POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

venerdì, luglio 17

Autori in rete

Da oggi, grazie ad una splendida iniziativa di Anna Montella, per La Luna e il Drago, ho una pagina su Autori in rete, dove potrete leggere il mio profilo e quanto da me realizzato, quasi tutto grazie alla bravura di Anna Montella. Infatti, a parte Canto a due voci, che ha avuto come editore L''ArgoLibro, e Balì, editato da Aletti Editore, tutto il resto è stato realizzato da Anna.
Ecco il link cui accedere, cliccando sulla scritta azzurra:


Quando avrete aperto la pagina, troverete i titoli dei miei libri, se cliccate sugli stessi, aprirete gli e-book e potrete leggerne il contenuto, mentre per gli altri, accederete alla pagina dell'editore, per averne un'idea (e se lo desiderate, ordinarne una copia).

Alla riva del Piave



Alla riva del Piave seduta
Osservo lo scorrer del fiume 
le cui limpide e placide acque
Furono arrossate dal sangue
Dei cadaveri di giovani fanti
Che un secolo fa sull’onde cullò

Percorro l’impervio sentiero
Che al Monte Grappa mi reca
Giungo affannata al sacrario
Dove ossa di soldato italiano
O di altro combattente straniero
Condividono il riposo mortale

Odo di loro le  fievoli voci
Sussurrano: “Fatica tu pure!
Noi abbiamo lasciato l’impronta
Dei vecchi consunti scarponi
Le nostre membra disperse
Da mille baionette perverse”


Cent’anni dalla Grande Guerra
Hanno insegnato ben poco
L’odio, il potere, la fame di terra
Tutto concorre ad armare
La mano dell’uomo incapace
Di creare un Pianeta di pace.

Ricordo, quand’ero bambina
Un canto che il cuore struggeva
Il mormorare del placido Piave
Ma il rombo del cupo cannone
Il suo triste canto rompeva
Per colpa di guerra aguzzina.

Monte Grappa tu sei la mia patria
Cantava, squarciando le gole
L’orgoglioso spirito della Nazione
Ora il senso di Patria è in discesa
L’Italia disamorata, dimentica
Di quei ragazzi che l’hanno difesa

A cent’anni da quella Prima
La guerra altre terre calpesta
A far stragi di popoli inermi
Di genocidi, e ridotti alla fame
Ed ora, un ignoto milite resta
A ricordo di quello sfasciame.

Alla riva del Piave seduta
Nasce nella mente un pensiero:
Quando troveremo la chiave
Che apra la porta alla Pace
E invece dell’ennesima guerra
Saranno fiori a invader la Terra?


Danila Oppio
Inedita

martedì, luglio 14

Streghe e fate

Enorme è il piacere di sentirti dire che io sono importante nella tua vita. Quante volte me lo sono aspettato e non me lo sono mai sentito dire, ma è che, quando ho fatto del bene e me lo sono aspettato, lo avevo fatto nel silenzio.
Per me era importante l’averlo fatto.

    La fata e la strega. Sottilizzando le parole, buone o le cattive non ce ne sono; è un po’ come le azioni, dipende dal senso che si dà alle stesse. I nomi delle persone non sono portatrici di saggezza o cattiveria in quanto a nomi. 
Le streghe o le fate in me non sono argomento cogente, ma intendo le fate come creature buone che se ne stanno lì senza infamia e senza lode. Le streghe hanno fama di essere sempre intente a fare qualcosa nel bene o nel male.
   Se ne hai voglia dimmi, anche in poche parole tue, come le pensi a tale proposito. Immagino in modo diverso, ma quanto? La Chiesa ce ne ha data una visione abbastanza distorta, designandole a degne del rogo, e lo poteva attribuire a qualunque donna fosse vista in un certo modo.
   Non è discorso se non di cultura, non hanno a che fare con affetto e simpatia. Ripeto, le cose non sono buone o cattive, se non da come si usano. Ricordi l’aforisma” il sasso”?

Tommaso Mondelli


Quelle donne, che ingiustamente ritenevano streghe (Hanno bruciato al rogo anche Giovanna d'Arco, e poi per essersi pentiti di un gesto tanto disumano, l'hanno fatta Santa). Era meglio che la lasciassero viva e libera, poiché aveva solo 19 anni, quando le hanno tolto la vita) erano solo delle erboriste.
Ovvero, conoscevano i benefici e i malefici di certe piante selvatiche, che potevano curare, come la malva, il rosmarino, la salvia il tarassaco e tante altre, e nocive, velenose da procurare la morte, come ad esempio la cicuta, il ricino e altre. Erano, in pratica, delle provette farmaciste, ma l'ignoranza, che regnava sovrana, le ha tacciate di stregoneria. Se poi una donna era tanto bella da far perdere la testa a un cavaliere, ad un nobile o a ...un clericale, ecco che era stato stregato. E quindi ...al rogo! 
La strega di Biancaneve non è poi così lontana dalla realtà: una mela avvelenata con curaro, o con cicuta, provoca la morte, e quindi quella strega era davvero maligna. 
Le fate, invece, nella mitologia e nelle fiabe nordiche, non sono altro che la proiezione del bene, poiché è impossibile ad una fata, fare del male. Amano la natura e vivono in simbiosi con essa. In pratica, sono angeli femminili. Si sa, gli angeli sono asessuati, per cui non sono maschi e neppure femmine, poiché, essendo puro spirito, non possiedono un corpo atto a procreare. Le fate, invece, fanno innamorare...l'intera umanità. Le streghe, o le maghe, per meglio dire, hanno sempre causato un po' di timore, perché nel medioevo, una donna che conosceva gli effetti di una pianta medicinale, dosando nel giusto modo, curava, ma esagerando, uccideva. Non capita forse anche ai giorni nostri, che un farmaco derivato da un'oppiacea, possa lenire il dolore, come sedativo e calmante, se a somministrato a piccole dosi, mentre invece sovra-dosato, porta alla morte? 
Bene credo di aver sviscerato quanto so, ma a brevi linee, riguardo a questo argomento. 

C’è però un veleno che non si vede e non si beve, ma che è più letale di qualunque altro, ed è la parola usata come offesa. La lingua può essere tagliente più di una lama, e una frase, più velenosa della cicuta. E di streghe che usano ferire le persone, con minacce, oppure denigrandole, sminuendole, ce ne sono molte, e non sono solo di genere femminile!

Per quanto riguarda il tuo desiderio sentirsi dire che sei importante per qualcuno, a tutti fa piacere sapere che la propria presenza ha un senso, nella vita altrui. Ma ti ammiro per quel che dici, cioè che per te era importante donarti, a prescindere dal riconoscimento o meno di quel che hai fatto per gli altri. Questo è un pensiero prettamente cristiano, non ci si deve aspettare neppure un grazie. Il dono di se stessi (affetti) o di cose (effetti) deve essere gratuito e non attendere alcuna ricompensa, né materiale né verbale. Se poi arriva, fa piacere, ovviamente. 
Per quanto mi riguarda, sono sempre grata a chi mi dedica del suo tempo, anche dovesse essere poco, ancor più che se mi regalasse qualcosa di valore. Ma il valore cos'è? Un diamante, un lingotto d'oro, o qualcosa che dona felicità, amore, cultura, serenità? Da molto tempo ho dato il valore di un soldo bucato alle cose inutili, che sono per esempio anche i monili d'oro, o abiti firmati, mentre per me hanno un valore inestimabile solo i sentimenti, come l'amore, l'amicizia, la stima, il rispetto, la dedizione, la condivisione, la cultura.
In breve, il rapporto umano basato sul senso vero della vita.

Danila Oppio


L'amore per i libri: Helene Hanff, Angela Fabbri ed io

L’amore per i libri: Helene Hanff, Angela Fabbri ed io  

Qualche tempo fa ho visto un film dal titolo “84, Charing Cross Road” interpretato da Anne Bankroft e Anthony Hopkins e di questo film ho scritto un articolo il 23 giugno scorso, che potrete leggere a questo link: http://versiinvolo.blogspot.it/2015/06/84-charing-cross-road.html
Ciò che non ho detto, è che poi ho cercato presso la Libreria Comunale, il libro da cui è stato tratto il film, scritto da Helene Hanff. Ne ho reperito una ristampa del 1970, ma il libro è stato editato per la prima volta nel 1987.
Posso dire che il film, girato come se si trattasse di una pièce teatrale, ha aderito perfettamente al libro dell’autrice, che è autobiografico e contiene uno scambio di corrispondenza tra la scrittrice americana, che viveva a New York, e la libreria Marks & Co. con sede a 84, Charing Cross Road, London, W.C.2, England. Si tratta di una serie di lettere che ha avuto inizio il 5 ottobre 1949 e termina nell’ottobre 1969. La libreria londinese ha chiuso i battenti nel dicembre 1970, per motivi di ristrutturazione dell’intero stabile.
Non so se ricordate che tra la scrittrice Angela Fabbri e me intercorrevano scambi di email, che ho spesso pubblicato su questo blog.
Ebbene, ho riscontrato una grande somiglianza, nel modo di scrivere, tra le due scrittrici. L’ironia mordace, il sense of humor, i toni secchi eppur simpatici, sono presenti in entrambe. E quell’amore comune per i libri. Desidero riportare una delle lettere di Helene, perché quanto mi ha colpito, è stato il modo di vedere gli oggetti, da parte dell’autrice del libro in questione, come se avessero vita propria. Esattamente lo stesso accade ad Angela Fabbri.

    “14 East 95th St.
      13 ottobre 1950
BENE!!
Frank Doel, tutto quello che ho da dirLE, è che viviamo in tempi depravati, distruttivi, degenerati in cui una libreria - ripeto una LIBRERIA – si mette a strappare libri antichi e belli e li usa come carta da pacco. Quando John Henry è uscito da quelle pagine, gli ho detto:  “Sua Eminenza, avrebbe mai immaginato una cosa simile?”, lui ha risposto che no. Avete strappato quel libro nel bel mezzo di una battaglia decisiva e io non so neppure di che guerra si trattasse.
Il Newman è arrivato già da una settimana, ma sto appena iniziando a riprendermi. Lo tengo tutto il giorno con me sul tavolo, ogni tanto smetto di battere a macchina, allungo una mano e lo tocco. Non perché sia una prima edizione, ma effettivamente non ho mai visto un libro così bello. Mi sento vagamente in colpa per il fatto di possederlo. Tutta quella pelle lucida, quelle incisioni dorate, quegli stupendi caratteri devono stare in una biblioteca rivestita di pannelli di pino in una casa di campagna inglese: va letto accanto al fuoco, sprofondati in una lussuosa poltrona di pelle – non in un vecchio divano da studio, in una baracca monocamera, a pianoterra di un edificio dalla facciata di arenaria rossastra che cade a pezzi.
Voglio l’antologia di Q. Avendo perso la sua ultima lettera, non sono sicura del prezzo. Penso che costasse più o meno due dollari, allego pertanto due banconote, mi faccia sapere se vi devo di più.
Perché non me lo impacchettate con le pagine LCXII e LCXIII di modo che possa finalmente scoprire chi ha vinto la battaglia e di che guerra si trattava?
                                                                                                         HH
Ps. Ha per caso in libreria il diario di Sam Pepys? Ne ho bisogno per le mie lunghe serate invernali.”.



Segue uno scambio epistolare, e mi fermo alla risposta di Helene Hanff data alla libreria londinese, e qui trovo ancora il carattere somigliante a quello di Angela Fabbri.

“14 East 95th, St.
15 ottobre 1951
E QUESTO LEI LO CHIAMA IL DIARIO DI PEPYS?
Questo non è il diario di Pepys, questa è una miserabile raccolta di BRANI SCELTI dal diario di Pepys, arrangiata da un qualche curatore da strapazzo, che crepi!
Posso solo sputare dal disgusto.
Dov’è il 12 gen. 1668, giorno in cui sua moglie lo buttò fuori dal letto, inseguendolo poi per tutta la stanza con un attizzatoio incandescente?
Dov’è il figlio di Sir W: Penn che asfissiava continuamente tutti con le sue teorie da quacchero? In tutto questo pseudo-libro, viene nominato UNA sola volta, e io che sono di Filadelfia!
Allego due banconote, mi arrangerò con questo coso fino a che non mi troverà un vero Pepys. ALLORA strapperò in pezzi questo surrogato di libro, pagina per pagina. E ME NE SERVIRO’ PER FARNE DEI PACCHETTI!
                                                                                                 HH”

Per chi volesse leggere il libro, non voglio togliere il piacere della lettura, anticipando troppe informazioni,  perché è vero che la Hanff è a volte dura, arrogante e senza peli sulla lingua, ma ha un cuore immenso. Infatti, più volte, durante il periodo della recessione economica a Londra, la scrittrice si diede da fare per inviare, attraverso la Danimarca, dei pacchi dono, in generi alimentari, ai dipendenti della Libreria.
Il primo periodo postbellico si apre con una serie di sacrifici e razionamenti resi necessari dagli enormi costi sostenuti durante il periodo bellico: furono anni duranti i quali i londinesi dovettero fare i conti anche con il razionamento di alcuni beni primari. Difficoltà che arrivarono a quel 1952, anno conosciuto come quello del Great Smog, cioè una letale combinazione d’inquinamento, fumo e nebbia che avvolse totalmente tutta la città.

Potrei proseguire con altre pagine, per esempio dove la scrittrice americana informa la Libreria inglese che il libro di Stevenson è talmente bello, da mettere in imbarazzo la sua libreria fatta da cassette per le arance, e che ha quasi timore a toccare quelle pagine color crema, di una pergamena così delicata. Abituata a carta completamente bianca e alle copertine di cartone rigido dei libri americani, non si era mai resa conto che un libro potesse rappresentare un tale piacere al tatto.
Ma finirei per raccontarvi proprio tutto.
In ogni caso, l’amore per i libri appartiene anche a me, soprattutto per i libri antichi, quelli che sono stati rilegati a mano, con le cuciture, e con la copertina in pelle, stampigliata in oro zecchino, e in bassorilievo. Mi riferisco a quelle edizioni realizzate con carta a mano, un po’ ingiallita dal tempo e dall’uso. E qui, sfogliando le pagine di 84, Charing Cross Road, mi sono rispecchiata un poco anch’io!

Danila Oppio






martedì, luglio 7

L'italiano dimenticato


 da Corriere della sera . scuole superiori
L’italiano dimenticato
Parole sbagliate, verbi usati male. La lingua si disimpara a partire dalle medie e la tendenza verso il basso prosegue fino all’università. Tutti gli errori (anche) degli adulti











Qualche settimana fa il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa ha annunciato di voler avviare, per l’anno prossimo, una serie di corsi di grammatica italiana per i propri studenti. Come mai? Perché la competenza della lingua, indispensabile alle professioni forensi, va calando in modo vertiginoso. È noto, secondo i famosi (o famigerati) rilevamenti Invalsi, che la gran parte degli studenti che escono dalle scuole superiori non sa scrivere, manca dei fondamenti testuali, grammaticali, lessicali, sintattici: dopo le scuole medie, si disimpara l’italiano, e la tendenza verso il basso continua negli anni dell’università e poi in età adulta. Un fenomeno di regressione, il cui primato europeo spetta all’Italia, come ha dimostrato un anno fa anche la ricerca internazionale Piaac ( Programme for the International Assessment of Adult Competencies ). Dunque, c’è poco da meravigliarsi se l’editoria si attrezza per rimediare all’analfabetismo di ritorno che concerne il leggere e lo scrivere, oltre al far di conto.
In questa linea si inserisce l’esigenza di riproporre un vecchio manuale voluto nel 1954 da Adriano Olivetti per le dattilografe, Piccola guida di ortografia (pubblicato ora da Apice libri), a cura di due grandi studiosi come Bruno Migliorini e Gianfranco Folena. E, dopo l’uscita del pamphlet semiserio di Andrea De Benedetti La situazione è grammatica (Einaudi), il nuovo saggio del linguista Vittorio Coletti, Grammatica dell’italiano adulto (Il Mulino). Non un vero e proprio prontuario, ma un libro più articolato che segnala e affronta, analizzandone le ragioni anche storiche, i dubbi e le tante eccezioni che mettono in difficoltà parlanti e scriventi. Non solo l’eterna questione del congiuntivo, che sembra in via di estinzione da quando è nato, ma ben altro. La pronuncia e la grafia: perché scuola e non squola , le doppie z , la d eufonica («ed ecco»), gli accenti e gli apostrofi ( perché e qual è ), la punteggiatura, vera piaga scolastica... I plurali dei nomi composti (lo sapete il plurale di girocollo e di pescespada ?) e dei tanti forestierismi; il mistero dei doppi plurali ( braccia , bracci ) e quello dei plurali dei nomi in -io ( principio ); le sottigliezze che fanno litigare su ciliegie o ciliege (una regoletta malefica vuole la i per i sostantivi che al singolare terminano in -cia e -gia ).
Poi ancora il genere dei pronomi personali: gli / le la cui distinzione va rispettata almeno nello scritto; la spinosa diatriba sul femminile nelle professioni, per esempio presidente e vigile , che dovrebbero ormai valere per i due generi, e delle forme non ancora accettate da tutti, come sindaca e ministra . Le sfumature di significato che riguardano la posizione di certi aggettivi (non è la stessa cosa dire «un pover’uomo» e «un uomo povero», ma forse neanche «un amico caro» e «un caro amico»); il codesto in disarmo, sostituito da quello ; le ambiguità da evitarsi («il fratello dell’amico di Carlo che è arrivato ieri»); l’invasività del pronome ci ; il piuttosto che usato a sproposito in luogo di oppure ; così come assolutamente , diventato un avverbio passe-partout (positivo o negativo). Il grande capitolo dei verbi, compresi i dubbi sugli ausiliari con il verbo servile («è dovuto partire» e non «ha dovuto partire»). E il lessico, con l’eccesso di usi stranieri: delle 305 parole nuove entrate nell’uso tra il 2000 e il 2013, ben 124 sono puri anglismi, spesso sostituibili da forme italiane perfettamente omologhe ( Jobs Act , spending review ...).
Ma quel che conta più delle regole e delle eccezioni, si sa, è la sensibilità verso i registri da utilizzare in rapporto alla situazione testuale: in certe condizioni l’uso del congiuntivo è d’obbligo, in altre si può soprassedere. Evviva dunque le grammatiche come quella di Coletti (leggibile da tutti e non prescrittiva), anche se la responsabilità maggiore per rimediare alle lacune linguistiche, che sono poi lacune cognitive e sociali, dovrebbe spettare alla scuola e all’università. Le riforme finora hanno voluto guardare altrove, inglese e internet su tutto, raramente affrontando le carenze del parlato e della scritto nella lingua madre. Ma il paradosso è che la vera emergenza è la lingua italiana: sarebbe utile affiancare la storia della letteratura nei licei con lo studio continuo della lingua; sarebbe indispensabile una formazione ad hoc per gli insegnanti, eccetera. Perché la situazione è davvero grammatica, e c’è poco da ridere. 



La lingua italiana è in continua evoluzione, per cui accade che certe espressioni cadano in disuso, e si aggiungono, in loro vece, neologismi. Riguardo agli aggettivi indicativi: questo, codesto e quello, che indicano appunto con QUESTO: di una cosa che potrei avere nella mano. Con CODESTO si indica(va) un oggetto abbastanza vicino a me, ma non in mio possesso. Con QUELLO indichiamo un oggetto lontano da noi. 
Codesto è un aggettivo molto usato in Toscana, e ancora si trova nel linguaggio scritto e parlato. Nelle altre regioni, è stato abolito. Pare un termine obsoleto, come tanti altri, che appartengono ad un linguaggio d'altri tempi. Non dobbiamo dunque stupirci, se non vengono più utilizzati verbi, aggettivi o nomi, che invece erano in auge fino ai primi del novecento. Così come nell'ottocento, già non usava esprimersi con lo stile di Dante Alighieri. Questo a dimostrare che la nostra lingua, è sempre in divenire.
Ciò non toglie che i giovani d'oggi, non solo non applicano la grammatica, ma il loro vocabolario si è impoverito, forse per l'uso eccessivo di sms, chat ed email. Per praticità o velocizzare, la trasmissione del pensiero è diventata telegrafica, colma di abbreviazioni, come, ad esempio, xché, anke, che tanto mi ricorda la stenografia. Nel ridurre il testo ai minimi termini, si dimentica il piacere del bello scrivere. E' quindi auspicabile un corso di grammatica presso gli atenei italiani, altrimenti la situazione diventa drammatica

Danila Oppio