POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

giovedì, marzo 19

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero - notizia ricevuta da Padre Mauro Armanino

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero     


17 marzo 2026 | 18:31

Si chiamava Meher Naffouti e aveva 25 anni. Il ricordo degli amici: «Era un ragazzo generoso, sognava una vita in Francia»

Ventimiglia. Sognava di vivere in Francia ed è morto per raggiungerla, Meher Naffouti: il ragazzo tunisino di 25 anni il cui corpo è stato trovato sabato mattina lungo i binari della linea ferroviaria che collega Ventimiglia a Mentone, in località Balzi Rossi.

Il giovane, che per un lungo periodo aveva vissuto in Germani, era nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia, dove vivono i suoi familiari. «Era una persona molto gentile, sempre disponibile per tutti; condivideva tutto ciò che aveva. Amava le motociclette e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia», lo ricordano gli amici.

A dare un nome a quel corpo straziato dall’impatto con un treno, sono stati gli agenti della Polizia Ferroviaria, diretti dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Scionti. Dietro all’identificazione, tutt’altro che semplice, c’è stato un lavoro lungo e delicato, condotto con professionalità e umanità dagli agenti della Polfer. Il giovane, infatti, non aveva con sé alcun documento: una circostanza che ha reso necessario avviare accertamenti complessi, estesi anche oltre i confini nazionali. Le verifiche hanno coinvolto più Paesi, incrociando informazioni e contatti fino a risalire alla sua identità e, soprattutto, alla sua famiglia in Tunisia, che è stata infine rintracciata.

Un impegno investigativo che non si è limitato agli aspetti tecnici, ma che ha avuto anche una forte componente umana: restituire un nome a quel corpo e dare una risposta ai familiari del giovane.

Nelle ore precedenti alla tragedia, Meher si era messo in contatto con gli amici in Germania. Erano circa le 23 della sera prima del ritrovamento del corpo, e aveva detto loro chiaramente quale fosse il suo obiettivo: raggiungere la Francia, il Paese in cui desiderava costruire il proprio futuro. Dopo la Germania, invece, era stato trasferito in Svizzera, ma il suo desiderio era rimasto sempre lo stesso: arrivare in Francia e stabilirsi lì definitivamente.

Gli amici, sconvolti dalla notizia, non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio: impossibile per il macchinista accorgersi di quel ragazzo che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava: lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici.   

Ricevo questo articolo da Padre Mauro Armanino, e racconta quanto succede ai giovani che cercano aiuto in Europa, ma che corrono forti rischi.


martedì, marzo 17

Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse di Padre Mauro Armanino

 Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse

Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si  trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile,  tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eludere la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.



Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocalissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, genuine epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’ , abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali. 
L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica.

Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, kilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. La frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere del due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete.



Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno. 

    


Dipendono, in ultimo, dall’originaria ferita come indelebile segno di finitezza di cui siamo i portatori. Le frontiere delle frontiere si trasfigureranno solo allora in apocalissi coi colori dell’arcobaleno.


Mauro Armanino, in treno da Ventimiglia, marzo 2026



venerdì, marzo 6

NASCERE NON BASTA di PADRE MAURO ARMANINO

               Nascere non basta   

Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con ...ogni giorno. 

                           Nascere non basta

E’ per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno.

Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto ( o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta.

C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà.

Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto ...

Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate.

Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione.

Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole.

Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa. 

Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è chi rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno.

N


Sestri Levante
    Mauro Armanino, Casarza Ligure, marzo 2026



lunedì, marzo 2

sabato, febbraio 28

CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di Padre MAURO ARMANINO

Con lo sguardo di un colonizzato

Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.

Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.

Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.

Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.

Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.

Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.

Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.

Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.

             Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026


venerdì, febbraio 20

Complici nell’età dell’inconsistenza di Padre Mauro Armanino

 

Complici nell’età dell’inconsistenza

Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’ esecuzione della condanna a morte del Cristo.
Da allora le mani, quelle ‘pulite’ dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola ‘complicità’, derivante dal latino, significa ‘coinvolto’, ‘piegato assieme’ e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la ‘complicità’ esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.

...Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. E’ l’età dell’inconsistenza. Così affermava lo scrittore e professore Roberto Calasso nel suo libro ‘L’innominabile attuale’ nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre le mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino.
Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’ inconsistenza assassina.... ‘Sono forse io il custode di mio fratello’? Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle élite più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.


Naturalmente non si tratta solamente di un ‘Discorso sulla servitù volontaria’ come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile Epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. 
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché ‘piegati assieme, coinvolti’ in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora ‘non è tanto restare vivi... quanto restare umani’, così sentenziava il saggista George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.











         Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026