POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, giugno 2

GIGLI FIORITI NEL GIARDINO DEL CONVENTO DEI FRATI CARMELITANI SCALZI DI LEGNANO e Pensieri di ELENA ROCCA




DALLE LETTERE DI ELENA ROCCA

Oh il buon Gesù, se lo conoscessimo, quanto di più lo ameremmo! E' un abisso di amore, di tenerezza e di gioia. Tutte le perfezioni, in modo infinito, si racchiudono in questo amabile Cuore. Vorrei io pure amarlo infinitamente, come Lui ama noi.


Vorrei morire per amore, così dar tutto a Gesù; vorrei vivere per morire tutti i giorni, per dargli delle anime e così soddisfare all'ardente sua sete.

....................

Non bisogna avvilirsi sai, mai, mai, perché la nostra Mamma celeste desidera più di noi che siamo tutti del suo amabile Gesù; e non risparmia niente. E tu sai meglio di me quanto può la Madonna presso il Signore.

...................

II mio desiderio di far conoscere e amare Gesù cresce tutti i giorni. Vorrei che tutti fossero infiammati di amore per questo Bene infinito; che tutti i buoni si adoprassero per il vero bene delle anime.                  -


Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il vero bene delle anime. Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il bene dei sacerdoti che ne hanno bisogno grande; vorrei essere veramente buona a fatti per essere accetta al Cuore di Gesù.

  



Foto dei gigli sbocciati nel convento di Legnano dei Carmelitani Scalzi, inviati da Padre Nicola Galeno OCD


domenica, maggio 31

SENTIERI INTERROTTI E PIETRE PARLANTI di Padre MAURO ARMANINO

      Sentieri interrotti e Pietre Parlanti



Mi trovavo alla presentazione del libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente libro. ‘Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina’. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘Interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa ‘sospeso, temporaneamente o definitivamente...incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato’. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi. Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sè, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’... Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste...’quello che è stato è quel che sarà...c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta’. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger, nel 1950. Citiamo... ‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia’.

 

‘Pietre Parlanti’ è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di ‘Pietre Parlanti’ si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. ‘Pietre Parlanti’ ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

      Mauro Armanino, Casarza Ligure, maggio 2026


sabato, maggio 23

DIO NON E' MICA OBBLIGATO articolo di Padre MAURO ARMANINO

Dio non è mica obbligato

Il romanzo dell’ivoriano Ahmadou Kourouma (1927-2003) è stato tradotto in italiano nel 2012 col titolo ‘Allah non è mica obbligato’. Ricordo di averlo letto durante il mio soggiorno in Liberia, alla conclusione della lunga guerra (in)civile che ha insanguinato il Paese per 15 anni. Lo scritto segue le vicende di Birahima, bambino-soldato come espediente narrativo per mettere in scena ambiguità, sciagure e poteri in alcuni Paesi dell’Africa Occidentale. Li ho visti passare uno dopo l’altro. Bambini armati di un AK 47 più grande di loro che ci fermavano in tutta serietà ai checkpoint.  Il parallelo commercio di armi e diamanti tra gruppi ribelli e le forze internazionali di stabilizzazione. L’ esportazione di tronchi di legno e i molteplici ‘signori della guerra’ che profittavano dell’assenza dello Stato. Il romanzo e la realtà sul terreno facevano parte della stessa sceneggiatura e, alla fine, non si sapeva dove finiva l’uno e cominciava l’altro. D’improvviso poi scese la pace e dei bambini soldato si perse la traccia. Alcuni percorsi di accompagnamento e re-inserzione della vita civile e poi più nulla.

‘Dio (Allah) non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù’ ritorna come motivo nel romanzo citato. D’altra parte tra i due, Dio e l’Africa, non si sa bene chi comanda. Da una parte c’è la tendenza a rendere Dio innocente di ogni tragedia che inevitabilmente arriva, prima o poi anche nelle migliori famiglie. Dall’altra nulla accade senza che Egli, dall’alto, non voglia. I migranti che passavano da Niamey per andare in Algeria, Libia o altrove sapevano bene che tutto dipendeva da Dio. ‘Se Dio vuole’, dicevano, anche quando la certezza di essere derubati, arrestati, picchiati, spesso violentati e infine espulsi era messa nel programma. D’altra parte, appunto, Dio non è mica obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Così per un lavoro, un viaggio, un progetto, una malattia, un matrimonio o, semplicemente, i raccolti di stagione e le piogge annuali. Si prega, si offrono, talvolta, sacrifici e nel caso non si fosse esauditi si dirà che, con ogni probabilità, senza la preghiera tutto sarebbe andato ancora peggio di com’è andata. Lo stesso occorre per le feste religiose

Dopo 14 anni di permanenza nel Niger non potrò assistere alla celebrazione della ‘Tabaski’ o del sacrificio dell’agnello. In ricordo del figlio di Abramo, Ismael per il Corano, libro santo dell’Islam, o Isacco per la Bibbia. Com’è noto l’uccisione del figlio è stata sostituita da quella di un capro. 


Ricordo come lungo alcune strade della capitale Niamey e più sovente nei cortili, si allestivano i legni per arrostire a fuoco lento gli animali sgozzati il giorno della festa. Dio non è mica obbligato ma, con ogni probabilità, sarà celebrata martedì o mercoledì prossimo, a seconda della luna o di altro tipo di calendario. La Tabaski inizia con una preghiera speciale alla moschea o in piazze pubbliche cui segue il sacrificio prescritto. La carne dell’animale è di norma divisa in tre parti eguali. Una per la famiglia, l’altra per i vicini o amici e la terza parte per le persone bisognose. Per qualche giorno l’aria della città, alla fine della stagione secca, è una mescolanza di fumo di arrosto e aromi di polvere. I bambini vanno in giro con occhiali da sole colorati e, malgrado la crisi economica, indossano i vestiti nuovi da festa. 

Non so da altre parti. Sono però certo che in Africa Dio non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Altrimenti sarebbe difficile spiegare le guerre, le carestie, le città che prosperano, una classe ricca sfondata e poi la miseria sotto casa. I milioni di sfollati, profughi e poi le ricchezze del sottosuolo che non arrivano dove avrebbero dovuto. Forse lo stesso Dio, accortosi del problema, è diventato ostaggio del Continente e cerca di fare quello che può per salvare la sua reputazione divina. Intanto un film di animazione dal titolo ‘Allah in not obliged’ , , ‘Dio non è obbligato ’ è stato prodotto nel Lussemburgo l’anno scorso e si trova disponibile nelle sale cinematografiche quest’anno. Scommetto che Dio assisterà alla proiezione, in incognito, tra gli spettatori.


                   Mauro Armanino, Genova, maggio 2026



martedì, maggio 19

Distrazioni africane e parole da salvare di Padre MAURO ARMANINO

    Distrazioni africane e parole

da salvare  
  
‘Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta’. L’afferma, saggiamente, il rabbino di Genova Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza o peggio, per distrazione. La parola in questione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento. Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari e alcuni di questi aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. Ad esempio la disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire peraltro ciò su cui si fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del tempo in mercanzia contante.


Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi, a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si definiscono ‘guerre dimenticate’ o troppo lontane per profittare del privilegio di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una mistificazione.


Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La spinta ad esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non casualmente Oxfam, nota ONG humanitaria, evidenzia alcuni degli oltre 30 conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. La Repubblica (poco) Democratica del Congo che ha registrato nel passato milioni di morti e, nel presente, scontri tra forze governative e gruppi armati. Oltre 7 milioni di persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come per il Congo, il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie. In Somalia con la presenza di milizie e instabilità politica. In Etiopia con un conflitto che vanifica i piani di sviluppo in vaste porzioni del territorio. Il Sahel, già menzionato sopra, fascia di terra di mezzo che attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso. Area che, tra colpi di stato conseguenti agli attacchi di gruppi armati e conseguenti movimenti di popolazioni, è designata per il terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. Infine il Mozambico dove gruppi armati legati ad interessi ideologici e finanziari, rendono instabili notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto all’interno dei cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come fiori da una falce impazzita e cieca. Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per essere riconosciute tali nella storia scritta sulla sabbia della storia. Ecco perché, se vogliamo imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno scrisse che ‘prima di salvare le persone c’è da salvare le parole’.

                     Mauro Armanino, Padova, Maggio 2026

domenica, maggio 10

INNOCENTI SOVVERSIONI di Padre MAURO ARMANINO

Innocenti sovversioni



Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, si legge la scritta ‘Sovvertiamo tutto’. Non so da quanto tempo e da chi ma, fin dal mio ritorno alla casa di Quarto Castagna, l’ho notata e mi ha colpito. Chissà perché     sono lieto che la lapidaria frase non sia stata cancellata o ricoperta da una mano di pittura.
Il verbo sovvertire deriva dal latino subvertere e significa letteralmente ‘capovolgere, volgere sotto’ indicando l’atto di rovesciare l’ordine costituito. La parola sottolinea un’azione di ribaltamento dal basso verso l’alto. Sinonimi sono destabilizzare, sconvolgere, stravolgere e rivoluzionare. Il verbo coniugato alla prima plurale del tempo presente, ho imparato a preferirlo all’ inflazionato, ambiguo e manipolato ‘rivoluzionare’ che poi, spesso, significa ruotare fino al punto di prima. Cambiare tutto perché nulla cambi non è accaduto solo nel romanzo ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa. Le innocenti sovversioni non sono altro che fragili e talvolta censurate resistenze artigianali.



Si da un processo di ribaltamento dal basso dell’ordine (o disordine) esistente che si avvale di fatti e persone le cui scelte paiono inadatte, piccole e incapaci a ribaltare un sistema. Come il ben noto granello di sabbia che cade nei meccanismi di una macchina sofisticata e ne provocano l’inceppamento, momentaneo o definitivo. Oppure la polvere che, sorniona, si infiltra e ostacola la buona marcia del sistema. In quest’ottica come non ricordare chi, tra i 1225 professori universitari ‘invitati’ a giurare fedeltà al regime fascista il 28 agosto del 1931, rifiutarono di abdicare la dignità.
‘Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista... che non apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio’. Dodici professori dissero no al giuramento e furono tutti destituiti dalle loro cattedre. Sappiamo che il regime fascista crollò qualche anno più tardi ma crediamo altresì che nel gesto sovversivo dei dodici docenti stava scritta la sconfitta della dittatura. Non c’è sovversione senza sovversivi e a condizione di lasciarsi prima o nel contempo ‘sovvertire’ nello spirito e nel corpo. Chi ha permesso che cià accada è un testimone.
I giornalisti sono dei martiri che per mestiere sono chiamati a raccontare la storia quotidiana o cronaca consapevoli degli gli occhiali dell’ideologia, del portafoglio o della convenienza. Si tratta di uno degli specchi della società che si vorrebbe democratica. L’anno scorso è stato l’anno più letale mai registrato per il giornalismo contemporaneo. Il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), ci dice che lo scorso anno sono stati uccisi 129 tra giornalisti e operatori dei media e cioè il numero più alto da quando l’organizzazione monitora sistematicamente questi dati (1992). Inoltre, secondo l’ONU, circa 330 giornalisti sono attualmente detenuti nel mondo ai quali si possono aggiungere 500 giornalisti cittadini bloggers. Innocenti sovversivi le cui parole profumano di verità.
L’ONU ha ospitato in questi giorni il secondo Forum Internazionale per le Migrazioni che si celebra ogni 4 anni. Secondo il rapporto presentato dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, il numero dei migranti internazionali ha superato i 300 milioni di persone, circa il 3, 7 per cento della popolazione mondiale. Di questi 167 milioni sono lavoratori. Gli sfollati ammontano a 83 milioni. A questi dovremmo aggiungere 40 milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Nel Forum il Segretario generale dell’ONU ha ricordato che almeno 200 mila persone sono state vittime di tratta. Oltre 15 mila migranti sono morti o scomparsi sulle strade della migrazione nei due ultimi anni. Si tratta di innocenti sovversivi la cui assenza feconda una presenza. La stessa di un ex soldato israeliano.

‘Sei un traditore, mirzai, Sei una vergogna per il tuo sangue’, sussurravano vicino all’orecchio e mi tiravano indietro la testa...Ora, quando cammino vicino a un ristorante a Roma e sento il rumore dei turisti e delle posate sui piatti mi vengono i brividi. Il mio corpo è una mappa di nodi di dolore che non si scioglieranno mai. Ho cicatrici interne che i medici non possono vedere, dita che perdono sensibilità, una schiena che si rifiuta di stare dritta. Ma è proprio in quella carne martoriata che ho trovato la mia verità. Mi hanno tolto tutto, tranne la consapevolezza che il loro potere finisce dove inizia la mia resistenza. L’integralità del racconto si trova pubblicato nell’ultimo numero di Kritica.


Nulla di più sovversivo di queste parole impastate di sangue e dignità. Esattamente come quelle di Floribert Bwana Chui, giovane doganiere della Repubblica Democratica del Congo. Rapito, torturato e ucciso per aver rifiutato di far passare derrate alimentari avariate destinate al consumo per il suo popolo. Membro della comunità di Sant’Egidio, martire e beatificato il 15 giugno dell’anno scorso a Roma e cioè modello per tutti. Non dovrebbe stupire perché il simbolo dei cristiani è, appunto, una croce. Vi fu crocifisso, tra le migliaia di vittime, per evidente sovversione il Cristo. Divenuto insopportabile per il sistema politico-religioso del suo e, probabilmente, di tutti i tempi.
Devo confessare che se il volto di Dio riflesso nel Cristo non fosse quanto di più sovversivo ho incontrato finora, andrei subito a cercarlo altrove. Chi scrive spera che la scritta sul muro del condominio edificato su Corso Europa, non lontano dal cavalcavia di Quarto Castagna, non sia mai cancellata.

      Mauro Armanino, Genova, maggio 2026