VERSI IN VOLO
POETANDO
venerdì, gennaio 30
A SUD DI TUNISI di Padre MAURO ARMANINO
mercoledì, gennaio 28
Paesi che crollano, i sospirati ponti...meglio pensarci bene
L’orribile destino di Niscemi, mezzo paese inghiottito dalla frana: “Rischia di crollare tutta la collina”
Decine di case sul precipizio, l’allarme della protezione civile: oltre 1.500 sfollati. I geologi: “Evoluzione del dissesto del 1997”, il ciclone Harry ha dato l’ultima spallata. Il procuratore di Gela e l’allerta per l’ordine pubblico: “Pericolo disordini”. E la gente urla ai politici: “Vergogna”
La frattura che attraversa la collina si è allargata di un chilometro in una sola notte mentre l’altezza del costone è passata rapidamente da 7-15 metri a 30-45 metri. Ormai si aspetta e ci si prepara al peggio, ovvero il crollo di mezzo paese, inghiottito dall’argilla. Non bisogna però pensare che sia tutta colpa del ciclone Harry. Quello è stata solo la spallata finale. “Il dissesto, riattivato il 16 gennaio, riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nel 1997 causò ingenti danni”, spiega Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale. La previsione è fosca: “L’evento potrebbe evolversi e ampliarsi verso sud ovest, con una seconda porzione di frana. Questa seconda attivazione coinvolge direttamente il margine del centro abitato e si sovrappone a quello del 1997 e addirittura a quello del 1790”.
Nei post precedenti ho pubblicato quanto accaduto in Norvegia 5 anni fa
Scusate la franchezza, la mia non è ironia né indifferenza, ma sono convinta che i responsabili di questi disastri siano i costruttori che non hanno messo sull'avviso i sindaci dei luoghi soggetti a frane o mareggiate. Per favore, costruite nell'entroterra, come facevano i signorotti di un tempo, lontano da fiumi, laghi e coste e analizzando i terreni prima di innalzare case e ponti. A questo proposito, spero che i governatori, che sognano di costruire un ponte che colleghi Calabria e Sicilia, ci pensino molto bene, prima che accadano ancora tragedie!
domenica, gennaio 25
IL CIOCCOLATO DI MODICA di PADRE MAURO ARMANINO
martedì, gennaio 20
PER ESSERE VICINI A COLORO CHE HANNO SUBITO LA TRAGEDIA DELLO SCONTRO DEI TRENI IN SPAGNA
RAFFAELE NOGARO, Vescovo Emerito, , profeta coraggioso - articolo ricevuto da Padre Mauro Armanino
Raffaele Nogaro, profeta coraggioso
Raffaele Nogaro è stato un vescovo “coraggioso”, appassionato tanto al Vangelo quanto alla Costituzione italiana (o meglio, a quel sistema dei diritti umani riconosciuti nella comunità internazionale, oggi tanto bistrattato!).
Un uomo che non è sceso a compromessi con il potere inteso nei termini di sopraffazione e di violenza, che fosse potere civile o che fosse potere ecclesiastico. Un pastore originario del Nord che ha amato in maniera viscerale il Sud, nel pieno dello spirito del Concilio Vaticano II, promuovendo un’ampia azione di contrasto alla camorra. Sempre in prima linea, accanto agli ultimi, ai poveri, ai migranti. Operatore di pace e, per questo, beato.
Passione per la Chiesa
Insomma, ci si trova di fronte ad una grande testimonianza di impegno civile. Ma non solo. Quello di Nogaro è uno sguardo profetico sul mondo come sulla Chiesa. In effetti, profeta l’ha definito senza remore, il giorno delle esequie, il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, che bene ha fatto a metterne in evidenza anche la visione ecclesiale.
Don Mimmo ha mirabilmente compendiato la visione di Chiesa del vescovo Raffaele: «La passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth».
Non è un caso che don Mimmo più che parlare di “idea” abbia parlato di “passione”, in quanto la visione ecclesiale di Nogaro è scaturita dal cuore più che dalla testa.
Questa “passione” emerge chiaramente dalle pagine della sua ultima pubblicazione, che può essere considerata quasi una sorta di testamento spirituale: L’amore supera la verità. “Le donne e gli uomini appartenenti alla via” (At 9,2) (il Pozzo di Giacobbe, 2025).
Vale la pena riprendere alcuni passaggi della riflessione, perché – come ha ricordato ancora don Mimmo – Nogaro ha indicato «la strada del rinnovamento evangelico» della Chiesa. E oggi più che mai questa strada attende di essere imboccata.
Innanzitutto, il vescovo Raffaele ha messo in guardia da un’istituzione ecclesiale che interpreta il potere in termini di violenza mondana, opprimendo la libertà della coscienza individuale:
«Per un certo tempo gli amici di Gesù rimangono “gli uomini della Via” (cf. At 9,2), impegnati a dare soccorso spirituale e fisico a tutti i bisognosi. La seduzione del Regno della terra tuttavia diventa ben presto irresistibile. La Chiesa contrae così fin dagli inizi la malattia mortale che è il potere. Diventa una monarchia assoluta e si garantisce come tale con l’“infallibilità” di Dio. Ora il potere è sempre arbitrario, è sempre legalista, è sempre al di sopra e al di fuori della concretezza del vivere umano. La Chiesa rischia di compromette il Vangelo quando vuol fare di Gesù una “dottrina cristiana” cui credere ciecamente, rendendo colpevole l’uomo che non ha fede in essa. Nella Chiesa, infatti, il superiore ha la pretesa della “grazia dello stato” che richiede solo l’obbedienza ai sudditi. La Chiesa è ancora espressione della classe medio-alta, ben lontana dalle sofferenze delle persone comuni. In modo quasi ossessivo si interessa di morale sessuale e non interviene se non formalmente sulla disuguaglianza globale, sulle migrazioni, sulle condizioni di impoverimento».
L’eguaglianza battesimale
Così, deve essere superata la concezione ecclesiale della Chiesa come sistema di potere, alimentata da distinzione strutturale tra chierici e laici che nega il principio dell’eguaglianza battesimale:
«Da duemila anni la Chiesa è un sistema di potere. Un potere assoluto che vincola la coscienza degli uomini. Eppure, Gesù ai suoi discepoli chiede unicamente di amare e di servire tutti gli umani (…) Ora l’“infallibilità” di qualcuno, la “grazia dello stato” e la “differenza ontologica” dei consacrati rispetto ai laici, sono qualità che necessariamente fanno dominio su tutti coloro che non le hanno».
È una Chiesa, quella auspicata da Nogaro, che non teme di rinunciare ai “segni del potere”: «Gli abiti liturgici sono strani, teatrali, inerti, segnaletiche di un passato ormai passato, di origine addirittura faraonica come la mitria». Tant’è vero che l’organizzazione gerarchica corrisponde alla ricostituzione del Sacro Romano Impero.
Pure sulla valorizzazione delle donne nella comunità ecclesiale la parola del vescovo Raffaele è chiara:
«Occorre una teologia della giustizia che riconosca le donne quali soggetti sociali, morali e religiosi responsabili, interlocutrici dirette di Dio, senza la mediazione degli uomini (…) Il fatto che le donne non siano ancora ammesse ai ministeri in piena parità è un grave inspiegabile danno alla credibilità della Chiesa. Ho la convinzione che la Chiesa non potrà mai essere Chiesa di Cristo se le donne non vengono liberate dalla loro subalternità per diventare le costruttrici responsabili della casa-Chiesa alla pari degli uomini».
Anche per i pastori del popolo di Dio
Riprendo solo questi passaggi, ma se ne potrebbero citare tanti altri.
Mi interessa mettere in evidenza come queste parole arrivino da un membro del collegio episcopale. Sono, quindi, parole dotate di una certa autorità magisteriale e, per questo motivo, non possono che interrogare profondamente la gerarchia ecclesiastica e l’intero popolo di Dio. Come ha detto sempre don Mimmo Battaglia: il vescovo Raffaele è stato un profeta anche per i pastori.
Accogliere la profezia di Nogaro esige una trasformazione radicale della Chiesa come istituzione, finalmente liberata da tutte le incrostazioni di stampo assolutistico-faraonico. Non un semplice make-up estetico, la riforma ecclesiale dev’essere l’occasione per il cuore del messaggio evangelico; altrimenti non può essere riforma.
Il magistero, l’azione pastorale nonché la testimonianza cristiana e umana del vescovo Raffaele mettono la Chiesa cattolica nella condizione di un esame di coscienza non più rimandabile. Attenzione a che la Chiesa non diventi quel “deserto” in cui la voce del profeta grida senza essere da alcuno udita o, comunque, attuata.
Luigi Mariano Guzzo è professore di Diritto canonico all’Università di Pisa
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