POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

martedì, maggio 31

L'ALTRA VERITA' - di Roberto Vittorio Di Pietro

Torino, 31 maggio 2016

in copia scannerizzata, invio una poesia tratta dalla mia silloge "A testa in giù". Spero risulti chiaramente leggibile.
Anche questo scritto, provocatorio come la maggior parte della mia opera, intenderebbe invitare ad una riflessione autentica, non viziata da alibi morali fasulli o inerzie perbenistiche di comodo. Uso il condizionale in quanto - troppo spesso, ahimè - gli stimoli in questa direzione risultano poco graditi: il lettore contemporaneo, sovente immemore di una secolare tradizione di impronta non solo lirica,  tende a concepire ed accogliere la poesia piuttosto come un "piacevole momento di evasione", ovvero soggiacendo passivamente a canoni tardoromantici duri a morire. 


Roberto Vittorio Di Pietro





Galleria d'Arte: Marino Marini

Marino Marini (Pistoia27 febbraio 1901 – Viareggio6 agosto 1980) è stato un artistascultorepittoreincisore italiano.

Quando ero piccolissima, intorno a 6 o 7 anni, mio padre mi prese per mano e mi condusse nello scantinato della casa dove abitavamo. "Vieni a vedere", mi disse, c'è qualcosa di bello da ammirare.
Titubante, poiché cantine e solai mi incutevano timore, lo seguii. Aprì una porta chiusa a chiave, e mi trovai in un salone poco illuminato. Quando vidi ciò che conteneva, mi ritrassi spaventata. C'era un uomo di legno, alto almeno 3 metri, e un uomo a cavallo che, rispetto alla mia piccola statura, mi pareva gigantesco. Dissi a mio padre che quelle "cose" mi facevano paura, e di portarmi via. Lui mi rispose: "Ma sono opere di Marino Marini, un grandissimo scultore".  "Sarà quel che dici - gli risposi - ma mi terrorizzano quelle statue". Oggi, penso che più che le statue, fosse quell'ambiente polveroso, quasi buio, che mi causò spavento.
Per quale motivo quelle opere si trovavano in una cantina di casa mia? Penso che Marini fosse amico del proprietario della villa, e che gli avesse chiesto un posto abbastanza spazioso per custodire i suoi lavori.
Crebbi, ed imparai a conoscere l'artista e ad apprezzarlo. Io non so se quelle opere che vidi e toccai da vicino, si trovino in qualche museo, e a dire il vero, non le ho guardate con tanta attenzione per saperle riconoscere, ma penso che appartengano a quella serie di sculture di uomini a cavallo, leitmotiv di Marini.
Quello di cui sto narrando, è un fatto che avevo "quasi" rimosso dalla mia mente ma che, leggendo un articolo di Roberto Vittorio Di Pietro, ritornò a galla.
Posso dire che quell'uomo a cavallo, se non si tratta di uno di questi che sto per pubblicare, era sicuramente un'opera similare.


Sono quasi certa che si trattasse di questa scultura, con il cavaliere a braccia aperte, perché mi aveva dato l'impressione di un Cristo in croce.


Biografia

Nasce a Pistoia, ha una sorella gemella, Egle, pittrice e poetessa che diverrà la più grande interprete lirica della sua arte. Nel 1917 si iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Firenze, frequentando i corsi di pittura di Galileo Chini e quelli di scultura tenuti da Domenico Trentacoste. Nel 1919 si reca per la prima volta a Parigi dove entra in contatto con le nuove tendenze del mondo dell'arte.
Tornato in Italia comincia a praticare la pittura e l'incisione, legandosi alla tradizione figurativa di fine ottocento e in particolare all'opera di Medardo Rosso. In alcuni lavori dei suoi inizi si può notare l'influenza degli artisti del primo Rinascimento, in particolare Piero della Francesca.
Presto si distacca da queste influenze, abbracciando la ricerca di forme pure e assolute. Già dal 1922 decide di dedicarsi alla scultura e comincia a partecipare ad una serie di esposizioni che decreteranno la sua fama. Nel 1926 apre uno studio a Firenze, ma nel '29 decide di trasferirsi a Milano, che considera la città più europea d'Italia.
Nello stesso anno inizia a lavorare per la Scuola d'arte ISIA nella Villa Reale di Monza, dove gli viene assegnata la cattedra di scultura che manterrà fino al 1940.
Nel 1927 Renato Fondi sulle colonne de “La rassegna grafica” prevede per il giovanissimo scultore un'attività destinata «a tappe luminose e conquiste importanti». Nei primi anni trenta visita ancora Parigi, dove incontra i massimi artisti dell'epoca: Picasso, De Chirico, Kandinskij e molti altri. Il 1932 è l'anno della sua definitiva consacrazione: espone sia a Milano che a Roma e diviene membro onorario dell'Accademia di belle arti di Firenze.
Gli anni successivi lo vedono protagonista di diversi viaggi in Italia e all'estero che gli permettono di aumentare la propria fama. In uno di questi viaggi si reca a Bamberga, nella cui Cattedrale rimane affascinato dalla statua equestre di Enrico II. Sembra infatti che da questa statua abbia tratto ispirazione per la sua famosa serie di sculture denominate Cavallo e cavaliere, che simboleggiano l'unione uomo-natura.
Il 14 dicembre 1938 sposa Mercedes Pedrazzini che da allora chiamerà Marina quasi a sottolineare l'intenso legame che li unirà per tutta la vita. Nel 1940 lascia Monza per diventare professore alla facoltà di scultura dell'Accademia di Torino e l'anno successivo diventa titolare della cattedra di scultura all'Accademia di belle arti di Brera aMilano. Durante la guerra si rifugia a Tenero, in Svizzera, nei pressi di Locarno (città natale della moglie), dove continua a lavorare. Si reca spesso a Zurigo e Basilea continuando a esporre fino al 1945. Solo nel 1948 torna a Milano dove riprende a insegnare e torna a ricoprire la cattedra all'Accademia di Brera a Milano, dove guida verso l'affermazione internazionale la giovane scultrice Amalia Del Ponte. Peggy Guggenheim acquista un suo Cavaliere, L'angelo della città, e lo installa a Venezia davanti al suo museo, dove si trova tuttora.
Gli anni successivi vedono il suo progressivo svincolarsi dalle forme definite e un crescere del suo compiacimento per forme e volumi eleganti e stilizzati. Significativa in questo senso la sua amicizia con lo scultore Henry Moore. Contemporaneamente cresce la sua notorietà a livello mondiale: espone in tutti i più importanti musei e riceve continui riconoscimenti per tutti gli anni cinquanta, sessanta e settanta.
Nel 1962 partecipa, insieme ai più importanti scultori internazionali dell'epoca, alla mostra Sculture nella città organizzata da Giovanni Carandente nell'ambito del V Festival dei Due Mondi a Spoleto. Presenta tre sculture in bronzo: Pomona del 1949, Cavallo e cavaliere del1956 e Il guerriero del 1959.
Muore a Viareggio all'età di settantanove anni.
Danila Oppio

lunedì, maggio 30

Carlo De Carli architetto

Carissimo Roberto, 
le raccontavo di quando ero bambina, della casa dove ho abitato in Milano. Lei aveva citato, nella biografia di Alessandro Nastasio, l'architetto Carlo de Carli. 
L'ho conosciuto perché stava terminando le rifiniture della casa dove ho abitato dal 1955 al 1972. Era un uomo piccolo di statura,  molto dinamico. Nato nel 1910 (coetaneo di mio padre) e deceduto nel 1999.
Eccole un po' di storia.
 





L’edificio, immerso nel verde, sorge su una porzione di terreno adiacente a via dei Giardini, originariamente compresa nel parco privato di Palazzo Borromeo d’Adda in via Manzoni e ceduta dapprima al Comune di Milano e in seguito alla società Alvisco, proprietaria dell’immobile.


Il progetto, le cui prime soluzioni risalgono al 1952, è impostato su uno schema planimetrico che si estende entro un perimetro rigidamente fissato da una convenzione privata tra il Comune di Milano e i conti Borromeo d’Adda risalente al 1940, che stabiliva che su tale area era possibile costruire “soltanto una villa costituita da un piano semi interrato regolamentare, da un piano terreno e da altri due piani, fino a raggiungere l’altezza complessiva insuperabile di m. 13”. Sulla base di tale accordo e attraverso successive modifiche e varianti viene definita la soluzione realizzata.

Lo schema planimetrico, composto da un rettangolo innestato in un ottagono traslato, è determinato anche dall’intento di valorizzare il rapporto dell’abitazione col verde ed “assume forma irregolare per inchinarsi quasi ad abbracciare, rispettandolo in pieno, un magnifico albero” (A. Danusso, 20 ottobre 1952). L’ottagono, corrispondente al corpo dei soggiorni, sporge infatti verso il giardino, creando una concavità attorno al grande platano che ombreggia la casa. La zona notte è invece collocata verso il parco che separa la casa da Palazzo Borromeo.

La costruzione si eleva per tre piani. Ad ogni piano corrisponde un appartamento di circa 280 mq. La composizione poligonale, scandita orizzontalmente dalle fasce marcapiano, determina una diversa incidenza della luce sui fronti ed è caratterizzata dall’alternarsi delle superfici vetrate a griglie scorrevoli esterne in legno, di quelle piene e delle leggerissime ringhiere metalliche dei balconi. La critica contemporanea sottolinea il carattere di sobrietà e rigore di questa residenza borghese: “una semplice, civilissima Architettura urbana, desiderosa, se mai, di passare inosservata tra i più ingombranti volumi edilizi che le sorgono attorno” (E. Gentili Tedeschi, 1958).

L’edificio è stato recentemente alterato nei fronti, originariamente in klinker color terra chiaro, ora tinteggiati di giallo, e nella copertura piana in travertino a opus incertum, sulla quale è sorto un vistoso coronamento in cemento.


Elena Demartini


Potete notare la forma quasi esagonale del salone, l'appartamento tutto disposto su un solo piano, è di quasi 300 mq. Il cerchio alla destra della pianta rappresenta il grande platano secolare.




Ecco come appare attualmente la palazzina progettata da De Carli, che è stata il mio domicilio. Il palazzo sulla destra, guardando l'immagine, di colore grigio, appartiene alla famiglia Crespi, ex proprietaria del Corriere della Sera.

La prossima puntata sarà dedicata all'artista Marino Marini

Danila Oppio


Galleria d'arte: Carlo Carrà

Di Carlo Carrà abbiamo precedentemente inteso che ha percorso un cammino che ha attraversato diverse correnti artistiche, dal "realismo lirico", considerata dai contemporanei la stagione della maturità artistica del pittore, "dopo gli errori di gioventù del futurismo e della metafisica".
Ecco alcune sue opere, tra le tante da lui dipinte.
In alcune si nota l'influenza dei classici, come Giotto e Paolo Uccello, in altri quella di De Chirico. Ma finirò col dipingere spazi malinconici, solitari.
Negli anni del dopoguerra Carrà modifica gradualmente le atmosfere dei suoi paesaggi e delle marine, con superfici smorzate, pennellate meno compatte e una maggiore luminosità.













Carlo Carrà e dintorni

Carissimo Roberto,

Ciò che mi ha colpito, nel leggere la biografia dell'artista Nastasio, e aver trovato, tra i personaggi del mondo artistico, alcuni che ho conosciuto personalmente, come l'architetto Carlo De Carli, che ha costruito la casa dove ho abitato per 17 anni, a Milano. Io ero una bambina di 6 anni, e stavano terminando i lavori, quando vi andai ad abitare.  Fu denominata Casa del Platano, perché nel giardino sul retro, vi era un platano secolare, e per non abbatterlo, l'architetto ha disegnato la casa in modo strano, per aggirarlo.
 Via dei Giardini, dove si trova la casa, è parallela a Via Manzoni, che conduce in Piazza Scala, e dal lato opposto, proseguendo per via Fatebenefratelli,  inizia il quartiere Brera, dove ha sede la Pinacoteca e  gli atelier degli artisti. Così ho avuto modo di incontrare anche Marino Marini, Manzù e Minguzzi.
Non sono invece citati, nell’elenco, Carlo Carrà e Aligi Sassu e neppure Dova, Somaré, Pedrina, ma in quel quartiere vi abitavano tutti. Alcuni li ho conosciuti di persona, altri solo de visus, insomma, leggendo le sue critiche su Nastasio, ho fatto un tuffo nel passato.
Se volesse leggere il mio racconto “Un vecchio quadro”
http://versiinvolo.blogspot.it/search?q=un+vecchio+quadro
che ha ottenuto un paio di premi, potrà comprendere in quale contesto abbia trascorso la mia gioventù. Cosa che a qualcuno ha dato molto fastidio, perché secondo il loro punto di vista, mi faccio vanto di certe conoscenze. Non era questa il mio intento. Ho vissuto in mezzo a nobili, industriali, artisti, politici e quant'altro, ma non facevo parte del loro mondo. Mio padre era persona umile, fu per molti anni il custode-giardiniere di questa casa, bellissima nel suo interno, un solo appartamento a piano, che misura circa 300 mq. 


Il palazzo che s’intravede sulla destra guardando la foto, appartiene alla famiglia Crespi, che per lunghi decenni fu proprietaria del Corriere della Sera. Mi sono sposata e sono andata ad abitare a poche centinaia di metri da questa casa, proprio nel quartiere Brera. Chi altro avrei potuto frequentare, se non artisti che accompagnavano figli o nipoti alla stessa scuola dei miei figli, di cui erano compagni? E le mie amiche d’infanzia, chi altro poteva essere, se non una certa Letizia Bricchetto, poi signora Moratti, ex sindaco di Milano e Ministro dell'Educazione, sua sorella Beatrice, i conti Borromeo ecc.? Questo, per il semplice motivo che di fronte alla casa dove abitavo, vi erano i giardini che hanno dato il nome alla via, e lì noi bambini ci trovavamo ogni pomeriggio per giocare insieme. Ricchi e poveri, esattamente come il quartetto canoro! Abitavamo tutti nelle case che si affacciavano sul giardino. Non desidero annoiarla con i miei ricordi, che sono scaturiti dalla lettura dei testi che mi ha inviato e che ho appena pubblicato.

Grazie per aver compreso. Di solito, se capita di raccontare vicende vissute, nelle quali hanno fatto parte personaggi noti, si tende a sembrare snob. Io non lo sono. Anzi, direi che il divario sociale che ho sofferto da bambina, mi ha causato non poco disagio. Ero quella che serviva per far girare la corda (il saldo della corda, un gioco infantile!) per le figlie di gente altolocata. Ero la tappabuchi, per intenderci, ma se non mi trovavo nel giardino, le "madamine" mi venivano a chiamare.
In quei giardini appariva spesso, ormai vecchio e canuto, appoggiato al suo bastone, con il solito basco nero unto e bisunto, le pantofole di panno, da nonnino (quelle con la cerniera sul davanti) e una palandrana pure nera, il grande pittore Carlo Carrà. Si sedeva sulle panche di pietra, ci guardava giocare, poi, sollevando leggermente la coppola, ci salutava e tornava lentamente sui suoi passi. Ecco sono ricordi che ho ancora vividi nella mia mente, dopo oltre mezzo secolo!
Mi può perdonare se mi lascio cullare dai ricordi?
Tutto questo mi ha condotto alla ricerca di una breve biografia di questo artista, che sapevo tale poiché,  anche se ero piccola, me ne avevano informato, ma non conoscevo a quale corrente pittorica avesse aderito e neppure un suo cenno biografico. Abitava di certo dalle parti di Via Brera, perché per raggiungere i giardinetti che si trovavano di fronte alla casa dove alloggiavo, doveva per forza non essere troppo lontano.


Biografia e vita di Carlo Carrà (1881-1966)
Carlo Carrà, (Carlo Dalmazzo Carrà), pittore italiano, critico d'arte, scrittore, noto come uno dei firmatari del Manifesto Futurista, sperimentatore di diverse tendenze artistiche, dal Realismo al Divisionismo, dalla Metafisica, al "realismo mitico" degli anni Venti e Trenta, nasce a Quargnento, in provincia di Alessandria, l'11 febbraio 1881 in una famiglia di artigiani.
Messo a bottega da un imbianchino del paese a soli 12 anni, si guadagna da vivere come stuccatore e decoratore anche dopo il trasferimento a Milano nel 1895.

Nel 1899-1900, si trasferisce a Parigi per parecchi mesi per decorare i padiglioni dell'Exposition Universelle, scopre i grandi pittori, entusiasmandosi per l'Impressionismo legge molto, si avvicina a gruppi anarchici e studia le opere di Karl Marx e Michail Bakunin.

Nel periodo 1904/5 frequenta i corsi della Scuola serale d'arte applicata di Milano e nel 1906, grazie a due premi artistici ed a un piccolo sussidio di uno zio paterno, si iscrive all'Accademia di Brera.
Nel 1910 Carlo Carrà firma il Manifesto dei Pittori Futuristi di Marinetti, insieme a Umberto Boccioni e Russolo; questo Manifesto è rivolto ai giovani artisti per esortarli ad un rinnovamento del linguaggio espressivo.
All'appello rispondono Balla e Severini: da qui nasce il futurismo italiano che esprime l'amore per la velocità, la tecnologia e la violenza.
L'automobile, l'aereo, la città industriale hanno un carattere leggendario per i futuristi, rappresentando il trionfo tecnologico dell'uomo sulla natura.
La collaborazione di Carrà al movimento futurista durò sei anni, dal 1910 al 1915: anni intensi di esperienze, di lavoro e di battaglia, in cui l'arte moderna in Italia diventò un problema nazionale.
Agli inizi del 1913 il movimento futurista diventa punto di riferimento anche per il gruppo fiorentino de "la Voce", che sta avviando la nuova rivista "Lacerba", diretta da Papini e Soffici.

Lo stesso Carrà è un assiduo collaboratore della rivista "Lacerba", per cui realizza disegni e scrive articoli.

Mentre matura in lui la crisi del futurismo, Carlo Carrà, nel 1914, si trasferisce per alcuni mesi a Parigi per frequentare i pittori delle varie avanguardie.
I collage che disegna sono un primo chiaro segno del distacco dal movimento di Marinetti e l'artista entra in un periodo di riflessione e di studio dei classici come Giotto e Paolo Uccello, realizzando nello stesso tempo i suoi primi quadri metafisici.
Nel 1915 Carrà appoggia la campagna interventista con "Guerra-pittura", un volume di parole in libertà, personale risposta a "Pittura scultura futuriste" di Umberto Boccioni dell'anno prima.
Chiamato alle armi, Carrà viene ricoverato nell'ospedale militare di Ferrara dove incontra i pittori metafisici Savinio, Govoni, De Pisis e De Chirico con il quale inizia una lunga corrispondenza, dando vita con loro alla "Scuola" della pittura metafisica.
Durante gli anni della guerra Carrà sviluppo uno stile volutamente ingenuo o "antigrazioso", ispirato alla solidità plastica dei trecentisti toscani ed a Henri Rousseau, esprimendo le proprie idee sui valori tattili della pittura negli scritti "Parlata su Giotto" e "Paolo Uccello costruttore", pubblicati su "La voce" nel 1916.
Gli interni di Carlo Carrà del periodo tra il 1917 e il 1919 rivelano l'inquietante iconografia caratteristica della metafisica, ma l'atmosfera delle sue immagini è molto diversa dalla diffusa ironia e dal nichilismo dell'opera dell'amico De Chirico.
Nel 1919 rientra a Milano e sposa Ines Minoja, mentre matura la crisi interiore e artistica dal quale il pittore riemergerà con una nuova visione della pittura, indirizzata alla ricerca della semplificazione dell'immagine.
Carrà si impegna a mettere in evidenza la solidità e cerca di enfatizzare la tridimensionalità degli oggetti.
In un articolo sul rinnovamento della pittura italiana, pubblicato dal periodico romano "Valori Plastici", auspica un ritorno ai valori pittorici della tradizione italiana.
Nel 1921, "L'Ambrosiano", l'importante quotidiano milanese, gli affida l'incarico di critico d'arte, una posizione influente che Carrà manterrà per diciassette anni.
Nel 1921 inizia la terza stagione della ricerca artistica, di Carlo Carrà, il cosiddetto "realismo lirico", considerata dai contemporanei la stagione della maturità artistica del pittore, "dopo gli errori di gioventù del futurismo e della metafisica".
E' il periodo naturalista di Carlo Carrà: paesaggi diventano il suo soggetto prediletto da ritrarre e, dal 1921 al 1925, dipinge marine in Liguria, laghi e campagna in Lombardia, poi nel 1926 in Versilia, rimane folgorato dai paesaggi luminosi e solitari, le spiagge deserte, i monti sul mare della Toscana ed i capanni abbandonati.
Forte dei Marmi, dove giunge nel 1926, diventa la sua seconda patria, vi abita a lungo, ritraendo una Versilia che non esiste più: la lunga spiaggia bianca con i capanni dei pescatori, le loro reti stese ad asciugare, i fasci di canne, i gozzi tirati a secco in attesa dell'uscita notturna, la banchina del molo popolata dagli ostricari.
I dipinti di Carlo Carrà, caratterizzati da tratti essenziali con prevalenza di vuoti, dà vita ad un'atmosfera sospesa e senza tempo, creando un universo pittorico personalissimo dove l'ispirazione viene dalla natura, ma è nutrita dalla malinconia, dalla solitudine e dalla memoria.
Questo stile rimane caratteristico della pittura di Carlo Carrà per tutto il resto della vita.
Nel 1933 Carrà sottoscrive il Manifesto della pittura murale di Sironi ed eseguì affreschi per la Triennale di Milano (andato distrutto) e per il Palazzo di Giustizia nel 1938.
Nel 1941, in riconoscimento della sua arte, viene nominato professore di pittura all'Accademia di Brera.

Negli anni del dopoguerra Carrà modifica gradualmente le atmosfere dei suoi paesaggi e delle marine, con superfici smorzate, pennellate meno compatte e una maggiore luminosità.

Nel 1962, quattro anni prima della sua morte, al Palazzo Reale di Milano viene allestita una mostra antologica della sua opera.

In seguito ad una malattia fulminante, Carrà muore il 13 aprile del 1966.


L'ingresso dei giardini (allora chiamati Perego) che si trova davanti alla casa dove abitavo, bastava attraversare la via. Giardini dove incontravo, quasi quotidianamente, il pittore Carrà.

Via dei Giardini, a sinistra lo stabile dove abitavo, a destra la cancellata dei giardini



 Ricordo ancora questa statua, per il resto, hanno modificato qualcosa in questo giardino, per esempio, non ci sono più gli alberi dal tronco quasi parallelo al terreno, sul quale mi divertivo ad arrampicarmi, dove lasciavo pezzi di abiti e tornavo poi a casa sporca come una zingarella, ma felice!

                                    La fontanella dove andavo a dissetarmi.

                 L'ingresso dei giardini, e di frone, color salmone, la casa dove abitavo

Le foto le ho scattate da street-view.

Danila Oppio

Iris di Danila Oppio

Foto di P. Nicola Galeno ocd

Iris
Su di un arcobaleno
 Discese l’Iris Dea
Dell’Olimpo messaggera
E alla Terra un segno lasciò
Che splendida idea!
Così, d’un fiore superbo
D’azzurro indaco vestito
Il sole rapito, s’innamorò


Danila Oppio