POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, febbraio 26

LASCIATE CADERE LE ARMI DALLE VOSTRE MANI OSSIA IL GRIDO NEL DESERTO

 

Lasciate cadere le armi dalle vostre mani ossia il grido nel deserto

… Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: mai più la guerra, mai più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità! Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli … Era il 4 ottobre del 1965. Il papa Paolo VI indirizzava questo messaggio ai 166 Paesi rappresentati in quel momento all’Assemblea delle Nazioni Unite. 

La quotata organizzazione svedese Lasciate cadere le armi dalle vostre mani ossia il grido nel deserto.La quotata organizzazione svedese https://ucdp.uu.se/ Uppsala Conflict Data Program’ registrava, nel 2022, cinquantacinque conflitti armati nel mondo dei quali otto considerati come guerre. Ci risiamo! In tutti questi anni, nella complice adesione di Paesi e Comunità Internazionale, i fabbricanti di armi hanno pienamente risposto alle aspettative e attese delle élite politico- finanziarie che vogliono ad ogni costo perpetuarsi al potere. Le guerre sono il mezzo privilegiato che garantisce perennità e guadagni alle industrie degli armamenti e all’ideologia letale che le crea. Non dovremmo però lasciarci illudere o fuorviare dalle necessarie analisi geopolitiche o macroeconomiche.  Il Sistema di Dominazione che a tutt’oggi continua a governare il mondo, trova ispirazione e giustificazione in un malessere di natura che potremmo definire religiosa. Le divisioni e contraddizioni del mondo e delle strutture portanti delle società evidenziano le conseguenze di un rapporto distorto degli umani col loro destino. La rottura del legame con l’origine è il nostro dramma. 

Il vuoto che, soprattutto nell’occidente, sembra condurlo al nichilismo, si esprime in particolare nel declino demografico che appare come uno dei sintomi della perdita del senso e fiducia nella vita. Ridurre le persone a meri consumatori, carne da cannone, elettori occasionali di una politica asservita al capitale, sudditi di un progetto imperiale, merce di scambio per un potere ammalato di arroganza o servitori volontari del dio denaro non può che condurre al riarmamento del mondo. Si tratta, infatti, di una risposta violenta alla violenza radicale perpetrata sulla dignità della persona umana. Ciò a cui assistiamo nello spazio del Sahel, da secoli luogo di convivenze serene e conflitti anche armati, non si distacca dalla prospettiva citata. Infatti, solo nel 2023 sono 11 643 i morti da attribuire alla violenza dei gruppi ‘islamisti’. I decessi sono triplicati dal 2020, data del primo colpo di stato giustificato proprio per motivi di sicurezza.  Da allora sono seguiti altri ‘putsch’ con una graduale militarizzazione della vita politica e sociale. Le spese negli armamenti sono andate a scapito di quelle sociali e non casualmente sono i militari ad aver preso il potere in questi Paesi. Il totalitarismo nel pensiero sulle armi come unica salvezza è la storia antica di una sconfitta annunciata.

           Mauro Armanino, Niamey, 25 febbraio 2024

RACCONTO DI QUANDO HO INCONTRATO IL PAPA(DANILA OPPIO) nel periodo durante il quale fu Cardinale e Arcivescovo di Milano e che venne a visitare i nuovi cresimandi,  presso la Parrocchia di San Francesco da Paola in via Manzoni, a Milano e dove mi lanciai, appena seienne, per un abbraccio cui mi sembrava d’aver diritto. Infatti, 2 settimane dopo la sua visita pastorale, mi cresimò e mi sorrise ancora, riconoscendomi per la sfacciataggine da me usata quando Gli chiesi se fosse vero, come mi spiegò mia zia che sarebbe stata la mia madrina, che Giovanni Battista Montini mi avrebbe dato uno schiaffo, e lui mi bisbigliò: “segui bene la celebrazione e con attenzione osserva quel che faccio. 1320 Il rito essenziale della Confermazione è l'unzione con il sacro Crisma sulla fronte del battezzato (in Oriente anche su altre parti del corpo), accompagnata dall'imposizione delle mani da parte del ministro e dalle parole: « Accipe signaculum doni Spiritus Sancti » – « Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono »Mi mise l’olio santo sulla fronte, mia zia vi pose il nastro per proteggere l’unzione, e il Cardinale mi fece una lieve carezza ponendo due dita sulla mia guancia. Niente ceffoni?

L'avrei mai creduto che l?Arcivescovo di Milano che mi cresimò in Duomo sarebbe diventato Papa Paolo VI?

I cresimati talvolta sono definiti Soldati di Cristo, e quindi, leggendo l’articolo di Padre Armanino, i cristiani non dovrebbero armarsi con strumenti offensivi, che feriscono o tolgono la vita e sentirsi invece difensori dell'umanità e del nostro Pianeta,  indossando quelle che ci ha insegnato il Signore, ovvero la preghiera, la misericordia, l’amore verso la natura e gli esseri viventi e mi piacerebbe fosse desiderio di tutta l’umanità, non importa a quale religione essa appartenga. L’Amore è un sentimento che dovrebbe essere universale. 

Ndr:Sono andata a sbirciare su qualche giornale online, giusto per non scrivere inesattezze.  E ho pescato queste poche righe, che illustrano parzialmente la figura di Papa Paolo VI.

Papa Paolo VI: dopo 60 anni, un Papa ancora molto influente sulla Chiesa e l’Italia ,    Di Corrado Cavallotti 21 giugno 2023

Paolo VI: con questo nome il 21 giugno 1963 Giovanni Battista Montini, cardinale arcivescovo di Milano, sale al Soglio pontificio. Sarà Papa per 15 anni, morendo a Castelgandolfo il 6 agosto 1978. Bresciano (di Concesio) per nascita, romano per quasi tutta la sua esperienza ecclesiale (salvo, appunto, i nove anni di episcopato milanese), è uno dei quattro Pontefici del secolo XX già canonizzati (insieme a Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II). È stato, probabilmente, il successore di Pietro più influente sulle vicende politiche italiane della storia unitaria nazionale. Nonché, naturalmente, al crocevia di uno snodo capitale della storia della Chiesa cattolica, quale il Concilio ecumenico Vaticano II.

60 anni dall’elezione, che cadono proprio oggi e 45 dalla morte sono un tempo appena sufficiente, per abbozzare un giudizio sulla sua azione e il suo magistero. Proviamoci, allora, con la modestia (non falsa) di chi sa di portare soltanto un punto di vista; e la dichiarata ambizione di incitare i lettori a fare altrettanto, o almeno sollecitarne la curiosità.

(Tratto da un articolo di meno di un anno fa e che troverete per esteso a questo linK. ://www.ilmiogiornale.net/paolo-vi-dopo-60-anni-papa-influente-sulla-chiesa-e-litalia/)

che la redazione di questo Blog ha cercato su ispirazione del testo di p. Mauro Armanino


martedì, febbraio 20

IL PAESE INVISIBILE di P. MAURO ARMANINO


                  Il Paese Invisibile

Contrariamente a quello visibile, il Paese invisibile non viaggia. O meglio, semmai migra per cercare lontano quello che pensa di non trovare accanto. Invece, il due volte presidente del Niger, Issoufou Mahamadou, dopo alcuni mesi di segregazione forzata, ha viaggiato fino ad Addis Abeba. Un aereo speciale dal Ghana per l’ennesimo incontro sulla libera circolazione di beni, servizi (e persone?) in Africa.  E’ andato, forse, a tentare di (ri)mediare per la crisi economica che il Paese attraversa dall’arresto ai domiciliari, da fine luglio dell’anno scorso, del presidente Mohammed Bazoum. Quanto al primo ministro e altresì ministro dell’Economia e delle Finanze del governo nominato dalla giunta militare al potere, Mahaman Lamine, ha viaggiato in vari Paesi prima di tornare all’ovile. Dal Congo, per un incontro sulla situazione in Libia, ha in seguito raggiunto, con una delegazione del governo per una visita di lavoro, Mosca, Ankara, Teheran e Rabat. Il Paese Invisibile, invece, passa la frontiera del Benin con la piroga come un clandestino ben noto.

I cittadini normali si muovono in taxi, bus o minibus all’interno del Paese. Altri sono sfollati a decine di migliaia attorno al lago Ciad o nella zona delle Tre Frontiere che unisce e divide i Paesi che hanno scelto di coalizzarsi. Niger, Mali e Burkina Faso si trovano coi militari al potere in seguito a colpi di stato motivati dall’incapacità dei civili di fronteggiare gli attacchi dei gruppi armati ‘terroristi’. Consapevolmente o meno i soggetti costitutivi del Paese Invisibile sono coloro che hanno imparato a sopravvivere, dalla colonizzazione francese ai vari regimi militari con timidi accenni alla democrazia della miseria. Il passaggio alla miseria della democrazia è avvenuto senza destare sospetti. Da un lato i Grandi Commercianti, i Politici da loro pagati per assecondarli, i militari come guardiani del rispetto dei patti e il popolo confiscato della sua sovranità. Il Paese Invisibile è composto da coloro che non sanno o ai quali non è dato sapere che in loro risiede la fonte del diritto, della politica e della giustizia. Quest’ultima è stata la grande assente dei vari regimi al potere.

Gentile cliente, in conformità con l’ordinanza n.2023-18, che modifica e completa la n.2023-13 con la creazione di un Fondo di Solidarietà per la Salvaguardia della Patria, istituisce un prelevamento automatico di 10 F su ogni appello a partire da 12 F e su ogni ricarica superiore a 200 F. Tutto ciò con lo scopo di contribuire in modo forte e sostenuto alla Salvaguardia della Patria a partire dal 25 gennaio del 2024. Anche i cittadini del Paese Invisibile hanno ricevuto questo messaggio sul loro telefono cellulare e, senza udibili commenti, si sono adeguati al premeditato salasso quotidiano. Un prelievo invisibile per uno scopo invisibile nel Paese Invisibile. Difficile misurare l’entità delle entrate e soprattutto delle uscite di questo inedito patrimonio pecuniario. Così com’è stato difficile capire come sono potuti arrivare senza sospetto, 1 400 kili in lingotti d’oro da Niamey in Etiopia il mese scorso. Il Paese Invisibile osserva, attonito e sono veramente in pochi, finora, coloro che fanno l’opzione di ascoltarne l’assordante silenzio. 

Il Paese Invisibile esiste, resiste e persiste. In mancanza di intellettuali che hanno svenduto al miglior offerente quanto loro corrispondeva per missione, il popolo del Paese Invisibile ha imparato a memoria un detto tramandato di generazione in generazione. Tutto ciò che si fa senza di Lui è, in definitiva, contro di Lui.

                Mauro Armanino, Niamey, 18 febbraio 2024


lunedì, febbraio 19

13 – STILE DEL CRISTIANO – IL FICO CHE METTE LE FOGLIE (il tempo di Dio) Conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD

 

Carissimi,

soltanto ora riesco a inviarvi l'ultima conferenza[13] sulla Parabole. Sono stato ricoverato per tre settimane in ospedale, ed ora mi hanno dimesso (ancora intero!). Se tutto andrà bene, ci rivedremo alla prossima serie. Se sì, non so ancora quando; ma ci risentiremo, a Dio piacendo. Vorrei però ringraziarvi tramite e-mail, non avendo potuto farlo a tempo debito. Vi auguro ogni bene.

 Padre Claudi

13 – STILE DEL CRISTIAN0 – IL FICO CHE METTE LE FOGLIE

 (il tempo di Dio)

Poi Gesù disse questa parabola: 

Osservate bene l’albero del fico e anche tutte le altre piante. Quando vedete che mettono le prime foglioline, voi capite che l’estate è ormai vicina. 

Così dovreste fare anche voi: quando vedrete che stanno per accadere tutte queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. Vi assicuro che questa generazione non passerà prima che tutto avvenga. Cielo e terra passeranno, ma non le mie parole!».(Luca 21,28-33)


La pianta di fico è presa come paragone forse perché s’alzava con i suoi bottoni pregnanti pronti a emettere foglie, proprio dove Gesù – sul monte degli Ulivi – stava parlando ai suoi discepoli. (Dicono che il fico sia una delle piante più frequenti del territorio palestinese).

Per comprendere il significato della parabola, è bene collocarla nel suo contesto.

Siamo vicini ai giorni della Passione, quando ormai scribi, farisei, sadducei e ipocriti di ogni genere hanno stancata la pazienza del Salvatore: sembra proprio che tutta quella gente si rifiuti di credere all’evidenza più luminosa: 

– di miracoli, ne aveva fatti più del bisogno, 

– di verità, ne aveva annunziate: o a parole rotonde, o per mezzo di parabole (che le cose le dicevano sotto veli trasparenti da farle capire anche agli orsi); 

Qualcuno Gli aveva rivolte domande che facevano nascere la speranza che ormai fossero maturi i tempi, per buttarsi in ginocchio innanzi a Lui con un «credo» pieno di entusiasmo; invece erano sempre i medesimi: dicesse profezie o parlasse per allegoria, tirasse fuori insulti da bruciare la pelle o li animasse con i segni della misericordia, sembrava di parlare al muro: «ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati, assassini di profeti», non c’era niente da fare. Niente da fare neppure con la dolcezza, l’accostamento, il riferimento chiaro tra una parabola e un gesto di bontà.

Con i suoi discepoli esisteva, invece, una certa confidenza; anche se non sempre egli poteva essere tranquillo sul loro comprendonio: spiegava le cose con fiducia e parlava di cose o di avvenimenti per loro strani, ma che sono la base su cui costruire un cristianesimo serio. 

Era arrivato, Gesù, persino a piangere davanti a loro quando, osservando Gerusalemme e il suo Tempio, ne aveva previsto e predetto la distruzione e il castigo della città Santa, mentre il suo pensiero correva anche più avanti: alla fine del mondo. [Tanto da creare una certa confusione tra la distruzione del tempio e la distruzione del mondo].  

E fu proprio a proposito di questi accadimenti che egli raccontò la breve parabola del fico annunciatore di primavera. [Forse un Biblista vi potrebbe dare spiegazioni complete e precise; io m’accontento di dirvi le cose da catechismo (via sicura per il Paradiso)]

Il concetto che Gesù voleva esprimere è semplice e fondamentale: né Gerusalemme, né il suo Tempio, opera dell’uomo, sono eterni, e neppure il mondo è eterno: Dio solo ha in mano l’eternità e ne fa partecipi i suoi figli che si sforzano di vivere secondo la sua volontà. 

Anzi l’unico suo desiderio è che gli uomini non si lascino travolgere dalle cose e giungano impreparati al momento in cui il temporaneo finisce ed inizia l’eterno.

Questo momento in cui le cose cambieranno è nella mente di Dio ed è preparato, per quel che riguarda l’uomo, dal maturare di altri eventi. 

La distruzione di Gerusalemme avverrà quando sarà pronto l'imperatore romano Tito, il sacrilego profanatore del Tempio, il vendicativo distruttore di popoli; ma già aleggia nell’aria qualcosa che lascia intravedere “l’ira funesta” dei Romani).
La fine del mondo avverrà solo quando Dio vorrà, ma ha già fatto capire che essa avverrà; Lui sa di che cosa ha fatto il mondo e che consistenza ha la sua composizione.
Si ricordino dunque gli uomini che il tempo passa velocemente e che come l’estate giunge immediata-mente dopo le foglioline del fico, così la fine può avvenire dal mattino alla sera di un “giorno” più o meno lungo. Ma non dimentichi l’uomo che ci son conclusioni previste ancor più velocemente; guarda per esempio la vita di un fiore o la vita di un uomo.
E qui siamo entrati – con parlare... in italiano – in fatti estremamente chiari.
Tanto che noi anziani – che ci pare ieri quando ci spuntarono i primi baffetti (parlo di uomini, si capisce) – già ne abbiamo tagliati, lisciati dei mezzi chilometri e ci pare ieri che ponevamo le date 1950 -’80-’95-’99 ecc. e siamo nel 2024, e non abbiamo tanta certezza di raggiungere il 2026 o al 2029.
Il che, in parole povere, vuol significare che 
1° – tra le prime foglioline del fico e il fico con la goccia d’oro,... beh! c’è un fiato: 
2° – e che ... appena defunti..., siamo già nel mondo nuovo, come se il vecchio fosse distrutto.
Ma non prendiamocela poi tanto amaramente, perché se rimanesse sempre la primavera dalle foglioline tenere, addio bei fichi; ma addio anche buon vino, buon pane, e gioia del raccolto, come dire: addio speranza!


 UN FICO CHE NON RISPETTA LE STAGIONI
(Dio chiede “miracoli”)

«L’indomani, uscendo essi da Betania, Gesù ebbe fame. E veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa; ma, avvicinatosi, trovò soltanto foglie. Non era, infatti, il tempo dei fichi. 
Prendendo allora a parlare, disse all’indirizzo del fico: “Nessuno mai più, in eterno, mangerà frutto da te!”. E i discepoli udirono. 
(…) Passando la mattina dopo accanto al fico, lo videro secco dalle radici. Pietro si ricordò e disse: – “Rabbì, vedi! Il fico che hai maledetto s’è seccato!” . 
E Gesù prese a dir loro: “Abbiate fede in Dio. In verità vi dico: chiunque dirà a questa montagna: Levati e gettati nel mare! E non esiterà in cuor suo, ma crederà che accadrà ciò che dice, l’otterrà» (Mc., 11, 12-14; 20-23)
Più volte ho tentato di evitare l’episodio del fico sterile. Mi dava un gran fastidio.
La pretesa di Gesù di cogliere un frutto allorché non è ancora la stagione, mi sembrava assurda, oltre che ingenua. Difficile trovare una giustificazione “ragionevole”. Meglio scantonare. Meglio epurare quella pagina del vangelo, scomoda. La scomodità è un conto, il ridicolo, un altro.
– Voltaire ci aveva riso a crepapelle. I teologi avevano cercato in tutte le maniere di scavalcare pietosamente la difficoltà, con modesti risultati.
Alcuni interpreti avevano persino insinuato il dubbio che il fatto derivasse da una tradizione spuria.
Alla fine, però una conclusione s’imponeva: proprio la sua non-ragionevolezza è la garanzia della sua autenticità. 
Quindi dobbiamo fare i conti anche con questo povero fico che ha l’unico torto di rispettare le stagioni. Si potrebbe definire una pianta colpevole di osservare scrupolosamente il regolamento!
Fosse almeno un parabola! Potremmo sempre scoprire un’applicazione che non faccia a pugni con la nostra logica. Invece si tratta di un episodio realmente accaduto. È un episodio che diventa parabola: la parabola che documenta le assurde pretese di Dio nei miei riguardi.
E, allora, per capire, per non scandalizzarmi, devo sbarazzarmi del mio buon senso; devo sradicare le mie esigenze razionali.
Quanti tentativi di ridurre a “dimensioni ragionevoli” le pretese di Cristo! Quante rassicurazioni ci sono state date in proposito. Quante volte abbiamo udito labbra “devote” sentenziare: “Dio non pretende tanto…”. Evidentemente, per questi “tranquillizzatori” di mestiere, l’episodio del fico che viene maledetto, dev’essere stata una banale svista del Signore, un grosso abbaglio in fatto di calendario.
Gesù Cristo non esige molto;  e non ci chiede neppure moltissimo. Ci chiede semplicemente l’impossibile. Pretende il miracolo. Quasi ci dicesse: l’amore deve far miracoli!
“Ho un professore esigentissimo”, si lamenta lo studente. Eppure Dio è “peggio” ancora. Quando vai a sostenere l'esame d’italiano, ha il coraggio d’interrogarti in … trigonometria.
“Il mio padrone non capisce nulla”, sbotta l’operaio. “Cinquecento bulloni al giorno. E lui adesso ne esige seicento. Non sa che cosa vuol dire…”. 
Eppure il Signore è ancora “peggio”. Aspetta da te il bulloni anche quando sei in ferie…
“La mia superiora sceglie soltanto me, che sono super-occupata…”. Eppure il Signore ti chiede quest’atto di fede, perché ha fiducia in te… 
“In casa mia i miei pretendono e si aspettano che faccia tutto io, che ormai sono anziana…”. Eccetera, eccetera...
••  Torniamo all'episodio. 
1 – «Gesù ebbe fame. Veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa».
Lo vedo avvicinarsi a me. Ha fame. Punta lo sguardo e mi fruga dentro, perché cerca “qualcosa”: 
un frutto, anche uno solo, in mezzo al fogliame.
Fa l’inventario della mia mercanzia, per scoprire “qualcosa” che interessa a Lui. 
Mi auguravo che non si occupasse di me, non mi individuasse. Si accontentasse di passarmi accanto. Uno dei tanti alberi che fiancheggiano la strada. 
Perché concentrare la sua attenzione proprio su me? Perché frugarmi con quegli occhi implacabili?
Egli ha fame. E io sono un albero da frutto. Non una pianta ornamentale.
2 – “Ma avvicinatosi, trovò soltanto foglie”. Cioè
Un laico. “Il mio nome scritto sul registro dei battesimi. La tessera dell’Azione cattolica. L’immaginetta nel portafoglio. La medaglia di san Cristoforo sul cruscotto dell’auto. “Ho uno zio Monsignore”. 
Le mie chiacchiere… “Sono stato in pellegrinaggio ad Assisi, Lourdes, Medjugorie… Sono stato attento alla predica del parroco e risposto alla s. Messa. Sono persino abbonato al quotidiano cattolico, leggo il settimanale diocesano e ricevo il Bollettino di Sant’Antonio. Non vado a vedere – o non vedo – porcherie, sul computer ... Non faccio del male a nessuno…”.
Gesù:… Soltanto “foglie”; commenterebbe il Signore. “Tutto lì il tuo cristianesimo? Ma io voglio frutti, non foglie. Ho fame e la tua ombra non mi riempie lo stomaco…”.
3 – “Non era, infatti, il tempo dei fichi”.
Noi: “Signore, ragiona: non è la stagione; non ho avuto tempo. Perché tanta fretta? Sii comprensivo, dunque. Non sono un santo, in fin dei conti. Persino il sacerdote col quale mi sono consigliato, mi ha detto che posso star tranquillo, che non sono obbligato…
Avrei dovuto parlare? Prendere posizione? Ma non era opportuno; ci vuole prudenza, non bisogna precipitare le cose, si rischia di compromettere tutto. 
E poi,…  non se ne sarebbe cavato nulla ugualmente. Non è la stagione! 
Signore, controlla per favore il tuo calendario. Ci dev’essere uno sbaglio. Vedi di regolarlo sul mio, e lasciami … in pace”.
4 – “Prendendo allora a parlare, disse Gesù all’indirizzo del fico: – Nessuno più in eterno mangerà frutto da te –. E i suoi discepoli udirono”. 
Udirono… Chissà se anche compresero che la fede deve spuntarla sulle false necessità? Che l’amore ha il dovere di compiere miracoli?
“Tenevo un’agenda – confessa uno scrittore – sul mio tavolo. [Come molti di voi, credo]. Ogni giorno ci erano segnati i miei appuntamenti, le scadenze. Insomma, tutto ciò che dovevo fare.
Certi fogli erano massacrati di richiami, di impegni. Osservandoli, riconoscevo di “fare fin troppo”. In alcuni giorni, quando ero letteralmente strangolato dal lavoro, rubavo ore al sonno, per rispettare l’agenda. E mi illudevo di essere tremendamente esigente con me stesso.
Se avessi lasciato quell’agenda nelle mani del Signore… Vi avrebbe scritto sopra cose impensate, richieste folli, scadenze impossibili, cifre spropositate. Ed io, leggendo quelle esigenze assurde, avrei strabuzzato gli occhi e avrei avuto l’impressione d’impazzire. 
Avrei dovuto, invece, essere ubriaco di gioia, perché era segno che Dio mi riteneva capace dell’impossibile. Se Lui cerca il fico fuori stagione, significa che ama, stima quella pianta fino al punto di ritenerla capace del miracolo.
Chi non ama, chiede quisquilie. Gli uomini chiedono così poco alle creature: briciole di tempo, il corpo, la bellezza, qualche attimo di piacere, un po’ di considerazione, una manciata di denaro, qualche applauso, qualche inchino più o meno spontaneo…
Non li amiamo. Si limitano, perciò, a chiedere loro delle miserie. 
E così ci comportiamo verso Dio!! “Cercate prima il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato”. Sono parole di Gesù. Invece anche con Lui ci fermiamo alle “cianfrusaglie”, all'accessorio.
Dio invece, mi ama. Mi stima immensamente. Mi chiede, infatti, tutto. Esige da me l'impossibile.
Gesù Cristo non è morto in croce affinché io “non facessi del male a nessuno”, ma affinché diventassi capace di fare miracoli.    (liberamente da Pronzato – Vangeli scomodi – 319)


Gesù ripete spesso [e lo chiede il Padre stesso per il suo Figlio]: “ASCOLTATE!”
La nostra preghiera dovrebbe essere spesso questa: “Signore, apri la mia mente e il mio cuore!”
Ma che cosa comporta “ascoltare”?
Parlare è facile; non così ascoltare.
Udire, come chi sente piovere, sentire il suono di campane senza saper da dove venga, 
anche questo risulta semplice.
Non così dell'ascoltare.
Porsi all'ascolto di qualcuno, in primo luogo significa
allontanare tutto ciò che può distrarre
il nostro udito, la nostra mente, il nostro spirito.
Ascoltare è costruire un silenzio bastante denso che esprima il grido interiore:
“Ora non esisti che tu solo!
Ora non esiste per me altro suono che la musica delle tue parole!".
Porsi all'ascolto di qualcuno significa arrestarsi,
fermarsi in un luogo, por fine all'agitazione, come per dire:
"Ora tu sei il mio centro, la mia metà!
La mia strada conduce solamente a te!”.
Porsi all'ascolto di qualcuno significa 
staccare lo sguardo da se stessi e volgerlo verso l'altro,
giungere a faccia a faccia, come per dire:
"Sono qui! Non esiste per me nessun altro interesse!
Sono pronto ad accogliere persino il sussurro delle tue parole!”
Ascoltare equivale ad accogliere,
ad aprire completamente le porte dietro cui uno si ripara,
ad abbattere tante fortezze e frontiere dietro cui noi ci barrichiamo.
Ascoltare un altro equivale a non far caso a noi stessi e preferire l'altro.
È preferire colui che mi sta dinanzi,
ed accoglierlo con il suo sacco colmo di vestiti più o meno puliti;
però che sono suoi...
È accettare che entri in me,
significa ricevere l'altro con i suoi sogni e i suoi desideri,
con i suoi gusti e disgusti;  con le sue preferenze e fobie.
È prevedere che butterà per aria
gli scaffali della mia esistenza, ordinati con tanta cura;
significa cedergli il posto; offrirgli le chiavi di casa, come se gli dicessimo:
"La tua presenza butterà tutto a gambe all'aria, però corro il rischio: ti ascolto!".
••• Stiamo per entrare in Quaresima. 
Ebbene, la Quaresima è proprio il tempo dell'ascolto, 
perché è il tempo in cui, lentamente, assimiliamo questa Parola
che è venuta ad abitare fra noi.
Quaresima è il tempo in cui tutti coloro che ascoltano la Parola
imparano a cambiare le loro tenebre in chiarore;
il tempo in cui, ponendosi in ascolto,
assumono il rischio di intraprendere un cammino verso la luce.
La Quaresima  è il tempo in cui gli uomini ascoltano il Signore
attraverso l'altoparlante di ogni prossimo.
È quando tutto ciò che indurisce i cuori, si scioglie dinanzi al calore del Vangelo.
È quando sbocciano sulle labbra parole nuove
e nel cuore sentimenti nuovi
e la condotta si apre ad attitudini nuove....

Così nasce l'Altro – Dio – in noi.
Per questo, perché... la Quaresima è il tempo del nascere!

mercoledì, febbraio 14

IL FESTIVAL DI SABBIA di Padre MAURO ARMANINO

Il Festival di Sabbia 

‘Grazie molte Mauro. Ho apprezzato tutta questa letteratura di sabbia. Dimmi … che penseresti tu di un Festival di Sabbia? Grazie e a presto, AKM’.  .. Confesso che l’idea dell’amico esperto in gestione e sviluppo rurale mi ha intrigato. Se etimologicamente la parola ‘festival’ aveva un connotato festivo è da tempo usata per giustificare l’assemblaggio di una vasta gamma di soggetti disparati. Festival musicali, cinematografici, di bellezza, arte, poesia, danza, scienza, filosofia, religione, sport e moda. Ammetto che non avevo mai pensato ad un ‘Festival di Sabbia’ inteso come improbabile celebrazione di questo elemento che caratterizza la vita, la storia e la politica del nostro tempo. D’altra parte, ciò che viviamo nel Sahel non è che un drammatico e affascinante Festival nel quale la sabbia appare come la protagonista ma non la sola.

Lei e, naturalmente, la polvere che di essa si nutre e propaga. In questa stagione cha da queste parti si chiama ‘Harmattan’, il vento del deserto che sposa la sabbia e da questo connubio nasce la polvere che il vento modella, trasporta distribuisce con superba equità nei vari Paesi del Sahel. Si può dunque affermare senza alcun dubbio che il Festival di Sabbia è inseparabile da quello della Polvere. Proprio lei che ricopre il vestito di Lawrence, originario della Liberia, cantante e chitarrista di classe ‘Reggae della Giamaica’. Dopo quindici anni di guerra civile nel suo Paese canta la pace e, già maturo di età, decide di raggiungere il Marocco e se possibile, passare il mare Mediterraneo un giorno. Arrivato a Niamey, complici le frontiere chiuse per le sanzioni decise dopo il colpo di stato nel Niger, si prende un tempo di meditare la sua vita.

 I soldi di Lawrence e la voglia di viaggiare sono entrambi finiti nella sabbia che, inutilmente, la ‘cintura verde’ della capitale e cioè gli alberi piantati come barriera, ha cercato di fermare. Ringrazia, passa più volte in ufficio e, in attesa di un non prossimo rimpatrio, si informa su spazi e luoghi dove poter esprimere il suo talento musicale. Il Festival di Sabbia risponderebbe alla sua attesa e solo mancano le condizioni per pubblicizzarlo quanto basta. A chi, invece, riesce bene l’evento menzionato, sono le scelte politiche dei tre Paesi dove i militari hanno preso il potere. Il Mali, il Burkina Faso e il Niger sono orchestrati da capi in uniforme kaki le cui immagini troneggiano, a tratti, su poster giganti nelle strade, sui giornali e circolano sui telefoni cellulari. Dopo aver estromesso le forze francesi dai territori citati, preso di mira gli accordi europei sul controllo delle frontiere e delle migrazioni, hanno imposto il ritiro dal consesso delle nazioni dell’Africa occidentale, chiamata familiarmente CEDEAO. Un Festival di parole e di velleità che la magia della ‘sovranità’ e la salvaguardia della Patria accendono d’immenso. Si rivela un autentico Festival di Polvere.

La stagione secca rima con venti che soffiano talvolta relativamente forti e per questo ‘fabbricano’ tutta la polvere che altera la qualità dell’aria e può favorire le malattie respiratorie come la tosse, mal di gola e influenze. L’organo maggiormente colpito dal fenomeno dalla polvere sono però gli occhi e dunque lo sguardo che si offusca e smarrisce una visione limpida e onesta della realtà. Attorno alle numerose rotonde che abbelliscono la capitale c’è almeno un agente della polizia nazionale che porta il mitra a tracolla, cosa inimmaginabile fino a un paio di mesi or sono.  Quanto alle citate frontiere, per non citare che quella con il Benin, sono diventate un mercato in piena regola nel quale militari, marinai, doganieri e agenti antidroga guadagnano come non mai prima. I numerosi viaggiatori che sfidano la chiusura prendendo la piroga sono discriminati a seconda della nazionalità di origine, i documenti in possesso e la mercanzia che trasportano. Ormai da sei mesi il Festival di Sabbia attraversa il fiume Niger in piroga senza darlo a vedere. 

Al momento la Democrazia come strumento politico di cambiamento per la quale molti hanno impegnato lotte, energie e talvolta la vita, sembra una realtà passata di attualità. Per fortuna arriva lei, la sabbia di polvere che il vento trascina, per l’unico Festival che davvero conti. Quello dei poveri che, come la sabbia, sono stati per troppo tempo calpestati e umiliati. Sono loro, di diritto, i primi protagonisti di un Festival che, come Lawrence scappato dal suo Paese per esportare la pace, cantano in silenzio la speranza di un popolo.

     Mauro Armanino, Niamey, febbraio 2024

Foto con P. Armanino, in acuni momenti della sua opera missionaria in Niger

lunedì, febbraio 5

GEOGRAFIE DI SABBIA NEL SAHEL di P MAURO ARMANINO


                       Geografie di sabbia nel Sahel

Qui nessuno ne ha parlato. Il vertice Italia Africa era troppo lontano dalla situazione politica del Paese per sperare di lasciare qualche traccia. Il Niger, dal colpo di stato del passato luglio, è attualmente in ‘osservazione giuridica’ da parte della Comunità Internazionale. Numerose, al Vertice, le rappresentanze di Stati africani, organizzazioni e istituzioni finanziarie internazionali, banche per lo sviluppo e vertici dell’Unione Europea. Ancora più numerosi, però, gli assenti come ad esempio la società civile africana, le rappresentanze di migranti e soprattutto quell’Africa profonda che i capi di stato non rappresentano affatto, i poveri. L’ambiguità del Piano Mattei sta tutta nelle parole dell’attuale segretario generale dell’Unione Africana che rilevava l’esclusione dell’Africa al momento di proporre un ‘Piano’ che la riguarda. Quanto all’approccio ‘paritario, non predatorio e non caritatevole, con l’obiettivo di contribuire alla crescita dell’Africa’, per intenderlo basta ricordare gli accordi che l’Italia ha stipulato con la Tunisia e l’Albania.

Senza probabilmente saperlo Constantin arriva in ufficio proprio durante il Vertice in questione. Partito dal Camerun da qualche anno, ha viaggiato nel Mali, la Costa d’Avorio, la Guinea ed ha soggiornato in Gambia e nel Senegal. Seguendo improbabili tracciati ha finalmente raggiunto la Tunisia con l’idea di raggiunger il Paese che ha organizzato il Vertice col suo continente di origine. Ha lavorato come giornaliero per tre anni raccogliendo pomodori e, visto il clima intimidatorio creatosi nel Paese, dormiva sotto gli alberi di olivo. Messi assieme i soldi per i ‘passeurs’ ha tentato per tre volte il mare che ogni volta ha mostrato tutta la sua buona volontà sull’esito del viaggio. L’ultimo tentativo è stato però fatale perché le guardie costiere tunisine l’hanno preso, detenuto, spogliato dei suoi averi e poi abbandonato nel deserto contiguo a quello algerino. Era notte e i militari hanno semplicemente indicato ai migranti le luci che si vedevano brillare, lontano. Lui e i suoi amici hanno camminato di notte e sopravvissuto al deserto per quattro giorni.

 Raggiunta un’oasi di ristoro e di salvezza, nella prima città algerina dove in seguito soggiornano, sono avvicinati da alcuni militari. Vengono arrestati, accompagnati e poi detenuti in un centro di transito fino alla definitiva espulsione e deportazione nel deserto che finge separare l’Algeria dal Niger. Constantin, giunto a Niamey in camion, si registra presso l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni e con l’idea di tornare con chi rimane della famiglia che ha lasciato nel Camerun. Spera di arrivare in fretta nel suo Paese per raccontare ai figli, nel frattempo cresciuti con la madre, cosa significhi imparare a memoria la geografia scritta dalla sabbia nei suoi occhi. Lo stesso conta fare Julien, originario dello stesso Paese e sbarcato a Niamey, per noncuranza, dopo il Vertice di Roma. Quasi quarantenne ha lasciato il Camerun nel 2009 per raggiungere il suo futuro. Dopo sette anni, passati a lavorare ad Oran in Algeria si sposta a Casablanca nel Marocco. Per due volte tenta invano di raggiungere la Spagna via mare. 

Durante il secondo tentativo, nel 2017, la nave fa naufragio e almeno sette suoi amici perdono la vita. Decide allora di raggiungere la Tunisia per tentare il viaggio nell’ Italia del Piano Mattei per l’Africa. Troppo tardi si accorge dell’errore commesso per precipitazione. Tra il Marocco e la Tunisia si trova infatti l’Algeria che colleziona migranti e rifugiati per spedirli nel deserto che tutto copre. Julien, senza documenti, con le medicine scadute e la sua formazione in informatica, chiede di essere aiutato a tornare a casa. Dopo così tanti anni di assenza ritiene che al libro scritto di geografia della sua vita manchi l’ultimo capitolo.

                        Mauro Armanino, Niamey, 4 febbraio 2024