POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, febbraio 16

Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova di Padre MAURO ARMANINO


Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova

1. Un grazie a Limes e in particolare a Lucio Caracciolo. L’incontro vocale con lui rimonta all’epoca del colpo di stato militare nel Niger, nel settembre del 2023. Chiamò per saperne di più e per chiedere se poteva essere messo in contatto con qualcuno del posto. Fu così che iniziò il suo contatto con l’amico Rahmane Idrissa che in effetti poi venne a Genova. E’ un privilegio l’averlo conosciuto personalmente.

2. ’Io sono la guerra’! Je suis le guerre, disse con sgomento una signora rifugiata dalla Repubblica Democratica del Congo. Aveva perso tutto: casa, famiglia...e integrità fisica, da parte dei gruppi ribelli che occuparono il Paese. Ciò accadde durante il mio servizio coi migranti e rifugiati a Niamey che ebbe una durata di 14 anni. ‘Io sono la guerra’ è un grido, anche e soprattutto di ‘geopolitica’, ossia delle conseguenze delle geopolitiche che hanno derubato il Paese da decenni....!

3. Sullo sfondo di quanto abbiamo condiviso durante il festival c’era la nostalgia di un passato europeo di ‘pace’ unico, di qualche decennio! Probabilmente vero ma sarebbe dimenticare le tante guerre attorno che hanno visto presenze occidentali...Nella RDC, ad esempio, ci sono stati milioni di morti! La terza guerra mondiale a pezzi era iniziata ben prima di quanto se ne parlasse in Occidente.

4. Io stesso ho avuto modo di scoprire gli effetti delle geopolitiche in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e Niger! Guerre, rifugiati, migranti e una grande e nascosta sofferenza che, durante il Festival, non è emersa! Mancavano i volti di coloro che le strategie geopolitiche le vivono sulla loro carne. Volti di sfollati, trattati come pedine di un triste gioco di poteri. Erano i grandi assenti del Festival di Limes!

5. Ho sentito con piacere, durante gli interventi, che sembra terminata l’epoca nella quale la ragione strumentale era l’unico soggetto della riflessione e scelte geopolitiche. Altri fattori sono emersi come novità nelle scelte geopolitiche. Le nazioni, gli immaginari, le passioni, la storia, la sovranità...Ed è anche per questo che avevo apprezzato l’allusione di Caracciolo sulla geopolitica che dovrebbe servire alla pace...! In realtà poi, di quest’ultima, non si è parlato molto. Si percepiva, lontano, sullo sfondo e spesso, in relazioni con riarmi o comunque sempre in chiave competitiva, Quanto lontane le aspettative di chi, come  il papa Paolo sesto gridava alle Nazioni Unite...’mai più la guerra’!

6. Veniva accennato al ruolo possibile dell’Italia in questa ‘Rivoluzione’...La geografia che decide la politica, così come la storia e dovremmo aggiungere... la Costituzione! Essa, lo ricordiamo, afferma al numero 11 che ‘l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’...Anche questa scelta ‘Costituzionale’ è qualcosa che il nostro Paese può e deve offrire allo scacchiere delle geopolitiche odierne.

7. Durante il suo recente soggiorno nel Sahel, chi scrive ha percepito la ‘sabbia’ come una delle metafore per interpretare quanto accadeva. La politica, l’economia, la giustizia e...il colpo di stato, erano nient’altro che sabbia. Elemento che permane, schiacciato, calpestato, offeso, messo ai lati delle strade e che puntualmente ritorna, resiste e persiste. Passano i re, i principi e gli imperi ma la sabbia, il popolo dei poveri, rimane!

8. Mi verrebbe da dire che è questa l’unica geopolitica che conta...una geopolitica di sabbia. Perché proprio così finiranno gli imperi, uno dopo l’altro, compresi coloro dei quali si è parlato. Trovandoci a Genova sarebbe forse utile, nello svolgimento dei prossimi Festival di Limes, fare una capatina al noto cimitero monumentale di Staglieno. Una visita guidata in quel luogo aiuterebbe a interpretare altrimenti la collocazione geopolitica dell’Italia nella rivoluzione mondiale, titolo del Festival.



 CHIESA DI GENOVA


Bastimento nel porto di Genova

       Mauro Armanino, Genova, 15 febbraio 2026

domenica, febbraio 8

FINZIONI E ABITANTI NELLE MACERIE di Padre MAURO ARMANINO


Finzioni e abitanti nelle macerie

Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge al quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza...Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano, blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sè, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.



La politica e la democrazia che dovrebbero camminare assieme per essere al servizio del bene comune hanno fatto delle finzioni una costituzione alternativa. In effetti, come ricorda tra gli altri il politologo francese Clément Viktorovitch, ci troviamo nell’era della ‘logocrazia’. Si tratta della presa del potere attraverso parole confezionate in frasi che esprimono la realtà politica come finzione con lo scopo di prendere il potere o dominare. Persino l’alternativa tra maggioranza e opposizione risulta, in questo contesto, finta proprio come i giochi falsamente antagonisti delle ‘Grandi Potenze’. Il linguaggio, ricorda la giornalista Alessandra Filippi, non descrive più la realtà ma la annienta.
Fingiamo di non sapere ciò che accade in Libia nei capi di prigionia negoziati per migranti e richiedenti asilo. Fingiamo di non sapere cosa si nasconde dietro gli accordi con la Tunisia, l’Algeria e il Marocco per controllare la mobilità di giovani migranti. Chiudiamo gli occhi fingendo di credere che i centri di prima accoglienza, permanenza, transito, ritorno verso i Paesi ‘sicuri’ siano comuni locande per viaggiatori stanchi del viaggio. Fingiamo di non sapere che accusare gli ‘scafisti’ non è che una cortina di fumo per nascondere le cause dei morti alle frontiere. Fingiamo di credere che la nostra economia reale non sia in buona parte fondata sullo sfruttamento della mano d’opera fornita dai migranti.


Fingiamo, infine, di dimenticare la nostra parte di responsabilità nelle oltre 50 guerre che assediano il pianeta. Plasmiamo o modelliamo l’attualità fingendo di ignorare che oltre 70 000 tonnellate di esplosivo sono state usate nella striscia di Gaza. Passiamo sopra, fingendo di non credere che oltre la linea gialla, frontiera di pace negoziata, non ci sono che rovine. Circa 55 milioni di tonnellate di macerie per l’80 per cento delle costruzioni distrutte, il 90 per cento di scuole inagibili e migliaia di tende portate via dalla tempesta. Eppure, lì, come anche altrove, le persone rimangono, fedeli. Abitano con infinita dignità le macerie e le ferite che le nostre finzioni hanno creato.

   Mauro Armanino, Casarza Ligure, febbraio 2026

 

venerdì, gennaio 30

A SUD DI TUNISI di Padre MAURO ARMANINO



            A Sud di Tunisi

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine, gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti, ha finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.
Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.
Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perchè in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.


A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre. Infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e, trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola, come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’Aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il WI FI gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

     Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026

mercoledì, gennaio 28

Paesi che crollano, i sospirati ponti...meglio pensarci bene

L’orribile destino di Niscemi, mezzo paese inghiottito dalla frana: “Rischia di crollare tutta la collina”

Decine di case sul precipizio, l’allarme della protezione civile: oltre 1.500 sfollati. I geologi: “Evoluzione del dissesto del 1997”, il ciclone Harry ha dato l’ultima spallata. Il procuratore di Gela e l’allerta per l’ordine pubblico: “Pericolo disordini”. E la gente urla ai politici: “Vergogna”

 La frattura che attraversa la collina si è allargata di un chilometro in una sola notte mentre l’altezza del costone è passata rapidamente da 7-15 metri a 30-45 metri. Ormai si aspetta e ci si prepara al peggio, ovvero il crollo di mezzo paese, inghiottito dall’argilla. Non bisogna però pensare che sia tutta colpa del ciclone Harry. Quello è stata solo la spallata finale. “Il dissesto, riattivato il 16 gennaio, riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nel 1997 causò ingenti danni”, spiega Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale. La previsione è fosca: “L’evento potrebbe evolversi e ampliarsi verso sud ovest, con una seconda porzione di frana. Questa seconda attivazione coinvolge direttamente il margine del centro abitato e si sovrappone a quello del 1997 e addirittura a quello del 1790”.

Nei post precedenti ho pubblicato quanto accaduto in Norvegia 5 anni fa 

In Norvegia una frana colossale ha fatto sprofondare in mare un pezzo di terra grande quanto 14 campi da calcio, circa 100.000 metri quadrati. Diverse abitazioni residenziali sono state travolte e finite direttamente nell’acqua.
Secondo i media locali, si tratta di una delle più grandi frane degli ultimi anni, con danni ingenti e forti disagi per la popolazione della zona colpita. Le autorità stanno monitorando l’area per verificare ulteriori rischi di cedimento. Nel video pubblicato dai testimoni si vede chiaramente il momento del crollo, impressionante per la sua potenza e dimensione.
E' un video che ho pubblicato poco fa qui sotto. Peggio è capitato a Niscemi, dove tutta una parte del paese è scivolato verso una grande crepa che si è formata come se il paese fosse stato costruito sopra una falesia.  Il mio pensiero è che i geologi dovrebbero avvertire le autorità locali del rischio che si incorre nel costruire case e interi paesi su un terreno che potrebbe rivelarsi poco sicuro. Questi fatti accadono un po' ovunque ma pare che nessuno metta sull'avviso e poi ci si meraviglia se accadono tragedie. E quando sento che gli abitanti del luogo chiedono aiuto, quando loro stessi non hanno rinunciato a costruire vicino al mare, o su terreni friabili,  mi pare di pensare a quei bambini che fanno i castelli sulla sabbia, e poi si lamentano che un'onda li ha portati via. 
Scusate la franchezza, la mia non è ironia né indifferenza, ma sono convinta che i responsabili di questi disastri siano i costruttori che non hanno messo sull'avviso i sindaci dei luoghi soggetti a frane o  mareggiate. Per favore, costruite nell'entroterra, come facevano i signorotti di un tempo, lontano da fiumi, laghi e coste e analizzando i terreni prima di innalzare case e ponti. A questo proposito, spero che i governatori, che sognano di costruire un ponte che colleghi Calabria e Sicilia, ci pensino molto bene, prima che accadano ancora tragedie!
Danila Oppio 


Niscemi, l'enorme frana continua a muoversi. Protezione Civile: "Situazi...

Norvegia, il villaggio frana in mare: le case inghiottite dalle acque