POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, gennaio 25

Impressioni di lettura di ALESSANDRA GIUSTI per STORIE GIROVAGHE

 


Impressioni di lettura di Alessandra Giusti per STORIE GIROVAGHE

Ho letto con piacere “Storie girovaghe” dell’amica Danila. Una lettura scorrevole, gradevole, abbellita da disegni dell’autrice stessa e da altre belle immagini. Il genere racconto (o romanzo breve) è nelle mie corde e ritengo che lo possa essere in quelle di molti lettori. Io ho seguito l’ordine dell’impaginazione, ma avrei potuto tranquillamente leggere aprendo il volume a caso di volta in volta. I racconti sono infatti vari, gli argomenti e gli avvenimenti narrati, di fantasia o ispirati alla realtà, non sono legati cronologicamente tra di loro e consentono di spaziare liberamente da una pagina all’altra. Chiunque in questo bel libro potrà trovare riferimenti alla propria vita e ai propri interessi e pensieri; i racconti narrati, anzi, danno voce a pensieri che sentiamo nostri e che magari non siamo riusciti finora ad esprimere in modo adeguato. È questa secondo me la forza di questa pubblicazione, che non annoia mai il lettore. Riferimenti storici, letterari, scientifici, psicologici, sociologici e di quotidianità che scivolano via senza pesare, coinvolgendo chi legge, che si trova alla fine con il suo bagaglio arricchito senza essersene nemmeno reso conto, se non alla fine, quando un: “Bello!” esce spontaneo dal cuore. Grazie Danila! Se proprio dovessi soffermarmi su una in particolare di queste belle storie (leggendo mi è tornata alla memoria una canzone di quand’ero bambina: “Le piccole storie, che girano per il mondo…”) lo farei su “L’uscita di Carla”, rischiando però inevitabilmente di far torto alle altre. Ma un torto “buono”, una piccola preferenza che nulla vuole togliere al tutto. Sono un’appassionata lettrice e al termine di un libro, da sempre, ho l‘abitudine di dire a me stessa “Lo rileggerò”, oppure “Non lo leggerò più”. Rileggerò certamente “Storie girovaghe”!

Alessandra Giusti


domenica, gennaio 23

L'EUROPA COSì COME SI VEDE DAL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



L’Europa così come si vede dal Sahel

Ben vero che tanti continuano a morire per cercare di raggiungerla. L’anno scorso, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, sono periti nel mondo circa 5 300 migranti. Una buona parte di questi erano in viaggio verso l’Europa. Le rotte dell’Atlantico, del Mediterraneo, dei Balcani e di altre frontiere meno note, sono diventate il luogo emblematico della Grande Difesa del continente rispetto al diritto innato di mobilità umana. Cercare orizzonti nuovi di vita non solo non è un crimine ma è ciò che da sempre gli umani hanno cercato di fare. La stabilità era l’eccezione e la migrazione la regola. L’Europa questo lo sa,  perché in un tempo non troppo lontano della storia è stata il continente più ‘nomade’ di tutti.
L’Eldorado non ha terminato di sedurre chi vede nell’Europa un baluardo per la ‘barbarie’. Essa si manifesta altrove con indigenza, dittature, colpi di stato, carestie, guerre e tradimento delle promesse delle indipendenze degli anni ’60. L’Europa si presenta come affluente e influente, riparo contro gli abusi sui diritti umani e terra d’asilo per un certo numero di persone che hanno perso ogni speranza di futuro. Buon numero di migrazioni sono per così dire di ‘ritorno’ nel senso che arrivano parte dei popoli che, a suo tempo, erano stati preda della colonizzazione. Sappiamo che la storia non è mai a senso unico e che, malgrado i tentativi di cancellarne le tracce, è alquanto ostinata. Ad ognuno il suo turno, verrebbe da dire.
Poi c’è l’Europa vista come insaziabile detentrice di potere. Su una parte consistente delle risorse del Sahel, sulle sue politiche economiche e sul tipo di regimi che lo governano, sulle frontiere che essa, l’Europa, ha esteso nel profondo della storia e della geografia, sulle scelte educative e soprattutto sull’immaginario culturale. L’Europa arrogante che pensa di trovarsi ancora al centro del mondo per deciderne le sorti. Un’Europa, vista dal Sahel, come naturale seguito del processo di ricolonizzazione che si attua col consenso, spesso comprato, delle élites locali, tutt’altro che passive in queste operazioni di depossessione delle classi più vulnerabili del popolo. L’Europa che sfrutta, espropria e in seguito si propone di aiutare a chi a rubato.
Ciò che il Sahel conosce meglio dell’Europa è il suo volto umanitario. Centinaia di Organizzazioni Non Governative Internazionali, globali, delocalizzate, nazionalizzate, perpetuate, inventate, comprate, vendute e comunque presenti, sono sul terreno. Aiutano e si affannano a lenire sofferenze, a palliare a crisi endemiche o urgenze impellenti. Accompagnano lo Stato assente nella gestione di carestie, epidemie, catastrofi naturali o prodotte dall’incuria. Dettano modi, tempi, tabelle e permettono ad una fetta delle popolazione di sopravvivere . Creano modelli di società e di gestione del ‘capitale umano’ e cercano di utilizzare al meglio le ‘persone- risorsa’, pagano profumatamente l’affitto di immobili i cui proprietari sono spesso uomini politici o affiliati al partito. Fabbricano  corsi e ricorsi per ‘rafforzare le capacità’ del popolo.
C’è, infine, l’Europa che fa sorridere il Sahel perché appare vulnerabile come mai. Impaurita dalla sua potenza perduta e dei virus che scivolano a piacimento e che Lei cerca di imporre come qualcosa di inedito nell’Africa. Il Sahel sorride quando ascolta il ‘vecchio ‘ continente affermare i principi di democrazia e libertà e poi mettere i propri cittadini sotto chiave. Sorride di compatimento nell’osservare pesi e misure diverse nell’imporre diritti umani e guerre umanitarie per esportare l’unico modello di democrazia possibile. Sorride il Sahel quando sente il rumore provocato dai ‘Mirage’ francesi nel cielo e vede passare le colonne di militari e assume che ognuno, in fondo, cerca solo il proprio interesse particolare e nazionale. E sorride, infine, la sabbia, al pensiero del prossimo arrivo dei nuovi migranti europei che cercheranno nel Sahel ciò che hanno smarrito a casa loro.


   Mauro Armanino, Niamey, 23 gennaio 2022

venerdì, gennaio 21

L’ARTE TERAPIA: Trasformare il dolore per eliminarlo - di ZARINA ZARGAR & CHIARA MASSOBRIO - Co-Autore e Supervisor ANTONINO LA TONA

 

L’ARTE TERAPIA: 
Trasformare il dolore per eliminarlo

Articolo pubblicato sul sito qui sopraL’ARTE TERAPIA: Trasformare il dolore per eliminarlo - 21 Gennaio 2022  benessereemozioniPsicologia

Autori: Zarina Zargar & Chiara Massobrio

Co-autore e Supervisor: Antonino La Tona

Ormai ci siamo quasi abituati, molte attività che facevano parte della nostra vita quotidiana hanno subito un’esclusione o sono state diminuite di frequenza. Soprattutto le attività sociali, che riguardano lo scambio e il contatto con il nostro prossimo sono diventate vietate o comunque fonte di preoccupazione.

In questa situazione di limitazione, è importante riuscire a focalizzarsi su ciò che di positivo si può ancora fare e tenere bene a mente che noi esseri umani disponiamo di una formidabile capacità di adattamento, proprio quella che ci ha portati a essere sovrani del regno vegetale e animale.

Allora, perché non rispolverare vecchie abilità o addirittura scoprire di essere bravi in qualcosa e appassionarsi a ciò che non si era mai sperimentato prima?

Uno spunto utile ci arriva dall’arte terapia, ovvero l’attività artistica utilizzata con finalità terapeutiche e ricreative. Ovviamente per essere arte terapeuta occorre un titolo specifico, ma per essere allievi o semplicemente dare libero sfogo alla propria creatività non è necessaria alcuna competenza particolare. Altra cosa davvero importante: per creare un’opera d’arte in grado di esprimere se stessi e far impiegare il tempo a disposizione in maniera più piacevole non sono necessari materiali particolari, dispendio economico e ambienti affollati. È qualcosa che si può fare in qualunque momento della giornata standosene tranquillamente immersi nei comfort della propria casa.

L’arte terapia è una realtà affermata ormai da tempo e che ha ricevuto conferme relative alla propria influenza benefica addirittura dalle neuroscienze (Hass-Cohen, Carr 2008).  Sembra avere la capacità di agire sulla zona limbica, sul sistema motorio e sulle aree corticali che con esso comunicano  offrendo a chi la pratica nuovi feedback corporei e visivi in grado di produrre modificazioni  psicofisiologiche (Hass-Choen, Carr 2008).

Si tratta di una pratica che può inserirsi agevolmente all’interno dei più diversi percorsi e approcci terapeutici, rivelandosi una risorsa ricca e adattabile.

In clinica può essere applicata in numerosissimi campi quali il trattamento di disturbi comportamentali, emotivi, cognitivi e neurologici, arrivando ad aiutare persone di tutte le età anche con deterioramenti severi (Chancellor et al. 2013), o con storie di traumi e violenze (Schouten et al. 2014).

L’utilizzo dell’arte in terapia sembra essere molto efficace in età evolutiva. Bambini e ragazzi, se inseriti in un contesto protetto, riescono spesso ad evocare ed esprimere contenuti ed eventi altrimenti difficili da raggiungere e svelare (Waller, 2006). La riflessione, unita all’analisi cognitiva ed emotiva, che passa prevalentemente attraverso la verbalizzazione, può cedere il passo a mezzi espressivi più vicini al mondo infantile, abbondantemente fantasioso e ricco di immagini. Le parole si trasformano in linee, colori, in segni impressi su un materiale, nella scelta di un certo tipo di manipolazione.

In tutto ciò il terapeuta può essere chiamato a partecipare attivamente, cogliendo l’occasione di costruire un vero e proprio linguaggio creativo e sensoriale con il paziente, unico e irripetibile.

Il presupposto da cui parte l’arte utilizzata come terapia è proprio questo: l’azione creativa come strada alternativa per raggiungere uno spazio “altro” che risiede al di là delle parole, il quale favorisce l’emergere di contenuti non del tutto elaborati e coscienti.  L’emersione è di per sè terapeutica e la riscoperta della sensorialità ha la capacità di curare e placare l’attività mentale.

A qualunque età concedersi di fluire all’interno di un atto creativo può diventare un ottimo esercizio introspettivo e liberatorio, nonché uno strumento attraverso il quale indirizzare, convertire, trasformare stati emotivi intensi e soverchianti.

A questo proposito, tra le infinite tecniche che è possibile adoperare, l’uso puro del colore, al di là delle forme e della riproduzione di soggetti concreti o astratti, può di per se’ essere sufficiente a promuovere l’avvicinarsi, l’esplorare e l’agire sulla sfera emotiva (Withrow).

Non servono grandi abilità tecniche, è sufficiente la disponibilità a perdersi all’interno di ciò che si sta facendo, lasciandosi trasportare da quello che accade in corso d’opera.

Allora anche tutti noi possiamo tornare indietro nel tempo e ridiventare quei bambini che si illuminavano di gioia con soltanto un foglio e dei colori in mano. 

Tra l’altro abbiamo a disposizione innumerevoli fonti di ispirazione grazie anche al web che ci racconta del riciclo creativo (a basso costo e impatto ambientale), delle nuove forme di arte precedentemente impensabili, della bellezza di poter trasformare qualcosa di sé in qualcosa di nuovo.

Arte non è solo trasferire colori dalla tavolozza alla tela. Arte è scrivere, cantare, recitare e inventare, raccontare di sé, coltivare il proprio mondo interiore, riuscire a condividerlo senza una modalità prestabilita. Esistono innumerevoli modi per farlo e non basterebbe nemmeno tutto lo spazio del web per scrivere un elenco completo. 

La bellezza risiede proprio in questo: non c’è giusto e non c’è sbagliato, c’è solo qualcosa che va trasformato.

Si tratta di un’attività esente da rischi e effetti collaterali. Al massimo può capitare di sporcarsi un po’ le mani o disegnare un sorriso autentico dove questo non c’era. Provare per credere, non resta altro da fare!

CREARE!

Bibliografia:

Chancellor B., Duncan A., Chatterjee A. (2013). Art Therapy for Alzheimer’s Disease and Other Dementias. Journal of Alzheimer’s Disease 39, 1-11.

Hass-Cohen N., Carr R. (2008). Art Therapy and Clinical Neuroscience. Jessica Kingsley Publishers.

Schouten K. A., Niet G. J., Knipscheer J.W., Kleber R. J., Hutschemaekers G. J. M. (2014). The Effectiveness of Art Therapy in the Treatment of Traumatized Adults: A Systematic Review on Art Therapy and Trauma. Trauma, Violence & Abuse, 1-9.

Waller D. (2006). Art Thrapy for Children: How It Leads to Change. Clinical Child Psychology and Psychiatry, 11-127.

Withrow R. (2004). The Use of Color in Art Therapy. Journal of HUMANISTIC COUNSELING, EDUCATION AND DEVELOPMENT, volume 43.

CREARE!


CARO SINDACO DI VENERIANO di RENATA RUSCA ZARGAR

Villaggio indiano

CARO SINDACO DI VENERIANO


Questo racconto è stato scritto nel 2003, anche se è perfettamente attuale. È stato, in quel tempo, scelto dallo scrittore Giulio Mozzi per essere inserito nel Volume “Il lavoro appeso a un filo”, 2004
Arci Nuova Associazione - Padova - (arcipadova.org)

Lo spot denominato “Grazie” sta andando sullo schermo. L’omino consumatore acquista qualcosa e tutti per strada lo ringraziano perché mette in moto l’economia. Le multinazionali Nestlé, Coca Cola, Dal Monte, Shell, De Beers e tante altre, sorridono dai loro enormi palazzi con condiscendente amore.
Salvatore spegne il televisore: anch’egli ha tante cose da comprare e sua figlia minore lo tormenta con richieste continue: il telefonino, i Cd, le audio-cassette, gli occhiali firmati (e mica come quelli comprati per tre euro dai marocchini che ha lui!)…
L’altra figlia, invece, fresca di diploma, cerca lavoro ma non le è capitato ancora nulla di buono, se non fare la stagione negli stabilimenti balneari o andare a raccogliere, in qualche grande azienda della provincia, i pomodori e la frutta.
Per fortuna lui il lavoro ce l’ha da vent’anni e, anche se non è uno di quegli impieghi da maniche bianche, lui ne è contento, il padrone lo stima e lui, in tanti anni, è mancato solo quella volta che si è rotto la gamba, salvo andarci pochi giorni dopo, con il gesso.
-  Giuseppe non può fare a meno di me. - aveva risposto allora alla moglie che gli raccomandava di stare a casa a riposarsi - Io sono il capoturno, io solo so tutti i segreti del lavoro e cosa fare se qualche macchina si inceppa.
Così, la famiglia, tre anni prima, aveva deciso di “accendere un mutuo”, come si dice in banca, andarsene dai bassi di Napoli, dove non si respira proprio e dove non voleva più che vivessero le sue figlie, e comprare una piccola casupola in un villaggio a pochi chilometri da Napoli, Veneriano, un po’ fuori dal traffico cittadino, immerso nel verde.
Ogni mattina egli percorre in motorino i pochi chilometri per andare in fabbrica ed è bello tornare poi, la sera, e scivolare improvvisamente nella quiete della campagna. La casetta di quattro stanze, con un orticello intorno, non è costata molto perché era piuttosto vecchia e la banca gli ha concesso, appunto, un mutuo ventennale per pagarla. - Vedrai, ce la faremo. - egli aveva rassicurato la moglie, timorosa del passo che andavano a compiere - tu potrai tenere un po’ di verdura nell’orto, allevare galline e conigli, vendere qualcosa… Nostra figlia più grande troverà pure un lavoro stabile prima o poi, e intanto potrà darti una mano. Certo, faremo un po’ di economia, ma vale bene la pena di essere padroni della propria casa e, quando andrò in pensione e saremo soli perché le nostre figlie saranno sposate, sarà bello stare qui, insieme, sedere nel giardino a prendere il fresco, mangiare i frutti della nostra terra… Quando poi verranno i nipotini a trovarci, potranno giocare nel nostro piccolo giardino, respirare aria buona, liberi, lontani dai pericoli delle macchine… Chi sarà più felice di noi?
È ovvio che, in questa situazione, le richieste della figlia minore non possono essere soddisfatte completamente, ma è molto meglio così, considera sempre Salvatore, bisogna pensare al futuro, non vivere scioccamente alla giornata!  In ogni caso, un suo amico gli ha regalato un telefonino che non usa più ed egli l’ha dato subito a Marina, sua figlia. Lei ha sbuffato un po’ perché lo voleva nuovo, ma poi l’ha preso e ha iniziato a usarlo. Anche lei deve capire che la casa un domani sarà sua e di sua sorella e che, nel frattempo, possono vivere in modo un po’ più umano!
Intanto, la domenica e ogni momento libero, Salvatore si è dato da fare a sistemare le stanze, cambiare i tubi dell’acqua, tinteggiare, aggiustare. E la casetta è diventata sempre più carina e piacevole, anche se modesta.  Napoli con il suo rumore, la puzza, la confusione è ormai lontana.
Tempo prima, Salvatore aveva letto la storia di una signora sfortunata. L’aveva trovata in un trafiletto su di un giornale del nord che qualcuno gli aveva dato per fasciare le uova delle galline che sua moglie alleva dietro la casa e porta al mercato a Napoli. Pare che facesse la segretaria da venti anni presso una scuola di musica di Savona e che la scuola si fosse accorpata con un’altra, sempre di Savona. Allora le avevano chiesto, per motivi forse fiscali non meglio chiariti, di essere inquadrata con un contratto annuale, e non più a tempo indeterminato, nella nuova amministrazione. La signora, naturalmente, si era fidata, sicura anche del legame di amicizia che la legava da tanti anni agli insegnanti e al resto del personale. Ma, trascorso l’anno, era stata licenziata! Le avevano addotto, come scusa, che non era esperta nelle nuove tecnologie, che ci voleva qualcuno più moderno e adatto a una grande scuola, Polo musicale l’avevano chiamato, che aveva progetti di divenire addirittura Conservatorio!  Piangendo, scriveva sempre l’articolista, la signora aveva risposto che, se gliel’avessero chiesto, avrebbe fatto un corso di computer e avrebbe imparato.  Ormai, a quarantanove anni, dove avrebbe trovato un altro lavoro?  E, anche se suo marito fortunatamente portava uno stipendio a casa, ella aveva una persona anziana da assistere e quei soldi le servivano proprio! Ma non c’era stato nulla da fare: la scuola, legalmente, era perfettamente in regola.
“Che strane cose succedono anche al nord!- aveva concluso Salvatore tra sé e sé- Credevo che solo qui al sud esistessero problemi di lavoro e, invece, tutto il mondo è paese. Meno male che io sono tranquillo, ho il mio posto e il padrone non mi lascerebbe mai a casa!”  

- Senti Salvatore, - gli aveva detto un giorno Giuseppe, detto Pino, il padrone - tu sei un brav’uomo, ci conosciamo da tanti anni e io ti rispetto. Però, non mi ci sento più in questo paese. Da quando io e mia moglie ci siamo separati, i miei figli non mi guardano neanche più in faccia…
- Non devi prendertela, vedrai che poi tutto si aggiusterà, loro capiranno che stanno sbagliando… - aveva interrotto subito Salvatore.
- Sì, ma intanto io sto qui come un papero, mia moglie non mi vuole vedere e i figli neanche. Eppure non so cosa ho fatto di male! Ho sempre lavorato, portato i soldi a casa… Va bene, ormai è andata così. Ma io non mi ci vedo più qui e allora ho deciso di andarmene.
- Come andartene? E dove?
- Mi ha detto Shri, il nostro nuovo operaio, che, nel suo paese, la manodopera costa molto meno, che se qui paghi duemila euro, tra stipendio e contributi, per un operaio, là ne paghi, al massimo, due o trecento e, quindi, avrei deciso di trasferirmi là.
- In India? Ma poi là che te ne fai delle chiusure per valigie che produciamo? A loro servono?
- Ma naturalmente le spedisco ai soliti nostri acquirenti. La spesa della spedizione sarà, ovviamente, molto inferiore alla differenza di salario che risparmierò! Anzi, potrò sicuramente essere più concorrenziale e ampliare il mio mercato.
- E qui? Chi rimarrà qui?
- Chiuderò la fabbrica, venderò il capannone, i macchinari, e ne acquisterò di nuovi, tanto c’era bisogno di un rimodernamento. Insomma, cambierò tutto.
- Hai già deciso!
- Sì, è già un po’ che ci penso, e non è stata una decisione facile.
- Andare a vivere in un paese così lontano! Così diverso!
- Oggi non è più come una volta, il mondo è piccolo. Shri mi ha detto che lui mi aiuterà ad ambientarmi, che là sarò accolto come un principe, il paese sarà una nuova famiglia per me… e poi viaggerò, verrò ogni tanto a vedere cosa fanno i miei figli, se gli sarà passata la rabbia, e, un domani, anche per loro sarà meglio, potrò lasciargli qualcosa di più.
- E… io cosa farò?
- Questo è appunto uno dei motivi per cui ho pensato molto a questa decisione. Il pensiero di lasciarti a casa, dopo tanti anni, mi sembrava brutto. Ma poi mi sono detto che tu sei così bravo, preciso, puntuale, volonteroso, un altro lavoro lo trovi subito.  Non ti propongo neppure di venire laggiù, tu la famiglia ce l’hai, una brava moglie, due brave figlie… e poi ve ne state bene, nella vostra casetta…-
Salvatore era rimasto di stucco e non gli era venuto in mente niente altro da obiettare. E poi era stato già tutto deciso, che farci?
Nel giro di un paio di mesi, la fabbrica avrebbe chiuso e già stava riducendo il lavoro per trasferire i macchinari che Pino aveva venduto e per preparare il trasloco di ciò che rimaneva.
La sera, non aveva ancora parlato con nessuno, stava incartando le uova in un vecchio giornale, come il solito, e un titolo l’aveva colpito: “Ho ucciso per i miei bambini”. Senza farsi notare, quasi dovesse nascondere anch’egli un delitto, aveva letto l’articolo.
“Si è risolto con la confessione dell’assassino, il giallo dell’omicidio di Francesca Borgo, la donna trovata strangolata il 30 novembre scorso nella campagna dei dintorni di Torino. Il corpo della vittima, trentacinque anni, benestante, madre di tre bimbi di nove, sette e quattro anni, era stato ritrovato nudo in un campo e il ritrovamento aveva dato origine a mille illazioni e sospetti. L’altra notte l’arresto dell’omicida, un operaio di quarantacinque anni, che ha spiegato agli investigatori di aver ammazzato la donna per un grande bisogno di soldi. ‘Quella mattina - ha detto l’uomo che si chiama Alfio Buzone, lavora a Torino in una fabbrica di sacchetti di plastica ed è incensurato - ho deciso di fare una rapina. Il mio stipendio, infatti, non basta a far fronte a tutte le spese, ho tre figlie di quindici, tredici e dodici anni, mia moglie è casalinga e, nonostante le nostre economie, non ce la facciamo proprio. Così sono uscito di casa e mi sono recato al parcheggio del centro commerciale. Mi sono messo a cercare l’auto giusta, quella che rivelasse buone condizioni economiche del proprietario. E l’ho trovata: una BMW station wagon. Quando la proprietaria ha fatto ritorno alla vettura, l’ho minacciata e l’ho costretta a entrare in macchina insieme a me. L’auto ha preso la via della campagna e pensavo che avrei legato e abbandonato la donna, dopo averle portato via tutto quello che aveva con sé. Purtroppo, però, mi sono accorto che quella era la madre di una compagna di scuola di una delle mie figlie, quella di tredici anni. Ho pensato, quindi, che mi avrebbe accusato e riconosciuto.’ Così l’operaio, sempre secondo la sua testimonianza, è stato costretto a strangolare la donna. Dopo averle preso il portafoglio con carta di credito e bancomat, l’orologio Rolex, il cellulare, l’ha spogliata per inscenare un delitto passionale. Gli inquirenti sono arrivati all’operaio di Torino perché aveva poi tentato di prelevare del denaro con la tessera bancomat, come è risultato dalla telecamera della Banca. Pare che la famiglia Buzone avesse da poco comprato un appartamentino in un grande condominio e che avesse acceso un mutuo per pagarlo. La vittima, invece, lavorava in una grande casa editrice di Milano e si trovava a Torino per assistere la madre, convalescente per un’operazione agli occhi.”
Gocce di sudore scendono dal viso di Salvatore.
- Cos’hai, non ti senti bene? - gli domanda la moglie.
- No, no, sto benissimo. - risponde lui e frettolosamente straccia la pagina del giornale e la getta nel fuoco.

Nel villaggio di Rampur, non molto lontano da Delhi, è festa grande: sta per arrivare un uomo, dall’Italia addirittura, un benefattore! La maggior parte degli abitanti di Rampur non è mai uscita dal villaggio, un semplice agglomerato di piccole costruzioni in pietra affacciate su di una strada polverosa, e quindi non ha mai visto uno straniero ed è molto curiosa di osservare come sia.  Così, oggi, sono tutti lì, sulla strada arida. Hanno lasciato il lavoro nei campi, con il Sirpanch, una specie di sindaco, in prima fila con la sua bella collana di fiori al collo. Egli ha in mano altre due collane: una per lo straniero e una per Shri, il loro concittadino che lo porta lì. Lo straniero viene per impiantare una fabbrica, per dar lavoro a molti di loro! A Rampur lavoro non ce n’è, tanti vanno a cercare fortuna a Delhi e spesso finiscono a vivere, con il loro giaciglio di stracci, per terra, perché anche a Delhi non è facile trovare una qualsiasi occupazione. Shri è emigrato in Francia tanti anni fa, poi si è trasferito in Italia e ora torna con un ricco europeo (tutti gli europei sono ricchi) per dirigere la sua fabbrica.
Uomini che hanno sistemato al meglio il loro longhi, la gonnellina di cotone annodata in vita, per fare bella figura, donne nei loro sari colorati un po’ consunti, bambini quasi nudi di tutte le età, si metteranno in fila davanti a lui per essere assunti. Prima ci vorranno dei muratori per costruire il capannone (le donne e i bambini dai cinque o sei anni in su potranno fare i manovali), poi serviranno gli operai (e Shri ha già scritto nella lettera in cui annunciava questa enorme fortuna che verrà loro insegnato cosa dovranno fare) e, infine, sarà necessario chi porterà il prodotto della fabbrica a Delhi, per essere inviato in Europa.  
Insomma, la vita misera di questo villaggio cambierà. Fino ad ora, ogni famiglia ha potuto solo coltivare poca verdura e frutta a forza di braccia e di mani e il monsone, qualche volta, ha distrutto le coltivazioni, costringendo la gente alla fame, alle malattie, alla morte. Qui non c’è neppure una scuola, né un ospedale, e il medico viene nel villaggio vicino solo una volta la settimana…
Ora tutto questo finirà: il benessere crescerà i bimbi che stanno nascendo, la strada, fangosa e allagata con le piogge del monsone e polverosa durante la siccità, sarà asfaltata come a Delhi e gli uomini non saranno più costretti a emigrare.
E tutto per merito di Shri, il loro cittadino onorario!

Caro Sindaco di Veneriano,
ti scrivo perché non so più a chi altro rivolgermi.
Abito da pochi anni nella tua città in quella casetta un po’ fuori che io ho dipinto tutta di rosa ho fatto il mutuo per pagarla ma ormai non ho più lavoro e la banca si prenderà la nostra casa.
Lavoravo in una piccola fabbrica che produceva chiusure per valige a Napoli ma il padrone se né andato in India perché ha detto che la gli operai gli costano meno.
Che vuoi che faccia, faccio parte di tutti quelli che sono sfortunati non so neppure andare a rubare e se rubo io che sono un poveraccio non avrò tanti grandi avvocati a difendermi né i privilegi delle alte cariche dello Stato…
Ora mi incateno davanti al comune con la lettera in bocca come un cane, tale e quale io mi sento anzi no tanti cani fanno una vita da pascià con le loro scatolette ed i loro cappottini. Io sono un cane randagio che nessuno nemmeno il canile vuole più. Ho cercato un altro lavoro ma ho quarantacinque anni e non mi prendono, non ho un mestiere in mano e come apprendista prendono solo ragazzi e li pagano quasi niente. Sono andato a raccogliere le arance e mi hanno dato 500 euro per un mese di lavoro come si può vivere? In estate sono andato a fare le pulizie ed il guardiano in uno stabilimento balneare e poi in autunno sono rimasto di nuovo a casa. Che posso fare?
Mia figlia fa la terza superiore e non potrà più andare a scuola, avete dato i buoni scuola a chi manda i figli alla scuola privata e forse non ne ha tanto bisogno se sceglie di pagare una bella rata mensile. Perché non lo date a tutti il buono? Questa sarebbe davvero una conquista di libertà tutti quelli che studiano abbiano il buono e se lo spendano dove vogliono!
Un’altra pubblicità alla tivù diceva, non sono sicuro di ricordarlo bene le tre “i” inglese, informatica, la terza non me la ricordo più, forse era impresa… Ma chi ce l’ha l’impresa?
Ho cercato anche di vendere un rene ma forse non ho trovato le persone giuste. Se nemmeno tu sindaco mi ascolterai il prossimo passo sarà il suicidio, non voglio fare come quell’uomo che ha ucciso una donna per rubarle i soldi quelli sono dei mostri io non voglio fare male a nessuno.
Scusami gli errori di questa lettera ma sono andato poco a scuola e tanto tempo fa e sono già passati tanti anni da quando ho aiutato le mie figlie a imparare a leggere e scrivere. Ora le figlie sono grandi e i loro studi io non li capisco più, Ho iniziato a lavorare a quindici anni con mio padre che faceva il manovale poi a venticinque ho trovato quel lavoro che mi ha dato tante soddisfazioni e adesso?
Dimmi tu Sindaco cosa devo fare
Ambrosio Salvatore

RENATA RUSCA ZARGAR


mercoledì, gennaio 19

DIARIO DI UNA MAESTRA IN ESILIO NEL "LAGER" DI MITTERNDORF : FILOMENA BOCCHER

 

 


La maestra FILOMENA BOCCHER nacque a Roncegno il 4 luglio 1879. Diplomata presso l'Istituto magistrale di Trento nel 1900, iniziò subito la professione di insegnante. Prestò servizio a Monte di Mezzo (frazione di Roncegno), a Viarago di Pergine, a Vattaro, a Mitterndorf (dove chiese di essere assegnata per assistere gli anziani genitori profughi) e a Roncegno, nella cui scuola svolse la sua attività ininterrottamente dal 1920 al 1949, anno di collocamento a riposo. Per i suoi 49 anni di insegnamento il Ministero della P.I. le assegnò il Diploma di prima classe con il diritto di fregiarsi della Medaglia d'oro. Morì a Roncegno il 22 maggio 1968. Con la sua personalità dotata di vasta cultura, di profonda religiosità e dirittura morale, scrisse la storia di anni così tragici tenendo in vita, in quel terribile mondo di sofferenze che fu il "Lager", l'anelito alla giustizia, alla pace, alla speranza, alla libertà, alla patria: messaggio di fede in Dio e nell'uomo per le generazioni successive.

Questo libro è riportato per intero sul sito:


 


Lenina Boccher ho avuto modo di conoscerla personalmente, quando ci ha ricevuto a casa sua. Una dolce signorina non più giovane,  che fu dipendente del Comune di Roncegno per lungo tempo. Filomena Boccher l’ha adottata quando era piccola dandole il suo cognome, ma non conosco come e quando sia accaduto. La famiglia di mio marito, dove il padre svolgeva l’attività di medico condotto, ha avuto modo di conoscere sia Filomena che Lenina. Non conoscevo per nulla la storia drammatica che ha vissuto Filomena, una dolce e bella maestra. E mi sono chiesta il motivo per cui fu profuga, con tanta altra gente compresi i suoi genitori, in quello che lei definisce “Lagher - Lager” in Austria, dove ha patito fame e freddo. 

Abbiamo, attraverso il suo diario, uno spezzone di Storia relativo alla Prima Guerra Mondiale, raccontato in prima persona da chi lo ha vissuto sulla propria pelle. 

Trovo che il Diario di Filomena sia paragonabile al Diario di Anna Frank, simili seppur diversi, quali testimonianze di una vita che non si può definire tale, tanto è dolorosa, assurda e intollerabile.


Entrata all'accampamento profughi (proprietà G. Cipriani )

L'Italia entra in guerra contro l'Austria.

Incominciano i giorni più tragici della storia trentina.

Dopo il triste viaggio verso l'esilio,

la sistemazione nelle baracche.

I primi patimenti: fame, freddo, angoscia.

lunedì, gennaio 17

RISENTIMENTI E PERDONI DI SABBIA (Sette anni dal fuoco di Niamey) di P. MAURO ARMANINO


        Risentimenti e perdoni di sabbia

 (sette anni dal fuoco di Niamey)

Tutto in due giorni. Il 16 e 17 gennaio del 2015 erano state bruciate le chiese e i luoghi di culto cristiani prima a Zinder e poi a Niamey. Dall’antica alla nuova capitale del Niger c’era stato un giorno di differenza per gli attacchi di centinaia di giovani, talvolta accompagnati e guidati da qualche capo religioso. Anche altri simboli occidentali erano stati presi di mira: stazioni Total, la telefonia Orange e alcuni locali notturni. Vi furono una decina di morti, danni considerevoli agli edifici e ferite a tutt’ora non rimarginate nello spirito di molti. Si registrarono alcune centinaia di arresti i giorni seguenti i fatti e poi più nulla, né mandanti né esecutori furono molestati. L’impunità e la giustizia hanno spesso spesso fatto assieme buoni affari. Alcuni luoghi di culto accettarono di essere parzialmente risarciti dallo Stato. Col tempo, questo episodio della storia del paese, si è allontanato dalla memoria collettiva e altri avvenimenti, ancora più drammatici, hanno finito per cancellarne la traccia. Solo rimane l’eredità di un perdono offerto ufficialmente agli sconosciuti, da parte dei vescovi e poi la vita che continua il suo incerto corso tra macerie ancora fumanti.

Ricordo il sabato 17 gennaio in mattinata, dopo la preghiera alla Grande Moschea di Niamey, come il presente di un passato vissuto nella capitale della Liberia, Monrovia. La stessa paura di un qualcosa di indefinito che si distingue dalla vita ordinaria. C’è gente che fugge sulle strade, altri  con sassi, bastoni e tra mezzo gli immancabili pneumatici che bruciano distratti sull’asfalto che fonde. Lontano era andato il pensiero, alla guerra civile che aveva annientato il Paese per quindici anni. Tutto accade sulla strada perché lì scorre la vita di un popolo che lotta per farsi una strada migliore. Poi arriva l’esca di Charlie Hebdo che parodia la democrazia dell’occidente e lo sconcerto della gente quando il Presidente del momento affermava di ‘essere anche lui Charlie’ ed era andato a Parigi per manifestare contro l’assassinio dei giornalisti del settimanale. Lui era andato dai morti lontano e non era mai partito dai morti, meno illustri, del popolo che l’aveva eletto. La ferita nei cristiani rimase aperta per qualche tempo e, quasi a rispondere all’evento, si alzarono i muri di cinta delle chiese, ornati da fili spinati e da guardie giurate per le chiese.

Molti musulmani si domandarono come tutto ciò fosse accaduto, dopo decenni di tollerante convivenza.  Nelle comunità cristiane si fece più forte l’esigenza di definire sé dagli ‘altri’, che non meritavano affatto le scuole, gli aiuti forniti e la solidarietà nelle molte traversie. Meglio chiudersi, proteggersi e ‘aiutarsi’ tra amici e correligionari. Il dialogo con l’alterità appariva inutile e forse dannoso. Poi il tempo, fatto di sabbia che scorre, fatalmente passa e aiuta a dimenticare perché nel frattempo fanno irruzione altri drammi. Il rapimento di Pierluigi Maccalli, tre anni dopo e con lui centinaia di nigerini, ostaggi meno importanti e meno seguiti dai cacciatori di notizie. Le frontiere del Paese, nel frattempo,  sono diventate ancora più visibili. Quelle tra chi è nella miseria o mercanteggia benessere e una classe politica che baratta povertà e ricchezza per perpetuarsi nel potere. C’è un sordo risentimento nel popolo che soffre, tace e attende l’ora opportuna per una rivolta che solo le agenzie umanitarie, spesso come ‘oppio del popolo’, riescono a ritardare. Senza perdono non c’è futuro, diceva Desmond Tutu. Ma da noi anche il perdono è di sabbia.

 Mauro Armanino, Niamey, 16/17 gennaio 2022

venerdì, gennaio 14

LA BAITA di RENATA RUSCA ZARGAR



LA BAITA

La baita marrone scuro dal tetto obliquo, con i gerani rossi alle finestre, si affacciava un po’ fuori del villaggio di Wengen, proprio dove transitava la nuova ferrovia che arrivava fino al ghiacciaio dell’Eiger. Dietro si stendevano i prati e, ancora dopo, gli abeti alti e le cime perennemente innevate del ghiacciaio. Oltre l’Eiger, invece, fervevano ancora i lavori per completare la ferrovia stessa che avrebbe dovuto, in seguito, raggiungere lo Jungfraujoch, a 3454 m. di altitudine. Era il 1898 e tutto quell’ultimo quarto di secolo aveva segnato la “febbre della ferrovia”, con diversi progetti che riguardavano la cima della Jungfrau. Adolf Guyer - Zeller, uno dei pionieri della tecnologia, aveva finalmente vinto la concessione e ora il suo trenino a cremagliera trasportava viaggiatori su e giù per quelle cime.

Ingrid non ne sapeva molto di tutto questo: accompagnava da sempre ogni mattina le sue mucche al pascolo e non era stata troppo colpita dal recente “mostro” che avanzava rapidamente su binari di ferro invece di procedere a piedi o a cavallo. Ella preferiva tuttora perdersi nel verde a varie sfumature e intensità del paesaggio, mentre l’aria si manteneva fredda e sottile anche d’estate.

Solo, aveva notato che uno dei macchinisti del nuovo mezzo, passando con la locomotiva, fermava sempre più spesso lo sguardo su di lei.

Ella, infatti, usava sedersi, con il suo vestitino colorato avviluppato intorno alle gambe, su di un frammento di roccia che spuntava da tutto quel manto verde e restava là, assorta, per ore, mentre la sua mente vagava… Le mucche pezzate bianche e marroni, intanto, si arrampicavano senza paura per i crinali alla ricerca d’erba profumata.

A scuola, Ingrid aveva imparato a malapena a leggere e scrivere eppure, mentre osservava quelle vette alte, poderose, imponenti, sentiva dentro di sé una voglia di sapere, una curiosità che non riusciva a comprendere.  

Ella abitava alla baita con due anziani coniugi: essi non erano i suoi veri genitori ma l’avevano accolta da quando la madre l’aveva abbandonata per andare a vivere in città. Da allora, ella li considerava madre e padre e si occupava di loro, proprio come una vera figlia.

Dopo aver portato le mucche al pascolo, nel pomeriggio, lavorava in casa: rassettava, cucinava, stendeva i panni nel cortile antistante…

La notte scendeva poi gelida sulla semplice casetta dove il fuoco, però, ardeva rosso nel camino.

Allora, immaginava qualcuno che le volesse bene, che la tenesse stretta tra le braccia nel buio: le sembrava che sarebbe giunto insieme a una vita diversa, migliore, e che avrebbe risposto a tutte le domande che le urgevano dentro.

Era sicura che lui sarebbe arrivato, prima o poi.

Forse, sarebbe venuto dal mare, qualcosa di cui aveva sentito solo parlare: sarebbe stato bello come la profondità dell’acqua e forte come la tempesta. L’avrebbe riconosciuto subito perché sarebbe stato lui: l’uomo che aveva visto molte volte nei sogni.

Una domenica mattina, il giovane macchinista che la guardava sempre si era presentato alla porta della baita. Aveva domandato alla fanciulla dove fosse il padre e, senza perdere tempo, l’aveva chiesta in moglie.

- Ingrid, figlia mia, - le aveva detto allora l’anziano genitore - Johannes ha un lavoro sicuro e noi stiamo invecchiando rapidamente. Alla mamma e anche a me piacerebbe vederti sistemata prima di morire. Non possiamo pensare di lasciarti qui da sola. Se tu credi che lui vada bene per te, io vorrei dare il mio consenso a queste nozze. -

Ingrid aspettava ancora l’uomo del sogno, il principe dei suoi pensieri e del suo cuore, ma il tempo passava e il padre aveva ragione. Sarebbe rimasta sola là, tra quelle montagne, se lui non fosse arrivato mai.

Così, aveva accettato.

- Sì, padre mio, sono d’accordo. - aveva risposto con gli occhi bassi e le guance rosse.

Chissà che con Johannes, così si chiamava il futuro marito, la sua vita non sarebbe davvero cambiata! I suoi sogni segreti, la sua insoddisfazione, forse, sarebbero spariti come in un soffio di vento.

- Dalla prima volta che ti ho vista, - le aveva detto lui, poco dopo, - lassù, tra i mille colori dei fiori, ho pensato che saresti stata mia moglie. Dopo sposati, rimarremo a vivere qui, non lasceremo i tuoi genitori e tu non dovrai perdere tutto ciò che ami. -

Ingrid, allora, si era sentita soddisfatta. Avrebbe continuato la sua solita vita ma non sarebbe stata mai sola.

Da quando era stata costruita la ferrovia che si arrampicava così in alto, la gente accorreva sempre più numerosa ad ammirare il paesaggio, ad assaporare il profumo dei fiori, del fieno, dell’erba bagnata dalla pioggia, a meravigliarsi davanti alle distese di neve che Ingrid, invece, conosceva così bene!  

Johannes era, dunque, molto impegnato con il lavoro ed ella, a volte, seguendo le mucche, saliva su, al limitare della vegetazione, tra macchie scure rocciose punteggiate da nevi eterne in estate e completamente candide in inverno che occupavano anche parte di un cielo dove spesso nuvole spumose e gonfie si affacciavano e avanzavano scherzosamente. Amava tanto quel panorama freddo e caldo di colori, differente a seconda delle stagioni, eppure, una volta, osservando l’illustrazione di un libro che raffigurava il mare, aveva provato come un tuffo al cuore. Là c’era lui, il suo uomo, viveva tra quelle onde e sarebbe arrivato da lei, un giorno.

Persino quando, raramente, scendeva a Interlaken, rimaneva ammaliata dai due grandi laghi che costeggiavano il paese e una strana sensazione si impossessava di lei. Un giorno avrebbe vissuto là, vicino all’acqua, lo sentiva, qualcosa sarebbe ancora cambiato… L’odore umido di una quantità d’acqua  grande, il colore ora azzurro ora verde, le facevano immaginare una vita animata e un pensiero le veniva sempre alla mente, non ricordava dove l’avesse già sentito: “Se le nuvole nere, che si muovono, addensano, spaventano, sono fuori e non dentro di noi, ci si può illudere che il mondo sia racchiuso in una piccola area felice dove tutto è sereno e non esiste il dolore. Un’oasi di pace, insomma, dove vivere è una perfetta gioia da consumare insieme.” Sì, avrebbe avuto la sua area di felicità e le nuvole nere della tempesta non le avrebbero fatto mai paura.

Quando aveva sposato Johannes, dunque, aveva creduto che l’avrebbe amato un giorno, con la consuetudine della vita in comune. Ma il miracolo non era avvenuto.

Ella continuava a sognare l’uomo che sarebbe venuto dal mare.

Gli anziani genitori se n’erano andati, quasi insieme, il tempo era passato e lei e Johannes erano rimasti soli alla baita. Figli, purtroppo, non ne erano venuti, ma l’esistenza era tranquilla.

La ferrovia dell’Jungfraujoch era stata completata, il percorso di risalita era, quindi, più lungo e i viaggiatori ancora innumerevoli.

Sempre più spesso, però, durante la notte, Ingrid sognava immense distese d’acqua dove qualcuno, che ella non riusciva a distinguere, diceva sempre: -Chissà, forse, anche noi siamo la reincarnazione di un re o saremo, un domani, a nostra volta re o regine…- Allora si svegliava sudata e con il cuore a pezzi: ecco, non c’era dubbio, amava quella voce e quella creatura del sogno! Aspettava da tutta la vita quell’uomo ma nessuno era ancora mai giunto.

Vicino a lei, invece, Johannes dormiva tranquillo e l’alba di un nuovo giorno giungeva splendida sui monti.

Poi, malauguratamente, anche Johannes se n’era andato, stroncato da una brevissima malattia.

Ingrid l’aveva assistito fino alla fine, con affetto, e Johannes aveva stretto la sua mano e fissato lo sguardo nel suo al momento di lasciare la terra e la donna che aveva amato tanto: - Non ti ho mai detto nulla, ma so che non ti è bastata l’esistenza accanto a me. Mi sono accorto che ti svegliavi sempre più spesso la notte invocando qualcosa o qualcuno che faceva brillare i tuoi occhi, come non hanno mai brillato per me… Ma sei stata una buona moglie, e io sono stato felice…  Ancora ti rivedo come la prima volta, le tue trecce bionde ai riflessi del sole, i tuoi occhi persi tra i fiori di campo, incurante del rumore, della confusione e della gente. Ho sperato allora di entrare in quei sogni che riempivano di colori il tuo viso e la tua anima. Non ci sono riuscito, ma non avrei potuto vivere senza di te… Porto con me l’immagine del tuo viso, per sempre… Addio. -

Altri anni erano trascorsi: la baita era sempre là, proprio vicino alla ferrovia, anche se Ingrid non andava più al pascolo con le mucche. Era diventata vecchia e l’unica compagnia erano rimasti i cani eschimesi che vivevano sul ghiacciaio. Stephen, il loro allevatore, infatti, li usava per trainare le slitte durante le gite sul ghiacciaio e, d’inverno, per trasportare la posta e i generi alimentari da Wengen all’Eigergletscher. Così, quando passava con la muta vicino alla baita, fermava i cani e si sedeva su di un tronco.

- Buon giorno, come va? - chiedeva alla signora Ingrid.

A lui ella raccontava le storie che aveva imparato da Johannes: molteplici e curiosi episodi degli anni trascorsi da suo marito a guidare quel trenino che si allungava su per la montagna così come faceva Stephen con la sua slitta.

Ma, soprattutto, dipanava la matassa dei suoi sogni: un mondo di pace oscillante al ritmo dei movimenti delle masse d’acqua, pesci multicolori che gironzolavano agitando le code a scatti, da soli o in gruppo, fuggivano o giocavano tra la vegetazione… Insomma, situazioni che ella non aveva mai visto né imparato a scuola ma che, chissà perché, conservava nella memoria. L’uomo ascoltava rapito: anch’egli non conosceva nulla al di fuori della vita delle catene innevate e dei cani nordici.

E un giorno, l’ultimo, addirittura una leggenda finlandese, che nessuno aveva mai sentito sulle Alpi svizzere, le era venuta alle labbra: - Una volta, sulla terra e negli oceani, nessuno sapeva parlare. Gli animali non lanciavano i loro caratteristici versi, gli uccelli non gorgheggiavano dondolandosi sui rami degli alberi dai fiori profumati, persino il vento, quando soffiava tremendo e vorticoso, non emetteva alcun rumore. L’acqua dei ruscelli, che scendeva vivacemente tra i prati, le onde del mare, che si scrollavano incessantemente, tutti non avevano voce. E così pure l’uomo e ogni altra creatura, compresi i pesci. Un giorno, però, Vainamoinen, il Signore del canto, si mise a suonare l’arpa. A quelle dolci e strabilianti melodie, ogni cosa vivente si mise in ascolto. Allora Vainamoinen ordinò a ciascuno di scegliere il suo linguaggio. Il vento preferì lo strepito che facevano gli stivali di Vainamoinen quando camminava e così pure il tuono cosicché, volta per volta, proprio come ognuno può sentire, essi spargono nell’atmosfera il baccano e il rimbombo. Il fiume predilesse il fluttuare vorticoso del mantello, gli alberi, che avevano le foglie per labbra, optarono per il fruscio delle maniche, gli uccelli ripeterono le deliziose melodie dell’arpa. Insomma, tutti gli abitanti di campi, boschi, deserti e giungle, ascoltando Vainamoinen, scoprirono il modo più adatto di sibilare, ronzare, abbaiare, ruggire. I pesci, invece, prigionieri dei fondi marini, non poterono ascoltare il Signore del canto. Videro e compresero che tutti aprivano e chiudevano la bocca, ma non sentirono nulla e non riuscirono a parlare. Comunque, decisero di comportarsi come gli altri e di aprire e chiudere la bocca, proprio come avevano visto fare, senza, però, poter produrre alcun suono. -

Concluso il racconto, tranquillamente, Ingrid aveva chiuso gli occhi e si era addormentata per tornare al cielo da cui era venuta.

Molto lontano, proprio vicino alle grandi distese d’acqua, un uomo stava anche lui per concludere la sua esistenza.

Da sempre, aveva sentito il richiamo di una fanciulla bionda che viveva tra le montagne. Da sempre, i suoi sogni erano stati agitati da quegli occhi verdi. Da sempre, aveva sentito che doveva raggiungerla, che lei era il suo unico destino. Eterno.

Ma non l’aveva mai fatto.

Nella presente incarnazione, egli era solo un povero pescatore: ogni notte usciva con la sua piccola barchetta per pescare e ogni mattina vendeva il suo pesce al mercato.

Non sapeva dove fossero quei monti innevati che aveva visto solo nella sua fantasia, né come si potesse arrivare fin là. Neppure ricordava di aver avuto altre vite precedenti insieme a quella fanciulla.

Così non era mai partito.

Ora, però, lei era venuta da lui e l’aveva preso per mano.

Insieme, si erano diretti verso i luoghi dell’amore e della felicità per non lasciarsi mai più.

Renata Rusca Zargar