POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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martedì, dicembre 31

Antoine de Saint-Exupéry- IL PICCOLO PRINCIPE E Consuelo Suncin Sandoval - editoriali vari, compresa Danila Oppio

 



Antoine de Saint-Exupéry davanti all'aereo che pilotava e dentro il quale ha trovato la morte dopo che fu colpito nel 1944

Di questo scrittore si conosce soprattutto il il suo testo IL PICCOLO PRINCIPE, ma molti non conoscono vita dell'autore.

Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, noto anche come Tonio, è stato uno scrittore e militare francese.

È conosciuto per essere l'autore del romanzo Il piccolo principe, che nel 2024 ha raggiunto il numero di 600 traduzioni in lingue e dialetti diversi ed è il testo più tradotto se si escludono quelli religiosi[3], e per i suoi racconti sul mondo dei primi voli aerei, tra i quali Volo di notteTerra degli uomini e L'aviatore. Scrittore riconosciuto, vinse vari premi letterari durante la sua vita, in Francia come all'estero.

Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nell'aeronautica militare francese e, dopo l'armistizio, nelle Forces aériennes françaises libres, passando dalla parte degli Alleati. La sua scomparsa nel corso di un volo di ricognizione, avvenuta sul finire della guerra, restò per molti anni misteriosa, finché nel 2004 venne localizzato e recuperato il relitto del suo aereo nel mare antistante la costa marsigliese. In seguito è stato possibile accertare che fu un caccia tedesco della Luftwaffe ad abbatterlo.

Di lui non si conosce chi fu la moglie che gli ispirò il testo del racconto IL PICCOLO PRINCIPE riempiamo questo vuoto!

Consuelo la moglie di Antoine 


Un couple de légende : Consuelo et Antoine de Saint-Exupéry au Boléro de Versoix.  


Consuelo de Saint-Exupéry: la rosa de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry
Dietro la celebre figura della Rosa de Il Piccolo Principe, non c’è solo immaginazione e creatività, ma un riferimento ad una persona realmente esistita: Consuelo Suncin Sandoval.
Consuelo de Saint-Exupéry è stata la compagna e amante di Antoine de Saint-Exupéry, divenuta poi moglie, dell’autore del romanzo “Il Piccolo Principe”. La donna, di origini salvadoregne, ha rivoluzionato l’esistenza del pilota e scrittore francese, segnando così tanto la sua vita da dedicarle il più bel personaggio della storia. Consuelo è stata una figura affascinante e complessa, spesso considerata rivoluzionaria e controversa per l’epoca in cui ha vissuto.
Consuelo nasce in una famiglia benestante di El Salvador, figlia di un generale proprietario di piantagioni di caffè. La sua educazione la conduce a distinguersi fin da giovane: a soli 18 anni ottiene una borsa di studio per studiare inglese negli Stati Uniti, un traguardo notevole per una donna della sua generazione. Tuttavia, la possibilità di formarsi in un altro paese è legata ad una condizione inaccettabile per l’epoca: il trasferimento in solitaria, senza marito e senza famiglia. Ma la ragazza è determinata a costruirsi una vita autonoma, per cui decide di inseguire il suo sogno, sfidando le convenzioni del tempo.
Oltre alla passione per lo studio, Consuelo custodisce una certa propensione per i matrimoni. La prima unione avviene con un uomo che si presenta come un militare messicano, ma che in realtà lavora come semplice venditore di vernici. La bugia si rivela il preludio di un matrimonio infelice culminato in un divorzio, poco prima della tragica morte del marito in un incidente ferroviario.
Rimasta vedova, decide di trasferirsi in Messico, ma nasconde lo status da divorziata, celando per questioni sociali la fine del matrimonio avvenuta ben prima della morte del consorte. Infatti, era considerato infamante per una donna separarsi dal marito. Quindi, superata questa complessità, decide di assecondare la sua intraprendenza e si trasferisce in Messico, con in mano una lettera di raccomandazione e nel cuore la speranza di ribaltare ancora una volta la sua vita. Richiede un incontro con José Vasconcelos, uno dei più importanti intellettuali e politici messicani dell’epoca, il quale la riceve dicendole queste parole: “Una donna bella, giovane e vedova non ha bisogno di lavorare, può vivere dei suoi incanti.” Ma lei, determinata ad ottenere un lavoro, gli chiede un secondo incontro che si trasforma poi in una vera e propria relazione.
Quello che ottiene con José è un rapporto particolarmente turbolento e appassionato, contornato da lunghe serate ai circoli letterari e discussioni sull’evoluzione dell’arte con artisti-amici del calibro di Diego Rivera – il marito di Frida Kahlo. Grazie a Josè approda a Parigi, dove incontra Enrique Gómez Carrillo, uno scrittore guatemalteco di fama internazionale. Si innamora perdutamente di lui e lascia il secondo marito, il quale le dedica pagine amare nelle sue memorie, accusandola di avere una “vocazione scandalosa”.
Si sposa in terze nozze, inaugurando un nuovo capitolo nella sua vita. Tuttavia, anche questo matrimonio è di breve durata: Carrillo muore prematuramente, lasciandola vedova per la seconda volta con una consistente eredità, che le concede di formarsi e viaggiare ancora.
Il destino di Consuelo, anima dinamica e indomabile, cambia radicalmente nel 1930, quando decide di trasferirsi a Buenos Aires. Qui incontra Antoine de Saint-Exupéry, l’amore della sua vita. Il pilota, per conquistarla, le offre un volo avventuroso, preludio del loro matrimonio caratterizzato da alti e bassi, ma pur sempre oltre l’ordinario. Antoine, parlando di Consuelo, dirà che lei lo ha “addomesticato”, in un parallelismo che poi troverà eco ne Il Piccolo Principe.
La loro relazione è intensa e travagliata. La società francese e la famiglia di Antoine non vedono di buon occhio Consuelo de Saint-Exupéry o, a causa delle sue origini straniere e della sua reputazione da donna indipendente e controversa. Nonostante i numerosi ostacoli, il loro legame si mantiene però profondo e appassionato, segnato da litigi, riconciliazioni e dalle frequenti assenze di Antoine, sempre in viaggio o impegnato in nuove avventure.
Consuelo de Saint-Exupéry non è solo una moglie, ma è la musa di Antoine. La sua fragilità e il suo carattere unico ispirano la figura della Rosa, l’unico fiore amato dal Piccolo Principe tra migliaia. Come il personaggio letterario, Consuelo è affetta da asma, una condizione che la rende ancora più fragile agli occhi di Antoine, il quale percepisce il bisogno di proteggerla “sotto una campana di vetro.”
Il loro matrimonio, durato 13 anni, fu una danza di contrasti: l’amore di Consuelo per Antoine e il suo spirito libero spesso si scontravano con le infedeltà e il carattere imprevedibile del marito. Eppure, la loro storia d’amore è rimasta impressa come una delle più romantiche e tormentate della letteratura.
Per anni, il ruolo di Consuelo de Saint-Exupéry nella vita di Antoine e nella creazione de Il Piccolo Principe è stato minimizzato. Tuttavia, oggi è chiaro che senza di lei il capolavoro dello scrittore non sarebbe mai esistito. La Rosa, con la sua vulnerabilità e il suo carattere indomito, è una rappresentazione perfetta di Consuelo: un simbolo di amore, forza e unicità.
Dietro le pagine de Il Piccolo Principe, c’è una storia reale di passione e resilienza che continua a ispirare generazioni di lettori. Consuelo de Saint-Exupéry non fu solo una donna che visse al fianco di un grande scrittore; fu la sua musa, la sua Rosa e, in molti modi, il suo cielo.
Ho pensato che fosse giusto raccogliere informazioni esatte sull'autore del libro tanto osannato! Ma forse non lo scrisse da solo, piuttosto avvalendosi dei consigli della colta moglie!
Chi volesse ampliare questo scritto, è sufficiente che ricerchi con Google altre notizie, poiché ho ritenuto che per il momento siano sufficienti queste che ho riportato in questo post.
Danila Oppio

martedì, luglio 9

I MONTI AOSTANI, GIACOSA E L'AMICA ALESSANDRA GIUSTI con DANILA OPPIO

 


Alba nel cuore del Monte Rosa

Sto leggendo il libro che mi ha regalato Alessandra Giusti, NOVELLE E PAESI VALDOSTANI, scritto da GIUSEPPE GIACOSA, scrittore e poeta, ma Il suo nome nel mondo, tuttavia, è legato inscindibilmente alla collaborazione con Puccini e Illica per la stesura dei libretti delle opere: La Bohème (1896), Tosca (1899) e Madama Butterfly (1904), oltre alla stesura del libretto del primo grande successo pucciniano, Manon Lescaut (1893).

Ho gradito molto questi racconti che Giacosa ha dedicato all’amico Giovanni Camerana, con queste parole:

"Ti dedico queste novelle che mi incoraggiasti a raccogliere. Novelle senza intreccio, ma così voleva l’intento mio.  Nelle maggior parte di esse non invento, registro; di alcune potresti tu stesso attestare la verità. Ma se il lettore non ve la riconoscerà a nulla gioveranno le attestazioni mie e le tue. Non è dunque per chiamartene testimone, che metto il tuo nome sul libro; mi piace affermare qui la nostra vecchia amicizia, invocando il ricordo di quell’Alpe che tante volte ci ospitò insieme. 

Il tuo aff.mo

GIUSEPPE GIACOSA"


Scrivo ad Alessandra, che sto leggendo con grande interesse il libro che mi ha donato, e lei risponde:

Parlando di montagna, hai proprio messo il dito nella piaga. Quella che ora, per gli appassionati, è una vita scelta liberamente e la montagna un luogo di sogno, per la gente dei secoli scorsi la montagna era una nemica e un pericolo. Rendeva difficili gli spostamenti, faticosa l’agricoltura, dura l’esistenza. Non c’era né il tempo né l’idea di fare escursioni perché la povertà era tanta e le energie erano tutte concentrate sull’economia di sussistenza. Strade ce n’erano; ma erano sentieri impervi o piste che ora definiremmo trattorabili, che venivano percorse, quando il tempo lo permetteva, da carri trainati da muli. E non tutti avevano carri e muli, solo i più abbienti. C’era tanta povertà. Specie tra la zona valdostana più vicina al Piemonte, la zona di Gressoney e Pont Saint Martin, c’erano scambi economici: i valdostani portavano burro e formaggio e i biellesi davano loro la stoffa che già allora producevano. Si creò un legame che è rimasto in una bella tradizione: ogni quattro anni dal paese di Fontainemore, in Valle di Gressoney, parte una processione a piedi che dura tutta la notte e si conclude al Santuario di Oropa, a Biella.

Cara Dani, ti allego le foto promesse.

Alessandra Giusti


Mare di nubi viste ad alta quota


Cima del Castore, altezza Mt. 4.220

Ringrazio dal profondo del cuore Alessandra, per avermi fatto dono del bellissimo libro di novelle di Giacosa, e di avermi dato notizie precise in relazione dei racconti che sto leggendo e per le splendide foto che mi ha inviato della cordata di suo marito con gli amici che condividono la stessa passione per la montagna!

Danila Oppio

martedì, giugno 18

CHI E' QUEST'UOMO? LEV TOLSTOJ



Quest'uomo non è povero, 
mendicante o senzatetto, 
Quest'uomo è:
un gigante della letteratura mondiale "Lev Tolstoj"
Tolstoj era un nobile Russo
che possedeva immense terre e grandi fortune. 
Tolstoj diede tutte le sue ricchezze ai poveri e ai senzatetto. 
Visse una vita di ascetismo.
Tra i suoi detti più famosi ci sono:
"Non parlatemi della vostra religione, 
ma fatemi vedere la religione nelle vostre azioni “

Ancora: 

"Se senti dolore, 
...sei vivo, 
ma se senti il dolore degli altri, 
...sei umano. "

sabato, maggio 13

EDUARDO GALEANO - ricerche di Danila Oppio

 


Norma Trogu, la splendida pittrice, ci racconta:
Nel 1997 quando è venuto a Mar del Plata a presentare "El futbol a sol y sombra" lì mi sta firmando "Le vene aperte d'America Latina", guarda la faccia di salame babosa che ho!!! Haaa haaa!
Norma aggiunge che possedeva anche una foto scattata durante la consegna di un suo quadro all'illustre scrittore. Non la trova più, ma immagino che il suo quadro sia molto piaciuto a Galeano, così come piacciono a me le opere dell'artista. Grazie a Norma, ho potuto eseguire delle ricerche sullo scrittore che conoscevo solo di nome ma niente più.


Ho trovato un articolo molto interessante e recentissimo su:


Galeano, le parole dei sogni

di Fabrizio Casari
Nato in un paese di andanti, di migrazioni mai insultate e di destini mai definitivi, di cognomi misti e storie intrecciate, di malinconie e poesie senza la noia dell’ovvio, Eduardo Galeano, giornalista e scrittore, ha sedotto almeno tre generazioni di lettori. L’uomo che volava scrivendo, nemico acerrimo di ogni dittatura ed entusiasta amico di ogni rivoluzione, ebbe a muoversi dal suo Uruguay, obbligato dai militari che, giustamente dal loro punto di vista, non ne apprezzavano la penna e la parola.

Dall’Uruguay all’Argentina, poi in Spagna, Eduardo Galeano dovette migrare per colpa di pensieri e parole poco gradite ai gorilla in uniforme che schiacciavano libertà e persone. Riuscì a fuggire dalle manette dei militari e da quelle delle opportunità e, per quanto l’esilio lo colpì, non divenne mai estraneo a nessuna terra e in nessun luogo.

A riconoscere il suo valore furono proprio i golpisti, che proibirono la circolazione del suo libro più importante, Le vene aperte dell’America Latina. In quel libro, tradotto in tante lingue e vietato in alcuni paesi, Galeano raccontò tutto quello che la regola dell’amnesia proibisce. Fu il libro che il presidente venezuelano, Hugo Chavez, nel 2009, regalò a Obama affinché lo statunitense potesse comprendere la storia autentica del saccheggio e del sangue.

Lunga e variegata fu la produzione intellettuale che accompagnò i sentimenti di Galeano. Da Le vene aperte dell’America Latina alla trilogia Memorie del fuoco, da Giorni e notti di amore e di guerra, a L’America non è stata ancora scoperta, e poi l'incursione nel calcio con Splendori e miserie del gioco del calcio, quindi Il libro degli abbracci, Il mondo a testa in giù, Mujeres e tante altre pubblicazioni. Fondatore della rivista Brecha, collaboratore di molti dei giornali migliori dell’America latina, chi lo leggeva anche solo una volta trovava insopportabile poi non leggere tutto quel che scriveva.
Non c’è posto del mondo dove le persone sono state sottomesse al denaro, dove il disordine creativo sia stato imprigionato dalle leggi dell’invisibile mercato, che non abbia visto Eduardo Galeano a raccontare l’urgenza della memoria viva, il bisogno del rifiuto.
A spiegare come nacque l’impero e chi ne pagò il prezzo, come la crescita smodata del poderoso riposò sui cadaveri degli umili, come il sottosviluppo dei deboli non sia l’infanzia del loro sviluppo bensì la conseguenza dello sviluppo dei forti. Affascinato dalla cultura dei popoli indigeni d'America, raccontava di come Maya, Atzechi, Incas, senza il rumore degli stati moderni, conoscevano e diffondevano, apprendevano mentre insegnavano.

Ha raccontato l’umanità andante e ferita, i dannati della terra e le vittime designate del grande gioco della diseguaglianza, le carni e le idee di quei tanti, tra uomini e donne, capaci di vincere quando non c’era niente da perdere e capaci di perdere vincendo. Sembravano carezze le parole scritte, che anche quando incolpavano e condannavano riuscivano a trovare il tono dell’anima.
Come in una lettera all’umanità, come a voler riparare i torti della storia e le colpe delle amnesie, Eduardo Galeano sapeva accarezzare gli occhi e svegliare coscienze. Ha raccontato di criminali e di giusti senza mai incedere nel peccato della ragionevolezza. In un mondo che rincorre il denaro e il successo, che misura ciò che si è a seconda di quanto si ha, Galeano ha rappresentato la ribellione delle parole, la rivoluzione del senso comune, i dettagli che formano le cose e le persone che poi cambiano la storia.
Insubordinato permanente alle regole dell’editoria consigliata, violatore impenitente dell’ordine consentito, ha contestato tutta la vita la dittatura della paura, mentre ha raccontato l’epopea degli umili con un amore assoluto, trasformando le parole d’amore nella più contagiosa delle armi. Terapista dell’indifferenza, insegnava a tenere dritta la spina dorsale.

La sua ultima migrazione lo vede andare ora, come sempre ha fatto, in ogni dove. Vi prenderà la residenza senza chiederne il permesso. E magari anche da lì scriverà per ricordarci che cessiamo di essere quando dimentichiamo chi siamo e che solo il batterci per il riscatto degli ultimi potrà permetterci di sentirci vivi.



Aggiungo altre ricerche effettuate nel Web.
Eduardo Germán María Hughes Galeano (Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015) è stato uno scrittore, giornalista e saggista uruguaiano.
È stata una delle personalità più autorevoli e stimate della letteratura latinoamericana. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e combinano documentazione, narrazione, giornalismo, analisi politica e storia, sebbene l'autore stesso non si riconoscesse quale storico.
Galeano nacque Montevideo, in Uruguay, il 3 settembre del 1940 in una famiglia alto-borghese e di fede cattolica, figlio di Eduardo Hughes Roosen, d'origini gallesi e tedesche, e di Licia Esther Galeano Muñoz, d'origini italiane (nella fattispecie di Genova) e spagnole. A causa d'un grave dissesto che colse la sua famiglia, Galeano fu costretto sin da giovane a mantenersi con svariati lavori: operaio, pittore di insegne, messaggero, dattilografo, cassiere di banca. All'età di 14 anni vendette il suo primo fumetto politico al settimanale del Partito Socialista dell'Uruguay, El Sol, firmandovisi con lo pseudonimo di Gius (derivato da una storpiatura della pronuncia approssimativa in spagnolo del suo cognome Hughes)[3].
Cominciò la carriera di giornalista all'inizio degli anni sessanta come direttore di Marcha, un influente settimanale a cui collaboravano Mario Vargas Llosa, Mario Benedetti, Manuel Maldonado Denis e Roberto Fernández Retamar. Per due anni diresse il quotidiano Época e lavorò come redattore capo di una University Press. Nel 1973, con un colpo di Stato i militari presero il potere in Uruguay; Galeano fu imprigionato e successivamente costretto a fuggire. Si stabilì in Argentina dove fondò la rivista culturale Crisis.
Nel 1976, quando il regime di Videla prese il potere in Argentina con un sanguinoso colpo di Stato, il suo nome fu aggiunto alla lista dei condannati dagli "squadroni della morte"; fuggì nuovamente, questa volta in Spagna, dove scrisse la famosa trilogia Memoria del fuoco (Memoria del Fuego). All'inizio del 1985 Galeano tornò a Montevideo, dove visse fino alla fine dei suoi giorni.
Morì il 13 aprile 2015 all'età di 74 anni a seguito di un tumore del polmone.
Le vene aperte dell'America Latina (Las venas abiertas de América Latina) è un'opera di accusa dello sfruttamento dell'America Latina da parte di poteri stranieri a partire dal XV secolo ai giorni nostri. Memoria del fuoco (Memoria del fuego) è un racconto in tre parti della storia dell'America del Nord e del Sud: Genesi (Los nacimentos), Facce e maschere (Las caras y las mascaras), Il secolo del vento (El siglo del viento). I personaggi sono figure storiche: generali, artisti, rivoluzionari, lavoratori, conquistatori e conquistati che vengono ritratti in brevi episodi che riflettono la storia coloniale del continente. Comincia con i miti precolombiani della creazione e finisce nel 1986.
Per Memoria del fuoco (Memoria del fuego), Galeano fu paragonato dai critici letterari a John Dos Passos e a Gabriel García Márquez. Ronald Wright scrisse sul Times Literary Supplement: "I grandi scrittori... dissolvono i vecchi generi per fondarne di nuovi. Questa trilogia di uno degli scrittori più coraggiosi e raffinati dell'America Latina è di difficile classificazione".
Galeano è anche stato un appassionato tifoso di calcio: il suo Splendori e miserie del gioco del calcio (1997) è un'analisi della storia di questo sport. Galeano lo paragona a una recita teatrale e a una guerra; critica il patto scellerato con le multinazionali e attacca gli intellettuali di sinistra che rifiutano, per ragioni ideologiche, il gioco e il suo fascino nei confronti delle masse.
I suoi libri sono stati tradotti in oltre 20 lingue.
Scritti in lingua originale 
Los días siguientes, 1962
China 1964. Crónica de un desafío, Buenos Aires, J. Alvarez, 1964
Los fantasmas del día del león y otros relatos, 1967
Reportajes. Tierras de Latinoamérica, otros puntos cardinales, y algo más, 1967
Su majestad el fútbol, 1968
Siete imágenes de Bolivia, 1971
Violencia y enajenación, 1971
La cancion de nosotros, Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1975
Conversaciones con Raimón, 1977
La piedra arde, 1980
Voces de nuestro tiempo, 1981
Ventana sobre Sandino, 1985
Aventuras de los jóvenes dioses, 1986
La encrucijada de la biodiversidad colombiana, 1986
El descubrimiento de América que todavía no fue y otros escritos, 1986
Entrevistas y artículos (1962-1987), 1988
Nosotros decimos no. Crónicas (1963-1988), 1989
América Latina para entenderte mejor, 1990
Palabras: antología personal, 1990
Ser como ellos y otros artículos, 1992
Amares, 1993
Amares (Antología de relatos), 1993
Úselo y tírelo, 1994
Mujeres (antología de textos), 1995
Carta al señor futuro, 2007
•    El cazador de historias, (opera postuma), Buenos Aires, Siglo veintiuno, 2016 (ISBN 978-987-629-628-1)
Concludo con un paio di suoi aforismi. 



Niente mi appartiene di quanto riportato, è solo il frutto di una ricerca appassionata, come di norma mi piace fare, su personaggi che meritano attenzione e rispetto.
Ringrazio Norma Trogu per aver riportato pubblicamente su FB la foto iniziale che ha prodotto in me il desiderio di approfondire la conoscenza di questo scrittore uruguaiano. 
Danila 

domenica, aprile 17

IL MANIFESTO DEI DIRITTI DELLA TERRA - Capo Seattle Capriolo Zoppo

 


Capriolo Zoppo, Capo Seattle

IL MANIFESTO DEI DIRITTI DELLA TERRA 

l’autore 
Capo Seattle (conosciuto anche come Capriolo Zoppo, 1780 - 1886), della tribù dei nativi americani Duwamish, è stato un guerriero e un leader del suo popolo. L’importante città statunitense di Seattle, nello Stato di Washington, deve a lui il proprio nome. 
Il Manifesto dei Diritti della Terra 
Capo Seattle 

per cominciare
Stai per leggere il testo di un discorso che Capo Seattle ha pronunciato nel 1854 in risposta alla proposta del presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, di acquistare parte delle terre su cui vivevano i Duwamish. Alcuni studiosi dubitano dell’autenticità̀ di questo discorso, ma, malgrado le controversie, questo testo rappresenta un’affascinate testimonianza della diversa concezione del rispetto della natura e del possesso che avevano i nativi americani. 

Il grande Capo che sta a Washington1 ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà̀. Ciò̀ è gentile da parte sua, poiché́ sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché́ sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può̀ considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni. 
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi? 
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, l’insetto ronzante è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. 
Perciò̀, quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà̀ un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà̀ nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi 
1. grande Capo che sta a Washington: il Presidente degli Stati Uniti. 
considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà̀ facile perché́ questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo. 
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò̀ usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello. 
L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. 
Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uo- mo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché́ egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate. 
Il suo appetito divorerà̀ la terra e lascerà̀ dietro solo un deserto. 
Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò̀ avviene perché́ l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. 
Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può̀ ascoltare il grido solitario del succiacapre2 o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? 
Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. 
L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché́ tutte le cose partecipano dello stesso respiro. 
L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. 
Tema Ecologia e stili di vita 
Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati. 
Perciò̀ noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marciva- no sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più̀ importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere. 
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più̀ gli indiani morirebbero di solitudine. Perché́ qualunque cosa capiti agli animali, presto capiterà̀ all’uomo. Tutte le cose sono collegate. 
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché́ rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. 
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni. 
I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù̀, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà̀ per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il nostro. Ma perché́ dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù̀ sono fatte di uomini, niente di più̀. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può̀ sfuggire al destino comune.
Può̀ darsi che siamo fratelli, dopo tutto.
Vedremo. Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà̀: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può̀ darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete posseder- lo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù̀. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. 
Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché́ non capiamo perché́ i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. 
Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché́ essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché́ ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri. 
Perciò̀ noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà̀ per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà̀ scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà̀ l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo. 
Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuo-re di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed ama- tela come Dio ci ama tutti. 
Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà̀ al destino comune. Può̀ darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo! 

Ndr: Per quanto mi riguarda, che questo Manifesto sia scritto veramente dal Capo Seattle Capriolo Zoppo, o da chiunque altro, poco m'importa, so solo che sono parole sante, che l'uomo bianco, ovvero noi tutti, non ha rispettato le regole della natura, e non le rispetta ancora. Siamo solo dei grandi distruttori, sia del genere umano (e lo vediamo nelle guerre fratricide), che della natura: incendi boschivi, inquinamento dell'aria delle acque e della terra stessa, cementificazione, pesticidi, centrali nucleari e armi dello stesso tipo. Che altro dire? Dovremmo seriamente prendere in considerazione la saggezza del nativi americani, prima che noi che ci crediamo intelligenti, arriviamo a distruggere il nostro Pianeta in men che non si dica. 


mercoledì, marzo 2

Solženicyn: Le déclin du courage


Le déclin du courage

Date: 8 juin 1978

Extraits du discours prononcé par Alexandre Soljénitsyne, prix Nobel de littérature(1970) à Harvard le 8 juin 1978. Il condamne alors les deux systèmes économiques -le communisme et le capitalisme. Il dénonce surtout la chute spirituelle de la civilisation. 

Sélection et mise en page par l'équipe de Perspective monde


"Je suis très sincèrement heureux de me trouver ici parmi vous, à l'occasion du 327ème anniversaire de la fondation de cette université si ancienne et si illustre. La devise de Harvard est « VERITAS ». La vérité est rarement douce à entendre ; elle est presque toujours amère. Mon discours d'aujourd'hui contient une part de vérité ; je vous l'apporte en ami, non en adversaire. 

Il y a trois ans, aux Etats-Unis, j'ai été amené à dire des choses que l'on a rejeté, qui ont paru inacceptables. Aujourd'hui, nombreux sont ceux qui acquiescent à mes propos d’alors. (...) 

Le déclin du courage est peut-être le trait le plus saillant de l'Ouest aujourd'hui pour un observateur extérieur. Le monde occidental a perdu son courage civique, à la fois dans son ensemble et singulièrement, dans chaque pays, dans chaque gouvernement, dans chaque pays, et bien sûr, aux Nations Unies. Ce déclin du courage est particulièrement sensible dans la couche dirigeante et dans la couche intellectuelle dominante, d'où l'impression que le courage a déserté la société toute entière. Bien sûr, il y a encore beaucoup de courage individuel mais ce ne sont pas ces gens là qui donnent sa direction à la vie de la société. Les fonctionnaires politiques et intellectuels manifestent ce déclin, cette faiblesse, cette irrésolution dans leurs actes, leurs discours et plus encore, dans les considérations théoriques qu'ils fournissent complaisamment pour prouver que cette manière d'agir, qui fonde la politique d'un Etat sur la lâcheté et la servilité, est pragmatique, rationnelle et justifiée, à quelque hauteur intellectuelle et même morale qu'on se place. Ce déclin du courage, qui semble aller ici ou là jusqu'à la perte de toute trace de virilité, se trouve souligné avec une ironie toute particulière dans les cas où les mêmes fonctionnaires sont pris d'un accès subit de vaillance et d'intransigeance, à l'égard de gouvernements sans force, de pays faibles que personne ne soutient ou de courants condamnés par tous et manifestement incapables de rendre un seul coup. Alors que leurs langues sèchent et que leurs mains se paralysent face au x gouvernements puissants et aux forces menaçantes, face aux agresseurs et à l'Internationale de la terreur. Faut-il rappeler que le déclin du courage a toujours été considéré comme le signe avant coureur de la fin ? 

Quand les Etats occidentaux modernes se sont formés, fut posé comme principe que les gouvernements avaient pour vocation de servir l'homme, et que la vie de l'homme était orientée vers la liberté et la recherche du bonheur (en témoigne la déclaration américaine d'Indépendance.) Aujourd’hui, enfin, les décennies passées de progrès social et technique ont permis la réalisation de ces aspirations : un Etat assurant le bien-être général. Chaque citoyen s'est vu accorder la liberté tant désirée, et des biens matériels en quantité et en qualité propres à lui procurer, en théorie, un bonheur complet, mais un bonheur au sens appauvri du mot, tel qu'il a cours depuis ces mêmes décennies. 

venerdì, novembre 12

Canto XXVI dell'Inferno di Dante di DANILA OPPIO



 

Ulisse e le sirene è un dipinto di Herbert James Draper, pittore inglese nato a Londra nel 1863 e morto nel 1920. Ho scelto questo quadro non solo per la sua bellezza, ma perché mi riporta alla tentazione in cui è incappato il personaggio del racconto di Renata Rusca Zargar, IL VIAGGIO. Ulisse si è fatto legare all’albero della nave, mentre Alfredo si è inabissato con l’aereo su cui volava, nelle acque del mare, evitando così di sbagliare. Entrambi sono comunque annegati.

Canto XXVI dell'Inferno di Dante

Il canto di Ulisse è ambientato nell'8° cerchio, il girone infernale dove sono puniti i consiglieri di frode. Tra questi, Ulisse è il più rappresentativo tra coloro che se ne sono macchiati.

Questo canto riporta due versi molto conosciuti, che sono quelli che ho evidenziato in grassetto:

Mi ha preso così tanto, questo Canto dantesco che, per conto mio, l’avevo imparato a memoria fin da giovane, solo a partire dal verso 90 fino alla fine. Ora che il tempo ha fatto i suoi danni, la mia memoria non è più quella di allora, e lo ricordo a tratti. Ho così deciso di ritrovarlo, e di pubblicalo qui, grazie al racconto IL VIAGGIO di Renata Rusca Zargar, che finisce proprio con lo stesso verso di Dante. 

Inizia così questo canto:

  Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande, che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande!                        

  Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali.   

E mi fermo al verso 90, quando comincia a trattare di Ulisse.

 indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori, e disse: 

"Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,


né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,


vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;


ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.


L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.


Io e’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi


acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l’altra già m’avea lasciata Setta.


"O frati," dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia


d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.


Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".


Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;


e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.


Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.


Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,


quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.


Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.


Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque.


infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".


Danila Oppio con l'aiuto di Dante e di Draper...tutti e tre i nomi iniziano con la D

sabato, luglio 11

VIAGGIO INTORNO ALLA MIA CAMERA di XAVIER DE MAISTRE

Mi viene segnalato  dal Prof. Roberto Di Pietro - che ringrazio di cuore - questo libro, tornato di grande attualità nel periodo di clausura forzata, almeno fino a poco tempo fa. 
L'illustrazione di copertina riproduce un quadro di Vincent Van Gogh.

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martedì, febbraio 25

JOYCE CARROL OATES - qualcosa di lei . editoriali


Joyce Carol Oates (Lockport, 16 giugno 1938) è una scrittrice statunitense. Frequentatrice di molti generi (romanzi, storie, sceneggiature, poesia e saggistica), è conosciuta per essere una delle figure tra le più prolifiche fra gli scrittori americani. È  autrice di circa cento libri: oltre quaranta romanzi (undici dei quali pubblicati sotto pseudonimi), ventotto raccolte di racconti, una decina di opere teatrali, sedici volumi di saggi, dieci raccolte di poesie, nonché libri per bambini e alcune raccolte di articoli apparsi su quotidiani e riviste nel corso degli anni. Ha contribuito alla compilazione di lemmi del Futuro dizionario d'America (The Future Dictionary of America, McSweeney's 2005). È anche membro del consiglio di amministrazione della John Simon Guggenheim Memorial Foundation. (Wikipedia)


Joyce Carol Oates and her husband, Raymond Smith, in their Riverside Drive East home in Windsor, Ontario, 1970. (Articolo ripreso da:

In February 11, 2008, a 77-year-old gentleman named Raymond Smith became ill suddenly, so his wife, Joyce Smith, took him to the hospital. Over the next several days, Mrs. Smith raced back and forth between home and hospital as his condition vacillated: Mr. Smith had heart palpitations and a brief period of being "mildly delusional;" Mrs. Smith collapsed to the floor in a dead faint during one phone call from the hospital, and spent most of one night vacuuming, and polishing furniture with lemon oil.
By February 17, Mr. Smith was recovering from an E-coli infection and pneumonia. They spent a companionable Sunday in his hospital room until Mrs. Smith went home for much needed sleep. At 12:38 the next morning she was awakened by a phone call: Your husband is still alive. But by the time she arrived at the hospital, 20 minutes later, he was not; overcome by a mysterious secondary staph infection, Mr. Smith was dead.
An ordinary Mrs. Smith would most likely be rendered catatonic by such events, or at least speechless. She'd not have the faintest idea what to do with a husband who was now a body. There's a suggestion that the hospital staff were anxious to get his things out of the room to ready it for someone else, as in hotels.
Over the next several months, an ordinary bereaved woman, happy wife of 47 years, would suffer from insomnia and weight loss, would do stupid things like leaving her doors unlocked and banging her head every time she got out of the car. She'd do irrational things, like throwing away half of her own clothes the day after her husband's death but hoarding his beautifully laundered shirts. She'd talk to herself, scream to herself. Be gripped by inchoate rage towards doctors and hospitals, made to feel guilty because she didn't realize that an autopsy was a good idea. She would leave her husband's recorded message on the phone for months, and call home from her cell phone, just to hear the sound of his voice.
But this Mrs. Smith is also Joyce Carol Oates, American writer, whose published works, in all genres (novels, nonfiction, poetry, drama, books for young adults and children), under her own name and two pseudonyms, number almost 150; whose personal journal, by her own reckoning, by 2008 was more than 4,000 single-spaced typewritten pages. Thus Joyce Carol Oates, in heart-stopping detail, takes the experience of sudden widowhood and writes a memoir about her sweet, beloved husband, Raymond Smith. who is suddenly, inexplicably, gone.
Oates's carnivorous prose style is well-suited to grief; her long sentences, slashed with em-dashes and bolted with exclamation points, her heavy sprinkling of italics, which sit on almost every page like tearstains - A widow must smile…Widowhood is the punishment for having been a wife…Oh honey! How on earth did this happen! - make the experience of reading this book an immersion into the aimless days and interminable nights of unexpected widowhood so immediate and overwhelming that the reader, too, is left breathless, claustrophic. Here for example, from the Sympathy Gift Basket chapter:
"As in a silent film accelerated for crudely comic purposes there appear in the courtyard of our house in the days following Ray's death a disorganized army of delivery men bearing floral displays, crates of fruit, hefty "sympathy gift baskets: stuffed to bursting with gourmet foods - chocolate-covered truffles, Brazil nuts, honey-roasted cashews… [15 more items, including "drunken" goat cheese]…and pâtés of the most lurid kinds. "Mrs. Smith? Sign here, please…."
Oates is great on the absurdities - the "quaintly titled" living will, suddenly becoming an "executrix" (with its S/M whiff), a death certificate that smells of cat pee, the etiquette for answering condolence notes (she fails utterly). She is frank about the dangers to health, including blurred vision, weight loss (just 103 lbs at one point), shingles and drugs - Lorazepan, Ambien, Lunesta, Cymbalta, offered without question, taken with trepidation and confusion, and finally discarded when addiction seems unavoidable.
The reader welcomes the more reflective moments in the book, when Oates threads together the story of her life with Raymond Smith. There are no letters to treasure, not one, because they were never apart for more than one or two nights, in 47 years. They only called each other "Honey," never "Ray" and "Joyce;" they were a household of two quietly companionable adults (and two cats), who made the conscious choice not to tell each other anything "upsetting, depressing, demoralizing…" unless absolutely necessary. They shared the enterprise of the Ontario Review, a small literary magazine and press begun during the decade they lived and worked in Windsor, Ont., but this was mostly Ray's life.
Curiously, and we're told this no more than eight pages into the book, Raymond Smith, by all accounts a superb editor, never read most of the fiction written by Joyce Carol Oates; she deliberately "walled off" everything to do with her life as a writer from him, except the finances.
Being "JCO" is both a blessing after his death - she relies on her commitments as a teacher/speaker/reviewer to maintain a semblance of normality - but also a sore point; she's horrified at the suggestion that of course she'll be writing about all this and just carrying on with novels. The irony is that she does: Since Ray's death in 2008, there have been at least seven new Oates titles, including this memoir (some would have been in the works long before). "So long as, with reasonable success, I can impersonate 'Joyce Carol Oates,' it is not the case that I am dead and done for - yet." But the nightmare of being "JCO" is that hundreds of manuscripts, unrelentingly, are sent to her requesting blurbs: "If the name "Joyce Carol Oates" affixed to her own books can't sell these books, how can the name "Joyce Carol Oates" affixed to another's book help to sell that book?"
There is also consolation in being "JCO," whose friends include Philip Roth, John Updike, Richard Ford, Edmund White, Gloria Vanderbilt, Gail Godwin and Elaine Showalter, and whose resources for dealing with grief include deep knowledge of the poems of Emily Dickinson. And there is the curious coincidence between her predilection in fiction for closure at all cost (what a NYT reviewer of her 2007 book, A Gravekeeper's Daughter, called "swings between grotesque sadness and sunny self-reinvention") and her own narrative, hinted at in the final pages of this book.
In August, 2008, Oates was introduced to Charles Gross, a Princeton neuroscientist whom she married in March, 2009. "Of the widow's countless death-duties there is really just one that matters: on the first anniversary of of her husband's death the widow should think I kept myself alive."


Charles Gross and Joyce Carol Oates attend "The Stanford Prison Experiment" premiere in New York on July 15, 2015.
Andy Kropa/Invision/AP

Published 1:30 PM EDT Apr 15, 2019
NEW YORK (AP) — Charles Gross, a longtime Princeton professor of neuroscience and husband to author Joyce Carol Oates, has died. He was 83.
Oates said in an email Gross died from cancer Saturday in Oakland, California.
She shared an image of him hiking in a lush green forest on Twitter and remembered him as her "brilliant, beautiful, beloved husband."
Gross spent 43 years on the faculty of Princeton's psychology department where the university credited him with revolutionizing understanding of sensory processing and pattern recognition. Princeton called his work "foundational to the field of cognitive neuroscience" when he retired in 2013.
Oates, who chronicled her grief over her first husband's death in 2011's "A Widow's Story," wed Gross in 2009. Oates taught creative writing at Princeton until 2014.
Gross was famed for his backyard pig roasts and canoe trips.
He is survived by Oates, his daughters Melanie Hagen and Rowena Gross, and grandsons Noah and Sam Hagen.
Joyce Carrol Oates è cresciuta nella fattoria dei suoi genitori in una zona rurale dello stato di New York, a pochi chilometri dal lago Ontario. La famiglia le ha impartito un'educazione cattolica, voluta soprattutto dalla madre Carolina, di origini ungheresi. Quando la Oates era ancora una bambina, viveva con loro la nonna materna Blanche Woodside, che fu per anni quasi una seconda madre per lei. Solo molto tempo dopo la morte della nonna, la futura scrittrice scoprì che il padre di Blanche si era suicidato sparandosi un colpo di fucile in bocca e apprese che questo suicidio aveva a che fare con il background ebraico dell'uomo. Questa scoperta è stata rielaborata molti anni dopo con grande efficacia artistica in La figlia dello straniero (The Gravedigger's Daughter, 2007).
Ha frequentato la Syracuse University, dove si è laureata nel 1960, e la University of Wisconsin, dove ha conosciuto Raymond Smith, che poi ha sposato. Si è poi trasferita a Detroit (1962-1968) e quindi in OntarioCanada. Nel 1978 si è stabilita a Princeton, New Jersey, dove tuttora risiede. Nel febbraio del 2008 è deceduto il marito, al rapporto con il quale ha dedicato A Widow's Story: A Memoir (2011).
Autrice prolifica quanto altri mai, la Oates ha esplorato i diversi sentieri della prosa moderna alternando capolavori in fiction come BlondePer cosa ho vissuto o L'età di mezzo, a racconti brevi, saggi sulla boxe, scritti per l'infanzia.
Dal 1978 insegna stabilmente all'Università di Princeton e dal 1995 vi tiene seminari di Scrittura Creativa con il titolo di Roger S. Berlind Professor in the Humanities. Era previsto per l'autunno del 2014 il suo ritiro e infatti da qualche anno, se così si può dire, è in pensione. Ma scrive sempre e tiene conferenze. il seminario dovrebbe essere affidato a Jeffrey Eugenides. Nel 2015 su Twitter suggerisce un paragone tra Charlie Hebdo e il Mein Kampf di Hitler in quanto portatori di un messaggio razzista.
Quel che so è che ama i gatti, ne possiede due.
La Oates ha anche scritto diversi libri, per la maggior parte romanzi del mistero, sotto lo pseudonimo di Rosamond Smith (otto volumi) e Lauren Kelly (tre volumi.)
Joyce Carol Oates è un'autrice da brivido perché capace di raccontare l'orrore quotidiano e la violenza più spaventosa, quella che si racchiude tra le mura domestiche.  É anche una delle autrici americane più prolifiche: in poco più di cinquant’anni ha scritto oltre cento opere tra romanzi, saggi, libri per bambini, raccolte di racconti e testi teatrali. Per essere precisi una quarantina di romanzi, di cui undici pubblicati con uno pseudonimo, ventotto raccolte di racconti, una decina di opere per il teatro e altrettante raccolte di poesie, oltre ad alcuni libri per bambini e sedici saggi sui temi più diversi. L’autrice, nata nello stato di New York nel 1938, è da anni residente a Princeton, presso la cui università ha insegnato dal 1977 al 2014. Joyce Carol Oates è una scrittrice che si potrebbe definire “gotica contemporanea”: nei suoi romanzi racconta l’ipocrisia e la violenza della vita borghese, l’oppressione tra le mura domestiche. Tuttavia non tralascia gli eventi biografici: La figlia dello straniero, suo romanzo del 2007, prende spunto dalle vicende del nonno, mentre dopo la morte del marito ha scritto il memoir Storia di una vedova.| 12.11.2
Un altro tema caro all’autrice è quello dell’oppressione delle donne e il racconto Dove Stai Andando, dove Sei Stato?, da cui è stato tratto il film Smooth Talk con Laura Dern, ne è un esempio: si tratta, infatti, della storia di una giovane donna che, a causa del suo desiderio di crescere, cade nelle mani di un uomo animato da cattive intenzioni. Così come il più recente Scomparsa, la vicenda di Cressida Mayfield che scompare nella notte con il fidanzato della sorella.
In Figli randagi, invece, il nucleo della storia si nasconde nei segreti di una famiglia e nei rapporti tra i suoi membri. Le facciate che si sgretolano svelando segreti inconfessabili è alla base anche del recente Jack deve morire.
Anche il problema della mercificazione delle donne in una società guidata dal potere e dal denaro sta a cuore all’autrice, così come il raccontare l’epoca della guerra fredda e l’avvento del nucleare in America.
In Italia le opere di Joyce Carol Oates sono quasi tutte pubblicate da Mondadori e da Il Saggiatore. Quest’ultimo editore, in particolare, dal 18 maggio pubblica per la prima volta in Italia la quadrilogia Epopea americana, composta da Il giardino delle delizie, I ricchi, Loro e Il paese delle meraviglie. Quattro romanzi in cui l’autrice ripercorre la storia recente degli Usa.
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Per Mondadori invece sta per arrivare in libreria Momenti di un tempo perduto, romanzo di formazione e allo stesso tempo biografia in cui Joyce Carol Oates ripercorre la sua infanzia trascorsa in campagna, senza tralasciare aneddoti divertenti e ricordi toccanti come la perdita di alcuni cari.