POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, giugno 3

IDENDITÀ IN ESILIO A NIAMEY di P. MAURO ARMANINO

Assamaka frontiera del Niger

  Identità in esilio a Niamey

Un Paese ricco per gli altri e poi l’ennesimo colpo di stato. La Repubblica Centrafricana, inchiodata nel cuore dell’Africa sub sahariana, continua a tutt’oggi a esportare materie prime e rifugiati. Uno di questi chiamato Hassan, dopo aver perso entrambi i genitori appena quattordicenne, parte in esilio con una conoscente nel Mali. Da questo Paese, in pieno Sahel, domanda e riceve lo statuto di rifugiato in Mauritania. Fattosi sorprendere in una zona aurifera di questo Paese, Hassan, senza nessuna formalità è espulso nel vicino Senegal. Prova, senza alcun risultato, a ottenere lo statuto di rifugiato nella capitale Dakar. La domanda è respinta adducendo il fatto che il giovane, ormai diciottenne, già godeva di protezione umanitaria in un altro Paese. Allora Hassan, senza darsi per vinto, per vie traverse raggiunge il Marocco e, a Casablanca, conosce una signora del posto che gli propone di lavorare nel suo ristorante per stranieri. 

Hassan accetta di seguirla in Algeria, nella città di Oran, dove lei gestisce un altro ristorante. Tutto va per il meglio per un paio d’anni finché, per avere i propri documenti aggiornati, viaggia nella capitale Algeri. Mentre si trova in strada per raggiungere l’apposito ufficio delle Nazioni Unite, è arrestato dalla polizia perché senza documenti validi, derubato da tutto quanto portava su di lui e deportato, con altre decine di persone, sino a Tamanrasset. Dopo qualche giorno di soggiorno nell’apposito centro di transito, Hassan è imbarcato, con altri compagni di sventura, nel camion fino alla frontiera col Niger. Migranti, rifugiati, richiedenti asilo, esuli, viaggiatori, commercianti, trafficanti, cercatori d’oro e di sabbia, tutti messi assieme a migliaia e parcheggiati nella città frontaliera di Assamaka, nel Niger. Il tempo di essere registrati dalle autorità e poi ‘consegnati’ all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, per un rimpatrio ‘volontario’.

Hassan, nato all’alba del nuovo millennio, ne incarna le innumerevoli contraddizioni. Dei suoi 23 anni di esistenza una decina sono partiti in esilio cominciando dalla sua patria, più matrigna che madre. Si trova, grazie alla complicità dell’OIM, in un luogo di transito che dovrà abbandonare perché non ha la minima intenzione di tornare al Paese d’origine nel quale nessuno più l’aspetta. Conta di chiedere il riconoscimento come rifugiato a Niamey, cosa altamente improbabile visto che lui era già stato schedato come tale in Mauritania. Non riconosciuto come migrante dall’OIM tenterà di presentare la domanda come richiedente asilo nel Niger, con esigue speranze che la sua domanda sia presa in considerazione. Hassan porta in sé una cartina geografica dove le frontiere e i documenti di identità riconosciuta, nascosta o trasformata a seconda delle circostanze, ridisegna la sua vita. Ormai da anni l’identità di Hassan è in esilio umanitario perché la guerra prima e i documenti dopo, l’hanno prima creata e poi tradita. Hassan afferma di non voler più tornare al suo Paese natale.

                   Mauro Armanino, Niamey, giugno 2023


sabato, maggio 27

NIAMEY, TRA SOGNO, REALTÀ E INGANNO di P. MAURO ARMANINO


Niamey - Niger

Niamey tra sogno, realtà e inganno

Tra sabbia, vento, polvere, nuove strade, aeroporto, hotel e centro per riunioni di buon livello, Niamey è stata classificata al settimo posto nelle destinazioni privilegiate per le conferenze in Africa. La capitale nigerina segue nella classica città come Cape Town, Kigali, Il Cairo, Marrakech, Dakar e Accra e precede, a livello mondiale, città ben più quotate e conosciute. Per esempio, Cannes, Nairobi, Porto Alegre, Mumbai o Osaka nel Giappone. Chi ha stilato questa autorevole e, diciamo pure, sorprendente lista, è l’International Congress and Convention Association (ICCA) del 2022. Per una città posta nel cuore del Sahel, zona che la semplice pronuncia del nome popola l’immaginario di insicurezza, violenza e carestie, tutto ciò sembra davvero un sogno. Niamey, dunque, attraversata e sedotta dal silenzio del fiume Niger si offre alle parole che, nelle quotidiane conferenze che popolano gli hotel, scorrono con una simile e apparente pigrizia.
La realtà, ostinata com’è, non è poi tanto lontana perché il Niger, secondo l’ultimo indice sullo sviluppo umano pubblicato dalle Nazioni Unite, si pone al terzultimo posto dei 191 Paesi esaminati. Vero, abbiamo lasciato il fanalino di coda per le alterne vicende di Paesi come il Ciad e il Sudan del Sud, persi anch’essi nei meandri della classifica. Per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il Pnud, il Niger occupava dunque il 189º posto della scaletta umanitaria nel rapporto di settembre del 2022. La realtà appare in tutta la sua crudezza quando, secondo l’editoriale di un settimanale locale battezzato l’Eclosion, porta come titolo…’La società muore’. Ibrahim Yero, autore dell’articolo citato, parla di banalizzazione del crimine, di insicurezza in tutte le sue forme, compresi i rapimenti, i furti, il commercio e della vendita di droga e armi. L’autore si domanda, infine, come sia stata possibile questa ‘discesa all’inferno di una società così pudica’.
E’ dunque nella messa in relazione tra queste due situazioni, il sogno e la realtà che si trova quanto si può definire l’inganno e cioè la menzogna. In effetti, la scelta dell’ideazione, investimento e costruzione del complesso di hotel e altre strutture adatte a incontri internazionali, operata da ditte straniere, appare come l’immagine del Paese che non c’è. Anzi, ad essere precisi, si dovrebbe dire dei Paesi che non esistono. Da un lato, un’infima porzione di popolo che pensa di far parte della ‘classe transnazionale’, che può viaggiare, incontrarsi, discutere, consumare e poi sparire. Dall’altro le altre classi o porzioni di popolo che, faticosamente, sopravvive al quotidiano nell’informale che costituisce la strategia più comune per arrivare a fine mese. Sui 27 milioni di persone che compongono la popolazione del Niger, oltre il 60 per cento ha meno di 15 anni e la speranza di vita si attesta sui 53 anni. Ingannare la maggior parte del popolo con dei sogni che assomigliano a miraggi non potrà che creare imprevedibili conseguenze sulla società. Quando le disuguaglianze fondano una scelta politica che illude, si corre il rischio che il sogno si trasformi in incubo e la realtà in una ribellione come risposta alla violenza del sistema. In quel giorno tutti i bambini si armeranno di aquiloni per giocare a nascondino nel quartiere degli hotel.

       Mauro Armanino, Niamey, 28 maggio 2023



venerdì, maggio 26

VITTORIO MATTEO CORCOS PITTORE - GALLERIA D'ARTE - Selezione di DANILA OPPIO


SOGNI, IL MIO DIPINTO PREFERITO 

Vittorio Matteo Corcos, ritrattista italiano del XIX secolo, nasce a Livorno il 4 Ottobre 1859 e, manifestando una spiccata vocazione all’arte, entra giovanissimo alla scuola del pittore Giuseppe Baldini, primo maestro di Giovanni Fattori. Suo figlio Massimiliano è fra i caduti della Grande Guerra.

Vittorio Corcos morì a Firenze l'8 novembre 1933; sua moglie Emma lo seguì nella tomba pochi giorni dopo, il 24. È sepolto nel cimitero monumentale delle Porte Sante in Firenze. Dal 1870 studia presso l'Accademia di Belle Arti a Firenze, sotto la guida del pittore livornese Enrico Pollastrini. Nel 1878-1879 Vittorio Corcos, dopo aver vinto una borsa di studio, si trasferisce a Napoli dove lavora nello studio di Domenico Morelli, il cui stile influenzerà notevolmente le creazioni del discepolo. Nel 1880, trasferitosi a Parigi, dopo un precario periodo come pittore di ventagli, firma un contratto per 15 anni con la Galleria d'Arte Goupil, dedicandosi quindi alla ritrattistica femminile e alle composizioni con scene di vita cittadina. Durante la permanenza nella capitale francese, Vittorio Corcos frequenta lo studio di Léon Bonnat, ritrattista dell'alta borghesia parigina che lo inserisce, con successo, nell'ambiente artistico d'elite.

Salvo una parentesi inglese, il pittore soggiorna a Parigi fino al 1885, espone in tre Salons e si adegua al mondo parigino ed indirizza la propria pittura verso le caratteristiche tematiche mondane: ritratti femminili, scene di vita moderna, raffinati interni, resi con pennellate fluide e colori brillanti; opere vicine allo stile degli amici Giovanni Boldini e Giuseppe de Nittis. Rientrato in Italia per compiere il servizio militare, il pittore ormai famoso, si stabilisce a Firenze e sposa, nel 1887, Emma Ciabatti vedova Rotigliano, venticinquenne ma già madre di tre figli, donna di raffinata cultura, stimata da poeti come Pascoli e Carducci, appartenente all'alta società fiorentina.


Ritratto della moglie Emma Ciabatti ved. Rotigliano 

Introdotto dalla moglie nei salotti esclusivi dell’alta borghesia ebraica fiorentina, riscuote notevole successo con la sua pittura brillante e piacevole, ricevendo presto numerose commissioni ("Ritratto della Contessa Annina Morosini", "Ritratto della contessa Nerina Volpi di Misurata") consolidando la meritata fama di ritrattista, genere che richiamava una clientela scelta: dalle fanciulle dell’alta borghesia alle dame della nobiltà, dalle personalità emergenti, come il giovane Pietro Mascagni, ad altre di chiara fama, come Emilio Treves e Giosuè Carducci. Nel 1896 il quadro, esposto alla Mostra Fiorentina dell’Arte e dei Fiori, "Sogni", riscuote un enorme successo e. nel 1904, Vittorio Corcos diventa famoso in Europa per i ritratti di Guglielmo II in Germania, dell'Imperatrice Augusta, della regina portoghese Amelia e di Margherita di Savoia. Nel 1913 il suo "Autoritratto" entra a far parte della collezione della Galleria degli Uffizi.


Autoritratto 1913
Pittore di successo, ma anche scrittore e animatore culturale della Firenze del primo trentennio del Novecento, Vittorio Matteo Corcos, molte sue opere sono esposte alla Galleria degli Uffizi, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna a Roma ed in numerosi musei del mondo.

Una piccola selezione delle opere da me preferite del pittore


Garibaldi


Ritratto di Eleonora Duse


Contessa Nerina Pisani Volpi di Misurata


Luna di miele


Guardando il mare


In lettura


Pomeriggio in terrazza


Conversazione nei giardini del Luxembourg


Nel giardino 1892


bellezze napoletane


Ritratto di giovane donna 1895


Tennista elegante


Donna elegante


Stella e Piero


Paolina Bondi

Mi fermo qui, le opere del pittore Corcos sono davvero numerose, ma vorrei esprimere il mio pensiero sull'abbigliamento delle donne di un secolo fa e oltre. Quasi tutti i dipinti da me selezionati, mostrano ritratti effettuati certamente durante l'estate, al mare soprattutto, e mi chiedo come le donne potessero sopportare corsetti, maniche lunghe, sottane a più strati che arrivano ai piedi, senza soffrire il caldo. Certamente sudavano sette camicie! La tennista poi, avrebbe avuto problemi nei movimenti. Altro che l'abbigliamento odierno, che lascia la massima libertà di esporsi al sole torrido estivo, con un minimo di stoffa addosso! Bisogna dire che Stella e Piero, che immagino fossero due contadinelli, siano stati più liberi di godersi il sole senza quegli abiti che mi fanno soffrire al solo vederli. Modelli bellissimi, niente da dire, ma insopportabili certamente! Ah, la moda dei tempi andati! Pure gli uomini erano abbastanza morigerati nel vestire, pantaloni lunghi, e giacca e cravatta in riva al mare! Che supplizio!
Danila Oppio

giovedì, maggio 25

PONTI E FIUMI di DANILA OPPIO e ALESSANDRA GIUSTI


Mi racconta l’amica Alessandra Giusti, che ha risvegliato in me il desiderio di parlare di ponti in generale:

Entrando ad Aosta incontri i primi due monumenti romani importanti: il Ponte Romano, meno conosciuto, e il più famoso Arco d’Augusto, entrambi edificati nel 25 a.C. dall’imperatore Ottaviano Augusto (da cui l’antico nome di Augusta Praetoria della città di Aosta) al momento della fondazione della città. Ci siamo avventurati (un’avventura da poco, Aosta è piccola e la si percorre tranquillamente tutta a piedi) alla scoperta del Ponte Romano. Sembra impossibile che in tutti questi anni non ce ne fossimo occupati. Un po’ il lavoro, un po’ il dare scontato tutto quello che hai sotto gli occhi senza renderti conto della sua importanza. Opere magnifiche che resistono da duemila anni, imponenti, forti, durature. Crediamo di avere inventato tutto e invece era già stato tutto inventato e bene. Il ponte fu edificato sul torrente di Aosta, che si chiama Buthier; in epoca medievale un’alluvione ne spostò il letto; quindi, ora sotto al Ponte Romano c’è un bel prato verde curato molto bene dal Comune. Passando sul ponte si accede ad un antico borgo in parte ben ristrutturato che non avevamo mai visto.

Penso che questo articolo, tratto dal sito qui sotto, possa essere chiarificante: 

I PONTI DI OGGI CROLLANO, QUELLI DEI ROMANI RESISTONO

Dopo il crollo del viadotto Polcevera a Genova, (conosciuto anche come Ponte Morandi) il tema della sicurezza dei ponti è passato al centro del dibattito nell’opinione pubblica. Nel mondo non mancano esempi di costruzioni ultramoderne, ma a fianco a loro sono ancora in piedi (e spesso in uso) decine di ponti costruiti secoli e secoli fa.

In “Roman Bridges”, scritto dall’ingegnere statunitense Colin O’Connor nel 1993, sono menzionate ben 418 costruzioni romane tra ponti e acquedotti, ancora totalmente o in parte conservate. Avvenuta, purtroppo, la tragedia del ponte Morandi, gli italiani si sono ricordati degli antichi ponti che si reggono in alto con stabilità da ben duemila anni costruiti dai romani.

I ponti romani conosciuti sono circa 900, secondo una lista stilata da Vittorio Galliazzo nel 1995. Questi si trovano sparsi per tutto quello che una volta fu gloriosamente l’Impero Romano. Effettivamente molte di queste costruzioni sono ancora integre e in uso, basti pensare, solo in Italia, ai noti Ponte Milvio, Ponte Fabricio e Ponte S. Angelo a Roma, al Ponte di Tiberio a Rimini, al Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli. Il più conosciuto è ponte Milvio a Roma, riedificato in pietra nel 110 avanti Cristo. Inoltre, sul ponte di Tiberio (costruito a Rimini tra il 14 e il 21 d.C.) passano ancora le auto.                                     

Allievi degli Etruschi, i Romani fecero dell’ars pontificia un’arte sacra: il più alto grado sacerdotale era quello del Pontifex Maximus, magistrato che si occupava appunto della costruzione dei ponti. Successivamente la carica fu traslata metaforicamente nella Chiesa cattolica, attribuendo al vescovo di Roma la funzione mistica di tramite fra l’uomo e Dio. I ponti romani possiedono il record di essere i più grandi e duraturi dell’antichità. Ad esempio, quello di Traiano, progettato da Apollodoro di Damasco, vantava una lunghezza di 1135 metri e una larghezza di 15 e rimase sospeso per oltre un millennio a 19 metri sopra il livello del Danubio, nell’odierna Romania. Oltretutto fu realizzato in soli due anni: questo dovrebbe far ben sperare circa la recente promessa di Autostrade di ricostruire il ponte Morandi in cinque mesi. Questo l'articolo estrapolato da IL SUPERUOVO. Aggiungo, grazie al suggerimento del geometra Lorenzo Lévêque, marito di Alessandra, che il ponte Morandi, quello che ne rimaneva, è stato abbattuto il prima possibile dopo la tragedia e il 3 agosto 2020 è stato inaugurato il nuovo viadotto sul Polcevera, con il nome di Ponte San Giorgio. Ci sono voluti due anni, ma sono pochissimi, di solito ci vogliono due anni solo per la progettazione preliminare che è la prima delle tre fasi di progettazione. Seguono quella definitiva e quella esecutiva, che dà il via alla gara d’appalto dei lavori. Solitamente per lavori di una certa importanza le ditte perdenti cercano cavilli legali, fanno ricorso al TAR ecc. ecc. ritardando così l’inizio dei lavori. Tutto questo non è accaduto per il nuovo viadotto sul Polcevera perché è stata fatta una Legge speciale in deroga ai tanti cavilli, ed è stato nominato un Commissario responsabile dei lavori. Quindi in soli due anni si è arrivati all’esecuzione e al collaudo dell’opera.

Il segreto della longevità                                                

Spiegato il segreto della longevità di tali strutture dall’ingegner Flavio Russo, specializzato in archeologia sperimentale e nella ricostruzione di antiche macchine belliche romane: “Il fatto è che i ponti romani erano edificati con materiali non deperibili come la pietra, invece del calcestruzzo. Non vi era metallo nelle loro strutture portanti, al contrario del nostro cemento armato che, se possiamo dire, ‘porta la morte dentro’. La cosiddetta ‘carbonatazione del cemento’, ovvero la reazione chimica provocata dal contatto con l’anidride carbonica, provoca fessurazioni all’interno della struttura nelle quali penetra l’acqua piovana. Così il ferro, già provato dalla fatica meccanica cui è sottoposto, si arrugginisce e, oltre a perdere le sue proprietà di resistenza e resilienza, si rigonfia e in certi casi spacca il cemento. Vi è poi il fenomeno della corrosione galvanica: le cosiddette ‘correnti parassite’, che si propagano per l’armatura metallica, erodono elettroliticamente il ferro, tanto che oggi si parla di ‘Protezione catodica’ per ridurre gli effetti del fenomeno tramite alcuni dispositivi elettrici. Tutto questo non avveniva nei ponti romani che tra l’altro, si avvalevano di un’architettura fondata sull’arco e non sull’architrave, come la nostra. In tal modo, le costruzioni romane lavoravano sempre per compressione, e mai per trazione”. 

L’amica Alessandra Giusti mi invia questo articolo sull'argomento:

Già nel 2010 si sapeva che il Ponte Morandi aveva un difetto di progettazione ed era a rischio crollo

23 maggio 2023 

Gianni Mion, ex Ad della holding dei Benetton Edizione ed ex consigliere di amministrazione di Aspi e della sua ex controllante, Atlantia, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti al processo per il crollo del Ponte Morandi, del 14 agosto 2018 (43 morti) parlando di incompetenza e sottovalutazione del rischio. Parole che fanno riflettere non solo sulla tragedia del Ponte Morandi, ma anche sulla sicurezza attuale della nostra rete di ponti, spesso non sufficientemente monitorata.

LA SICUREZZA? “CE LA AUTOCERTIFICHIAMO”

Mion si riferisce a una riunione del 2010 alla quale avrebbero partecipato con lui Giovanni Castellucci (Ad di Aspi), Gilberto Benetton (deceduto due mesi dopo il crollo del Ponte Morandi), il collegio sindacale di Atlantia, Riccardo Mollo (direttore generale di Aspi) oltre a tecnici e dirigenti di Spea:

“Emerse che il Ponte aveva un difetto originario di progettazione e che era a rischio crollo. Chiesi se ci fosse qualcuno che certificasse la sicurezza e Riccardo Mollo mi rispose ‘Ce la autocertifichiamo’. Quella risposta mi terrorizzò… Castellucci era presente e non disse nulla… Era un accentratore forsennato, si occupava di ogni dettaglio. Non dissi nulla. Era semplice: o si chiudeva o te lo certificava un esterno. Non ho fatto nulla, ed è il mio grande rammarico”.

Gianni Mion

Dopo queste frasi, l’avvocato Giorgio Perroni, che difende l’ex direttore del Primo tronco di Autostrade, Riccardo Rigacci (indagato insieme a altre 58 persone), ha chiesto di sospendere l’esame di Gianni Mion e di indagarlo (cosa che renderebbe nulla la sua deposizione). 

Il procuratore di Genova Nicola Piacente vedrà se ci sono i presupposti per indagare Gianni Mion, storico braccio destro della famiglia Benetton. Sono dichiarazioni che sembrano confermare quanto già emerso dalle intercettazioni disposte dalla Procura di Genova dopo il disastro, dove Mion parlava di “inettitudine” e “mancata presa di coscienza” da parte dei Benetton.

I PARENTI DELLE VITTIME

Immediata la reazione del Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi: “Una persona con il suo ruolo non poteva stare zitta. Anche perché le parole pronunciate oggi non fanno che confermare quanto fosse approfondita la conoscenza dello stato del ponte da parte di chi avrebbe dovuto prendere decisioni sulla sua chiusura e sulle manutenzioni”.

Continuo con il discorso sui ponti, e già che ci siamo, pensiamo a quell’idea che il Governo non riesce a cancellare dalla mente: la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Credo che sia un passo DA NON FARE!! Esprimo le mie ragioni. Forse chi sostiene questo progetto, non ricorda che la zona è a rischio terremoti. Ha dimenticato che nel 1908 vi fu quella immane tragedia causata dal sisma. Alle 5.20 del 28 dicembre 1908 una violenta scossa di magnitudo 7.2 colpisce la Sicilia orientale e la Calabria meridionale. L’evento rappresenta una delle più gravi catastrofi sismiche verificatesi in Italia. Il sisma distrugge quasi completamente le città di Messina e Reggio Calabria e provoca danni molto gravi su un’area di circa 6mila chilometri quadrati. La maggior parte della popolazione è sorpresa dal terremoto nel sonno. Il numero delle vittime è stimato intorno alle 80mila persone.

I danni sono in gran parte causati dalla scarsa resistenza dei terreni di fondazione e dalla scadente qualità delle costruzioni. A Messina il terremoto colpisce con particolare violenza il nucleo storico e la zona costiera della città. Importanti edifici sono rasi al suolo, tra cui la famosa “Palazzata”, la sequenza di fabbricati lungo il porto già distrutta e ricostruita dopo il terremoto del 1783.

Circa dieci minuti dopo la scossa segue una devastante onda di maremoto che travolge entrambe le coste dello Stretto. Lo tsunami aggrava enormemente le distruzioni provocate dal terremoto e provoca nuove vittime tra le persone sopravvissute ai crolli che, proprio correndo verso il mare, cercavano una via di salvezza. Le vie di comunicazione sono impraticabili, le strade e le ferrovie distrutte, le linee telegrafiche e telefoniche interrotte anche a causa della rottura dei cavi sottomarini provocata dallo tsunami.

Gli effetti del terremoto condizionano per anni l’economia e le dinamiche demografiche delle aree colpite, interessate prima da un momentaneo spopolamento poi da un flusso migratorio alimentato dalla richiesta di manodopera per la ricostruzione.

Il drammatico evento del 1908 segna l’inizio dell’azione dello Stato per la riduzione degli effetti dei terremoti, attraverso l’introduzione della classificazione sismica del territorio nazionale e l’applicazione di specifiche norme per le costruzioni. È del 1909, infatti, il primo Regio Decreto che introduce norme valide per l’intero territorio nazionale.

Questa tragedia ha colpito anche i nonni di mio marito, che erano giovani sposi con due bimbi piccolissimi. Sono riusciti a salvarsi, ma avevano perso tutti i loro averi, casa compresa. Se fossero morti, io non avrei conosciuto il mio coniuge perché non sarebbe nato neppure suo padre, che venne alla luce due anni dopo il terremoto. 

Tenuto bene in mente quanto accaduto allora, non si creda che non debba succedere di nuovo. La zona è sismica, e costruire un ponte lì, è davvero un rischio che bisognerebbe non sottovalutare.

In questo periodo, l’Emilia-Romagna è stata sommersa da alluvioni dovute all’esondazione dei fiumi, quindi sarebbe bene investire in opere di contenimento degli stessi, e non solo in Emilia-Romagna, ma ovunque scorrono corsi d’acqua che si possono ingrossare e quando superano gli argini, invadono paesi e città. Il costo dei danni è notevole, penso più alto di quello che si deve affrontare per arginarne il flusso. Quindi, ritengo che esistano priorità da seguire, e per ora - meglio per sempre – dimenticare il progetto riguardante il Ponte dello Stretto. Da quanto leggo, credo che neppure i calabresi e i siciliani desiderino tale spreco. Se si sono sempre spostati con aerei o con traghetti, non vedo una reale necessità di impiegare enormi investimenti per qualcosa della quale si può fare a meno. Chiedo al Governo di preoccuparsi per i danni che avvengono causa frane a seguito dello straripamento dei corsi d’acqua e porvi immediato rimedio. Il Ponte sullo Stretto non è urgente. Se pensate che lo studio del progetto, e la realizzazione del ponte darà lavoro a una moltitudine di persone, tra ingegneri e manodopera, potete impiegare la stessa forza lavoro per la realizzazione del rafforzamento degli argini o convogliare le acque in maniera sicura, evitando disastri come quelli che accadono più frequentemente di quanto si creda. Conto sull'intelligenza degli italiani, conto sul  buon senso del Governo, affinché si dia la priorità laddove è necessaria e urgente! Mi pare che i segnali siano chiari, di dove occorre dirigere l'attenzione e il proprio operato in questa splendida Italia così ferita!

Danila Oppio - Alessandra Giusti

venerdì, maggio 19

LETTERA AD UN PAESE SENZA QUALITÀ di P. MAURO ARMANINO



Frontespizio della Costituzione Italiana

                               Lettera ad un Paese senza qualità

Esserne rimasto a lungo lontano avrebbe potuto trasformare la mia lontananza in nostalgia. Forse è accaduto all’inizio, dopo il primo soggiorno in Costa d’Avorio e, gradualmente meno, gli altri. C’è qualcosa che ci ha cambiati entrambi, il Paese e chi scrive la presente lettera aperta a chi ha voglia e tempo di ‘aprirsi’ a sua volta. Ad ogni ritorno dall’Africa Occidentale al Paese e ora, da questa riva chiamata Sahel, si fa strada un indefinibile malessere che rende i miei soggiorni quasi ‘clandestini’. Dev’esserci accaduto qualcosa che ha forse radici lontane ma che, con l’accelerazione del tempo, delle parole e dello spazio ha profondamente inciso sul nostro modo di abitare il mondo. L’uomo senza qualità, romanzo incompiuto dello scrittore austriaco Robert Musil negli anni Trenta del ‘secolo breve’, ha ispirato il titolo del presente scritto. Una sorta di meditazione che vorrebbe in realtà interrogare chi, nella società italiana assume, per scelta o per statuto, un ruolo qualsiasi di ‘autorità’ ossia di responsabilità nel pensiero e nella prassi quotidiana. 

Un’amica scriveva che noi non siamo altro che ‘date ambulanti’ e, detto in modo quasi brutale, non si può non riconoscere nell’affermazione una parte cospicua di verità. Date, certo, gli anniversari, le feste nazionali che caratterizzano l’identità di popolo e poi quelle di famiglia, più personali. Date e avvenimenti camminano assieme a storie cha mai sono lineari e univoche. Per rimanere nel citato secolo breve, così definito dallo storico inglese Eric J. Hobsbawn, il nostro Paese ha conosciuto, ancora nella monarchia, le conquiste coloniali, il fascismo e le resistenze a quest’ultimo. La Costituzione della Repubblica, frutto delle variegate ‘anime’ delle resistenze, il ritorno del movimento operaio e sindacale, gli ‘anni di piombo ’, il ‘riflusso’ e poi la straordinaria mutazione ‘antropologica’ che, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini aveva lucidamente intravisto. Il Paese si trova in questo processo, da molti analizzato con maggiore acutezza che il sottoscritto, presente e assente da anni dal quotidiano cammino di costruzione della società che mi appare, appunto, senza qualità.

Il centenario della nascita di don Lorenzo Milani, giustamente ricordato come uno dei ‘maestri’ alternativi del nostro tempo, permette di rimettere a nuovo alcune idee, concetti e scelte. Assieme a Giorgio la Pira, Giuseppe Dossetti, Danilo Dolci, don Tonino Bello, e molti altri, avrebbero potuto dettare cammini diversi e più fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione della Repubblica. Un Paese, tra l’altro, marcato dalla presenza capillare della Chiesa Cattolica e da un patrimonio di matrice contadina e operaia ricco e mistificato dal potere. Una Presenza che avrebbe potuto e dovuto illuminare e operare ben altre scelte che non fossero il matrimonio con il capitalismo, la subalternità imposta e accettata alle politiche degli Stati Uniti e l’opzione guerrafondaia che continua a imperversare sotto tutti i regimi e governi. L’Italia continua a produrre e vendere armi, ad ospitare basi militari (alcune con testate nucleari rinnovate), si impegna a sostenere una guerra che non potrà non coinvolgere direttamente e dolorosamente l’Europa e, ciliegina sulla torta, si impegna in varie ‘operazioni di pace’ all’estero. Come ben ricordava l’amico Manlio Dinucci e altri con lui, il nostro Paese, alla faccia dei ‘migranti’, spende per gli armamenti circa 50 milioni di euro al giorno. 

Le nuove missioni per l’anno 2023, riporta il sito Analisi Difesa, riguardano la partecipazione di personale militare alle seguenti missioni di supporto, consulenza e addestramento alle forze locali:

European Union Military Assistance Mission in Ucraina (EUMAM Ucraina) – supporto al riequipaggiamento ed addestramento delle forze ucraine

European Union Border Assistance in Libya (EUBAM Libia) – supporto al controllo dei confini libici contro i traffici illeciti

European Union Military Partnership Mission in Niger (EUMPM Niger) – supporto alle forze nigerine impegnate contro le milizie jihadiste

missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Burkina Faso – supporto alle forze del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste

Dunque, è proprio l’Africa del Nord e l’Africa Occidentale, dove chi scrive ha passato trent’anni della sua vita, e avendo scelto, tra l’altro, il volontariato internazionale alternativo al servizio militare. Al nostro Paese senza qualità non è l’Africa dei popoli che interessa quanto le geo strategie sottese a interessi, profitti e manipolazioni armate. Nei Paesi interessati alle missioni i militari stranieri sono, lo posso affermare, appena sopportati dalle società civili. Nessuna di queste missioni, ricorderebbe il citato don Milani, sarebbe in accordo con lo spirito e la lettera della Costituzione italiana che, all’articolo 11 ribadisce che ... 

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

In tutti questi anni il silenzio, complice nella quasi totalità delle autorità ecclesiastiche, dei politici di matrice cristiana, socialista e comunista, hanno reso possibile il disfacimento del tessuto costituzionale, in realtà mai applicato in tutti questi anni. La frammentazione, l’isolamento e la gestione politica di governo grazie al ‘caos’, come ricorda il filosofo francese Lucien Cerise in un libro recente, evidenzia come il Paese ha interpretato tutti questi anni (terrorismo, emergenza economica, totalitarismo sanitario e la guerra in Ucraina...). In realtà, quanto ci è accaduto, non è che la conseguenza di una duplice dimissione, quella dello spirito e quella della sovranità. Lo spirito o anima, anzitutto perché come singoli e come società abbiamo accettato di rimuovere la bellezza, la verità e il bene dal nostro quotidiano ‘abitare’ il mondo. Ci si è lasciati comprare dalla merce come orizzonte, la società di mercato per il consumo come stile e la vita ad una sola dimensione come patria. Ci siamo venduti a vil prezzo come se, tutti, non fossimo, in questa terra, come ‘stranieri di passaggio’ e dunque compagni di viaggio e cioè di utopia. Questa è la prima dimissione che ha liquidato la dimensione simbolica e poetica della dignità umana.

La seconda e non meno importante dimissione è stata quella della sovranità. Piero Calamandrei sosteneva che ‘la scuola è il luogo dove si compie il miracolo di trasformare i sudditi in cittadini’...Don Milani con la sua ‘Lettera ad una professoressa’ scritta con gli alunni di Barbiana, ne sono una delle testimonianze più inequivocabili. In tutti questi anni abbiamo vissuto da sudditi, schiavi sottomessi ai burattinai di turno che, tra menzogne, paura e ricatti hanno ridotto la sovranità ad un vuoto contenitore da gettare al macero. Poche, in questi decenni, sono state le voci capaci di aggregare forme di resistenza reale al sistema di dominazione che tutto fagocita e riduce la democrazia, intesa come partecipazione, in un simulacro di politica. La scuola, espressione della politica, sforna solerti funzionari per il sistema dominante. Smarrito il popolo sovrano rimane l’opinione, la politica dei sondaggi e gli interessi di parte. La perdita della sovranità va di pari passo con la perdita del senso del bene comune. La legge della giungla torna riverniciata di fresco e si pavoneggia di inutili diritti individuali atomizzati a servizio del potere del ‘Grande Reset’ di Davos.

Per riprendersi l’anima e la sovranità occorre ripartire dalla verità e cioè dai poveri che di essa sono gli umili testimoni storici. Metterli, con loro, al cuore della politica, dell’economia e della prassi religiosa. Dichiarare apertamente che l’Italia, per fedeltà alla propria Costituzione, disattende gli accordi sulle basi militari statunitensi sul proprio territorio, rinuncia a continuare il vassallaggio agli Stati Uniti, esce puramente e semplicemente dalla Nato, riconverte le industrie belliche in altro utile per la pace, spinge i vescovi e le alte sfere vaticane a liberarsi dal fardello del compromesso che ha ridotto il fattore religioso a puntello del sistema dominante e smette di prodigare armi alla guerra in Ucraina. L’anima e la sovranità sono state confiscate e poi vendute al mercato di chi concepisce la vita e la storia come proprietà privata da mercanteggiare. Sono tenute in cattività per inerzia, dimenticanza e l’effimero della società dello spettacolo però, come tutte le catene, possono essere spezzate da un semplice e inatteso no. Ed è proprio da un no alla strategia della morte dell’umano, operata dal sistema di dominazione, che si apre, con un vagito, la speranza perduta e ritrovata. 

        Mauro Armanino, Niamey, 21 maggio 2023

sabato, maggio 13

EDUARDO GALEANO - ricerche di Danila Oppio

 


Norma Trogu, la splendida pittrice, ci racconta:
Nel 1997 quando è venuto a Mar del Plata a presentare "El futbol a sol y sombra" lì mi sta firmando "Le vene aperte d'America Latina", guarda la faccia di salame babosa che ho!!! Haaa haaa!
Norma aggiunge che possedeva anche una foto scattata durante la consegna di un suo quadro all'illustre scrittore. Non la trova più, ma immagino che il suo quadro sia molto piaciuto a Galeano, così come piacciono a me le opere dell'artista. Grazie a Norma, ho potuto eseguire delle ricerche sullo scrittore che conoscevo solo di nome ma niente più.


Ho trovato un articolo molto interessante e recentissimo su:


Galeano, le parole dei sogni

di Fabrizio Casari
Nato in un paese di andanti, di migrazioni mai insultate e di destini mai definitivi, di cognomi misti e storie intrecciate, di malinconie e poesie senza la noia dell’ovvio, Eduardo Galeano, giornalista e scrittore, ha sedotto almeno tre generazioni di lettori. L’uomo che volava scrivendo, nemico acerrimo di ogni dittatura ed entusiasta amico di ogni rivoluzione, ebbe a muoversi dal suo Uruguay, obbligato dai militari che, giustamente dal loro punto di vista, non ne apprezzavano la penna e la parola.

Dall’Uruguay all’Argentina, poi in Spagna, Eduardo Galeano dovette migrare per colpa di pensieri e parole poco gradite ai gorilla in uniforme che schiacciavano libertà e persone. Riuscì a fuggire dalle manette dei militari e da quelle delle opportunità e, per quanto l’esilio lo colpì, non divenne mai estraneo a nessuna terra e in nessun luogo.

A riconoscere il suo valore furono proprio i golpisti, che proibirono la circolazione del suo libro più importante, Le vene aperte dell’America Latina. In quel libro, tradotto in tante lingue e vietato in alcuni paesi, Galeano raccontò tutto quello che la regola dell’amnesia proibisce. Fu il libro che il presidente venezuelano, Hugo Chavez, nel 2009, regalò a Obama affinché lo statunitense potesse comprendere la storia autentica del saccheggio e del sangue.

Lunga e variegata fu la produzione intellettuale che accompagnò i sentimenti di Galeano. Da Le vene aperte dell’America Latina alla trilogia Memorie del fuoco, da Giorni e notti di amore e di guerra, a L’America non è stata ancora scoperta, e poi l'incursione nel calcio con Splendori e miserie del gioco del calcio, quindi Il libro degli abbracci, Il mondo a testa in giù, Mujeres e tante altre pubblicazioni. Fondatore della rivista Brecha, collaboratore di molti dei giornali migliori dell’America latina, chi lo leggeva anche solo una volta trovava insopportabile poi non leggere tutto quel che scriveva.
Non c’è posto del mondo dove le persone sono state sottomesse al denaro, dove il disordine creativo sia stato imprigionato dalle leggi dell’invisibile mercato, che non abbia visto Eduardo Galeano a raccontare l’urgenza della memoria viva, il bisogno del rifiuto.
A spiegare come nacque l’impero e chi ne pagò il prezzo, come la crescita smodata del poderoso riposò sui cadaveri degli umili, come il sottosviluppo dei deboli non sia l’infanzia del loro sviluppo bensì la conseguenza dello sviluppo dei forti. Affascinato dalla cultura dei popoli indigeni d'America, raccontava di come Maya, Atzechi, Incas, senza il rumore degli stati moderni, conoscevano e diffondevano, apprendevano mentre insegnavano.

Ha raccontato l’umanità andante e ferita, i dannati della terra e le vittime designate del grande gioco della diseguaglianza, le carni e le idee di quei tanti, tra uomini e donne, capaci di vincere quando non c’era niente da perdere e capaci di perdere vincendo. Sembravano carezze le parole scritte, che anche quando incolpavano e condannavano riuscivano a trovare il tono dell’anima.
Come in una lettera all’umanità, come a voler riparare i torti della storia e le colpe delle amnesie, Eduardo Galeano sapeva accarezzare gli occhi e svegliare coscienze. Ha raccontato di criminali e di giusti senza mai incedere nel peccato della ragionevolezza. In un mondo che rincorre il denaro e il successo, che misura ciò che si è a seconda di quanto si ha, Galeano ha rappresentato la ribellione delle parole, la rivoluzione del senso comune, i dettagli che formano le cose e le persone che poi cambiano la storia.
Insubordinato permanente alle regole dell’editoria consigliata, violatore impenitente dell’ordine consentito, ha contestato tutta la vita la dittatura della paura, mentre ha raccontato l’epopea degli umili con un amore assoluto, trasformando le parole d’amore nella più contagiosa delle armi. Terapista dell’indifferenza, insegnava a tenere dritta la spina dorsale.

La sua ultima migrazione lo vede andare ora, come sempre ha fatto, in ogni dove. Vi prenderà la residenza senza chiederne il permesso. E magari anche da lì scriverà per ricordarci che cessiamo di essere quando dimentichiamo chi siamo e che solo il batterci per il riscatto degli ultimi potrà permetterci di sentirci vivi.



Aggiungo altre ricerche effettuate nel Web.
Eduardo Germán María Hughes Galeano (Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015) è stato uno scrittore, giornalista e saggista uruguaiano.
È stata una delle personalità più autorevoli e stimate della letteratura latinoamericana. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e combinano documentazione, narrazione, giornalismo, analisi politica e storia, sebbene l'autore stesso non si riconoscesse quale storico.
Galeano nacque Montevideo, in Uruguay, il 3 settembre del 1940 in una famiglia alto-borghese e di fede cattolica, figlio di Eduardo Hughes Roosen, d'origini gallesi e tedesche, e di Licia Esther Galeano Muñoz, d'origini italiane (nella fattispecie di Genova) e spagnole. A causa d'un grave dissesto che colse la sua famiglia, Galeano fu costretto sin da giovane a mantenersi con svariati lavori: operaio, pittore di insegne, messaggero, dattilografo, cassiere di banca. All'età di 14 anni vendette il suo primo fumetto politico al settimanale del Partito Socialista dell'Uruguay, El Sol, firmandovisi con lo pseudonimo di Gius (derivato da una storpiatura della pronuncia approssimativa in spagnolo del suo cognome Hughes)[3].
Cominciò la carriera di giornalista all'inizio degli anni sessanta come direttore di Marcha, un influente settimanale a cui collaboravano Mario Vargas Llosa, Mario Benedetti, Manuel Maldonado Denis e Roberto Fernández Retamar. Per due anni diresse il quotidiano Época e lavorò come redattore capo di una University Press. Nel 1973, con un colpo di Stato i militari presero il potere in Uruguay; Galeano fu imprigionato e successivamente costretto a fuggire. Si stabilì in Argentina dove fondò la rivista culturale Crisis.
Nel 1976, quando il regime di Videla prese il potere in Argentina con un sanguinoso colpo di Stato, il suo nome fu aggiunto alla lista dei condannati dagli "squadroni della morte"; fuggì nuovamente, questa volta in Spagna, dove scrisse la famosa trilogia Memoria del fuoco (Memoria del Fuego). All'inizio del 1985 Galeano tornò a Montevideo, dove visse fino alla fine dei suoi giorni.
Morì il 13 aprile 2015 all'età di 74 anni a seguito di un tumore del polmone.
Le vene aperte dell'America Latina (Las venas abiertas de América Latina) è un'opera di accusa dello sfruttamento dell'America Latina da parte di poteri stranieri a partire dal XV secolo ai giorni nostri. Memoria del fuoco (Memoria del fuego) è un racconto in tre parti della storia dell'America del Nord e del Sud: Genesi (Los nacimentos), Facce e maschere (Las caras y las mascaras), Il secolo del vento (El siglo del viento). I personaggi sono figure storiche: generali, artisti, rivoluzionari, lavoratori, conquistatori e conquistati che vengono ritratti in brevi episodi che riflettono la storia coloniale del continente. Comincia con i miti precolombiani della creazione e finisce nel 1986.
Per Memoria del fuoco (Memoria del fuego), Galeano fu paragonato dai critici letterari a John Dos Passos e a Gabriel García Márquez. Ronald Wright scrisse sul Times Literary Supplement: "I grandi scrittori... dissolvono i vecchi generi per fondarne di nuovi. Questa trilogia di uno degli scrittori più coraggiosi e raffinati dell'America Latina è di difficile classificazione".
Galeano è anche stato un appassionato tifoso di calcio: il suo Splendori e miserie del gioco del calcio (1997) è un'analisi della storia di questo sport. Galeano lo paragona a una recita teatrale e a una guerra; critica il patto scellerato con le multinazionali e attacca gli intellettuali di sinistra che rifiutano, per ragioni ideologiche, il gioco e il suo fascino nei confronti delle masse.
I suoi libri sono stati tradotti in oltre 20 lingue.
Scritti in lingua originale 
Los días siguientes, 1962
China 1964. Crónica de un desafío, Buenos Aires, J. Alvarez, 1964
Los fantasmas del día del león y otros relatos, 1967
Reportajes. Tierras de Latinoamérica, otros puntos cardinales, y algo más, 1967
Su majestad el fútbol, 1968
Siete imágenes de Bolivia, 1971
Violencia y enajenación, 1971
La cancion de nosotros, Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1975
Conversaciones con Raimón, 1977
La piedra arde, 1980
Voces de nuestro tiempo, 1981
Ventana sobre Sandino, 1985
Aventuras de los jóvenes dioses, 1986
La encrucijada de la biodiversidad colombiana, 1986
El descubrimiento de América que todavía no fue y otros escritos, 1986
Entrevistas y artículos (1962-1987), 1988
Nosotros decimos no. Crónicas (1963-1988), 1989
América Latina para entenderte mejor, 1990
Palabras: antología personal, 1990
Ser como ellos y otros artículos, 1992
Amares, 1993
Amares (Antología de relatos), 1993
Úselo y tírelo, 1994
Mujeres (antología de textos), 1995
Carta al señor futuro, 2007
•    El cazador de historias, (opera postuma), Buenos Aires, Siglo veintiuno, 2016 (ISBN 978-987-629-628-1)
Concludo con un paio di suoi aforismi. 



Niente mi appartiene di quanto riportato, è solo il frutto di una ricerca appassionata, come di norma mi piace fare, su personaggi che meritano attenzione e rispetto.
Ringrazio Norma Trogu per aver riportato pubblicamente su FB la foto iniziale che ha prodotto in me il desiderio di approfondire la conoscenza di questo scrittore uruguaiano. 
Danila