti da spazzare via tutta la terra.

- Vattene, non voglio la tua vita. - gli aveva detto ridendo quella donna orrida e crudele -  Volevo giocare con te, ridurti in mio possesso e ci sono riuscita! Ormai hai perduto tutto: le tue pecore sono state divorate dagli animali feroci, Penelope non ti vorrà più e neppure la tua famiglia. Vai pure! -

Con un’ultima risata di scherno, lo spirito si era sprofondato di nuovo nelle acque, mentre intorno infuriava la bufera.

Zircon non si era mosso di là e aveva continuato a suonare. Lentamente, l’atmosfera si era rasserenata, morbidi petali di fiori erano scivolati sulle sue membra e gli sembrava ancora che fosse lei ad accarezzarlo come in un soffio di vento.

Nessuno l’aveva visto mai più.

Molti secoli della Terra erano trascorsi prima che allo spirito maligno fosse stato concesso di tornare ad avere un corpo umano.

- Se devi faticare tanto nella vita terrena - spiega il maestro in cielo - è perché devi scontare tutto ciò che hai sbagliato in una vita precedente. Il tuo karma conosce ogni cosa del passato e del futuro: nella catena delle incarnazioni nulla avviene a caso ma ogni evento è conseguenza dei fatti precedenti. Se, invece, fai qualcosa di buono sarai ripagato nella prossima incarnazione. -

L’insegnante, un samniasi dalla lunga tunica arancione, i capelli bianchi e la barba incolta, chiarisce ancora:

-      Non dobbiamo confondere la Vita con l'Esistenza. L'Esistenza riguarda la nostra comparsa fisica sul pianeta e si conclude con la nostra morte. La Vita, invece, non conosce fine: essa è impermanente. La Vita non è soggetta a inquinamenti; è immutabile, inalterabile, oltre la dualità dei contrari.

 -         Ma io voglio un’esistenza migliore! - si lamenta Maria - 

 -    Un’esistenza migliore non è fuori, è dentro di te, nel livello di coscienza che avrai raggiunto. - risponde Chiara.

 -     Brava! - approva il monaco. - Ognuno deve percorrere la propria strada e acquisire un livello di coscienza sempre più profondo. Spesso le strade dei nostri amici e di coloro che amiamo corrono parallele alla nostra per un arco di tempo e noi riusciamo a trarre beneficio dalla condivisione e dall'aiuto reciproco. Se qualcuno, infatti, può insegnarci qualcosa, dobbiamo ascoltarlo con umiltà ed essergli riconoscenti perché ci dà la possibilità di migliorare. Infine, però, ognuno è responsabile di se stesso e la strada da percorrere è quella individuale. Siamo soli nella progressione dello spirito così come al momento della nascita e della morte.

 -       Ogni attimo è quindi estremamente importante. - asserisce Elisa - Ad esempio, nella mia ultima esistenza terrena, ho dovuto affrontare tante sofferenze. Eppure, non sarei tornata indietro, per evitarmi qualche dolore, neppure di un mese, perché ogni giorno capivo di sapere qualcosa in più del precedente. -

Alcuni alunni, stanchi, si alzano e passeggiano intorno al banco…-

-   Attenti, ragazzi. - richiama il maestro - Questi sono concetti essenziali. Chi vuole dire qualcosa? -

Ilaria china il capo spaventata…

- Vediamo chi non è stato attento. Tutti mettano la testa sul banco senza guardare i compagni e chi non è stato attento alzi la mano. Così solo io, il maestro, vedrò chi si è comportato in modo immaturo e non è pronto per ritornare in un’altra condizione terrena. 

Gli allievi appoggiano le testoline dai vari colori sui loro banchetti. Qualcuno, vergognandosi un po’, alza la mano. Il samniasi sorride dolcemente. Egli ha concluso la lunga catena delle incarnazioni e ora si occupa di educare gli altri.

- Vieni, Ravi. Per te è scritto che potrai condurre molte altre persone sulla via della luce, insegnare la rotta a chi è confuso, perché Dio è con te. Tornerai presto sulla terra e Rosaria ti accompagnerà lungo il cammino. -

An Ni, che un tempo si era chiamata Penelope, guarda con i suoi occhioni neri Wu. Presto, anche a loro sarà concesso di avere un’altra esistenza. “Non importa quante volte dovrò tornare sulla Terra, - pensa -mi basta che ogni volta Wu sia con me.”

Renata Rusca Zargar

STORIA DELLA STREGA DI SAVONA E ALTRI RACCONTI DI VIOLENZA di Renata Rus...

sabato, aprile 9

BANDIERE DI SABBIA DAL SAHAEL di P. MAURO ARMANINO


            Bandiere di sabbia dal Sahel

Persino il Vaticano ha la sua. Così pure i Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite e altri il cui statuto non è ancora determinato. Le bandiere costituiscono un simbolo tra i più eloquenti per esprimere e rafforzare l’identità personale e collettiva. Le bandiere si usano per le manifestazioni sportive, politiche, culturali, religiose  e funebri. Ad ognuno la sua bandiera da sventolare, ammirare, custodire e difendere. Eppure, di per sé, non si tratta che di un pezzo di stoffa attaccata ad un’asta e rappresenta, simbolicamente, un gruppo o un comunità. Nazione, territorio, città, organizzazione, compagnia commerciale, gruppo religioso, politico o sportivo. Ad ognuno i suoi colori e l’affiliazione che ne consegue. La distruzione o la cattura della bandiera, significano la dissoluzione dell’identità e la sua ‘cattura’ da parte di un’altra entità. Le più antiche e note ‘bandiere’ riconosciute sembrano trovarsi in Cina, duemila anni prima della nostra era. Fatte di seta.

Dall’invenzione delle nazioni e degli stati in poi, le bandiere hanno gradualmente assunto connotati molto più precisi e contundenti. Eserciti, battaglioni, reparti, squadriglie e comuni cittadini, trovano nella difesa della bandiera una delle ragioni per dare la vita o prenderla ad altri. I politici parlano e la bandiera è sullo sfondo o nelle loro mani, a ricordare il popolo che rappresentano e che ha loro delegato il potere di difenderlo. Nelle manifestazioni sportive internazionali c’è l’uso del giro di pista con la bandera del  Paese del vincitore. Nell’immaginario collettivo non c’è nulla  di più potente di una bandiera che sventola e si presenta come immortale nel tempo. Le bandiere seguono le mode del momento e lo spirito del tempo. Ad ogni epoca la sua bandiera da esibire al momento opportuno. L’uso di deporre la bandiera sul feretro di un defunto vuole esprimere il riconoscimento postumo della sua vita al servizio della patria. 

Già, la patria…’ Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé’…il ben noto inizio della rivoluzionaria ‘Marsigliese’, l’inno nazionale della Francia, dalla bandiera tricolore. Patria è un nome che deriva dal latino pater, padre: terra degli antenati, il Paese di origine e che ci è caro…la comunità alla quale si appartiene. Padre e non madre, o meglio la ‘madre- patria’ per mettere tutti d’accordo. Il giorno della gloria è arrivato, recita l’inno in questione, emblematico per la sua storica sincerità. Esso termina…’Alle armi, cittadini/formate i vostri battaglioni/Marciamo, sì marciamo/ che il sangue impuro irrighi i nostri solchi’. Tutto è detto in questa frase e di questo parlano, senza dirlo o senza avvedersene, gli stendardi che esibiamo con fierezza. Meglio ricordare che, pure le bandiere, sono di sabbia e alla sabbia torneranno. C’è da relativizzarle e imparare piuttosto a tessere, color di sabbia, la bandiera di un'altra patria. C’è chi scrisse, infatti..’reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri’… (D. Lorenzo Milani, lettera ai cappellani militari, 11 febbraio 1975). 



         Mauro Armanino, Niamey, 10 aprile 2022

TIMELAPSE di ANNA MONTELLA


 

venerdì, aprile 8

FIORI AOSTANI DI MONTAGNA E FIORI DEL MILANESE IN PIANURA

E' bello scambiarsi immagini floreali, in questa primavera che tarda ad arrivare, tra amiche che abitano in due regioni dal clima molto diverso. 

Qui sotto, foto di Alessandra Giusti dalla Val d'Aosta


scilla siberica o siberiana, detta anche falso giacinto


Croco

Qui  sotto foto di Danila Oppio dal suo giardino del milanese

camelie a profusione: devono ancora fiorire quelle bianche








Buona primavera a tutti!