POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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sabato, luglio 11

UN RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO OCD, di ALESSANDRA GIUSTI

Mi chiamo Alessandra Giusti, sposata Leveque

ho sessantasette anni; milanese, abito da tanti anni in Valle d’Aosta nel paese di mio marito. Mia mamma conobbe Padre Nicola nel 1981, quando egli insegnava religione nella stessa scuola elementare milanese dove ella era maestra. Tra lui e i miei genitori scattò un’immediata simpatia e comunione di idee; nel 1984 mio marito e io avemmo la possibilità di conoscerlo anche di persona, dopo averne tanto sentito parlare. Si instaurò anche con noi un ottimo rapporto e successivamente, dopo la nascita di nostra figlia, anche con lei. Rapporto che è continuato fino alla scomparsa del nostro Amico, e che continuerà fino a quando ci ritroveremo di Là. Avrei da raccontare tanto in merito a Padre Nicola, a partire dal momento in cui ebbi la fortuna di conoscere la sua amata mamma Concetta, che, quando il figlio andava a trovare, non mancava mai di portare in visita da noi. Ho potuto conoscere, anche se solo telefonicamente, anche la cara sorella Nicoletta, nonché, negli ultimi anni, di persona il fratello Beppe. Conobbi anche l’amico di sempre, Padre Vincenzo Prandoni ed altri Confratelli. Avrei tanto, ripeto, da raccontare. La corrispondenza, dapprima cartacea poi tramite email, tra Giappone, terra di Missione del Padre, e Italia, nonché quella dai vari monasteri e conventi dove visse Padre Nicola in Italia. Ho tanti suoi scritti, sia in prosa che in poesia; di lui mi ha sempre colpito il desiderio di essere partecipe delle sofferenze e dei lutti di amici, familiari e Confratelli tramite scritti poetici a corredo di opere d’arte sacra. Una forma di preghiera per quelli che ne sono stati destinatari e che hanno apprezzato. Tra di essi il ricordo commosso delle Suore della Congregazione delle Missionarie del Lieto Messaggio di Pontremoli (MS) e delle Monache Benedettine di Milano. Per quanto riguarda me e la mia famiglia, desidero narrare un solo, ma splendido, episodio. Nel 2023 mia figlia perse, alla fine del nono mese di gravidanza, la bambina che aspettava. Era sana e bella; sconosciute le cause. Padre Nicola ci fu vicino con delicatezza e seppe dirci parole di profonda fede e conforto. La nostra bambina divenne la sua; mi confidò che si rivolgeva a lei nei momenti di maggior difficoltà a causa della salute e la invocava affinché intercedesse per lui presso la Madonna, quale piccolo Angelo. Penso che basti questo a testimoniare la profonda fede del Padre e la sua sensibilità, se ce ne fosse bisogno. Adesso siamo noi a chiedere a lui di intercedere per noi, ancora pellegrini in terra. A Dio, Padre Nicola!

Alessandra e famiglia


martedì, dicembre 31

TANTI AUGURI DI FELICE ANNO NUOVO, CON LA POESIA DI ANDERSEN "LA DILIGENZA DI CAPODANNO"

“La diligenza di Capodanno” poesia di Hans Christian Andersen: mezzanotte suonò




Mi piace questa poesia, perché appare il nome di chi l'ha tradotta in lingua italiana, poiché  suppongo che Andersen l'abbia scritta in danese, la sua lingua madre. Vedo che la poesia qui riprodotta è stata pubblicata, non so dove, con il nome dell'autore tradotto in italiano, Giovanni Cristiano Andersen, tipico del periodo fascista, dove ogni nome straniero appariva anche nei libri di testo. Infatti ricordo Tommaso Moro, al posto di Thomas Moore, Cartesio ovvero René Descartes che nacque nel 1596 in Francia, nel paese di La Haye en Tourraine (oggi il paese si chiama Descartes in suo onore). È conosciuto come Cartesio perché alla sua epoca gli intellettuali avevano l’abitudine di latinizzare il proprio nome, essendo il latino la lingua dei dotti. Descartes divenne perciò Cartesius e in italiano Cartesio. Potrei continuare, ma credo sia sufficiente citare questi autori.
Questa poesia mi è stata inviata dalla carissima amica Alessandra Giusti per cui colgo l'occasione di ringraziarla ancora una volta e di porgerle i miei più sentiti auguri di Buon Anno e per il suo compleanno che cade proprio nel primo giorno dell'anno nuovo! Auguri di cuore Alessandra cara, a te e alla tua splendida famiglia.
Danila




Hans Christian Andersen (Odense, 2 aprile 1805 – Copenaghen, 4 agosto 1875) fu uno scrittore e poeta danese, celebre soprattutto per le sue fiabe.
Tra le sue opere più note vi sono “La principessa sul pisello” (1835), “Mignolina” (1835), “La sirenetta” (1837), “Il soldatino di stagno”, “Il brutto anatroccolo” e “La piccola fiammiferaia” (1845).

HANS CHRISTIAN ANDERSEN 

L’attività letteraria di Andersen, piuttosto vasta (le opere complete in lingua danese, pubblicate a Copenaghen tra il 1854 e il 1879, comprendono ben trentatré volumi) inizia, di fatto, alla fine degli anni Venti del XIX secolo e coincide sostanzialmente con il termine del periodo di studi.
Un collega di teatro di Hans aveva parlato di lui come di un “poeta”: spinto dalla sua vocazione artistica, il giovane prende la cosa molto sul serio, indirizzando le proprie energie creative verso la scrittura, divenendo il maggior esponente della cultura letteraria del periodo nel suo Paese.
“La diligenza di Capodanno” è una poesia che Andersen scrisse per commemorare l’anno vecchio che lascia il posto all’anno nuovo.
Alcune citazioni di Hans Christian Andersen:

“Non importa nascere in un cortile di anatre quando si ha poi la fortuna di diventare un cigno.”

“Quando le parole falliscono, la musica parla.”

“Il talento non è nulla, eccetto nelle circostanze fortunate.”

“La diligenza a dodici cavalli/ arriva con dodici signori.” – tratto da “La diligenza di Capodanno”

giovedì, marzo 7

Una visione innevata della Val D'Aosta - Alessandra Giusti


Carissima Dani,

la grande nevicata non c’è stata. A Brusson 20 cm. Per fortuna, però, dai 1500 mt. in su, sono scesi metri di neve. Questo, se le temperature non subiranno un improvviso rialzo, consentirà riserve idriche. Ieri mattina, quando è iniziato a nevicare, ho scattato una fotografia dalla finestra, riprendendo l’angolo del prato dove ci sono la legnaia e la legna da ardere. E’ neve primaverile pesante, che provoca valanghe, non è bella neve soffice invernale. La Valle d’Ayas, insieme alla Valdigne (quella di Courmayeur) è l’unica delle vallate laterali della Valle d’Aosta che non resta bloccata da valanghe perché è molto ampia. Invece a Gressoney ci sono cinquecento turisti bloccati perché la strada è impraticabile, anche se si sono messi subito in moto i mezzi per rimuovere la valanga caduta sulla regionale. Stessa situazione a Cogne. Marzo resta fedele alla sua fama di mese pazzo.


Alessandra Giusti

Carissima Alessandra,

ti ringrazio per le splendide foto della nevicata che ha reso principesca la vallata come Biancaneve, mancano solo i sette nani!!Ben sapendo che è mio desiderio visitare la Val d'Aosta ma che per una serie di problemi di salute che non mi abbandonano da mesi, e che mi impediscono di viaggiare,  mi ricompensi con le foto che rimpiazzano egregiamente la visione delle vette innevate delle Alpi. Ti stringo al cuore con un grande abbraccio. Purtroppo non sono riuscita a pubblicare la seconda foto, di tanto in tanto il blog mi fa impazzire, spero non ti dispiaccia, ma ci sto provando senza ottenere risultati. 

Dani


venerdì, novembre 3

SANTUARIO DI BARMASC - Val D'Aosta - FOTO E TESTO di ALESSANDRA GIUSTI

 Ricevo dalla cara amica Alessandra Giusti quelle bellissime immagini dalla Val D'Aosta.



 
DESCRIZIONE

A 1828 metri s.l.m. in un paesaggio di alta montagna, ai margini di un bosco isolato sorge il santuario di Barmasc (frazione a monte di Antagnod). Il santuario, costruito tra l’anno 1661 e l’anno 1663, attirò subito folle di pellegrini provenienti dalle parrocchie più lontane per invocare il dono della pioggia, il rito propiziatorio era quello di immergere la croce nell’ acqua che nasce sotto la cappella. Il 15 luglio 1990 il santuario fu visitato da S.S. Giovanni Paolo II.
Il santuario edificato nel 1661 viene restaurato nel 1897; attualmente avrebbe bisogno di un ulteriore restauro perché l’edificio soffre di umidità dovuta alla sorgente che sale dalle fondazioni.
Sulle pareti all’interno della chiesa troviamo affreschi della Natività, Incoronazione della Vergine, Annunciazione, Deposizione dalla Croce. Altare con baldacchino, tabernacolo in legno e tela della Madonna col Bambino tra i Santi Grato e Giocondo. Due sportelli di trittico in legno dipinto (Sant’Anna con la Madonna e il Bambino Gesù, Santa Caterina di Alessandria, San Martino con il povero ai suoi piedi e San Lorenzo sulla graticola).
La venerata immagine della Madonna incoronata che allatta il Bambino Gesù, su cartone dipinto, è attualmente conservata nel museo parrocchiale di arte sacra, che è situato accanto alla Chiesa Parrocchiale di Antagnod . Gli ex Voto si sviluppano lungo le pareti. La festività principale si svolge il 3 agosto.
La storia del Santuario di Barmasc
Il santuario di Barmasc si trova lungo l’antico sentiero che attraversa il Col Portola e va ad Antey. Un viandante che lo stava percorrendo trasportando un quadro della Vergine col Bambino si fermò qui per dissetarsi e riprendere fiato. Posò il quadro sopra un masso e si riposò sotto un larice. Al risveglio cercò di riprendere il quadro ma non fu più in grado di risollevarlo. Corse allora a chiamare il Parroco di Antagnod. Questi, dopo alcune benedizioni e preghiere, riuscì a sollevarlo al cielo e lo portò giù sull’altare maggiore, chiudendo la Chiesa a chiave.
Il mattino dopo però il quadro era sparito. Lo ritrovarono nuovamente a Barmasc, dove il sole faceva brillare il suo vetro come un diamante. Poiché i pascoli di Barmasc appartenevano alla frazione di Lignod, questa volta esso venne portato sull’altare della sua cappella, ma nuovamente esso tornò a Barmasc. Nemmeno il parroco riuscì più a spostarlo e fu quindi qui che sorse, in onore della Madonna del Buon Soccorso, il Santuario posto sopra la sorgente.

Ringrazio Alessandra per la preziosa informazione e aggiungo un po' di sue foto scattate durante il foliage d'autunno. 






domenica, settembre 17

E SORRIDIAMO, PERCHE' LA VITA HA BISOGNO DI SORRISI

 Un raccontino che mi ha inviato la cara amica

 ALESSANDRA GIUSTI 

Una signora compra un armadio all'IKEA perché i mobili costano meno.

Torna a casa, lo monta, ma quando ha finito passa la metropolitana (vive proprio sopra la stazione) e il mobile cade a pezzi a causa delle vibrazioni.

Allora incavolata come una iena, lo rimonta.

Ha appena finito e brooommm passa ancora il metrò e il mobile si smonta.

Lo rimonta una terza volta ma appena passa il metrò il mobile ricade in mille pezzi.

Allora indispettita telefona all'IKEA e quelli le mandano un tecnico.

Anche il tecnico appena ha finito di montare il mobile, constata che al passare del primo metrò cade a pezzi.

Allora dice alla signora:

"Adesso lo monto, poi entro nel mobile e aspetto che passi il metrò. Così vedo dall'interno dove sta il problema".

Detto fatto. Appena entra nel mobile, rincasa il marito che visto l'armadio dice:

"Cara! Che bel mobile!!!" Si avvicina e lo apre. Vede il tecnico e gli chiede:

"E lei chi è? Cosa ci fa dentro l'armadio?"

Il tecnico risponde:

"Guardi le dico che sono qui perché sono l’amante di sua moglie, perché tanto se le dicessi che sto aspettando il metrò non mi crederebbe!"



giovedì, maggio 25

PONTI E FIUMI di DANILA OPPIO e ALESSANDRA GIUSTI


Mi racconta l’amica Alessandra Giusti, che ha risvegliato in me il desiderio di parlare di ponti in generale:

Entrando ad Aosta incontri i primi due monumenti romani importanti: il Ponte Romano, meno conosciuto, e il più famoso Arco d’Augusto, entrambi edificati nel 25 a.C. dall’imperatore Ottaviano Augusto (da cui l’antico nome di Augusta Praetoria della città di Aosta) al momento della fondazione della città. Ci siamo avventurati (un’avventura da poco, Aosta è piccola e la si percorre tranquillamente tutta a piedi) alla scoperta del Ponte Romano. Sembra impossibile che in tutti questi anni non ce ne fossimo occupati. Un po’ il lavoro, un po’ il dare scontato tutto quello che hai sotto gli occhi senza renderti conto della sua importanza. Opere magnifiche che resistono da duemila anni, imponenti, forti, durature. Crediamo di avere inventato tutto e invece era già stato tutto inventato e bene. Il ponte fu edificato sul torrente di Aosta, che si chiama Buthier; in epoca medievale un’alluvione ne spostò il letto; quindi, ora sotto al Ponte Romano c’è un bel prato verde curato molto bene dal Comune. Passando sul ponte si accede ad un antico borgo in parte ben ristrutturato che non avevamo mai visto.

Penso che questo articolo, tratto dal sito qui sotto, possa essere chiarificante: 

I PONTI DI OGGI CROLLANO, QUELLI DEI ROMANI RESISTONO

Dopo il crollo del viadotto Polcevera a Genova, (conosciuto anche come Ponte Morandi) il tema della sicurezza dei ponti è passato al centro del dibattito nell’opinione pubblica. Nel mondo non mancano esempi di costruzioni ultramoderne, ma a fianco a loro sono ancora in piedi (e spesso in uso) decine di ponti costruiti secoli e secoli fa.

In “Roman Bridges”, scritto dall’ingegnere statunitense Colin O’Connor nel 1993, sono menzionate ben 418 costruzioni romane tra ponti e acquedotti, ancora totalmente o in parte conservate. Avvenuta, purtroppo, la tragedia del ponte Morandi, gli italiani si sono ricordati degli antichi ponti che si reggono in alto con stabilità da ben duemila anni costruiti dai romani.

I ponti romani conosciuti sono circa 900, secondo una lista stilata da Vittorio Galliazzo nel 1995. Questi si trovano sparsi per tutto quello che una volta fu gloriosamente l’Impero Romano. Effettivamente molte di queste costruzioni sono ancora integre e in uso, basti pensare, solo in Italia, ai noti Ponte Milvio, Ponte Fabricio e Ponte S. Angelo a Roma, al Ponte di Tiberio a Rimini, al Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli. Il più conosciuto è ponte Milvio a Roma, riedificato in pietra nel 110 avanti Cristo. Inoltre, sul ponte di Tiberio (costruito a Rimini tra il 14 e il 21 d.C.) passano ancora le auto.                                     

Allievi degli Etruschi, i Romani fecero dell’ars pontificia un’arte sacra: il più alto grado sacerdotale era quello del Pontifex Maximus, magistrato che si occupava appunto della costruzione dei ponti. Successivamente la carica fu traslata metaforicamente nella Chiesa cattolica, attribuendo al vescovo di Roma la funzione mistica di tramite fra l’uomo e Dio. I ponti romani possiedono il record di essere i più grandi e duraturi dell’antichità. Ad esempio, quello di Traiano, progettato da Apollodoro di Damasco, vantava una lunghezza di 1135 metri e una larghezza di 15 e rimase sospeso per oltre un millennio a 19 metri sopra il livello del Danubio, nell’odierna Romania. Oltretutto fu realizzato in soli due anni: questo dovrebbe far ben sperare circa la recente promessa di Autostrade di ricostruire il ponte Morandi in cinque mesi. Questo l'articolo estrapolato da IL SUPERUOVO. Aggiungo, grazie al suggerimento del geometra Lorenzo Lévêque, marito di Alessandra, che il ponte Morandi, quello che ne rimaneva, è stato abbattuto il prima possibile dopo la tragedia e il 3 agosto 2020 è stato inaugurato il nuovo viadotto sul Polcevera, con il nome di Ponte San Giorgio. Ci sono voluti due anni, ma sono pochissimi, di solito ci vogliono due anni solo per la progettazione preliminare che è la prima delle tre fasi di progettazione. Seguono quella definitiva e quella esecutiva, che dà il via alla gara d’appalto dei lavori. Solitamente per lavori di una certa importanza le ditte perdenti cercano cavilli legali, fanno ricorso al TAR ecc. ecc. ritardando così l’inizio dei lavori. Tutto questo non è accaduto per il nuovo viadotto sul Polcevera perché è stata fatta una Legge speciale in deroga ai tanti cavilli, ed è stato nominato un Commissario responsabile dei lavori. Quindi in soli due anni si è arrivati all’esecuzione e al collaudo dell’opera.

Il segreto della longevità                                                

Spiegato il segreto della longevità di tali strutture dall’ingegner Flavio Russo, specializzato in archeologia sperimentale e nella ricostruzione di antiche macchine belliche romane: “Il fatto è che i ponti romani erano edificati con materiali non deperibili come la pietra, invece del calcestruzzo. Non vi era metallo nelle loro strutture portanti, al contrario del nostro cemento armato che, se possiamo dire, ‘porta la morte dentro’. La cosiddetta ‘carbonatazione del cemento’, ovvero la reazione chimica provocata dal contatto con l’anidride carbonica, provoca fessurazioni all’interno della struttura nelle quali penetra l’acqua piovana. Così il ferro, già provato dalla fatica meccanica cui è sottoposto, si arrugginisce e, oltre a perdere le sue proprietà di resistenza e resilienza, si rigonfia e in certi casi spacca il cemento. Vi è poi il fenomeno della corrosione galvanica: le cosiddette ‘correnti parassite’, che si propagano per l’armatura metallica, erodono elettroliticamente il ferro, tanto che oggi si parla di ‘Protezione catodica’ per ridurre gli effetti del fenomeno tramite alcuni dispositivi elettrici. Tutto questo non avveniva nei ponti romani che tra l’altro, si avvalevano di un’architettura fondata sull’arco e non sull’architrave, come la nostra. In tal modo, le costruzioni romane lavoravano sempre per compressione, e mai per trazione”. 

L’amica Alessandra Giusti mi invia questo articolo sull'argomento:

Già nel 2010 si sapeva che il Ponte Morandi aveva un difetto di progettazione ed era a rischio crollo

23 maggio 2023 

Gianni Mion, ex Ad della holding dei Benetton Edizione ed ex consigliere di amministrazione di Aspi e della sua ex controllante, Atlantia, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti al processo per il crollo del Ponte Morandi, del 14 agosto 2018 (43 morti) parlando di incompetenza e sottovalutazione del rischio. Parole che fanno riflettere non solo sulla tragedia del Ponte Morandi, ma anche sulla sicurezza attuale della nostra rete di ponti, spesso non sufficientemente monitorata.

LA SICUREZZA? “CE LA AUTOCERTIFICHIAMO”

Mion si riferisce a una riunione del 2010 alla quale avrebbero partecipato con lui Giovanni Castellucci (Ad di Aspi), Gilberto Benetton (deceduto due mesi dopo il crollo del Ponte Morandi), il collegio sindacale di Atlantia, Riccardo Mollo (direttore generale di Aspi) oltre a tecnici e dirigenti di Spea:

“Emerse che il Ponte aveva un difetto originario di progettazione e che era a rischio crollo. Chiesi se ci fosse qualcuno che certificasse la sicurezza e Riccardo Mollo mi rispose ‘Ce la autocertifichiamo’. Quella risposta mi terrorizzò… Castellucci era presente e non disse nulla… Era un accentratore forsennato, si occupava di ogni dettaglio. Non dissi nulla. Era semplice: o si chiudeva o te lo certificava un esterno. Non ho fatto nulla, ed è il mio grande rammarico”.

Gianni Mion

Dopo queste frasi, l’avvocato Giorgio Perroni, che difende l’ex direttore del Primo tronco di Autostrade, Riccardo Rigacci (indagato insieme a altre 58 persone), ha chiesto di sospendere l’esame di Gianni Mion e di indagarlo (cosa che renderebbe nulla la sua deposizione). 

Il procuratore di Genova Nicola Piacente vedrà se ci sono i presupposti per indagare Gianni Mion, storico braccio destro della famiglia Benetton. Sono dichiarazioni che sembrano confermare quanto già emerso dalle intercettazioni disposte dalla Procura di Genova dopo il disastro, dove Mion parlava di “inettitudine” e “mancata presa di coscienza” da parte dei Benetton.

I PARENTI DELLE VITTIME

Immediata la reazione del Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi: “Una persona con il suo ruolo non poteva stare zitta. Anche perché le parole pronunciate oggi non fanno che confermare quanto fosse approfondita la conoscenza dello stato del ponte da parte di chi avrebbe dovuto prendere decisioni sulla sua chiusura e sulle manutenzioni”.

Continuo con il discorso sui ponti, e già che ci siamo, pensiamo a quell’idea che il Governo non riesce a cancellare dalla mente: la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Credo che sia un passo DA NON FARE!! Esprimo le mie ragioni. Forse chi sostiene questo progetto, non ricorda che la zona è a rischio terremoti. Ha dimenticato che nel 1908 vi fu quella immane tragedia causata dal sisma. Alle 5.20 del 28 dicembre 1908 una violenta scossa di magnitudo 7.2 colpisce la Sicilia orientale e la Calabria meridionale. L’evento rappresenta una delle più gravi catastrofi sismiche verificatesi in Italia. Il sisma distrugge quasi completamente le città di Messina e Reggio Calabria e provoca danni molto gravi su un’area di circa 6mila chilometri quadrati. La maggior parte della popolazione è sorpresa dal terremoto nel sonno. Il numero delle vittime è stimato intorno alle 80mila persone.

I danni sono in gran parte causati dalla scarsa resistenza dei terreni di fondazione e dalla scadente qualità delle costruzioni. A Messina il terremoto colpisce con particolare violenza il nucleo storico e la zona costiera della città. Importanti edifici sono rasi al suolo, tra cui la famosa “Palazzata”, la sequenza di fabbricati lungo il porto già distrutta e ricostruita dopo il terremoto del 1783.

Circa dieci minuti dopo la scossa segue una devastante onda di maremoto che travolge entrambe le coste dello Stretto. Lo tsunami aggrava enormemente le distruzioni provocate dal terremoto e provoca nuove vittime tra le persone sopravvissute ai crolli che, proprio correndo verso il mare, cercavano una via di salvezza. Le vie di comunicazione sono impraticabili, le strade e le ferrovie distrutte, le linee telegrafiche e telefoniche interrotte anche a causa della rottura dei cavi sottomarini provocata dallo tsunami.

Gli effetti del terremoto condizionano per anni l’economia e le dinamiche demografiche delle aree colpite, interessate prima da un momentaneo spopolamento poi da un flusso migratorio alimentato dalla richiesta di manodopera per la ricostruzione.

Il drammatico evento del 1908 segna l’inizio dell’azione dello Stato per la riduzione degli effetti dei terremoti, attraverso l’introduzione della classificazione sismica del territorio nazionale e l’applicazione di specifiche norme per le costruzioni. È del 1909, infatti, il primo Regio Decreto che introduce norme valide per l’intero territorio nazionale.

Questa tragedia ha colpito anche i nonni di mio marito, che erano giovani sposi con due bimbi piccolissimi. Sono riusciti a salvarsi, ma avevano perso tutti i loro averi, casa compresa. Se fossero morti, io non avrei conosciuto il mio coniuge perché non sarebbe nato neppure suo padre, che venne alla luce due anni dopo il terremoto. 

Tenuto bene in mente quanto accaduto allora, non si creda che non debba succedere di nuovo. La zona è sismica, e costruire un ponte lì, è davvero un rischio che bisognerebbe non sottovalutare.

In questo periodo, l’Emilia-Romagna è stata sommersa da alluvioni dovute all’esondazione dei fiumi, quindi sarebbe bene investire in opere di contenimento degli stessi, e non solo in Emilia-Romagna, ma ovunque scorrono corsi d’acqua che si possono ingrossare e quando superano gli argini, invadono paesi e città. Il costo dei danni è notevole, penso più alto di quello che si deve affrontare per arginarne il flusso. Quindi, ritengo che esistano priorità da seguire, e per ora - meglio per sempre – dimenticare il progetto riguardante il Ponte dello Stretto. Da quanto leggo, credo che neppure i calabresi e i siciliani desiderino tale spreco. Se si sono sempre spostati con aerei o con traghetti, non vedo una reale necessità di impiegare enormi investimenti per qualcosa della quale si può fare a meno. Chiedo al Governo di preoccuparsi per i danni che avvengono causa frane a seguito dello straripamento dei corsi d’acqua e porvi immediato rimedio. Il Ponte sullo Stretto non è urgente. Se pensate che lo studio del progetto, e la realizzazione del ponte darà lavoro a una moltitudine di persone, tra ingegneri e manodopera, potete impiegare la stessa forza lavoro per la realizzazione del rafforzamento degli argini o convogliare le acque in maniera sicura, evitando disastri come quelli che accadono più frequentemente di quanto si creda. Conto sull'intelligenza degli italiani, conto sul  buon senso del Governo, affinché si dia la priorità laddove è necessaria e urgente! Mi pare che i segnali siano chiari, di dove occorre dirigere l'attenzione e il proprio operato in questa splendida Italia così ferita!

Danila Oppio - Alessandra Giusti

venerdì, maggio 12

DAVID DI DONATELLO, miglior film "LE OTTO MONTAGNE"

David di Donatello, miglior film "Le Otto Montagne"


Le Otto montagne dei registi belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersh è il miglior film della 68esima edizione dei David di Donatello premiato mercoledì sera negli Studi Lumina di Roma in diretta tv su Rai 1 con la conduzione di Carlo Conti affiancato da Matilde Gioli. Il film di amicizia a grandi altezze con gli affiatati Alessandro Borghi e Luca Marinelli conquista anche miglior fotografia, sceneggiatura non originale e suono. "Un viaggio incredibile. Perché due belgi fanno un film in Italia? Era una storia molto bella, da un libro che mi hanno mandato i produttori e ho detto: sì, lo faccio", proclama Felix Van Groeningen. "Grazie per questa dichiarazione d'amore. Noi amiamo l'Italia", aggiunge commuovendosi Charlotte Vandermeersh. Alessandro Borghi non ha dubbi: "Fare questo film è stato un regalo incredibile per la mia vita. Un incontro meraviglioso condividere questa cosa con mio fratello che sta qua", aggiunge indicando Luca Marinelli, che da parte sua restituisce il merito ai registi: "Sono due anime gigantesche che ci hanno regalato quest'avventura meravigliosa".

Ringrazio l'amica Alessandra Giusti per avermi inoltrato questo articolo, applausi agli attori e regista, ma...certo che leggere "era una storia molto bella, da un libro che mi hanno mandato i produttori" senza citare l'autore del libro, indispensabile dirlo e tremenda gaffe, mi ha lasciata basita, a dir poco". Rimedio come posso.

Paolo Cognetti, è uno scrittore italiano. Ha vinto il Premio Strega 2017 col romanzo Le otto montagne. 


Nato il 27 gennaio 1978 a Milano,  si è trasferito o frequenta molto spesso Brusson e dintorni, in Val D'Aosta, dove si è ispirato per la stesura del suo libro, dal quale è stato in seguito tratto il film di cui si parla.
Non ho altre informazioni, Alessandra me ne ha molto parlato, penso che lo conosca bene, per cui passo notizie di seconda mano. Questo mio post l'ho ritenuto necessario per dire che se non ci fosse stato questo libro di Cognetti, il film vincitore del Premio David di Donatello, non si sarebbe girato. Lode all'autore e lode anche a regista e attori che lo hanno interpretato. Se non ci fosse stata quella pecca riguardante la mancata citazione dell'autore del libro, sarebbe stato meglio!
Per meglio leggere, cliccate sull'immagine qui sotto, così si ingrandisce.

Danila Oppio

sabato, luglio 30

ARMANDO CUGNOD: un ricordo di ALESSANDRA GIUSTI

 


ARMANDO CUGNOD

Vorrei dedicare un ricordo ad un caro amico poeta a vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 31 luglio 2002. Ringrazio di cuore l’amica Dani che mi offre la possibilità di farlo.

Armando Cugnod, nato a Brusson in Valle d’Aosta l’8 novembre 1911, figlio di una famiglia contadina di nove fratelli, studiò Letteratura presso il Seminario Maggiore di Aosta dove era stato accolto avendo espresso l’intenzione di farsi sacerdote; ma lungo il cammino capì che non era quella la sua vocazione. In seguito, lavorò presso l’Ufficio di Collocamento in vari paesi della sua Valle d’Ayas, una delle più belle vallate valdostane laterali. Profondamente credente, tutta la sua vita fu un inno al Creato, tanto da far percepire a coloro che hanno avuto il dono, come me, di conoscerlo, di trovarsi di fronte ad un piccolo gigante. La sua statura fisica, infatti, non rispecchiava quella morale, ma appena incominciava a parlare, ecco che la grandezza spirituale si manifestava in tutta la sua potenza. Un antesignano della difesa dell’ambiente, un illuminato che sapeva vedere lontano. La sua fede si esprimeva, oltre che tramite la sua poesia, attraverso la sua capacità di accoglienza del prossimo, la sua disponibilità nei confronti dei più deboli, il suo profondo senso di giustizia, la sua attenzione alle piccole cose, ai fiori, alle piante, alla Terra intera. Visse tutta la sua vita insieme alla sorella Graziella, di salute cagionevole, dedicandosi a lei con vero amore fraterno. Ecco, dunque, qual era la strada che il Signore aveva tracciato per lui.

Il “supporto” che amava di più per le sue poesie non era cartaceo: erano le pietre, per l’esattezza le “lose”, sottili lastre di ardesia spaccate a mano e utilizzate per la copertura dei tetti delle case, sulle quali egli scriveva con eleganti pennellate bianche, esponendole poi fuori di casa alla portata di tutti. Ogni passante rimaneva colpito e si fermava a leggere e, se Armando era sulla soglia, invitava le persone ad entrare: ascoltarlo era sempre un piacere e un arricchimento. Scriveva in francese, italiano e latino e la sua voce dolce incantava l’ascoltatore. Ebbe la gioia, poco prima della sua scomparsa, di vedere pubblicate, questa volta su carta, le sue composizioni nel volume “Rime e Pensieri”, di cui si occupò personalmente con l’aiuto di alcuni volenterosi compaesani affascinati dal suo scrivere. Sulla copertina del libro sono ritratti Armando e Graziella.

Da “Rime e Pensieri” riporto la seguente poesia, priva di titolo, come spesso le sue composizioni:

Je vous aime humbles fleurs de la montagne,

des glaciers vous êtes les fidèles compagnes…

c’est vous si petites, si pures, si belles

qui m’apprenez à gravir la mystique échelle

qui de sommet en sommet mène à Dieu.


Alessandra Giusti


giovedì, giugno 2

UN'ISOLA DA AMARE di FOLCO GIUSTI


UN'ISOLA DA AMARE 

di FOLCO GIUSTI

Impressioni di lettura di Danila Oppio

Quando lessi, su suggerimento della amica Alessandra Giusti, cugina dell’autore, L’ISOLA DELL’ULTIMO RITORNO, compresi che Folco era ed è legatissimo a Capraia.

L’autore stesso mi informò dell'esistenza d'un suo libro precedente, di cui al titolo, che tratta ampiamente dei personaggi umani e della natura di quel luogo.

Ordinai subito anche quest’altro testo, che mi appassionò per la scrittura, non solo nei racconti di vita dei protagonisti del luogo che animavano, ma soprattutto per le descrizioni scientifiche della natura narrata, alla fine di ogni capitolo.

Mi hanno piacevolmente impressionato anche le espressioni in lingua locale, diverse dal toscano e molto più simili al sardo. Almeno a mio avviso. 

Molto belle anche le poesie dedicate alle quattro stagioni. 

Amante come sono non solo della prosa, ma anche della poesia, alla fine di questo mio, forse scarno, testo interpretativo, dove non sono andata a sfiorare tanto gli aspetti contenutivi ed estetici, perché molto realistici, nonché espressi in modo chiaro, riporterò le quattro poesie dedicate alle stagioni. 

Le illustrazioni nel suo interno sono della sorella Cinzia Giusti, che ha disegnato le vedute di Capraia, e di Rossella Faleni le tavole zoologiche.

I vari capitoli sono ben distinti:

Il pescatore di foche (ovvero u bue marinu - la foca monaca) 

L’omu arillògghiou (l’uomo orologio) (la calandrina – ovvero la tarantola)

Il comandante (I becchi lunghi, ovvero le beccacce)

Il pirata (la verdarola ovvero la ventresca)

L’arciprete (Li falchi, ovvero il pellegrino)

L’ermagghìola (Li topi, ovvero il topolino domestico)

Beppe il contadino (i cornuti, ovvero i mufloni)

La guerra delle cacche (la serpa, ovvero il biacco)

Il detenuto (le chiocciole) 

Il ponzese (Gli aselli du malaguriu, ovvero i corvi imperiali)

Ora, ha senso questo elenco dei capitoli, poiché ad ogni personaggio narrato, è legato un abitante stanziale, non umano, di Capraia. 

Aggiungo che l’autore è stato professore ordinario di Zoologia nella facoltà di Scienze dell’Università di Siena, e specializzato nello studio dei molluschi terricoli, e che da sempre si interessa della conservazione e della gestione della natura e di bioetica animale. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, e quant’altro. Ha ricoperto incarichi di prestigio in società nazionali e internazionali ed è cittadino onorario di Kansas City (Missouri, USA).

Lascio ai lettori la ricerca di maggiori informazioni sull’autore, poiché, nella mia traccia di lettura, tengo a dare risalto a questo suo testo, semplice nei racconti, e dettagliato nella parte scientifica, che mi è stata utile per apprendere informazioni a me sconosciute. 

Le storie umane, di cui ai capitoli, sono gustose, a volte divertenti, come la guerra delle cacche, e talvolta tristi, per la scomparsa di alcune persone che hanno avuto un ruolo significativo nella vita di Capraia e dell’autore stresso.

Posso comprendere il legame appassionato di Giusti con la sua isola! I luoghi dove si sono vissute esperienze giovanili, amicizie forti. Luoghi calpestati da molti passi, anche se l’esistenza lo ha portato in altri lidi, il ritorno all’amata isola diventa necessario come l’aria che si respira. Si tratta di un legame indissolubile, un vero legame d’amore. Viva Capraia! E grazie all’autore che ha condiviso con me e con tutti i suoi lettori questi suoi splendidi ricordi.


CAPRAIA: LE QUATTRO STAGIONI: 


PRIMAVERA


Fiorire di fiori:

sul greto dei vadi

nelle garighe inverdite

nell’intreccio dei pruni

nelle macchie strinate

sulle antiche mura crettate

pervinche, giaggioli,

la rosa canina

e poi malve, giunchiglie,

asfodeli…

Mai tornare è più bello

Mai,

guardare, odorare

ascoltare…

il vento che corre

-docile ora -

Tra l’erba che cede

e s’inchina

che s’alza

e ancora s’inchina

e il colore riprende

e l’instabile apparenza

del propagarsi d’onde

in metacronica sequenza.

Il vociare festoso

dii rondini a frotte

a tessere intente

nel cielo pulito

effimere trame

su un effimero ordito

e il trillo di lodole

il gorgheggio del merlo

e il grido potente

del gabbiano argentato. 

Un canto lontano di donna

un inno alla vita

al Cristo risorto

al sole rinato

al mare lucente

finalmente acquietato

e…

come un lampo

primavera

esplode dentro 

dal limbo libera

i sogni e la speranza

e l’incedere perverso

frena al tempo

e alla sua danza.


ESTATE


Rosso

di sangue intriso

l’occidente avvampa

e docili colli tramuta

in pazzi vulcani ardenti.

Staglia bianca e s’affigge

sulla parete d’argento

che la terra borda

e l’orizzonte

irreale una vela stanca.

Tra svelto brivido d’ali

E rochi richiami dai fossi

stupefatto silenzio dilaga.

Lento pennello d’ombre

dai fondi le valli scandisce

fantasmi giganti proietta.

Sale la nebbia

e in collane di perle s’impiglia

alle tele dei ragni

alle secche ramaglie

suda la terra e geme

la febbre del giorno si squaglia.

Di sale il respiro s’impregna

distilla d’erba e d’arbusti

e sopra l’infinito s’affretta

in una falce di luna

in albori cangianti

i misteri di stelle pulsanti.


AUTUNNO


Il sole basso

Intiepidisce appena

Un fiore che avanza

Il geco ormai grasso. 

Agli uccelli di passo

Privo di foglie

Il fico propone

Un frutto rimasto.

Sazia di pioggia

la terra si spreme

trasuda umori muscosi

di resina intinti

di menta poleggio

di spezie selvagge.

Sfida all’inverno

corallo di bacche

trapunge ridente

Il verde che torna

ricorda il calore

il colore dei giorni

che il moto del cielo

impietoso ritaglia.

L’aria s’appanna

e densa trattiene

voci eccitate

guaire di cani

aizzi furiosi

l’insulto di un’arma.

Vento di terra

taglia la faccia

di refoli in gara

il mare scarmiglia

tra gli aghi dei pini

strappa al silenzio

speranze mentite

di povera gente

storie di vita

perduta per niente. 


INVERNO 


Limpida notte

di spine di stelle

gli occhi ferisci

con schegge di fuoco

traccianti

ai sogni

alle eterne promesse

segni la via.

Luna antica crescente

antiche scogliere

appena rileva 

un cenno di rughe

sull’acqua

una berta

in volo radente

che un richiamo stridente

al nulla rilancia.

Viva ti sento

rocciosa Capraia

rispondere al vento

sconnesse parole

di foglie crocchianti

e il fischio

di canne mozzate

e di fili vibranti

che irrequieto

muta frequenza

ora lieve, ora intensa.

Odorosa ti sento

di terra

di macchia bagnata 

di elicriso pungente

che un’ebbrezza esaltante

come droga trasmette

e di mare

e d’alghe iodate

e di scaglie di pesce seccate.

Animata ti sento

da mille presenze

a rodere intente

un misero pasto

a cercarsi furtive

a parare un agguato

a salvarsi dal fato

che la fine decreta

al finire dell’anno. 

Pronta ti sento

Amata Capraia

A darmi il tuo abbraccio

ad offrirmi materna

tu sola un riparo

dove il freddo è calore

il silenzio rumore

e il sogno s'avvera

di scordare il tormento

della vita che passa

del mondo che muore. 

Folco Giusti

a mio avviso anche un valente poeta!

Per chi fosse interessato, e spero di avere attirato l’interesse e fatto nascere il desiderio di affondare lo sguardo nella lettura di questo testo, che vale la pena conservare nella propria libreria, così come ho avuto il piacere di riporlo, dopo averlo letto, in quella personale accanto al precedente dell’autore. 

Si può acquistare qui: 

https://www.amazon.it/Capraia-Storie-uomini-animali-Giusti/dp/8875767300

A donare maggior pregio a questo libro, la presentazione dell’etologo e amico degli animali DANILO MAINARDI, purtroppo scomparso nel 2017. 

Danilo Mainardi è stato un etologo, ecologo, divulgatore scientifico, accademico e ambientalista italiano. È stato spesso inserito fra i più noti e stimati, nonché fra i primi etologi italiani.

Non fatevi ingannare dalla data del 2021, poiché si tratta della ristampa del precedente testo. “Un’isola da amare” ha ottenuto il Premio Letterario “Castiglioncello-Costa degli Etruschi 2004,” quindi il libro ha avuto i natali molti anni prima di quest’ultima edizione.  


venerdì, maggio 27

FIORI DEI MONTI VALDOSTANI - scatti di ALESSANDRA GIUSTI

E' sempre un grande piacere ricevere omaggi floreali dagli amici, che siano foto o in forma reale, poco importa. Del resto, non si devono mai raccogliere i fiori che crescono spontanei in montagna, vanno solo ammirati nel loro splendore! Grazie cara Alessandra!