VERSI IN VOLO
POETANDO
domenica, marzo 22
sabato, marzo 21
SOLO EL AMOR di SILVIO RODRIGUEZ
SOLO EL AMOR (Silvio Rodriguez)
FIORI DI MANDORLO poesia di UMBERTO DRUSCHOVIC
Vincent van Gogh - fioritura del ramo di mandorle in un bicchiere con un libro
IL TRENO di PADRE MAURO ARMANINO
Il treno
Gli stessi amici non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio. Impossibile per il macchinista accorgersi di quel giovane che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava, lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici. Poche ore prima della morte, la sera prima alle 23, Meher aveva comunicato il suo piano ad amici in Germania. Aveva espresso con semplicità il suo piano di raggiungere la Francia, Paese in cui desiderava continuare il suo futuro. Dalla Germania era stato trasferito in Svizzera e poi in Italia.
I treni portano lontano e transitano frontiere. Ci sono i binari che li guidano su rotte stabilite per meglio viaggiare, comunicare, spostarsi, viaggiare altrove. Ci sono treni che non portano da nessuna parte anche se lussuosi e magari con l’obbligo di prenotazione. Proprio su uno di questi treni, consapevolmente o meno, ci troviamo. Morire a 26 anni sui binari di treno che attraversa il confine, allungando la lista dei morti sulle frontiere dell’Europa è una grave sconfitta. Almeno 655 persone sono morte o disperse nei primi due mesi dell’anno nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Il nome Meher ha origini persiane e significa amore, amicizia ed è spesso associato alla luce del sole. Proprio quello che una galleria del treno che passa sui binari ha cercato di spegnere. Ora, giusto alla frontiera, c’è solo una stella in più, accanto ad una croce.
Mauro Armanino, Genova, marzo 2025
giovedì, marzo 19
Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero - notizia ricevuta da Padre Mauro Armanino
Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero
17 marzo 2026 | 18:31
Si chiamava Meher Naffouti e aveva 25 anni. Il ricordo degli amici: «Era un ragazzo generoso, sognava una vita in Francia»
Ventimiglia. Sognava di vivere in Francia ed è morto per raggiungerla, Meher Naffouti: il ragazzo tunisino di 25 anni il cui corpo è stato trovato sabato mattina lungo i binari della linea ferroviaria che collega Ventimiglia a Mentone, in località Balzi Rossi.
Il giovane, che per un lungo periodo aveva vissuto in Germani, era nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia, dove vivono i suoi familiari. «Era una persona molto gentile, sempre disponibile per tutti; condivideva tutto ciò che aveva. Amava le motociclette e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia», lo ricordano gli amici.
A dare un nome a quel corpo straziato dall’impatto con un treno, sono stati gli agenti della Polizia Ferroviaria, diretti dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Scionti. Dietro all’identificazione, tutt’altro che semplice, c’è stato un lavoro lungo e delicato, condotto con professionalità e umanità dagli agenti della Polfer. Il giovane, infatti, non aveva con sé alcun documento: una circostanza che ha reso necessario avviare accertamenti complessi, estesi anche oltre i confini nazionali. Le verifiche hanno coinvolto più Paesi, incrociando informazioni e contatti fino a risalire alla sua identità e, soprattutto, alla sua famiglia in Tunisia, che è stata infine rintracciata.
Un impegno investigativo che non si è limitato agli aspetti tecnici, ma che ha avuto anche una forte componente umana: restituire un nome a quel corpo e dare una risposta ai familiari del giovane.
Nelle ore precedenti alla tragedia, Meher si era messo in contatto con gli amici in Germania. Erano circa le 23 della sera prima del ritrovamento del corpo, e aveva detto loro chiaramente quale fosse il suo obiettivo: raggiungere la Francia, il Paese in cui desiderava costruire il proprio futuro. Dopo la Germania, invece, era stato trasferito in Svizzera, ma il suo desiderio era rimasto sempre lo stesso: arrivare in Francia e stabilirsi lì definitivamente.
Gli amici, sconvolti dalla notizia, non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio: impossibile per il macchinista accorgersi di quel ragazzo che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava: lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici.
Ricevo questo articolo da Padre Mauro Armanino, e racconta quanto succede ai giovani che cercano aiuto in Europa, ma che corrono forti rischi.
martedì, marzo 17
Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse di Padre Mauro Armanino
Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse
Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile, tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eludere la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.
Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocalissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, genuine epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’ , abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali.L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica.
Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, kilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. La frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere del due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete.
Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno.
Mauro Armanino, in treno da Ventimiglia, marzo 2026
venerdì, marzo 6
NASCERE NON BASTA di PADRE MAURO ARMANINO
Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con ...ogni giorno.
Nascere non basta
E’ per rinascere che siamo nati.
Ogni giorno.
Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto ( o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta.
C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà.
Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto ...
Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate.
Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione.
Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole.
Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa.
Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è chi rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno.


