POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari.
Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.
Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare.
Sulla banda destra della home page, potete leggere i miei quattro e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina.
Buona lettura!

domenica, novembre 11

LA CULIADA SPOGLIATA di Dina Andrighetti



Ho letto questa poesia dal sito Sei di Fonzaso se...e mi ci sono ritrovata o, quando meno, ho ritrovato la mia gioventù quando anch'io percorrevo quel lunghissimo viale alberato che dal paese conduceva fino a Feltre. Ora che ne è rimasto, se non qualche platano che si è salvato dalla furia del vento? Brava Dina, comprese quelle due ragazze in bici, capelli al vento, che trasmettono nella corsa veloce la loro felicità!
Danila

NEL MIO TEMPO di Gianpietro Calaotti


Una bella frase di Paulo Coelho


venerdì, novembre 9

Aspettando il Natale... CANDELE e SACCHETTINI di Danila Oppio


Una rosa di panno su un di un nastro d'argento per una candela profumata, ad addobbare il Natale. Tre roselline su un'altra candela e una semplice candela decorata con un giro di filo di perline dorate. Insieme ad altre, che sono in procinto di decorare, appoggiate su una base di legno, staranno benissimo.

Danila Oppio





Un sacchetto di iuta, che conteneva caffè dominicano, riciclato per una manciata di fiori di lavanda, al quale ho legato una noce dopo averla dorata e legato con nastrini rustici, per stare in tono. Non è carino? Se avete sacchi di iuta che contenevano patate, ritagliate dei rettangoli, cuciteli e riempiteli di caramelle, cioccolatini o un piccolo gioco sorpresa. Sarà un regalino molto particolare.






Un'altra mia creazione, questa volta tutta in panno. Vista da diverse angolazioni.






mercoledì, novembre 7

Aspettando il Natale - Pirulin - di Danila Oppio

Ultimamente ho poco tempo per svolgere altri lavoretti natalizi, ma ieri ho cercato di darmi una mossa, così è nato un altro gnomo, che ho chiamato PIRULIN. 
Poi, non contenta, ho realizzato un sacchetto che contiene fiori di lavanda del mio giardino, tipicamente autunnale, ma che ritengo sia indicato anche per il Natale.

Danila





CASA di ANGELA FABBRI



Palafitte al Lago di Ledro

E allora, Dani, mi viene un seguito…

Nella lettera precedente ho nominato 3 volte la parola ‘CASA’. E’ per noi così importante che, anche se siamo nel mezzo di un disastro, una telefonata a casa (così facile oggi, con i cellulari) ci rincuora. E se siamo molto lontani e sono i nostri cari in zona-pericolo, la loro risposta “Qui a casa stiamo tutti bene”, ci fa respirare di nuovo.
CASA vuol dire un luogo sicuro.
Anche se siamo girovaghi, io lo sono stata per decenni, e la casa l’abbiamo abbandonata da un pezzo e ci torniamo poco e ripartiamo di corsa, ci sta dentro al cuore. E’ quella che il linguaggio dei media di oggi chiama ‘le nostre radici’.
Questo mi riporta agli alberi sradicati, tirati appunto fuori con violenza dalla loro terra e buttati via.
Gli alberi sono sempre stati simbolo di stabilità, di invecchiamento felice che svetta verso il cielo e si fa un baffo di neve di vento di bufera. Nel mondo antico ogni pianta era una persona, dentro ognuno ci abitava un piccolo essere soprannaturale che, nonostante questo, l’aveva scelta come sua tranquilla dimora.
E non è forse vero che c’era la tradizione di piantare un nuovo albero alla nascita di un bimbo?
Ci hanno mostrato in tv quelli che erano miriadi di alberi arrampicati dai monti alle vallate, strappati via da un tempo terribile, un dolore infinito soprattutto perché inevitabile.
E ci hanno anche mostrato cosa è successo al verde della Capitale d’Italia. 
Mi spiace per gli alberi di Roma, mal gestiti, mal nutriti, persino mal vestiti, e soprattutto MAI curati perché da quelle parti la natura inglobata in città deve saper cavarsela da sola.
Mi spiace da Ferrara dove gli alberi sono seguiti, controllati, misurati, talvolta anche abbattuti, ma state tranquilli che un piccolino della stessa specie viene piantato subito nei pressi. Certo col vento forte volano via rami anche da noi e frullano nel vento e non c’è comunque la certezza di riuscire sempre e bene a mantenerli, i nostri alberi, ma sappiamo di averci dedicato molta cura.
Solidità, sicurezza: i nostri progenitori costruivano la loro casa sugli alberi, di antichi villaggi su palafitte l’Italia è piena.
Casa, appunto.

Angie - ANGELA FABBRI
(Da Ferrara, notte fra 6 e 7 novembre 2018)

martedì, novembre 6

DIALETTI E DILUVI di ANGELA FABBRI


Angie, ho letto questa mattina il tuo bellissimo articolo. Io credo che in effetti non sia SOLO colpa del riscaldamento globale, ma che in parte possa aver contribuito ai repentini cambi meteo. Siamo tanti, e produciamo calore, vuoi con il riscaldamento, vuoi con l'inquinamento causato dalle grandi industrie, dai mezzi di trasporto aria-cielo  e la Terra, questo nostro ancora meraviglioso Pianeta, in qualche modo ne soffre, e noi con lei. Non c'è luogo in Italia che non sia a rischio: esondazioni e frane, a causa del maltempo ma anche della poca previdenza e prudenza umana: non si dovrebbe costruire in prossimità dei mari, dei laghi e dei fiumi, e se lo si fa, occorre incanalare i tratti fluviali o mettere margini laddove il rischio di mareggiate o straripamenti è alto.
Dani





Qui sopra potete vedere il percorso del PO nei pressi di Ferrara, e il ponte di PONTELAGOSCURO. 

Riporto qui sotto il commento della scrittrice Angela Fabbri al mio articolo sui disastri del bellunese, nel caso non fosse stato letto e per collegarlo al testo dell'autrice.

Mia cara Dani,


ho commentato nel mio dialetto per accompagnarti nel tuo che, come hai raccontato nel tuo articolo, pochi ricordano ancora, ma tu sì.
E insieme per accompagnarti in questi diluvi che hanno straziato il suolo, strappando via foreste intere, buttandole nel fango della terra come accadde nell’antico periodo Carbonifero.
Allora l’essere umano era di là da venire e la Terra si muoveva e scalpitava così come si addice a un vivente. Noi, questo, ce lo siamo dimenticato, che il mondo che ci ha dato i natali è esso stesso vivo e ci siamo persi rincorrendo noi stessi e il nostro benessere personale.
Non credo tanto al riscaldamento globale come effetto principalmente umano: nel corso dei millenni la Terra ha subito glaciazioni e surriscaldamenti naturali e adesso
ne sta attraversando un altro senza badare troppo che ci sono anche gli ESSERI UMANI a subirlo.
Ma, sicuramente, tutti questi disastri che si accavallano uno sull’altro come le ondate del mare dovrebbero farci fare gruppo per mettere la nostra superiore intelligenza al servizio della vita.
Abbiamo davvero bisogno di guerre? Basta un terremoto, un maremoto, un’alluvione di grande portata per togliere la voglia di vedere e concepire disastri fatti in proprio. 
Abbiamo davvero bisogno di tenere in povertà fisica e culturale interi popoli? Invece che alzare il piede dalle loro teste e insegnare loro quel che sappiamo?
Certo questo lo pensa una persona comune come me che, pur sapendo la vita senza significato, non cerca di ottenere compensi superiori a quelli degli altri per godersela di più finché dura e togliere agli altri la propria o la possibilità di vivere con dignità.

Tornando a noi due, Dani, e all’aver usato il dialetto ferrarese…
E’ che da sempre, qui, in autunno, aspettiamo la piena del PO, ci siamo a ridosso, per non dire sotto e tu saprai che quando c’è il minimo segno di pericolo viene alzato il ponte della ferrovia e resta solo il ponte stradale per arrivare… di là da PO.
L’ho vissuto tante volte quando lavoravo e il treno mi riportava da Bologna a Ferrara. Scendevo e ero a casa. Mentre i compagni di viaggio veneti scendevano e dovevano prendere i pullman per arrivare alla loro casa… di là da PO.
E ancora prima, molto prima, ricordo, avrò avuto 15 anni, la piena, l’onda di piena fu così pericolosa che si arruolavano giovani per stare sull’argine del fiume a spegnere i ‘fontanacci’ che si aprivano all’improvviso fiottando acqua. Volevo andare anch’io, ma i miei genitori, forti della mia minore età, mi tennero al sicuro in casa.
L’onda di piena… che poi quando in TV dicono che passerà stanotte non è vero.
L’onda di piena ci mette almeno 3 giorni a passare, infilandosi, insinuandosi, impantanandosi, sgomitando fra le terre fino al mare.

Angie
(Da Ferrara, notte fra 5 e 6 novembre 2018)