VERSI IN VOLO
POETANDO
lunedì, marzo 2
sabato, febbraio 28
CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di Padre MAURO ARMANINO
Con lo sguardo di un colonizzato
Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.
Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.
Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.
Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.
Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.
Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.
Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.
Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.
Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026
venerdì, febbraio 20
Complici nell’età dell’inconsistenza di Padre Mauro Armanino
giovedì, febbraio 19
lunedì, febbraio 16
Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova di Padre MAURO ARMANINO
Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova
1. Un grazie a Limes e in particolare a Lucio Caracciolo. L’incontro vocale con lui rimonta all’epoca del colpo di stato militare nel Niger, nel settembre del 2023. Chiamò per saperne di più e per chiedere se poteva essere messo in contatto con qualcuno del posto. Fu così che iniziò il suo contatto con l’amico Rahmane Idrissa che in effetti poi venne a Genova. E’ un privilegio l’averlo conosciuto personalmente.
2. ’Io sono la guerra’! Je suis le guerre, disse con sgomento una signora rifugiata dalla Repubblica Democratica del Congo. Aveva perso tutto: casa, famiglia...e integrità fisica, da parte dei gruppi ribelli che occuparono il Paese. Ciò accadde durante il mio servizio coi migranti e rifugiati a Niamey che ebbe una durata di 14 anni. ‘Io sono la guerra’ è un grido, anche e soprattutto di ‘geopolitica’, ossia delle conseguenze delle geopolitiche che hanno derubato il Paese da decenni....!
3. Sullo sfondo di quanto abbiamo condiviso durante il festival c’era la nostalgia di un passato europeo di ‘pace’ unico, di qualche decennio! Probabilmente vero ma sarebbe dimenticare le tante guerre attorno che hanno visto presenze occidentali...Nella RDC, ad esempio, ci sono stati milioni di morti! La terza guerra mondiale a pezzi era iniziata ben prima di quanto se ne parlasse in Occidente.
4. Io stesso ho avuto modo di scoprire gli effetti delle geopolitiche in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e Niger! Guerre, rifugiati, migranti e una grande e nascosta sofferenza che, durante il Festival, non è emersa! Mancavano i volti di coloro che le strategie geopolitiche le vivono sulla loro carne. Volti di sfollati, trattati come pedine di un triste gioco di poteri. Erano i grandi assenti del Festival di Limes!
5. Ho sentito con piacere, durante gli interventi, che sembra terminata l’epoca nella quale la ragione strumentale era l’unico soggetto della riflessione e scelte geopolitiche. Altri fattori sono emersi come novità nelle scelte geopolitiche. Le nazioni, gli immaginari, le passioni, la storia, la sovranità...Ed è anche per questo che avevo apprezzato l’allusione di Caracciolo sulla geopolitica che dovrebbe servire alla pace...! In realtà poi, di quest’ultima, non si è parlato molto. Si percepiva, lontano, sullo sfondo e spesso, in relazioni con riarmi o comunque sempre in chiave competitiva, Quanto lontane le aspettative di chi, come il papa Paolo sesto gridava alle Nazioni Unite...’mai più la guerra’!
6. Veniva accennato al ruolo possibile dell’Italia in questa ‘Rivoluzione’...La geografia che decide la politica, così come la storia e dovremmo aggiungere... la Costituzione! Essa, lo ricordiamo, afferma al numero 11 che ‘l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’...Anche questa scelta ‘Costituzionale’ è qualcosa che il nostro Paese può e deve offrire allo scacchiere delle geopolitiche odierne.
7. Durante il suo recente soggiorno nel Sahel, chi scrive ha percepito la ‘sabbia’ come una delle metafore per interpretare quanto accadeva. La politica, l’economia, la giustizia e...il colpo di stato, erano nient’altro che sabbia. Elemento che permane, schiacciato, calpestato, offeso, messo ai lati delle strade e che puntualmente ritorna, resiste e persiste. Passano i re, i principi e gli imperi ma la sabbia, il popolo dei poveri, rimane!
8. Mi verrebbe da dire che è questa l’unica geopolitica che conta...una geopolitica di sabbia. Perché proprio così finiranno gli imperi, uno dopo l’altro, compresi coloro dei quali si è parlato. Trovandoci a Genova sarebbe forse utile, nello svolgimento dei prossimi Festival di Limes, fare una capatina al noto cimitero monumentale di Staglieno. Una visita guidata in quel luogo aiuterebbe a interpretare altrimenti la collocazione geopolitica dell’Italia nella rivoluzione mondiale, titolo del Festival.
Mauro Armanino, Genova, 15 febbraio 2026
domenica, febbraio 8
FINZIONI E ABITANTI NELLE MACERIE di Padre MAURO ARMANINO
















