POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

mercoledì, luglio 22

Presentazione libri editi da Edizioni Helicon - soprattutto quelli di ROBERTO V. DI PIETRO

 





Ho ricevuto, dono molto gradito, l'ultima edizione (Album II) del libro dell'autore Roberto Vittorio Di Pietro, dal titolo Nouveaux Pèchès de Vieillesse speditami dalla signora Eugenia Miano, delle Edizioni Helicon. Ringrazio sentitamente l'autore che ha chiesto alla signora di effettuare la spedizione per conto suo, dono che presto sfoglierò e che in futuro conserverò insieme a tutti gli altri libri dello scrittore e poeta e che è stato accompagnato dal biglietto con i saluti dell'Autore ed Editore. Roberto sa benissimo che conosco già il contenuto dei suoi versi, avendomeli già inviati in precedenza, ma trovandosi ora raccolti in un libro, la mia gioia è raddoppiata. Un GRAZIE raddoppiato.

Danila Oppio

Aggiungo, per la grande cortesia della scrittrice Cristiana Vettori, il testo da lei redatto, come prefazione al libro dell'autore di cui si parla.

Il secondo album dei “Péchés de Vieillesse”

Variazioni sul tema: la maturità di un progetto


Cristiana Vettori


Prologo: poetica di un secondo inizio


Con questo secondo album dei suoi Péchés de Vieillesse, Roberto Vittorio Di Pietro prosegue un percorso già avviato, ma lo fa con una libertà nuova, come se il primo volume avesse definito la grammatica del suo mondo poetico e questo secondo ne esplorasse le variazioni, le deviazioni, le zone

di luce e di ombra.

È una libertà che riguarda anche il suo modo di abitare la parola: non è un caso che Di Pietro – che talvolta si firma anche Momo Sabazio, alter ego ironico e un po’ sornione, espressione della sua vena più giocosa e satirica – lasci qui affiorare con maggiore evidenza il gusto per la variazione, per la

piega improvvisa, per la deviazione che illumina.

Se il primo album si presentava come un autoritratto intellettuale – un racconto delle origini, della formazione musicale, poetica e filosofica dell’autore – questo nuovo libro si configura come sviluppo naturale, come secondo movimento di una partitura già avviata.

Il riferimento rossiniano, già esplicito nel titolo generale del progetto, qui si fa ancora più pertinente.

Come Rossini nei suoi Péchés, anche Di Pietro alterna brani di pura invenzione a esercizi di stile, ironie quotidiane a momenti di sorprendente profondità. Non cerca la perfezione, ma la libertà: la possibilità di giocare con la forma, di piegarla, di reinventarla.

Lo dichiara lui stesso, in una sorta di epigrafe programmatica: «Innovazione:/ampliamento dell'oggetto poetico / ripescando gli armonici / della Tradizione / per ripensarli / in ogni direzione.».

È un manifesto di poetica che attraversa l’intero volume. Ma, del resto, un caratteristico peccato di vecchiaia è in questo caso anche l’impulso a voler tornare sulle orme del proprio intero percorso di vita creativa per poter riprendere, raffigurare e ribadire i criteri essenziali della propria progettualità artistica nel suo complesso.

Fra i molti dispositivi linguistici che attraversano questo secondo album, merita una breve attenzione l’intercalare you know, a cui Di Pietro fa riferimento con insistenza ironica nel primo capitolo. Non si tratta di un semplice tic, né di un ammiccamento all’oralità anglofona: è piuttosto il sintomo di un uso ormai inflazionato di questa formula, divenuta riempitivo globale tanto tra i parlanti inglesi quanto tra molti italiani che la inseriscono automaticamente anche nel discorso in italiano. È un fenomeno che segnala un più ampio processo di uniformazione dell’italiano agli usi anglofoni e, insieme, un progressivo indebolimento della lingua parlata, sempre più appiattita su formule translinguistiche, intercambiabili, sradicate. L’impiego deliberatamente eccessivo di you know diventa così un piccolo dispositivo critico: un modo per mettere in scena – quasi teatralmente – la fragilità del parlato contemporaneo, la sua deriva verso un’oralità scomposta, ibrida, spesso inconsapevole. È una scelta che si accorda perfettamente con la poetica dell’autore: far risuonare gli “armonici della Tradizione” anche attraverso gli scarti, gli attriti, le incrinature della lingua di oggi.


I. La città, la scuola, la famiglia: il teatro del reale


Il primo capitolo si apre con un omaggio alla flânerie parigina, con le parole di Yves Montand («J’aime flâner sur les grands boulevards…»), subito rovesciato dall’irriverenza godardiana («Si vous n’aimez pas la mer… allez vous faire foutre!»). È un doppio registro che definisce il tono: leggerezza e disincanto, nostalgia e sarcasmo, lirismo e satira.

Il tema educativo – già presente nel primo album – qui si approfondisce con una lucidità quasi antropologica. Le citazioni di d’Azeglio, Freud, Jung, Giovenale, Courteline e persino dei Proverbi biblici costruiscono un coro polifonico che introduce il lungo poemetto Ma poi uscirai di casa…, uno dei testi più significativi del volume.

Qui Di Pietro mette in scena, con ironia e amarezza, la deriva di un’educazione che produce fragilità, narcisismi, illusioni di onnipotenza. Il monello che strappa gli occhiali, il padre che ride, la madre che giustifica, la cugina che recita romanticismi di maniera: è un piccolo teatro familiare che diventa allegoria sociale.

Il finale, con lo zio Innocenzo che schiocca un bacio e il poeta che perde il treno, è una perfetta chiusa rossiniana: comica, malinconica, rivelatrice.


II. Philia, Agape, Amour: le forme dell’amore e della solitudine


Il secondo capitolo è il cuore emotivo del volume, in particolare nella seconda parte, che si apre con Victor Hugo («L’amour n’a point de moyen terme: ou il perd, ou il sauve»), e da subito si capisce che qui l’autore affronta l’amore nelle sue forme più alte e più contraddittorie: philia, agape, eros.

I tre testi ripresi da opere precedenti – Cuore d’amico, La fede sua, S’offerènza – costruiscono una sorta di trittico sull’amore come dono, sacrificio, dedizione.

Il poemetto Il cuore e il magnete è uno dei momenti più intensi del libro: «Sta in quell’incontro che

attirato attira / l’ultimo dei misteri dolorosi».Le citazioni bibliche («Amate i vostri nemici…») e leopardiane («Nobil natura è quella che… tutti abbraccia con vero amor») ampliano il campo, mentre Pirandello e Longanesi introducono la dimensione ironica e disincantata del “fare il bene”.

Il poemetto si distingue per una meditazione sull’amore come forza fisica, come attrazione inevitabile, come mistero che ferisce e salva.

Segue Cuor di Snoopy, un testo sorprendente, tenero e satirico insieme, in cui un cane filosofeggia sull’amore umano:

«Voi umani, debolucci e peccatori… Da cani, imparerete mai ad Amare?».

È un rovesciamento ironico che illumina la fragilità dei sentimenti umani.

La sezione si chiude con una serie di testi sulla malinconia, la memoria, la solitudine: Verlaine, Hesse, Baudelaire, Lukács, Lewis.

Il poemetto Spleen è una meditazione sulla malinconia come forza che “ti vuole uguale a sé”, come sofferenza che purifica e rivela.


III. Realtà, metafora, allusione: la poesia civile e il pensiero


Il terzo capitolo è il più complesso e il più ambizioso.

Qui Di Pietro affronta la dimensione civile della poesia, ma lo fa con una profondità che intreccia Pavese, Campanella, Leopardi, Manzoni, Sbarbaro, Ungaretti.

Il testo Noi (11 settembre 2001) è un esempio di poesia civile che non cede alla retorica: immagini marine, colori, movimenti minimi diventano metafora della vulnerabilità umana.

L’Epitaffio è un piccolo capolavoro: una meditazione sulla viltà e sul coraggio, sulla pietà e sulla giustizia, che si chiude con un ammonimento che è anche una sospensione del giudizio.

Onda, che non domandi è una delle liriche più alte del volume: una riflessione sulla colpa, sul dolore, sulla richiesta impossibile di assoluzione.

La poesia diventa qui un luogo di interrogazione metafisica.

Bastet vi perdoni introduce la leggerezza ironica, ma è un’ironia che rivela: i gatti temerari che salgono troppo in alto sono metafora di ogni hybris umana.

La sezione finale – dedicata alla riflessione su Il vero, il bello…l’anello che non tiene – è un vero trattato poetico. Montale, Calvino, Eliot, Wittgenstein, Dostoevskij, Leopardi: tutti diventano interlocutori in un dialogo serrato sulla parola, sulla sua insufficienza, sulla sua necessità.

Il tema dell’ineffabilità – del Bello che non si può dire, del Vero che la parola tradisce – è il punto culminante del libro.E la figura del Gatto meditante di Eliot diventa simbolo perfetto: un essere che “contempla il pensiero del suo nome”, e così custodisce ciò che non può essere detto.


IV. Lo stile: tradizione, variazione, endecasillabo in libertà


C’è un tratto che attraversa l’intero volume, pur senza imporsi mai come dichiarazione di poetica: la centralità del ritmo. Di Pietro lavora sulla lingua come un musicista che conosce perfettamente la partitura, ma sceglie di suonarla con libertà, con improvvise deviazioni, con un gusto per la variazione che è insieme gioco e rigore.

La sua scrittura si muove fra registri lontanissimi — il colto e il popolare, il lirico e il satirico, il biblico e il quotidiano — ma non perde mai l’equilibrio. Questo equilibrio nasce da una fedeltà sotterranea alla tradizione metrica italiana, e in particolare all’endecasillabo, che qui non è mai ostentato, mai scolastico, mai “da manuale”.

È un endecasillabo carsico, che affiora e scompare, si spezza, si maschera da prosa, da dialogo, da invettiva, da racconto teatrale. Un endecasillabo che non vuole essere riconosciuto, ma che struttura il respiro del testo: una sorta di spina dorsale invisibile che permette alla lingua di oscillare senza cadere.

In questa libertà di movimento, in questo gusto per la variazione e per la deviazione improvvisa, si riconosce anche la presenza – talvolta esplicita, talvolta sotterranea – dell’alter ego dell’autore, Momo Sabazio: la sua maschera ironica, sorniona, capace di trasformare la tradizione in gioco e il gioco in conoscenza.

Lo si vede bene nei poemetti più narrativi, come Ma poi uscirai di casa…, dove il verso si distende, si allunga, si contrae, ma mantiene sempre un’onda ritmica che richiama la grande tradizione satirica italiana — da Giusti a Palazzeschi — pur reinventandola in chiave contemporanea. E lo si avverte anche nei testi più meditativi, dove l’endecasillabo diventa una misura interiore, un modo di dare forma al pensiero senza irrigidirlo.

Questa scelta non è nostalgia né manierismo: è un modo per ripescare gli armonici della Tradizionecome scrive l’autore, e farli risuonare in direzioni nuove. Il risultato è una lingua che sa essere insieme antica e modernissima, capace di accogliere citazioni alte e scarti colloquiali, aforismi e parodie, lampi lirici e dialoghi farseschi.

La libertà formale del volume – la sua natura di “album”, di raccolta volutamente eterogenea – trova così un principio di coesione proprio nel ritmo: un ritmo che sostiene e accompagna, senza mai imporre o disciplinare in maniera rigida e prescrittiva.È forse questo il tratto più riconoscibile della maturità stilistica di Di Pietro: la capacità di abitare la

tradizione senza esserne prigioniero, di farne un luogo di gioco, di invenzione, di conoscenza. Una tradizione che non viene citata, ma respirata.

E proprio da questa libertà formale — da questo modo di abitare la tradizione senza irrigidirla — nasce il senso più profondo del libro, che si rivela pienamente solo guardando l’opera nel suo insieme.


Conclusione: un’opera matura, libera, necessaria


Questo secondo album dei Péchés de Vieillesse non è un semplice seguito, ma un atto di continuità creativa. Riprende i temi del primo – la responsabilità della parola, la tensione tra tradizione e innovazione, la satira come forma di conoscenza – e li sviluppa con una libertà maggiore, con una leggerezza più consapevole, con una profondità che non rinuncia mai all’ironia.

È un libro che, come i Péchés rossiniani, vive di variazioni, di ritorni, di improvvise illuminazioni.

Un libro che conferma che la vecchiaia, lungi dall’essere un tramonto, può diventare un laboratorio di forme, un luogo di sperimentazione etica ed estetica.

Un libro che, come scrive l’autore traducendo da T.S.Eliot, nasce da «cocci eretti a puntello delle mie rovine» e li trasforma in poesia.

Roberto Vittorio Di Pietro ci consegna così un’opera matura, libera, necessaria.

Un’opera che non consola, ma accompagna.

Che non giudica, ma osserva.

Che non chiude, ma apre – con un sorriso obliquo.


domenica, luglio 19

Love and fight. Ama e lotta di PADRE MAURO ARMANINO



                 

Love and fight. Ama e lotta
A Genova, come di certo da altre parti nel mondo, la politica si trova scritta sui muri. Forse avrete l’occasione di prendere il bus numero 17 dell’AMT, Azienda Municipalizzata dei Trasporti, in chiara difficoltà di gestione. Andando in direzione Nervi, dopo il Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino vi fermate alla stazione Europa 15/Piazzetta. Noterete una frase sul muro del condominio alla vostra destra. Una ringhiera con dei fiori, forse ricordo di una madre che ha perso il figlio proprio accanto e, quasi come un commento all’accaduto, le due parole citate. Love and Fight, in inglese. Ama e Lotta, tradotto in politica e dunque nella vita. Cade bene in questi giorni nei quali si è fatto memoria dei 25 anni dal G 8 di Genova e dell’alternativo ‘Genoa Social Forum’. Ama e fai ciò che vuoi, scrisse Sant'Agostino nelle sue note ‘Confessioni’. Lottare è dunque una delle possibili messe in pratica del detto.



Tutt’altro che ingenuo fu lo stesso Agostino di Ippona, Annaba nell’attuale Algeria, a strappare il velo ideologico della pax romana e mostra come quella pace sia stata costruita attraverso innumerevoli guerre di conquista. Un ordine dunque fondato sulla violenza e sulla sottomissione dei popoli. Perché, scrive provocatoriamente Agostino, quando ‘Togli la giustizia che cosa sono i regni se non grandi bande di briganti?’. Proprio ciò che i giovani e gli adulti del Social Forum in questione affermarono all’inizio del millennio con la globalizzazione dell’esclusione. Vista l’assurda violenza delle forze ‘dell’ordine’ di quei giorni, l’identità dei briganti si è vista confermata. Ama e lotta è pure ciò ha voluto lasciare come eredità scritta anche con la vita qualcuno che solo trasformato in mito poteva essere tradito. Si tratta di Ernesto ‘Che’ Guevara. ‘Essere duri senza perdere la tenerezza’, diceva.



...’La rivolta è sempre un atto d’amore. Poiché lottare è per definizione spiacevole, ha dei costi psicologici e talvolta fisici enormi. Per questo non lo si fa se non si è spinti da grandi passioni. La lotta, che sia intellettuale o politico-sociale, non si origina se non si teme di perdere qualcosa di vitale, se non si sente la propria condizione come insostenibile e si vuole ardentemente conquistare e godere qualcos’altro’. Lo sottolinea Rosa Fioravante, ricercatrice, in un articolo pubblicato anni fa sul blog ‘striscia rossa’, nel commento al film sulla vita della famiglia del giovane Karl Marx. Nella frase scritta sulla parete del condominio, forse non casualmente, Love è scritto prima di Fight come a suggerire che la lotta, la rivolta, l’azione sovversiva dovrebbe scaturire da una profonda passione per l’umano ferito e nascosto in tutti.
La lotta, secondo la frase in esame, non è il frutto dell’odio, della cancellazione dell’altro e della sua umanità. Non è scritto ‘Hate et Fight’, Odia e Lotta...ma si usa il verbo Ama che, pur nella sua difficoltà interpretativa, insinua senza dubbio il rispetto dovuto alla dignità di ogni persona. In altri termini si potrebbe affermare che dinnanzi al ‘nemico’ o avversario di classe non tutti i mezzi di lotta sono compatibili col primo dei verbi. Ciò, non significa affatto cadere nell’irenismo ingenuo che poi fa il gioco del sistema di dominazione. Non vogliamo altri buoni ‘giustizieri’ che soli detengano la verità della storia e della politica. Gente che ha tutte le risposte anche quando sono cambiate le domande. Abbiamo invece bisogno di gente che tenga desta la speranza di un altro mondo possibile. E ancora sant’Agostino sottolinea con saggezza e realismo come la speranza abbia due figli, Sdegno e Coraggio. Sdegno per la realtà delle cose e Coraggio per cambiarle. Per questo Nelson Mandela ha passato 27 anni in carcere!


A Genova e forse anche altrove, la politica è scritta sui muri. Anche se non è la nostra destinazione potremo, quando lo sentiremo necessario, prendere il bus e poi sostare accanto alla fermata Europa 15/Piazzetta. Sulla parete troveremo ancora lo scritto Love and Fight. Ama e Lotta perché solo così il mondo possibile è adesso.

              Mauro Armanino, Genova 19 luglio 2026

sabato, luglio 11

UN RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO OCD, di ALESSANDRA GIUSTI

Mi chiamo Alessandra Giusti, sposata Leveque

ho sessantasette anni; milanese, abito da tanti anni in Valle d’Aosta nel paese di mio marito. Mia mamma conobbe Padre Nicola nel 1981, quando egli insegnava religione nella stessa scuola elementare milanese dove ella era maestra. Tra lui e i miei genitori scattò un’immediata simpatia e comunione di idee; nel 1984 mio marito e io avemmo la possibilità di conoscerlo anche di persona, dopo averne tanto sentito parlare. Si instaurò anche con noi un ottimo rapporto e successivamente, dopo la nascita di nostra figlia, anche con lei. Rapporto che è continuato fino alla scomparsa del nostro Amico, e che continuerà fino a quando ci ritroveremo di Là. Avrei da raccontare tanto in merito a Padre Nicola, a partire dal momento in cui ebbi la fortuna di conoscere la sua amata mamma Concetta, che, quando il figlio andava a trovare, non mancava mai di portare in visita da noi. Ho potuto conoscere, anche se solo telefonicamente, anche la cara sorella Nicoletta, nonché, negli ultimi anni, di persona il fratello Beppe. Conobbi anche l’amico di sempre, Padre Vincenzo Prandoni ed altri Confratelli. Avrei tanto, ripeto, da raccontare. La corrispondenza, dapprima cartacea poi tramite email, tra Giappone, terra di Missione del Padre, e Italia, nonché quella dai vari monasteri e conventi dove visse Padre Nicola in Italia. Ho tanti suoi scritti, sia in prosa che in poesia; di lui mi ha sempre colpito il desiderio di essere partecipe delle sofferenze e dei lutti di amici, familiari e Confratelli tramite scritti poetici a corredo di opere d’arte sacra. Una forma di preghiera per quelli che ne sono stati destinatari e che hanno apprezzato. Tra di essi il ricordo commosso delle Suore della Congregazione delle Missionarie del Lieto Messaggio di Pontremoli (MS) e delle Monache Benedettine di Milano. Per quanto riguarda me e la mia famiglia, desidero narrare un solo, ma splendido, episodio. Nel 2023 mia figlia perse, alla fine del nono mese di gravidanza, la bambina che aspettava. Era sana e bella; sconosciute le cause. Padre Nicola ci fu vicino con delicatezza e seppe dirci parole di profonda fede e conforto. La nostra bambina divenne la sua; mi confidò che si rivolgeva a lei nei momenti di maggior difficoltà a causa della salute e la invocava affinché intercedesse per lui presso la Madonna, quale piccolo Angelo. Penso che basti questo a testimoniare la profonda fede del Padre e la sua sensibilità, se ce ne fosse bisogno. Adesso siamo noi a chiedere a lui di intercedere per noi, ancora pellegrini in terra. A Dio, Padre Nicola!

Alessandra e famiglia


Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei - Articolo di PADRE MAURO ARMANINO


             Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei


Troverete questa frase scritta su un pilastro metallico poco lontano dall’edificio che segnala il Porto Antico a Genova, giusto di fronte a Palazzo San Giorgio. Siamo nella zona chiamata ‘Caricamento’, spazio ambito e mitico che conduce all’ Acquario.  Don Andrea Gallo, prete genovese impegnato coi giovani ‘sulla strada’, aveva fatto sua questa frase coniata in realtà da don Luigi di Liegro. Quest’ultimo, fondatore della Caritas di Roma, menzionava il proverbio che dice ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’ e lo trasformò in ’dimmi chi escludi e ti dirò chi sei‘. Questa frase, titolo del concerto di maggio a Genova in memoria della morte di don Gallo, resta l’ispirazione della comunità di San Benedetto al Porto, da lui fondata. La verità della frase citata è stata messa in scena in grandezza naturale durante i fatti del G8 a Genova-A 25 anni esatti di distanza dall’evento di luglio del 2001


 


Chi scrive era partito l’anno prima in Liberia e per la prima volta nella sua vita aveva visto e toccato i segni e sintomi del ritorno della guerra civile nel Paese. Con occhi feriti da quello che stava accadendo in quel Paese dell’Africa occidentale ho preso parte ad alcuni degli avvenimenti che avrebbero caratterizzato il citato G8. Il clima di quel mese di luglio era quello che Genova conosce e la valorizza di mare e di colori. Anche le piazze e le strade erano rese nuove da decine di associazioni variopinte e da centinaia e poi migliaia di giovani che credevano, praticavano e sognavano ‘ un altro mondo possibile’. Questo era infatti il tema di fondo che continuava il processo dei forum alternativi a quello di Davos in Svizzera, emblema della globalizzazione genocìda. C’è stato Seattle negli Stati Uniti, Porto Alegre nel Brasile e Genova, che avrebbe potuto e dovuto essere un’ulteriore porta al futuro.

Ho visto, in realtà e contesto differenti, la stessa guerra civile che avevo lasciato, provvisoriamente, sulla sponda dell’Atlantico, in Liberia. Altre le modalità ma il resto c’era tutto. Bande di mercenari delle parole e delle promesse, militari armati, elicotteri, camionette d’assalto, lacrimogeni, bombe carta, pestaggi e torture in luoghi al riparo da sguardi indiscreti. Una guerra civile tra visioni contrapposte del mondo, della vita, del futuro e soprattutto del presente. Lo ricordava bene l’amico Enrico Euli, docente a Cagliari, nei suoi scritti...’La guerra è l’ultimo collante di una élite che si è impossessata degli Stati...quando agli inizi del XXI secolo, i cosiddetti ‘no global’ avevano posto le basi per una critica ecologica e pro-sociale della mondializzazione sfrenata a cui eravamo sottoposti, sono stati militarmente repressi, politicamente marginalizzati, culturalmente omessi’... 


Ancora Euli ricorda che ... ‘l’uscita dal mito global ora avverrà ma per mano dello stesso G8 (Russia inclusa) che faceva trincee intorno ad esso, barricandosi allora in zone rosse e reticolati di guerra contro di noi e oggi attraverso un conflitto armato che li separa tra loro...la guerra globalizzata sta prendendo quindi il posto della globalizzazione economica...il dominio borghese si è stancato anche di essere liberale’ . (Punture di vista - Global/No -Global- 21 aprile 2022). Certo, durante il Genoa Social Forum ho avuto il privilegio di conoscere Ivan Illich, uno dei massimi pensatori della crisi dell’Occidente del ‘900. Don Oreste Benzi e Susan George alla scuola Diaz, prima dei massacri. Il ricordo dell’assassinio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. La manifestazione del sabato con centinaia di migliaia di giovani e, il giorno dopo sulle macerie, la lettura del G8 operata da Riccardo Petrella.


Le guerre civili sono, appunto, il drammatico tentativo di messa in azione della frase scritta sulla struttura metallica della sopraelevata di Genova. ‘Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei’. L’etnia, la classe sociale, lo straniero e il barbaro sono tutti un nemico potenziale. Le categorie più vulnerabili ne costituiscono il bersaglio favorito. Ci troviamo in una guerra civile e i politici lo sanno molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo siamo qui per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri.

                     Mauro Armanino, Genova, luglio 202

domenica, luglio 5

A ricordo del Funerale di Padre NICOLA GALENO OCD



Carissima Dani,
la Signora Marta mi ha inviato il 1° luglio il racconto del funerale di Padre Nicola. Sicuramente l'ha inviato anche a te, ma lo deve avere messo in Bozze. La Signora è come me, non è molto pratica di computer; ieri mi ha scritto per scusarsi di non aver risposto a una mia email, che era convinta di avere spedito e che invece era rimasta in Bozze. 
Ti invio io il resoconto, lo trovi qui sotto. Penso di poterlo fare senza problemi visto che aveva detto anche a te che te l'avrebbe inviato.
Anche a me è dispiaciuto non prendere parte alle esequie, ma si fa come si può, cara Dani.

Tua Alessandra

Carissima Alessandra, ti ringrazio, come sono grata anche a Marta per l'invio così dettagliato dei funerali di Padre Nicola, che riporto qui sotto. 

Cara Alessandra e famiglia,
è incredibile il senso di pace che ha pervaso il mio cuore e quello degli amici presenti al funerale, anche di quelli che conoscevano il Padre solo attraverso di me.

Sono sicura che per la santità del nostro amatissimo Padre Nicola, seppure egli si sia presentato appena alla soglia del Cielo, ci vengono già elargite copiose Grazie!
Il viaggio in macchina mi ha permesso di conoscere meglio il signor Bianconcini, carissimo amico di Padre Nicola, (e che Padre Nicola desiderava vedere come mi ha detto venerdì 26 GIUGNO quando ero andata a trovarlo a Legnano).
Ho anche scoperto che il Signor Giancarlo Bianconcini conosceva molto bene i miei genitori! 

Giancarlo mi ha raccontato del Padre che conosceva dal 1975, quando Padre Nicola era appena arrivato a Bologna con Padre Vincenzo e un altro frate al Corpus Domini.

Il viaggio è andato benissimo fino a che siamo arrivati con mezz'ora di anticipo dalla chiusura della cassa, a 12 km circa da Legnano, poi c'era confusione nelle indicazioni stradali e così abbiamo girato in tondo per un po' di tempo ma siamo riusciti ad arrivare quando la cassa purtroppo era già stata chiusa, tuttavia al 2° Mistero doloroso del Rosario.

Francamente io avrei preferito il Misteri Gloriosi, comunque al 4° Mistero ci siamo interrotti perché erano le 10 ed è iniziata la S. Messa.  Tutta la funzione è durata fino alle 11:30.
Forse però il Padre ha apprezzato i Misteri dolorosi per quella "Scientia Crucis" che appartiene ai carmelitani e moltissimo al suo cuore.

La chiesa di S. Teresa del Bambino Gesù si è gremita pian piano perché era giorno lavorativo e, a fine Messa, quando ci sono state tre testimonianze c'erano persone fino in fondo alla chiesa.

Il funerale è stato concelebrato da numerosi frati, presieduto credo (?) dal Padre Provinciale (quello con la casula nelle foto che ti manderò) che ha fatto anche l'omelia, e il Priore che ha condotto le altre parti importanti della Messa. 
Nel presbiterio c'erano anche vecchi frati seduti.
Tra i concelebranti come si vede dalle foto, erano presenti alcuni frati direi indiani.
(Il Padre mi disse che i carmelitani indiani costituiscono il 50% dell'attuale ordine dei Carmelitani Scalzi)

Sulla bara del nostro amatissimo Padre è stata posta dal sacrestano la cappa bianca carmelitana (qui mi sono davvero commossa) e la stola bianca con un ricamo in oro che credo stesse a simboleggiare come il confine di un territorio (io ho pensato che rappresentasse la terra di Missione).

Il Vangelo è stato bellissimo: la proclamazione integrale fatta dal Priore di Legnano del Vangelo di Luca dell'episodio dei due discepoli di Emmaus.
Ecco, durante questa lettura mi sono proprio commossa perché pensavo che anche il nostro Padre diventerà partecipe della conoscenza dei Misteri "insondabili" del dolce Signore (così amava ripetere spesso nelle sue liriche) ...posso solo "lontanissimamente" immaginare quale Gioia sublime custodirà nel suo cuore ardente...

L'omelia è stata fatta a braccio, senza fretta e lunga. Il Padre provinciale ha dedicato una parte cospicua per parlare della Salvezza a cui siamo destinati e a spiegare il testo di S. Luca, inserendo qua e là riferimenti al nostro Padre Nicola.
Poi via via si è concentrato di più sul Padre Nicola stesso.

Sinceramente conoscendo Padre Nicola, la mia impressione (e di Cristina Berselli figlia della Signora Alma di Bologna a cui il Padre era molto legato) è stata che chi parlava conoscesse un po' superficialmente il nostro Padre, tuttavia, ha esordito subito, penso proprio ispirato dal Cielo, dicendo che Padre Nicola aveva 
un'impronta mistica e che preparando la Messa, i Padri Carmelitani avevano proprio voluto scegliere quel brano del Vangelo per le esequie.
Sono state ricordate anche le liriche del Padre (ma gli è anche scappato detto che potevano sembrare un po' come un divertimento). È stato fatto riferimento anche al cuore poetico di S. Giovanni della Croce.

Hanno ricordato come il Padre scattasse foto degli eventi che accadevano (però nessun riferimento alle opere d'arte cristiane...)
È comunque stato ricordato, (dal Priore a fine Messa quando sono state fatte le testimonianze) con un misto di ammirazione e stupore, il suo modo di mettersi in relazione con un numero imprecisato di persone di tutti i tipi, anche molto e imprevedibilmente dilatato, tramite il computer, portando a esiti anche incredibili!

Tutta la Messa e le esequie sono state accompagnate dai canti del bel coro numeroso, collocato dietro l'altare e da un grande organo dal bellissimo suono.
Alla fine il Priore ha introdotto le testimonianze, ricordando come ho accennato, tratti più precisi della vita di Padre Nicola. 

Il rito dei funerali che vengono fatti in Lombardia è bellissimo perché poco dopo l'inizio della Messa vengono invocati per nome tutti i santi maggiori e in questo caso si è concluso con l'invocazione a tutti i santi carmelitani a cui da ora si aggiunge anche il nostro amatissimo Padre Nicola.
(Questo mi riempie di immensa gioia e mi commuove moltissimo)

Alla fine sono state fatte le testimonianze.
Un carissimo confratello più o meno coetaneo di Concesa, Padre Giuseppe Pozzobon (poi vedi foto) dal sorriso bello e un modo di parlare con il cuore in mano e con il quale Padre Nicola si sentiva quotidianamente, (dall'impressione che mi ha fatto penso proprio vi fosse tra loro molta sintonia) ha detto che Padre Nicola per S. Giuseppe gli aveva mandato una lirica su San Giuseppe in cui ripercorre tutti i testi del Vangelo che parlano del Patriarca, raccomandandoli di tenerla da conto perché voleva che fosse letta al suo funerale. Così è stato, dopo questa introduzione, il Priore ha dato lettura di questa bellissima lirica e testamento spirituale del Padre Nicola.



Santuario di Santa Teresa del Bambino Gesù e affresco sulla cuspide dell'altare rappresentante tutti i santi Carmelitani, dipinto dall'artista rumeno Emilian Nicula giusto in tempo poco prima che morisse.

Dopo sono andata io.
Le tante preghiere degli amici e il dolce imperativo di Sr. M. Rosa
(" fatti forza") mi hanno dato davvero una gran forza ...incredibile. 
L'assemblea ha ascoltato in silenzio assoluto e con grandissima attenzione quanto dicevo, compresi i Padri carmelitani (e percepivo che per alcuni di loro fosse una scoperta.

 Questa sensazione l'ho percepita distintamente, ma mi è stata confermata da Bianconcini e poi da Cristina Berselli (figlia di Alma Boldrini Berselli, che il Padre amava come una seconda mamma, e viceversa la Signora Alma lo amava con un così grande rispetto che dopo la sua morte ha saputo dai figli che la Signora vedeva in Padre Nicola quel figlio sacerdote che avrebbe voluto tanto avere).
Mi hanno detto che mentre parlavo sono riuscita a trasmettere dei sentimenti che hanno toccato il cuore.
L'ultima testimonianza, breve e bellissima, è stata dei fratelli del Padre. Nicoletta ha detto che vuole ricordare Nicola, quando erano bambini e allora, ancora di nome Antonio, caricava i fratelli su una sedia e li scarriolava mentre tutti cantavano una allegra canzone.

Finita la Messa, la bara è stata benedetta dal Padre Provinciale (? quindi) è stata caricata sull'auto e poi tutti i frati presenti hanno cantato in gregoriano a Maria: Flos Carmeli.
Bianconcini, io e poi Cristina Berselli (che si è presentata e ci ha chiesto un passaggio per il ritorno…
Infatti. nella mattina aveva perso delle coincidenze così da Rho aveva preferito prendere un taxi per Legnano...) abbiamo deciso di andare al Cimitero Monumentale per aspettare le 15:00- 15:30 quando sarebbero tornati tutti per l'inumazione.
Cristina, essendo arrivata in tempo per vedere la bara aperta, ci ha girato nel frattempo la bellissima foto del Padre che qualcuno aveva scattato.

Al cimitero ne abbiamo approfittato per cercare la tomba dei Carmelitani, ma il luogo, che sembrava abbastanza piccolo, sotto il sole delle 12:30 era decisamente troppo grande!

Il camposanto è molto bello perché ci sono alcune tombe di famiglia vere e proprie piccole chiese, o piccoli mausolei, statue, ma tutte le altre tombe hanno le lapidi a terra e camera sotterranea.
Più tardi sono arrivati gli addetti del cimitero e non sapendo quando sarebbero giunti i famigliari e il Priore, hanno pensato bene di portare sotto il portico d'ingresso, dove incredibilmente soffiava una bella arietta, la bara del Padre e appoggiarla già sul carrellino.
Io sono stata felice perché mi sono posta vicino alla bara fino alle 15:30, tenendo appoggiata una mano sul coperchio parzialmente rivestito da una bella e profumata composizione di gigli e di altri fiori bianchi che certamente sono piaciuti molto al Padre.



Non ho potuto assistere nella mattina alla chiusura della bara, ma ora recuperavo, ringraziando il Signore e benedicendolo a nome di tutti gli Amici di Padre Nicola che non poterono essere fisicamente presenti, dunque anche per la famiglia Leveque.

Pensa che in passato più volte il Padre mi ripeteva: "chissà quando muoio se qualcuno ti avviserà" e invece   la Mamma Celeste ha predisposto tutto con dolcezza di madre.
I Carmelitani scalzi hanno uno spazio sotterraneo molto grande, tanto che è denominato: Campo carmelitani.
In realtà è facilissimo arrivarci.

Si percorre il viale centrale (praticamente senza alberi) di fronte al cancello di ingresso al cimitero, si va oltre una costruzione alta che è al centro del vialetto e che in parte si ispira al Mausoleo di Teodorico, e pochi metri dopo si gira a sinistra dove c'è scritto Campo M. Lì è facile individuare le tante piccole lapidi dei Carmelitani.
Abbiamo aspettato il Priore che ha definitivamente benedetto la bara che è stata calata nel sepolcro sottostante.
Cara Alessandra più tardi o domani ti mando le foto.
Tieni presente che non amo fotografare durante la Messa né spostarmi in Chiesa per avere la migliore inquadratura.
Serena notte.
Marta

Attendo le foto che spero la Prof. Marta si sia ricordata di inviarti. Lei è la vedova del pittore Angelo Titonel, ottimo artista che dipinse tante immagini di Padre Pio, e che si possono vedere a questo link, sotto titolate dal liriche di Padre Nicola, così l'arte cammina a braccetto. 


Bisogna ringraziare Padre Nicola per aver messo in contatto le sue amicizie femminili, ovvero Alessandra Giusti Leveque, Marta Montanari Titonel e la sottoscritta Danila Oppio. Così ricordandolo tra noi, lo teniamo in vita nei nostri cuori e pensieri, e nelle preghiere. 
Vorrei aggiungere alcune informazioni: 
Padre Nicola ora riposa nello stesso luogo dove è stato deposto Padre Vincenzo Prandoni, suo carissimo confratello e amico. 


Questo Padre è il fratello della mamma del notaio Vittorio Zambon il quale  dirige anche il coro parrocchiale e suona l'organo in chiesa. Lo conosco bene perché si è occupato di pratiche per la mia famiglia.
 
Il titolare delle Onoranze Funebri Luoni, che un tempo erano gestite dai    nonni di Marco Cera, ora se ne occupa il nipote con grande attenzione, infatti si è preso cura anche delle esequie di mia madre, avvenute 5 anni fa, perché Marco era un ragazzino che frequentava il catechismo dell'iniziazione durante il quale ero la sua catechista, e l'ho sempre seguito con affetto sincero. 
Un altro appunto: dietro lo spazio Carmelitano nel cimitero monumentale di Legnano, ce n'è un altro dedicato ai bambini deceduti piccolissimi, magari anche appena nati. E lì riposa anche il mio nipotino Jacopo, tornato al cielo solo un'ora dopo essere venuto alla luce. 
 A Legnano non c'è solo il cimitero Monumentale, ma anche un altro molto più grande, ai limiti della città che si è ingrandita e quindi il Camposanto antico non può più accogliere altri abitanti del luogo. 
Non ho ancora ricevuto le foto relative al funerale di P. Nicola, per cui aggiornerò questo articolo non appena le mie amiche Alessandra o Marta me le invieranno.
Intanto vorrei ricordare un altro amico di di Padre Nicola, Cosimo Canuto, detto anche Imo White, che ha creato e curato due siti online, che sono i seguenti: 
Una preghiera vola ora in Cielo dedicata al nostro amico Carmelitano Padre Nicola Galeno. 

Alessandra Giusti Leveque, Marta Montanari Titonel e Danila Oppio