POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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giovedì, settembre 14

8 settembre 2023, PREMIAZIONE del racconto KOKOE' in CAMPIDOGLIO - PRIMO PREMIO A RENATA RUSCA ZARGAR







Kokoè, dal Togo al Campus Universitario di Legino:
il mio racconto premiato in Campidoglio a Roma

Una Roma assolata e confusa, con truppe di turisti di ogni dove a batterne i sampietrini. Una Roma diversa, dove è difficile trovare del cibo tradizionale italiano, dove l'abbacchio è sostituito dal poke e dal sushi. Una Roma dove intere zone sono gestite da etnie che non hanno mai neppure sentito la parola Campidoglio.
Eppure Roma è sempre Roma, magica e accogliente come nel lontano passato, pronta a conquistare popoli non più con le armi ma con la forza del lavoro.
Ero andata a Roma per la prima volta con la gita scolastica a 17 anni. Le suore delle Rossello, dove studiavo, ci avevano portato a visitare tutte le meraviglie di un passato imperiale. Ogni alunna, però, aveva avuto un monumento di cui relazionare per le compagne. A me era toccato proprio il Campidoglio e la statua di Marco Aurelio a cavallo. Allora, ero rimasta un po' delusa: avrei preferito il Colosseo oppure i Fori imperiali. Non sapevo che un giorno molto lontano sarei stata, invece, così felice proprio in quel luogo. Ma sapevo già che avrei voluto fare la scrittrice anche se poi la vita conduce a fare molte altre cose e la scrittura rimane un po' come l'ultima spiaggia, verso la conclusione della vita, quando c'è più tempo, le idee sono chiare e soprattutto non si ha più paura.
Scrivere per me rimane ancora un'attività educativa e sociale, una prosecuzione del mio amato lavoro di insegnante. Attraverso la forma del racconto, che di solito prediligo, ho cercato sempre di sensibilizzare contro la violenza sulle donne e di far comprendere che ogni identità sessuale deve ottenere pari diritti e pari dignità. 
Nel caso del racconto premiato, mi aveva stimolato a comporlo il tema dell'intelligenza della donna e della capacità di percorrere la via della scienza. 
 "Kokoè", la mia protagonista, è una bambina che vive in un minuscolo villaggio africano dove non c'è acqua pulita né elettricità. Io sono stata, insieme a mia figlia Samina, in uno di quei villaggi con l'Associazione "Savona nel cuore dell'Africa". Per comprendere quanto soffrano esseri umani come noi, che tipo di povertà debbano affrontare, il nostro gruppo aveva dormito una notte per terra in una capanna completamente al buio. Avevamo visto con i nostri occhi le donne e i bambini prendere l'acqua in uno stagno dove viveva persino un coccodrillo. Prima di berla, semplicemente, la filtravano attraverso un velo e solo nella migliore delle ipotesi la facevano bollire. La loro speranza di vita non è certo come la nostra, tanti bambini muoiono e, in generale, la gente non può curare le malattie. In quella misera capanna avrebbe potuto strisciare anche un serpente o qualsiasi altro animale. Per il resto del tempo, avevamo alloggiato, comunque, in modestissime stanze di una scarna costruzione in cemento usata per l’accoglienza e le riunioni dei contadini locali.
Dunque, il destino di Kokoè è già segnato: un giorno sarà bracciante agricola per una multinazionale per pochi spiccioli come la mamma. Suo fratello, in quanto maschio, invece, potrà almeno imparare a leggere e scrivere ma per lei, che deve aiutare la madre nelle faccende, sarebbe tempo perso. Il destino, però, sceglie diversamente perché, dopo la morte prematura della mamma, viene ospitata dal parroco della piccola città vicina che le insegna a leggere. Attraverso varie vicissitudini, lavorando e studiando, riesce infine ad arrivare al Campus universitario di Legino in Savona e a laurearsi in ingegneria dell’energia. A Legino, molte persone conseguono questa laurea e qualcuno utilizza quello che ha imparato nel suo paese di provenienza.  Forse, Kokoè potrebbe rimanere per sempre in Italia ed essere felice perché ha trovato l'amore. Invece, torna in Africa al suo villaggio per dare agli abitanti, attraverso i pannelli fotovoltaici, finalmente, l'acqua pulita e l'elettricità.
Aver vinto un premio tanto prestigioso è stata una forte gratificazione. Ora il mio impegno è pubblicizzare quanto scritto perché tante persone possano aprire la loro mente, vincere il razzismo e l'indifferenza nei confronti dei popoli africani.
Manzoni sosteneva che la scrittura dovesse avere il vero per oggetto, l’utile per scopo (utilità storica e utilità morale) e l’interessante per mezzo. Oggi questi principi non sono di moda ma io mi ci attengo lo stesso. Scrivere deve essere utile e formativo della società come credevano i Grandi davanti ai quali mi sono sempre inchinata come insegnante e come persona. Altrimenti, la scrittura rimane un gioco letterario di bravura del tutto simile a una PlayStation.


                       Renata Rusca Zargar
Ed ecco il racconto premiato al concorso:

KOKOÈ

Kokoè era nata un paio di anni dopo il fratello Foli eppure, anche se era più piccola, toccava sempre a lei andare a prendere l’acqua nello stagno che si trovava un po’ fuori del villaggio. Poi tornava con l’enorme secchio che trascinava a fatica. Arrivata vicino alla capanna, doveva travasare l’acqua facendola passare attraverso un tessuto per purificarla dalle impurità. Nello stagno, infatti, vivevano parecchi animali, tra cui un coccodrillo, ma almeno non c’era da camminare a lungo nella brughiera per giungere a una fonte o a un pozzo.
Dopo, doveva raccogliere i pomodori maturi cresciuti sulla pianta che strisciava a terra vicino alla loro capanna perché non marcissero e, infine, preparare un pasto decente per quando la mamma sarebbe tornata.
Foli, nel frattempo, giocava con gli altri bambini del villaggio perché era un maschio e a lui non spettavano i lavori domestici.
Inoltre, tra pochi mesi, Foli sarebbe andato a scuola in una grande capanna fuori dell’abitato che i capi villaggio del circondario avevano costruito e adibito a quello scopo. Lui avrebbe imparato a leggere e scrivere mentre Kokoè sarebbe restata a casa perché la mamma aveva bisogno di lei.
La mamma lavorava a giornata nei campi gestiti da una multinazionale e tornava, stremata, solo quando scendeva il buio. Come donna, prendeva un salario minore di un uomo e non era abbastanza per vivere, quindi, appena avesse avuto almeno sei anni, Kokoè sarebbe andata anch’ella a raccogliere arachidi, ananas o frutti del cacao dai quali estrarre i preziosi semi.
La domenica, però, tutti insieme, con un vestito presentabile che conservavano per le feste, si recavano in chiesa a Kpalimé a sentire la Messa. Dovevano fare alcuni chilometri a piedi ma ne valeva la pena. Kpalimè aveva case in muratura, bancarelle zeppe di mercanzie, persino auto che si spostavano per le vie polverose. E poi, durante la funzione si cantava, si respirava il magnifico profumo d’incenso e, infine, il prete offriva ai bambini una caramella o un cioccolatino. Meritava, pensava Kokoè, attendere tutta la settimana per vivere un’esperienza tanto piacevole!
Il tempo trascorreva così, sempre uguale.
Foli, intanto, aveva iniziato la scuola e, qualche volta, raccontava in famiglia quello che stava imparando. Non aveva libri né quaderni ma il maestro usava foglie e semi per insegnare a contare e della carta vecchia per scrivere. La mamma lo ascoltava poco perché era sempre tanto stanca ma Kokoè era attenta e gli faceva molte domande.
Cercava di imparare anche lei, seppure il suo destino di femmina fosse già segnato: avrebbe lavorato a giornata in campagna, si sarebbe sposata e avrebbe avuto dei figli.
Una sera, però, la mamma non era rientrata dai campi.
Il buio era già sceso da tempo ed ella non arrivava ancora. Nessuno nelle capanne ne sapeva nulla, così il capo-villaggio aveva organizzato un gruppo di uomini per andare a cercarla.
Gli occhi di Kokoè bruciavano di lacrime mentre si stringeva al fratello. Ormai non avevano altri al mondo che la mamma. Cosa le era successo?
Qualcuno, intanto, aveva avvisato il prete, padre Antoine, che era arrivato con un piccolo mezzo e alcune torce. Mentre gli uomini si addentravano nella boscaglia, padre Antoine aveva condotto i due bambini in parrocchia a Kpalimè e li aveva sistemati in una stanzetta in attesa di notizie.
Nella stanzetta, oltre ai gechi che si allungavano sulle pareti e sul soffitto, c’era solo un letto e un crocefisso appeso ma quel letto aveva le lenzuola, una copertina e persino un cuscino.
-Hai visto? C’è l’acqua che esce dal tubo nel gabinetto! - aveva notato la bambina.
-Certo. Nelle case c’è l’acqua dappertutto.
-Te l’hanno detto a scuola? E come fanno a metterla nel tubo?
-Non lo so. Però so che tutti in città hanno l’acqua in casa.
-Che bello! Forse, c’è qualcuno che la va a prendere al pozzo e poi la infila dall’altra parte del tubo.
-Può darsi, non lo so. È poco che vado a scuola, non posso sapere tutto. -
I bambini si erano addormentati sotto la copertina.
Kokoè aveva sognato che la mamma era bellissima, tutta avvolta da una nuvola d’oro.
Quando il prete era venuto ad avvisarli che la donna era stata ritrovata senza vita, non si era stupita.
-Dovete pregare bambini per la mamma. - aveva detto loro - So che siete soli al villaggio. Non c’è più nessuno della vostra famiglia. Per ora starete qui con me, poi vedremo cosa fare. -
 
Una settimana era già passata. La mamma riposava ora nella terra dietro la chiesa con una croce di legno che alcune pietre tenevano in piedi.  Ogni tanto, Kokoè andava a guardarla.
Era stata una vita pesante, quella della mamma.
-Perché sei andata via mamma? Cosa devo fare ora? - le chiedeva Kokoé.
La povera donna non aveva lasciato nulla se non un paio di vestiti buoni e le tuniche lise che usava per lavorare nei campi. “Anch’io dovrò fare le stesse cose. -pensava la bimba – Lavorare sempre, crescere i figli…”
Il fagottino con i suoi averi era stato comunque consegnato ai bambini. Dato che Foli non se ne faceva niente, Kokoé aveva nascosto tutto sotto il letto. "Un giorno indosserò i vestiti della mamma così non la dimenticherò mai!" pensava. Ogni tanto, apriva il misero sacco e stringeva quelle stoffe colorate. Se chiudeva gli occhi, poteva credere che la mamma fosse lì con lei.
 Suo fratello ora andava alla scuola che la parrocchia aveva organizzato per i ragazzi di Kpalimè.
-Presto mi manderanno a Lomè dove c’è un istituto agricolo a imparare il mestiere dell’agricoltore. - le spiegava - Non ho voglia di studiare a lungo e neppure voglio faticare tutto il giorno per pochi soldi come nostra madre. Mi hanno detto che con un corso di coltivazione del cacao o qualcosa di simile, si può lavorare per una grande azienda straniera. Voglio comandare gli altri, non essere comandato. Alla scuola mi aiuteranno. -
Kokoè taceva. Che avrebbe potuto dirgli? Che lei, invece, avrebbe desiderato studiare? Lui non avrebbe capito. Dentro di sé, però, pensava sempre alla mamma. Quanto aveva faticato per pochi soldi!
Al villaggio non c’era l’acqua di fonte e spesso la gente moriva perché beveva acqua non pulita. Non c’era la luce, il buio di notte era assoluto ma, soprattutto, senza elettricità non si poteva far salire l’acqua pulita che si trovava a una certa profondità della terra...
Come si poteva fare per portare l’acqua al villaggio?

Il prete, infine, non aveva avuto il coraggio di mandarli via. Dove sarebbero andati? Non aveva  trovato una famiglia che li adottasse perché ormai erano grandi e  la bimba avrebbe potuto solo andare a fare le pulizie o lavorare in campagna. Don Antoine, però, si era accorto che Kokoé era come assetata di sapere. Cercava di capire tutto quello che poteva dai discorsi degli altri e spiava nel libro di Foli di nascosto perché suo fratello non voleva che lei toccasse la sua roba. Così, le aveva insegnato a leggere. Da allora, lei aveva esaminato piano piano tutti i libri che aveva trovato nella piccola biblioteca della parrocchia.
-Mi raccomando, non leggere di notte alla luce della candela. -le raccomandava il prete – Ti rovinerai la vista! -
Finalmente, Foli era partito per Lomé per fare il corso di agronomia e un piccolo miracolo era capitato anche a Kokoè: l’avevano assunta alla scuola per fare le pulizie e, per intercessione di Don Antoine, poteva persino seguire le lezioni la mattina.
Al pomeriggio, dunque, Kokoè metteva in ordine le aule, portava via la spazzatura, lucidava le cattedre, toglieva le impronte di mani dai vetri, lavava e lustrava i pavimenti… Era un lavoro duro ma sorrideva sempre perché ora possedeva dei libri, poteva scrivere sulla carta, imparava cosa ci fosse nel mondo anche se non si era mai mossa da quella piccola città.
Rientrava canticchiando in parrocchia la sera che era già buio, mangiava qualcosa e leggeva le lezioni. Cadeva addormentata sul libro dalla stanchezza ma il suo cuore era felice.

Qualche anno era passato. Suo fratello era andato a lavorare per una grande impresa che esportava legname pregiato in Cina. Kokoè sapeva dei pericoli del disboscamento, dell’erosione del terreno, della desertificazione di larghe zone del territorio ma Foli la rassicurava sempre: -Stai tranquilla, è tutto legale. Gli alberi ricresceranno, prima o poi. -
Kokoè non era affatto convinta. Chi si preoccupava dell’Africa? Chi pensava agli indigeni e alla loro povertà nonostante il continente fosse così ricco?
Intanto, lei si era diplomata con onore. Non ce l’aveva fatta ad avere il massimo dei voti ma era andata piuttosto bene.
- Ti iscriverò all’Università, ad Accra o a Lomé, secondo il corso che vorrai fare. La parrocchia cittadina ti ospiterà e potrai continuare a studiare. - le aveva assicurato don Antoine.
-Grazie, padre. Sarò felice di quello che deciderete per me. Dato, però, che mancano alcuni mesi all’inizio dei corsi, intanto, ho trovato lavoro. Andrò ad aiutare in una piccola impresa che macina i semi di treculia per produrre olio e farina. Almeno fino a quando non partirò per la città.
-Sei sempre stata una ragazza avveduta e responsabile.
-Sai, padre, quanto sia dura la vita delle donne in Africa. Quanto debbano lavorare per pochi soldi e quanto la loro vita sia in pericolo per le gravidanze e le malattie. Non hanno nulla e molte volte perdono i loro bimbi proprio per le cattive condizioni di igiene. Non so cosa vorrei studiare all’Università, ma certamente qualcosa che mi permetta di aiutare la mia gente, che renda la loro vita meno difficile. Pensaci tu, padre. -

Nel frattempo, per interessamento della Diocesi di Kpalimè e con la collaborazione di un’Associazione caritatevole italiana che aveva istituito una borsa di studio, lo studente migliore del Liceo di Kpalimè sarebbe stato mandato in Italia, a Savona, a seguire un corso di Ingegneria Meccanica ed Energia e Produzione. In quel Campus, infatti, si produceva già energia con i pannelli fotovoltaici e l’esperienza si sarebbe allargata presto allo stadio di calcio che sarebbe stato ricoperto proprio con i pannelli per fornire energia a tutto il quartiere.
Lo studente designato, però, non aveva interesse per l’ingegneria e aveva rifiutato l’offerta. Don Antoine aveva capito subito che quella sarebbe stata la strada giusta per Kokoè e si era attivato perché fosse lei a partire. Un giorno, come desiderava tanto, lei avrebbe portato l’acqua pulita e la luce elettrica al suo villaggio, cioè avrebbe squarciato il buio dell’indigenza.
 
 Poche settimane dopo, l'aereo si era alzato da Lomé. Sotto, le case e le baracche, le strade polverose, i mercati, i bambini sporchi che correvano incuranti del traffico, si allontanavano velocemente. Intorno, nelle campagne, le donne accucciate a raccogliere la frutta con i bimbi legati sulla schiena perdevano la fisionomia e non si vedevano più...
 All'aeroporto di Genova era venuto a prenderla don Fulvio, il parroco di Legino, il quartiere che comprendeva, tra l’altro, il Campus universitario e lo stadio di calcio.
- È tutto magnifico qui! - aveva subito esclamato Kokoè mentre percorrevano l’autostrada da Genova a Savona - Le strade sono pulite, le case sono alte e colorate, le scogliere si gettano nel mare spumoso, i bambini sono ordinati e ben vestiti...-
Anche la cameretta al Campus le era sembrata un paradiso in terra con i mobili laccati, il piccolo bagno, la scrivania, la libreria… “Magari, questo legno viene dalle foreste del mio paese…” pensava mentre lo accarezzava.
A Savona, d’altra parte, a seguire i corsi c’erano molti studenti stranieri che non la lasciavano sola.
-Vieni, - la invitavano spesso – andiamo a fare un giro in città, oppure andiamo alla spiaggia.
-Al mio paese non amiamo andare a prendere il sole se non quando siamo obbligati a lavorare. -rispondeva lei -Ma qui, è tutto così bello: gli stabilimenti balneari, le sdraio, gli ombrelloni colorati… Io, però, non posso abbronzarmi come voi, sono già nera! - e sorrideva.  
Ormai, conosceva le vie principali, i palazzi signorili, le incantevoli spiagge dei paesi vicini, i resti delle antiche civiltà, le testimonianze artistiche.
Qualche volta, studiava con altri ragazzi: facevano ricerche, esperimenti e discutevano su quello che stavano imparando. Tatiana, Raj, Mirko, Alessandra, Susanna: era un bel gruppo e con loro stava bene.
Poi, l’amicizia con Mirko era cambiata. Una sera, sulla passeggiata vicino al mare, alla luce della luna, lui l’aveva stretta a sé e baciata.
- Sei bellissima. Non riesco a stare senza di te, senza vederti. -le aveva sussurrato.
Kokoè non aveva risposto nulla, poi si era abbandonata ai suoi abbracci.
-Ti farò conoscere meglio l’Italia, così l’amerai anche tu come l’amo io. - aveva continuato lui.
- L’Italia è un paese meraviglioso, lo so.
- Sì. Ti condurrò a Roma, la città più bella del mondo e a Firenze, il trionfo dell’arte… Poi, a Venezia, costruita sull’acqua, e in tanti altri luoghi che ti conquisteranno. -

C’erano tutti alla festa di laurea dei suoi compagni: mamme, papà orgogliosi, fratelli, sorelle, parenti vari e tanti tanti amici.
Lei, invece, non aveva avuto nessuno perché la sua casa era molto lontana, solo i compagni dell’Università e Mirko.
-Sarei sola se non ci foste tutti voi. - aveva ribadito, ringraziando il gruppo di cui aveva fatto parte per quegli anni di studio.
-Sei una di noi e devi rimanerlo. Saremo sempre amici ovunque andremo e qualsiasi cosa faremo. - le avevano risposto in una specie di giuramento di amicizia eterna.
Così, quando l’avevano chiamata a ricevere il suo diploma di laurea si era sentita felice e orgogliosa. Ce l’aveva fatta!  Aveva raggiunto un traguardo importante e non aveva tradito chi le aveva dato la possibilità di studiare.
 -Mi vuoi sposare? - le aveva chiesto Mirko quella sera stessa sempre davanti al mare con le onde illuminate dal faccione rotondo della luna.
 Mirko era il suo primo e unico amore: cosa poteva volere di più?
-Vedrai che troverai un buon lavoro – aveva continuato lui – e staremo bene insieme.  -
Kokoè l’aveva abbracciato stretto senza rispondere mentre una lacrima le era scivolata furtiva su una guancia.
L’avrebbe sposato, sarebbe rimasta in Italia e avrebbe imboccato la strada di una vita semplice e agiata. Avrebbe generato i figli di lui, del suo amore italiano.
Non avrebbe partorito come sua madre seduta per terra vicino alla capanna, non le sarebbero morti i figli appena nati come spesso succedeva al suo paese, avrebbe goduto tutte le comodità delle case italiane e un buon lavoro che le avrebbe dato abbastanza denaro per vivere.
Forse, un giorno sarebbe tornata in Africa ma per ora non se la sentiva.
In quegli anni, non aveva parlato molto con Mirko del suo paese. Non aveva raccontato delle capanne senza acqua e dello sfruttamento di donne e bambini per pochi soldi.
Davanti alle straordinarie bellezze delle grandi città che Mirko le aveva mostrato, come avrebbe potuto spiegare la miserevolezza di tante zone dell’Africa? Mirko non c’era mai stato e non avrebbe potuto capire.
Ormai, Kokoè voleva solo diventare parte di questo paese evoluto, avanzato, voleva dimenticare il passato e vivere una nuova vita.
Al villaggio, prima o poi, ci avrebbe pensato qualcun altro.
Sì, certamente, avrebbe fatto così…

L'aereo stava scendendo verso l'aeroporto di Lomé. Intravedeva già la brughiera intorno alla città, i campi coltivati e poi i tetti delle case, le baracche... Immaginava i bambini che correvano scalzi per le strade sporche e trafficate. Più lontano, al suo villaggio, qualcuno andava a prendere l'acqua nello stagno del coccodrillo mentre le donne, con i bimbi piccoli legati sulla schiena raccoglievano la frutta nelle piantagioni delle multinazionali.
Ora tutto sarebbe cambiato. Sarebbero arrivati i pannelli solari e lei avrebbe insegnato a montarli e a usarli. Avrebbero potuto avere l’energia per scavare un pozzo da dove avrebbero fatto salire con un meccanismo a elettricità l'acqua pulita e persino rischiarare la notte così buia.
Poi, sarebbe andata in altri villaggi a cambiare l’esistenza di tante persone come lei, come la sua mamma.
Quel giorno, indossava proprio uno dei vestiti della mamma che aveva sempre conservato con sé.
Voleva sentirsela vicina a mostrarle la via.
- Bisogna fare qualcosa per l'Africa, bisogna cambiare la vita dei più poveri. Bisogna trasformare l'Africa. Noi che abbiamo avuto la fortuna di studiare dobbiamo tornare a vivere e operare qui.- aveva sussurrato sorridendo. Certamente, la mamma la stava ascoltando.
Allora, anche il ricordo di Mirko si era fatto meno doloroso.
 
 Liberamente tratto da una storia vera.
(sezione B1 - LE DONNE E LA SCIENZA)

E per festeggiare l'evento, Renata con il marito Ahmed Zahoor Zargar!



In questo blog avevo già pubblicato un'anticipazione del premio ottenuto dalla splendida scrittrice RENATA RUSCA ZARGAR, si trova qui:

sabato, settembre 9

Un racconto di RENATA RUSCA ZARGAR premiato in Campidoglio a Roma

 


RICONOSCIMENTO

Un racconto della savonese Renata Rusca Zargar premiato in Campidoglio a Roma.

Narra la storia di una bambina che, dal Togo, riesce ad arrivare al campus universitario di Legino.

Savona. La scrittrice savonese Renata Rusca Zargar ha ricevuto venerdì 8 settembre in Campidoglio a Roma il primo premio per il racconto al concorso nazionale “Le parole del Geco” organizzato dalla Scuola di Scrittura Creativa di Ci l tema del concorso era l’intelligenza della donna e l’autrice si è ispirata liberamente a una storia vera. “Kokoè”, così si intitola il testo, è una bambina che vive in un minuscolo villaggio africano dove non c’è acqua pulita né elettricità. Il suo destino è già segnato: un giorno sarà bracciante agricola per una multinazionale per pochi spiccioli come la mamma. Suo fratello, in quanto maschio, potrà almeno imparare a leggere e scrivere ma per lei, che deve già aiutare la madre nelle faccende, sarebbe tempo perso. Il destino, però, sceglie diversamente perché, dopo la morte prematura della mamma, viene ospitata dal parroco della piccola città vicina che le insegna a leggere.

Attraverso varie vicissitudini, lavorando e studiando, riesce infine ad arrivare al campus universitario di Legino in Savona e a laurearsi in ingegneria. In Italia trova anche l’amore e, forse, potrebbe rimanere per sempre ed essere felice. Invece, torna in Africa al suo villaggio per dare agli abitanti, attraverso i pannelli fotovoltaici, finalmente, l’acqua pulita e l’elettricità.

La scrittrice, che racconta preferibilmente storie di donne e si impegna da sempre contro la violenza sulle donne, ambienta spesso i suoi lavori nella città di Savona dove vive e che ama. L’ultimo, disponibile su Amazon libri, è stato “Storia della strega di Savona” che ripercorre la condanna come “strega” di una povera contadina di Bergeggi.

Il pubblico presente in Campidoglio, per il quale la scrittrice ha letto un breve brano del racconto, le ha tributato lunghissimi applausi.


Complimenti alla cara amica Renata, un premio meritatissimo, perché conosco quasi tutte le storie da lei scritte, che sono semplicemente meravigliose!

Mi unisco alla stampa savonese per condividere la gioia della bravissima scrittrice. 

Danila


giovedì, agosto 3

TRE STORIE DI REINCARNAZIONE di RENATA RUSCA ZARGAR



La magica ambientazione di Noli e Spotorno nel nuovo libro di 
Renata Rusca Zargar

È uscito in questi giorni il nuovo libro di Renata Rusca Zargar “3 Storie di reincarnazione”, anche se sono trascorsi molti anni dal luglio del 1987 quando l’autrice è sbarcata in India soprattutto per comprendere le religioni orientali.
In tali religioni esiste, seppure in maniera diversa, il concetto della trasmigrazione delle anime che, probabilmente, ci affascina perché risponde all’intimo bisogno che abbiamo di credere che non sarà tutto finito alla nostra morte. Oppure ci attrae perché soddisfa un innato e semplice desiderio di giustizia: se sei stato cattivo pagherai le tue colpe nella prossima incarnazione. Certo è che la reincarnazione rimane un mistero che non ci sarà svelato e che l’autrice ha scelto di svolgere attraverso la forma del racconto.
Il lettore, dunque, incontrerà animali come un elegante cavalluccio marino e una seppiolina, mentre la vita di Caterina, una ragazza degli anni mille, si intreccerà con quella di una giovane dei nostri tempi nella magica ambientazione di Noli e Spotorno. In fondo, la nostra incantevole Liguria con gli antichi villaggi dei pescatori ben si addice all’eterna atmosfera dell'amore.
Infine, tra le pagine, rinascerà Cecco D'Ascoli, un intellettuale condannato al rogo per le sue opinioni scientifiche che potrebbe essere stato, in un secolo ancora precedente, magari un forzuto invasore longobardo.
Leggere dei racconti significa, appunto, lasciarsi catturare da vicende fantastiche per poi provare a riflettere sugli argomenti importanti che si mescolano nel fondale dell’esistenza umana.
La bella immagine di copertina è dell’attrice Samina Zargar.

Il libro è disponibile sia cartaceo che in formato ebook su Amazon:



Le foto in copertina e quarta di copertina gentilmente concesse sono dell’attrice Samina Zargar
Puoi trovarla qui: 


(46) Up and Down! By Samina – YouTube 




(20) Samina Zargar | Linkedin 



Samina Zargar (@saminazargar11) • Foto e video di Instagram 
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L’autrice, interessata alle
dottrine concernenti la
trasmigrazione delle anime
in altri corpi, ha trascorso
molto tempo in India e ha
interagito direttamente con
le principali religioni
orientali.


Sādhu indiani che vivono una vita di preghiera e povertà per accelerare la fine del ciclo delle reincarnazioni e la dissoluzione nel divino, cioè la fusione con la coscienza cosmica.

venerdì, marzo 24

LACRIME di RENATA RUSCA ZARGAR


Dipinto di Anne Marie Zilberman

LACRIME


Lacrime rotolano sulle guance

come chicchi d'uva

scivolano giù in silenzio

e bruciano gli occhi


Allora vorrei scavalcare i balconi

per venire da te

e forse anche tu vorresti

-non so-

dimenticare gli ostacoli

e sciogliere il dolore

in un abbraccio


Prima che venga tardi

prima che ci raggiunga il buio

gelido

della notte


Renata Rusca Zargar


Albenga, 19 marzo 2023


giovedì, marzo 23

LA SOLITUDINE di RENATA RUSCA ZARGAR

 

LA SOLITUDINE

In questi giorni, ho capito per la prima volta cosa sia la solitudine.

In realtà, a me piace essere sola perché non ho paura a stare con me stessa. Inoltre, ho tante cose che adoro da fare. Prima di tutto, curo il mio blog con il quale cerco di veicolare contenuti progressisti che ritengo utili per la società. Qualche volta, poi, quando ho qualcosa di particolare da dire, scrivo un articolo, un commento, una recensione o altro. Infine, ma non per ultimo, sto lavorando a un romanzo sull'imperatore Tiberio nel periodo in cui visse a Capri. Questo testo, che ha anche una parte moderna su un pescatore di Capri, è molto impegnativo. 

Stare sola vuol dire anche avere tutto il tempo della giornata per sé, suddividerlo senza obblighi di orari, mangiare quando viene fame, dormire quando viene sonno. Tutti aspetti che reputo positivi.

Ora, però, sono sola e la solitudine mi opprime, rende il mio tempo lunghissimo, libero sì, ma inutile perché non ho voglia di fare niente. 

Vedo scorrere lentamente le ore, quelle che mi avvicinano al termine della vita e che detesto perdere senza renderle produttive perché so che non torneranno.

Ma non ho voglia di fare nulla.

I figli sono lontani e sono stata proprio io a insegnare loro che sia necessario andare, seguire la propria strada, i propri interessi. Non sacrificare mai se stessi per i genitori.

Il punto è, però, che il compagno di una lunga parte della mia vita è stato operato. Quell'operazione (di routine, al ginocchio, nulla di particolarmente drammatico) è come se l'avessi subita io. Ho avuto tanta paura che morisse, prima, che stesse male, che soffrisse, dopo.

In più, dato che è lontano, sentirlo solo per telefono è tristissimo perché non lo vedo e penso che forse non stia bene, mi pare abbia la voce sofferente, forse, che abbia troppo dolore, chi lo sa! 

Ho sperimentato così, per la prima volta, questo sentirmi sola, impotente e inutile.

Un tempo, scavalcavo le sbarre degli ospedali per andare la mattina all’alba, prima che aprissero, da mio padre che, negli ultimi anni, aveva subito tanti ricoveri. Ero sempre presente. E l’ho fatto non solo con mio padre ma con tutti i parenti che negli anni a turno sono stati malati. Poi, si sa, sono morti tutti, purtroppo, perché si arriva sempre là.

Ora non sono più in grado, tutto mi spaventa perché non sono più giovane e quello che facevo ridendo, facilmente, ormai non riesco più farlo. 

Qui, a Savona, un tempo l’ospedale era in centro città. Quando avevo qualcuno da assistere, finito l’orario di visita, mi cacciavano dal reparto. Io, allora, rientravo passando dall’obitorio: salivo delle scale interne e arrivavo al piano del ricoverato di turno. Nonna, genitori, zie, zii...

Lo facevo con determinazione e leggerezza perché volevo fare coraggio a chi stava soffrendo.

Ora il vecchio ospedale non esiste più ma, se anche ci fosse, io sarei come tutti in portineria, in attesa dell’orario permesso, schiacciata dagli eventi. Non più capace di saltare la vita con l’incoscienza e la sicurezza di un tempo.

Mia madre diceva sempre “Largo ai giovani” e aveva completamente ragione.

Largo ai giovani, dunque, sempre che i giovani non siano, come spesso succede, vittime di indifferenza e menefreghismo.

Renata Rusca Zargar

martedì, marzo 21

MAGELLANO - Un uomo e la sua impresa - recensione di RENATA RUSCA ZARGAR

 




Magellano
Un uomo e la sua impresa

Oggi, che il mondo è ormai uno solo, basta un satellite nello spazio per osservare ogni più minima insenatura delle terre emerse dal mare. Per quello, leggere la storia di Magellano è ancora più stupefacente e si rimane davvero a bocca aperta apprendendo le tragiche avventure dell’eroe salpato da Siviglia per circumnavigare la terra!
Il testo prende l’avvio, dunque, da un’introduzione storica e sociale che ci guida innanzitutto alla sapienza delle spezie. L’Occidente, infatti, ambiva i sapori forti dell’Oriente per rendere gustose e soprattutto conservare le vivande, altrimenti insipide e anonime. A quel tempo, le spezie erano un grande e ricco mercato che si svolgeva attraverso itinerari complessi e molto pericolosi. Era sempre più evidente che fosse necessario trovare altre strade.
L’impresa di Cristoforo Colombo apre, dunque, la via di nuove terre a Ovest, per raggiungere il fantastico Est dai colori e dai sapori di favola.
È, infine, addirittura il Papa che, con una bolla del 1493, divide il nostro pianeta in due. Tutte le popolazioni, le terre, le isole e i mari che si troveranno a cento leguas (antica unità di misura) – poi spostata più a ovest - dalle isole di Capo Verde, se a ovest della linea apparterranno alla Spagna, se a est al Portogallo, due paesi cattolici per eccellenza. Nonostante questa chiarezza, non avendo ancora riconosciuto la forma sferica della Terra, non si potrà sapere subito a chi toccheranno le fantasmagoriche isole delle spezie.
Le avventure dei grandi esploratori ci hanno, pertanto, ridisegnato il mondo; hanno sottomesso al loro re e pure convertito al Cristianesimo popoli e terre del tutto sconosciuti.
In questo quadro temporale e sociale si colloca Magellano: un eroe fedele servitore del suo Portogallo che, invece, lo emargina.
L’enigma che lui dovrà sciogliere è la via di comunicazione tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico per arrivare ai paradisi orientali indirizzandosi, appunto, a ovest. Infine, sarà re Carlos di Spagna a concedergli di armare ben cinque navi.
“Magellano” è un libro di avventure che non ha nulla da invidiare ai grandi testi letterari del passato e riesce a incatenare il lettore per tutto il lungo viaggio, attraverso le difficoltà, il quasi fallimento, fino alla scoperta della via giusta.
Non sarà Magellano, però, a tornare in Spagna, né a godere del successo più grande dei tempi dell’età moderna ma un suo capitano che, durante i lunghi mesi del percorso, si era persino ammutinato.
Delle cinque navi partite da Siviglia, si salverà, infatti, una sola imbarcazione con pochissimi uomini ma zeppa delle costosissime spezie. In conclusione, il testamento di Magellano resterà “un foglio vuoto e inutile” e la moglie e il figlio non beneficeranno di nulla. Sappiamo, purtroppo, che questi sono spesso i destini dei più grandi.
L’autore del testo, Stefan Zweig, ha potuto ricostruire tutte le vicende grazie ai diari di Antonio Pigafetta, colui che aveva annotato per mesi e mesi ogni minimo dettaglio. Ma dalle precise memorie di Pigafetta si intuisce anche un’enorme rivelazione per il Cinquecento: la sfera terrestre gira intorno al proprio asse per cui in diverse parti del mondo la data e l’ora sono diverse.
Nonostante tutto, “un singolo uomo, con la sua piccola vita transitoria, è stato capace di trasformare in realtà e verità eterna ciò che per centinaia di generazioni è stata solo una chimera.”

Renata Rusca Zargar

venerdì, marzo 17

"CARE FIGLIE SAMINA E ZARINA" di RENATA RUSCA ZARGAR

 Articolo pubblicato oggi 17 marzo 2023 sul sito: 

Per il concorso relativo alla Festa di San Valentino
“Care figlie Samina e Zarina”

di Renata Rusca Zargar

Care figlie Samina e Zarina, da tempo pensavo di indirizzarvi una lettera per parlarvi di noi: una specie di ultimo testamento d’Amore. Mi capita, dunque, l’occasione e la scrivo ora, in coincidenza della Festa di San Valentino che, per varie vicissitudini storiche e religiose, è diventata la festa degli Innamorati. Veramente, io non credo nelle feste convenzionali che, spesso, di buono hanno solo di movimentare il commercio per i regali quasi obbligatori mentre non hanno conservato affatto i valori di riferimento.

Credo, però, fermamente nell’Amore e credo ancora che possa essere eterno.

In questo ultimo periodo, ho visto un bellissimo film (Le pagine della nostra vita) in cui il protagonista anziano si fa ricoverare nella stessa residenza sanitaria dove si trova la moglie malata di demenza grave. Quando i figli e i nipoti gli chiedono di tornare a casa perché hanno bisogno di lui mentre lei neppure lo riconosce, egli risponde: “La mia casa è qui, con lei”.

Penso che questa frase sia il senso di tutto quello che, probabilmente, ogni essere umano desidera. Un Amore talmente grande da vivere pazzamente e intensamente lungo le stagioni dell’esistenza e così forte da non finire mai.

Quando sono andata in India, moltissimi anni fa, la mia vita era normale ma immobile. Là, nel Kashmir, ho incontrato lui, Zahoor, e da quel momento l’espressione dei suoi occhi dolci non mi ha più lasciata. La rivedevo sempre davanti a me ed era come se mi chiamasse. “Abbi cura di te.” mi aveva detto alla ripartenza di quel lungo giro che avrei fatto in Oriente. Allora, avevo cambiato l’itinerario del mio viaggio ed ero tornata lassù, sui monti della luna, da lui. Avevo riconosciuto l’Amore totale, la follia e l’attrazione alle quali non si può dire di no e che non sono prigione ma libertà e felicità.

La nostra è stata una relazione molto complessa: nel tempo, abbiamo dovuto superare le distanze di mondi, cultura, abitudini, tradizioni; abbiamo incontrato difficoltà, crisi, disgrazie, lutti. Ma non abbiamo mai permesso a noi stessi di cadere nell’abitudine, nell’indifferenza, cioè in quella che io chiamo morte anticipata. Nei momenti più ardui, ci siamo sostenuti puntando sui valori irrinunciabili che ognuno di noi cerca nell’altro.

Per me sono stati la bontà e l’intelligenza.

Lui è buono, voi lo sapete bene, ed è intelligente. Sa adattarsi, cambiare, crescere, informarsi. Perciò l’Amore che provo per lui è stato protetto dall’ammirazione e dalla fiducia.

In questo periodo, ha dei problemi a una gamba. Oggi è domenica e lui è a casa dal lavoro. Di solito, la domenica pulisce e mette in ordine ma ora non può. Io, però, questa mattina dovevo uscire per andare in piscina e, per paura che lui si facesse del male, avevo nascosto l’aspirapolvere sul poggiolo. Quando sono tornata, ho trovato che aveva pulito la cucina e il soggiorno.

Mi ha detto: “Tu sei la mia vera moglie. - (perché ho nascosto l’aspirapolvere per il suo bene) -Ma io sono il tuo vero marito.” (perché ha trovato lo stesso il modo di aiutarmi).

Ha sempre fatto di tutto per me, che non è solo aver lasciato il suo paese e la sua bella e grande famiglia, ma è condividere ogni giorno ogni circostanza: le pulizie, la crescita di voi figlie, l’assistenza ai miei parenti e molto altro.

Così, l’insania amorosa che ci tiene avvinti e che ci rende felici non è mai finita, quando nell’abbraccio dell’altro si trova ancora l’universo tutto.

Chissà come, un destino salvifico (o chi per lui) ci aveva fatti incontrare.

Noi, però, siamo stati capaci in quell’istante di riconoscere quel dono.

È stata una vita meravigliosa e lo sarà ancora nella vecchiaia.

Perciò volevo scrivervi, perché teniate sempre presente che non dobbiamo mai accontentarci: abbiamo diritto alla felicità e per lei dobbiamo sempre combattere.

Come per tutte le nostre grandi Passioni.



 12-2-2023

la mamma


domenica, marzo 12

DONNE AL POTERE di RENATA RUSCA ZARGAR

 


DONNE AL POTERE

La giornata delle donne è, ormai, passata oltre. La Rai ha insistito molto con pubblicità e programmi per la parità di diritti tra maschi e femmine, forse perché il nostro presidente del consiglio è donna. A dire il vero, “la presidente” non desiderava essere denominata così, ma voleva essere "il presidente": quasi certamente pensava che una carica prestigiosa potesse essere coniugata solo al maschile!
"Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana “, aveva gridato a squarciagola a suo tempo. Uno slogan che qualifica la donna prima di tutto come madre. Ma voi lo immaginate un politico uomo che urla "sono padre"? Probabilmente, la stragrande maggioranza dei politici e dei maschi in generale saranno padri ma non comporta che conti nella loro professione. Perché dovrebbe contare per una donna?
“Sono italiana.” E allora? Se sei un/a politico/a italiano/a si presume che tu sia italiano/a. Non sarà per caso una contrapposizione a chi italiano non è e non troverà spazio in questo paese? Anzi, allontanate le ONG e disponibile lo stato solo a operazioni di polizia, il migrante sarà abbandonato e persino accusato di partire con i figli mettendoli in pericolo. Eppure, è gente che fugge da guerre e morte sicura e, nella migliore delle ipotesi, da fame, malattie e torture.
Ma noi non ne abbiamo colpa, ci rassicuriamo.
Tuttavia, se gli Europei non avessero colonizzato e depredato con la superiorità e crudeltà delle armi gli altri continenti, se restituissero tutto quello che hanno rubato e sfruttato nel corso dei secoli, ad esempio, sicuramente saremmo noi che dovremmo andare altrove con i barconi.
"Sono cristiana." Ho sempre pensato che essere credenti o non credenti, aderire a una religione o a un'altra, sia un fatto personale e intimo. Non c'è bisogno di sbandierarlo in piazza e neppure a casa propria. Quando si ha il grande dono della fede, si è già molto impegnati a migliorare se stessi per essere più buoni, più caritatevoli, più solidali con gli altri -tutti- perché li riconosciamo fratelli e sorelle in quanto figli di Dio. Per il credente, non esistono "razze", né colori, né identità sessuali, c'è solo un Padre e tanti figli che Lui stesso ha voluto diversi. A meno che non si esibisca il proprio credo per lanciare un messaggio neanche tanto occulto che il credo altrui sia sbagliato. In quel caso, il testamento di pace e amore di Gesù Cristo è  già stato tradito.
Non credo, dunque, che la nostra civiltà ancora patriarcale, razzista, sessista, omofoba, poco o niente cristiana, abbia fatto un passo avanti con una donna presidente del consiglio.
Un'onda di cambiamento positivo però l'ha portata inconsapevolmente: la scelta di più di un milione di simpatizzanti per una Segretaria del Partito Democratico.
Dunque, un’altra donna a capo di un partito!
Le primarie del PD sono, secondo me, una vera manifestazione di democrazia, seppure un po' scopiazzate dagli Americani. Chiedere a chi non è iscritto di esprimere un parere vincolante è aprire ai simpatizzanti le porte del cuore. Il lato negativo è che, forse, saranno andati a votare anche i non simpatizzanti, magari sostenitori di altri partiti. Può essere. Però, in tempi di voto liquido che cambia a ogni refolo di vento, dimostrarsi democratici e aperti, potrebbe essere persino attrattivo di voti futuri. Inoltre, gli elettori non iscritti si sentono tenuti in considerazione, sanno di poter accedere alle segrete stanze.
Qualche iscritto, tuttavia, visto che nella votazione tra iscritti aveva prevalso Bonaccini, si sarà sentito defraudato perché quel voto è stato sovvertito. Ma gli iscritti, se non sono d’accordo sul voto popolare, essendo parte dell'organizzazione, possono adoperarsi per cambiarne il regolamento, se ritengono.
Invece, c'è chi, come i bambini che giocano a calcio e che se perdono la partita vanno via con la palla, ha deciso addirittura di abbandonare il partito. 
Qualcuno pensa pure che, magari, una donna non sarà all'altezza.
Io credo, invece, che tutte le donne avrebbero dovuto sostenere Elly Schlein, senza se e senza ma, perché ogni vittoria raggiunta da una donna rende più forti tutte le donne, anche chi non lavora, anche chi non vuole fare carriera. Ogni successo femminile rende tutte le donne più consapevoli in generale di essere umane come chiunque e, forse, qualcuna che viene offesa, denigrata, o picchiata per anni prima di essere uccisa, troverà la forza di fuggire in tempo. 
Ogni parola a favore di una donna, può essere salvifica per un'altra e non contano le mimose stereotipate, conta non sentirsi esseri inferiori di serie b, ma persone ricche di dignità come chiunque altro. Tante donne in tutto il mondo si sentono ancora colpevoli di essere nate, per questo il riscatto passa anche dal successo di ognuna di noi.
Votiamoci tra donne, sosteniamoci, affidiamoci ad altre donne senza più paura e complessi di inferiorità.
Gli uomini sono sempre solidali tra di loro, le donne no. Ci avete mai fatto caso?
Dunque, il dubbio di alcuni è che forse questa donna non sarà all'altezza.
Può darsi, ma credo che peggio degli ultimi uomini a capo della Segreteria non potrà mai fare. Il PD ha dato l’impressione di essere diventato stabilmente di potere, inamovibile dal potere stesso, dilaniato dalle correnti, indifferente a chi ha bisogno, incapace di progredire nei diritti civili, incapace di fare opposizione perché disposto a tutto pur di essere nelle maggioranze di governo, in grado solo di seguire la famosa agenda Draghi, cioè l'agenda di un banchiere di destra! Un partito senza alcuna identità certa. Come si potrebbe mai fare peggio?
Ora, la Schlein ha un programma che ci avvicina - se fosse mai messo in pratica - all'Eden. Naturalmente il PD per questo giro non è al Governo (meno male altrimenti, magari, con un qualsiasi Segretario, avrebbe potuto persino proporre l'agenda Meloni!!!) e quindi non ci si può aspettare che tutto cambi.
Per chi ha perso la fiducia, per chi non riconosce più il Partito come progressista nato dall'unione delle migliori energie progressiste dei partiti di un tempo, basterebbe iniziare con un'opposizione seria. E magari lasciare da parte le varie correnti che trascinano, come le tempeste, un po' di qua e un po' di là, impedendo una visione chiara della larga strada da seguire.

Questo articolo è stato  pubblicato su LIGURIA 2000 a questo link:


e su Controluce a questo link:


Renata Rusca Zargar

venerdì, marzo 10

IL PENSIERO UNICO di RENATA RUSCA ZARGAR


IL PENSIERO UNICO

Si chiedeva qualche tempo fa, in un gioco televisivo, quale, tra le varie manifestazioni dell’intelligenza, sia quella più importante. Io avrei scelto sicuramente la capacità di non lasciarsi condizionare.

Oggi, però, che siamo in guerra, non farsi ammaestrare, non seguire il “pensiero unico” che ci viene somministrato da giornalisti, politici, opinionisti, è molto improbabile.

Oggi, persino chi credeva nei valori del Pacifismo ha cambiato casacca e, se qualcuno osa introdurre una valutazione discordante, viene accusato di “putinismo”.

Eppure, tutti siamo d’accordo sull’assunto che Putin sia un despota imperialista fornito di armi nucleari che non ha mai esitato a colpire oppositori e altri paesi per raggiungere i suoi obiettivi.

Dall’altra parte dell’Atlantico, però, c’è il vecchio Joe Biden, erede di una lunga dinastia di imperialisti e neocolonialisti, che si avvale della Nato per gestire l’occidente.

Dopo la caduta del muro di Berlino e lo sfaldamento dell’URSS, il Patto di Varsavia (corrispondente alla Nato per il blocco sovietico) si era sciolto e la maggior parte dei paesi aderenti erano addirittura entrati a far parte della Nato che, invece, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere sciolta anch’essa in quanto la Guerra Fredda era finita e i due blocchi non esistevano più.

Ma il criterio basilare degli USA non è mai stato di lavorare per il disarmo e la pace bensì di dominare entrambi i blocchi in un nuovo ordine mondiale. Criterio al quale l’Europa (non certo quella di Altiero Spinelli) si è supinamente inchinata.

Così siamo arrivati al conflitto.

“Bastava smettere di dire che l'Ucraina doveva entrare nella NATO, bastava rispettare gli accordi di Minsk per il Donbass. Sarebbe bastato un negoziato in cui si stabilisse la neutralità dell'Ucraina e un'autodeterminazione per il Donbass.” scrive Peacelink ( Perché la guerra in Ucraina?  (https://www.peacelink.it/)  Invece, la guerra è stata provocata ad arte, a partire dalla disattesa degli accordi di Minsk, armando l’Ucraina che avrebbe dovuto rimanere neutrale. Come si poteva credere che il nostro Putin si sarebbe rintanato in buon ordine al Cremlino?

Joe Biden, telecomandato dalle lobby delle armi vere trionfatrici di qualsiasi conflitto, si fa vedere, intanto, sempre attivo e sorridente. Fa bene, perché vende più gas e la distruzione causata dalle bombe e dai missili non tocca il territorio statunitense.

Nel contempo, la produzione delle armi è aumentata a dismisura e neppure il nucleare è più un deterrente. Stiamo giocando, infatti, proprio alla roulette russa: trovandosi in grave difficoltà uno qualsiasi dei contendenti si asterrà dal suo utilizzo?

Nel mezzo di questi trastulli imperialisti è caduta l’Ucraina, un paese, prima della guerra, così indigente da mandare le sue donne a fare le badanti all’estero, lontane dalle famiglie, dai mariti e dai figli. Oppure, ancora peggio, a vendere l’utero partorendo bambini di estranei ricchi che pagano per usare le femmine come mucche da produzione.

Si tratta di un vero e proprio genocidio di quella popolazione, con case distrutte, attività perdute e interi quartieri rasi al suolo. Mentre il bulimico Zelensky, famelico di presenze televisive in tutto il pianeta oltre che di armi, continua a propagandare la guerra.

Quanto hanno guadagnato gli USA e quanto guadagneranno ancora come signori del mondo?

Quindi, non servono trattative di pace se l’obiettivo a lungo termine, non importa quali siano i costi in vite distrutte, è l’indebolimento della Russia e la marginalizzazione della Cina.

Infine, il “pensiero unico” sostiene che, essendo l’Ucraina un paese aggredito, noi dobbiamo difendere l’integrità di uno stato sovrano.

Bene, se il ragionamento è questo, io lo condivido totalmente.

Allora, mandiamo armi a tutti i popoli che vengono aggrediti.

Ad esempio, in Palestina dove lo stato canaglia di Israele erode ogni giorno territori e diritti umani.

Mandiamo armi nello Yemen bombardato dall’Arabia Saudita, liberiamo la Nigeria da Boko Aram, o il Messico dai cartelli della droga o l’Etiopia dai ribelli. E perché non armare i curdi magari contro l’amato -oggi- Erdogan, o i militanti in Kashmir perché si liberino, finalmente, degli invasori India e Pakistan?

Al 21 marzo 2022 si contavano 59 guerre nel mondo (https://www.focusjunior.it/news/quali-e-quante-sono-le-guerre-nel-mondo/)

59! Ma ci ha appassionato solo l’Ucraina.

Forse, perché ce lo chiedono gli USA, davanti ai quali il nostro encefalogramma europeo è piatto. O, forse, perché il popolo ucraino è bello: alto, con gli occhi chiari e soprattutto la pelle bianca. Invece, quando la stessa Russia ha invaso la Cecenia, siamo rimasti a casa tranquilli perché di quella gente di altra religione (e anche meno bella) non ci importava nulla.

Così finisce in bolla il Pacifismo, la diplomazia, i colloqui per trovare un compromesso, il mantenimento di accordi precedenti…

Nei corsi e ricorsi della storia, tratteggiati da Giambattista Vico nel 1700, nonostante il progresso tecnologico, siamo ricaduti nello “stato bestiale” anteriore alla civiltà.

Renata Rusca Zargar

PUBBLICATO SU:

https://www.liguria2000news.it/primo_piano/il-pensiero-unico/

https://www.controluce.it/notizie/il-pensiero-unico/

http://www.weeklymagazine.it/2023/03/05/guerra-e-pace-nel-pensiero-unico-della-blogger-renata-rusca-zargar/

ed ora anche qui!