POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari.
Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.
Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare.
Sulla banda destra della home page, potete leggere i miei quattro e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina.
Aggiungo che nella barra a destra della home page ci sono 4 mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella.
Buona lettura e buon ascolto!

mercoledì, luglio 21

LE PAROLE DEL VENTO di UMBERTO DRUSCHOVIC - Impressioni di lettura di DANILA OPPIO


L'AUTORE UMBERTO DRUSCHOVIC


LA COPERTINA DELLA SILLOGE POETICA

LE PAROLE DEL VENTO di UMBERTO DRUSCHOVIC

IMPRESSIONI DI LETTURA DI DANILA OPPIO

Da qualche tempo sul mio comodino occhieggiava la silloge poetica di cui al titolo, ricevuta dalla comune amica Alessandra Giusti, contenente la gradita dedica dell’autore.
Un bel regalo, poiché avevo già avuto modo di leggere, e pubblicare sui miei blog, un paio di poesie di Druschovic, che mi avevano piacevolmente colpito. 
Leggere l’intera raccolta, si è rivelata una bella sorpresa. 
Ho atteso il momento giusto, per assaporare in tutta tranquillità il contenuto del libro, che ha preso e portato in alto il mio spirito.
Ho trascurato, all’inizio, la lettura del prologo di Angela Ambrosini, per non essere influenzata dall’opinione altrui. Non sono un critico letterario e non amo servirmi di un linguaggio tecnico, che neppure conosco nei dettagli. 
Da anni, un ottimo poeta e critico letterario torinese, cerca di inculcarmi la tecnica sopraffina dello stile, proprio dei grandi poeti, cominciando da Dante, e a seguire tutti gli altri che studiavamo a scuola. Della prefazione di Ambrosini, che poi ho letto con attenzione, ho trovato un mio stesso pensiero: 
“Serve separare la vera parola poetica dalla parola-linguaggio, dell’assordante cicaleccio pseudo letterario da cui spesso siamo soffocati”. 
La Poesia, con l’iniziale maiuscola, deve accarezzare il cuore e lasciare la sua impronta. Questo il mio spassionato parere, e quella dell’autore fa vibrare le corde dell’anima.
Costringere, dentro un meccanismo predefinito, la spontaneità del poeta, mi è sempre apparso come imprigionare la libertà di espressione. Corrisponde allo stesso pensiero di Rafael Alberti: il canto deve poter librarsi in volo, rompere le barriere di una reale o ipotetica prigione, e salire in alto. 
Bando quindi alla metrica perfetta, alle rime baciate o alternate, ai settenari o agli endecasillabi, per dar risalto al fono-simbolismo e alla vocalità poetica, quella che ho ritrovato intatta nei versi dell’autore. 
Nel linguaggio letterario, con il termine fono-simbolismo si definisce la capacità poetica di trasmettere impressioni, allusioni, emozioni, sensazioni, o altri messaggi, attraverso il semplice suono delle parole. Il valore fono-simbolico si fonda sul significante, E, nel testo poetico in particolare, è basilare la qualità del significante, cioè la forza espressiva che le parole assumono all’interno del sintagma, che si manifesta attraverso la sostanza soprattutto fonico-ritmica. I suoi fenomeni ci dimostrano come il suono non sia un semplice veicolo del messaggio comunicato dalle parole, bensì possieda una propria suggestione indipendente, così che le forme ritmiche assumano un ruolo di primo piano. 
Questo è quanto mi hanno trasmesso le composizioni poetiche di Druschovic, di una musicalità tale, da avvertirne il canto dentro l’anima. 
Ho provato emozioni che pochi poeti riescono a trasmettermi. Ho letto poesie stucchevoli, studiate nella metrica e nelle rime perfette, ma talmente asettiche, da lasciarmi indifferente. Ho letto scritti, impropriamente definiti “poesia”, ma se manca la caratteristica principale per definirla tale, che è la musicalità, vera vocalità poetica tutto sono, meno che quel che si vorrebbe far intendere.
Per terminare, senza sviolinate che non fanno parte del mio essere, posso solo confermare che la scrittura poetica dell’autore contenuta in Le parole del vento, trasmette un’intensa musicalità, tocca nel profondo e lascia la certezza di aver incontrato un grande poeta, dalla delicata sensibilità, dettata da un cuore che palpita e che emoziona chi è assorto nella lettura delle sue composizioni, quasi fossero musica che nasce dall’anima e sale verso l’Alto. 
Traspare dal testo, una profonda spiritualità e il viscerale amore per la Natura.
Ringrazio Umberto Druschovic per la viva sensazione che mi è stata donata, attraverso la sua silloge. E grazie ad Alessandra, per la gradita sorpresa dell’invio della raccolta poetica di così grande autore.

Danila Oppio


 

domenica, luglio 18

A QUATTRO MANI di RENATA RUSCA ZARGAR

 



A QUATTRO MANI

Nella casa quasi di fronte a quella dove siamo noi, un po’ più avanti sulla strada, c’è una fanciulla che gioca sempre nel suo giardino. Là ci sono anche delle grandi piante di fico zeppe di frutti in via di maturazione. Quella ragazza ha delle belle bamboline, mi sembrano con i capelli neri neri a trecce, e tanti altri oggetti per divertirsi. Ma anch’io mi diverto, qui si sta bene, la padrona è gentile e ha permesso alla mamma che lavora per lei di tenermi con sé. Nell’orto, ci sono tanti piccoli sassolini e io passo il tempo a contarli, poi, quando la mamma viene a raccogliere la verdura, la seguo con la cesta e l’aiuto.

Ieri ho visto quella bimba che salutava un uomo grande che usciva da casa sua tutto elegante nella toga bianca. Forse è suo padre…

Nella casa che si trova dall’altra parte della strada, poco distante dalla mia villa, c’è una bambina che avrà più o meno la mia età, forse qualche anno di meno. La vedo che ogni tanto guarda da questa parte e che vorrebbe, forse, parlarmi, ma sembra non ne abbia il coraggio. Così ho chiesto alla mamma chi sia ed ella mi ha risposto che è la figlia di una liberta che lavora per Tertilla Octavia, la signora che viene da Roma a passare qualche tempo di riposo nella sua casa qui a Ercolano, proprio come facciamo noi.

Dato che io mi annoio qui, lontana dalle mie amiche di Roma, voglio giocare con lei, anche se non è di una nobile famiglia come la mia. 

La giovinetta del giardino di fronte è venuta qui e mi ha chiesto se voglio giocare con lei. Io le ho detto di sì. Si chiama Cornelia ma tutti la chiamano Secunda, suo padre è Gneus Cornelius Nasica, un uomo molto importante! È molto bella, ben vestita, e porta alcuni gioielli come orecchini pendenti con le perle e una bella collana girocollo in oro. Ella mi ha fatto vedere le sue bamboline, vengono dall’Egitto, non ne avevo mai viste! I loro capelli neri neri sono agghindati in treccioline piccole piccole e portano al collo un ciondolo a forma di scarabeo. Qualcuno degli amici di molto valore di suo padre gliele ha regalate e lei me le ha fatte persino toccare! Ha poi tante altre cose per passare il tempo e mi ha detto che a Roma, dove vive in una casa meravigliosa, ne ha molte di più. Là ha anche un maestro che le insegna a leggere e scrivere. Ora è in vacanza, deve solo riposarsi e divertirsi.

Sono andata dalla bambina che vedevo sempre. Si chiama Primilla. È simpatica, anche se parla poco e arrossisce spesso. Ha otto anni, qualche anno meno di me, ma sembra più grande. Le ho mostrato i miei giochi e raccontato della mia vita a Roma. È rimasta incantata perché lei e sua mamma sono poveri. Suo padre, che era un liberto, è morto da diversi anni e sua madre lavora presso Tertilla Octavia: è una cameriera molto fidata e anche una buona cuoca. Quest’anno Tertilla le ha permesso di condurre con sé la figlia perché la nonna che la teneva è morta anche lei. Primilla è rimasta molto stupita del fatto che sapessi leggere e scrivere. Le ho spiegato che quest’anno, quando sarò di nuovo a casa, a Roma, mi prenderanno un precettore per imparare ancora di più: la letteratura latina e greca, la retorica e il diritto. A dir la verità, io non ne ho tanta voglia, ma mio padre dice sempre che le ragazze di buona famiglia devono conoscere almeno alcuni elementi di queste materie così potranno conversare con il marito e i loro amici della buona società. Invece, Primilla mi guardava con due occhi! Si capiva che le sarebbe tanto piaciuto studiare tutte queste materie… Io farei cambio volentieri: lascerei lei a studiare e io andrei a gironzolare per le strade, le terme, le palestre!

Mi ha parlato della sua casa, delle stanze con dipinti alle pareti… In uno, mi ha detto, ci sono dipinti uva, mele, nespole, in un vaso trasparente su di un tavolo. A fianco, c’è una piccola anfora che si appoggia a un altro vaso di terracotta colmo anch’esso di frutta… Tutto è talmente bello da sembrare in rilievo!

Io le ho spiegato, invece, che stavo con la nonna che abitava in un’insula, le stanze erano annerite dal fumo, c’era sempre rumore, la gente andava e veniva nel palazzo e faceva tanto chiasso.

Ora la nonna non c’è più e la mamma mi ha ripresa con sé. La padrona le permette di tenermi a patto che io aiuti un po’ in casa a sbrigare alcune faccende. A me piace aiutare la mamma o le altre donne che lavorano per Tertilla Octavia. Certo, preferirei leggere quei fogli che si srotolano, sapere cosa c’è sopra. Invece, quando vado per la strada e vedo le insegne o le scritte sui muri, non le capisco, non so cosa vogliano dire! È brutto vedere quei segni e non sapere cosa dicano, osservarli e non poterli riconoscere, è come avere mal di pancia e non sapere perché, si sta a disagio. Ho provato molte volte a fissarli, quei segni, per vedere se riuscivo a scoprire il loro segreto, ci sarà pure un segreto! Ma non l’ho capito!

Oggi Primilla mi ha chiesto se potevo leggerle qualcosa. Allora ho preso dalla nostra biblioteca un volumen   che mio padre ha comprato da poco in una libreria a Roma dove va di solito e incontra i suoi amici letterati. Ella mi guardava con gli occhi sgranati mentre svolgevo il rotolo di papiro e leggevo le varie colonne, osservava la pergamena con il titolo e l’autore e la sovraccoperta di pergamena colorata con la porpora. Certamente, dove è stata fino ad oggi, come mi ha spiegato, con sua nonna, in un’insula molto affollata, non c’erano libri di sorta! A dire la verità, sono passata spesso nelle strade dove ci sono le abitazioni dei poveri, ma non vi sono mai entrata, non ho mai salito le scale che portano ai piani superiori. Ho visto le botteghe del pianterreno, i venditori di garum , di pane o altro. Primilla mi ha raccontato che, salendo molte scale strette e buie si arrivava all’appartamento della nonna, due misere e anguste stanze illuminate da una finestra rettangolare. Negli altri ambienti del palazzo, vivevano tantissime persone, andavano, venivano, gridavano, piangevano, litigavano, facevano tanto rumore quasi a tutte le ore del giorno. Non c’era mai pace. Per prendere l’acqua si doveva andare fino in fondo alla via, d’inverno faceva abbastanza freddo, specialmente in certe giornate gelide, sembrava che dai muri e dall’unica finestra, seppur chiusa dallo sportello di legno, entrasse una corrente gelida. Allora lei e la nonna si stringevano l’una all’altra vicino alla stufa per scaldarsi un poco. Per lei stare ora nell'elegante casa di Tertilla Octavia è come un bel sogno!

La mamma mi ha annunciato che Octavia, quando saremo a Roma, farà imparare anche a me a leggere e a scrivere, c’è uno schiavo in casa che può insegnarmi. Sarebbe davvero fantastico! E tutto succede per merito anche della mia nuova amica, perché io ho ripetuto alla mamma tutte le straordinarie cose che mi ha detto e che sarebbe tanto piaciuto anche a me istruirmi. Ho raccontato alla mamma la meravigliosa storia che era scritta su uno di quei suoi rotoli. C’era uno volta, tanto tempo fa, un re che si chiamava Crono. Dato che gli avevano detto che sarebbe stato mandato via dal trono da uno dei suoi figli, egli li ingoiava appena nascevano. Così, quando Rea, sua moglie, fu incinta dell’ultimo figlio, andò a partorirlo di nascosto a Creta. Poi, diede a Crono da mangiare, invece del figlio, le fasce con una pietra dentro. Il bambino, che si chiamava Zeus, quando fu cresciuto, costrinse Crono a vomitare i fratelli. Infine, divise tutto il governo dell’Universo con i fratelli: a Zeus toccò il cielo, ad Ade il regno sotterraneo e a Poseidone le acque. Zeus, in realtà, è il Dio Giove che tutti noi preghiamo. Octavia Tertilla ha sentito quello che spiegavo alla mamma e mi ha fatto tanto felice, promettendomi che mi farà insegnare a leggere. Così ora la mamma mi trattiene più spesso in casa a rassettare le stanze o ad aiutare in cucina a pulire il pesce, la verdura e a fare tanti altri servizi. In qualche modo, dobbiamo ricompensare la gentilezza della padrona. Certo, ho meno tempo per giocare e un po’ mi dispiace, proprio adesso che ho questa nuova amica, ma qualche volta ci vediamo lo stesso, lei di solito viene qui nel giardino e ci sediamo sotto un albero a chiacchierare, oppure corriamo un po’, o giochiamo con le sue bamboline. Immaginiamo di essere due signore grandi, con i loro figli. Lei è una signora molto ricca e io sono la sua prima cameriera. Ma soprattutto mi ha promesso che mi racconterà altre storie affascinanti come quella di Crono.


Oggi Cornelia mi ha portato in casa sua. Attraverso l'atrio, siamo entrate nel giardino rettangolare, delimitato dal peristilio . L'atrio della casa di Cornelia è assai luminoso perché l’edificio è molto ben disposto e la luce penetra da un'ampia apertura sul soffitto, sotto alla quale c’è la vasca che raccoglie l'acqua piovana. Proprio lì, c’è il tempietto con le divinità del focolare: i Lari e i Penati . Poi ci sono tre stanze da pranzo, che vengono usate a seconda degli ospiti. Ci sono dei tavoli bellissimi, tutti lavorati e dei divani molto spaziosi e comodi. I pavimenti sono a mosaico con bellissimi disegni, così come gli affreschi alle pareti. Persino i vetri delle finestre sono colorati. È una casa ancora più bella di quella di Octavia e Cornelia mi ha spiegato che non è nulla confronto a quella in cui vive a Roma: là ci sono molte più stanze e molti più oggetti e decori. Poi, siamo andate nel suo cubiculum , tra le sue cose personali! Ha uno specchio in argento con decorazione a cerchi incisi e forellini lungo il bordo, dei balsamari in vetro colorato dove conserva gli unguenti per il corpo e persino un cofanetto con borchie e serratura dove tiene i suoi cosmetici! Le pareti sono decorate con bellissimi motivi in rosso, giallo e nero e sul suo tavolino c’è una statuetta in bronzo raffigurante la dea Venere. Il suo letto è in legno con guarnizioni in argento e altri abbellimenti in tartaruga. Poi mi ha dato da bere dell'acqua che ha versato da una brocca di bronzo fatta a testa di donna. Anche Tertilla ha una brocca decorata da una danzatrice, ma questa era ancora più fantastica! In questa stanza così accogliente, ella mi ha svelato l’origine delle donne.  Prometeo aveva rubato una scintilla di fuoco a Zeus per darla agli uomini mortali che ne avevano tanto bisogno. Allora Zeus, che si era molto arrabbiato, ordinò a Efesto di creare la prima donna. Ella somigliava alle Dee e aveva la voce umana (anche Cornelia mi sembra somigli a una Dea!); Atena le insegnò a tessere la tela, Afrodite le infuse la grazia, Ermes le ispirò un’indole scaltra, infine, Atena l’adornò. Ella si chiamò Pandora, pan vuol dire tutto e doron  regalo, perché fu mandata in dono al fratello di Prometeo, Epimeteo. Egli l’accettò. In questo modo, Zeus mandò un male che sarebbe stato circondato d’amore. A quel tempo, infatti, gli uomini vivevano sulla terra lontano dall’aspra fatica, da malattie dolorose che portano la morte e al riparo da qualunque sofferenza. Pandora aprì un orcio nel quale erano racchiusi tutti questi mali ed essi dilagarono sulla terra. Ero felice che Cornelia mi raccontasse una storia, ma poi ci sono rimasta male a pensare che le donne hanno portato tanti guai all’uomo. Io non vorrei essere, da grande, qualcuna che porta del dolore agli altri. Vorrei fare felici gli altri, vederli sorridere…                                                                            Domani torniamo a Roma, la vacanza è terminata. Octavia riprenderà la vita cittadina e io rimarrò nella sua casa. Da una parte sono contenta perché imparerò a leggere e a scrivere (non vedo l’ora!), dall’altra mi dispiace lasciare Ercolano e Cornelia.

I SACRIFICATI DEL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



I sacrificati del Sahel

Sono anzitutto loro, i capri, che occupano senza averlo scelto, tutti gli spazi utili lungo le strade della capitale Niamey. Bene in vista per gli acquirenti che, con l’auto, possono imbarcare l’animale e spesso il fieno necessario per nutrirlo fino alla festa di martedì. La Tabaski, Aid el- kebir, ricorda il sacrificio chiesto ad Abramo, patriarca nella fede delle religioni monoteiste. I capri non sono soli in questo drammatico, beninteso per loro, frangente. Altri animali, piccoli ruminanti e bovini, sono anch’essi possibile bersaglio del sacrificio rituale che consisterà a sgozzare l’animale, svuotarlo delle interiora e poi cuocerlo a fuoco lento fino a cottura completa. La crisi economica, securitaria e le conseguenze delle politiche restrittive legate al Covid, rende l’acquisto degli animali più complicato del solito. I commercianti deplorano un minore afflusso di clienti. Non è chiesto il parere degli animali perché, si sa, la storia è scritta dai vincitori.

Oltre agli animali, il rito della Tabaski implica altri elementi ugualmente indispensabili alla festa: la legna o il carbone per cuocere l’animale, i pali di legno, gli utensili per le varie operazioni legate alla cottura e alla consumazione. Tra questi troviamo oggetti di fabbricazione locale e altri provenienti da commerci trans-frontalieri. Coltelli, ‘machete’, padelle, necessario per gli spiedini, i barbecue, filo di ferro, griglie, fornelli a gas e grosse pentole. I venditori sanno che i clienti verranno all’ultima ora come sempre per l’acquisto della vigilia, quando ci sarà il pienone di gente. Infine ci sono le spezie per dare sapore alla carne e sono le donne a farle da padrone al mercato dei peperoncini, il condimento più ricercato dalle clienti. Una carne senza piccante non è concepibile e questo le donne lo sanno per esperienza culinaria tramandata di generazione in generazione.

Il settimanale governativo offre ampi spazi agli auguri della festa. Ola energia, l’Ecobanca, la Banca dell’Habitat nel Niger e, infine, la Banca Islamica, con una foto in primo piano di un capro con le corna girate in modo classico. Un sacrificato di lusso che evidenzia l’orgoglio caprino per la scelta operata dal fotografo pubblicitario. La lista dei sacrificati del Sahel, meno nota, è lunga e va ben aldilà degli animali citati. Nel vicino Burkina Faso nei primi sei mesi dell’anno si sono registrati oltre 237 mila sfollati, nel Mali e nel Niger siamo su cifre analoghe. Nella confinante Algeria, a un ritmo quotidiano, settimanale e mensile, vengono espulsi e buttati nel deserto centinaia di migranti e rifugiati, madri e bimbi compresi. Si sacrifica la politica all’economia e i giovani all’incertezza permanente sul tipo di furto che sarà perpetrato sul loro futuro. Si immola la libertà e la democrazia in cambio di una un finta pace sociale senza giustizia e verità.

A guardare i capri lungo le strade o nei mercati, insieme e isolati, poco consapevoli di quanto loro accadrà tra qualche giorno, non è difficile immaginarli come un simbolo dei sacrificati di oggi. Insieme, eppure ognuno per sé, preparati per anni di svuotamento etico neo-liberale alle dittature che si disegnano all’orizzonte non lontano. I proletari di tutto il mondo non si uniscono più come una volta e pochi credono ancora in una rivoluzione possibile. La salvezza arriverà improvvisa sulle ali di una farfalla chiamata dignità

Mauro Armanino, Niamey,

 20 luglio, festa della Tabaski 

giovedì, luglio 15

UVA E KOZIS di RENATA RUSCA ZARGAR

 


UVA E KOZIS

Kozis si era avventurato lungo il sentiero che portava in alto, verso la cima del monte. Voleva cacciare qualche grosso animale e dimostrare alla tribù che anch’egli era un uomo forte e coraggioso. 

Mentre saliva tra i tronchi di frassini, olmi, betulle, ontani e qualche tiglio, la vegetazione si faceva sempre più fitta. Qua e là anche piante di nocciolo e pino silvestre, tutto sembrava aggrovigliarsi come liane a impedire la vista del sole. 

Così, piano piano, si perdeva anche il sommesso rumore dello sciacquio sulle rive che sempre aveva accompagnato la sua vita. 

Girandosi indietro, ormai, non poteva distinguere più neppure i contorni di quell’acqua azzurra che lambiva la terra racchiusa tra i dolci saliscendi delle colline. Gli uomini del suo villaggio erano soprattutto pescatori: non era difficile, infatti, gettare la rete nel lago e ricavarne molti pesci da cuocere su di un bel fuoco scoppiettante. Solo a volte, in gruppo, affrontavano gli animali della foresta e tornavano trionfanti con carne di terra.

Ora egli voleva dimostrare a tutti che sapeva cacciare, e da solo. Avrebbe trovato qualcosa, forse un orso addirittura, e suo padre e sua madre l’avrebbero guardato finalmente con orgoglio.

Fin da piccolo, infatti, egli era sempre stato poco interessato alle imprese definite maschili, per lo spirito violento che richiedevano. Gli piaceva di più, invece, costruire oggetti, capirne il funzionamento, migliorarlo, gli sembrava di rendere la vita dei compagni e delle compagne più facile, in quel modo. Per questo conosceva ogni tipo di legno, in che cosa era più indicato, e, mentre continuava il cammino, non poteva fare a meno di soppesare con gli occhi i possenti grandi tronchi e i poderosi rami, e pensarli già lavorati, come utensili, pareti e soffitti di case, steccati…

Ma egli sapeva anche forgiare il ferro, il bronzo, creare vasi di ceramica dalle diverse forme e persino leggere e scrivere. 

Nessun altro, nel suo minuscolo villaggio, riconosceva i misteriosi segni che si potevano incidere e poi decifrare; egli l’aveva imparato da altri uomini, anche loro artigiani, che venivano da molto lontano, da una grande città etrusca chiamata Vetulonia. Essi transitavano dalle loro parti e poi proseguivano, diretti a commerciare e a insegnare in  paesi ancora più a nord.

Qualche volta, quegli uomini si fermavano al villaggio e raccontavano delle loro belle case, dei molti arnesi posseduti, dei gioielli, persino delle splendide dimore per chi non c’era più.  Kozis ascoltava attento per poi cercare di riprodurre quanto aveva sentito descrivere o aveva visto.       

Tutto ciò sarebbe stato molto gradito alla tribù se non ci fosse stato un grave problema: egli non era discendente di artigiani, sempre intenti a quel tipo di opere, con una perizia che si tramandavano di padre in figlio. 

Egli era nato da un grande pescatore e cacciatore, un guerriero che aveva difeso più volte il villaggio dalle incursioni dei popoli delle tribù limitrofe, un uomo molto vicino al capo tribù. Qualche volta, suo padre lo portava con sé quando si spingeva, insieme ad altri prodi, lontano, su terre sconosciute dove abbondavano animali e, qualche volta, persone, generate soltanto per essere vinte e uccise. Ed egli, invece di appassionarsi a quelle battute, di godere dell’entusiasmo e della furia prodotta dallo scorrere del sangue, osservava gli alberi, le pietre, i prodotti della natura feconda e, come al solito, rifletteva. Oppure, con un morso in ferro tra le mani, si perdeva a immaginare come renderlo più funzionale alla guida del cavallo. Allora, appena tornato al villaggio, davanti alla capanna, provava quelle migliorie che aveva ideato o intagliava i rami di legni vari che aveva raccolto.

La sua attività, quindi, non era ben vista da suo padre e sua madre. Essi si aspettavano da lui un comportamento diverso e poco si curavano di tutte le giovevoli cose che sapeva fare.

Suo padre, ogni tanto, lo osservava in silenzio, con un viso scontento e un’aria di disprezzo negli occhi. Kozis allora avrebbe voluto essere come lui, dimostrarsi feroce e combattivo, guidare gli uomini a caccia, terrorizzare le tribù vicine perché non rimuginassero di venire a derubarli o non invadessero il loro territorio dove la selvaggina era abbondante.

Invece, le stagioni trascorrevano l’una dopo l’altra, e Kozis, che ormai era considerato adulto, non si sentiva addosso tutta quella frenesia. 

Infine, stanco di tutte quelle occhiate ostili, aveva deciso che si sarebbe spinto nel bosco, da solo, avrebbe trovato una preda, uno stambecco, magari, o, meglio, un animale feroce, l’avrebbe catturato e, una volta tornato al villaggio, avrebbe potuto in pace continuare ciò che amava fare.

Salendo, dunque, su per il sentiero battuto, si era accorto che l’aria diveniva più leggera e che, tra gli alberi, spuntavano molti abeti rossi, il che significava che si era allontanato parecchio dal villaggio. 

Sulla cima di una montagna, a un tratto, aveva scorto in lontananza delle capanne. Curioso, si era avvicinato. Le abitazioni erano semplici costruzioni ricavate da tronchi lavorati sommariamente e ricoperte di paglia, ma là intorno la vita ferveva: le donne separavano il grano dalla paglia, cuocevano della carne sul fuoco, qualcuno costruiva oggetti. Era stato naturale, per Kozis, dimostrando a segni la sua pacificità, sedersi vicino a un uomo che stava preparando un’ascia ancora molto rudimentale e insegnargli ciò che lui sapeva.

Le ore erano passate velocemente nell’operazione ed era scesa la notte. Che fare? Tornare indietro con il buio sarebbe stato pericoloso e per di più non aveva cacciato nulla da riportare al villaggio. Si sarebbe presentato di nuovo come un perdente. Era meglio rimanere, almeno per la notte: accanto al fuoco, aveva diviso il poco cibo della tribù, comunicando più che altro con i gesti con quella gente che lo considerava molto sapiente. 

Di fronte a lui, accoccolata a terra, mentre le fiamme saltellanti proiettavano luci e ombre sul suo viso delicato, stava una giovane fanciulla. Kozis, guardandola, aveva sentito, per la prima volta nella sua vita, che avrebbe voluto dividere la sua capanna con lei, per sempre. Anch’ella, a tratti, sembrava osservarlo furtivamente. Infine, tutti si erano ritirati per dormire e Kozis si era steso su di un comodo giaciglio di paglia in una capanna.

La mattina dopo e per parecchi giorni, egli aveva continuato a lavorare con quella gente, a spiegare loro molto di quello che, a suo tempo, aveva imparato. Uva, la fanciulla che aveva notato fin dalla prima sera, si sedeva spesso vicino a lui ed egli aveva saputo che ancora non apparteneva a nessun uomo.

Qualche volta, allora, l’aveva accompagnata a cercare bacche nel bosco. Là i loro occhi si erano detti molte cose, le loro mani si erano strette a esprimere dei sentimenti condivisi.

Dopo un po’ di tempo, Kozis era tornato al suo villaggio per far sapere ai genitori che stava bene e che, per un po’, sarebbe rimasto sui monti. Ma anche per prendere diversi attrezzi che gli servivano per lavorare.  Suo padre si era un po’ stupito, ma poi aveva pensato che, forse, finalmente, suo figlio sarebbe diventato indipendente, avrebbe dovuto cacciare, se voleva sopravvivere in montagna, e sarebbe, dunque, in seguito, tornato a casa come un vero uomo.

Invece, Kozis era diventato maestro nel suo nuovo clan. Tutti lo ricercavano perché egli aveva cognizione di molte cose più di quei semplici montanari, isolati dagli scambi con gli altri popoli. Prima di tutto, aveva reso più sicure le loro case, rafforzandole con muretti in pietra a secco, aggiungendo alle pareti in legno e graticcio l’intonaco d’argilla e fortificando le travi in legno dei soffitti. Poi, aveva costruito molti vasi in ceramica e recipienti in bronzo di qualità superiore e migliorato le loro armi da caccia. 

Nel tempo libero, aveva persino preparato una graziosa collana di spirali in bronzo e l’aveva offerta a Uva che, non avendone mai posseduta né vista una in vita sua, lo aveva guardato con gli occhi lucidi di gioia.  Egli l’aveva aiutata a indossarla: Uva sembrava davvero una principessa! 

Ormai, il ragazzo comprendeva il linguaggio della tribù e con Uva poteva parlare della loro differente vita. Qualche volta, raccontava a lei, che lo guardava adorante, di un’acqua grande che si stendeva tra le terre, diversa da quella piccola sorgente che si trovava nel bosco, un’acqua che sapeva cullare le imbarcazioni e dentro la quale c’era molta carne appetitosa.

Un giorno, Kozis le aveva regalato degli orecchini ad anelli con due grosse perle di bronzo, da lui costruiti, e poi anche due fibule con catenelle e pendagli per fermare la veste e un anello in bronzo. Nessuna donna aveva quelle cose lassù, in montagna, e Uva si aspettava ormai che Kozis costruisse la sua capanna e la prendesse con sé. 

Una mattina, mentre il sole caldo si alzava nel cielo sopra gli alberi e le cime delle montagne, egli l’aveva presa per mano e accompagnata giù, lungo il sentiero che conduceva a quell’acqua così grande da occupare tutto lo spazio possibile tra diverse colline.

Dopo una lunga marcia, l’acqua era spuntata laggiù, in basso, visibile tra le fronde degli alberi, enorme, di un colore azzurro percorso da lumini di luce che brillavano sulle sue onde. Uva era rimasta senza parole: quanto era bello il mondo che li circondava! Poi, erano tornati lassù, sulle montagne, dove sembrava di poter toccare il cielo con un dito.

Intanto, al villaggio sul lago, il padre di Kozis era morto in una delle tante imprese di guerra. Qualcuno si era subito messo sulle tracce del suo unico figlio e l’aveva trovato, come al solito, intento al lavoro dell’artigiano. Kozis era stato riportato in fretta a casa. 

Suo padre era un grande uomo e meritava un’importante cerimonia funebre. Per lui era stato costruito un carro a due ruote, con i cerchioni in ferro e i raggi rivestiti di lamina bronzea in prossimità del mozzo, con un pianale sopraelevato, riccamente decorato da colonnine a globetti in bronzo e lamine ornate a sbalzo, simbolo delle sue qualità guerriere.  Su quel veicolo, trainato da una coppia di cavalli, egli era stato trasportato alla pira già preparata per la cremazione. Poi, le sue ceneri erano state raccolte in uno stamnos, un grande recipiente in bronzo, che era stato adagiato in una spaziosa tomba a fossa, un po’ fuori dell’abitato, insieme alle parti smontate del carro e alle armi del defunto. Ogni uomo del villaggio aveva aggiunto qualcosa: una fibula, un anello, un bracciale… Kozis aveva deposto una kylix, la coppa per bere il vino, decorata a figure rosse su fondo nero, che egli stesso aveva costruito e dipinto dopo averne vista una simile proveniente da una città ancora più lontana di Vetulonia, Atene, che si trovava addirittura al di là di un’acqua salata che egli non aveva mai visto, infinitamente più estesa del suo lago.

Conclusa la cerimonia, però, il capo del villaggio aveva voluto subito parlargli.

- Con la morte di tuo padre - gli aveva detto - abbiamo perso un valoroso combattente necessario alla sopravvivenza della tribù. Ora non puoi più perdere tempo tra i boschi, devi prendere il suo posto e comportarti come lui ti ha insegnato. La tua fanciullezza è finita. Ormai devi dimostrare il tuo valore. Lascia i lavori manuali a chi se ne deve occupare, tu sarai cacciatore e difensore, come tuo padre. Intanto, visto che lui non c’è più, ti comunico che ti è stata scelta una donna per farti compagnia e che da stasera ti trasferirai con lei nella tua nuova capanna. 

Che poteva rispondere Kozis? Che non era quello che desiderava? Il capo non avrebbe tollerato un rifiuto. Era rimasto in silenzio, a testa china, e, poco dopo, altri uomini l’avevano accompagnato a una capanna e avevano condotto da lui Plisa, la fanciulla che gli era stata destinata.

Kozis conosceva bene la ragazza, che era stata sua compagna di giochi quando erano bambini; le voleva bene, apprezzava le sue qualità di contadina, la sua bellezza, sapeva che era di una famiglia di importanza pari alla sua: anche suo padre era un forte guerriero e cacciatore, difensore del villaggio.

Ma il suo cuore era di Uva e non poteva tradirla né abbandonarla. Così, pur soffrendo per l’umiliazione che infliggeva a Plisa, che non aveva colpe, appena sopraggiunta la notte, era fuggito e aveva imboccato il sentiero della montagna.

Era giunto che non albeggiava ancora. Con un segnale che solo Uva conosceva, l’aveva chiamata e condotta fuori dell’abitato, al riparo di quegli alberi testimoni di tante promesse. Là le aveva raccontato tutto e la sua volontà di non diventare guerriero né di rimanere con Plisa. 

- Non posso cancellare tutti i miei desideri - le aveva spiegato - Ma il capo del villaggio mi cercherà e se mi troverà qui, dichiarerà guerra a voi. Per questo devo nascondermi e solo quando tutti si dimenticheranno di me, potrò riapparire e occupare una capanna. Noi due, comunque, rimarremo uniti, tu verrai ogni tanto alla grotta dei disegni rossi, dove siamo stati insieme molte volte. Mi dirai cosa succede e io saprò ciò devo fare. Ora torna al tuo giaciglio, prima che si accorgano della tua assenza. 

Uva era rientrata nella sua semplice abitazione e, poco dopo, si erano presentati al villaggio gli spietati emissari della tribù di Kozis.

- Se non consegnerete il fuggitivo - avevano minacciato - distruggeremo le vostre catapecchie e vi uccideremo. 

Inutilmente, il capo tribù aveva risposto loro che Kozis non era là. Se entro quello stesso giorno, il ribelle non fosse stato riconsegnato, l’indomani i guerrieri sarebbero saliti fin lassù e avrebbero dichiarato loro guerra.

Gli uomini si erano riuniti per discutere, ma non c’era molto da fare se non prepararsi ad affrontare una battaglia non voluta e che sicuramente avrebbero perso. Tutti gli abitanti si affaccendavano, dunque, nei preparativi per la difesa.

Uva, intanto, era scappata alla grotta dove l’attendeva Kozis. Gli aveva raccontato delle minacce dei suoi e che non era informato loro che egli non fosse là. Il padre di Plisa era furibondo per l’offesa ricevuta e così pure il capo tribù.  Doveva tornare a casa sua, per salvare quel villaggio sui monti che l’aveva accolto e rispettato come un figlio.  

- Non possiamo - aveva sostenuto Uva piangendo - per soddisfare noi stessi, far soffrire e perdere altre persone. Rinuncia a me, e io rinuncio a te. I nostri villaggi non devono farsi la guerra. La guerra è solo odio che ingigantisce odio e odio e odio, che distrugge persone e cose, né mai potrebbe dare la felicità o risolvere un problema. Rimani con Plisa, che ti è stata destinata, e io prenderò l’uomo che mio padre vorrà darmi. Abbiamo avuto giorni pieni di felicità, finché siamo stati insieme. È già molto. Ricorderemo per sempre i nostri momenti nel bosco, il cielo che spuntava sopra le fronde e gli uccelli che cantavano a squarciagola. Ogni volta che guarderemo il cielo o sentiremo il cinguettare degli uccelli, ricorderemo. E sarà dolce la memoria, perché non avremo prodotto male per gli altri. 

Piangendo anch’egli, quella sera stessa, era tornato sulle rive di quel lago che ora gli sembrava freddo e crudele.

Aveva ripreso il posto nella capanna con Plisa, anche se ogni notte si coricava su un mucchio di paglia lontano da lei. Gli altri uomini, per rispetto del suo defunto padre, non avevano punito quella sua breve insubordinazione ma egli non andava a caccia e men che meno alla guerra. Pescava e si dilettava a costruire vasi in bronzo, in ceramica, a fabbricare asce e attingitoi.

Di nascosto, aveva creato anche un’armilla, cioè un bracciale in bronzo decorato con motivi geometrici, poi uno spillone in bronzo con capocchia di vetro azzurro come il cielo, e ancora delle palline di vetro gialle e brune per formare una collana. Questi oggetti, che non mostrava a nessuno, li aveva seppelliti sotto un grande olmo, nella foresta, e qualche volta andava là, a guardarli. Ormai aveva perso tutto ciò che veramente desiderava e solo si consolava, ogni tanto, fissando lo sguardo al cielo dove vedeva lei, Uva, con quei suoi occhi adoranti che avrebbero davvero potuto renderlo re, un vero re nella sua capanna. 

Le stagioni, intanto, si erano succedute. Lo sguardo di Plisa era sempre più triste, ma ella comprendeva la sofferenza di Kozis e per quello rimaneva al suo posto senza lamentarsi.

Gli uomini del villaggio, invece, ormai lo fissavano apertamente con biasimo, e lo ritenevano anche un po’ pazzo. Ma a lui non importava più. 

Un brutto giorno, però, un gruppo di uomini, più forte di tutti loro, giunse dalla grande pianura che si stendeva là, dove si coricava il sole, ogni sera. Bruciò le loro capanne e molti guerrieri persero la vita combattendo. Le donne, i bambini, i vecchi, raccolsero allora in fretta le poche cose salvate dal disastro e chiesero a Kozis di condurli a quel villaggio sui monti dove, forse, avrebbero potuto trovare riparo.

Kozis riunì quel gruppo di disperati e i pochi uomini che erano scampati al massacro e li diresse su per la montagna, per quel sentiero battuto che aveva percorso, un tempo, con l’entusiasmo dei sogni e della gioventù.

Ci vollero alcuni giorni per raggiungere la meta, trascinando a tratti chi non ce la faceva e trasportando a spalle chi era ferito. 

Infine, furono le amate capanne, in lontananza. Il capo tribù lo accolse con affetto: aveva appreso che la loro salvezza di molte stagioni prima era venuta dal suo sacrificio. Accettò in pace tutti loro e poterono sistemarsi per essere curati e assistiti in varie capanne.

Solo una domanda bruciava negli occhi di Kozis ed egli non poteva farla. Plisa, la sua compagna, era con lui e Uva, sicuramente, sarebbe stata nella dimora dell’uomo a lei assegnato.

Proprio in quel momento, Uva era sbucata dal sentiero del bosco con un cesto di bacche, e alcuni bimbi intorno, bella come una volta. Le sue guance si erano colorite di rosso, e Kozis aveva abbassato gli occhi pieni di lacrime.

Ormai, il piccolo villaggio sul lago non esisteva più, un’altra tribù spadroneggiava su quella terra e i compagni di Kozis decisero, dunque, di diventare montanari e di vivere, almeno per un po’, su quei monti dove avevano trovato ospitalità. Ognuno avrebbe lavorato e Kozis, come una volta lassù, sarebbe stato la loro guida, il sapiente che tanto sapeva fare per rendere la vita umana meno dura e difficile.

Plisa e Uva si occupavano di molte cose insieme: andavano a raccogliere frutti, a prendere l’acqua alla fonte, tessevano, seminavano, essiccavano… 

Così erano diventate amiche.

Un giorno Plisa parlò a Uva:

- So che tu sei la donna con la quale Kozis voleva dividere la capanna. Ho giustificato i suoi sentimenti perché anch’io avrei desiderato un altro uomo, che non mi è stato dato. Ma egli è morto in combattimento, e non ha più importanza. Kozis, però, ha mantenuto intatto il suo amore per te, seppure vivesse nella mia stessa capanna. Ha rinunciato alla gioia e al sostegno dei figli che avremmo potuto avere, perché li avrebbe voluti con te. 

Uva singhiozzava disperatamente a sentire quelle parole.

- Anch’io gli sono stata fedele. - aveva risposto poi - Ho convinto mio padre a darmi a un vecchio che era rimasto solo con dei figli ancora piccoli. Egli si è accontentato di aver trovato una madre premurosa per i suoi bambini. Ora anch’egli è morto, e sono sola. Ma non rimpiango nulla. La separazione era necessaria per non provocare tanto male ai nostri due villaggi.

- Ormai questo sacrificio non ha più ragione di essere. Tu e Kozis potete tornare insieme. Nessuno farà più la guerra per questo.

- Il tempo è passato, sono successe tante cose. E poi, tu che faresti?

- Kozis non è mai stato veramente il mio compagno, non ne soffrirò. Parlane con il capo tribù, egli, che è molto saggio, risolverà la questione. 

Le due donne avevano discusso ancora a lungo, infine, Uva si era convinta e aveva confidato tutto al capo. Ed egli aveva disposto ogni cosa.

Qualche sera dopo, Plisa non era rientrata alla capanna di Kozis. Al suo posto, si era presentata Uva. La notte era stata lunga di spiegazioni, ricordi, confessioni… Infine, Kozis aveva tirato fuori dai suoi arnesi, un piccolo involto con una collana di perle di vetro, un’armilla e uno spillone per raccogliere i capelli e li aveva donati alla donna per la quale li aveva costruiti. Ed ella l’aveva guardato con l’aria adorante di un tempo. Ormai non sarebbe stato più necessario ricercarne l’immagine nel cielo azzurro sopra i monti, ella era lì, accanto a lui, per sempre. 

Intanto, Plisa si era sistemata nella capanna del capo tribù la cui donna era morta, purtroppo, molte stagioni prima, durante il parto del suo primo bambino. L’uomo aveva voluto Plisa perché ne aveva saputo apprezzare la pazienza e la generosità, oltre alla bellezza e all’abilità nel lavoro. Ed ella, per la prima volta, nella sua vita, si era sentita davvero felice, per sé e per gli altri.

I secoli sarebbero passati, dalle generazioni dei figli di Uva, di Plisa e di molte altre donne, la civiltà di Golasecca del V secolo a.C., nella zona del lago di Como, si sarebbe trasformata fino ad arrivare ai giorni nostri.

Le anime di Kozis, Uva e Plisa, che vagano ancora su quel lago, possono insegnare molto all’uomo dei nostri tempi. 

Renata Rusca Zargar

AMICI di RENATA RUSCA ZARGAR


 

AMICI

Il gorilla cammina lentamente nel bosco e si guarda intorno. 

Non ci sono che alberi e fronde verdi sul morbido tappeto erboso; il silenzio è completo e nessuna forma di vita si nota tra le piante. 

Sospira e si sente solo: è l’ultimo rimasto di una famiglia numerosa e non conosce nessuno. Ma si allontana a testa alta alla ricerca di verdi germogli da mangiare. 

Appena la sua ombra è sparita lungo il sentiero, la foresta si anima di presenze e di rumori. Gli animali spuntano fuori dalle tane e ricominciano a correre, saltare, chiacchierare. Hanno tutti paura del gorilla: non sanno molto di lui perché viene di lontano e la volpe, che è assai furba, l’ha dipinto come feroce e molto arrabbiato. 

Anche la famiglia dei passeri riprende a cinguettare mentre papà e mamma partono tranquilli alla ricerca del cibo: una settimana fa sono nati cinque passerotti e stanno crescendo bene. Il più piccolo, saltellando qua e là, si allontana dal nido. Il cielo è terso e sereno e la selva si riposa pigramente sotto i raggi del sole. Com’è bello scoprire la vita e il mondo con le proprie deboli ali! Il tempo passa e il passerotto ormai è forte e sicuro del proprio volo. 

Non capisce le paure degli altri: ogni giorno vede il gorilla solitario percorrere lo stesso sentiero e raccoglie il suo sguardo orgoglioso che nasconde il desiderio di compagnia. Perché la foresta non lo vuole? Perché tutti parlano male di lui? Il passerotto non può farci niente, nessuno lo ascolta, ma può dare al compagno qualche ora di preziosa amicizia. E così, l’uccellino, appollaiato sull’albero, e il gorilla, seduto su di un sasso, passano ore insieme a chiacchierare.

Un giorno, nel bosco, arriva il cacciatore con i suoi stivaloni pesanti. 

È una di quelle persone che si divertono a uccidere i poveri uccellini indifesi rendendo il nostro mondo sempre più silenzioso di voci di animali e sempre più rumoroso di macchine puzzolenti. 

Il cacciatore spara ad ogni soffio di vento ma, nella foresta, non è rimato nessuno, tutti sono scappati a nascondersi. 

Solo il gorilla e il passerotto, immersi nei loro discorsi, non l’hanno visto. 

Il cacciatore punta contro il passerotto e spara. 

In quell’attimo il gorilla si accorge di quell’assassino che sta per eliminare l’unica creatura che ha avuto per lui momenti di fiducia e amore. Sa che può fare solo una cosa: attaccare, e si avventa sull’uomo. 

È troppo tardi per salvare il passerotto che è caduto a terra colpito a morte, ma l’uomo, spaventato, si gira e spara ancora. 

Il gorilla si affloscia in una pozza di sangue e l’ultimo sguardo è rivolto all’amico che non canterà mai più. 

Il giorno dopo, sul giornale, un articolo racconta di un feroce gorilla che voleva uccidere un uomo. 

La volpe, nel bosco, ridacchia e mormora: 

-Ve l’avevo detto! 

Renata Rusca Zargar

lunedì, luglio 12

UN SPETTACOLARE DOMENICA SPORTIVA di DANILA OPPIO


Una spettacolare domenica sportiva

Questa domenica 11 luglio, lo sport è riuscito a far circolare elevate dosi di adrenalina nel mio corpo. Prima con il tennis e con il fenomenale Matteo Berrettini che oltre ad aver riportato in finale a Wimbledon un tennista italiano dopo sessant’anni, ha dato del filo da torcere al n.1 al mondo, quel serbo Novak Đoković, noto con la traslitterazione Djokovic, detto Nole, che alla fine, ha fatto valere l’esperienza di un grande campione, vincendo. Peccato, ma ne usciamo a testa alta.
 Poi tocca alla Nazionale di calcio. Mettere a dura prova le mie coronarie. Sotto di un gol dopo soli due minuti, soffriamo un’Inghilterra aggressiva che fa paura ma non abbastanza. Nel secondo tempo i ragazzi di Mancini si trasformano, dominano, tengono palla, divertono e pareggiano.
 Poi due interminabili tempi supplementari e infine la lotteria dei rigori. Quello di Belotti, detto Gallo, è parato, ma anche Rashford sbaglia prendendo il palo. La tensione sale, la partita sembra non finire più. Tocca al giovane inglese Sancho, e Donnarumma para. Siamo ad un soffio dalla vittoria, tocca a Jorginho, il rigore è decisivo ma lui lo sbaglia sprecando il match ball. Le palpitazioni cominciano a salire in maniera importante. Poi il “Gigione nazionale” fa un altro miracolo, e para ancora. In un attimo siamo campioni d’Europa. Fuori dalle finestre di casa mia l’Italia esplode, sembra Capodanno tra fuochi d’artificio e caroselli di clacson. Sono stremata, manco l’avessi giocata io la partita. Vado a letto col sorriso e penso che domani, saremo tutti più felici.
 E ottimisti. E Dio solo sa, quanto ne abbiamo bisogno, tra i vari pingpong del Governo (sport olimpico, detto anche Tennis da tavolo) che pare sia molto giocato tra i politici, non sapere se questo Covid sia finalmente debellato o si presenti ancora in versione variante Delta.
 Mascherine si o no, vaccini si o no, siamo davvero stressati. Grazie Italia, quella del calcio, che ci ha dato finalmente la gioia di esultare e la certezza che esiste ancora qualcosa di positivo che non sia virale!  

Danila Oppio

Anche le campane hanno partecipato alla gioia di questa meritatissima coppa nazionale, suonando a lungo dopo la notizia che l'Italia ha vinto.
 E un amico Padre Carmelitano, ha perfino scritto un'ode!


domenica, luglio 11

IL SOGNO DI ATLANTIDE di RENATA RUSCA ZARGAR


Il sogno di Atlantide
di Renata Rusca Zargar

Arianna rilegge le pagine del “Crizia” di Platone che trattano di Atlantide:
 “Nel cuore del grande Tempio, circondato da una cancellata d’oro, c’era un Santuario dedicato a Poseidone. Quest’enorme edificio aveva il tetto d’avorio, ornato d’oro, argento e oricalco, mentre le pareti erano rivestite d’argento. Sui piedistalli si ergevano statue ricoperte d’oro, tra cui una di Poseidone su un cocchio tirato da sei cavalli alati, accompagnato da cento nereidi in groppa a delfini… ed uno dei metalli più preziosi estratti era l’oricalco, che emanava riflessi ignei e per preziosità era secondo solo all’oro. Oltre ai metalli c’erano anche cave di pietra e grandi quantità di legname. Gli animali abbondavano, persino gli elefanti erano numerosi… il canale e il porto più grande erano pieni di navigli e di mercanti che venivano da ogni parte del mondo e sollevavano giorno e notte clamore e tumulto vario e strepito per il loro gran numero…”
L’indice è fermo sul libro aperto ma il suo sguardo si perde al di là dei vetri della finestra: è notte e lontano brillano stelle e comete, meteoriti del tempo passato e futuro, chissà…
Poli camminava come inebetito lungo la strada in discesa fiancheggiata da palazzi delle nobili famiglie di quella terra. In fondo, riusciva a scorgere il porto dove il grande vascello, suo unico asilo, attendeva, ben ormeggiato. Tra pochi giorni sarebbe dovuto partire con Mila, con quella stessa imbarcazione che l’aveva portato lì due mesi prima, proveniente da un paese lontano, al di là del mare, ma molto più caldo di Atlantide.
Ora, questa prospettiva non esisteva più! Suo padre, un ricco mercante, l’aveva mandato a compiere quel viaggio verso una terra dissimile da tutto quanto conoscevano.
-Vai- gli aveva detto - guida questa nave zeppa di banane e noci di cocco. Scambiale con qualcosa che ci convenga. Al di là dell’oceano, ci sono luoghi assai lontani, ma molti naviganti sono tornati di là raccontando di un paese ricco e desiderabile: Atlantide. Dai suoi abitanti essi hanno imparato a levigare coltelli, pugnali, specchi di ossidiana, punte di freccia e di lancia in selce e ossidiana così come a forare le perline per farne gioielli e una quantità di altre cose. Là c’è legname resistente, adatto per costruire le nostre navi. Se riuscirai a riempire la nave di legname o di qualche altro prodotto che ci possa essere utile, sarà un buon affare per noi. Intanto, ti farai completamente uomo e, quando tornerai, troveremo la moglie adatta a te. 
Poli era partito obbediente. Molte notti e molti giorni - settimane - erano trascorsi in mare. La terra non spuntava mai e le scorte d’acqua diminuivano sensibilmente.
I marinai protestavano:- Che bisogno c’è di andare così lontano? -gridava qualcuno arrabbiato - Altre ricche terre ci sono, più vicine alla nostra! Avremmo potuto andare dove sappiamo esistono buoni approdi, senza avventurarci in oceani che l’uomo non può attraversare. Siamo sicuri, forse, che ci sia davvero un paese al di là di questa grande acqua? Saranno racconti immaginari, favole, e noi moriremo senza rivedere la terraferma! 
Ancora e ancora, i giorni - e i mesi - si erano susseguiti, mentre dall’albero di maestra si poteva scorgere solo acqua e acqua e acqua, ovunque si girasse lo sguardo. La paura si era ormai insinuata nei pensieri di tutti e chissà cosa sarebbe successo se, un giorno, davanti al vascello, non fosse spuntata una terra, grande e scura per la distanza.
- Evviva! - aveva gridato l’equipaggio mentre gli uomini si abbracciavano, pregustando già cibi, bevande e ricche merci…
Anche l’animo di Poli si era rasserenato e osservava dal ponte quella meravigliosa terra rigogliosa di cui tanto si favoleggiava.
Man mano che ci si avvicinava, si potevano scorgere le imbarcazioni alla rada e anche un fervore di vita intorno al porto animato e allettante.
Giunti, finalmente, nella bella città che li aveva accolti, Poli aveva subito notato che il colore della pelle, in quel luogo, era assai diverso dal suo.
Essi erano, infatti, di carnagione bianca, di un pallore così chiaro che egli non aveva mai visto, a differenza del suo paese dove, invece, la gente aveva la pelle brunita, i capelli neri e gli occhi scuri.
Ma tutti lo avevano ricevuto benevolmente, valutando la sua frutta, assai desiderabile in quel clima freddo che non la produceva, e proponendo degli scambi equi, così che suo padre, a conclusione del viaggio, ne sarebbe stato contento.
Anche se gli affari erano stati sbrigati in pochi giorni, Poli aveva deciso di fermarsi comunque qualche settimana, per permettere all’equipaggio di riposarsi, prima del lungo ritorno.
Soprattutto, però, desiderava conoscere meglio gli usi e le abitudini di un popolo diverso dal suo.
Un pomeriggio di sole tiepido, non certo bruciante come quello di casa sua e che aveva reso le loro terre in parte aride, egli stava risalendo la strada proprio vicino al canale coperto che circondava la città, dove si ergeva un’alta torre di guardia.
Era diretto ai quartieri più signorili dell’abitato, dove amava osservare i palazzi che si affiancavano gli uni agli altri, le statue che adornavano i loro giardini verdeggianti, le stalle da cui si intravedevano i cavalli al riposo…
In quel mentre, aveva scorto una fanciulla a passeggio con alcune amiche. La sua carnagione, ovviamente pallida, si stemperava in un roseo entusiasmo che animava le sue gote, mentre parlava e rideva con le compagne. Una lunga treccia bionda le scendeva lungo le spalle, ricoperte dalla tunica bianca chiusa da eleganti gioielli che le ornavano anche il collo e le braccia.
Poli era rimasto colpito da lei, forse, dalla sua bellezza oppure da quel carattere gioioso ma energico che si poteva intuire dal suo comportamento.
Con insolito ardimento . assai raro nei contatti tra uomo e donna - aveva avvicinato il gruppo, ma tutte le fanciulle si erano allontanate ridacchiando.
Solo lei, Mila, la più bella e la più elegante di tutte, era rimasta a parlare con lui.
Alcuni giorni erano trascorsi, essi si erano rivisti molte volte e la loro amicizia si era trasformata in quell’amore che Poli aveva provato fin dal primo momento.
Come sempre succede a chi si ama, essi avevano scoperto di non poter vivere l’uno senza l’altra. Dunque, che fare? La sera, mentre passeggiavano mano nella mano nel boschetto di Poseidone, dove crescevano alberi di ogni tipo, o vicino al grande vascello che si dondolava dolcemente nelle acque tranquille del porto, discutevano i loro progetti.
- Devo ripartire, lo sai - spiegava Poli - Mio padre mi aspetta e il mio paese è molto lontano! Là fa tanto caldo, non è come qui, non ci sono dappertutto foreste di alberi alti e frondosi, la terra non è abbastanza ricca di acque, ma abbiamo delle belle case, come le vostre, e non si sta male. Quando arriverò in patria, mio padre mi cercherà una sposa. Così è in uso e così sarà per me, perché ormai ho raggiunto l’età per una famiglia mia… Ma io vorrei solo te, per sempre! 
- Anch’io voglio solo te. Pure mio padre sta esaminando delle proposte per individuare uno sposo adeguato, ma io non lo accetterò, aspetterò che tu torni dal tuo viaggio. 
Era il coraggio di Mila, quella forza che Poli aveva intravisto fin dal primo sguardo, a suggerire le sue parole.
- Il viaggio sarà molto lungo, ma tornerò. - aveva risposto allora Poli - Quando sarò a casa, chiederò a mio padre il permesso di sposarti e staremo sempre insieme…-
La luna brillava vicina nel cielo e le stelle le facevano compagnia. Ah, com’erano vicine le stelle!
La notte, poi, mentre Mila sognava, nel suo lettino di fanciulla, il ritorno del vascello con il suo futuro sposo, Poli rimaneva a lungo sul ponte, incantato dalla bellezza del creato e di tutto quanto gli stava succedendo. Avrebbe chiesto a suo padre il permesso di sposare la donna che l’avrebbe fatto felice, egli non gliel’avrebbe negato e quindi sarebbe tornato qui, lietamente, a prenderla.
Eppure, i sogni si confrontano molto spesso con la realtà.
Le amiche di Mila, al corrente del suo amore, ne erano sconvolte.
- Ma sei matta? -le dicevano - Non vedi come è scuro? Come potresti sposare un uomo così brutto? E poi viene da lontano, ti porterà via, non vedrai più la tua casa, i tuoi genitori, le tue sorelle, i fratelli, gli amici… Chissà cosa ti succederà in un paese straniero! Lui potrebbe farti qualunque cosa, maltrattarti, persino ucciderti, e nessuno dei tuoi sarà là ad aiutarti! 
Mila non si preoccupava: - Ma non è brutto! -rispondeva allegra - I suoi occhi sono dolci e vellutati, pieni di sentimenti del cuore, i suoi capelli sono morbidi come le stoffe più preziose, i suoi lineamenti sono delicati quasi come quelli di un bambino. Poli è bellissimo e io non potrei vivere senza di lui! E anche se dovessi andare via di qui, lo farò, perché lui è il mio destino. 
Intanto, si avvicinava il tempo della partenza di Poli. - Guarda, Mila - egli le aveva detto un pomeriggio mentre passeggiavano lungo la spiaggia dalla sabbia gialla e fine che si stendeva subito fuori della città e che conduceva al grandioso Tempio dedicato agli Dei dell’isola e agli antenati valorosi - ho una meravigliosa stoffa color porpora e voglio donartela perché tu ne faccia un abito. Sarà il mio ricordo, fintanto che non tornerò a prenderti. 
Un abbraccio li aveva uniti nella dolcezza di un futuro che era già presente nei loro cuori.
Tre giorni prima della partenza, però, Mila non era comparsa al consueto appuntamento. Inutilmente, Poli l’aveva cercata dappertutto, inutilmente, aveva chiesto notizie alle amiche di lei. Nessuno ne sapeva niente o voleva parlare con lui.
Il giorno dopo, ancora Mila non si era fatta vedere. “Che posso fare? - si chiedeva Poli disperato - Per domani è fissata la partenza. Tutto è pronto. Perché Mila non è venuta? Cosa le sarà successo? Non so più a chi domandarlo. L’unica cosa da fare è andare direttamente a casa sua e chiedere di lei. Non potrei farlo, perché non ho il permesso di mio padre… Ma egli capirà che non avrei potuto agire diversamente.”
Presa dunque questa decisione, Poli si era presentato alla casa di Mila, un palazzo ornato di oricalco dai riflessi ignei. Aveva chiesto un colloquio con il padre ed era stato ricevuto in un’ampia sala dove si trovavano due grandi vasche in cui confluivano le acque calde e fredde dalle sorgenti della foresta che avevano virtù benefiche.
- Come osi turbare mia figlia? - gli aveva subito gridato il padre appena giunto nella sala, coperto di una lussuosa tunica adornata di gioielli preziosi - Chi sei tu per farle pensare che ti sposerà, un giorno? Tu sei uno straniero. Mai darò mia figlia a uno straniero. E non vedi la tua pelle? È nera e orrida come gli antri bui da dove escono gli spiriti del male. Va’, parti e dimenticati di lei. Le tue manacce nere non toccheranno mai la pelle bianca e liscia di qualcuno di noi: non osare mai più metter piede in questa terra o ti farò uccidere dai miei servi. 
Il colloquio era finito. Poli non aveva avuto il tempo neppure di ribattere che mani robuste lo avevano afferrato, trascinato fuori dello splendido palazzo e gettato nella strada.
Gli era sembrato anche di udire un sommesso rumore di risate proveniente, forse, dagli altri palazzi della via.
Ora, i suoi piedi, dunque, lo stavano riportando al vascello lungo la strada in discesa fiancheggiata da palazzi delle nobili famiglie di quella terra. Dentro era morto. Sentiva chiaramente che la sua vita era distrutta: mai più avrebbe rivisto la sua adorata Mila… Non c’era nessun senso nel continuare a vivere, lavorare, pregare, sperare… per cosa? Lei non sarebbe mai stata sua moglie, mai avrebbe condiviso con la sua vivace presenza gli eventi belli e brutti dell’esistenza, mai avrebbe raggiunto con lui il paese dalle grandi dune di sabbia e dalle palme alte quanto interi palazzi.
Dolorosamente, per la prima volta, aveva preso coscienza del fatto che il colore della sua pelle non era accettabile in quel paese, così come essere straniero creava un solco invalicabile tra lui e Mila. Eppure, anch’egli era ricco, anch’egli le avrebbe potuto offrire una vita agiata… Ma il padre di lei non aveva neppure permesso che lui si spiegasse!
Indifferente ormai a tutto, si era buttato sul suo giaciglio e la notte era trascorsa in un dormiveglia affollato di incubi spaventosi. Intanto, era giunto ormai l’ultimo giorno, i marinai concludevano i preparativi per la partenza che sarebbe avvenuta quella sera stessa, allo spuntare della luna.
In tarda mattinata, mentre egli osservava con tristezza dal ponte della nave quella città che lo aveva accolto avidamente come commerciante ma con disprezzo come uomo, una donna dall’aspetto modesto era giunta in porto e chiedeva di lui a uno dei suoi marinai.
Aveva disceso la scala di corda a precipizio: che cosa poteva volere da lui?
- Signore, - gli aveva sussurrato la donna, guardandosi attorno circospetta e timorosa - mi manda la mia padrona Mila. Devo scappare via subito perché nessuno sospetti di me, anzi, io ho il compito di farle la guardia. Mi ha detto di dirvi che, quando scioglierete gli ormeggi, ella salirà a bordo con voi. Vi prego, non mi chiedete di più e non fatene cenno a nessuno, suo padre è così furioso che potrebbe ucciderci tutti. Abbiate fiducia. 
La donna si era mischiata alla folla che a quell’ora comprava il pesce dalle barche tornate dalla pesca in alto mare. Poi, era corsa via, con il viso basso, coperta da un velo nero sui capelli e su parte del viso.
Il cuore di Poli si era come fermato. Lei sarebbe partita con lui! Una grande gioia lo faceva esultare, avrebbe voluto mettersi a saltare e ballare… Ma era vero? Chi era quella donna? Una serva fedele di Mila? O era tutto un inganno per farlo stare tranquillo? Egli non l’aveva mai vista, né aveva sentito parlare di lei.
La giornata era trascorsa lentissima in un’altalena di emozioni ora liete ora disperate. Non era stato capace di fare nulla se non di guardare dal ponte la città, scrutando non sapeva bene cosa, o di tornare alla sua cabina e viceversa, in un nervosismo che non aveva tregua. Ah, se lei non fosse venuta, meglio sarebbe stato morire in mare, trovare là, nella quiete delle onde blu, la sua tomba. Almeno qualcosa di lui avrebbe lambito le coste di quel paese crudele dove lei viveva e, forse, qualche volta lei sarebbe scesa alla spiaggia e l’onda le avrebbe toccato i piedi…
Oppure, forse, un pesce dell’oceano avrebbe divorato il suo cadavere e poi, magari, lei avrebbe mangiato quel pesce ed egli sarebbe rimasto chiuso in lei per sempre…
E se fosse stato, invece, tutto vero? Se lei avesse deciso di fuggire dal padre per andare con lui? Ma come avrebbe potuto? Come poteva fuggire da quel palazzo che gli era sembrato una fortezza? Mila avrebbe rischiato la vita e lui era lì, impotente, ad aspettare!
Finalmente - nel bene e nel male - stava scendendo la sera, una notte serena e luminosa si stava preparando. Il porto era quasi deserto, tutti erano tornati a casa o si erano rifugiati nelle loro imbarcazioni.
Ormai era giunto il momento. Con il respiro che sembrava mancargli, aveva dato l’ultimo ordine ai marinai: quello di mollare gli ormeggi. Intorno, non c’era nessuno, Mila non sarebbe venuta, ora lo capiva. Ma ancora scrutava nelle stradine che scendevano al porto, negli angoli bui vicino alle imbarcazioni…
No, non c’era nessuno e i marinai aspettavano solo di discostarsi dal molo.
La nave si stava staccando da quella terra, gli uomini ai remi prendevano vigore: sapevano che li aspettava un lungo percorso alla fine del quale, però, avrebbero rivisto le loro case e riabbracciato i loro cari. Per questo erano ansiosi di allontanarsi di là, mentre per Poli partire aveva il sapore della fine di tutta l’esistenza!
- Eh, oh! - gridavano nel loro sforzo di seguire il ritmo della remata.
Ed eccole là, sulla terra, due ombre nere.
Poli si era gettato a nuoto, legandosi prima a una corda. Tutti e tre avevano raggiunto, poi, in pochi minuti, a nuoto, la nave che prendeva il largo e con la corda si erano fatti tirare a bordo. Nemmeno si erano resi conto di quanto velocemente si fossero gettati in acqua e fossero riusciti a riparare su quella nave che era ormai l’unica salvezza.
Un’ora dopo, con degli abiti asciutti, Poli e Mila, in mare aperto, osservavano la terra che si allontanava, lentamente ma inarrestabilmente.
- Fino a domattina, - stava spiegando la fanciulla - mio padre non si accorgerà della mia fuga. Allora non potrà più fare nulla. Anche se incaricasse una nave di inseguirci, saremmo troppo lontani. Dopo l’ultimo nostro appuntamento al Tempio, quattro giorni fa, quando sono rientrata a casa, mio padre mi attendeva furibondo. Mi ha detto che l’avevo tradito, frequentando di nascosto uno sporco straniero dalla faccia nera. Mi ha gridato che non ti avrei rivisto mai più e che sarei stata rinchiusa nella mia camera fintanto che non mi avesse maritata e non fossi andata a vivere in casa di mio marito. Le mie amiche gli avevano raccontato tutto e io per lui non meritavo più nulla: non avrei più avuto la sua fiducia. Ormai che tutti sapevano del mio comportamento malvagio, non avrei più potuto fare un buon matrimonio ed egli mi avrebbe data a chiunque mi volesse, per allontanarmi da casa e salvare almeno l’onore delle mie sorelle. Così, mi aveva chiusa nella mia camera con Grata, la mia cameriera, che aveva l’ordine di non lasciarmi neppure avvicinare alla finestra. Giù dalle scale, invece, c’erano servi armati per impedirmi qualunque tentativo di fuga. Ah, quanto ho pianto e pregato!
- Ma come hai fatto a mandarmi quel messaggio e a scappare?
- Ho pianto così tanto, giorno e notte, che ho convinto Grata ad aiutarmi. Ella è riuscita a venire da te, perché nessuno poteva immaginare che lei mi avrebbe assecondata e così i servi non hanno badato al fatto che lei uscisse, dato che era solita farlo per andare a comprare il cibo.
- Ma i servi armati come vi hanno permesso di fuggire?
- Ho dato loro tutti i miei gioielli e li ho comprati. Mio padre non li pagava certo quanto li ho pagati io! Domattina, lasceranno la casa e con tutti quei preziosi potranno andare in un’altra città e avere una vita migliore. Solo in quel momento, mio padre si accorgerà che la mia camera non è più protetta da nessuno e vedrà anche che è vuota. Non potrà farci niente e noi non torneremo mai indietro. Ma io non ho più nulla, sono qui con l’unico vestito che avevo indosso e porto con me solo la mia cameriera fidata, che altrimenti sarebbe stata uccisa da mio padre. Non ho dote, gioielli, né abiti. Però, sono libera e, se tu mi vorrai davvero, sarò la tua sposa. 
Quanto era grande il coraggio di Mila, pensava Poli, e anche il suo amore. Quanto aveva rischiato fuggendo per raggiungerlo! Egli avrebbe dovuto essere degno di lei, sempre.
Intanto, con la mano nella mano, essi contavano le stelle in cielo.
Il firmamento era blu del colore dei sogni che si avverano, finalmente.
Il viaggio sarebbe stato lungo e, forse, avrebbero anche incontrato qualche tempesta. Ma, infine, ci sarebbe stato l’approdo felice in una terra che li avrebbe ospitati insieme per tutto il lungo tempo della loro esistenza.
 
Mentre, dunque, essi erano giunti nella patria di Poli e iniziavano una nuova vita, da qualche parte su quel continente, nel cielo stellato che essi amavano tanto contemplare, un asteroide si era scontrato con un altro asteroide. Quel piccolo masso rugoso, composto da minerali e metalli, formatosi probabilmente quattro miliardi e mezzo di anni prima, aveva, dunque, cambiato la sua rotta ed era, infine, piombato improvvisamente sulla terra.
Il tremendo impatto aveva determinato un’immediata catastrofe climatica, spostando un volume gigantesco di milioni di tonnellate d’acqua con ondate alte da otto a quindici chilometri che avevano attaccato le coste. Incendi violentissimi avevano distrutto le foreste del mondo intero, vulcani addormentati da migliaia di anni erano entrati improvvisamente in eruzione, riversando oceani di lava su milioni di chilometri quadrati di terreno, ricoprendo la superficie di uno strato alto trecento metri e anche più. Erano state immesse nell’atmosfera enormi quantità di fumo e detriti che, in seguito, erano stati sospinti in tutti gli angoli della terra da venti spaventosi che avevano oscurato il sole per quasi un anno, facendo scendere la temperatura sotto lo zero e avvolgendo il pianeta in un manto nero.
Arianna rammenta bene, infatti, che Rand Flem Ath, uno studioso, aveva affermato in una conferenza all’Università del Delaware nel 1996, che Atlantide era un’isola montagnosa, di notevole altezza, e che corrispondeva all’Antartide. La distruzione, a causa di una cometa o di un asteroide, era avvenuta presumibilmente intorno al 9.600 a.C. Il cataclisma aveva cambiato completamente il clima e la conformazione di alcune terre. C’erano prove di quello. Sugli aridi altipiani della Turchia, ad esempio, si innalzano le rovine di Catal Huyuk, la prima città di cui si abbia notizia. 10.000 anni fa, circa, l’importante civiltà che la edificò sorse dal nulla e non si conoscono luoghi e popoli grazie ai quali sia possibile stabilire l’origine delle capacità tecniche, commerciali e agricole degli abitanti delle fertili pianure dell’Anatolia. Forse, invece, erano uomini giunti dalla mitica Atlantide. Alcune carte nautiche antiche, poi, come la Piri Re’is del 1513, non solo mostrano l’Antartide, che fu scoperta soltanto nel 1818, ma la raffigurano anche libera dai ghiacci! L’unica spiegazione logica di questo mistero è supporre che queste carte nautiche fossero copie di carte molto più antiche, a loro volta copiate da versioni precedenti e così via a ritroso, fino al tempo in cui l’Antartide era sgombra dai ghiacci…
Arianna chiude il libro con le parole di Platone che hanno attraversato i secoli, stimolando studi e discussioni. Lo infila nella valigia già pronta e la richiude. Sì, lo porterà con sé per ripensare, ogni tanto, a quella storia meravigliosa e, forse, vera…
Poli e Mila, come pochi altri umani sulla terra, si erano salvati dal tremendo disastro e avevano raccontato ai loro contemporanei, con gli occhi abbagliati dalla magia del loro primo incontro, le meraviglie del mitico regno di Atlantide, inesorabilmente distrutto dal cataclisma. Molte generazioni avrebbero tramandato il sogno di un continente che mai più, navigando, era stato ritrovato e sempre l’uomo, alla ricerca di sé stesso, se ne era chiesto notizia.
Tra poco, Tongo avrebbe suonato al citofono e lei sarebbe scesa. L’aereo per il Togo li attendeva alla Malpensa e nessuno, oggi come allora, avrebbe potuto rovinare il loro sogno d’amore. Là si sarebbero sposati e, quindi, si sarebbero trasferiti in Egitto dove Tongo, che era archeologo, avrebbe continuato le ricerche che si facevano intorno alla Sfinge, sotto le cui zampe si diceva fosse la Sala degli annali di Atlantide.
Chissà che l’esistenza di Poli e Mila, insieme a tutte le altre di diecimila anni prima, non potessero tornare alla luce per chiarire il mistero!
E se un asteroide uscisse - meditava ancora Arianna - nuovamente e improvvisamente dalla sua orbita e precipitasse un’altra volta sulla terra?
Allora, anche l’attuale genere umano, che si crede onnipotente e che continuamente, con l’odio e con le guerre, distrugge sé stesso e le sue conquiste, nel terzo millennio, dovrebbe di nuovo ricominciare da capo. Con fatica e sofferenza, come dall’inizio dei tempi, dovrebbe imparare a sopravvivere su questo pianeta.
Renata Rusca Zargar