POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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mercoledì, luglio 19

DIMISSIONI di SALVO FIGURA

AGENZIA PER LA SICUREZZA UMANA


Oggetto:  Dimissioni                                           Addì. 11.02.2011
  
Preg.mo Direttore,
nel momento in cui l’Eccellenza Vostra mi assunse nella Sua pregiatissima Agenzia, mi sentii oltre il settimo cielo. Svolgere una mansione  di grande importanza e responsabilità era sempre stato il mio sogno a occhi aperti che vedevo coronarsi.
   Non mi sembrava un compito eccessivamente arduo; in fondo si trattava di proteggere e assicurare la salvaguardia del soggetto affidatomi e mi sentivo ben addestrato allo scopo. Anni prima un mio collega si era distratto un momento e ne era derivata una mezza catastrofe... bé... più che mezza. Il soggetto era dovuto ripartire da zero fino ad arrivare allo stato attuale mediante lo sforzo di tutti i suoi componenti, quando l’E.V. mi ha affidato l’incarico per una nuova sicurezza. Ammetto che non è stata un’impresa semplice e tutto pareva volgere per il meglio. Poi sono iniziate le prime incomprensioni, non tra me e lui ma tra loro stessi.
Dalle incomprensioni alle parolacce e poi alle bestemmie il passo è stato breve. E dalle bestemmie alle minacce ancor più gravi, finché si è giunti alle guerre. Dichiarate o meno che fossero aveva poca importanza. Le facevano e basta. E dalle guerre sono derivati gli stupri, che chiamavano “etnici”, come se fosse una giustificazione o un’aggravante. Lo stupro è un delitto abominevole già di suo! E’ come dire, in un italiano scorretto: “il più peggiore”. Peggiore è quasi il massimo che si possa dire di qualunque cosa o di qualunque soggetto.
   E dopo gli stupri e oltre gli stupri ci sono stati anche i campi di sterminio e altre atrocità di cui preferisco seppellire anche il ricordo. Ho cercato in tutti i modi di metterli in guardia, di ammonirli, di avvisarli, di... minacciarli... avrei voluto ma per indole e formazione proprio questo non sono riuscito a farlo. E forse lì ho sbagliato. Avrei dovuto agire come i miei colleghi del piano di sotto. Loro non si fanno molti scrupoli.
   Non mi hanno mai ascoltato, né me, né i colleghi, per questo intendo rassegnare le mie dimissioni.
   E’ tutto inutile; i soggetti che mi ha affidato sono di una razza... incoercibile. Testardi alla morte, indifferenti, scorbutici, supponenti, presuntuosi e arroganti, impenitenti e bugiardi, anche sotto giuramento, mi hanno fatto perdere ogni speranza che possano redimersi e salvarsi.
Ecco perché, in aderenza a quanto sopra, chiedo all’E.V. di sollevarmi dall’incarico e, ove fosse possibile, trasferirmi ad altra mansione che non sia la salvaguardia diretta del soggetto di cui ho fatto menzione finora, denominato “Umanità”.
Mi rendo conto che la mia richiesta difficilmente potrà essere accolta; in tale eventualità, voglia la E.V. accettare le mie dimissioni irrevocabili.
Con Osservanza.
L’Angelo Custode 4Miliardi1951.

Salvo Figura

mercoledì, luglio 12

NEI GIARDINI CHE QUALCUNO SA di Martina Salerno e Salvo Figura

Nei giardini che qualcuno sa
Di Martina Salerno e Salvo Figura

Sulle tue ginocchia ad ascoltare le favole e alla fine ti abbracciavo il collo con le mie braccine esili. “’U Scurpiddu miu”, mi chiamavi e crescendo seppi che quel nome era un racconto di Verga. Sempre magretta, esile e pallida, ero la tua coccola. Amore lo chiamo adesso e mi si stringe il cuore quando ti vedo salutarmi dietro una finestra chiusa, la sera andando via.
Tanti, come te, persi dietro i loro sogni o le loro “follie”, dietro viaggi mai fatti e valigie sempre pronte. In quei giardini nascosti.
Eri una quercia e sei diventato un fuscello. Vorrei tenerti io adesso sulle ginocchia e raccontarti le stesse favole, ma la signora Enza non vuole. Dice che lei ti ama più di me. Non crederle papà, non è la badante che credi. È una donna falsa, come tutto è falso qui dentro. Dalla suora che “ci sa fare con le anime” all’infermiera che ti fa il bagno e ti guarda nudo. Tu, così pudico che ti coprivi anche se era mamma a entrare in bagno. Adesso sembri un “Cristo alla colonna”. I supplizi che devi sopportare qui, i rimproveri perché non mangi in fretta coi quattro denti che ti son rimasti, e quelle gocce messe di nascosto nella minestra, che ti fanno dormire sempre.
Credevo che l’Amore bastasse per guarirti e facesse andare via quella signora, ma lei è più forte di me. È entrata di soppiatto nel tuo cuore e nella tua mente e ti possiede e io ne muoio di gelosia. Ha approfittato della mamma che non c’era e ti ha fatto suo.
Così tutte le sere vado via nascondendo le lacrime. Ti amavo da piccola, ti amo da grande. Da figlia allora, da madre, ora. Eri tu la mia protezione ora sono io che proteggo te dalla tempesta della vita. Ma tua non capisci, non comprendi. Io ti amo papà, ti amo ancora e sempre; ma tu hai nella testa solo lei, la signora Enza, quella donna con quel diminutivo così dolce e infido; lei, che circuisce i vecchietti: la signora Demenza.




BELLO E IMPOSSIBILE di Martina Salerno

Bello e impossibile
Di Martina Salerno

 Quando ti ho visto arrivare, bello e impossibile col tuo sapor mediorientale, mi sono detta che eri quello giusto.
Un papillon rosso caraibico su due ali nere del tight, e il naso aquilino.
T’avevo già adocchiato d’inverno, ma non destavi alcun interesse. Sapevo che l’estate sarebbe stato il tuo cavallo di Troia. Saresti entrato nel mio cuore con forza e astuzia, bucandomi  difese e  corazze.
Bastardo! Mi avresti spaccato il cuore ma ero pronta ad accoglierti come il migliore degli amanti.
Sfacciato! Sei arrivato con la nave da crociera, sei sceso dalla passerella e tra una palma e l’altra ti sei mosso dinoccolato e lieve.
– Molto lieto; Red.
– Piacere mio. Mina.
Perché ti ho accolto così? Cos’avevi di tanto speciale da farmi rifiutare tremila altri pretendenti? Ognuno di loro avrebbe fatto follie per me, per cogliere il mio dolce frutto maturo, dattero orientale da donare al migliore.
Avrebbero volato fino a bruciarsi le ali contro il sole.
Eppure ti scelsi. Non avevi rivali. Nessuno poteva toccarti senza ferirsi. Facesti strage di cuori. Dieci cento, mille ingenue come me videro prosciugare i loro umori, restarono senza lacrime. Alcune si strapparono i capelli.
Solo d’estate gli altri notarono quante rovine avevi lasciato dietro il tuo passaggio.
Cosa farò adesso che mi hai preso tutto dalla testa ai piedi e persino l’anima?
Cosa farò, bastardo d’un punteruolo rosso?

Editing a cura di Salvo Figura 

domenica, luglio 9

UN GRANDE OMBRELLO BIANCO Di Paola Marcella



Un grande ombrello bianco
Di Paola Marcella

La sabbia è tiepida come solo d’agosto può essere, ma il sole brilla basso alle 8,15.
Io e Mila siamo già in spiaggia. Ci piace andare presto.
Le racconto antiche favole che parlano di samurai che uccidono draghi e salvano fanciulle dal cuore leggero. Lei ride, adora queste fiabe.
Una nuvola attraversa il cielo, lo oscura per un momento. È altissima e argentata, sembra cascare giù. D’agosto è normale.
Mi aggiusto gli occhiali sul naso:– Dovrò acquistarne un nuovo paio, domani.
– Continua nonno – mi incita con la vocina acerba – e apri il grande ombrello bianco.
Ha cinque anni e il carattere forte, come sua madre, mia figlia, che adesso, a scuola, accudisce decine di bambini.
– Non ancora, piccina, il sole è basso.
Riprendo il racconto:– E così il samurai Hito spiccò un balzo e volò alto. Quattrocento, cinquecento, seicento metri. Da lassù vedeva tutta la città e fu allora che lui aprì il suo grande ombrello bianco.
– Il sole fu oscurato da una luce più brillante, – riprendo il racconto sotto questo nuovo grande ombrello bianco. Guardo l’orologio, sono le 8,16.
Mila aprì gli occhi sbalordita e sussurrò:– Nonno…
Scomparve il mare, la sabbia, il sole. Mila divenne vapore tra le mie dita vive.
È bella Hiroshima il 6 agosto.

Editor Salvo Figura

I RACCONTI DEL CARRUBO di SALVO FIGURA

I racconti del carrubo
Di Salvo Figura




C’è un luogo, tra Rosolini e Noto, in cui il sole d’agosto cuoce la terra che tremola ed evapora in cielo.
Mio padre diceva che il posto era sotto la quota del mare e io, piccolo, non capivo come l’acqua salata non lo coprisse.
Il mare si intuiva, lontano, tra tamerici e ogliastri rachitici.
Eravamo i nipoti di Don Natale, il Massaro ricco e giocavamo con gli otto figli del mezzadro, ‘mpa ‘Ntuoni, che aveva a stento di che nutrirli. Ma i bambini, d’estate, eran tutti poveri, scalzi e coi calzoni sdruciti.
Grazzia di Ddiu ca me li mandò tutti masculi, accussì abbadano alla campagna. – diceva ‘mpa ‘Ntuoni.
In mezzo alla pietraia, dietro il vigneto, il nostro ombrellone era il vecchio carrubo. Era verde, frondoso, ritorto e fresco. Sotto la chioma, nell’ora dell’occhio del sole evocavamo streghe e spiriti dei campi. E protetti dalle fronde l’astro non ci scalfiva.
Nove cugini, per nove balate, seduti all’ombra, felici e assordati dal frinire sguaiato delle cicale.
Querule, protestavano al cielo la calura del giorno.
Una di quelle estati venne lei. Si presentò: un refolo di vento caldo, l’aria tremula e acquosa.
– Uhhh, la Fata Morgana, – sussurrammo stupiti a bocca aperta.
– Siete in nove – disse – ne voglio uno.
Tirammo a sorte e uscì Peppe, occhialuto e saggio.
– Non adesso, – ci imbonì. – In dicembre, col sole basso e il carrubo triste.
Il refolo corse via veloce trottolando lungo la pietraia. Tirò con sé la foglia secca di un tralcio e sparì.
Giunsero gli otto figli del mezzadro, tutti scalzi o coi sandali frusti. Gli raccontammo di… una Strega e s’imbronciarono. Volevano vederla ma erano al pascolo coi capri o a trascinare acqua con le quartare.
E giunse dicembre e Peppe con noi.
Tornò l’estate, finì la scuola. Uno schianto di lamiere.
 Nove balate, una era vuota: Peppe non c’era. 
Due refoli di vento caldo, l’aria tremula e acquosa e Peppe trottolava felice lungo la pietraia, la Fata Morgana con lui.