POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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martedì, dicembre 19

Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui! di Padre Provinciale Federico Trinchero



Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui!

Notiziario n°34, 17 Dicembre 2023

Carissimi amici,

questa volta non vi scrivo dal Centrafrica, ma dall’Italia. Come forse alcuni di voi avranno già saputo, nel mese di aprile, i miei confratelli mi hanno eletto Provinciale dei Carmelitani scalzi della Liguria e quindi ho lasciato la missione di Bangui. La Provincia ligure (fondata nel lontano 1584, a soli due anni dalla morte di Santa Teresa) si compone attualmente di sette conventi e quattro monasteri, ma comprende anche due delegazioni all’estero: quella nella Repubblica Centrafricana (fondata nel 1971 e con cinque conventi) e quella nella Repubblica Ceca (fondata nel 1993, con due conventi e due monasteri). Si tratta di una grande famiglia di circa 100 frati, 60 monache e più di 300 laici carmelitani sparsi in tre paesi e di differenti nazionalità.

Per questa ragione, e anche se il mio servizio comporterà frequenti spostamenti, per i prossimi tre anni risiederò normalmente nel convento di Arenzano, vicino a Genova. Vivo nella stessa comunità con padre Anastasio, anch’egli di ritorno in Italia dopo 25 anni trascorsi a Praga, e con padre Davide, nuovo responsabile dell’animazione missionaria. Lasciare l’Africa – e soprattutto i miei confratelli e la missione di Bangui – non è stato semplice. Dopo quattordici intensissimi anni – vissuti tra i giovani in formazione, l’insegnamento, tanti progetti, la guerra, i profughi, il faticoso cammino verso la pace e poi il cantiere per il nuovo convento – il Centrafrica era diventato la mia seconda patria e il Carmelo centrafricano la mia famiglia. Sicuramente molte cose sono rimaste a metà; ma è anche bello lasciare che altri portino avanti ciò che si è iniziato. Questo è ancora più vero e urgente per i miei confratelli centrafricani, chiamati ormai a raccogliere il testimone dalle mani dei missionari italiani e a continuare l’opera di evangelizzazione e di trasmissione del carisma carmelitano. Si tratta di un passaggio delicato e necessario, quasi una scommessa sulla quale, con tanta fiducia e non poco coraggio, ci è sembrato fosse arrivato il momento di puntare. Per quanto mi riguarda, invece, posso solo dire che la nuova missione che mi è stata affidata è sicuramente impegnativa, ma posso contare sull’aiuto e la dedizione di tanti confratelli e consorelle, ognuno generosamente concentrato nella sua piccola o grande missione.

Per fortuna continuerò a recarmi regolarmente in Centrafrica. Ci sono stato nel mese di ottobre, in occasione della professione solenne di fra Rufin e dell’ordinazione sacerdotale di fra Alfred, fra Wilfrid e fra Aimé. Non posso nascondere la gioia, e anche un briciolo di orgoglio, nel poter vedere questi giovani, dopo tanti anni di cammino, arrivare finalmente alla meta.  Fra Alfred, originario di un piccolissimo villaggio nel nord del Centrafrica, arrivò in convento con la sua vecchia bicicletta scassata e senza freni. E non si fermò più, nonostante alcune difficoltà negli studi, fino a diventare finalmente sacerdote. Fra Rufin, invece, è il primo carmelitano di Bossemptelé. Padre Niccolò, fondatore della missione, lo battezzò appena nato. Le suore della missione, intuendo profeticamente le buone disposizioni del bambino, lo accolsero nella loro scuola: unico maschio in una classe di sole femmine. Poi Rufin entrò in Seminario e percorse tutto il cammino di formazione. Come è vero che c’è chi semina – senza vedere i frutti del proprio lavoro –, chi innaffia con fiducia, chi pota con pazienza e chi raccoglie con gioia e riconoscenza! Certo non avrei potuto immaginare che un giorno avrei avuto l’onore di accogliere nelle mie mani – nella situazione non prevista di Provinciale – l’impegno definitivo di fra Rufin nell’Ordine del Carmelo.

E siccome la famiglia cresce, anche la costruzione del nuovo convento procede a buon ritmo grazie al contributo di tante persone: i cinquantacinque operai dell’impresa Le Prevost, Sylvie, Zowé, Révocat, l’architetto Giovanni, i miei confratelli padre Aurelio, padre Mesmin e padre Cyriaque, che mi ha sostituito al Carmel. In questi ultimi mesi si sono aggiunti alcuni volontari italiani: Enrico, Alessio, Mario, Giovanni, Maurizio. Grazie alla loro generosità e alla loro competenza stiamo per terminare questa grande opera. Gli ambienti del secondo piano sono stati completati e siamo già arrivati al tetto. Sono state installate le vetrate della cappellina (opera di padre Aurelio) e sono stati costruiti ben 48 archi di mattoni nelle verande del primo piano e all’ingresso. È in corso l’installazione dell’impianto elettrico e idraulico, delle porte, delle finestre e delle inferriate. Nei prossimi mesi inizierà la posa dei sanitari, dei pavimenti, dei soffitti in legno, la tinteggiatura e lo scavo dei canali di scolo. Anche se è noto che le rifiniture richiedono molto tempo e molta pazienza, possiamo dire che iniziamo a vedere il traguardo all’orizzonte. L’opera non è ancora terminata, e occorrerà arredare tutti gli ambienti, ma contiamo di poter inaugurare il nuovo convento nel corso del prossimo anno. Poi ci attende un’altra avventura: la costruzione della foresteria e della chiesa. 

Sicuramente, quando il 16 luglio 2021 avevamo posato la prima pietra, non potevamo immaginare cosa avrebbe comportato la gestione di un cantiere così importante. Se non sono mancati ostacoli e imprevisti di diverso tipo – sia tecnici che economici – dobbiamo veramente ringraziare il Signore per averci sostenuti fin qui. Mi sia permesso di ringraziare ancora una volta il nostro Ordine, le nostre consorelle di clausura, alcuni organismi e tanti benefattori che ci hanno aiutato con generosità e fiducia nei nostri confronti. La realizzazione di questa grande impresa non sarebbe stata possibile senza il vostro aiuto. Anche chi ha potuto dare poco – fosse anche per un solo mattone, una carriola di sabbia o un sacco di cemento – può legittimamente ritenere di aver collaborato alla costruzione di questo grande convento.

Buon Natale!

Padre Federico

Se volete offrire un contributo per la costruzione del nuovo convento, della foresteria o della nuova chiesa potete fare:

1) Un bonifico bancario a MISSIONI CARMELITANE LIGURI usando l'IBAN: IT42D0503431830000000010043 (CODICE SWIFT per un bonifico dall’estero: BAPPIT21501).

2) Un versamento tramite Conto Corrente Postale n. 43276344 intestato a AMICIZIA MISSIONARIA ONLUS.

NB: Indicate nella causale: NUOVO CONVENTO E NUOVA CHIESA CARMEL DI BANGUI

Più informazioni sul sito www.amiciziamissionaria.it





Professione

Ordinazione

Seminaristi Yole

Cantiere

Cantiere

Cappella


Frati








Mario

Alessio e Giovanni
Giovanni


domenica, ottobre 8

DAL CENTRAFRICA ALL'ITALIA - Carmelo Ligure e Padre Federico Trinchero

Dal Centrafrica all'Italia

 P. Federico Trinchero

Ricevuto il 5 ottobre 2023

 Carissimi amici,

come molti di voi avranno forse già saputo, lo scorso 18 aprile i miei confratelli mi hanno eletto Provinciale, cioè responsabile della Provincia dei Carmelitani Scalzi della Liguria (che comprende anche la Missione in Centrafrica e la Delegazione della Repubblica Ceca).

Per questa nuova missione ho dovuto lasciare il Centrafrica, dove ero arrivato nel 2009, e soprattutto il Carmel di Bangui, a me particolarmente caro. Per i prossimi tre anni sarò quindi in Italia. Attualmente mi trovo nella comunità di Arenzano, in provincia di Genova. 

Continuerò tuttavia a recarmi regolarmente nella nostra Missione in Centrafrica (dove andrò già dal prossimo 23 ottobre al 12 novembre). E soprattutto continuerò a seguire con voi i progetti nati e sostenuti in questi anni come le borse di studio, la Scuola agricola Carmel e, soprattutto, il cantiere per la costruzione del nuovo convento di Bangui.

Senza dimenticare i giovani in formazione, con i quali ho avuto il privilegio di lavorare in tutti questi anni.

Sabato 7 ottobre celebreremo ad Arenzano la Giornata missionaria carmelitana dove ricorderemo il 60° di sacerdozio di Padre Carlo Cencio, fondatore della missione nel 1971, e di padre Anastasio Roggero, dal 1975 Procuratore della Missione. Ricorderemo inoltre il 25° di professione religiosa di padre Davide Sollami, nuovo Procuratore della Missione, e del sottoscritto. Sarà anche presente padre Norberto Pozzi, da poco rientrato dall'ospedale.

Ecco il programma: 11.00 S. Messa; 12.00 Incontro: aggiornamenti e collegamenti dalla Missione, consegna premio Cuore d’Africa; 13.00 Buffet

Vi aspettiamo. Sarà un semplice modo per incontrarvi ed esprimervi il nostro grazie per la vostra amicizia e il vostro amore per la Missione.

padre Federico

+39 338 93 46 735

Chiedo scusa se sono in ritardo per questa importante informazione, ma sono tornata ieri sera dalla Norvegia (Oslo) e ho potuto solo stamattina accedere al mio Blog. Porgo le mie più sentite congratulazioni a Padre Federico, per la nomina di Padre Provinciale, e ai due Padri che hanno raggiunto i 60 anni di sacerdozio, e dei Padri Davide e Federico per il loro 25° di professione religiosa. Sono con tutti voi con il pensiero e la preghiera. 

Danila Oppio


mercoledì, marzo 22

PADRE NORBERTO, il piede (e la barba) che non c’è più e il missionario che vuole camminare ancora. di P. FEDERICO TRINCHERO



Padre Norberto, il piede (e la barba) che non c’è più e il missionario che vuole camminare ancora.

Racconto – e qualcosa di più – di un’esplosione di grazia.
Notiziario dal Carmel di Bangui n° 34, 22 Marzo 2023
Come quasi ogni fine settimana, anche il pomeriggio dello scorso 10 febbraio padre Norberto parte dalla missione di Bozoum per recarsi in uno dei venticinque villaggi da lui seguiti, ormai da molti anni, per celebrare l’Eucaristia. La meta è Bokpayan, a 55 km da Bozoum, dove ha intenzione di fermarsi per alcuni giorni. Padre Norberto è accompagnato da fra Igor e da quattro operai perché c’è una scuola da riparare. Dopo aver attraversato un piccolo ponte di legno, e prima di attraversarne un secondo, la macchina guidata da padre Norberto salta improvvisamente su una mina. Gli operai, seduti sul cassone posteriore, vengono scaraventati in aria e la vettura, completamente distrutta nella parte anteriore, si arresta sul fossato a lato della strada. Fra Igor, assordato per il boato e in una nuvola di polvere, riesce ad uscire passando sopra il corpo di padre Norberto che, semicosciente, viene faticosamente estratto dal veicolo dai tre operai rimasti illesi. Fra Igor ha solo ferite lievi, mentre uno degli operai riporta alcune fratture alla spalla. Padre Norberto è invece gravemente ferito ad entrambi gli arti inferiori. Due giovani in moto, avendo sentito l’esplosione, fanno marcia indietro e si recano immediatamente sul luogo dell’incidente. In Centrafrica non esistono le autoambulanze. Bertrand e Emilio, come due buoni samaritani, interrompono il loro viaggio. Questa volta non è un sacerdote che passa oltre indifferente, ma è il sacerdote stesso che, saltato su una mina sulla strada che da Bozoum sale a Bokpayan, giace ferito, con una forte emorragia in corso e quasi morente. Bertrand e Emilio caricano padre Norberto sulla loro moto e lo trasportano all’ospedale di Bozoum, a 22 km di distanza, salvandogli la vita.
Padre Norberto Pozzi, classe 1952, è un missionario Carmelitano Scalzo originario di Lecco. Aveva quasi trent’anni quando, quasi per caso, venne informato che i Frati Carmelitani Scalzi cercavano un volontario per lavorare nella loro missione in Centrafrica. Norberto, che da poco aveva lasciato la fidanzata, lascia anche il lavoro, le canzoni di Celentano e, nel 1980, arriva a Bozoum. E inizia a costruire chiese, scuole, dispensari e un seminario. Dopo otto anni decide di entrare nell’Ordine Carmelitano. Si reca quindi in Italia per il noviziato e gli studi di teologia. E la sua voce, vigorosa e baritonale, si converte al canto dei salmi della preghiera conventuale. È in questi anni che, giovane seminarista, conosco padre Norberto, nominato nostro assistente. Ordinato sacerdote nel 1995, padre Norberto rientra in Centrafrica dedicandosi soprattutto all’evangelizzazione dei villaggi nella savana, alle scuole e agli ammalati, annunciando il Vangelo in quelle chiese che aveva costruito da giovane laico. Ogni tanto padre Norberto si arrabbia, perché all’Africa vuole così bene che non sopporta, quando sono in gioco le esigenze del Vangelo, compromessi o pigrizie. Per ben tre volte è vittima degli agguati dei banditi, in uno dei quali i proiettili si conficcano nel poggiatesta del sedile, in un altro le pallottole raggiungono la scatola delle marce e, in un altro ancora, è derubato e rischia di essere sequestrato.
Ma ritorniamo all’ospedale di Bozoum, dove accorrono padre Marco e padre Juan. Le ferite di padre Norberto vengono ripulite dalle schegge, medicate e poi vengono effettuate due trasfusioni: tutto quello che si doveva e si poteva fare in un piccolo ospedale nella savana del nord del Centrafrica. Ma la situazione necessita al più presto un trasporto nella capitale perché padre Norberto è in pericolo di vita.
La notizia mi raggiunge mentre mi trovo, con i nostri seminaristi, nel monastero delle carmelitane scalze di Yaoundé, in Camerun. Contatto subito l’Ambasciatore italiano che, immediatamente, chiede ai responsabili delle Nazioni Unite in Centrafrica un elicottero per trasportare padre Norberto a Bangui. Purtroppo in Centrafrica non è possibile volare di notte, neanche per un’emergenza. Si esclude un trasporto in macchina fino all’ospedale di Paoua, 120 km a nord di Bozoum. Il viaggio sarebbe troppo lungo e pericoloso. Il volo viene quindi rimandato al mattino, sperando che padre Norberto possa superare la notte.
Mi appresto a celebrare la Messa con i miei confratelli e le mie consorelle. Quando pronuncio le parole “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…” penso a quanto siano vere per questo mio confratello che sta fisicamente perdendo una parte del suo corpo e versando il suo sangue per l’Africa, per la Chiesa, per i più poveri, per i fedeli del villaggio di Bokpayan per i quali avrebbe voluto celebrare l’Eucaristia. Ora offre un’altra Eucaristia, sull’altare di un letto dell’ospedale di Bozoum, all’esterno del quale si radunano spontaneamente dei cristiani, soprattutto giovani, per pregare perché padre Norberto non muoia. In serata padre Marco gli amministra l’unzione degli infermi. E, a turno, i padri, le suore e i cristiani di Bozoum vegliano tutta la notte accanto a padre Norberto in attesa dell’elicottero. Ma non si prega solo a Bozoum. Un incendio di preghiera, più forte dell’esplosione della mina, divampa improvvisamente in Centrafrica, in Italia e in altri parti del mondo. Tante, tantissime persone pregano per padre Norberto, anche se non l’hanno mai conosciuto. Pregano il rosario, la preghiera preferita e irrinunciabile di padre Norberto.
Al mattino arriva finalmente l’elicottero delle Nazioni Unite del contingente del Bangladesh. Padre Norberto e gli altri feriti vengono trasportati a Bangui. Dopo una sosta all’ospedale civile della capitale, padre Norberto viene trasferito all’ospedale militare dei caschi blu e preso in carico da una équipe di medici serbi. Un’infermiera, con grande dispiacere di padre Norberto, si permette di tagliargli la barba, la barba più bella e più lunga di tutto il Centrafrica. “Meglio la barba che una gamba”, diciamo noi per sdrammatizzare e scongiurare il peggio. L’indomani, dopo un intervento di tre ore, Padre Norberto, i cui parametri vitali sono preoccupanti, viene trasportato d’urgenza, con un aereo delle Nazioni Unite, a Entebbe, in Uganda, e poi ricoverato in terapia intensiva al Nakasero Hospital di Kampala, la capitale del paese. L’Ambasciata italiana si prende immediatamente cura del nostro confratello.
La sera del giorno seguente, lunedì 13 febbraio, mentre mi trovo ancora Yaoundé, padre Norberto subisce un altro intervento chirurgico durante il quale vengo contattato. I medici ritengono necessaria l’amputazione del piede sinistro, quasi completamente distrutto a causa dell’esplosione. Non è una decisione facile. Mi consulto con il medico dell’ambasciata e soprattutto con Claudio, medico e fratello maggiore di padre Norberto.  Se il piede è di Norberto, Norberto di chi è? Dei frati o della famiglia Pozzi? Claudio sa bene che, dal 1980, il Carmelo è ormai la famiglia di Norberto. Ma resta pur sempre suo fratello. Con Claudio, medico in pensione, competente e rispettosissimo della nostra famiglia, l’intesa è perfetta e ogni decisione è concordata insieme senza difficoltà. L’arto non può essere recuperato e l’amputazione è inevitabile per evitare il rischio di setticemia e per permettere a padre Norberto di poter tornare a camminare con una protesi. Padre Norberto accetta serenamente. Mi vengono alla mente le parole di Gesù, ascoltate il giorno precedente durante la Messa domenicale: “Se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna”. Il caso di Norberto è un po’ diverso. Non perché si tratta del piede sinistro invece che della mano destra, ma perché – non per scandalo, ma per fedeltà alla propria missione – il Vangelo chiede di lasciare tutto, di perdere sé stessi. Anche una parte del nostro corpo.
La sera di venerdì 17 Febbraio arrivo finalmente in Uganda, la perla dell’Africa. Kampala, situata poco sopra all’equatore a 1.200 m di altitudine, è una grande e moderna città affacciata sul lago Vittoria, il più grande dell’Africa e dove si trovano le sorgenti del Nilo. Sono ospite del Nunzio Apostolico, mio compaesano, che gentilmente mette a mia disposizione la sua macchina e il suo autista. Prima e durante il mio soggiorno in Uganda tante persone si sono rese disponibili per assistere padre Norberto come la dott.ssa Anne, Johnson, sr. Sylvie, Stefano e Manolita… Non sapevamo di avere così tanti amici a Kampala!
Sabato mattina abbraccio finalmente padre Norberto che si trova ancora in terapia semi-intensiva. Non ricorda nulla dell’esplosione. Non mi parla del piede che non c’è più, ma del desiderio di tornare in Centrafrica, di terminare la costruzione di una chiesa in un villaggio, della necessità di qualcuno che possa continuare il suo lavoro tra i cristiani della savana. E quando gli trasmetto tutti i messaggi ricevuti, da tanti amici conosciuti e sconosciuti, si schermisce, quasi imbarazzato per tanta e improvvisa notorietà. E mi dice di essere, lui, alto e muscoloso, nient’altro che un piccolo uomo.
In pomeriggio riesco a fare una breve visita a Namugongo, il santuario dei martiri ugandesi. Qui, tra il 1885 e 1887, ventidue cristiani cattolici, tra i quali il giovanissimo Kizito, e altrettanti anglicani, servitori del re Mwanga II, vennero torturati, mutilati, trafitti da lance e infine bruciati per aver rifiutato di rinnegare la loro fede davanti alle pretese del sovrano, scrivendo con il loro sangue una delle pagine più intense dell’Africa nera cristiana. Prego per padre Norberto, che per fortuna è vivo, per tutte le persone, soprattutto bambini (ben diciannove nel 2022), che a causa delle mine sono purtroppo state uccise. Prego per la conversione di quegli uomini che, come trappole micidiali, hanno seminato di ordigni le strade del Centrafrica. E che credono, ma si sbagliano, di amare il Centrafrica.
Dopo alcuni giorni – di fronte anche all’eventualità di un’ulteriore amputazione, che per fortuna non avverrà – decidiamo di trasferire padre Norberto in Italia perché possa essere curato a Bologna. Non è un’impresa semplice trasportare un malato in simili condizioni. E non soltanto dal punto di vista economico e burocratico, ma soprattutto tecnico. Con l’aiuto dell’Ambasciata italiana e dei miei confratelli riusciamo ad organizzare l’impresa. La sera di giovedì 23 febbraio lasciamo il Nakasero Hospital e, in ambulanza a sirene spiegate, attraversiamo Kampala, un agglomerato urbano di circa 8.000.000 di abitanti, per raggiungere l’aeroporto di Entebbe. Poco dopo la mezzanotte partiamo, con un volo della compagnia KLM diretto ad Amsterdam, accompagnati da un medico ugandese. Poi, con un piccolo jet dell’Air Ambulance e un equipaggio medico, raggiungiamo Bologna, dove ad attenderci troviamo la Croce Rossa Italiana. Dopo quasi 16 ore di viaggio, da Kampala a Bologna, arriviamo finalmente all’Istituto Ortopedico Rizzoli. Quando abbraccio Claudio, non riesco a trattenere le lacrime: “Missione compiuta!”, gli sussurro, “Siamo riusciti a portare tuo fratello vivo in Italia!”. E mi racconta di Cerry (così lo chiamano nel rione di Acquate), quinto di sei figli e nato settimino. Sua madre utilizzò come incubatrice il calore di una vecchia stufa. Da piccolo, Norberto aveva difficoltà a parlare. Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe partito in Africa per annunciare il Vangelo?
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza”: sono le parole del profeta Isaia che cantano la bellezza dei piedi di ogni missionario che annuncia il Vangelo e che porta la pace dove c’è la guerra. Tante volte ci ricordate che la nostra missione comporta un rischio per la vita. E noi vi tranquillizziamo, dicendo che non è vero. Per una volta siamo costretti a darvi ragione. Uno di noi, per annunciare il Vangelo, per portare la pace dove c’è la guerra, ha veramente rischiato la vita.
Grazie, padre Norberto, per il coraggio e la dedizione con cui hai annunciato il Vangelo e con cui desideri annunciarlo – anche con un piede solo – in un paese che ancora inciampa sul cammino della pace. Chi di noi, nella tua situazione, avrebbe mantenuto la tua stessa serenità? Starti accanto è stato un onore e un privilegio. La macchina distrutta a Bozoum, la barba tagliata a Bangui, il piede lasciato a Kampala, il cuore rimasto in Centrafrica… ma il missionario vuole camminare ancora.

Padre Federico
A nome di padre Norberto, dei miei confratelli e della famiglia Pozzi desidero ringraziare in particolare alcune persone:
-     Bertrand e Emilio.
-     Dott. Boris Imere-Mbioko e tutto il personale dell’ospedale di Bozoum.
-     Le Nazioni Unite della missione Minusca in Centrafrica, i caschi blu del contingente del Bangladesh e i medici del contingente serbo.
-     Le Ambasciate italiane a Yaoundé e a Kampala; in modo particolare gli ambasciatori Filippo Scammacca del Murgo e Massimiliano Mazzanti, il vice-ambasciatore Mario Savona, il dott. Maurizio Destro e la dott.ssa Catherine Namara.
-   Il personale del Nakasero Hospital di Kampala; in modo particolare il dott. Edward Nadumba, la dott.ssa Anne Mbiya Kapinga e il sig. Parfait Harerimana.
-   Mons. Luigi Bianco, don Krzysztof Seroka e William della Nunziatura Apostolica in Uganda.
-     Johnson, suor Sylvia, Stefano e Manolita di Kampala.
-    La compagnia aerea KLM, Air Ambulance, la Croce Rossa Italiana di Bologna.
-  Il personale dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna; in modo particolare il prof. Marco Innocenti e la sua équipe.
-     Il Padre Generale dei Carmelitani Scalzi Miguel Márquez Calle.
-   Tutte le persone che, in quest’esplosione di grazia, hanno sostenuto padre Norberto con la loro preghiera, la loro amicizia e la loro generosità.
Sarò in Italia dal 15 aprile al 25 maggio.
 
Se volete aiutarci ad affrontare le spese per i viaggi, le cure mediche e la protesi di padre Norberto e per acquistare un nuovo veicolo per la missione di Bozoum, potete seguire le indicazioni qui sotto:
 
1) Bonifico bancario:
 MISSIONI CARMELITANE LIGURI CONVENTO DEI CARMELITANI SCALZI
IBAN: IT 42 D 05034 31830 000000010043
BIC/ SWIFT CODE:  BAPPIT21501

 2) PayPal: missioni@carmeliligure.it
3) Conto Corrente Postale n. 43276344 intestato a MISSIONI CARMELITANE LIGURI – CONVENTO DEI CARMELITANI SCALZI
 4)      Per la detrazione fiscale:
 AMICIZIA MISSIONARIA ONLUS
IBAN: IT 72 H 07601014 00000043276444
CCP: 43276444

AUTO INCIDENTE BOMBA




ELICOTTERO



KAMPALA






KAMPALA


AMBULANZA


AMSTERDAM 


AIR AMBULANCE


BOLOGNA


CON IL FRATELLO CLAUDIO


CON IL PADRE GENERALE


PADRE NORBERTO 


PREGHIAMO PER LA SUA GUARIGIONE E SE POSSIAMO, AIUTIAMO IL CARMELO DEL CENTRAFRICA PER AFFRONTARE LE SPESE NECESSARIE.

martedì, settembre 8

Fiocchi di cotone, burro di karité e quel Centrafrica che non si arrende di Padre Federico Trinchero



Padre Federico coi suoi seminaristi 

Ci sono molte altre foto ma per questione di spazio ne ho scelte solo alcune.


Ti inoltro la nuova bellissima lettera di Padre Federico. Come al solito, senza metterci una parola di troppo, riesce a aprire scenari meravigliosi sul Centrafrica che diventa sempre meno sconosciuto. Un giorno forse ci andrò, ma temo molto di non riuscirci. Ad ogni modo, leggendo lui che ne parla, comincia a sembrarmi di esserci già stata e di cominciare a averne nostalgia...  

A domani.

Angela

7 settembre 2020

 

Grazie Angela, ho scaricato e salvato quanto mi hai inviato. In giornata mi riservo di leggere e pubblicare su entrambi i blog. Penso che tu sia d'accordo. Mi piace quel che hai scritto nella lettera di accompagnamento, e mi piacerebbe inserirla nel libro. Non con tutto il testo da Bangui perché è troppo lungo, ma bastano le tue parole per riprendere in mano il discorso iniziale, quello che ci ha riavvicinato. 

Buona giornata

Danila

8 settembre 2020





Cotone



Karitè

Fiocchi di cotone, burro di karité e quel Centrafrica che non si arrende

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 28, 7 Settembre 2020

Arrendersi in Centrafrica è abbastanza facile. Capita anche ai più ostinati. Ma c’è un piccolo esercito di uomini e donne, centrafricani di nascita o d’adozione, che si rifiutano di gettare la spugna e che, senza far troppo parlare di sé, combattono per un Centrafrica migliore. Un Centrafrica diverso da quello raccontato dalle cronache di questi sessant’anni d’indipendenza da poco compiuti. Ogni viaggio, sempre in compagnia dei miei giovani seminaristi, è sempre l’occasione per incontrare alcuni di questi inconsapevoli eroi. Vorrei farveli conoscere.

Nel mese di febbraio siamo stati a Bossangoa, un’importante città nel nord del Centrafrica, dove ci accoglie abbé Brice, un giovane sacerdote diocesano. Quando in Centrafrica c’è un colpo di stato – e in questi sessant’anni non sono certo mancati –Bossangoa è la prima città a subire distruzioni e saccheggi. E ogni volta Abbé Brice e i suoi confratelli non si arrendono e raccolgono la sfida di ricostruire questa piccola chiesa nella savana, dove i missionari sono ormai molto rari.

Solo da poco tempo sono ritornati i Cappuccini. A causa della guerra, questi religiosi, che tanto hanno contribuito all’evangelizzazione del Centrafrica, erano stati costretti ad abbandonare la missione di Gofo, completamente distrutta. Padre Michel, padre Antonino e fra Roland non si sono arresi e con coraggio e tenacia ora ripartono dalla piccola missione di Notre Dame de l’Ouham.

A Bossangoa c’è anche una delle pochissime industrie del paese: un cotonificio di proprietà dello Stato. Abbiamo la fortuna di visitarlo durante la produzione. Vi lavorano diversi operai, anche se da più di un anno non ricevono alcun stipendio. Anche loro non si arrendono e, pur di non perdere il lavoro e d’impedire la chiusura di una delle poche attività economiche del paese, continuano a produrre cotone.

Un po’ in periferia incontriamo suor Claire. La sua congregazione è stata costretta a lasciare il Centrafrica, ma suor Claire non si è arresa e con alcuni amici, e pochissimi mezzi, ha messo in piedi una scuola di cucito per ragazze e un piccolo centro dove viene prodotto dell’ottimo burro di karité.

Da Bossangoa arriviamo a Bozoum, missione fondata dai padri spiritani nel 1929, e poi diventata la nostra prima missione in Centrafrica, ormai quasi cinquant’anni fa.

Come ogni domenica i miei confratelli sono impegnati nel ministero in parrocchia e nelle chiese nei villaggi. Padre Norberto è arrivato per la prima volta in Centrafrica quarant’anni fa, come muratore volontario. Poi vi è ritornato come sacerdote. Oggi celebra l’Eucaristia con i cristiani di Wara, uno dei villaggi più difficili da raggiungere. Padre Norberto non si arrende e, dopo un’ora di macchina e un’ora a piedi, raggiunge il piccolo villaggio che lo attende da mesi.

Durante il soggiorno a Bozoum decidiamo di scalare una delle rare montagne del paese, un grande roccione che incombe sul piccolo villaggio di Aï. I miei confratelli si dimostrano degni figli del loro fondatore Giovanni della Croce e, pur di arrivare il prima possibile in cima alla montagna, optano con entusiasmo per il percorso più corto e più ripido. Questa volta, in un sussulto di orgoglio carmelitano, tocca a padre Federico non arrendersi. E quindi, pur di non dare ai miei studenti la soddisfazione di vedere il loro padre maestro rimasto ai piedi della montagna, raggiungo il resto del gruppo già in vetta. E per qualche istante, contemplando lo splendido panorama sulla savana, ci sembra di abbracciare con la nostra preghiera l’intero Centrafrica.

Ridiscendiamo dalla montagna e, attraversando il villaggio di Sambay, notiamo attorno ad una capanna alcune persone silenziose e con il volto triste. Ci accorgiamo subito che qualcuno è appena morto. Si tratta, purtroppo, di una bambina, costretta ad arrendersi ad un semplice morbillo. Ci fermiamo e restiamo un po’ con la famiglia. Ed è inevitabile pensare al resto del mondo ossessionato dalla pandemia del coronavirus e che neppure immagina che in Africa, ogni anno, migliaia di bambini muoiano ancora per questa malattia.

Prima di ripartire siamo invitati a pranzo dalla famiglia di fra Gerard. Ci accoglie maman Simone. Ci prepara un delizioso varano che raccoglie grande entusiasmo tra i miei confratelli e un po’ meno da parte del sottoscritto. Maman Simone, pur avendo un figlio carmelitano, è di confessione protestante. Madre di ben dieci figli, dei quali quattro già deceduti, è rimasta vedova da alcuni anni. Anche lei non si è arresa ed ora è contenta di ospitare nella sua piccola casa la nuova e grande famiglia di suo figlio.

Sulla via del ritorno, dopo aver lasciato la missione di Bozoum, ci fermiamo nel villaggio di Bogherà, dove padre Renato, missionario in Centrafrica per più di trent’anni e morto di leucemia alcuni anni fa, e il nostro volontario Enrico hanno costruito una piccola cappellina dedicata al Sacro Cuore. È ormai quasi il tramonto e decidiamo di fermarci per la preghiera. Iniziamo il canto dei Vespri in francese ma, in breve tempo, la piccola chiesa si riempie di uomini, donne e bambini, e siamo quindi costretti a terminare in sango, la lingua locale, tanto è grande il desiderio di questi cristiani di unirsi alla preghiera dei dodici frati improvvisamente arrivati nel loro piccolo villaggio.

Nel mese di luglio ci siamo diretti verso sud, nella foresta del fiume Lobaye. È la stagione dei bruchi che, da queste parti, sono offerti ben cotti a colazione, pranzo e cena. Da ogni angolo della foresta spuntano bambini con secchielli ricolmi di questi simpatici animaletti. Grazie alla loro vendita potranno acquistarsi penne e quaderni per andare a scuola.

A M’baïki incontriamo Mons. Rino Perin, missionario comboniano italiano, da quarantacinque anni in Centrafrica. Nel 1995 è stato nominato vescovo di questa nuova diocesi che, pur essendo una delle più piccole, copre una superficie pari a quella del Piemonte. Al suo arrivo a M’Baïki la diocesi contava quattro parrocchie, nessun sacerdote autoctono e centinaia di pigmei a cui annunciare il Vangelo. Mons. Perin non si è arreso ed è ormai in attesa del suo successore al quale lascerà dieci parrocchie, una quindicina di sacerdoti locali e altrettanti seminaristi.

Per visitare la missione di Bagandou, ancora più a sud, attraversiamo il fiume Lobaye usando come traghetto una grande zattera di ferro legata ad una fune di acciaio sospesa sul fiume. Il motore che dovrebbe spingere il traghetto è in panne. Alcuni giovani, pur di guadagnare qualcosa, non si arrendono e, tirando loro stessi la fune, ci permettono di raggiungere l’altra riva.

Bagandou è un grande villaggio nel cuore della foresta. Ci accoglie a braccia aperte abbé Piotr, un sacerdote polacco. Anche se non avevamo annunciato la nostra visita, ci invita a pranzare con lui. E ci racconta la difficile situazione sociale di Bagandou, dove la stregoneria è difficile da sradicare e moltissimi giovani sono attratti dal guadagno facile della ricerca di oro e diamanti. Abbé Piotr non si arrende e, orgoglioso, ci mostra la nuova chiesa appena costruita e i lavori in corso di una scuola per i pigmei.

Accanto alla parrocchia visitiamo l’ospedale diretto da suor Donata, giovane missionaria comboniana italiana. Non è per nulla facile gestire un ospedale così efficiente in condizioni così precarie. Suor Donata non si è arresa e, giustamente soddisfatta, ci mostra la nuova sala operatoria che eviterà a tanti ammalati viaggi lunghi e faticosi verso ospedali più grandi.

E anche voi, mi raccomando, qualunque sia l’ostacolo, la montagna da scalare o l’imprevisto da affrontare… non arrendetevi. Magari pensando a chi ha un ostacolo, una montagna, un imprevisto più grande dei nostri.

Un abbraccio da Bangui

Padre Federico

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