POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, maggio 19

Distrazioni africane e parole da salvare di Padre MAURO ARMANINO

    Distrazioni africane e parole

da salvare  
  
‘Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta’. L’afferma, saggiamente, il rabbino di Genova Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza o peggio, per distrazione. La parola in questione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento. Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari e alcuni di questi aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. Ad esempio la disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire peraltro ciò su cui si fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del tempo in mercanzia contante.


Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi, a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si definiscono ‘guerre dimenticate’ o troppo lontane per profittare del privilegio di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una mistificazione.


Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La spinta ad esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non casualmente Oxfam, nota ONG humanitaria, evidenzia alcuni degli oltre 30 conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. La Repubblica (poco) Democratica del Congo che ha registrato nel passato milioni di morti e, nel presente, scontri tra forze governative e gruppi armati. Oltre 7 milioni di persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come per il Congo, il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie. In Somalia con la presenza di milizie e instabilità politica. In Etiopia con un conflitto che vanifica i piani di sviluppo in vaste porzioni del territorio. Il Sahel, già menzionato sopra, fascia di terra di mezzo che attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso. Area che, tra colpi di stato conseguenti agli attacchi di gruppi armati e conseguenti movimenti di popolazioni, è designata per il terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. Infine il Mozambico dove gruppi armati legati ad interessi ideologici e finanziari, rendono instabili notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto all’interno dei cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come fiori da una falce impazzita e cieca. Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per essere riconosciute tali nella storia scritta sulla sabbia della storia. Ecco perché, se vogliamo imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno scrisse che ‘prima di salvare le persone c’è da salvare le parole’.

                     Mauro Armanino, Padova, Maggio 2026

domenica, maggio 10

INNOCENTI SOVVERSIONI di Padre MAURO ARMANINO

Innocenti sovversioni



Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, si legge la scritta ‘Sovvertiamo tutto’. Non so da quanto tempo e da chi ma, fin dal mio ritorno alla casa di Quarto Castagna, l’ho notata e mi ha colpito. Chissà perché     sono lieto che la lapidaria frase non sia stata cancellata o ricoperta da una mano di pittura.
Il verbo sovvertire deriva dal latino subvertere e significa letteralmente ‘capovolgere, volgere sotto’ indicando l’atto di rovesciare l’ordine costituito. La parola sottolinea un’azione di ribaltamento dal basso verso l’alto. Sinonimi sono destabilizzare, sconvolgere, stravolgere e rivoluzionare. Il verbo coniugato alla prima plurale del tempo presente, ho imparato a preferirlo all’ inflazionato, ambiguo e manipolato ‘rivoluzionare’ che poi, spesso, significa ruotare fino al punto di prima. Cambiare tutto perché nulla cambi non è accaduto solo nel romanzo ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa. Le innocenti sovversioni non sono altro che fragili e talvolta censurate resistenze artigianali.



Si da un processo di ribaltamento dal basso dell’ordine (o disordine) esistente che si avvale di fatti e persone le cui scelte paiono inadatte, piccole e incapaci a ribaltare un sistema. Come il ben noto granello di sabbia che cade nei meccanismi di una macchina sofisticata e ne provocano l’inceppamento, momentaneo o definitivo. Oppure la polvere che, sorniona, si infiltra e ostacola la buona marcia del sistema. In quest’ottica come non ricordare chi, tra i 1225 professori universitari ‘invitati’ a giurare fedeltà al regime fascista il 28 agosto del 1931, rifiutarono di abdicare la dignità.
‘Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista... che non apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio’. Dodici professori dissero no al giuramento e furono tutti destituiti dalle loro cattedre. Sappiamo che il regime fascista crollò qualche anno più tardi ma crediamo altresì che nel gesto sovversivo dei dodici docenti stava scritta la sconfitta della dittatura. Non c’è sovversione senza sovversivi e a condizione di lasciarsi prima o nel contempo ‘sovvertire’ nello spirito e nel corpo. Chi ha permesso che cià accada è un testimone.
I giornalisti sono dei martiri che per mestiere sono chiamati a raccontare la storia quotidiana o cronaca consapevoli degli gli occhiali dell’ideologia, del portafoglio o della convenienza. Si tratta di uno degli specchi della società che si vorrebbe democratica. L’anno scorso è stato l’anno più letale mai registrato per il giornalismo contemporaneo. Il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), ci dice che lo scorso anno sono stati uccisi 129 tra giornalisti e operatori dei media e cioè il numero più alto da quando l’organizzazione monitora sistematicamente questi dati (1992). Inoltre, secondo l’ONU, circa 330 giornalisti sono attualmente detenuti nel mondo ai quali si possono aggiungere 500 giornalisti cittadini bloggers. Innocenti sovversivi le cui parole profumano di verità.
L’ONU ha ospitato in questi giorni il secondo Forum Internazionale per le Migrazioni che si celebra ogni 4 anni. Secondo il rapporto presentato dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, il numero dei migranti internazionali ha superato i 300 milioni di persone, circa il 3, 7 per cento della popolazione mondiale. Di questi 167 milioni sono lavoratori. Gli sfollati ammontano a 83 milioni. A questi dovremmo aggiungere 40 milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Nel Forum il Segretario generale dell’ONU ha ricordato che almeno 200 mila persone sono state vittime di tratta. Oltre 15 mila migranti sono morti o scomparsi sulle strade della migrazione nei due ultimi anni. Si tratta di innocenti sovversivi la cui assenza feconda una presenza. La stessa di un ex soldato israeliano.

‘Sei un traditore, mirzai, Sei una vergogna per il tuo sangue’, sussurravano vicino all’orecchio e mi tiravano indietro la testa...Ora, quando cammino vicino a un ristorante a Roma e sento il rumore dei turisti e delle posate sui piatti mi vengono i brividi. Il mio corpo è una mappa di nodi di dolore che non si scioglieranno mai. Ho cicatrici interne che i medici non possono vedere, dita che perdono sensibilità, una schiena che si rifiuta di stare dritta. Ma è proprio in quella carne martoriata che ho trovato la mia verità. Mi hanno tolto tutto, tranne la consapevolezza che il loro potere finisce dove inizia la mia resistenza. L’integralità del racconto si trova pubblicato nell’ultimo numero di Kritica.


Nulla di più sovversivo di queste parole impastate di sangue e dignità. Esattamente come quelle di Floribert Bwana Chui, giovane doganiere della Repubblica Democratica del Congo. Rapito, torturato e ucciso per aver rifiutato di far passare derrate alimentari avariate destinate al consumo per il suo popolo. Membro della comunità di Sant’Egidio, martire e beatificato il 15 giugno dell’anno scorso a Roma e cioè modello per tutti. Non dovrebbe stupire perché il simbolo dei cristiani è, appunto, una croce. Vi fu crocifisso, tra le migliaia di vittime, per evidente sovversione il Cristo. Divenuto insopportabile per il sistema politico-religioso del suo e, probabilmente, di tutti i tempi.
Devo confessare che se il volto di Dio riflesso nel Cristo non fosse quanto di più sovversivo ho incontrato finora, andrei subito a cercarlo altrove. Chi scrive spera che la scritta sul muro del condominio edificato su Corso Europa, non lontano dal cavalcavia di Quarto Castagna, non sia mai cancellata.

      Mauro Armanino, Genova, maggio 2026

sabato, maggio 2

QUANDO IL MONDO FA MALE di Padre MAURO ARMANINO

Quando il mondo fa male


... La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto... Ci siamo trovati a Piazza Caricamento di Genova, oggi il primo maggio della Repubblica fondata sul lavoro dove tre persone al giorno muoiono di lavoro. Camminando in corteo con un buon numero di stranieri delle scuole di italiano, mi tornava in mente questa prosa di Giorgio Gaber di fine anni novanta. Lui stesso aveva riconosciuto di avere rubato parole e idee a chi, come lui, sentiva il dolore delle battaglie non fatte. Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett e tanti altri. Cercatori di utopie come ricordava all’inizio dello spettacolo nel teatro Ivo Chiesa nella città di Genova. Il protagonista della serata dedicata a Gaber. 


Eduardo Galeano

Edoardo Galeano citato da Neri Marcoré, affermava che l’utopia, come l’orizzonte, si sposta sempre più avanti di dieci passi, irraggiungibile. L’utopia serve a farci camminare altrove. Non casualmente il pezzo recitato termina parlando di strada come vita e della vita come strada. Guerra alla guerra scandivano i giovani stranieri della manifestazione in via Garibaldi. Erano grida di Facce con dentro le ferite di battaglie non fatte.

... E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Ancora Gaber nella stessa prosa di quando il mondo gli faceva male. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti. L’orrendo crimine della menzogna sul destino e sentiero dell’umana avventura è all’origine del vuoto che caratterizza parte dell’occidente. Non potrà vivere una società basata sul consumo o la svendita del mistero presente in ogni volto e spesso sacrificato agli dei delle merci. Cittadini consenzienti e illusi consumatori poi ‘consumati’ o, se vogliamo, trasformati in meri clienti di un sistema che cambia di pelle ma non di spirito. I figli che non troveranno che supermercati, centri commerciali e un mondo a forma di denaro non sapranno per cosa o per chi dare la vita. Se non c’è più futuro, il passato è esistito invano, lo ricorda Gabriele Pedullà nel libro ‘Racconti della resistenza europea’. Perché sostiene lo scrittore Amin Maalouf in un suo scritto... Della perdita del passato ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci si riprende. Il Paese di cui l’assenza mi rattrista e ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza. Ma quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno.  


Amin Maalouf ( أمين معلوف; Beirut, 25 febbraio 1949) giornalista e scrittore libanese  naturalizzato francese È membro dal giugno del 2011 dell'Académie française, della quale svolge permanentemente dal settembre 2023 al presente le funzioni di Segretario perpetuo.

Nel corteo del primo maggio ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Africani, asiatici e giovani del posto che reggevano il mondo della memoria. La notizia sarebbe infatti arrivata puntuale ancora una volta. Almeno 17 persone di origine sudanese sono morti dopo che un’imbarcazione diretta verso Creta si è ribaltata a circa 100 kilometri dalla città libica di Tobruk. Nove sono i dispersi e sette i salvati. Noi, qui, ci troviamo in realtà tra i dispersi di una società che ha smarrito la memoria. La dimenticanza è, infatti, all’origine dei tradimenti perpetrati nel nostro tempo. Siamo stati e ancora siamo, un popolo di migranti spesso disperati senza meta che non fosse la mendicanza di un futuro differente. Si partiva, sovente, senza neanche sapere il tipo di mondo che si sarebbe trovato. Tenere desta la memoria delle nostre ferite aiuterebbe a capire meglio quelle che ci vengono offerte da chi arriva. Che il mondo faccia male è forse un dono inestimabile. Mettere assieme le ferite come feritoie, significa fare esperienza di un comune destino di umanità. La nostra patria è il mondo, ricordava un ritornello della manifestazione. 

... Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. 

Conclude così Gaber il suo lungo monologo sul mondo che gli fa male. Se non lo abbiamo già archiviato, il celebrato 25 aprile era ed è a tutt'oggi una straordinaria scuola di sogni, pagati da alcuni a caro prezzo... Mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano...

Bruno Frittaion, 19 anni, fucilato nel febbraio del 1945 in ‘Lettere di condannati a morte’.

     Mauro Armanino, Genova, 1° maggio 2026






domenica, aprile 26

USURPATORI DI LIBERTA' di Padre MAURO ARMANINO

Usurpatori di libertà


Il tempo è galantuomo perché rimette le stagioni della storia al loro posto. Sono passati 81 anni dal giorno in cui è stata proclamata la liberazione dell’Italia dal ventennio di tirannia nazi-fascista. Ricordi e dimenticanze si avvicendano a seconda delle convenienze. Sappiamo bene che le memorie sono altamente selettive. E’ infatti con gli occhi del presente che si intercetta e ricostruisce il passato per tentare di governare il futuro. In tutto ciò nulla di nuovo, se vogliamo citare il buon George Orwell nel noto romanzo distopico ‘1984’... ‘Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato’. In termini letterari Orwell descrive come la manipolazione della verità, della storia e della lingua servano a sostenere il potere assoluto.

Il tempo è galantuomo perché mi ha concesso di accompagnare l‘anniversario della liberazione dalla dittatura, nel mio Paese di origine. Non accadeva da anni poiché, in questo giorno, mi trovavo a vivere nel Sud del mondo con altre date e avvenimenti da celebrare. Il noto proverbio italiano sopracitato indica la possibilità, offerta dal tempo, di rivelare la verità, rendere giustizia e aprire un futuro liberato per tutti. Il quadro dell’avvenimento è stata la città di Genova, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Unico capoluogo italiano capace di liberarsi autonomamente dal dominio nazi-fascista il 25 aprile del 1945, prima dell’arrivo degli Alleati. L’insurrezione iniziò il 23 aprile e terminò con la resa del generale tedesco Gunther Meinhold. Unico caso di resa ai partigiani in Europa


Il tempo è galantuomo perché ci evidenzia le nostre quotidiane usurpazioni. Sappiamo che usurpare significa far proprio con la violenza o con la frode ciò che spetta legittimamente ad altri. Significa fregiarsi indegnamente di un titolo o ricoprire indegnamente un ufficio. Profittare di qualcosa che si è ottenuto senza effettivo merito. Anzitutto la dignità che abbiamo ereditato e tradito in questi ottant’anni di transito sedicente democratico. Secondo l'Articolo 3 della Costituzione italiana è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Abbiamo usurpato.

Il tempo è galantuomo perché rimette le bandiere, gli stendardi e i gonfaloni al loro vento. Colori, scritte, immagini e allusioni a patrie che indicano appartenenza, accomunanza di destini e, non raramente, l’orizzonte militarizzato. Non si dimenticano i morti perché sarebbe come ucciderli una seconda volta. Ci vorrebbe il silenzio del quale solo i cimiteri e il dolore dei padri e delle madri custodiscono il segreto. L'Articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Promuove la pace e la giustizia tra le nazioni, consentendo limitazioni di sovranità necessarie a organizzazioni internazionali. Usurpatori siamo della verità di questa opzione.


Il tempo è galantuomo perché offre spazi di giustizia, luoghi di redenzione e aperture a futuri differenti per tutti. Oggi è arrivato il giorno perché sapessi e visitassi ciò che venne chiamato il ‘sotterraneo dei tormenti’. Di ritorno dalla manifestazione festosa, partecipata e, in fondo funzionale al potere attuale, ho scoperto ciò che molti in città ancora ignorano. All’interno della ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi, primo partigiano d’Italia, esiste una zona che il regime nazi-fascista aveva adibito a celle e torture per i dissidenti. Per anni questa parte dell’edifico era stata murata onde farne dimenticare l’esistenza, l’orrore e, per compiacenza del politicamente corretto, le complicità. Come alla ‘Casa dello Studente’ si è ormai chiuso il tempo delle mistificazioni cosi si continui, altrove, quello delle insurrezioni con le sole mani nude da sventolare.


casa dello Studente




Momenti per i festeggiamenti a Genova

         Mauro Armanino, Genova, 25 aprile 2026




domenica, aprile 19

ADDOMESTICARE LE FRONTIERE di PADRE MAURO ARMAININO

         Addomesticare le frontiere

Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso... l’educazione, la scienza e la cultura per un maggiore rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti umani e delle libertà fondamentali che sono affermate per tutti i popoli del mondo senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione dalla Carta delle Nazioni Unite’.

Siamo nel novembre del 1945. Qualche giorno dopo la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 24 ottobre. L’anno successivo, il 4 novembre 1946, entrò in vigore la Costituzione dell’UNESCO, a seguito della ratifica di ulteriori 20 paesi.

                         Addomesticare 

 Nel preambolo citato provassimo a sostituire la parola ‘guerre’ con quella di ‘frontiere’ potremmo facilmente identificare da dove esse nascono e anche come ‘addomesticarle’.  Potremmo anche usare il suggestivo colloquio del Piccolo Principe di Antoine de Saint- Exupery:

... ‘No’, disse il piccolo principe. ‘ Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?’
‘ È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami’…

‘ Creare dei legami?’. ‘Certo’, disse la volpe. Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.’

Parafrasando si potrebbe osare dire che ... come le guerre così le frontiere hanno origine nello spirito degli umani ed è nello spirito che anch’esse potranno, un giorno, sperare di essere trasformate.

                                        La pelle

Forse lo dimentichiamo. Ma è proprio lei, la pelle, a costituire la frontiera primordiale tra noi e il mondo. Superficie naturale che ci definisce fin dalla concezione e si offre senza riserve come elemento che individualizza e unisce ogni essere vivente. La pelle come frontiera che apre al dialogo con se stessi, gli altri e il mondo. Una frontiera che, lo sappiamo bene, delimita ciò che siamo e ci presenta nella nostra accessibile vulnerabilità. Ci sono momenti nei quali la pelle appare come unico e ineludibile spazio che facilita l’incontro con l’altro. La pelle crea, appunto, legami a prescindere dal colore, la dolcezza o ruvidezza della pelle del vicino. Si tratterebbe allora di lasciarsi ‘‘addomesticare’ dall’incontro con il confinante di pelle che poi è quanto di più umano si potrebbe immaginare. Le frontiere allora, da fronte armato belligerante o sospetto sarebbe un affare da pelle a pelle. L’abbraccio ne rappresenterebbe la cifra più eloquente. Frontiere dunque a ‘fior di pelle’!

                                          Le parole

Le portiamo sulle labbra e prima ancora nello spirito. Quello che menziona il preambolo del documento citato dell’UNESCO nel quale la parola frontiere sostituisce quella di guerre. Le parole che raccontano il reale e così facendo l’interpretano. La realtà percepita a sua volta ricrea le parole. Esse cambiano col tempo, le situazioni, il contesto e gli occhi con cui si leggono o le mani con cui si scrivono. Sassi, reti metalliche, cani addestrati, sensori, ponti levatoi, campi di detenzione e ‘non luoghi’...tutto si trova dentro le parole quando si afferma ‘prima noi’. Si denunciano gli ‘untori’ che arrivano da lontano e i barbari che non sanno parlare la nostra lingua. Le parole sono frontiere che organizzano le difese della fortezza nel ‘deserto dei tartari’, da dove si presume che arriverà il nemico. Parole imparate da piccoli, ascoltate, inventare, tramandate, tradite e mai innocenti. Parole che, risorte il terzo giorno, potrebbero tramutarsi in altrettante passerelle per attraversare il confine senza ferite. Parole inventate, prestate, custodite, seminate e fatte carne per rifondare una terra nuova, senza lacrime e filo spinato. Ciò renderebbe obsoleta l’arte della guerra. Saranno le parole dei poeti e il balbettio dei neonati a dettare le regole della grammatica da insegnare in famiglia.

                                           I volti 


Incontriamo ogni giorno sulla strada un volto strano, clandestino. Un volto da meteco. Parola che deriva dalla Grecia che indicava lo straniero libero e residente stabilmente in una città. La sua posizione giuridica non gli consentiva di prendere parte alla vita politica. ‘Con questa faccia da straniero’ è il titolo italiano di una nota canzone di George Moustaki, nato in Egitto, d’origine italo-greca e naturalizzato francese. Artista -pittore, scrittore e poeta come tutti gli stranieri irregolari. La mia faccia da straniero l’ho indossata per oltre trent’anni in Africa Occidentale e in Argentina. Ed è stata l’altra frontiera che mi ha portato in giro. Dalla pelle alle parole e al volto, la barriera è labile, incerta eppure unica. Siamo anche e sopratutto il volto che ci definisce. I volti, riprendendo l’intuizione di Emmanuel Levinas, sono una rivelazione offerta all’altro che, nella loro vulnerabilità, obbligano la nostra responsabilità. Ecco perché, ricorda il filosofo, dinnanzi al volto di un bimbo che dorme siamo indifesi, proprio come il suo. Le frontiere, recitava Erri De Luca sono dei fronte a fronte, volti che rappresentano le reali e più autentiche frontiere. Anch’esse, nondimeno, abbisognano di qualcuno per addomesticarle. Ci vuole tempo, pazienza e umiltà che poi non è altro che buona terra, humus, dalla quale siamo fatti e alla quale torniamo.

                                          I cimiteri


Esprimono, a modo loro, il grande confine. Sempre meno nel cuore delle città e dei paesi si trovano ai margini eppure al cuore del paesaggio. Un confine labile e eppure talmente solido che, entrando in un camposanto, la prima cosa che si incontra è il silenzio. Tra vivi e morti non c’è neppure uno steccato se non quello che per motivi igienici o di convenienza si è creato. Un tempo si trovavano dietro le chiese. A volte all’interno stesso oppure si seppelliva i morti nei cortili per conservarne la presenza. A volte si costruiscono cimiteri diversi per rispettare il modo differente di considerare la vita, la morte e la religione che ci lega agli altri. Le tombe sono le une accanto alle altre e c’è tutta un’eternità per tentare di capire perché si è spesa la vita per dividersi e organizzare le guerre. Riapprendere a addomesticare sorella morte, evento censurato dall’attuale Occidente, aiuterebbe a creare nuovi sentieri da percorrere assieme. La vita non è che un viaggio tra due rive, senza frontiere.


                                         Le porte


Mi hanno sempre affascinato. L’attimo che scorre quando ci si trova da soli dinnanzi ad una porta chiusa. Tra il campanello, il citofono, i cani disegnati che spaventano i visitatori o le porte senza nessun numero o scritta per motivi di sicurezza. C’è quell’istante che sembra un’eternità di attesa che resta in bilico fino alla voce che, di solito, chiede ‘chi c’è’. Ho fatto esperienza di porte chiuse e di quelle che si aprono con diffidenza. Di porte che si tengono strette con le mani per non osare troppo. Porte che, come nei campi profughi, sono semplici tendine. Porte che non ci sono perché mancano i soldi per completare la casa. La porta è una delle frontiere meno considerate eppure decisive della nostra vita. Ci sono porte con catenacci, combinazioni tipo cassaforte e con insopportabili sistemi di controllo visivo. Aree video-sorvegliate che permettono di eludere incontri potenzialmente indesiderati alle porte di casa, del quartiere, delle città, dei Paesi e dei continenti. La porta si presenta come un momento epifanico e dunque rivelatore di ciò che siamo o temiamo. La scelta preventiva ad ogni costo rischia di ‘normalizzare’ le buone notizie che ogni visita, soprattutto inattesa, potrebbe apportare. Le porte sono inedite aperture al rischio di uno strano messia in cerca di dimora.

                 Mauro Armanino, Genova, aprile 2026