POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, agosto 31

Apocalissi leggere nel quotidiano di Padre MAURO ARMANINO

Apocalissi leggere nel quotidiano

                                           Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)


Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

                                     Tracce apocalittiche 

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro
   Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke) 

     

  Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto. 

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perché le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce 

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki...ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

                                     Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’... ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità. 

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

                                          Nei volti sta scritto

     Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto

 ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, percé la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perché, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perché l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è quella di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perché, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

         Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo. 

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perché, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia. 

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

                                      Nell’ora della morte

L'amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)


A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perché lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.

Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perché è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio. 

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In questo modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazioni sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

                            Utopia come profezia

...’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’... (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

Mauro Armanino, Casarza Ligure, fine agosto 2026

                                                                                 

Video sulla morte del Re di Norvegia

https://youtu.be/VUDRNXcAuXg?si=SQhrbdW8uGQDWRPC

https://youtu.be/GNCilx8n05U?si=CMsz5T0xQ3nwi01



In memoria del Re di Norvegia Harald V

 




















sabato, agosto 22

PIETA' PER LA NAZIONE di Padre MAURO ARMANINO

Pietà per la nazione

Pietà per la nazione

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore 

    e i cui pastori sono guide cattive 

       Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi 

        i cui saggi sono messi a tacere

Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di ‘un plebiscito quotidiano’. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque ad una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione. 

             Pietà per la nazione che non alza la propria voce 

          tranne che per lodare i conquistatori 

         e acclamare i prepotenti come eroi 

          e che aspira a comandare il mondo 

             con la forza e la tortura 

Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenze che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale.

Pietà per la nazione che non conosce 

    nessun’altra lingua se non la propria 

     nessun’ altra cultura se non la propria 

      Pietà per la nazione il cui fiato è danaro 

    e che dorme il sonno di quelli 

      con la pancia troppo piena

La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parole è tradire la politica.

               Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini 

              che permettono che i propri diritti vengano erosi 

              e le proprie libertà spazzate via 

Lawrence Ferlinghetti, (foto sopra) deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono ‘spalancate’ e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla ad un altro scritto. Scritta e cantata trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili al testo dell’autore sopracitato.

                   Povera patria

         Schiacciata dagli abusi del potere

                     Di gente infame, che non sa cos’è il pudore

                   Si credono potenti e gli va bene quello che fanno

                 E tutto gli appartiene.

E’ dunque tempo che ‘Tornino i volti’, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema. 



Mauro Armanino, Casarza Ligure, Agosto 2026


venerdì, agosto 14

Cos’è successo nel frattempo. Desiderabili, indesiderabili e superflui di Padre MAURO ARMANINO

Cos’è successo nel frattempo. 

Desiderabili, indesiderabili e superflui

...’Che è dunque successo? Questo, molto semplicemente, che eravamo i soggetti della storia e che ne siamo adesso gli oggetti’. Jean-Paul Sartre, prefazione ai ‘Dannati della terra’, di Frantz Fanon. Siamo nel ’61 e il libro è pubblicato qualche giorno prima della sua morte. Psichiatra, militante identificato con la causa della lotta per l’indipendenza dell’Algeria, sotto dominazione francese. Fanon di tradimenti se ne intendeva. Aveva capito e sofferto appieno cosa significhi avere la’ pelle nera e le maschere bianche’ e cioè come la colonizzazione trasformi l’oppresso in potenziale oppressore dall’interno. Mi domandavo cos’era successo nel Paese che per una trentina d’anni ho abitato saltuariamente, tra una missione e l’altra nel Sud del mondo. Migrante, missionario, antropologo, privilegiato testimone di frontiere inventate e reali. Tornato graziato e ferito negli occhi dal dolore della vita che ho visto scorrere dall’Atlantico alla savana del Sahel, passando per le foreste della Costa.

Se vogliamo ha tutto riassunto da par suo il filosofo esistenzialista Sartre. Da soggetti a oggetti della storia, tutto lì. Da possibili protagonisti degli accadimenti e le scelte nel tempo e nello spazio che chiamiamo politica, alla progressiva riduzione ad ‘oggetti’. Dunque trattati come cose, materiali da costruzione, clienti, fedeli, consumatori, carne da cannone, numeri, merce di scambio, variabile dell’economia numerica, ostaggi della paura di vivere. Abbiamo accettato di essere trasformati in oggetti e complici di aver permesso che il reale stesso si adeguasse alla narrazione dominante. Consapevoli o meno, abbiamo consentito che il mondo si dividesse in desiderabili, indesiderabili e superflui. Questi ultimi non hanno neppure il privilegio di essere sfruttati. Sono letteralmente scomparsi dal tipo di storia che la globalizzazione felice non ha mai realizzato. Ciò che accade a Ceuta o a Gaza o nel Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo o nel Sahel lo svela senza vergogna.  

I tradimenti, così come i miracoli, non accadono per caso. Nascono e si sviluppano con impercettibili e quotidiane scelte di compromesso, viltà, coraggio, coerenza o distrazione. Quanto è successo nel frattempo, il drammatico slittamento da soggetti a oggetti, da persone a maschere, da protagonisti a comprimari, da cittadini a sudditi, nasce da una falsificazione. Essa trova la sua sorgente nella straordinaria dimenticanza di ciò che significa la dignità e la decenza di ogni persona umana. Espellere il destino e cioè la sacralità della vita, la spiritualità in senso lato, dal volto dell’altro è la radice di tutti i tradimenti perpetrati finora. Sarebbe difficile, altrimenti, spiegare come esternalizzare le frontiere, deportare esseri umani come fossero pacchi postali, in altri Paesi perché, com’è vero il proverbio...’lontano dagli occhi, lontano dal cuore’!  Il nostro tradimento è quello di permettere che questo sia detto, accada, sia proposto, diventi infine scelta politica ed etica e si realizzi. 

Complici di questo tradimento, altrettanto imperdonabili, i Paesi Terzi. L’Albania, il Ruanda, l’Uganda e il Ghana potrebbero diventare i nuovi spazi per i gli ‘indesiderabili’ da deportare lontano dalle sponde della civiltà. Anch’essi imperdonabili, svenduti per denaro, commerci e geopolitiche che li prendono ad ostaggio. Non da oggi affermo, consapevolmente, che i peggiori nemici degli africani sono gli africani stessi, pronti a vendere i propri simili per qualche dollaro in più. Questo è ciò che è successo nel frattempo e che sta succedendo sotto i nostri occhi. Eppure cambiare non sarebbe difficile.

In un film del 1988, scritto e diretto da John Carpenter dal titolo ‘Essi vivono’, il protagonista ruba e prova un paio di occhiali scuri. Indossati, questi gli rivelano un modo differente nel quale le scritte pubblicitarie affiggono ordini di obbedire, consumare e conformarsi. Allora capisce l’inganno nel quale vive! Bisognerebbe mettersi alla ricerca di questo tipo di occhiali e provarli perché solo così ci verrebbe svelata la finzione nella quale si sta consumando, a nostra insaputa, il tradimento della vita. Dice saggiamente la giornalista Francesca Mannocchi in un recente articolo di commento ai fatti di Ceuta, enclave spagnola nel Marocco...’ La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quale ragione e a quali condizioni’. Proprio a questo scopo servirebbe quel tipo di occhiali per i quali vendere tutto.


    Mauro Armanino, Genova, agosto 2026


Podcast per giovani, organizzato da SiMohamed (Marocco) con l’ostetrica Maria Grazia e Padre Mauro

venerdì, agosto 7

Chi controlla il presente controlla il passato di Padre MAURO ARMANINO

Chi controlla il presente controlla il passato

Chi scrive è un missionario di ‘professione’ e antropologo, originario di Casarza Ligure. Ho avuto il privilegio di attraversare ed essere attraversato da molte frontiere. La Costa d’Avorio, l’Argentina, la Liberia e infine il Niger da dove sono tornato l’anno scorso a quest’epoca. In questi ‘attraversamenti’ ho visto e esperimentato la guerra (in) civile in Liberia e quella, ancora in atto nel Sahel anche ad opera di gruppi armati di ispirazione salafista. So cosa significhi la sicurezza di persone e beni. Un mio confratello è stato rapito, per oltre due anni, da uno di questi gruppi. Non potevo uscire da Niamey senza scorta armata. Non potrò dimenticare la sofferenza di ciò che i miei occhi hanno visto da cui sono rimasti feriti. Migliaia di sfollati, rifugiati e contadini che avevano perso tutto. Casa, campi e passato per salvare la vita propria, quella dei figli e un incerto futuro per tutti.

Per me, dunque, sentire parlare, non da oggi, di ‘insicurezza’ delle nostre città fa riflettere e affiorare la certezza di una pretestuosa fabbricazione della paura. Non sappiamo da quale pericolo dovremmo difenderci e in quale contesto detta percezione giustifichi la strategia della sorveglianza. Sappiamo per esperienza che la realtà è organizzata secondo interessi e motivazioni calcolate. Il contesto ben noto è quello di una regione e una città, ad esempio quella di Genova, in declino economico e demografico da anni.  Vorrei condividere quanto segue a partire dall’eredità ricevuta.  Figlio di un partigiano e dal mio stesso vissuto. Operaio metalmeccanico. sindacalista, alter-mondialista e migrante per oltre trent’anni. Col privilegio di aver partecipato attivamente al Genoa Social Forum del 2001 e alle celebrazioni del suo venticinquesimo nel capoluogo ligure. Il mese scorso. 


 Un regime democratico è basato sui dettami di una costituzione che garantisce ad ogni persona o gruppo la libertà di espressione e la partecipazione alla vita pubblica. Ciò che la nostra costituzione vieta, all’articolo 12 delle disposizioni finali, è la ricostituzione e dunque l’apologia del partito fascista E’ dunque legittimo esprimere il proprio pensiero politico in tutta libertà così come è legittimo esprimere il proprio dissenso rispetto al pensiero dell’altro. Il tutto in un contesto di rispetto e di reale pluralismo. Chi scrive non ha simpatie per chi parla di ‘remigrazione’ o altre facezie simili. Non è neppure ingenuo nell’osservare che al governo attuale di questo Paese ci sono persone di mai negate ispirazioni politiche ‘post fasciste’. Sono convinto assertore che la libertà di espressione costituisca la democrazia e dunque il dibattito che la contraddistingue. La forza delle idee è diversa delle idee della forza. Credo controproducente impedire o disturbare una manifestazione che esprima posizioni diverse dal nostro pensiero. Si frustra la democrazia e si rischia di trasformare le persone bersagliate dalla contestazione violenta in eroi. Ci ricordava Bertold Brecht che è...’ sventurata la terra che ha bisogno di eroiInfine, a costo di essere frainteso, credo che in una democrazia, imperfetta come ogni democrazia, c’è modo e modo di esprimere il proprio dissenso. Non aiuta la democrazia attaccare persone e danneggiare beni pubblici anche se questo si giustifica come risposta ad una violenza reale più grave o percepita tale. Il rispetto per ogni persona è alla base della nostra costituzione. Il fatto che essa ci ricordi che la repubblica sia fondata sul lavoro implica, tra l’altro, anche la salvaguardia di quanto è il frutto del lavoro e dunque di patrimonio comune. Lo sappiamo anche per esperienza storica: rispondere con la violenza alla violenza è deleterio per tutti e contribuisce a perpetuarne la spirale. Chi scrive lo ha visto e può testimoniarlo. 

Infine, per rimanere nel nostro ambito genovese, vorrei riferirmi al cippo che è stato posto in Piazza Alimonda a l’occasione del giorno memoriale per l’uccisione del giovane Carlo Giuliani. Non è mia intenzione addentrarmi nelle giustificate polemiche sull’uso strumentale della violenza specie da parte delle forze dell’ordine. Hanno probabilmente eseguito ordini (non sono i soli, peraltro). Il segno per ricordare che lì è accaduto qualcosa e qualcuno, credo sia comprensibile e doveroso. 


Dove non condivido la memoria è la presenza, accanto al cippo, di due estintori. Sappiamo cosa significhino e possiamo anche comprendere la ragione di questa presenza. Capire non significa condividere la scelta. In qualche modo la memoria diventa anche apologia di violenza come risposta ad altra violenza. Sappiamo che l’estintore era nelle mani di colui che poi sarebbe stato drammaticamente ucciso. Non era necessario mettere in luce questo oggetto. E’ come cogliere un momento particolare della vita di Giuliani che non rappresenta ciò che suo padre disse di lui e della sua vita. In ogni caso non mi rappresenta e credo non rappresenti parte di coloro che hanno partecipato al citato Genoa Social Forum del 2001.

Quanto poi all’uso della memoria chi scrive, pur avendo vissuto per vari anni a Genova, ha ‘scoperto’ solo quest’anno cos’era accaduto in uno spazio ben identificato della nota ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi.  Ci sono stanze e sotterranei dove i nazi-fascisti hanno torturato, deportato e ucciso partigiani e insorti alla dittatura che poi sarebbe crollata alcuni mesi più tardi. Non un cippo visibile dall’esterno è stato finora posto. Solo dopo parecchio tempo, il luogo in questione è ridiventato visitabile ma non realmente ‘visibile’.


Come sempre nella storia accade quello che scrisse a suo tempo George Orwell. Chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro.

            Mauro Armanino, Genova, agosto 2026

Annesso:

Papà, noi dobbiamo aiutare i poveri, i deboli, mi ripeteva», frase pronunciata da Giuliano Giuliani nei giorni immediatamente successivi alla morte del figlio. Possdimo leggere con profitto il discorso del padre alla Fiom-CGIL

https://www.fiom-cgil.it/images/EVENTI/XXIII-CONGRESSO/04_06_03-intervento_giuliani.pdf

venerdì, luglio 31

Tre anni dopo il colpo di Stato in Niger. Il silenzio diventa complice di Padre Mauro Armanino

Tre anni dopo il colpo di Stato in Niger. Il silenzio diventa complice

Ho vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale come missionario. Dapprima laico e successivamente come membro della Società delle Missioni Africane. La Costa d’Avorio, con il passaggio dal partito unico al multipartitismo. La Liberia, dalla guerra civile di 15 anni alla sua conclusione e infine, il Niger dove ho trascorso 14 anni. È proprio in Niger che, il 26 luglio 2023, esattamente tre anni or sono, ho assistito per la prima volta, ‘in diretta’, a un colpo di Stato militare. Data la mia posizione di militante per i diritti umani e la vicinanza ai più poveri, ero piuttosto critico nei confronti del regime di Issoufou Mahamadou e del suo erede designato Mohamed Bazoum. La loro politica sulle migrazioni vicina all’Occidente e la giustizia a loro servizio. Questo, oltre al noto disprezzo per l’opposizione e i poveri, erano gli elementi sufficienti per rafforzare la mia posizione critica nei confronti del potere al governo.

Dopo il colpo di Stato militare, piuttosto strano nel contesto dei tentativi del presidente Bazoum di tracciare un percorso più ‘aperto’ rispetto a quello del suo predecessore, ho potuto osservare ciò che accade quando i militari prendono il potere. Il presidente (mal)eletto, tenuto in ostaggio nel palazzo presidenziale, insieme a parte della sua famiglia. Spari di avvertimento (e feriti) contro chi chiedeva la sua liberazione. La sede del partito al potere vandalizzata e, in seguito, l’attacco all’ambasciata francese. Nel frattempo sono state allontanate le truppe francesi di stanza vicino all’aeroporto di Niamey. Allo stesso modo, i militari americani hanno dovuto lasciare quello di Agadez, progettato per le operazioni dei droni in questa zona dell’Africa. L’ambasciata di Spagna, con il suo consolato, è la sola possibilità per ottenere i visti per l’Europa. L’Italia, con la sua ambasciata, è rimasta e, unico Paese europeo, ha mantenuto la collaborazione con la giunta per la formazione dei militari nigerini.

Per due domeniche consecutive lo stadio di calcio di Niamey è stato riempito da migliaia di bambini e giovani che, con bandierine del Paese, sono stati convinti (e sostenuti finanziariamente) a partecipare e a glorificare il colpo di Stato. Nel frattempo, i giornali, gli intellettuali, i sindacati, alcune associazioni musulmane e gran parte della società civile si sono rapidamente schierati dalla parte dei militari. Chi esprimeva il proprio dissenso nei confronti del nuovo regime lo faceva a proprio rischio e pericolo. Alcuni si trovano ancora oggi in carcere. Da allora, con la sospensione di ogni attività politica dei partiti, lo spazio di partecipazione dei cittadini e della società civile è nullo. Insieme agli altri due Paesi del Sahel centrale, il Mali e il Burkina Faso, è stata costituita l’AES, l’Alleanza degli Stati del Sahel. Questi tre Paesi hanno condiviso la stessa scelta: i militari al potere per cinque anni, con possibilità di rinnovo. In Niger i militari hanno giustificato la presa del potere come risposta al deterioramento della situazione della sicurezza e la pessima gestione economica del Paese. I nuovi padroni hanno fallito anche in questi due ambiti, nonostante la retorica del sovranismo e del nazionalismo. L’alleanza coi militari russi è funzionale alla loro protezione.


In questo processo, le Chiese cristiane, evangeliche e cattoliche, hanno mantenuto un profilo basso e, al momento opportuno, hanno inviato i propri delegati alle ‘assise nazionali’, una vera e propria farsa democratica. Solo chi era d’accordo con il regime militare ha potuto prendere parte a questa ‘libera’ consultazione che avrebbe dovuto rappresentare una tabella di marcia per il Paese. La Chiesa cattolica, della quale ho condiviso la missione per 14 anni, con mia grande sorpresa ha ricevuto, come altre organizzazioni, un attestato di riconoscimento per l’aiuto offerto al regime. Era l’ottobre dello scorso anno, quando ero ancora presente nel Paese. Ho sentito questo segno come un tradimento di ciò che avevo vissuto in quegli anni.

La Conferenza episcopale è quella dei vescovi del Burkina Faso e del Niger. Ancora di recente, nel mese di giugno 2026, ha tenuto la sua consueta riunione nella capitale del Faso, Ouagadougou. Il documento finale di detta conferenza non fa che confermare ciò che a suo tempo avevo scritto. I vescovi del Sahel: un silenzio assordante’! L’agenzia vaticana FIDES, che pure era solita pubblicare e talvolta sollecitare i miei articoli, lo aveva censurato



Nel documento finale della Conferenza Burkina-Niger citata, i vescovi… ‘hanno inoltre manifestato il loro impegno nella promozione della pace nell’area del Sahel…e presieduto la cerimonia di premiazione della quinta edizione del Concorso di Giornalismo per la Pace e la Coesione Sociale (CJPCS), un’iniziativa promossa dall’Iniziativa del Sahel per la Pace… la promozione del dialogo, della convivenza e della coesione sociale in una sottoregione che deve affrontare numerose sfide in materia di sicurezza’.

Non una sola parola sulle sparizioni di coloro che si oppongono a un’unica narrazione della realtà. Sulle prigioni in cui marciscono coloro che non la pensano come l’autoproclamato «Messia» del Faso. Sulle sparizioni dei dissidenti. Sulle migliaia di morti, militari e civili, a causa degli attacchi dei gruppi armati e dell’evidente incapacità dei militari di farvi fronte. Sull’abitudine di mascherare le sconfitte con le parole. Nulla sui diritti umani calpestati e sul progressivo restringimento dello spazio democratico della società civile. Nulla sull’attuale corruzione e la propaganda dei militari al potere. Nulla sulla menzogna della realtà effettiva. 

Davvero un peccato! Si tratta forse della prudenza dei pastori che pensano all’incolumità delle ‘pecore’ loro affidate? O piuttosto dell’atteggiamento di chi condivide le opinioni dei militari al potere, ma non apertamente? Forse la paura di essere presi di mira, loro e il gregge, come ‘punizione’? Il rimanere nella cultura del silenzio quando si tratta di opporsi a re e principi? O forse l’attesa che il regime passi e tutto torni come sempre? Difficile, ovviamente, pronunciarsi su queste questioni. Chi scrive ha espresso chiaramente il proprio pensiero durante il suo soggiorno nel Paese. Uno dei motivi che ha facilitato la scelta di lasciarlo è stato senza dubbio il diverso modo di interpretare la legittimità del regime militare al potere.

Il giornalista burkinabé Norbert Zongo, assassinato per il suo impegno civico, ci ha messo in guardia… ‘La cosa peggiore non è la malvagità delle persone cattive, ma il silenzio delle persone buone’.

       Mauro Armanino, Genova, 26 luglio 2026

Ndr: non inserisco alcuna immagine dei personaggi che hanno causato tanti guai e ingiustizie, preferisco utilizzare una foto di Padre Mauro, insieme agli splendidi bambini della sua parrocchia, sono coloro che meritano la visualizzazione e spero che Padre Mauro condivida il mio pensiero.