POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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lunedì, agosto 29

UN FILO D'ERBA PER VOVA E VIKTORIA lungo racconto del Professore GIULIO MARRA

UN FILO D’ERBA PER VOVA E VIKTORIA 

di GIULIO MARRA


1-

Vova si fermò e s’inchinò a osservare un sottile filo d’erba, un niente nell’immensa natura, uno zinzino verde che a stento si teneva ritto. “Non mi vorrai spezzare” sussurrò il neonato filo d’erba. Vova non sentì le parole, non le intendeva, erano dette in una lingua diversa dalla sua. “Mi strapperai, mi strapperai?” chiese tremolando il filo d’erba, mosso da un alito di vento, un fremito, un leggero fremito di infantile natura. Si affidò al vento, alle irrequiete foglie del pioppo che ogni piccola brezza muove sfarfallanti di bagliori argentati, ‘sostanza visibile del vento ’, promessa di vita: “Non strapparmi, diventeremo amici noi due, diventeremo grandi e saremo amici”. 

Hanno gli alberi un cuore? Hanno occhi e voce? È mai accaduto che un albero rispondesse a una semplice domanda umana: albero, ma tu sai che io, Vova, esisto? Non hanno gli alberi occhi e voce come Vova, ma gli alberi di castagno dalle foglie giallo-oro illuminano il mondo. Vova le conserva essiccate, tra le pagine di un libro, un agguato alla memoria che scatterà quando le ritroverà conservate in un vecchio libro o tra le pagine di un diario, come accadrà alla piccola amica, Iehor, che nel suo diario immagina fate tra le fronde, elfi e folletti uscire dai boschi. Iehor disegna una grande tavola imbandita con il cibo dei suoi sogni: “A me piacciono tanto le patate novelle, di quelle che si mangiano senza sbucciarle.” Nel disegno si vede anche una torta e dei piatti di frutta fresca. Anche Yuri ama fare colazione come Iehor e mostra una foto sul cellulare di una tavola imbandita con uova, bacon, avocado e dolci per una domenica di relax. E Jaroslava Mahuchikh spera di ritrovare la sua amata città, Dnipro, e gli amici, le passeggiate, e il nostro delizioso bortsch. Quando vengono chiamati per nome, alla chiamata rispondono: “Ci sono!”. Nel diario, la piccola Iehor disegna alberi in fiamme. Tagliati all’altezza di un metro, diventeranno sculture e verranno decorati. Seduto sui tronchi colpiti e sradicati vicino al bunker di fortuna, Vova immagina che i tronchi serviranno per fare tavole, sedie e panche di casa. “Rappresentare la guerra per come si mostra” dice Dmytro Hainetdinov: “Ci sono stati episodi non solo di terrore: abbiamo esposto anche cibo che alcuni soldati russi, i corpi d’élite mandati a occupare l’aeroporto, hanno regalato ai vecchi e ai bambini ucraini nascosti sottoterra… in Ukraine Crucifixion.”

2-

Passò il tempo.  Vova si ritrovò nello stesso luogo dopo molti anni e gli volle qualche secondo per capire dove si stava inoltrando, dal nulla si materializzava un bosco, gli era bastato alzare gli occhi per vederselo davanti. Il filo d’erba non era più un filo d’erba, nel trascorrere degli anni era diventato un albero sano, frondoso, orgoglioso, amante dell’aria e del cielo azzurro. Le ombre che gettava sul terreno erano raggi trattenuti dalle chiome verdeggianti, disegnavano tracce e vie segrete. Vova camminava cauto, turbato, attento, fuggiva, era inseguito? 

Camminava guardandosi attorno come se da ogni dove sbucasse una minaccia, dietro i tronchi bruni e nelle ombre disegnate sul terreno, nel frusciare melodioso delle foglie. Non ricordava di essere stato in quel prato, di essersi seduto accanto al piccolo filo d’erba e d’averlo accarezzato? Rami sottili risuonavano come corde di violino, gli parlavano al cuore come parla al cuore la musica. Ricordava la voce di un abete rosso, di una quercia, di un carpino bianco? Gli rispondeva dall’Italia Piergiorgio Ratti: “Come posso far cantare un mela, una lantana, un ontano nero, un nocciolo? La risposta è in una “fantasia verde” per sette piante soliste, sax e orchestra”, a cui si aggiunge il fiume Dnepr, il verde fiume, l’usignolo di Kiev, anche se la guerra farà di quelle acque un fiume di sangue, e si aggiunge il rospo smeraldino di prati e giardini con il pu puup pup del suo canto in ore serali. Una “fantasia verde” è stata creata. Fare musica in tempo di guerra aiuta, rinvigorisce, conforta e dà coraggio. Proveniente da una famiglia di immigrati ebrei di origine ucraina e lituana innamorata della musica, la musica per Gershwin era l’aria che respirava, il cibo che lo nutriva, la bevanda che lo ristorava, l’emozione che suscitava ricordi, un incontro, un amore, un Porgy and Bess. Per lui comporre era illuminazione improvvisa e poteva capitargli anche di sentire una musica nuova proprio quando era immerso nel rumore. È così anche per i giovani musicisti ucraini? 

3-

A Vova il bosco parlava di quando, bambino e filo d’erba, si erano incontrati. Non un filo d’erba, ora un filo di speranza e di dolore.

“Così finisce la mia vita?” sussurrò. “Aspetto di morire quando la vita mi ha distrutto, non vorrei morire quando la vita non mi ha distrutto”. Il colpo che l’aveva ferito lo costrinse a fermarsi. “Avessi il mio pesco! Mi addormenterei ai suoi piedi, appoggiato al tronco, e la mia ferita guarirebbe.” Arrivò un refolo di vento sul quale volava un leggero amento di quercia che rispose: “Lo so, lo so... soo... sooo… Vova. Così faresti ingiallire le foglie del roseo pesco che cadrebbero una dopo l’altra.” Vova sapeva che questo sarebbe successo se si fosse seduto accanto al pesco, trasmettendogli la sua ferita. Se ne sarebbe liberato, ma il pesco l’avrebbe assorbita e sarebbe morto. A volte le leggende servono per sperare di conservare la vita e se ne inventano ora dopo ora. Il mondo si potrebbe sacrificare pur di salvare la propria vita. Avesse trovato un gelso! Le gemme dei futuri frutti ‘colte con la mano sinistra’ e senza che toccassero terra ‘portate come amuleto’ arrestavano ogni tipo di emorragia. Perciò Plinio conclude: ‘le meraviglie… che riguardano quest’albero… sembrano più quelle di un essere vivente’. Gli zingari della Transilvania e della Romania alla festa di primavera tagliano un giovane salice che a sera viene circondato dai malati e dai vecchi che sputano su di lui tutte le volte dicendo: “Tu morirai presto ma lascia vivere noi.” Poi le donne incinte depongono un loro indumento sotto i rami. Se l’indomani vi è caduta sopra una foglia di salice, sanno che il parto sarebbe stato facile. 

Vova non si reggeva in piedi. E si sedette appoggiandosi al tronco di un noce. In lontananza, si sentivano spari. Gli creavano un tumulto nel petto di cui non riusciva a liberarsi. Qualcuno da un momento all’altro sarebbe apparso? 

Si appoggia al tronco del noce, la ghianda di Giove, Juglans regia, che protegge con la sua chioma tondeggiante, con rami vigorosi, donando quel senso di maternità che solo un albero di noce sa dare. Vova inizia a pensare, a ricordare, come tra mura famigliari, miti, favole e leggende dove è facile imbattersi in fate che fanno l’altalena nei gusci di noce, noci amuleto che proteggono dai fulmini, dalle malattie o dalle sventure, o magiche noci che racchiudono tesori e oggetti fatati; abiti e stoffe come la serica tela della rana trasformata in principessa… gusci di noce sui quali, secondo una leggenda slava, gli uomini trovarono rifugio dal diluvio universale.


domenica, agosto 28

ITALO BAROCCO . IL CANE DI SCICLI - di GIULIO MARRA

 Il professore Giulio Marra ha pubblicato un suo libro, che è stato presentato al SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO A TORINO, dal titolo ITALO BAROCCO - Il cane di Scicli. 






sabato, gennaio 29

IN UNA BIBLIOTECA CHE NON CONOSCO...del Prof. GIULIO MARRA


Giulio Marra, professore ordinario di Lingua e Letteratura Inglese all'Università Ca' Foscari di Venezia dal 1981 al 2010. Dal 1987 al 1994, e dal 2002 al 2008 è stato direttore del Dipartimento di Studi Europei e Post-coloniali.

Nel 1995 fonda e dirige la rivista letteraria Il Tolomeo che pubblica inediti, interviste, recensioni di ciò che viene pubblicato e tradotto in Italia nel settore anglofono e francofono (Africa, Canada, Australia, India, Caraibi, Nuova Zelanda, Irlanda, Scozia).

Nel 1999 in collaborazione con le università di Bologna, Lecce, Macerata, Milano, Padova, Pisa, Roma, Siena, Torino, Trento, Udine, Venezia, Vercelli contribuisce a fondare l'AISLI, (Associazione Italiana per lo Studio delle Letterature in inglese), della quale ricopre l'incarico di Presidente dal 2001 al 2006. AISLI è divenuta nel 2010 l'AISCLI (Associazione Italiana di Studi sulle Culture e Letterature di lingua inglese). 

Da molti anni è promotore di messe in scena di opere teatrali contemporanee (scelta dei testi e traduzioni inedite) presso il Teatro Goldoni di Venezia, il Teatro Universitario Giovanni Poli ed altri teatri. Fra le opere vanno ricordate: Baby Blues, Il caso Farhadi, Una linea nella sabbia, Joe Beef, Whylah Falls, Il villaggio degli idioti, Jessica, Office Hours.

§§§§§

È la storia di un incontro tra un sopravvissuto e un bambino morto nel disastro del Vajont. Il sopravvissuto ha vissuto una vita sportiva ma sempre segnata dal tragico episodio. Vita sportiva e ricordo si mescolano costantemente. Il bambino non può rispondere alle domande o ai racconti del sopravvissuto, in realtà il fratello maggiore. 

Chi scrive ascolta il loro dialogo e si limita a fornire la struttura del loro incontro. L’immagine scelta è quella di un libro intonso, chiuso dal fango, trovato tra le macerie, che non riesce ad essere aperto in un dialogo tra i due protagonisti: in altri termini la prima e l’ultima copertina, tra l’inizio di una vita e la fine di una vita, che i due fratelli avrebbero potuto vivere e condividere. Immagino che il sopravvissuto abbia trovato un libro prezioso sul luogo della scomparsa biblioteca, come nella storia del villaggio di Guaca raccontata alla fine. 

Le citazioni hanno la funzione di creare e di restituire il senso e il valore della comunità. La voce narrante si mescola a quella del sopravvissuto.

A memoria

Vorrei lasciare 

mura piene di felicità

Di voci, di canti

D’assordanti cantilene

E di lacrime, che si srotolano 

Come disegni di un arazzo 

di gigli e rose

E di risa come ali d’uccelli

Alle finestre del cielo, 

Mura che parlano con altra voce

Che ridono con altre risa,

Mura desolate e solitarie

disegni della memoria

Esse ora sono,

Vorrei che non si sentisse

Che il tempo è passato

lasciando il segno

Indelebile 

Dell’addio,

Vorrei che l’oblio non fosse

Una dimensione della mente,

Vorrei che l’uomo e le sue arti

Servissero all’eternità,

Come giocolieri in un circo

lanciano aste e cerchi

Senza mai cadere,

Così cadono i sogni 

in ragnatele, sospese

fra terra e aria,

Vorrei che non si dimenticassero le parole

dette tra queste mura

Canti e preghiere, fruscii di sillabe

Storie che forgiano il cuore,

Folate di vento tra rami d’autunno 

Solo queste io sento 

Andare e venire,

Mentre i quieti sogni d’aracne

Incorniciano gli angoli

Di mondi circolari,

nelle luci spente del tramonto

usciremo in punta di piedi

con parole già spese

e nessuno saprà che siamo vissuti qua

tutti, senza la pena

di rincorrere la felicità,

che la vita vi è passata fata morgana

d’ombre e luci, ormai

per magia le foglie rinsecchite corrono 

come un tempo alle porte e alle finestre

per chiedere armistizi 

all’effimero, 

oasi di verde e fiamme,

nessuno risponde all’appello

ma le mura,

Ritte e ferme come inconcussi

Testimoni agitano nel silenzio

Ombre del tempo che fu.

IN UNA BIBLIOTECA CHE NON CONOSCO

“Mi senti? Mi senti? Mi sei vicino?”. Mi guardai intorno, cercando la provenienza di quel flebile sussurro. “Vicino?” mormorai tra me e me. Pensai che un bambino mi stesse chiamando, di nascosto. Succedeva così ogni volta che mi avvicinavo a quell’angolo di casa. “Ehi, tu… mi senti?” e ogni volta avevo un sobbalzo. “Mi senti?”. Feci attenzione. La flebile voce sembrava provenire da un libro azzurrognolo, del tutto intonso, rimasto tra le macerie della mia piccola biblioteca. Lo vidi. Lo raccolsi. Lo tenni tra le mani. Ma chi era quella voce, che ogni giorno mi aveva cercato? Eh, si, perché ogni volta che sentivo quella voce succedeva qualcosa dentro di me. Potenza della voce. L’anima reagisce ai luoghi dove passa, a un luogo che non ho mai dimenticato, a un luogo dal quale mi chiedo perché mi sono discostato, a un luogo che ho perso e sentito per tanto tempo lontano. Percorriamolo dunque quel luogo. Dall’inizio alla fine. Sulle ali ambrate della nostalgia, di una lenta nostalgia, di nessun colore e di tutti i colori, di nessun mezzo e di tutti i mezzi, di nessun ordine e di tutti gli ordini. Ci avvicineremo con passo incerto?

 Faremo come Astolfo che cerca

Il senno di Orlando sulla Luna?

mercoledì, gennaio 26

IN MEMORIA DI AURELIA GREGORI 82120 AUSCHWITZ di Giulio Marra

Da Aurelia ad Aurelia. Da una madre alla sua neonata 

In memoria di Aurelia Gregori 82120 Auschwitz



Testo del prof. Giulio Marra

1 -

Una storia fatta di tante storie, una storia di tanti giorni, miei, tuoi, di chiunque abbia camminato in questo mondo. Mi colpì un’idea che farfugliava nel profondo mare, al quale stavo dinanzi, e venne a galla, piano piano, in silenzio. Una storia? No, non una storia. Una trama in cui intrappolare qualche essere umano? No. E cosa rimane? Attimi, pensieri. Luoghi, sentimenti. Soprattutto un’idea, un’idea come eri tu. Eri ancora idea, un seme che deve prendere forma e ha in sé ogni forma. Costretta nel tempo e nello spazio lungo un filo spinato, sceglievo di non guardare mai le betulle che sporgevano oltre le mura, la mia e la tua anima non avrebbero potuto reggere, pensavo. Pensai di parlarti come parlai bambina, un giorno, al mio aquilone. Come se l’aquilone adesso fossi tu. Hai bisogno anche tu della mia mano? E io di sentirmi viva. “Dove andare?” mi chiese l’aquilone, frustato dal vento, e io gli risposi come ce l’avessi ancora in mano la corda che lo teneva legato:

Perché non t’innalzi

Da solo nell’aria

Senza l’aiuto delle mie mani?

Sei un’illusione lassù

immobile nel vento

Che mi passa davanti agli occhi?

L’ombra di una nuvola?

Il coreografo delle aeree correnti

In un concerto di nubi?

Non parlarmi

non sorridermi

non rispondermi

per dirmi cosa

dovrei fare

tu hai bisogno della mia mano, 

affidi la libertà, illusione?, a uno spago

per mantenerti in volo e così, mai

scendere a toccare terra e acqua

sostanze ora pesanti sul mio cuore…

Ma poi vidi una bambina

Che scalciava nell’aria

Un’immagine riflessa

Di tempo addietro

Che rideva e correva

Nell’erba ventilata e spariva

In uno specchio evanescente.