POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
Visualizzazione post con etichetta conferenze padre Claudio Truzzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta conferenze padre Claudio Truzzi. Mostra tutti i post

lunedì, aprile 7

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 5 confenenza di Padre CLAUDIO TRUZZI – MODELLO DI ORAZIONE


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO  – SAN GIUSEPPE

5 –  MODELLO DI ORAZIONE


TRIANGOLO D'AFFETTI

«Maria, se pensiamo alla tua vita di Nazareth, dobbiamo immaginarti strettamente legata sia a Gesù che a Giuseppe. Tu eri la regina della casa, come lo è ogni madre. Eri il centro degli affetti umani di Gesù in quanto Dio fatto uomo, che, man mano che “cresceva in età, sapienza e grazia”, sperimentava un sempre più ricco rapporto con te, “piena di grazia”: infatti egli solo era su misura tua di “benedetta fra le donne”, egli che viveva poi un più grande immenso rapporto con il Padre nello Spirito, dentro la Trinità.

Tu e il tuo Gesù sentivate un affetto profondissimo verso Giuseppe: tu in quanto sposa vera e non finta, an-che se sempre vergine; Gesù in quanto figlio non naturale, ma sotto il profilo spirituale, morale e psico-logico, veramente accettato dal tuo sposo, con un'accettazione anche per lui verginale e con una fede da santo (o “giusto”, come biblicamente usavate dire voi). Nel vostro sacro triangolo (Gesù-Maria-Giuseppe) noi vediamo, aiutati dalla Chiesa, uno splendido e inesprimibile mistero di affetti umani e di doni divini.

INCONTRO DEVOTO E AMOROSO CON MARIA

Se guardiamo a Giuseppe, come modello esemplare della nostra vita di preghiera, scopriamo di aver molto da imparare dalla sua devozione a Gesù ed a Maria.

Da lui possiamo imparare prima di tutto ad onorare la Madonna, perché nessuno la onorò, venerò ed amò come lui. Egli fu veramente un grande devoto di Maria, nel senso più forte della parola. In lei vide la crea-tura santa, sacra a Dio, e la ragione della sua fedeltà e del suo affetto era proprio l'elezione di cui questa creatura era stata oggetto da parte di Dio. 

Le rimase accanto fin quando lei ebbe bisogno di lui e della sua presenza, e il suo dipartirsene fu un estremo atto di devozione e d’amore: come aveva preparato la dimora terrena per Gesù e per Maria, così eccolo andarsene per primo, quasi per preparare loro la dimora eterna. Quando Gesù tornò al Padre, certamente la prima creatura umana che gli andò incontro fu Giuseppe.

Giuseppe c’insegna, poi, la devozione ed il servizio al Signore e alla Madonna. 

Abbiamo tanto bisogno di tradurre la nostra devozione in servizio, in un'operosità dove, invece di perseguire il nostro tornaconto, cerchiamo solo il compimento dei disegni di Dio e la sua gloria. Facendo così diventiamo i collaboratori del Signore, diventiamo veri strumenti nelle mani di Dio per l'avvento del suo Regno.

Da Giuseppe impareremo anche ad onorare la Madonna proprio nelle cose che lei preferisce. 

Prima di tutto il servizio di Gesù benedetto e, poi, quel silenzio, rispetto, nascondimento con cui lei stessa accolse il mistero del Figlio di Dio e col quale fu custodita dal suo Giuseppe. Quando egli si rese conto delle meraviglie che Dio operava nella vergine sposa, non le rivelò a nessuno, non andò a pavoneggiarsi con le sue grandezze. Custodì tutto nel segreto del cuore, come la sua sposa Maria, che conservava per sé il mistero del Figlio suo.

Si deve intendere così la nostra vita se vogliamo che il mistero di Gesù, Maria e di Giuseppe diventi la nostra ricchezza, quel piccolo paradiso terrestre dove noi, giorno dopo giorno, custodiamo la beata speranza della gloria.

«Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione – sottolineava santa Teresa –, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe che fu loro di tanto aiuto. Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo santo glorioso e non si sbaglierà» (S. Teresa, Vita 6, 6-8).

UN SILENZIO CONTEMPLATIVO   

Giuseppe è stato il protettore di Gesù e di Maria, come? Tacendo.

Se il Signore avesse affidato a noi questo compito, quanto chiasso avremmo fatto! Come avremmo complicato la nostra e l'altrui vita, credendo di dover fare tanti decreti, tante leggi, prendere misure, informare... Niente di tutto ciò, invece. Giuseppe ha soltanto servito i misteri del Signore in una solitudine silenziosa, che è il segreto della sua contemplazione. Nell'umile silenzio che riuscì a creare in sé, ed intorno a sé, poté contemplare, indisturbato ed in pace, il suo Signore.

Se pensiamo alla vita di Giuseppe, sentiamo che il nostro cuore si rasserena, il nostro spirito è sommerso nella pace. Poiché questa disposizione è ad un tempo: abbandono, fiducia, speranza, amore, fedeltà e motivo di perseveranza, di continuità nella pratica del bene e della virtù. 

Soltanto le anime pacifiche sono veramente perseveranti.

Di solito, i “contemplativi” più ammirati dagli uomini non sono autentici; i contemplativi veri autentici sono coloro che riescono a nascondersi, a non far parlare di sé, a passare inosservati, a restare un segreto di Dio.

Nei riguardi di san Giuseppe, infatti, il giudizio degli uomini è stato pressappoco questo: «Quello là, chi se ne occupa? Insignificante; può scomparire quando vuole!» ...

Ma essere presenti per Dio solo, essere vivi soltanto per Lui! Quante cose può insegnarci l’umile carpentiere su questo punto! Chi volesse stendere la vita di questo santo, si troverebbe presto disperato, non saprebbe che cosa scrivere. Quando s’inizia a parlare di lui, sembra di dover raccontare tante cose e poi ci si accorge di non poter parlare di nulla, perché tutto quello che lui è, lo è per il suo Dio e basta. Non ha scritto diari spirituali: si è chiuso nell'adorazione in un misterioso silenzio e ha servito il Signore così. Non per nulla è il custode della più alta e sacra verginità, quella di Maria, e della sua “immacolatezza” del Figlio di Dio. 

E come lo è stato? Lo ripetiamo: Non mettendosi a dire: «Qui ci sono io, che li difendo entrambi», ma scomparendo. Ha custodito la santità di Gesù e di Maria scomparendo agli sguardi di tutti, fuorché di loro due.

••   Giuseppe, questo amabilissimo patrono della vita spirituale, ci aiuti ad essere molto presenti soltanto al cuore e agli occhi di Dio; e quanti più numerosi saranno a dimenticarsi di noi, tanto meglio, perché in questo nostro scomparire agli occhi di tutti ed agli stessi nostri occhi, il nostro io sappia perdersi nell'adorazione umile e silenziosa della infinita grandezza dell'unico Dio e Signore nostro.

UNA VITA DI PREGHIERA

Giuseppe il “maestro” di Teresa

Maestro di orazione, san Giuseppe? Sembra un paradosso. Nel Vangelo dell’Infanzia di Gesù, tutti o quasi tutti i personaggi sfilano pronunciando una preghiera esemplare: Zaccaria, Maria, Elisabetta, l’anziano Simeone, gli angeli, ecc. Tutti... meno Giuseppe. 

Uomo giusto, uomo buono, dev’essere forzatamente anche l’uomo del servizio, e del... “silenzio”, senza il suo “Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele”, e senza il suo “Magnificat”, senza “Benedetta tu fra tutte le donne”, e “Ed ora, lascia o Signore che il tuo servo se ne vada in pace”, oppure “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”...

Perché allora, una persona che di orazione se ne intendeva – Teresa – propone Giuseppe, e in maniera chiarissi-ma, come “Maestro di preghiera”? La Santa, infatti, non potrebbe esser più categorica: «Chi non trovasse maestro che le insegnasse orazione, prenda questo glorioso Santo come Maestro, e non sbaglierà strada» (Vita, 6, 8).

Bene! Sembra che Teresa fosse giunta a tale convinzione, non per mezzo di libri o teorie particolari, ma per propria esperienza. Che esperienza? Ce la racconta lei stessa in uno dei primi capitoli della sua “Autobiografia”.

Teresa è giovane, nel fiore della vita. Ha venti tre anni. È monaca carmelitana nel monastero dell’Incarnazione di Avila. Da tre anni ormai è monaca. Improvvisamente si ritrova inferma. Una malattia terribile che la riduce, in quattro giorni, in coma e che le lascia in eredità la paralisi: 

«Credo che potessi muovere soltanto un dito della mano destra», scrive. 

«Per cambiarmi di posto dovevo sollevarmi su un lenzuolo tenuto all’estremità da due persone» (Vita, 6, 1).

Provvidenzialmente, poco prima aveva letto la storia biblica di Giobbe! Ebbene, in questa storia, raccontata e commentata da quell’insigne scrittore che fu papa san Gregorio Magno, Teresa, non solo apprese ciò che fosse la pazienza, ma pure come pregare dalla profondità di sofferenze indicibili: pregare elevando la voce a Dio come Giobbe; gridare a ruota libera dall’oscuro tunnel di un dolore insopportabile ed incomprensibile; poter dire a Dio di tutto, persino enormità; poter pregare persino con grida, se fosse il caso.

Otto mesi di paralisi totale furono un tunnel molto lungo; e lasciarono il segno. E fu lì, immersa in questo stesso tunnel, che accadde...: Teresa s’incontrò con la luminosa figura di san Giuseppe.

Che contrasto fra il gesto silenzioso di quest’uomo ed il clamore di Giobbe! 

Due facce di una stessa medaglia. Di fronte al torrente di preghiere interminabili che sgorga dalle labbra di Giobbe, il silenzio profondo di Giuseppe: silenzio nella profondità del dubbio, silenzio di un uomo che si ritrova al centro di un crocevia del mistero, un mistero tanto umano da un lato, tanto straordinario e misterioso dall’altro.

Qui Teresa si rende conto della profondità e della forza di una preghiera fatta... in silenzio. 

Contemplare, non parlare; accettare... per poter servire. 

Dinanzi a Gesù e Maria, che cosa poteva fare Giuseppe se non ... contemplare? 

Vale a dire: guardare, ed osservare da vicino e non stancarsi di guardare, né di amare...

Fra la forma di pregare che Teresa già conosceva – fatta di ragionamento e di parole – e quella che ora le insegna san Giuseppe – intrecciata unicamente di guardi silenziosi, però intrisi d’amore –, Teresa non dubita un istante e sceglie la seconda formula. 

È san Giuseppe senza dubbio che l’anima e la inizia in simile stile di orazione silenziosa, raccolta, contemplativa, che d’allora in avanti caratterizzerà la sua orazione. 

–  Una orazione senza parole, perché parlare non è il forte di questo Santo.

–  Un’orazione di raccoglimento, perché è proprio il silenzio ciò che attrae chi prega in tal maniera verso quel punto focale che sono Gesù e Maria;

–  ed un’orazione contemplativa, giacché si tratta di uno sguardo impregnato di vicinanza e di affettuosità.

Una contemplazione che, però, non conduce ad un quietismo sterile; al contrario: «Alzati, ascolta Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché la vita del Bambino è in pericolo». 

E Teresa commenta: «Persone di orazione...: non so come possano soffermarsi sulla Regina degli Angeli nel tempo che trascorse col bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe, per come fu di loro aiuto» (Vita, 6, 8).

Tale processo orazionale, che dalle parole passa al silenzio, dalla contemplazione alla lotta, fu la sintesi della preghiera teresiana. Teresa, infatti, aveva già, come monaca, una vocazione contemplativa. Ma ebbe pure la fortuna d’essere curata da Giuseppe, non soltanto da quella terribile infermità, ma da quelle frequenti deviazioni in fatto di preghiera, che chiamiamo: loquacità ed alienazione.

Quanto tutto terminò, Teresa aveva 26-27 anni. Ritornò ad essere una giovane monaca gioviale; tornò al illuminare di sorrisi la vita di chi la circondava. Ed iniziò il suo “cammino di orazione”, tenendo questo benedetto Santo come... “maestro”.

A spiegare simile efficacia concorrono molti motivi che sono propri della persona e della vita del Santo. 

–   Il buon Dio affidò a san Giuseppe una missione: quella di custodire Gesù e sua Madre, e noi sappiamo che il mistero di Gesù e di Maria sono legati a fini ben precisi: la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Una vita di preghiera, d’incontro con Dio, deve, quindi, rispondere a questi medesimi fini: ogni anima è amata da Dio affinché lo glorifichi, riamandolo con una totale e perfette fedeltà. Non è perciò strano che il Santo custode del mistero di Cristo e della Vergine sia un intercessore particolarmente valido, affinché ogni anima realizzi i medesimi fini e gli stessi desideri del Signore.

–  Ma ecco un'altra ragione per cui il patrocinio di Giuseppe si rivela particolarmente prezioso nella vita spirituale.

Vita spirituale significa, soprattutto, vita d’intimità con il Signore, di familiarità con Gesù e con Maria. 

Ora, chi visse per primo tale intima familiarità e per primo ne fece l'esperienza glorificante è stato Giuseppe, che da quando nacque Gesù gli fu vicino, con una presenza attenta e continua. Chi meglio di lui, allora, ci può insegnare a diventare intimi di Gesù e di Maria? E cos'è la vita d’orazione se non questa familiarità con il Signore?

•• Per entrare in intimità con qualcuno è necessario conoscersi a fondo, non avere segreti l'uno per l'altro. Così fu Giuseppe per Gesù e di Maria. Può offrirci, quindi, l'esempio della sua stessa vita per vivere l'intimità propria dell'orazione. Noi vorremmo, invece, che la familiarità con Gesù e con Maria fosse per il godimento nostro, per la nostra soddisfazione. Vorremmo che fosse sulla nostra misura, conoscerli e capirli come pare a noi. 

Giuseppe, nonostante sia stato costituito in paterna autorità sulla famiglia di Nazareth, ci dimostra, invece, che la familiarità con il Signore ha un prezzo: quello di lasciar fare a Dio a modo suo.

È stupendo quest’esempio del santo Patriarca che, pur essendo capo di casa, è semplicemente a servizio, con una familiarità fatta d’abbandono e continua dedizione. 

Lui non misura la vita di Gesù e della Vergine sulle sue esigenze, ma pone la sua vita a servizio delle loro. Non parte per l'Egitto quando fa comodo a lui, ma quando l'interesse di Gesù lo richiede.

Abbiamo tanto bisogno, noi che vorremmo essere la misura della nostra vita, d’imparare da Giuseppe a permettere che il Signore sia Lui questa misura, con le sue scelte e i suoi piani su ciascuno di noi.

Da “Il cammino di fede di san Giuseppe” (Ed. ocd, p. 39ss)

Preghiere a san Giuseppe

–  Per la famiglia

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai conosciuto come noi la vita familiare. Il tuo amore reciproco è rivolto naturalmente verso il Figlio di Dio divenuto figlio tuo. E come noi, hai dovuto far crescere il tuo amore in mezzo alle gioie e alle difficoltà.

San Giuseppe, proteggi oggi la nostra famiglia. Aiutaci a comprendere. 

Fa' in modo che l'orgoglio o l'egoismo non feriscano mai i nostri sentimenti. Rendici sempre più fedeli verso i nostri incarichi  e verso i ritmi delle nostre giornate e fa' in modo che ci si possa avvicinare al Figlio di Dio sempre vivo nel cuore di tutte le famiglie. Amen. 

Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal


– Per i Bambini che devono nascere

O glorioso san Giuseppe, protettore della Santa Famiglia, proteggi nel seno della loro madre tutti i bambini piccoli che il Buon Dio chiama alla vita, come tu stesso hai protetto Gesù nel seno verginale di Maria.

O san Giuseppe, gloria della vita di famiglia, prega perché rinasca l'amore ed il rispetto del dono della vita 

nel nostro Paese. Amen.

                       Centro Manale - Ciney - Belgio

 

– Per l'educazione dei Bambini

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai impiegato tutte le tue forze a nutrire e ad educare Gesù, questo bambino che Dio ti ha affidato.

Insegnaci come educare i nostri figli con amore e serietà, con intelligenza e tatto. 

Trasmettici la calma e la pazienza che bisogna dimostrare davanti alle loro debolezze. 

Dacci la saggezza e la forza di intervenire accanto a loro come si deve e quando ce n'è bisogno. 

Rendici capaci di risvegliare la fede, trasformaci in genitori che pregano con i loro bambini e che camminano con loro verso il Regno. Amen.                      Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal 


– Modello dei lavoratori

Glorioso san Giuseppe, modello di tutti quelli che sono votati al lavoro, donami la grazia di lavorare con spirito di penitenza per l'espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, ponendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; 

di lavorare con riconoscenza e gioia, osservando come un bravo dipendente, e di sviluppare attraverso il lavoro i doni ricevuti da Dio; 

di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; 

di lavorare soprattutto con intenzioni pure e con distacco da me stesso, avendo continuamente davanti agli occhi la morte ed il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti inutilizzati e delle vane compiacenze legate al successo, se funeste all'opera di Dio.

Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a tua imitazione, o santo patriarca Giuseppe!

Tale sarà il mio motto nella vita e nella morte.  Amen.


–  Preghiera di un giovane

San Giuseppe, il Figlio di Dio stesso, ti ha scelto per essere suo padre, la sua guida e il suo protettore durante l'infanzia, la sua adolescenza e la sua giovinezza. 

Lui ha voluto essere condotto da te lungo tutto il cammino della sua esistenza terrena. 

Tu hai compiuto il tuo ufficio con grande fedeltà.

Anch'io ti affido la mia giovinezza. 

Nel nome di Gesù, io ti chiedo di essere la mia guida ed il mio protettore,  

oso dire “mio padre” lungo il pellegrinaggio della mia vita. 

Non permettere che io m’allontani dal cammino della vita che è nei comandamenti di Dio. 

Desidera tu essere il mio rifugio nelle avversità, la mia consolazione nelle pene, il mio consigliere nei dubbi, fino a che salirò al Cielo, dove esulterò in Gesù mio Salvatore con te, a tua Santissima Sposa Maria e tutti i santi. Amen.

–  Per un malato

Misericordioso san Giuseppe, tu sei la speranza dei malati, e tutta la Potenza di Gesù è nelle tue mani. Dunque, per te non c'è niente di impossibile. 

Ascolta con benevolenza quelli che t'invocano in questo giorno per le membra sofferenti della Chiesa. 

Noi ti preghiamo, addolcisci le pene di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.

Dagli la grazia di una totale sottomissione alla divina Volontà. 

Ma mostragli anche la tua bontà trasmettendogli la pazienza e ridandogli la salute, con la grazia di condurre una vita santa e completamente gradita a Dio. 

Buon san Giuseppe, non farci pregare invano, ma degnati, per mezzo di questo nuovo favore, di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza verso di te e verso la divina bontà. Amen.

                Centro Manale - Ciney - Belgio


–  Uomo di vita interiore secondo il cuore di Dio

San Giuseppe, io vorrei essere, come te, 

un uomo che non cerca ma che fa solo la volontà di Dio; 

un uomo che osserva solo Dio; un uomo che ama il silenzio e agisce nel silenzio, che pensa e parla davanti a Dio, che non discute mai con Dio, 

che vive d'interiorità, un'interiorità unita a Dio, che si eleva senza fine verso Dio con tutto il suo spirito, con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze; 

un uomo che eleva il mondo verso il suo Creatore; un uomo che ama ardentemente Gesù, che vive e muore per Lui, che onora la sua verginale Madre e sa rispettare tutte le donne grazie a Lei.  Amen.


San Giuseppe Patrono della Chiesa universale

O beato Giuseppe, che Dio ha scelto per portare il nome e svolgere il ruolo di padre agli occhi di Gesù, 

tu che sei stato dato da Lui come sposo purissimo a Maria sempre Vergine e come capo della Santa Famiglia sulla terra, 

tu che il Vicario di Cristo ha scelto come Patrono ed Avvocato della Chiesa universale, fondata da Cristo Signore stesso, con la fiducia più grande possibile io imploro il tuo aiuto potentissimo per questa stessa Chiesa che lotta sulla terra.

Ti supplico, proteggi, con una sollecitudine particolare e con quest’amore veramente paterno di cui ardi, il Pontefice romano, tutti i vescovi ed i preti uniti alla Santa Sede di Pietro.

Sii il difensore di tutti quelli che penano per salvare le anime che sono angosciate ed immerse nelle avversità di questa vita.

Fa' in modo che le persone si sottomettano spontaneamente alla Chiesa 

che è il mezzo assolutamente necessario per ottenere la salvezza.

Degnati di accettare, santissimo Giuseppe, il dono che ti faccio. 

Mi voto completamente a te, affinché tu voglia essere, sempre, per me un padre, un protettore ed una guida lungo il cammino della salvezza. 

Dammi un cuore puro, un amore ardente per la vita interiore. 

Fa' che io stesso segua le tue tracce e che rivolga tutte le mie azioni alla grande gloria di Dio, unendole agli affetti del Divino Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato della Vergine Madre.

Prega infine per me, affinché io possa partecipare alla pace ed alla gioia 

di cui tu hai goduto un tempo, morendo così santamente. 

Amen.


domenica, dicembre 8

MILLE ANNI PER UN’ “AVE MARIA” 4 – “SANTA” MARIA "



MILLE ANNI PER UN’ “AVE MARIA”

4 – “SANTA” MARIA"

Entriamo, ora in una nuova dimensione. Mentre nella prima parte abbiamo pregato in chiave di “bene-dizione” e di “lode”, da questo momento la preghiera si apre alla “petizione”. 

Una grande supplica che si venne tessendo con voci anonime già nel basso Medio Evo, sino a conseguire – come abbiamo detto – il certificato di autenticità per opera di papa Pio V.

L’inizio di questa seconda parte della “Ave Maria” dà la sensazione che si continui a pregare – dirigendoci alla Madonna – in chiave di lode. Ma non abbiamo annunciato che questa seconda sezione era di supplica? Certo! Ciò che succede è che non c’è miglior prologo per introdurre una richiesta che il riconoscere la grandezza di colui al quale la dirigiamo. 

Per tale motivo iniziamo col proclamare: “Santa Maria!”.

Beatifichiamo e canonizziamo con questa preghiera Maria migliaia di volte. Mentre lo facciamo, sentiamo, però, anche la consolazione del fatto che la sua non è una “santità da piedistallo”, di quelle che elevano gli eroi o le eroine alla stratosfera celeste. 

L’aureola della santità di Maria non ci abbaglia. Al contrario, abbassa questa parola “santità”- tanto austera e abitualmente disincarnata – al livello nostro, quello del quotidiano e dell’intimo. Perché, che fortuna che esistano i santi e che ci sia possibile proclamare “santissima”, né più né meno che la nostra Madre! Questi sono la prova più palpabile del trionfo del Salvatore (“Figlio dell’uomo” – come spesso si auto definisce il Cristo Gesù), del successo della nostra povera specie umana e della possibilità che alberga in ognuno di noi! 

Da come morì Gesù – appeso ad un legno come un volgare facinoroso –, nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla sopravvivenza di quella sua sublime dottrina. Ogni santo, ogni dettaglio di santità che appare lungo la storia, non è, invece, se non la dimostrazione palpabile del fatto che le piaghe di quel Crocefisso “infettarono” la carne e il sangue di milioni di esseri. Sino a giungere a noi!

Ed affermiamo che in ogni santo trionfa pure, per la medesima ragione, la specie umana. 

Come dolorosamente sperimentiamo, tutto si trova macchiato dalla bava immonda di quel male che chiamiamo “peccato”. Non esistono soltanto sette, ma settanta volte sette peccati capitali.

Questa carovana di uomini e di donne come noi, che attraversa la storia con il sostantivo di santi e l’aggettivo qualificativo di martiri, confessori, vergini ... dimostra, tuttavia, che qualcosa di limpido è rimasto; che, alla fin fine, il Maligno è stato vinto; che questa visione tanto pessimistica che teniamo della nostra povera umanità non è giustificata, giacché i santi … esistono! 

E sono di più, molto più numerosi di quanto si creda, perché la grazia di Dio opera con potenza.

Per questo, ogni volta che preghiamo esclamando: “Santa Maria!”, in Lei noi incontriamo la moltitudine che, secondo l’Apocalisse, «nessuno poteva contare». Come se Maria li stringesse tutti al seno, giacché, di fatto, sgorgarono dal seno della sua maternità spirituale: dal protomartire Stefano fino all’ultimo santo proclamato dal Papa; da quelle santità che brillano come di luce propria (quella di Pietro e Paolo, Gerolamo e Agostino, Francesco e Chiara, Domenico e Caterina da Siena, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, Teresa di Gesù Bambino, Massimiliano Kolbe e Edith Stein …), sino a quella degli innumerevoli santi anonimi, commemorati con affetto ogni 1° novembre nella festa di “Tutti i Santi”.

In questa sussurrata o proclamata invocazione della “Santa Maria!”, sono, a loro volta, racchiuse tutte le nostre “sante marie”, in minuscolo: sono le nostre bambine, le nostre giovani, le nostre donne. Queste sono come successive edizioni 

*  di Maria bambina, presentata al Tempio;

* della madre gestante, senza parola di fronte al mistero della nuova vita      che sente agitarsi nelle sue viscere;

*  delle povere madri che danno alla luce in pace e con amore, però in          una  povera catapecchia;

*  di quelle che devono fuggire con figli e masserizie verso “Egitti”                  stranieri; 

*  o  che soffrono persecuzione per l’eroismo dei loro figli; 

*  della madre che raccoglie come qualcosa di sacro il loro cadavere              giustiziato;

*  di tutte le vedove e le “Soledades” di questa storia, che loro non                costruiscono, ma subiscono.

Noi le evochiamo tutte. Tutte le lodiamo, ogni volta che preghiamo dicendo: “Santa Maria!”.

lunedì, febbraio 19

13 – STILE DEL CRISTIANO – IL FICO CHE METTE LE FOGLIE (il tempo di Dio) Conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD

 

Carissimi,

soltanto ora riesco a inviarvi l'ultima conferenza[13] sulla Parabole. Sono stato ricoverato per tre settimane in ospedale, ed ora mi hanno dimesso (ancora intero!). Se tutto andrà bene, ci rivedremo alla prossima serie. Se sì, non so ancora quando; ma ci risentiremo, a Dio piacendo. Vorrei però ringraziarvi tramite e-mail, non avendo potuto farlo a tempo debito. Vi auguro ogni bene.

 Padre Claudi

13 – STILE DEL CRISTIAN0 – IL FICO CHE METTE LE FOGLIE

 (il tempo di Dio)

Poi Gesù disse questa parabola: 

Osservate bene l’albero del fico e anche tutte le altre piante. Quando vedete che mettono le prime foglioline, voi capite che l’estate è ormai vicina. 

Così dovreste fare anche voi: quando vedrete che stanno per accadere tutte queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. Vi assicuro che questa generazione non passerà prima che tutto avvenga. Cielo e terra passeranno, ma non le mie parole!».(Luca 21,28-33)


La pianta di fico è presa come paragone forse perché s’alzava con i suoi bottoni pregnanti pronti a emettere foglie, proprio dove Gesù – sul monte degli Ulivi – stava parlando ai suoi discepoli. (Dicono che il fico sia una delle piante più frequenti del territorio palestinese).

Per comprendere il significato della parabola, è bene collocarla nel suo contesto.

Siamo vicini ai giorni della Passione, quando ormai scribi, farisei, sadducei e ipocriti di ogni genere hanno stancata la pazienza del Salvatore: sembra proprio che tutta quella gente si rifiuti di credere all’evidenza più luminosa: 

– di miracoli, ne aveva fatti più del bisogno, 

– di verità, ne aveva annunziate: o a parole rotonde, o per mezzo di parabole (che le cose le dicevano sotto veli trasparenti da farle capire anche agli orsi); 

Qualcuno Gli aveva rivolte domande che facevano nascere la speranza che ormai fossero maturi i tempi, per buttarsi in ginocchio innanzi a Lui con un «credo» pieno di entusiasmo; invece erano sempre i medesimi: dicesse profezie o parlasse per allegoria, tirasse fuori insulti da bruciare la pelle o li animasse con i segni della misericordia, sembrava di parlare al muro: «ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati, assassini di profeti», non c’era niente da fare. Niente da fare neppure con la dolcezza, l’accostamento, il riferimento chiaro tra una parabola e un gesto di bontà.

Con i suoi discepoli esisteva, invece, una certa confidenza; anche se non sempre egli poteva essere tranquillo sul loro comprendonio: spiegava le cose con fiducia e parlava di cose o di avvenimenti per loro strani, ma che sono la base su cui costruire un cristianesimo serio. 

Era arrivato, Gesù, persino a piangere davanti a loro quando, osservando Gerusalemme e il suo Tempio, ne aveva previsto e predetto la distruzione e il castigo della città Santa, mentre il suo pensiero correva anche più avanti: alla fine del mondo. [Tanto da creare una certa confusione tra la distruzione del tempio e la distruzione del mondo].  

E fu proprio a proposito di questi accadimenti che egli raccontò la breve parabola del fico annunciatore di primavera. [Forse un Biblista vi potrebbe dare spiegazioni complete e precise; io m’accontento di dirvi le cose da catechismo (via sicura per il Paradiso)]

Il concetto che Gesù voleva esprimere è semplice e fondamentale: né Gerusalemme, né il suo Tempio, opera dell’uomo, sono eterni, e neppure il mondo è eterno: Dio solo ha in mano l’eternità e ne fa partecipi i suoi figli che si sforzano di vivere secondo la sua volontà. 

Anzi l’unico suo desiderio è che gli uomini non si lascino travolgere dalle cose e giungano impreparati al momento in cui il temporaneo finisce ed inizia l’eterno.

Questo momento in cui le cose cambieranno è nella mente di Dio ed è preparato, per quel che riguarda l’uomo, dal maturare di altri eventi. 

La distruzione di Gerusalemme avverrà quando sarà pronto l'imperatore romano Tito, il sacrilego profanatore del Tempio, il vendicativo distruttore di popoli; ma già aleggia nell’aria qualcosa che lascia intravedere “l’ira funesta” dei Romani).
La fine del mondo avverrà solo quando Dio vorrà, ma ha già fatto capire che essa avverrà; Lui sa di che cosa ha fatto il mondo e che consistenza ha la sua composizione.
Si ricordino dunque gli uomini che il tempo passa velocemente e che come l’estate giunge immediata-mente dopo le foglioline del fico, così la fine può avvenire dal mattino alla sera di un “giorno” più o meno lungo. Ma non dimentichi l’uomo che ci son conclusioni previste ancor più velocemente; guarda per esempio la vita di un fiore o la vita di un uomo.
E qui siamo entrati – con parlare... in italiano – in fatti estremamente chiari.
Tanto che noi anziani – che ci pare ieri quando ci spuntarono i primi baffetti (parlo di uomini, si capisce) – già ne abbiamo tagliati, lisciati dei mezzi chilometri e ci pare ieri che ponevamo le date 1950 -’80-’95-’99 ecc. e siamo nel 2024, e non abbiamo tanta certezza di raggiungere il 2026 o al 2029.
Il che, in parole povere, vuol significare che 
1° – tra le prime foglioline del fico e il fico con la goccia d’oro,... beh! c’è un fiato: 
2° – e che ... appena defunti..., siamo già nel mondo nuovo, come se il vecchio fosse distrutto.
Ma non prendiamocela poi tanto amaramente, perché se rimanesse sempre la primavera dalle foglioline tenere, addio bei fichi; ma addio anche buon vino, buon pane, e gioia del raccolto, come dire: addio speranza!


 UN FICO CHE NON RISPETTA LE STAGIONI
(Dio chiede “miracoli”)

«L’indomani, uscendo essi da Betania, Gesù ebbe fame. E veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa; ma, avvicinatosi, trovò soltanto foglie. Non era, infatti, il tempo dei fichi. 
Prendendo allora a parlare, disse all’indirizzo del fico: “Nessuno mai più, in eterno, mangerà frutto da te!”. E i discepoli udirono. 
(…) Passando la mattina dopo accanto al fico, lo videro secco dalle radici. Pietro si ricordò e disse: – “Rabbì, vedi! Il fico che hai maledetto s’è seccato!” . 
E Gesù prese a dir loro: “Abbiate fede in Dio. In verità vi dico: chiunque dirà a questa montagna: Levati e gettati nel mare! E non esiterà in cuor suo, ma crederà che accadrà ciò che dice, l’otterrà» (Mc., 11, 12-14; 20-23)
Più volte ho tentato di evitare l’episodio del fico sterile. Mi dava un gran fastidio.
La pretesa di Gesù di cogliere un frutto allorché non è ancora la stagione, mi sembrava assurda, oltre che ingenua. Difficile trovare una giustificazione “ragionevole”. Meglio scantonare. Meglio epurare quella pagina del vangelo, scomoda. La scomodità è un conto, il ridicolo, un altro.
– Voltaire ci aveva riso a crepapelle. I teologi avevano cercato in tutte le maniere di scavalcare pietosamente la difficoltà, con modesti risultati.
Alcuni interpreti avevano persino insinuato il dubbio che il fatto derivasse da una tradizione spuria.
Alla fine, però una conclusione s’imponeva: proprio la sua non-ragionevolezza è la garanzia della sua autenticità. 
Quindi dobbiamo fare i conti anche con questo povero fico che ha l’unico torto di rispettare le stagioni. Si potrebbe definire una pianta colpevole di osservare scrupolosamente il regolamento!
Fosse almeno un parabola! Potremmo sempre scoprire un’applicazione che non faccia a pugni con la nostra logica. Invece si tratta di un episodio realmente accaduto. È un episodio che diventa parabola: la parabola che documenta le assurde pretese di Dio nei miei riguardi.
E, allora, per capire, per non scandalizzarmi, devo sbarazzarmi del mio buon senso; devo sradicare le mie esigenze razionali.
Quanti tentativi di ridurre a “dimensioni ragionevoli” le pretese di Cristo! Quante rassicurazioni ci sono state date in proposito. Quante volte abbiamo udito labbra “devote” sentenziare: “Dio non pretende tanto…”. Evidentemente, per questi “tranquillizzatori” di mestiere, l’episodio del fico che viene maledetto, dev’essere stata una banale svista del Signore, un grosso abbaglio in fatto di calendario.
Gesù Cristo non esige molto;  e non ci chiede neppure moltissimo. Ci chiede semplicemente l’impossibile. Pretende il miracolo. Quasi ci dicesse: l’amore deve far miracoli!
“Ho un professore esigentissimo”, si lamenta lo studente. Eppure Dio è “peggio” ancora. Quando vai a sostenere l'esame d’italiano, ha il coraggio d’interrogarti in … trigonometria.
“Il mio padrone non capisce nulla”, sbotta l’operaio. “Cinquecento bulloni al giorno. E lui adesso ne esige seicento. Non sa che cosa vuol dire…”. 
Eppure il Signore è ancora “peggio”. Aspetta da te il bulloni anche quando sei in ferie…
“La mia superiora sceglie soltanto me, che sono super-occupata…”. Eppure il Signore ti chiede quest’atto di fede, perché ha fiducia in te… 
“In casa mia i miei pretendono e si aspettano che faccia tutto io, che ormai sono anziana…”. Eccetera, eccetera...
••  Torniamo all'episodio. 
1 – «Gesù ebbe fame. Veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa».
Lo vedo avvicinarsi a me. Ha fame. Punta lo sguardo e mi fruga dentro, perché cerca “qualcosa”: 
un frutto, anche uno solo, in mezzo al fogliame.
Fa l’inventario della mia mercanzia, per scoprire “qualcosa” che interessa a Lui. 
Mi auguravo che non si occupasse di me, non mi individuasse. Si accontentasse di passarmi accanto. Uno dei tanti alberi che fiancheggiano la strada. 
Perché concentrare la sua attenzione proprio su me? Perché frugarmi con quegli occhi implacabili?
Egli ha fame. E io sono un albero da frutto. Non una pianta ornamentale.
2 – “Ma avvicinatosi, trovò soltanto foglie”. Cioè
Un laico. “Il mio nome scritto sul registro dei battesimi. La tessera dell’Azione cattolica. L’immaginetta nel portafoglio. La medaglia di san Cristoforo sul cruscotto dell’auto. “Ho uno zio Monsignore”. 
Le mie chiacchiere… “Sono stato in pellegrinaggio ad Assisi, Lourdes, Medjugorie… Sono stato attento alla predica del parroco e risposto alla s. Messa. Sono persino abbonato al quotidiano cattolico, leggo il settimanale diocesano e ricevo il Bollettino di Sant’Antonio. Non vado a vedere – o non vedo – porcherie, sul computer ... Non faccio del male a nessuno…”.
Gesù:… Soltanto “foglie”; commenterebbe il Signore. “Tutto lì il tuo cristianesimo? Ma io voglio frutti, non foglie. Ho fame e la tua ombra non mi riempie lo stomaco…”.
3 – “Non era, infatti, il tempo dei fichi”.
Noi: “Signore, ragiona: non è la stagione; non ho avuto tempo. Perché tanta fretta? Sii comprensivo, dunque. Non sono un santo, in fin dei conti. Persino il sacerdote col quale mi sono consigliato, mi ha detto che posso star tranquillo, che non sono obbligato…
Avrei dovuto parlare? Prendere posizione? Ma non era opportuno; ci vuole prudenza, non bisogna precipitare le cose, si rischia di compromettere tutto. 
E poi,…  non se ne sarebbe cavato nulla ugualmente. Non è la stagione! 
Signore, controlla per favore il tuo calendario. Ci dev’essere uno sbaglio. Vedi di regolarlo sul mio, e lasciami … in pace”.
4 – “Prendendo allora a parlare, disse Gesù all’indirizzo del fico: – Nessuno più in eterno mangerà frutto da te –. E i suoi discepoli udirono”. 
Udirono… Chissà se anche compresero che la fede deve spuntarla sulle false necessità? Che l’amore ha il dovere di compiere miracoli?
“Tenevo un’agenda – confessa uno scrittore – sul mio tavolo. [Come molti di voi, credo]. Ogni giorno ci erano segnati i miei appuntamenti, le scadenze. Insomma, tutto ciò che dovevo fare.
Certi fogli erano massacrati di richiami, di impegni. Osservandoli, riconoscevo di “fare fin troppo”. In alcuni giorni, quando ero letteralmente strangolato dal lavoro, rubavo ore al sonno, per rispettare l’agenda. E mi illudevo di essere tremendamente esigente con me stesso.
Se avessi lasciato quell’agenda nelle mani del Signore… Vi avrebbe scritto sopra cose impensate, richieste folli, scadenze impossibili, cifre spropositate. Ed io, leggendo quelle esigenze assurde, avrei strabuzzato gli occhi e avrei avuto l’impressione d’impazzire. 
Avrei dovuto, invece, essere ubriaco di gioia, perché era segno che Dio mi riteneva capace dell’impossibile. Se Lui cerca il fico fuori stagione, significa che ama, stima quella pianta fino al punto di ritenerla capace del miracolo.
Chi non ama, chiede quisquilie. Gli uomini chiedono così poco alle creature: briciole di tempo, il corpo, la bellezza, qualche attimo di piacere, un po’ di considerazione, una manciata di denaro, qualche applauso, qualche inchino più o meno spontaneo…
Non li amiamo. Si limitano, perciò, a chiedere loro delle miserie. 
E così ci comportiamo verso Dio!! “Cercate prima il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato”. Sono parole di Gesù. Invece anche con Lui ci fermiamo alle “cianfrusaglie”, all'accessorio.
Dio invece, mi ama. Mi stima immensamente. Mi chiede, infatti, tutto. Esige da me l'impossibile.
Gesù Cristo non è morto in croce affinché io “non facessi del male a nessuno”, ma affinché diventassi capace di fare miracoli.    (liberamente da Pronzato – Vangeli scomodi – 319)


Gesù ripete spesso [e lo chiede il Padre stesso per il suo Figlio]: “ASCOLTATE!”
La nostra preghiera dovrebbe essere spesso questa: “Signore, apri la mia mente e il mio cuore!”
Ma che cosa comporta “ascoltare”?
Parlare è facile; non così ascoltare.
Udire, come chi sente piovere, sentire il suono di campane senza saper da dove venga, 
anche questo risulta semplice.
Non così dell'ascoltare.
Porsi all'ascolto di qualcuno, in primo luogo significa
allontanare tutto ciò che può distrarre
il nostro udito, la nostra mente, il nostro spirito.
Ascoltare è costruire un silenzio bastante denso che esprima il grido interiore:
“Ora non esisti che tu solo!
Ora non esiste per me altro suono che la musica delle tue parole!".
Porsi all'ascolto di qualcuno significa arrestarsi,
fermarsi in un luogo, por fine all'agitazione, come per dire:
"Ora tu sei il mio centro, la mia metà!
La mia strada conduce solamente a te!”.
Porsi all'ascolto di qualcuno significa 
staccare lo sguardo da se stessi e volgerlo verso l'altro,
giungere a faccia a faccia, come per dire:
"Sono qui! Non esiste per me nessun altro interesse!
Sono pronto ad accogliere persino il sussurro delle tue parole!”
Ascoltare equivale ad accogliere,
ad aprire completamente le porte dietro cui uno si ripara,
ad abbattere tante fortezze e frontiere dietro cui noi ci barrichiamo.
Ascoltare un altro equivale a non far caso a noi stessi e preferire l'altro.
È preferire colui che mi sta dinanzi,
ed accoglierlo con il suo sacco colmo di vestiti più o meno puliti;
però che sono suoi...
È accettare che entri in me,
significa ricevere l'altro con i suoi sogni e i suoi desideri,
con i suoi gusti e disgusti;  con le sue preferenze e fobie.
È prevedere che butterà per aria
gli scaffali della mia esistenza, ordinati con tanta cura;
significa cedergli il posto; offrirgli le chiavi di casa, come se gli dicessimo:
"La tua presenza butterà tutto a gambe all'aria, però corro il rischio: ti ascolto!".
••• Stiamo per entrare in Quaresima. 
Ebbene, la Quaresima è proprio il tempo dell'ascolto, 
perché è il tempo in cui, lentamente, assimiliamo questa Parola
che è venuta ad abitare fra noi.
Quaresima è il tempo in cui tutti coloro che ascoltano la Parola
imparano a cambiare le loro tenebre in chiarore;
il tempo in cui, ponendosi in ascolto,
assumono il rischio di intraprendere un cammino verso la luce.
La Quaresima  è il tempo in cui gli uomini ascoltano il Signore
attraverso l'altoparlante di ogni prossimo.
È quando tutto ciò che indurisce i cuori, si scioglie dinanzi al calore del Vangelo.
È quando sbocciano sulle labbra parole nuove
e nel cuore sentimenti nuovi
e la condotta si apre ad attitudini nuove....

Così nasce l'Altro – Dio – in noi.
Per questo, perché... la Quaresima è il tempo del nascere!