POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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lunedì, agosto 14

I VESPASIANI, UN SALTO NELL'ANTICA ROMA e qualche battuta di MMP e DANILA OPPIO

 


Nell’immagine, i bagni pubblici di Ostia Antica.

Scrive MMP: Noi romani avremo inventato pure il gabinetto, non molto dissimile da quello che abbiamo in casa oggi, dotato sotto di acqua corrente per portare via quel che ben sapete, e sopra un canale sempre di acqua corrente per lavarsi. Rispetto ad oggi la si faceva tutti assieme e possiamo immaginare che si parlasse, da cui le ...riunioni di gabinetto!

Risponde un altro:

- Le attuali riunioni di gabinetto si differenziano solo per il grande fetore che le distingue

E un altro ancora:

- Se non ricordo male, i romani, mantenevano sul sito oche, i cui starnazzi attutivano i rumori. Vero?! Oggi al posto delle oche, sarebbe sufficiente mettere qualche politico e il risultato sarebbe lo stesso, inoltre, i politici, sarebbero nel luogo perfetto per loro. 

Un’altra ancora

- e riunioni di condominio

Un altro che ama mettere i puntini sulle “i”

- Vespasiano era reatino non romano

A questo punto intervengo al dibattito anch’io:

- Mancavano i puntini sulla i! e allora ne aggiungo altri...Ancora oggi, quando cerchiamo nel dizionario un sinonimo di bagno pubblico, troviamo la parola vespasiano. Questo nome deriva da quello dell'imperatore romano omonimo che, per quasi un decennio completo, governò l'Impero Romano dal 69 al 79 d. C. Vespasiano fece costruire molti bagni pubblici, per rendere Roma più pulita. Ma il nome a questi bagni lo diedero gli stessi romani come segno di critica nei confronti delle tasse richieste dall'imperatore. Tra queste, la tassa sull'urina.

Quindi Vespasiano sarà anche nato a Rieti, ma è stato imperatore di Roma. I bagni pubblici e le latrine vennero costruite all'epoca del suo impero, e queste in particolare si trovano a Ostia antica! più pulita. Ma il nome ai bagni lo diedero gli stessi romani come segno di critica nei confronti delle tasse richieste dall'imperatore. Tra queste, la tassa sull'urina.

Mi risponde MMP: ma non fu Vespasiano a inventare i gabinetti romani, lui divenne famoso perché chiedeva i soldi...mentre prima di lui come ogni cosa a Roma erano gratis

Ed io di rimando:

Infatti l'ho appena scritto qui sopra, delle tasse richieste da Vespasiano come la tassa sull'urina. Per questo sono state denominate Vespasiani!

In ogni caso, mi è piaciuta la battuta di MMP, perché si riferiva alle riunioni di gabinetto, che non avvengono propriamente nel cesso, ma alla fine spesso ne escono cagate pazzesche!

 QUANDO ANDARE ALLA TOILETTE ERA UN MODO PER SOCIALIZZARE

(articolo apparso su MILANOPLATINUM.COM)

In un passato non molto lontano, avere in casa un gabinetto era uno status symbol. Ciò valeva anche nella Roma antica, dove solo i proprietari di domus, le case dei nobili, potevano godere di una toilette personale. La maggior parte della gente, invece, andava a fare i propri bisogni nelle latrine pubbliche (“forica”), dove si potevano contare anche cento posti a sedere, con buona pace della riservatezza. In effetti, mentre i nostri bagni pubblici ci nascondono dagli altri per mezzo di muri, tramezzi e porte, quelli romani non avevano nulla del genere.

Chi arrivava, si sedeva con gli altri su un bancone generalmente di marmo e privo di sedute anatomiche, sul quale erano stati praticati dei fori a distanza piuttosto ravvicinata. Per questo motivo, tali banconi erano detti “sellae pertusae”, cioè sedili forati. Gli avventori stavano, come è facile comprendere, gomito a gomito, coperti nelle parti intime solo dalle loro tuniche. Sotto le sedute, si trovava un canale con acqua corrente, la cui funzione era quella che oggi svolge il nostro sciacquone: lavare via tutto. C’era poi un canaletto, scavato nel pavimento, giusto ai piedi di chi stava seduto: c’era acqua che scorreva anche lì. Ma a che serviva? A immergervi un bastoncino con in cima una spugna, che veniva usato per pulirsi in mancanza di carta igienica. Quando l’operazione era finita, la spugna veniva staccata sfregando il bastoncino contro l’apertura del bancone e finiva, insieme ai bisogni, nelle fognature.

 A differenza delle nostre, spesso squallide, quando non sporche, le latrine pubbliche dei romani erano esteticamente curate: c’erano nicchie con statue di divinità (una delle più frequenti era la dea Igea, dal cui nome deriva il nostro termine igiene, ma si trovava anche la dea Fortuna), fontane con acque zampillanti, pareti con cascatelle d’acqua e bei colori alle pareti. Talvolta, tra un sedile e l’altro erano sistemati dei braccioli con la forma di delfino, che rendevano più comoda la permanenza e servivano a delimitare gli spazi.

I materiali usati, poi, dal marmo dei sedili, all’opus sectile o al mosaico per i pavimenti, che risultavano così facilmente lavabili, facevano pensare all’importanza di mantenere pulito l’ambiente.

E non c’erano nemmeno cattivi odori: spesso, infatti, i gabinetti pubblici si trovavano sotto i portici e, se erano in ambienti chiusi, avevano ampie finestre tenute costantemente aperte. Insomma, nulla era lasciato al caso.

 


















Le latrine pubbliche erano ovviamente a pagamento: chi entrava pagava i “conductores foricarum”, appaltatori del fisco, per il servizio offerto. La plebe più povera, che non poteva permettersi di sprecare denaro, aveva invece a disposizione delle giare poste agli angoli delle strade e generalmente in prossimità delle tintorie. I “fullones” (tintori), infatti, usavano l’urina, che contiene ammoniaca, per lavare e sbiancare i tessuti e quotidianamente svuotavano questi vasi nelle vasche dei loro negozi.

C’era però anche chi, dai piani alti delle “insulae”, i palazzoni della gente più povera, gettava in strada i propri bisogni, evitando così la fatica di scendere.

Va detto che, per chi aveva la possibilità di entrarvi, le latrine pubbliche offrivano l’occasione per un po’ di conversazione e socializzazione. C’erano anche casi, come denuncia Marziale, in cui andare ai bagni era il modo più semplice per cercare un un invito a cena da qualcuno più ricco. È quello cha faceva un certo Vacerra (Epigrammi XI, 77):

 “In omnibus Vacerra quod conclavibus

consumit horas et die toto sedet,

cenaturit Vacerra, non cacaturit”.


“Il fatto che Vacerra spreca le ore

nei gabinetti pubblici e se ne sta seduto là tutto il giorno,

vuol dire che Vacerra ha voglia di cenare, non di cacare”.

Speriamo, per Vacerra, che questo spreco di tempo gli sia andato a buon fine!

Dal sito VOCI ANTICHE   (articolo apparso su MILANOPLATINUM.COM)

MMP sta per Massimo Mariani Parmeggiani, che trova sempre argomenti di grande interesse culturale e culinario! Grazie per avermi fatto sorridere e imparare qualcosa che mi era sconosciuto almeno in parte. Infatti, non sapevo che usassero l'urina per trattare i tessuti, però ben sapendo che contiene ammoniaca, comprendo l'uso della stessa! 

Danila Oppio

domenica, dicembre 4

QUEL PROFUMO DI BUCCE DI MANDARINO di MASSIMO MARIANI PAREMEGGIANI

 

I racconti di Massimo Mariani Parmeggiani sono "da rubare" e così ho fatto 
un giro nel suo sito, e quando mi sono imbattuta in questo racconto, ho ritrovato anche la mia infanzia, simile al mio ricordo del profumo di mandarino nel  periodo di Natale. Molto convincente questo ricordo di Massimo! 


Il piacere della scrittura


che vi consiglio di visitare qui:

https://massimomarianistorie.altervista.org/?fbclid=IwAR1MnMhoaPIZNHyQZw8tmZJWhOvN22sqkgoLGVDjq_whX4xwIc-2T7WdmWo&doing_wp_cron=1670155989.9915580749511718750000

Quel profumo di bucce di mandarino. I numeri ch’uno per volta escono dal sacco. Ninetto, la vigilia e le gambe delle donne. L’ambo che ti passa e più non vale. Tombola e tu vai per uno ma c’è il tombolino che il Natale è come suor Teresina della chiesetta bianca appena fuori le mura vaticane. Anche se non vuoi ti consola per forza. I fioretti da colorare ogni volta che li mantieni, il turibolo con l’incenso e la madonnina con la corona di lampadine che s’accendono con dieci lire.

Nonna era quella che sbucciava i mandarini. Io di nonne ne ho avute tre che quella era una zia e mio zio era mio nonno. Di nonni invece solo due che uno dei tre per i debiti del gioco s’era sparato, così che da quel lato, tutto era tornato a posto.  Altri segna numeri che i fagioli son tondi e rotolano via.  Le bucce dei mandarini invece no.
No, le cartelle non si cambiano. La fortuna non può rincorrerti per farti vincere, è già tanto se a Natale ti trova con tutta la confusione che c’è. Non so se avete mai avuto modo di vedere una pianta di mandarini, ma ha le spine. Ha le spine come i rovi di more e le rose ma più lunghe e aguzze come fossero pugnali. Oggi ci sono le clementine e forse, forse non le avete mai viste e chissà, magari, non avete mai visto nemmeno una pianta di clementine che quella in verità non l’ho vista mai nemmeno io. Ma quelle spine le ricordo che appena le tocchi esce subito il sangue e ti fai male.
Sette e mezzo Reale e con la matta, il banco gira ed è tuo. Il profumo dei mandarini si appiccica alla memoria, ancor più delle immagini che a tratti varcano scomposte gli argentei cancelli dei sogni dove sono rinchiuse. L’odore della credenza dei dolci e del cordiale, nera come gli altri mobili del salone. La morbida fragranza del panettone e i regali di cui non serbo nemmeno il ricordo che non c’è nulla da fare, dei mandarini l’odore è il mio Natale.

mercoledì, dicembre 24

Quel profumo di bucce di mandarino di Massimo Mariani Parmeggiani

Quel profumo di bucce di mandarino. I numeri ch’uno per volta escono dal sacco. Ninetto, la vigilia e le gambe delle donne. L’ambo che ti passa e più non vale. Tombola e tu vai per uno ma c’è il tombolino che il Natale è come suor Teresina della chiesetta bianca appena  fuori le mura vaticane. Anche se non vuoi ti consola per forza. I fioretti da colorare ogni volta che li mantieni, il turibolo con l’incenso  e la madonnina con la corona di lampadine che s’accendono con 10 lire.
Nonna era quella che sbucciava i mandarini. Io di nonne ne ho avute tre che quella era una zia e mio zio era mio nonno. Di nonni invece solo due che uno dei tre per i debiti del gioco s’era sparato, cosi che da quel lato, tutto era tornato a posto.  Altri segna numeri che i fagioli son tondi e rotolano via.  Le bucce dei mandarini invece no.
No, le cartelle non si cambiano. La fortuna non può rincorrerti per farti vincere, è già tanto se a Natale ti trova con tutta la confusione che c’è. Non so se avete mai avuto modo di vedere una pianta di mandarini, ma ha le spine. Ha le spine come i rovi di more e le rose ma più lunghe e aguzze come fossero pugnali. Oggi ci sono le clementine e forse, forse non le avete mai viste e chissà, magari, non avete mai visto nemmeno una pianta di clementine che quella in verità non l’ho vista mai nemmeno io. Ma quelle spine le ricordo che appena le tocchi esce subito il sangue e ti fai male.

Sette e mezzo Reale e con la matta, il banco gira ed è tuo. Il profumo dei mandarini si appiccica alla memoria, ancor più delle immagini che a tratti varcano  scomposte gli argentei cancelli dei sogni dove sono rinchiuse. L’odore della credenza dei dolci e del cordiale, nera come gli altri mobili del salone. La morbida fragranza del panettone e i regali di cui non serbo nemmeno il ricordo che non c’è nulla da fare,dei mandarini l’odore è il mio Natale.

Massimo Mariani Parmeggiani

lunedì, ottobre 6

Massimo Mariani Parmeggiani


Max non si smentisce mai, la sua simpatia è contagiosa! E se ancora non lo conoscete (però sotto l'etichetta a suo nome, che potete reperire sulla destra in home page, potrete leggere qualcosa di suo) eccovi alcune sue foto, così se lo incontrate per le strade di Roma, potete salutarlo!




giovedì, settembre 25

GRAZIE FRANCESCO!

Ho avuto una bisnonna che ha attraversato due secoli, quello in cui è nata, la fine dell’ottocento e poi buona parte del novecento. Quando io sono nato lei era già vecchia e incartapecorita, una cosa che a noi bambini faceva una certa impressione, ma le sue storie  quelle no erano fantastiche. Raccontava di un mondo che non aveva la luce elettrica e nemmeno la televisione. Quando era nata non esistevano nemmeno le  automobili, si andava in carrozza, almeno chi poteva e aveva visto le prime macchine volanti spiccare il loro volo. Nata all’epoca dei cow-boy e degli indiani che per me erano dei soldatini con cui giocare, aveva assistito a quell’evento mondiale che fu il primo uomo sceso sulla Luna e io mi chiedevo quali cose fantascientifiche sarei stato destinato e vedere nel corso della mia esistenza.
Mi sbagliavo, in quel senso lei era stata una privilegiata. Einstein elaborava la Teoria della Relatività e il mondo cambiava completamente, il tempo non era più una costante mentre lo diventava la velocità della luce…ma chi di noi se n’è realmente accorto? Quanti alzando gli occhi nel cielo e guardando la luna si rendono conto che stanno vedendo il passato e si pongono tutte quelle domande che un’osservazione del genere dovrebbe far scaturire? Nessuno, nemmeno io.
Il mondo di oggi non è cosi diverso da quello degli anni 70, la luce dentro le case si continua ad accendere con il solito pulsante e un PC in definitiva è solo una televisione con più funzioni. E’ cambiata la carrozzeria delle auto, forse perfino in peggio, ma la loro sostanza è rimasta la stessa. Abbiamo perfino smesso di scendere sulla Luna e nessun uomo è mai sceso ancora su un altro corpo celeste. Da un punto di vista sociale e politico andiamo ancora peggio. Il proletariato non ha conquistato il mondo come in molti avevamo sperato, dio è morto e anche io non mi sento più tanto bene.
Nel 1999 ho assistito in montagna all’eclissi parziale di sole. E’ stato impressionante, la temperatura che è improvvisamente calata e il totale e assoluto silenzio che l’ha accompagnata come se anche le foglie degli alberi avessero avuto timore di disturbare quell’evento con il loro stormire. Ma nulla da poter essere paragonato allo stupore per il Circo di Buffalo Bill a Roma, la prima automobile o all’incredulità di girare un interruttore ed avere la luce elettrica dentro casa dove prima c’erano le candele o il gas per i più agiati. La mia bisnonna aveva perfino udito la prima scatola di legno parlante… una radio. Tutte cose che invece appartenevano alla mia normalità dove i suoi racconti mi apparivano come una sorta di fantascienza al contrario. Insomma una vera delusione aver passato tutti questi anni seppur travagliati e decisamente movimentati, senza mai assistere a nessuno di quegli eventi eccezionali che poi fanno la storia dell’umanità perché in definitiva perfino lo sbarco sulla Luna non è stato così eccezionale come può essere apparso alla mia bisnonna o ai miei genitori.
Ora vi starete chiedendo cosa abbia a che vedere Papa Francesco con la mia bisnonna e questa strampallata storia. Probabilmente nulla se non fosse che la mia ava  essendo nipote di un cardinale abitava in Via della Conciliazione a pochi passi dalla Santa Sede e che proprio a Papa Francesco debbo il mio momento storico da poter raccontare che poi, è quello che sto facendo.
Quando leggevo di Celestino V e del “gran rifiuto” non potevo immaginare che sarei vissuto nell’era dei due Papi ambedue vivi se non uno proprio vegeto e questo, che lo vogliate o no è un fatto storico enorme in una istituzione come quella che può essere la Chiesa Cattolica, alla quale come ben sapete guardo con il dovuto rispetto e la giusta distanza essendo io agnostico piuttosto che ateo, ritenendo, ma è soltanto un’opinione, che questa seconda condizione dello spirito sia troppo mistica per un razionalista come sono.
Avendo studiato dai Barnabiti con una sommaria infarinatura della Summa Teologica di sant’Agostino, le implicazioni dell’avere due Papi perché di questo in fondo si tratta, indubbiamente mi affascinano, cosi come non ha mancato di suscitarmi simpatia Francesco, simpatia che da queste pagine ho più volte espresso. Non me ne vogliano i bacchettoni al contrario di certa sinistra, quella delle gaulois, la birra gelata e i titoli rossi dei loro giornali il mio non credere non viene da esperienze negative con il clero ma da una convinzione che a ben vedere è l’esatto opposto della fede, tanto questa è forte. Nel clero, per quello che mi riguarda ho sempre trovato, per mia fortuna, conoscenze eccezionali come quella del compianto Cardinal Martini, un americano trapiantato a Roma, amico di famiglia fin da quando ero piccolissimo. Una persona umanamente eccezionale o il mio insegnante di religione presso i Barnabiti, il primo prete brasiliano a spretarsi per sposare la donna di cui era innamorato.
Francesco però ha voluto fare di più, come se in qualche modo sapesse che lo seguo nel mio non essere credente e stesse cercando di ricondurmi in quell’ovile che non mi appartiene. Ebbene, per espressa volontà del Papa, una cosa che in Vaticano non è da prendere sottogamba, trattandosi forse dell’unico monarca assoluto ancora esistente al mondo, Jozef Wesolowski è stato arrestato dalla Gendarmeria dello Stato Vaticano. Non era mai accaduto. E’ l’effetto della tolleranza zero contro la pedofilia.
Ordinato sacerdote nel 1972 dall’allora arcivescovo di Cracovia Wojtyla era nunzio apostolico nella repubblica Dominicana quando un anno addietro grazie a un’inchiesta di una Tv privata scoppiò lo scandalo.  Wesolowski adescava bambini sulla spiaggia offrendo denaro in cambio di prestazioni sessuali. Non solo, l’inchiesta mise in luce che il prelato era un assiduo frequentatore dei luoghi di prostituzione minorile.
Qualcuno di voi ricorderà le polemiche suscitate dal fatto che la Santa Sede lo aveva immediatamente richiamato a Roma. I soliti complottisti si scatenarono, non potendo nemmeno immaginare quali potevano essere i motivi che avevano spinto Francesco a un simile atteggiamento. Aveva protestato perfino l’agenzia dell’ONU. A me, era parso strano che Francesco lo volesse tutelare, anche lui come me venendo da quel cielo pieno di stelle così diverse che vede nella Croce del Sud la sua Stella Polare e avendomi sorpreso fin dal primo giorno con la frase meno storica che un Pontefice potesse pronunciare: “Buona sera!”. Invece,  come cittadino vaticano (la Santa Sede è a tutti gli effetti uno Stato Estero seppure nel territorio italiano) e in quanto nunzio, doveva essere sottoposto a un doppio processo; canonico e penale. A fine giugno la Congregazione per la dottrina della fede (quello che un tempo era il Santo Uffizio) lo ha dimesso dallo stato clericale e ora deve iniziare il processo penale, quello per cui si va in galera, tanto per essere più chiari.
Il promotore di giustizia del Tribunale Vaticano, insomma il PM, gli ha notificato i capi d’imputazione come si evince dalla scarna nota diffusa da padre Federico Lombardi: “ La gravità degli addebiti ha indotto l’Ufficio inquirente a disporre un provvedimento restrittivo che alla luce della situazione sanitaria dell’imputato, comprovata dalla documentazione medica, consiste negli arresti domiciliari con le correlate limitazioni, in locali all’interno dello Stato della Città del Vaticano”. Non sta quindi in prigione, ma neppure a casa sua considerato che l’ex prelato non ha case in Vaticano. I gendarmi lo hanno lasciato nelle stanze del Collegio dei Penitenzieri, sorvegliato a vista.
Va da se che con la condanna canonica Wesolowski ha perso l’immunità diplomatica e quindi potrebbe essere soggetto anche a procedimenti giudiziari da parte di altre magistrature e anche questo sarebbe in assoluto la prima volta che accade. L’11 Luglio dello scorso anno Papa Francesco ha inasprito le pene contro i pedofili e ha reso processabili anche i diplomatici della Santa Sede.
Due Papi e la prima condanna di un diplomatico vaticano da parte della stessa Santa Sede. Viene voglia di crederci, se non nello Spirito Santo, in questo Pontefice a me piacendo enormemente questa parola essendo l’appellativo del Sommo Sacerdote, seppur pagano,  che assisteva alla costruzione dei ponti, per gli antichi romani la massima espressione dell’architettura e dell’ingegno umano nonché amministratore del Diritto Romano, quell’insieme di leggi che ancora oggi i novelli avvocati studiano nelle università.
Non chiedetemi per quale motivo, la simpatia come l’antipatia è un fatto di pelle che sfugge alla razionalità perfino di un razionalista come me, non ho mai avuto particolari simpatie per nessun Pontefice in particolare ma Francesco mi affascina e non ho problemi nel riconoscerlo. A modo suo combatte una guerra e a me piacciono i combattenti , quelli che affrontano il mondo a viso aperto senza curarsi troppo di quello che gli altri dicono o pensano.
Nella storia della Chiesa questa sarebbe la prima volta che il Santo Uffizio, dopo tanti secoli di barbarie fa una cosa buona giusta. Verrebbe da dire che purtroppo il 12 febbraio del 2001 Giovanni Paolo II aboliva la pena di morte ancora prevista nell’ordinamento giuridico dello Stato Vaticano ma per estradizione culturale sono contrario a tutte quelle pene… definitive. Errare è umano, non potendosi più dire democristiano il perseverare per raggiunti limiti storici.
  Buona vita a tutti voi
Massimo Mariani Parmeggiani 
Come ben sai, Max, mi piace rubacchiare qualche tuo articolo dal tuo sito personale...tanto l'hai già reso pubblico su FB! Conosco il tuo pensiero filosofico, politico e assolutamente ateo. Ma vorrei davvero che tutti quelli che si definiscono credenti, a qualsiasi credo appartengano, usassero il discernimento e la ragione, piuttosto che certi preconcetti duri da smuovere o, peggio ancora, quell'assurda omertà per la quale "di certe cose non si deve parlare, perché sporca l'immagine di Chiesa". Si deve tacere! Ma scherziamo? Chi insozza l'immagine di Chiesa, sono questi pedofili che indegnamente vestono l'abito talare! Quella Chiesa che per tanto tempo si è avvalsa della Sacra Inquisizione, quel Torquemada e i suoi seguaci, avrebbero dovuto innalzare la pira (o rogo) per il loro stesso clero, e tenerla accesa, come il fuoco delle vestali, fino ai nostri giorni. Mi spiace, conosco vescovi e sacerdoti cui porto un grandissimo rispetto, per la loro correttezza morale...ma le mele marce, vanno gettate nel letamaio, la famosa Geenna, 
Per chi non lo sapesse:
La Geenna (o Gehenna o Gaénna) è una valletta scavata dal fiume Hinnom sul lato sud del monte Sion. Il nome deriva dall'ebraico gē-hinnomche significa, appunto, "valle dell'Hinnom".[1] Sion è un rilievo montuoso sul quale è stata fondata la città di Gerusalemme ad opera del popolo dei Gebusei. Il re Davide la conquistò e ne fece la sua capitale. Attualmente è tutta edificata ed è un quartiere di Gerusalemme tra i più poveri, mentre l'Hinnom è un torrentello a carattere non permanente.
Nell'Antico Testamento
Nella valle dell'Hinnom i re di Giuda Acaz e Manasse avrebbero praticato il culto del dio Moloch, al quale, dopo essere stati sgozzati, venivano bruciati in olocausto i bambini[2] (2 Cronache Geremia. Il re Giosia volle poi sopprimere sul suo territorio ogni tipo di devozione non diretta a JHWH. Per impedire che in futuro si continuassero pratiche simili, fece profanare il luogo in cui si praticava il culto idolatrico e ne fece più propriamente una discarica di immondizie e cadaveri a cui non veniva concessa la normale sepoltura, dove il tutto veniva bruciato da un fuoco continuo.
Dio avrebbe infatti decretato per bocca del profeta Geremia che la valle di Hinnom doveva servire come luogo per eliminare in massa cadaveri e non per torturare vittime ancora in vita Geremia  Quanto dichiara la Bibbia a proposito della Geenna concorda in genere con l’idea tradizionale di fonte rabbinica e di altre fonti: la valle di Hinnom serviva come luogo adibito all’eliminazione dei rifiuti di Gerusalemme. Ad esempio in Matteo gaénna ha il valore generico di “mucchio d’immondizie”
Danila Oppio

domenica, giugno 29

Storia di calzini e mazzancolle


Oggi, “era” un sabato qualunque e senza nessun particolare motivo che non fosse l’ora singolarmente appropriata, mi sono recato con La Signora Madre in un ristorante del paesino che, ignaro, mi ospita tra i suoi cittadini che, praticamente conosco appena. Un antico vizio, quello di essere tangenziale evitando di integrarmi che tanto prima o poi spicco di nuovo il volo verso altri lidi che ancor meno mi apparteranno. Menù di pesce, ben sapendo che sarebbe stato splendidamente cucinato, che se i soldi li devi spendere che siano almeno spesi bene sosteneva mio nonno che infatti se li era mangiati tutti, lui che era vissuto in Via della Conciliazione accanto al Papa e che finì in affitto su quelle che un tempo erano state le sue terre a Velletri.
Ero agli scampi e mazzancolle, semplici, nude e quasi sensuali in quel loro  rosso mostrarsi. Non a caso il rosso è simbolo della passione. Alla piastra,insomma solo con un filo appena  d’olio extra vergine d’oliva.L’olio e la lana, come ben sapete, devono essere assolutamente illibati…ricordate, vero il marchio pura lana vergine? Comunque, scusate se ogni tanto divago,  perfettamente cotti i due crostacei e talmente freschi che poco prima ancora parlavano con le alici fritte dell’antipasto condite con cipolle di Tropea in agrodolce. A casa sono solito mangiare per nutrirmi, senza molta attenzione, sempre che non sono colto da qualche raptus culinario, un tempo anche io avevo un locale, poi uno dei soci dovette espatriare in Francia, paese che non riconosceva certi nostri processi quanto meno estemporanei di quei tempi un po’ bui e finì anche l’attività.  Quando mangio fuori, si tratta invece di un rito con una sua sacralità, un rito che non va in alcun modo infranto o turbato. Il tavolo mi appartiene e anche un certo spazio vitale attorno che soltanto il cameriere o come nella fattispecie, la cameriera,una sorprendentemente gentile signora, sono autorizzati a varcare.
Non ditemi che sono bizzarro, lo so benissimo e la cosa peggiore è che non ho nemmeno intenzione di cambiare che preferisco guardare il mondo che attorno a me cambia. Che cambi in meglio poi, è cosa del tutto opinabile.  Il pesce, al contrario della carne è un’attività ludica che ha molto a che vedere con il piacere. Mio nonno (sempre lui) sosteneva che sia il pollo che il pesce si possono mangiare con le mani ma io non ho mai trovato menzione di questa torbida concessione sul manuale di buone maniere di Monsignor della Casa, motivo per il quale, forse, detesto sporcarmi le mani mentre sto mangiando. Ero intento per tanto nell’operazione quasi chirurgica di separare la polpa soda e gustosa del gambero dalla sua carapacea corazza con forchetta e coltello di modo da non perderne la benché minima particella, quando accade un fatto assolutamente increscioso, non in se stesso ma per il religioso momento del mio raccoglimento. Un estraneo aveva varcato quella soglia virtuale che avevo tracciato attorno al mio tavolo quando mi ero seduto e cosa ancora peggiore mi offriva calzini di vari colori e improbabili colori. Non avevo bisogno di calzini, indumento che oltretutto aborro fortemente e che utilizzo in inverno per stretta necessità, non avevo spicci, che, anche se li avessi avuti, non avrei mai infilato le mani in tasca dei pantaloni mentre stavo mangiando del pesce.
Veniva quell’uomo dalla Terra Madre, quella che ci ha partorito tutti, l’Africa. Piccolo, secco, strano e sbilenco quell’uomo, con un buffo cappellino multicolore in testa. Sembrava uscito da uno di quei film che mischiano realtà e cartoni animati, come Jogger Rabbit o Mary Poppins e non posso negare che la sua insistenza fosse fastidiosa, soprattutto in un periodo della mia esistenza in cui la mia pazienza è ridotta al minimo, se mai in altri periodi io l’abbia mai avuta. O forse era solo il fatto che mi offrisse dei calzini proprio nell’unico periodo dell’anno in cui se ne può tranquillamente fare a meno. Lui ha continuato ad insistere. Devo dire che oltretutto non amo in modo particolare fare dell’elemosina che mi è sempre apparsa come un lavarsi la coscienza e, per un certo verso, anche un’offesa nei confronti di chi la riceve. Ma quei calzini lo avrei mai comprati, no questo mai.
Poi accade qualcosa, una di quelle cose che possono cambiare una banale giornata in qualcosa che vale la pena di raccontare e di ricordare nel tempo con quel singolare affetto che ammanta certi ricordi. Chissà quante volte aveva pronunciato quella frase per suscitare il senso di colpa delle persone più fortunate di lui, tanto che la disse senza una particolare enfasi come una di quelle cose che vanno dette essendo quello il suo ruolo, in quel momento e in quel posto. Ho fame. Ora se stai mangiando dei gamberoni e degli scampi alla piastra, viene da se che non puoi rimanere indifferente davanti a una persona che ti porge degli improbabili calzini multi colorati e incellofanati dicendo di avere fame. Che sia vero o meno, avere fame non è una cosa simpatica e nonostante la sua mercanzia fosse assolutamente disdicevole io non sono quel mostro che a volte certe male lingue dipingono. Tranquillo gli ho detto (che nella vita reale dovrebbe corrispondere a quel stai sereno che spesso si legge in rete) ti faccio fare un bel panino.
Lui non ci ha pensato nemmeno un solo istante a rispondermi. No panino. Ecco mi sono detto, ora l’ho offeso per qualche motivo a me sconosciuto sebbene non riuscissi a ricordare nemmeno una religione che vietassi il consumo di panini farciti ma era possibile che perfino io fossi all’oscuro di qualche particolare ortodossia. Ancora non me rendevo conto ma io e quel buffo omino stavamo diventando personaggi di una folle commedia dell’assurdo e del fantastico, molto simile a quei film simbolici e grotteschi che Bunuel, compianto regista messicano amava realizzare e che negli anni 70 riempivano i cineclub. No, panino no. Non lo vuoi un panino? No, panino no. Che fosse celiaco? Una vera disgrazia nella sua condizione. No, non lo era affatto.
Pasta. Pasta? Pasta. Perdinci bacco ho esclamato dentro me stesso, di certo non aveva attraversato il mare per giungere fino sulle nostre coste per consumare un volgare panino che avrebbe potuto mangiare in qualsiasi parte del nostro paese. L’Italia, lo sanno tutti che è il paese della pasta (pizza e mandolino ormai appartengono a un’altra epoca). Mica aveva tutti i torti e forse, forse perfino io nella sua stessa situazione avrei fatto lo stesso che non capita tutti i giorni di entrare in un ristorante per vendere degli improbabili calzini multi colorati e mangiare. Vuoi un piatto di pasta allora? Si pasta. La pasta era il suo mantra e mi sorpresi a chiedermi se io fossi stato nel suo paese nella sua situazione cosa avrei chiesto di mangiare. Mio nonno, sempre quello, tra le altre innumerevoli cose diceva che uno sa come nasce ma non sa come muore, motivo per il quale non è detto che un giorno io non mi possa trovare nelle stesse condizioni di quell’uomo anche se, e questo è certo, non mi ridurrò mai a vendere quei calzini. Piuttosto accendini o qualche altra mercanzia. Mio nonno, ve lo assicuro, sapeva bene di cosa parlava quando dice va quella frase come un saggio cinese, lui che era vissuto a Via della Conciliazione accanto ai Papi e aveva concluso la sua esistenza a Vetralla in affitto da quella ch’era stata la sua domestica, passando un periodo a Velletri, sempre in affitto, su quelle che un tempo erano state le sue terre.
Pasta. Va bene, fatti fare un piatto di pasta, gli ho detto, te lo offro io. Ora quella, lo avrete ormai capito, non era più una giornata qualunque. L’omino strano e sbilenco, a queste mie parole si è dileguato e io ho potuto continuare la mia attività chirurgica su una mazzancolla ormai fredda e svuotata di ogni possibile significato ma non era ancora finita. La cosa decisamente meravigliosa di questo locale dove ogni tanto mi reco, sono le persone che lo compongono. Il cuoco che come vi ho già detto, il pesce lo cucina magnificamente, il gentilissimo proprietario e la signora che serve ai tavoli che, credo, io non sono uno che è solito farsi gli affari altrui, abbia a che vedere con il proprietario. Quest’ultima, abbastanza logicamente è venuta a chiedermi se il signore, cioè io, avevo per caso offerto un piatto di pasta al signore, cioè l’uomino. L’ho guardata come se per un istante fossi tornato in quel mio mondo che più non esiste dove le persone erano persone e le cose… cose. Vi sembrerà un dettaglio, magari un dettaglio insignificante ma non lo è affatto è uno di quei particolari che danno un senso diverso all’esistenza. Le ho detto che era proprio cosi e di chiedergli come la voleva non sapendo a quale religione appartenesse, se potesse mangiare questo o quello.

Al tavolo vicino una giovanissima coppia con il nonno di lui o di lei. Ho sentito il giovane che spiegava come queste persone venissero da chissà dove con mezzi di fortuna, il suo stucchevole buonismo che non era però stato minimante scalfito da quell’omino buffo e i suoi calzini. Le difendeva quelle persone spiegando le cose come stavano all’anziano signore ma solo a parole che è più semplice e meno impegnativo. Ormai il gambero era andato. Guarda che non doveva avere proprio tanta fame. Gli ho offerto un panino e non l’ha voluto, ha voluto un piatto di pasta. Il ragazzo mi ha guardato, la ragazza ha sorriso e l’anziano mi è parso che mi ringraziasse con lo sguardo.
.
A questo punto però ero curioso di sapere che pasta aveva ordinato. Spaghetti con le vongole, l’ha voluta con il pesce mi ha detto la signora, abbiamo fatto male? Assolutamente no gli risposto e anche in questo caso non aveva tutti i torti l’uomo dei calzini colorati, il pesce è veramente la specialità di questo ristorante, non avrebbe potuto chiedere di meglio. Ha chiesto se potevamo sbrigarci perché doveva prendere l’autobus. Poteva anche finire cosi ma questo sabato aveva ormai tutte le caratteristiche di una di quelle giornate da incorniciare. Abbiamo chiesto il conto io e La Signora Madre che in questa storia surreale compare un po’ tangenzialmente. Nella ricevuta fiscale e non ne dubitavo affatto, c’erano gli spaghetti con le vongole. L’inaspettata sorpresa, il prezzo totale scontato che quel piatto alla fine mi è costato solo qualche euro, poca cosa per una storia da raccontare ai nipoti senza dover nemmeno inventare nulla.
 Buona vita a tutti voi

Massimo Mariani Parmeggiani

mercoledì, maggio 21

il mio tetto del mondo





-Prima giornata-


Dei tempi del liceo è rimasta la voglia di conoscere, la capacità di stupirsi e di godere di cose semplici. A me l’esistenza dopo esser stata particolarmente accondiscendente piegandosi alle mie voglie e al mio volere m’era arrivata addosso come un treno in corsa.
Pur avendo fatto sport, non sono mai stato uno sportivo. Non ero competitivo, l’unica sfida che accettavo era quella con me stesso, con i miei limiti, gli altri, gli avversari erano nel mio disinteresse.

“Vieni ti porto a vedere le mie montagne”.  Tranne il Grifo, nessuno di noi era rimasto nei propri luoghi e a chi piace salire in montagna ha le sue. Sapevo di non poterlo fare ma era arrivato il momento di dire basta, di non permettere più all’esistenza di fare quello che lei voleva.

Quando decidi di fare qualcosa non puoi stare li a pensarci troppo. Erano almeno trent’anni che non prendevo un treno. Ho telefonato al Grifo “andiamo a trovare Sergio, prendi i biglietti”.

Le “sue montagne” sono al confine tra il veneto e l’Abruzzo, una sinuosa distesa di verde interrotta da sperdute malghe e cruda roccia che emerge a tratti come enigmatiche e silenziose sfingi. Le mie erano brulle, crude ma colme di bosco fin quasi sulla cima. Appena arrivati, l’odore. Un odore d’erba come dai noi sente solo quando viene tagliata, solo che li nessuno l’aveva tagliata. Si capisce subito che quello doveva essere il paradiso delle mucche e, di conseguenza del formaggio, una delle scoperte dell’uomo di fronte alla quale perfino la meccanica quantistica impallidisce.

Abbiamo mangiato. una cosa che non avrei mai fatto dovendo salire in montagna ma il posto era stupendo e in fin dei conti sapevo che comunque non ce l’avrei fatta. Ho perfino bevuto un dito di vino rosso, io che non bevo e detesto il vino rosso che trovo pesante e indigeribile. Mi è sembrato perfino buono e forse lo era davvero.

Eravamo a mille e duecento metri e rotti, dovevamo salire a quasi mille e cinque. Sembra poco ma non lo è affatto. In condizioni normali ci vuole quasi un’ora. Già dopo pochi minuti i dolori alle gambe che il sangue non vi arrivava come avrebbe dovuto. Ecco lo sapevo mi sono detto e avevo fatto solo poche centinaia di metri. Pressapoco dovevo fare ancora tre chilometri in salita e senza allenamento. “Come va?” Benissimo, ho risposto. Più su vedevo una malga. Devi sempre mettere dei traguardi nel tuo cammino, nella vita come in montagna. Sarei arrivato fino a lì e mi sarei seduto a riposare.

Poi arrivi, non sai nemmeno come ma conti i respiri che fai come se ognuno fosse l’ultimo e invece ce n’e’ un altro e un altro ancora. Non c’era nulla su cui sedersi e attorno tutto era verde e ordinato e ancora quell’odore d’erba. Le genziane e fiorellini gialli. “Dove?”

“Di la” disse Sergio indicando uno sperone di roccia che dal verde sembrava gettarsi oltre qualcosa. “Dobbiamo arrivare lassù”. Sembrava lontano ma l’esperienza mi diceva che non era cosi. Ora la salita era più ripida ma vedevo dove dovevo arrivare. Un altro traguardo e per quel giorno l’ultimo. Allora ci ho messo in mezzo un altro traguardo ancora. Arrivo fino a quei due tronchi. E’ già qualcosa e chissenefrega se non arrivo su. Loro vanno avanti e io mi fermo.

Sono sempre l’ultimo logicamente ma mi aspettano. So di essere una palla al piede. Come per la malga non c’e’ nulla su cui sedersi e di una cosa sono consapevole, non posso sedermi a terra. I muscoli delle gambe sono duri e non sarei riuscito a piegare cosi tanto le gambe. Le medicine che comunque devo prendere mi hanno fatto disidratare rapidamente. La pelle delle labbra si stacca. Manca poco. Manca poco, una sciocchezza e magari non è neppure vero. Guardo dietro. Cazzo mi dico stavo laggiù e nemmeno lo vedo tutto quel laggiù. Vado avanti. Vado avanti con uno scatto che è solo nella mia mente che in realtà mi muovo come un bradipo, ma non sento . più il dolore alle gambe. Vado avanti e quello sperone che sembrava gettarsi su qualcosa, in effetti, si getta su uno strapiombo che sanno mille metri dritti di sotto. Ci sono sopra, ci sono sopra, urlo nel silenzio di me stesso che ho sfidato il peggior nemico d’ogni uomo. Davanti a me un orizzonte da cartolina oltre la valle dove scorre il fiume e il treno come un minuscolo ma gigantesco plastico ferroviario
Davanti a me le cime ancora spruzzate di neve ma li devono essere 2000 metri. L’ho fatta. Lo so è poca cosa ma la gioia è immensa.

Più in la due pietre alla giusta altezza da terra. Mi siedo e mi godo il panorama che quel giorno esiste solo per me. In un taglio dell’orizzonte il lago di Garda in alto il cielo e i disegni delle nuvole tagliate dalla luce del sole che paiono scolpite. Non sono nemmeno a mille e cinquecento metri e mi pare il tetto del mondo. La felicità è poca cosa come può essere sconfiggere se stessi.

-Seconda giornata-

Quando vinci, siano pure pochi centesimi di vita, ti esalti e sembra possibile molto di più di quello che realmente è possibile. L’esistenza si deve prendere una rivincita, sopratutto nei confronti di coloro che non hanno mai voluto piegarsi ai suoi voleri.

Si sale per un verde canale di prati che s’apre nel bosco come fosse il fondo d’una Strada che è solo nella fantasia di chi sale. Gialli fiorellini e altri viola che il rosso dei papaveri se verrà sarà ancora tra qualche mese. E’ troppo presto, e l’odore, quell’incredibile odore d’erba fresca che sento al punto di pensare che in qualche vita passata io sia stato un qualche animale che pasteggiava a prati, o forse, forse era soltanto l’euforia del giorno precedente.
Dovevamo salire ad una Malga che poi altro non erano queste sperdute casette di pietra prive di fondamenta che i luoghi dove si custodiva quell’incanto alimentare ch’e’ il formaggio. Forse avremmo potuto a vistare dei caprioli, almeno cosi sosteneva Sergio. Quelli erano i suoi luoghi che con noi divideva e non avevo alcun motivo di dubitarne che, in ogni caso, in montagna il forse è una delle poche certezze che si possono realmente avere. La montagna da, da molto ma sa anche riprendersi tutto quando meno te lo aspetti. Come l’esistenza del resto e forse, forse proprio di questa è metafora. A prescindere da te deve insegnarti qualcosa che tu lo voglia o meno. La montagna può farti sentire un grande per poi guardarti fisso negli occhi e dirti che sei un niente.

Io non stavo facendo una gran cosa, rispetto al passato. Poco piu’ che una passeggiata in salita che un tempo al massimo mi sarebbe costato un leggero affanno che sarebbe passato non appena arrivati in cima.

Non avevo fatto nemmeno metà di quello che doveva essere il percorso che le gambe cominciano a diventare pesanti e dure. Vado avanti, poi si sbloccheranno. E’ sempre peggio. Mi appoggio a una compiacente roccia. Non ho nessuna intenzione di arrendermi. Non voglio nemmeno essere un peso per gli altri. Il Grifo mi presta una delle sue bacchette estensibili. Lo avevo pure preso in giro dicendogli che erano da gay. Facciamo qualche foto. Guardo verso il basso e mi rendo conto che non l’avrei fatta a tornare giù. In condizioni normali, anche quando capita di arrivare all’estremo non arrivi mai al punto di andare oltre quel limite per cui poi non potresti più tornare, sopratutto quando vai da solo ma questo non era quel caso. Non ero solo. Oggi poi ci sono i telefonini, anche se poi quando servono davvero, per qualche inspiegabile motivo non funzionano mai. Sempre meglio contare solo su stessi.

“Porca troia” non ce la faccio esclamai tra me e me, che in pubblico il mio linguaggio è pudico come quello di una monaca di clausura. Niente da fare, non ce la faccio e, per quanto possa sembrare ridicolo e forse lo è pure, in quei momenti vorresti morire per non dover sopportare l’onta della tua rinuncia.

Torniamo giù, io lentamente, quasi strusciando i piedi. Stringo i denti e mentalmente afferro quel pezzetto di cuore costringendolo a pompare come si deve. Sento che sto per perdere i sensi ma ho imparato che basta non lasciarsi andare a quella sensazione di oblio e mentre riscendo con le mie forze (si fa per dire), faccio cenno ai miei amici che ce la faccio anche se non e’ vero. Ora e’ un gioco continuo per cercare di non vedere a quella sensazione che credo debba essere molto vicina a quella che si deve provare quando si muore. Arrivo fino al momento poco prima di perdere i sensi e mi riafferro, tirandomi indietro. Arrivo di nuovo fino a quel punto e ricomincio in un’altalena senza fine. Lentamente ma inesorabilmente si avvicina il punto in cui abbiamo lasciato la macchina e, allora la vedo.

E’ incredibile ma gli ultimi metri sono quelli che non finiscono mai. Mi appoggio alla bacchetta estensibile che grida vendetta, io sono almeno il doppio del suo proprietario e sogno il momento di potermi sedere.

Come ti senti? Difficile rispondere a questa semplice domanda. Sto per dire portatemi in ospedale ma in ospedale non voglio tornarci più. Torniamo giù e si è fatta ora di pranzo, avevamo prenotato e a me di mandare in vacca la giornata a tutti, riesco perfino a scherzare. Poi, eccolo li, come a dire; vedi, non ti illudere di essere più forte di me, sono io che concedo e do, passa.  Credo di aver imprecato dentro di me, in quel parlare da solo che accade in certe occasioni, dove tutto sommato e’ meglio cosi che gli altri attorno se lo facessi ad alta voce mi prenderebbero per pazzo.

Ok, va bene devi avergli detto ma non credere di poter vincere con me che più della mia vita non puoi prendermi. Gli ho detto anche delle parolacce, quelle che nella vita normale non dico mai che alla fine, tutto sommato sono pur sempre un signore.

I miei amici mi hanno preso in giro quando ci siamo seduti a tavola, si erano resi conto che il peggio era veramente passato come se non ci fosse mai stato. Gnocchi della malga con ricotta secca e affumicata grattata sopra e scamorza ai ferri con funghi di bosco e un po’ di polenta grezza. Se uno deve morire che sia almeno a stomaco pieno e, in effetti, del secondo avrei fatto anche a meno.

Che vuoi fare? Mi chiese Sergio, andiamo ho risposto e non voleva dire andiamocene. Bene, se sei sicuro passiamo a trovare le zie. Devo dire che con una certa delusione ho pensato volesse passare a salutare delle zie della moglie che ci aveva accompagnato in quella bislacca avventura. Forse si erano spaventati.

Erano contorti, alti e uno vicino all’altro in una strana trinità che poi è l’essenza di tutte le religioni che nel modo contano. Da quella cattolica fino all’induismo ed erano le sue zie quei tre faggi. La salita per raggiungerli una passeggiata nel bosco senza nessun problema.




Non so se sia vero che gli alberi emanino qualche misteriosa forza, forse ci piace solo pensarlo perche in fondo anche nell’età’ che ormai è della ragione, ci piacciono ancora le favole o forse e’ solo la linfa che sentiamo scorrere come fosse il nostro sangue. Una strana forma di empatia a cui ognuno di noi da un nome diverso. Fatto sta che ora quelle tre zie hanno altri due nipoti. Me e il Grifo che oltretutto e’ molto più portato di me a credere in queste cose. Il mio pragmatismo spesso ama mettere in difficoltà il fascino discreto della fantasia.

Saliamo ancora dentro il bosco calpestando un morbido tappeto di foglie ed è il faggio più vecchio e più grande di tutta Europa. Un gigante contornato dalla sua più giovane corte. Ci abbracciamo come se ci conoscessimo da tempo. Lui forse un po’ sorpreso che li, io, proprio non dovevo esserci.

Torniamo giù ridendo e scherzando. E’ ancora presto che se Einstein fosse andato in montagna, avrebbe scoperto subito che il tempo non e’ una costante ma cambia in base alla velocità della luce… non che noi andavamo a quella velocità, anzi, tutt’altro ma forse proprio per quello a maggior ragione potevamo avallare la curvatura dello spazio tempo.

Andiamo ai buson? E certo che ci andiamo. Qualcuno, oltre di me sorrise. I buson sono dei buchi lunghi, profondi e bui. Li hanno fatti gli alpini, nella guerra del 15/18. Quella cominciata nel ’14 per il resto dell’Europa e che doveva finire dopo pochi mesi. Per questo anche noi entrammo in guerra. Invece durò altri 4 anni e costò qualche milione di morti, che i nostri politici, ieri come oggi non ne hanno mai azzeccata una.

La salita cominciava nello stesso punto del primo giorno. Un buon segno se uno crede a queste cose. Quasi tre chilometri dentro il bosco, un sentiero tutto sommato agevole, pieno di curve che il buson doveva sempre essere dietro l’ultima curva. Sergio sfotteva, lo sapevo ma sapevo anche che avrei potuto camminare ancora per molte ore e tornare in dietro.

Accade però che spesso l’esistenza si diverta a prenderti in giro, tanto per ricordarti che per quanto tu possa fare, lei è sempre un passo davanti a te e tu non sei niente. Allora a uno che non ha mai bevuto fa venire la cirrosi epatica e a uno che non ha mai provato cosa fosse la paura… la claustrofobia. Ora chi l’ha sempre avuta ci pensa ovviamente e, saputo cosa fosse un buson si sarebbe ben guardato dall’andarci ma, per me quella sensazione di panico che sembra toglierti l’aria e la capacità di poter respirare era cosa nuovissima, alla quale non ero per nulla abituato. Dopo quella ch’era veramente l’ultima curva, uno spiazzo e davanti  la cruda roccia della montagna, perforata da due buchi, uno leggermente più grande dell’altro e senza alcuna fonte di luce.Una aperta fauce che attende di ingoiarti.


Il tunnel scavato dagli alpini, non era poi cosi stretto. Se allargavo le braccia potevo quasi toccare le pareti e appena  le alzavo toccavo il soffitto. Da qualche parte nelle mie disordinate letture avevo letto che quello era lo spazio minimo vitale. Se fossi stato un animale, chiunque lo avesse varcato sarebbe stato attaccato. La mia mente divagava. Oltre a noi c’era altra gente e io nonostante le prese in giro dell’esistenza ancora ho una mia dignità. Entrammo. Dopo pochi passi già non si vedeva più nulla. Era, come si suol dire,  buio pesto e solo con una grande dose di ottimismo si poteva immaginare che quel puntino non più grande della capocchia d’un ago da cucito che si vedeva in quel fondo, fosse la luce dall’altra parte della montagna. Il Grifo, bontà sua accese la torcia del telefonino ma, ad onor del vero, non posso dire che la situazione migliorò, almeno quella mia. Anzi ora potevo vedere che non era cosi largo in definitiva quel buson,

Ad un certo punto eccola! L’ho riconosciuta subito. La senti arrivare come un’onda dapprima lontana e appena percettibile che rapidamente cerca di montare scanzando qualsiasi barriera o difesa.Eh no! Adesso mi sono proprio rotto i coglioni! L’ho afferrata per la gola, senza nessuna pietà, del resto lei non ne aveva avuta con me. L’ho strangolata senza nemmeno dargli il tempo di chiedersi perché questa volta non era riuscita a terrorizzarmi e non annaspavo cercando disperatamente di respirare e sono andato avanto, tranquillamente come avevo sempre fatto. Ora di capiva che quella in fondo era luce dall’altra parte della montagna. Ero nel ventre della montagna, la mia preda agonizzante tra le mie dita e per tornare indietro ci avrei impiegato lo stesso tempo che andare fino in fondo.

Dall’altra parte lo spettacolo di guardare le altre montagne quasi alla loro stessa altezza era, ancora una volta, solo per me come il baratro che sotto si apriva e nessuno avrebbe mai potuto dire che non avevo pagato il biglietto per intero  per potervi assistere! Mi resi conto che ancora stringevo tra le dita il cadavere di quella mia fobia, nata chissà come e chissà quando. La lasciai scivolare a terra che la pietà è cosa umana.




                                Buona vita a tutti voi

Massimo Mariani Parmeggiani