POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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giovedì, ottobre 23

ll prof. Hafez Haidar – studioso di dialogo interreligioso e di cultura araba, già docente di Lingua e Letteratura araba all’Università di Pavia

 


ll prof. Hafez Haidar – studioso di dialogo interreligioso e di cultura araba, già docente di Lingua e Letteratura araba all’Università di Pavia, narratore e saggista, fra le voci più originali del mondo arabo sul tema delle religioni, candidato al Premio Nobel per la Pace (2017) e per la Letteratura (2018) – ha presieduto il premio “Keep Racism Out” tenutosi durante l’evento “Globalizzare la Solidarietà – Keep Racism Out”, organizzato da WikiRazzismo, il cui progetto ha ricevuto il patrocinio di Unar – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità.
Il progetto è nato in occasione della Settimana d’azione contro il razzismo 2021, un appuntamento tradizionale dell’Unar rivolto ad un ampio pubblico grazie ad un intenso calendario di iniziative di informazione, sensibilizzazione e animazione territoriale promosse in tutta Italia nel mondo della scuola, delle università, dello sport, della cultura e delle associazioni. L’evento è realizzato ogni anno in occasione della celebrazione in tutto il mondo della Giornata per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, fissata nella data del 21 marzo dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a ricordo del massacro perpetrato dalla polizia sudafricana nel 1960, a Sharpeville, di 69 manifestanti che protestavano pacificamente contro le leggi razziste emanate dal regime dell’apartheid.
Il Cav. prof. Hafez Haidar ha tenuto una lectio magistralis sul tema del razzismo e ha poi consegnato tre premi alla memoria a tre diversi esponenti di spicco nella lotta alle discriminazioni razziali: Léopold Sédar Senghor, L. Ron Hubbard, Carlo Urbani.
A margine dell’evento al prof. Hafez Haidar sono state conferite le Chiavi del Laboratorio Sant’Anselmo dal portavoce del Laboratorio Angelo Zanini, con la seguente motivazione: «Per l’opera “Il Razzismo spiegato ai Giovani”, parte del cammino per una cultura di pace».

Hafez Haidar, collaboratore esperto linguistico di Arabo presso l'Università di Pavia, è stato premiato il 15 marzo, in Campidoglio a Roma, tra i vincitori della XII edizione del Premio AlberoAndronico.

Tra gli insigniti con Riconoscimento Speciale una personalità di eccezionale rilievo: Hafez Haidar, candidato al Nobel per la Pace nel 2017 e ora al Nobel per la Letteratura, una delle voci più autorevoli nel mondo sui temi della Pace e del dialogo tra culture e religioni. Ad Hafez Haidar, 1° classificato nella sezione Narrativa d'autore non di madrelingua italiana, è stato infatti conferito anche il Premio

Speciale alla Cultura.

"È stato emozionante - ha dichiarato Pino Acquafredda, presidente dell'Associazione AlberoAndronico - premiare Hafez Haidar, poeta e scrittore libanese per nascita e italiano di adozione, candidato nel 2017 al Nobel per la Pace, Paolo Borrometi, custode libero di un giornalismo a "testa-ta alta" e Leo Gullotta, miglior attore per il cortometraggio Lettere a mia figlia del regista Giuseppe Alessio Nuzzo. Toccante anche il momento della consegna dei premi a Stefano De Carolis di Bari e a Pasquale Fallacara di Bitonto, entrambi dell'Arma dei Carabinieri".





Hafez Haidar con il regista Pupi Avati

E con il giornalista Sigfrido Ranucci


Ecco la sua recente opera:



Qui una raccolta di articoli ed interviste postate che ho "rubato" dal Web. Con questo esimio   professore ho contatti solo su FB, perché lo seguo nelle sue vicende poetiche o nelle premiazioni letterarie, dove spesso si incontra quale appartenente alle giurie varie.

Mi complimento con lui, per la sua enorme cultura, e per il desiderio di pace e di dialogo tra pensieri e religioni differenti. 

Con immensa stima

Danila Oppio




domenica, novembre 3

IL LIBRAIO DI RABAT editoriale


IL LIBRAIO DI RABAT

Il libraio settantaseienne (1948) Mohamed Aziz, vive a Rabat, in Marocco e trascorre dalle 6 alle 8 ore al giorno leggendo libri. Ha letto più di 5.000 libri in diverse lingue: francese, arabo e inglese, e rimane il libraio più antico di Rabat, dopo più di 43 anni nello stesso luogo. Alla domanda di perché lascia i suoi libri incustoditi fuori dal negozio, dove potrebbero essere potenzialmente rubati, risponde che chi non sa leggere non ruba libri, e chi sa leggere non è un ladro.
È conosciuto come il libraio più fotografato al mondo. Dal 1963 svolge la sua attività di vendita di libri usati nella Medina, il quartiere più antico di Rabat, la capitale del Marocco. Rimasto orfano all'età di sei anni, cercò di fare il pescatore per realizzare il suo sogno di diplomarsi al liceo, ma all'età di quindici anni abbandonò la scuola perché non poteva permettersi i libri di testo, perché erano troppo costosi per la sua famiglia. Frustrato e senza studi, decise di aprire una libreria, mettendo i libri su un tappeto per terra sotto un albero e da più di mezzo secolo gestisce il suo negozio, realizzando il suo sogno di studiare.
La sua giornata è di dodici ore. Prima di aprire la libreria, cerca i libri usati in altri negozi, per leggerli e venderli. Ormai più che settantenne, dice che bastano due cuscini e un libro per sentirsi felici. Accumula torri di libri e quando gli viene chiesto quanti ne ha, risponde, non abbastanza. Interrompe la lettura solo per pregare, fumare, mangiare, servire e consigliare i clienti interessati ad argomenti specifici. Col tempo la sua libreria è diventata famosa e molti turisti la visitano per acquistare un libro e scattare fotografie. (Natura)

mercoledì, ottobre 23

MARIA CHIARA CANTANTE LIRICA

 


La cantante veneta vive a Piavon, una piccola frazione di Oderzo in provincia di Treviso – Abbandonò la carriera nel 1993, a soli 52 anni, addolorata per la morte del marito – E’ stata una delle più grandi interpreti della seconda metà del secolo Ventesimo – Una vita umile e riservata, ma fantastica come una favola
24 novembre, compleanno di Maria Chiara, grande e straordinaria cantante lirica.
A cercare nei libri di musica, nelle enciclopedie della lirica, nei dizionari delle recensioni discografiche, si trovano poche notizie di lei. Anche gli archivi dei giornali sono avari nei suoi confronti. Eppure, Maria Chiara, soprano lirico spinto, è stata una delle più grandi interpreti a livello internazionale della seconda metà del secolo ventesimo.
 E’ un giudizio che a qualcuno potrebbe apparire esagerato. Proprio perché di questa artista si è sempre parlato poco. Ma è un giudizio concretamente oggettivo. Voce bella, potente, appassionata, brunita; presenza elegante, flessuosa, gesto misurato: Maria Chiara resta una protagonista di grande rilievo nella storia del teatro lirico. Ma è stata anche sempre l’emblema dell’umiltà, della riservatezza, e per questo mai oggetto di eccessivo interesse da parte dei media.
Il suo eccezionale valore artistico è documentato dagli appassionati e dagli intenditori musicali.
I critici tedeschi l’avevano battezzata “Belcanto fest”; “gli americani la chiamavano “Maria senza artigli” volendo dire che era brava come la Callas senza avere la “cattiveria” della greca. Anche in Italia il giudizio critico è sempre stato coralmente positivo, entusiasta. La chiamavano “La seconda Tebaldi”. Il più noto e celebrato critico di musica lirica italiano, Rodolfo Celletti, terrore di tutti i cantanti per la sua severità e i suoi giudizi al vetriolo, si è inginocchiato anche lui davanti a Maria Chiara. Recensendo l’incisione di una “Madama Butterfly” del 1971, diretta da Giuseppe Patané, con l’orchestra e il coro della radio bavarese, dopo avere impietosamente stroncato tutti, scrisse: “Ed è Maria Chiara a dominare la situazione con una voce limpida, delicata, fresca, tenerissima”. Quattro aggettivi esaltanti, che Celletti, avarissimo di complimenti, non ha mai usato per nessuno, neppure per Maria Callas.
Personaggio unico nel suo genere, inimitabile anche nella sua decisione di chiudere la carriera: lo fece nel 1993, a soli 52 anni, quando era nel fulgore della forma vocale e fisica. E lo fece per amore.
 

<<Avevo perduto mio marito>>, mi disse in una intervista <<Era stato tutto per me. Non me la sentivo di continuare ad andare in giro per i teatri senza di lui. E ho smesso>>.
Il marito si chiamava Antonio Cassinelli. Apparteneva a una famiglia della borghesia bolognese. Da giovane era stato un pilota di auto da corsa. Aveva poi intrapreso la carriera lirica. Dotato di una elegante voce di basso aveva fatto una splendida carriera. Maria lo aveva conosciuto subito dopo aver conseguito il diploma al Conservatorio. Si erano innamorati e si erano sposati. Vissero inseparabili. Una coppia invidiata da tutti. Antonio, provetto musicista ed esperto dei problemi teatrali, si prendeva cura di Maria. Costruirono insieme una carriera favolosa e una vita privata inimitabile.
Quando Antonio morì nel luglio del 1993, Maria non ebbe esitazioni: lasciò la carriera di colpo. Si ritirò al paesello natale, Piavon, frazione di Oderzo, in provincia di Treviso. Lì è nata e lì vive serena, stimata da tutti, riverita come una regina, conservando la cordialità, l’eleganza, l’armonia, la riservatezza che la caratterizzava anche sotto i riflettori dei trionfi.
Una donna eccezionale. Una storia, la sua, che sembra una favola.
Figlia di poveri contadini, quarta di dieci fratelli, non aveva alcuna possibilità di poter sperare di diventare un giorno una cantante lirica. Ma la bellezza della sua voce, irresistibile anche quando Maria era una bambina, ha compiuto l’impossibile. A dieci anni faceva da mamma ai suoi fratellini più piccoli. E, la sera, per addormentarli, cantava loro delle canzoni, delle romanze. Cantava con tale trasporto e fascino che la gente, passando per la via, si fermava ad ascoltarla. Attirò l’attenzione dell’organista del paese che ne parlò al parroco. Questi, insieme ad altri notabili della zona, riuscì a convincere il papà di Maria a far studiare la figlia. Problema immane per un contadino con dieci figli da mantenere. Ma egli si rese conto che quella ragazzina aveva ricevuto un dono eccezionale e si sottopose volentieri a sacrifici enormi per aiutarla.
 

Maria studiò dapprima sotto la guida dell’organista di Piavon e poi venne mandata al Conservatorio di Venezia.
Del Conservatorio ha un ricordo bellissimo e ne parla con un radioso sorriso che le illumina il volto.
<<Ricordo con molta simpatia gli anni di Conservatorio>>, racconta. <<Cinque anni a Venezia, vissuti in un Istituto di suore, perché non potevo permettermi di alloggiare in un albergo o in una pensione.
<<Eravamo un gruppo di studenti affiatato. Alcuni sono diventati poi personaggi famosi. Katia Ricciarelli, per esempio. Rosetta Pizzo, soprano; Lucia Valentini Terrani, contralto che ha fatto una grande carriera; Francesco Signor, basso, che ha sposato Rosetta Pizzo; Maria Luisa Nave, mezzosoprano; Piero Bottazzo, tenore; Giorgio Casellato Lamberti, tenore. C’era una certa Nicoletta Strambelli che studiava pianoforte e canto e che poi è diventata celebre nella musica leggera con il nome di Patty Pravo. C’era Pino Donaggio, violinista, anche lui diventato famoso nella musica leggera prima e poi come autore di colonne sonore di film. In questo settore è oggi una celebrità e vive a Los Angeles. Alla lezione di canto ci trovavamo tutti insieme.
<<Finito il Conservatorio ebbi un formidabile colpo di fortuna. A Venezia avevano allestito una edizione straordinaria di “Otello”, nel cortile del Palazzo Ducale. Un palcoscenico da sogno e c’era una grandissima attesa. Regista, Herbert Graf; direttore, Nino Sanzogno; protagonista, Mario Del Monaco che era l’Otello per eccellenza e accanto a lui la splendida Marcella Pobbe e Tito Gobbi. Si trattò di un evento musicale che richiamò appassionati di lirica da tutto il mondo. E non so per quale ragione, mi offrirono le due ultime recite. Una manna. E data la pubblicità che l’opera aveva avuto, tutti gli occhi erano puntati di su me, sconosciuta debuttante. Ebbi successo, un successo grande, che mi portò a diventare subito famosa. Cominciai così, senza fatica, a lavorare nei più importanti teatri internazionali>>.

Una carriera, la sua, durata 27 anni. Una quarantina di opera in repertorio, undici di Verdi. Presenze continue in tutti i più grandi teatri. Incisioni discografiche, video.
E tanti successi.
<<Per fortuna, il pubblico mi ha sempre voluto molto bene>>, dice. << Ricordo con grande emozione una “Traviata” a Colonia al termine della quale ebbi 46 chiamate al proscenio; un’altra “Traviata” al San Carlo di Napoli con Alfredo Kraus e Renato Bruson: dopo “Amami Alfredo” ebbi dodici minuti di applausi e poi dovetti fare il bis. A Budapest, una serata di gala, dopo l’”Ave Maria” nell’”Otello”, il pubblico balzò in piedi e non finiva di applaudire. Il regista, nel tentativo di placare l’entusiasmo e poter riprendere lo spettacolo, fece spegnere tutte le luci del palcoscenico lasciando il teatro al buio completo. Tre volte dovette ricorrere a questo stratagemma e, finalmente, dopo venti minuti, fu possibile riprendere la recita>>.
I ricordi si fermano al 1993, quando prese la grande decisione di chiudere con il teatro. Da allora vive a Piavon, in una villa che porta il suo nome: “Villa Chiara”. Una grande villa moderna, su tre piani. Arredata con gusto, piena di quadri, di fotografie, di soprammobili che ricordano gli innumerevoli viaggi in giro per il mondo. Tutto tenuto in ordine perfetto.

 

<<Quando decisi di smettere con la carriera, gli amici mi dicevano che era una scelta sbagliata, che lontano dal teatro mi sarei sentita infelice. Invece non sono mai stata così serena e distesa. Qui a Piavon abitano alcuni dei miei fratelli, che sono sposati ed hanno la loro famiglia. Sono perciò attorniata da familiari. Insomma, ho lasciato il teatro e mi sono reinserita nella vita normale, la più semplice e anonima. A volte guardo le vecchie fotografie di scena, e stento a riconoscermi in quella donna con quegli strani costumi addosso. Maria Chiara cantante è una persona che quasi non conosco>>.
Renzo Allegri

sabato, ottobre 12

L'ANTICO GIARDINO PEREGO: "UN'OASI SEGRETA IN CENTRO. IMBRACCATA DALLA SPORCIZIA"

https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/lantico-giardino-perego-unoasi-segreta-in-centro-imbrattata-dalla-sporcizia-

L’antico Giardino Perego: "Un’oasi segreta in centro. Imbrattata dalla sporcizia"

Il Giardino Perego, antica oasi verde nel cuore di Milano, conserva tracce storiche come la statua di Vertunno. Apprezzato dagli abitanti del quartiere per la sua tranquillità, rappresenta un prezioso ricordo della Milano di un tempo.


ll Giardino Perego, antica oasi verde nel cuore di Milano, conserva tracce storiche come la statua di Vertunno. Apprezzato dagli abitanti del quartiere per la sua tranquillità, rappresenta un prezioso ricordo della Milano di un tempo.

Un piccolo gioiello verde fra i palazzi di via dei Giardini, non lontano da Montenapoleone. Un luogo che custodisce importanti tracce del passato, come la statua settecentesca di Vertunno, dio etrusco della vegetazione. Appartenente un tempo all’omonima famiglia di Cremnago, il Giardino Perego è una delle poche aree rimaste fra gli spazi verdi che ornavano i nobili palazzi del Borgonuovo. Fu costruito nel 1778, quando i Perego acquisirono gli orti di un ex monastero, dietro la loro dimora. Nel 1941 una fascia di parco divenne l’odierna via dei Giardini, mentre la parte a Nord rimase verde, ma convertita all’uso pubblico. E così è ancora oggi. "È un bello spazio, dove vengono molti lavoratori dei vicini locali, come me", racconta Alessandro Tartaglione, habitué del giardino. "È un parco ‘segreto’", aggiunge Nadia Petrescu, che viene tutti i giorni ad ascoltare podcast di filosofia. "Mi sento accolta e mi fa stare bene, anche se c’è un po’ di sporcizia vicino alle panchine". Non abbastanza, però, per deturpare la bellezza di questa oasi verde nel cuore della città, vestigia di una Milano perduta e da ricordare. IL GIORNO

Ogni tanto qualche giornale mi fa ritornare alla mia prima infanzia, come IL GIORNO, che mi ha riportato ai giochi con i miei piccoli amici. Mi dà dispiacere sapere che questo giardino sia imbrattato dalla sporcizia, mentre  ricordo il vigile urbano che passava ogni giorno per controllare che i ragazzini non giocassero a calcio sui prati e non pestassero l'erba e i fiori  che decoravano le aiuole. Avevo 6 anni quando ho iniziato a recarmi per giocare e mi riferisco a quasi 70 anni fa,  e l'ho frequentato fino a quando sono diventata mamma, portando di tanto in tanto i miei figli a passeggio, ma ho sempre abitato in quella zona, esattamente di fronte al cancello d'ingresso del giardino, per poi trasferirmi, moglie e madre, nella zona del quartiere Brera, ma non tanto lontano da questa deliziosa oasi! 
Avevo già scritto un articolo relativo a questo giardino, e lo trovate a questo link:


Danila Oppio
 

venerdì, agosto 23

RICORDANDO ALAIN DELON si Danila Oppio



Ne parlano tutti e forse non raccontano cose esatte o complete. Io ricordo la parte che ebbe Delon nel film IL GATTOPARDO.

L'attore divorziò da Nathalie Barthélémy nel 1969, e in quell'anno incontrò nuovamente Romy Schneider. Voleva lei al suo fianco nel film La piscina e lei accettò. Il loro feeling nel film non diede vita ad una nuova e travolgente storia d'amore, ma permise loro di restare uniti. Lei descrisse così il suo collega: "L’uomo più importante della mia vita resta Delon. È sempre pronto a tendermi la mano. Correrebbe in mio aiuto in qualsiasi momento. Alain non mi ha mai abbandonata a me stessa, né oggi né ieri", le parole riportate da Vogue.it.

La lettera che Alain Delon scrisse a Romy Schneider dopo la sua morte

Romy Schneider ad inizio anni '80 iniziò la lotta contro depressione, alcolismo, un tumore e la drammatica perdita del figlio, morto nel 1981 a soli 14 anni a causa di un incidente domestico. Nel 1982 fu trovata senza vita a Parigi, nella casa del produttore Laurent Petin, al quale era legata. Morì a 43 anni per un infarto e la sua scomparsa distrusse il cuore di Alain Delon. Appresa la notizia, l'attore si precipitò per guardarla un'ultima volta e per lei scrisse una lunga e struggente lettera d'amore. Queste le parole, riportate da huffingtonpost.it:

"Ti guardo mentre dormi. Sono accanto a te, sono al tuo letto di morte. Indossi una lunga tunica, nera e rossa, con un ricamo sulla parte superiore. Credo che siano fiori, ma non indugio troppo a osservarli. Ti dico addio, il più lungo di tutti gli addii, bambolina mia. Così ti ho sempre chiamata: bambolina. Non perdo tempo a guardare i fiori, guardo il tuo viso e penso che tu sia bella e che non lo sia mai stata così tanto come in questo momento. Penso anche che è la prima volta in vita mia che ti vedo quieta e serena. Si potrebbe dire che una mano delicata abbia lavato via dal tuo viso paure e dissidi. Ti guardo mentre dormi. Mi dicono che tu sia morta. In che modo ne sono colpevole io? …Ci si pone sempre questa domanda davanti a qualcuno che si è amato e si ama ancora. Questa emozione ci sommerge, poi torna indietro e alla fine ci si convince che tutto sommato non si è colpevoli. Non colpevoli, ma comunque responsabili. Ecco. Lo sono anch'io. È a causa mia che la notte scorsa il tuo cuore ha cessato di battere. A causa mia, perché 25 anni fa fui scelto per essere il tuo partner in "Christine". Tu arrivavi da Vienna e io ti aspettavo a Parigi con un mazzo di fiori in mano che non sapevo come tenere. Ma i produttori mi avevano detto: "Appena scende dalla passerella, vada da lei e le porga i fiori", io aspettai con i fiori in mano come un imbecille, in mezzo a un'orda di fotografi. Tu scendesti dall'aeroplano, io mi avvicinai. Dicesti a tua madre: " deve essere Alain Delon, il mio partner!". Nient'altro, nessun colpo di fulmine a ciel sereno. Così andai a Vienna, dove si girava il film, ed è stato là che mi sono innamorato follemente di te. E tu ti sei innamorata di me. Spesso ci siamo posti a vicenda la tipica domanda degli innamorati: "Chi è stato di noi due ad innamorarsi prima, tu o io?". Contavamo e rispondevamo: "Ne tu ne io, entrambi". Mio dio come eravamo giovani e felici! Alla fine del film ti dissi: "Vieni con me, andiamo a vivere insieme in Francia", e tu rispondesti subito: "Si, voglio vivere con te, in Francia". Ti ricordi vero? La tua famiglia, i tuoi genitori, andarono fuori di sé. E tutta l'Austria, tutta la Germania. Dissero che ero un usurpatore, un rapitore. Mi accusarono di portare via "l'imperatrice". Io un francese, che non parlava una parola di tedesco. E tu, bambolina, che non parlavi una parola di francese. All'inizio ci amavamo senza scambiarci una parola. Ci guardavamo e ridevamo. Bambolina, e io ero "Pepè". Dopo qualche mese, io ancora non parlavo tedesco, ma tu parlavi francese così bene che potemmo recitare in teatro. Quella volta il regista fu Visconti. Ci diceva che ci assomigliavamo, che avevamo fra le sopracciglia la stessa "V" che si increspava per la collera, per la paura di vivere, per il terrore. Lui la chiamava la "V di Rembrandt", perché diceva che nel suo autoritratto questo artista si era raffigurato con la stessa "V". Adesso ti guardo dormire e la "V di Rembrandt" è scomparsa. Adesso non hai più paura. Non stai più in agguato, non sei più preda di cacciatori. La caccia è finita e tu finalmente riposi. Ti guardo ancora e ancora e ancora. Ti conosco bene, in ogni dettaglio. So chi sei e perché sei morta. La tua indole, come si dice. A loro, agli "altri", io rispondo che l'indole di Romy era la sua indole. Questo è tutto! Lasciatemi in pace. Tu facevi male agli altri perché eri te stessa, compatta e unica. Una ragazzina che divenne una stella molto velocemente, troppo. Da questo provenivamo da una parte i tuoi capricci, i tuoi impeti di collera e le tue bambinate, sempre legittime, certo, ma con conseguenze inimmaginabili. Dall'altra, la tua autorevolezza professionale. Si, una ragazzina che non sapeva bene con cosa stesse giocando, con chi, e perché. È in questa contraddizione, e attraverso questa breccia che fanno irruzione la paura e l'infelicità. Quando ci si chiama Romy Schneider e quando si è nel fiore della propria vita e si ha la tua sensibilità e il tuo temperamento. Come si può spiegare chi eri tu e chi siamo noi, i cosiddetti "attori", come si può far capire che noi, recitando, interpretando, essendo qualcun altro da quello che realmente siamo, impazziamo e ci perdiamo? Come si può far capire la difficoltà, il bisogno di possedere un carattere forte ed equilibrato per riuscire a rimanere in qualche modo in piedi? Ma come possiamo noi, trovare questo equilibrio in questo mondo. Noi, i giocolieri, i clown, i trapezisti da circo ai quali i riflettori indicano la strada dorata? Dicesti una volta "Non so cosa io debba fare nella mia vita, ma in un film sono in grado di fare tutto". Non possono comprendere che più un attore è grande e più diventa inadatto alla vita. Greta Garbo, Marylin, Rita Hayworth…..e tu…. e mentre tu riposi io urlo e piango, piango accanto a te, piango perché questo lavoro schifoso non è un lavoro per una donna. Ed io tutto questo lo so perché l'uomo che io sono è quello che meglio di ogni altro ti ha conosciuta, quello che meglio di ogni altro ti ha capita. Perché sono anch'io un attore. Eravamo della stessa razza, bambolina, parlavamo la stessa lingua. Non possono capirci loro, gli "altri". Gli attori si, gli altri no. È inspiegabile. E quando si è una donna come te, non possono comprendere che di questo ci si può anche morire. Io ti scrivo a casaccio, senza un ordine preciso. Bambolina mia, così aggressiva, così piena di ferite. Non sei mai riuscita a capire ne ad accettare il ruolo di personaggio pubblico che tu stessa avevi scelto e che amavi. Eri un personaggio pubblico e le grandi implicazioni di questo non le hai mai comprese. Tu hai rifiutato il ruolo e tutti i ruoli che questo lavoro porta con sé. Ti sei sentita assalita, trafitta, violentata nella tua sfera personale. E tu, tu l'hai sempre saputo che il destino ti prendeva con una mano quello che ti dava con l'altra. Abbiamo vissuto insieme più di 5 anni. Tu con me, io con te. Insieme. Poi la vita….quella nostra vita che in fondo non interessava a nessuno ci ha separati. Ma ci siamo chiamati, spesso, si proprio così, ci siamo dati dei segnali. Alla fine, ci fu il film "La piscina", ci siamo ritrovati con il fine di lavorare insieme. Venni a prenderti in Germania, conobbi David, tuo figlio. Da quel film in poi tu sei mia sorella, io tuo fratello. Fra di noi tutto era chiaro, schietto. Nessun'altra passione. La nostra amicizia risiedeva nel sangue, nella somiglianza e nelle parole. E dopo ci fu nella tua vita ancora infelicità e la paura. Bambolina mia, questo lavoro così doloroso! Ho vissuto con te oppure solo al tuo fianco? Fino alla morte di David c'era il lavoro a tenerti la testa fuori dall'acqua, poi David se ne è andato e il lavoro non ti è stato più sufficiente. Non mi ha stupito affatto la triste notizia che anche tu ci avevi lasciato. Di cosa avrei dovuto stupirmi? Del tuo non-suicidio, forse. Ma non del tuo cuore distrutto. Mi sono detto: "Eccola, la fine del tunnel!". Ti guardo mentre dormi. Tuo fratello Wolfie e Laurent entrano nella stanza. Parlo con Wolfie. I nostri ricordi vanno alla mia casa di campagna. Ai doberman che ti facevano così paura. A tante altre storie…. più di 20 anni fa, in Baviera, in un piccolo paesino. Wolfie aveva 14 anni, io 23 e tu 20. Ridemmo molto quando ci fu annunciata la visita del presidente francese del "Romy Schneider fan club". Vedemmo arrivare una ragazza giovane e slanciata, con un paio di occhiali, carina….. si chiamava Bernardette. Quando tornammo a Parigi la chiamammo. Divenne la nostra segretaria, per sei anni. Lei è ancora la mia segretaria! Ti guardo mentre dormi, solo ieri eri viva e hai detto a Laurent: "Vai a dormire, io vengo fra un po', resto ancora con David ad ascoltare musica!". Questo lo hai detto ogni sera. Prima di coricarti volevi rimanere da sola con il ricordo di tuo figlio. Ti sei messa a sedere. Hai preso carta e penna e hai disegnato, per Sarah… disegnavi per la tua piccola figlia, finché non hai avuto dolori al cuore e improvvisamente. Così bella. Bella, ricca, famosa. Di cos'altro avresti avuto bisogno? Di pace, e di un po' di felicità! Ti guardo mentre dormi. Sono di nuovo solo. Mi dico: tu mi hai amato. io ti ho amata. Io ho fatto di te una francese, una star francese. Si, è per questo che mi sento responsabile. E questa terra che tu hai amato per causa mia, è diventata anche la tua patria. La Francia. Wolfie ha deciso, e anche Laurent ne ha espresso il desiderio, che tu rimanga qui per sempre in suolo francese. A Boissy. Là, dove fra un paio di giorni verrai raggiunta da tuo figlio David. In un piccolo luogo dove hai appena ricevuto le chiavi per la tua casa. Là volevi vivere, vicino a Laurent, vicino a Sarah. Là dormirai per sempre. In Francia. Vicino a noi, vicino a me. Del tuo viaggio fino a Boissy me ne sono occupato io, così da alleggerire Laurent e la tua famiglia. Ma non sarò presente né in chiesa né alla tomba. Wolfie e Laurent mi capiscono. Ti prego di perdonarmi, tu sai che io non avrei potuto in nessun modo proteggerti da questa gente avida, da questa massa di libidinosi, da questo "spettacolo" di cui hai sempre avuto paura. Perdonami. Verrò il giorno successivo e staremo da soli. Bambolina, continuo a guardarti, a guardarti ancora. Con i miei sguardi voglio inghiottirti e dirti ancora che non sei mai stata così bella e così tranquilla. Riposa in pace. Io ci sono. Da te ho imparato un po' di tedesco. Le parole:" ich liebe dich".

La storia con Schneider terminò anche per l'arrivo di Nathalie, la donna che Delon sposerà nel 1964 e da cui avrà il primo figlio Anthony, nato lo stesso anno. La loro storia d'amore terminerà quattro anni dopo, con un divorzio. Pare che pochi mesi prima di sposarsi, Delon avesse avuto una relazione con l'attrice Marisa Mell che avrebbe lasciato poco prima di sposarsi. Il rapporto con l'ex moglie proseguirà anche dopo, i due, infatti, continueranno ad avere un legame forte.

Dal 1968 al 1983 Delon intrattiene una relazione con l'attrice Mirelle Darc che conosce durante le riprese di Addio Jeff. Fu Delon ad avere il classico colpo di fulmine e per lei lascerà Nathalie. La donna rivelò: "Non fece subito clic, non dissi ‘È l'uomo della mia vita'" ma presto le cose cambiarono. La rottura avvenne perché Delon voleva essere ancora padre, ma l'attrice non poteva avere figli. Quando nel 2017 l'attrice morì, l'attore la definì la donna della sua vita, benché durante questi 15 anni Delon ebbe altri flirt con Veronique Jannot, Sylvia Kristel, Sydne Rome e Dalila Di Lazzaro.

La storia con Rosalie van Breemen e la nascita di Anouchka e Alain-Fabien

L'incontro con la modella olandese Rosalie van Breemen avvenne nel 1987 sul set del video della canzone Comme au cinéma. Lei ha 21 anni, mentre lui ne ha 52 ma, nonostante ciò, i due si innamorano e hanno due figli: Anouchka che nasce nel 1990 e Alain-Fabien che nasce nel 1994. I due, però, si separano nel 2001.

L'ultima compagna, Hiromi

L'ultima compagna di Alain Delon è una donna giapponese, Hiromi, con cui ha cominciato la relazione a 85 anni. A rivelarlo è stato lui stesso in un'intervista a Paris Match, in cui presentò la donna giapponese: "La mia compagna giapponese Hiromi è stata molto presente al mio fianco durante tutta la mia convalescenza". L'attore ha avuto alcuni problemi di salute nel 2019: "Durante la mia convalescenza sono stato aiutato da una persona, la mia compagna giapponese, che si è presa cura di me per mesi". Una persona vicina all'attore ha detto che i due si sono conosciuti sul set diversi anni prima: "Per molto tempo, una semplice amicizia li ha uniti. Col tempo, i loro sentimenti si sono evoluti. Hiromi ha avuto un ruolo indiscutibile nella guarigione di Alain, ma anche nella sua nuova serenità". Qualche mese fa, però, i figli l'hanno allontanata, come ha denunciato lei stessa: "Mi vedevano come una minaccia" denunciò.

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Aggiungo che un uomo affascinante come Delon possa aver fatto perdere la testa a molte donne, così come l'ha persa lui per altre, Ma sono persuasa che un attore bravo come lui, colpiva non solo per la sua innegabile bellezza, per per il fascino e la bravura nella sua recitazione.

Un ricordo se lo merita. 

Danila Oppio

giovedì, ottobre 12

LE PAGINE DEL NATALE - sesta Edizione de CASA EDITRICE "L'ARGOLIBRO"

"Le Pagine del Natale": parte la sesta edizione!

 


L’Associazione Artistico-letteraria «Gli Occhi di Argo» e la Casa Editrice «L’ArgoLibro» organizzano la sesta edizione del Concorso Nazionale letterario gratuito “Le Pagine del Natale”.

Sono ammessi:

- racconti, fiabe, favole e leggende di massimo 4500 (quattromilacinquecento) caratteri spazi inclusi;

- poesie o filastrocche di massimo 40 versi.

Argomento: il Natale nelle sue molteplici espressioni, sfaccettature, manifestazioni.

Inviare il testo originale e inedito (è possibile partecipare a una sola sezione e con un solo elaborato) entro il 31 ottobre 2023 all’indirizzo largolibro@gmail.com. Gli elaborati vanno inviati in formato Word (.doc), non sono ammessi altri formati.


Entro tre-quattro giorni, la Redazione del concorso invia un’e-mail di conferma di corretta ricezione del file. In caso non giunga tale e-mail, si prega di contattare la Redazione al 3395876415 (anche con messaggio WhatsApp). 

La partecipazione al concorso È TOTALMENTE GRATUITA.

Un’apposita commissione, il cui giudizio è insindacabile, sceglierà i testi vincitori che saranno inseriti nella speciale Antologia realizzata e pubblicata dalla casa editrice «L’ArgoLibro» in occasione del Natale 2023.

L’inserimento nell’Antologia sarà GRATUITO.

I racconti e le poesie devono essere inediti, con l’adesione al bando si autorizza implicitamente «Gli Occhi di Argo» e «L’ArgoLibro» all’inserimento e alla pubblicazione nell’Antologia.

Gli autori resteranno titolari dei diritti sulle loro opere, fatta salva la pubblicazione di cui sopra per la quale non potranno richiedere alcun compenso.

L'antologia sarà ampiamente pubblicizzata e venduta sulle pagine web della casa editrice e gli autori inseriti interessati al facoltativo acquisto usufruiranno di uno sconto sul prezzo di copertina.

Con la partecipazione i concorrenti dichiarano implicitamente che i testi presentati sono di loro composizione, inediti, e accettano tutte le norme che regolano questo bando.
I dati personali saranno trattati secondo quanto disposto dalla legge sulla privacy 675/96.

Per qualsiasi ulteriore informazione: largolibro@gmail.com - 3395876415

lunedì, ottobre 9

LUCA GOLDONI CI HA LASCIATI il 7 ottobre 2023 a 95 anni - editoriali di FRANCESCO MORONI e DANILA OPPIO



Luca Goldoni   a novant'anni con il figlio Alessandro


Ho letto tanti anni fa alcuni libri di Luca Goldoni, mi era sfuggito o non ricordavo di averlo già sfogliato in passato, così un paio di settimane fa presi dalla mia personale libreria VIAGGIO IN PROVINCIA, del lontano 1984 e mentre leggevo, pensavo che Goldoni doveva avere una bella età, se già non fosse morto e non ne fui informata. Controllai e appresi che era ancora in vita, anche se in pessime condizioni di salute. Gli augurai mentalmente di vivere ancora a lungo, perché aveva rallegrato la mia gioventù con i suoi spassosi racconti, carichi di umorismo. In un ricordo del figlio, che lo racconta qui sotto, e che ho evidenziato in grassetto, nel libro che ho citato c'è proprio il racconto del signore sardo e degli alberi da sughero e ne ho riportato il parziale racconto. Incredibile coincidenza!

E oggi apprendo la triste notizia...e penso che certe persone che hanno dato tanto, avrebbero diritto all’eternità, pur rimanendo eterni con le loro opere o artistiche o letterarie. Addio Luca, ti voglio ricordare con le parole del tuo collega giornalista Francesco Moroni. 
Danila Oppio

Da Il RESTO DEL CARLINO 
Luca Goldoni, una delle figure più emblematiche del giornalismo italiano, ci ha lasciato all’età di 95 anni il 7 ottobre 2023. Si è spento nel pomeriggio all’hospice di Casalecchio di Reno, dove era stato ricoverato a causa di un peggioramento delle sue condizioni di salute 
La luminosa carriera di Goldoni
Goldoni non è stato solo un giornalista, ma anche un prolifico scrittore. Durante la sua lunga carriera, ha lavorato come cronista di nera e inviato di guerra per prestigiose testate come il Corriere della Sera, QN, Il Resto del Carlino, il Giorno e la Nazione. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, spiccano il Libro d’oro, ottenuto per aver superato i tre milioni di copie vendute con i suoi lavori, e la Palma d’Oro al salone dell’umorismo per “Non ho parole”.
Ricordi indimenticabili
Nato a Parma nel 1928, Goldoni iniziò la sua carriera giornalistica per il quotidiano della sua città, la Gazzetta di Parma. Successivamente, si trasferì a Bologna per lavorare per Il Resto del Carlino. Una delle storie più memorabili della sua carriera riguarda la corrispondenza da Praga nel 1968, durante l’invasione dei carri armati sovietici. Goldoni, per eludere la censura sovietica, dettò la sua corrispondenza in dialetto parmigiano, un aneddoto che ha raccontato con orgoglio nel maggio 2021 Fra i suoi numerosi libri, alcuni dei più noti sono ‘Lei m’insegna’, ‘È gradito l’abito scuro’, ‘Italia al guinzaglio’, ‘Il sopravvissuto’ (premio Fenice Europa), ‘Il mare nell’anima’, ‘Cioè’, ‘Tranelli d’Italia’ e ‘Francesco Baracca’. Quest’ultimo, scritto in collaborazione con il figlio Alessandro, anch’esso giornalista, è dedicato all’aviere di Lugo. Luca Goldoni ha anche espresso una profonda ammirazione per Maria Luigia, duchessa di Parma e moglie di Napoleone, descrivendola come una donna avanti ai suoi tempi per l’epoca in cui viveva.
Morto a 95 anni, dopo una malattia che, seppure complicata da gestire, non gli aveva tolto l’umorismo e lo sguardo ironico sul mondo. Luca Goldoni ha vissuto molte vite: cronista di nera, inviato di guerra, osservatore di costume. Un giornalista vero, insomma. Di quelli forgiati da un mestiere che, per forza di cose, non esiste più.
Nato a Il Resto del Carlino, la sua firma si allarga nel tempo anche agli altri giornali del Gruppo, a periodici e testate nazionali. Ma è con i libri che la sua penna, mai scontata, trova il migliore respiro: celeberrimo il suo ’Sempre meglio che lavorare’, ma anche ’Dì che ti mando io’, ’Lei m’insegna’, ’Maria Luigia donna in carriera’ e molti, moltissimi altri.
Dalla storia agli animali, dalla politica al (mal)costume italiano. Ironico e corrosivo, mai inutilmente aggressivo e con un occhio particolarmente attento al territorio, agli avvenimenti appena passati come in ’Viaggio in provincia’, ’Bologna Kaputt’ (con Aldo Ferrari e Gianni Leoni) o ’Mettevamo il prete a letto’ (con Enzo Sermasi). La curiosità è stata la sua chiave, che gli ha permesso di scrivere di tutto, dallo sport ai jeans, con vera partecipazione
"Fino all’ultimo non ha perso il proprio umorismo. Quella serenità, unita a grande dignità, che lo contraddistingueva. Da un paio d’anni era sottoposto, non senza fatica, al trattamento di dialisi che riceveva a casa, mentre gli ultimi giorni li ha passati in hospice. Faceva fatica a parlare, chiaramente, eppure continuava ad arrabbiarsi con il suo solito piglio quando non trovava un termine o faceva fatica a pronunciarlo... E io rispondevo: ’Non preoccuparti papà. Le tue parole sono tutte qui, nei libri".
È un ricordo emozionato, sentito, commosso quello di Alessandro. Luca Goldoni per lui non era soltanto "un padre", ma "un amico, un collega". La persona che gli ha trasmesso ogni passione: la scrittura, in primis. Insieme hanno lavorato a più di un libro. Ma anche la lettura. E poi il mare, ovviamente. Il dolore della perdita è ancora permeante, ma Alessandro Goldoni si fa forza, raccoglie i pensieri e li mette in fila per ricordare il papà, morto ieri a 95 anni, con l’amore e l’ammirazione di un figlio, l’affetto di un amico e il rispetto di un collega. Perché, sottolinea, crede se ne sia andato davvero "uno degli ultimi tra i grandi del giornalismo".
Come sono stati questi ultimi, sofferti giorni?
"Lui ha sempre accettato tutte le cure con grande dignità. Siamo rimasti uno accanto all’altro praticamente fino all’ultimo, perché mia madre se n’è andata qualche anno fa ed eravamo io e lui. Ha continuato a prendere tutti i farmaci utili per alleviare le proprie sofferenze: era molto debilitato. Ma c’è una cosa che ha colpito tutti...".
Quale?
"Non ha abbandonato mai la sua ironia. Scherzava, faceva battute. Abbiamo passato un periodo a guardare tutti gli avvenimenti sportivi possibili, dal tennis fino alle partite di calcio. Lui ripeteva come gli avessero stufato tutti questi talk show televisivi... Diceva: ‘Sono sempre le stesse menate’ (ride, n.d.r.)".
Lo ha definito "padre, amico e collega".
"Ho imparato molto da lui. Ho imparato tutto. E, anche adesso, avevamo scambi continui. Era un rapporto bilaterale. Mi diceva: ‘Devi trovare una battuta calzante, puoi scrivere meglio di così’. E io ammiravo questo suo essere pignolo, questa sua ricerca ossessiva della parola giusta al posto giusto".
Quando si è avvicinato alla professione di suo padre?
"Ho sempre seguito i suoi consigli, fin da giovane, e ovviamente sono rimasto affascinato dal suo modo di scrivere. Poi è stato lui, con il tempo, che ha cominciato a chiedere consiglio a me. Ci scambiavamo idee, parole, impressioni. Sono contento di essere rimasto sempre accanto a lui, che rispondeva: ‘Sono felice che sei qui con me’...".
"Uno degli ultimi grandi giornalisti", diceva...
"Ma non lo dico perché parliamo di mio padre. Credo sia riuscito a inventare uno stile che, prima di lui, non esisteva: un modo di raccontare l’Italia, e di calarsi nei panni dell’italiano medio, unico e irripetibile. Con le sue parole riusciva a coinvolgere completamente il lettore, a fargli provare le stesse cose".
Grande empatia?
"Sì, sicuramente. Sono proprio i suoi lettori che continuano a ricordare a tutti cosa fosse la penna di Luca Goldoni...".
L’affetto verso chi ha raccontato la storia intera di un Paese non se n’è mai andato?
"Esattamente. Il suo pubblico ha sempre trasmesso grande affetto e devozione. Molti lettori hanno continuato a scrivere lunghissime lettere: volevano sapere cosa pensasse lui di certi avvenimenti, volevano continuare a leggere le sue parole. Poi c’è anche una pagina Facebook che, da tempo, complice la malattia, non riusciva più a seguire: penso di poter trovare qualcosa come migliaia e migliaia di commenti di seguaci e appassionati che, anche solo per uno scambio veloce, ci tenevano a fargli sapere il proprio pensiero. A scrivergli".
Una vita piena.
"Una persona che non ha mai smesso di viaggiare, che aveva visto il mondo intero, eppure non si è mai montata la testa. Era molto curioso".
Di più. Era davvero curioso! Mi ricordo quando una volta, in Sardegna, si fermò a parlare con un uomo incontrato per strada...".
Cosa successe?
"Aveva notato questo signore impegnato a tagliare il sughero. Si presentarono, si fermarono a parlare per parecchio tempo. Fu in quell’occasione che creò una definizione divertentissima, sottolineando come gli alberi sembravano indossare dei ‘calzoni corti’. Beh, mio padre e questa persona sono rimasti in contatto per tutta la vita e sono diventati grandi amici. Perché lui era così... Era dotato di un’umanità fuori dal comune.  
In quel libro che ho citato all'inizio, c'è proprio il capitolo "Chi conosce la Sardegna?" Cito il ricordo del viaggio fatto in Gallura: " E siccome né io né mio figlio siamo troppo ferrati in botanica, lui sosteneva che quelli erano lecci e io farneticavo di ulivi, finché incontrammo una casa con un uomo che trafficava sotto un trattore. Allora scesi e gli domandai che diavolo di piante erano....per la prima volta mi trovai di fronte all'albero del sughero, poco mancava credessi che i tappi spuntassero da terra (ma benedico le mie lacune, che noia sarebbe la vita se non ci  fosse ogni tanto qualche stupore infantile). ...Gavino non avrebbe mai smesso di spiegarci: gli alberi erano scorticati fino a metà (e con quella pelle nuda sembravano in braghe corte) perché sennò morirebbero, mentre così in nove anni si riforma la scorza...
Incrocio un’auto ferma in mezzo alla strada che lampeggia per poter svoltare. Mendica una gentilezza e io freno per favorire la manovra. Un ragazzetto in scooter sopraggiunge, mi affianca e mi grida "sveglia nonno!". Mi ha dato del vecchio bollito ma senza rabbia. Solo perché non concepisce che si possa rinunciare a un diritto. Diventeranno grandi anche loro, ma per adesso mi fanno sentire un sopravvissuto.
Come si sa l’uomo è il più infelice fra gli esseri viventi, perché ha coscienza anche della morte. Lo sa pure da giovane, ma non collega l’evento alla sua sorte personale. O meglio, ripete che tutti siamo destinati a morire, ma lo pensa in astratto: un modo di dire, tipo si vive una volta sola, la vita è fatta a scale ecc. È invecchiando che il nostro si scopre all’improvviso “zavorra” per i bilanci dello Stato, “soggetto a rischio” per gli agenti delle assicurazioni che lo valutano brutalmente come un’auto usata: quanti chilometri? che aspettativa di vita? E allora si sorprende ad amare svisceratamente il suo scampolo di esistenza.
In pubblico proclama che non ha paura di morire, ma quando si sveglia di notte avverte sensazioni inquietanti. I battiti del cuore rimbombano nel silenzio, quel ritmo così familiare, quand’è percepito nel polso, diventa angoscioso nelle immagini di un’ecografia che ora rivede nel buio: una forma che pulsa febbrile, quasi con affanno, e il microfono amplifica come una risacca il ritmato fluire del sangue: sessanta convulse contrazioni al minuto. Un impressionante spiraglio nel mistero della biologia. Chi ha progettato questo straordinario meccanismo che regola la vita? Nelle tenebre si accendono pallidi barlumi del Grande Enigma: le comunissime microonde del nostro forno o gli ultravioletti della lampada abbronzante sono le stesse misteriose forze che governano l’universo. Mi affascina il rapporto con Dio nell’allegoria immaginata da Albert Einstein. Un ragazzo si trova in un’immensa biblioteca tappezzata da libri scritti in molte lingue. Ha il sospetto che questa moltitudine di volumi siano disposti in un ordine logico, ma lui non sa quale. Con queste immagini – conclude Einstein – avverto la presenza di un potere superiore che si cela però nell’incomprensibile universo. Mi piacerebbe scoprire come la pensano su questo tema il mio giornalaio, il benzinaio, la postina. Ma come si fa ad aggredirli, hai paura di morire, esiste l’aldilà, hai un’idea di infinito? Una volta ho aggirato l’ostacolo con un mini-sondaggio sulla profezia dei Maya. Tutti ammettono che non sarebbe poi così assurdo: un’umanità come la nostra merita solo di sparire. E finire con tutto il mondo è meno triste che morire per conto proprio, non si vedono i parenti attorno al letto, non si ascolta oltre la finestra la vita che continua. Lo scenario più sofisticato di fine del mondo, me lo descrisse un liceale: "La luce si attenua lentamente come al cinema. Il cielo si illumina come lo schermo e si apre, rivelando cosa c’è ‘dietro’: e affiorano le immagini che ti facevano sorridere incredulo: il Signore con la barba, gli angeli con le trombe e tu stai volando come i violinisti di Chagall. Allora pensi: è un sogno, devo svegliarmi. E invece non ti svegli più". (Un finale da Oscar, non immaginavo per la fine del creato tanta creatività).
Ma adesso devo concludere e non posso esimermi da qualche confessione: quasi una TAC del mio ego. Il mio lavoro interferisce con la famiglia? Sì, ed è alienazione totale. Per esempio, mia moglie mi sta sottoponendo un problema di casa e io mi distraggo perché le sue parole mi suggeriscono la chiusa di un articolo. Sono sicuro di me? Da giovane no e adesso nemmeno: a costo di ricalcare un noto aforisma rispondo che se ho un po’ di sicurezza deriva dal sapermi insicuro, cioè insoddisfatto. Anche di questa risposta. Un'auto-definizione? Sono un egoista che soffre delle sofferenze che procura. Forse sono un ego-altruista. La mia gioventù in sintesi? Bombe, morte, fame, freddo. Però immense emozioni: la pace, le prime notti a luce accesa ballando il Boogie, la libertà, cioè andare in piazza a gridare "io sono contro". E una grande serenità dovuta al fatto che non esistevano smart, video, web, ovvero gli elementi che oggi trasformano tanti bulli in feroci criminali. Rimorsi? Sì: mi sono lasciato troppo consumare e assorbire dal mio lavoro: quando incontro degli amici – affermati professionisti, che si ritagliano il tempo per smestolare nelle mense dei barboni, guidare ambulanze, portare coperte ai clochard avvolti nei cartoni, regalare una passeggiata a qualcuno con il bastone bianco – mi sento in imbarazzo, come se avessi esaurito la mia solidarietà con qualche chiamata a Telethon. Peccato: riparerò nei miei secondi 90 anni.

Dei suoi secondi 90 anni ne ha vissuti altri cinque, e ritengo che sia stata una lunga vita ben spesa! Sono sempre stata una sua accanita lettrice, apprezzando il suo stile di scrittura, ma non ho mai osato trasmettergli il mio sentire. Lo faccio qui e ora, e se lui non mi può leggere, lo faranno i suoi estimatori.
Danila

sabato, settembre 16

CIBO DA POVERI PER DELIZIE DA PALATI RICCHI...DI GUSTO di Gianluca Bosia e Danila Oppio

Cibo da poveri per delizie da palati ricchi... di gusto

Riciclare gli avanzi e ingredienti semplici salveranno i nostri conti domestici ma non solo.

GIANLUCA BOSIA su IL GIORNO...ed io riporto volentieri questo interessante articolo perché condivido appieno il contenuto.

Che il carrello della spesa sia diventato molto più caro è evidente a tutti.  Coldiretti calcola l’11percento di aumento negli ultimi sette mesi per i generi alimentari e propone come ricetta il riutilizzo degli avanzi o l’uso di ingredienti di base a costo contenuto. Cibo semplice e della nonna quando anche in Lombardia si era poveri o comunque parsimoniosi.

Qualche esempio, secondo Coldiretti?  Polenta del giorno dopo fritta o in forno con i pezzi di formaggio rimasti nel frigidaire, l’avanzo di un risotto allo zafferano saltato in padella, mondeghili di pane, carne e formaggio avanzati e come dolce la miascia, con pane raffermo e frutta, o una torta paesana. A metterli in fila viene un menu da sballo, un vero e proprio omaggio alle nonne e un orgasmo per i palati che delle alchimie moderne dei talent culinari televisivi se ne fanno un baffo.

Ovviamente non è proprio facile, anzi. Le nonne non ci sono più e il tempo per cucinare è sempre meno. Magari il sabato o la domenica… Coldiretti però ha ragione: di avanzi di cibo abbiamo il frigorifero pieno e di prodotti naturali a prezzi commestibili sono zeppi gli scaffali o i banchi del mercato.

E allora proviamo a non buttare nulla e a riciclare in tavola o, ad esempio, a mettere in forno una bella teglia di patate, cipolle e salsicce (mangi in 4 con una dozzina di euro). Di Cracco ce n’è uno ma il web è pieno di ricette facili e a costi contenuti. Sfruttiamo l’occasione dell’inflazione che prende alla gola i nostri conti domestici per cucinare altro. Risparmi ma mangi bene, anche se da “povero”. Perché la rivoluzione (culturale e sociale) inizia anche a tavola, mentre a spacciare brioches si rischia la testa e l’uomo è sempre ciò che mangia. Buon appetito!

Nota mia, ci sono popoli del mondo che patiscono la fame, che non hanno proprio nulla da porre sotto i denti, sempre che abbiano ancora tali strumenti! e veder buttar via del cibo ancora buono, solo per non riciclarlo allo stesso modo, mi pare una vera e propria infamia. Lasciamo perdere l'aumento dei prezzi nei negozi di alimentari, che dovrebbe metterci sull'avviso, e cerchiamo di usare i consigli ed esempi delle nostre nonne che sapevano bene come utilizzare gli avanzi di cibo. Con il pane secco si possono fare anche i canederli (Knödel), la pappa al pomodoro, gli strangolapreti (con tutto il rispetto per i preti!) il pane pugliese, come sostituzione delle friselle,  la soupe Paisanne della Valle d'Aosta, Sbizzarritevi in questa ricetta dal sapore contadino usando formaggi a piacere. Certo, essendo una specialità della Valle d'Aosta, il più indicato resta la fontina, il pancotto pugliese, l'acquacotta toscana e la variante siciliana.Tutte ricette che vi consiglio di andare a cercare sul Web, e tutte che richiedono l'utilizzo del pane raffermo. 

I mondeghili (polpette milanesi) sono un piatto povero della tradizione contadina; nel 2008 questa pietanza ha ricevuto la Denominazione Comunale che riconosce l’appartenenza dei mondeghili al territorio di Milano. All’apparenza qualcuno potrebbe pensare che si tratti di polpette, ma guai a chiamarle così! L’origine dei mondeghili arriva da molto lontano: il nome, che significa polpetta, deriva dalla parola araba "al-bunduck", ma ad insegnare la preparazione dei mondeghili ai milanesi furono gli spagnoli, durante i loro 150 anni di dominazione a Milano. I milanesi mutarono la parola spagnola “albondiga” in “albondeguito” che poi diventò “albondeghito”, per poi arrivare al termine odierno mondeghilo. Ci possiamo ispirare a questa ricetta tradizionale, realizzando un impasto con diversi tipi di carne, il tutto aromatizzato da un piacevole sentore agrumato e dalla noce moscata. Provate la versione dei mondeghili e vi leccherete i baffi!


La torta miascia è un dolce rustico tipico della tradizione lombarda, diffuso in particolare nella provincia di Como. Considerata in passato "il panettone dei poveri", è una ricetta dalle origini umili, preparata con ingredienti poveri e nata per riciclare il pane raffermo. Una volta reidratato nel latte, questo viene mescolato a uova, zucchero, un pizzico di farina e frutta fresca ed essiccata, che la manterrà morbida e piacevolmente umida. L'aggiunta finale dei fiocchetti di burro e del rosmarino fresco, poco prima del passaggio in forno, la renderanno profumata e dorata in superficie. Semplice e veloce gustatela come merenda genuina o delizioso fine pasto. Questo preparato, lo arricchisco con cacao amaro, e non ci metto il rosmarino perché l’accoppiamento con il dolce non mi convince. Uso invece solo frutta secca in base a quel che ho nella dispensa: usa sultanina, detta anche zibibbo, fichi e datteri tagliati a tocchetti, noci o nocciole sbriciolati, e non utilizzo frutta fresca, così il dolce dura più a lungo. 


Risotto ai formaggi

A quanti risultano avanzi di formaggio nel frigo? Impresentabili sulla tavola, possono essere utilizzati per un risotto ai 4 – 5 o 6 formaggi, basta tagliarli a pezzettini eliminando la scorza, oppure grattugiati, dipende dalla loro durezza, o inseriti a cucchiaiate, quelli cremosi, in una padella dove si è aggiunto del latte o della panna liquida, e fatti sciogliere a fuoco basso, formando una crema molto saporita, da aggiungere al riso bollito e scolato, sul quale si versa questo preparato. Buonissimo! 

Ringrazio il cronista per avermi portato alla mente queste tre ricette che ho sempre fatto, perché anche se in passato non ci sono stati aumenti di prezzo nei supermercati, non mi è mai piaciuto buttare il cibo nei rifiuti. La fantasia in cucina serve sempre, riciclando quei cibi che girano in frigo o nelle dispense a lungo, fino a che non si decide di eliminarli perché oramai troppo vecchi! Che non sia mai che si sprechi questo ben di Dio! 

Danila Oppio