POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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giovedì, maggio 4

LA STORIA DI UN PICCOLO ABETE DIVENTATO GRANDE di DANILA OPPIO

 


Quando acquistai l'albero di Natale per i miei bambini, di queste dimensioni, aveva già circa 10 anni. Tanto ci vuole perché si presenti in questo modo. alto all'incirca un metro. 

La storia del piccolo abete

Un piccolo abete stava in un bosco sulla montagna. A Natale qualcuno lo prese, con tanto di radici, lo caricò su un camioncino e lo portò in città, dove rimase per dieci giorni in una casa, con le radici in un vaso stretto, tutto coperto di palline colorate, lucine e festoni d’argento. Passate le feste, fu piantato in un’aiuola del cortile, fra tre altri alberelli malandati. Anche lui era stanco e spelacchiato a causa di tutti quegli spostamenti, ma stese le radici e cominciò a nutrirsi, a respirare e a scambiare qualche silenziosa parola con gli altri alberi. Però non era una bella vita: il terreno era secco, le radici trovavano poco nutrimento e quel poco aveva strani sapori e poi lì, in mezzo alle case, il sole arrivava solo per tre ore al giorno e il resto del tempo era un’ombra fredda e triste. E i bambini, siccome non c’era spazio altrove, giocavano nel cortile e al povero abete toccavano pallonate, urti e strappi. E i cani della casa venivano a fare la cacca e la pipì nelle vicinanze. Il piccolo abete era scontento e stava male. Si lamentava con gli altri alberi e raccontava di come era bella la montagna, con la terra buona, l’aria fresca e il sole dalla mattina alla sera. Ma i tre alberelli, che non avevano mai visto niente di simile, credevano che raccontasse bugie. Una sera passò sopra la città il vento fresco della montagna. Vide il piccolo abete, lo riconobbe e scese a muovergli i rami. Il vento cominciò a girare intorno all’abete come una trottola, veloce, sempre più veloce: l’abete si sentì trascinare in su, sempre più su e poi scendere giù, piano piano, girando, e atterrando proprio nel buco che le sue radici avevano lasciato sulla montagna. Contento, ringraziò il vento e si addormentò.
Questa storia è di R. Piumini e di F. Altan, ma è quasi la stessa che avrei raccontato io, a proposito del piccolo abete che avevo acquistato 40 anni fa per festeggiare il Natale con i miei bambini. In effetti, il mio piccolo abete lo avevo, a feste finite, spostato sul balcone di casa, anche rinvasato in un contenitore più grande, ma il caldo di Milano e l’aria inquinata, non gli facevano bene. In casa si era un poco seccato, a causa dell’eccessivo riscaldamento, perse i suoi aghi, divenne giallognolo. Non era il suo giusto ambiente. 


Dieci anni dopo ci trasferimmo fuori città, in un luogo dal clima migliore, e soprattutto dove c’era un piccolo giardino dove interrarlo. Così avvenne che lo piantammo in un angolo del prato, ma dopo due anni, ancora non aveva sviluppato radici per nutrirsi, e non emetteva nuovi rametti verdi, che mi avrebbero fatto ben sperare in una ripresa. Col pensiero lo sgridai, e gli dissi: “se non ti decisi a nutrirti come dovresti, ti concedo ancora un anno, e poi ti butto nel fuoco”. Penso mi abbia capito, poiché in primavera vidi spuntare dei germogli, che poi si tramutarono in verdi rametti.” Oh, deve avermi letto nel pensiero!” mi dissi, e gli diedi altro tempo perché crescesse sano e superbo. 

Sono trascorsi 30 anni, e divenne così alto che qualche tempo fa dovetti chiedere al giardiniere di ridurlo un poco, altrimenti i suoi lunghi rami sarebbero sporti sia verso strada che presso il giardino dei vicini. Ora arriva quasi al tetto della mia villetta. Però nel corso degli anni, si limitò a produrre qualche pigna, poche davvero per la sua longevità.


Qualche giorno fa, vidi che alla fine dei rami si presentavano piccole macchie color ruggine, e chiesi a mia figlia cosa fossero. Mi risposte, dall’alto della sua laurea in scienze agrarie, che si trattava di inflorescenze maschili, che avrebbero fatto nascere tante pigne che sono i frutti femminili. In effetti, ora ne è colmo, anche se per il momento sono ancora piccine. Qui sotto un disegno dei fiori dell'abete e dei suoi frutti: pigne o strobi. 




Ho dovuto attendere tanti decenni, ma alla fine il cinquantenne mister Abete mi ha dato tanta soddisfazione: l’ho salvato dal fuoco del caminetto, ed è diventato uno splendido esemplare di abete, come quelli che si ammirano nei boschi! 



Qui sopra, l'ingrandimento delle piccole pigne e dei nuovi rami in germoglio, chi l'avrebbe mai detto? Un consiglio, non acquistate mai un vero abete per Natale, se poi non avete modo di interrarlo in un giusto spazio a lui conforme. Meglio utilizzare, negli appartamenti cittadini, alberi sintetici che a volte sono così simili a quelli veri, da crederli tali. Non farete soffrire la pianta, che tanto ci mette a crescere. Esistono venditori di abeti naturali, che ritirano la pianta dopo le feste, e la riportano nei boschi per farla tornare a vivere sul suolo natìo.  Rivolgetevi a quelle persone sensibili che amano la natura, oppure se avete un terreno di proprietà, ripiantatelo lì, sappiate che un abete non sopravvive a lungo, nell'interno di un'abitazione. 

Danila Oppio

lunedì, febbraio 27

NON TI HO MAI SCRITTO UNA LETTERA D'AMORE di DANILA OPPIO


Oggi è stato pubblicato un mio scritto su Zoomma, un sito di San Marino. A sua volta Renata Rusca Zargar l'ha ripreso e pubblicato anche su Senzafine, il suo sito personale. Qui troverete la lettera d'amore dedicata a mio marito. L'ho scritta per un concorso indetto da Zoomma per San Valentino, anche se poi la pubblicazione è slittata ad oggi.

https://www.zoomma.news/non-ti-ho-mai-scritto-una-lettera-damore-di-danila-oppio/

Renata l'ha poi ripresa e pubblicata sul suo sito:

https://www.senzafine.info/2023/02/non-ti-ho-mai-scritto-una-lettera.html

Riporto qui il testo:


NON TI HO MAI SCRITTO UNA LETTERA D’AMORE di Danila Oppio

Amore mio infinito, 

dopo oltre cinquant’anni di matrimonio, è giunta l’ora che ti scriva una lettera d’amore.

In precedenza, non vi è mai stata l’occasione per farlo, eravamo sempre insieme, incollati come due piccioncini. Durante qualche breve assenza, abbiamo sempre scambiato telefonate poi, con la tecnologia moderna ci siamo inviati sms, utilizzando WhatsApp o e-mail.

Sento che è il momento di porvi rimedio.

Ora che siamo nonni da tanti anni, non significa che non abbiamo più l’età per scriverci lettere d’amore, soprattutto dopo aver letto entrambi quello splendido libro “Come una carezza – Lettere d’amore dell’Ottocento italiano” a cura di Guido Davico Bonino, dei tascabili Einaudi. Il titolo ha un senso, perché estrapolato da una lettera di Giovanni Verga “Ebbi la tua lettera come una carezza...”.

Contiene testi di lettere inviate all’amata da autori di grande calibro, poeti, politici e letterati. Allora non esistevano telefoni fissi o cellulari, tanto meno i computer quindi, se si voleva comunicare il proprio amore all’amato o all’amata, era necessario fissare, con penna e calamaio su un foglio di carta, i propri sentimenti, e inviarli ai destinatari. 

Ho un po’ invidiato quello stile di comunicazione, ormai desueto: osservare la calligrafia dell’amato, legare le lettere con un nastro rosso, e conservarle in un cassetto o un baule per tutta la vita: la loro storia annotata nel tempo. Ora la tecnologia ha soppiantato le epistole scritte a mano, per questo non hai mai ricevuto da me una missiva “vera”!

Grazie ad un concorso indetto da Zoomma, posso rimediare.

Vorrei dirti che la mattina, quando ci svegliamo, il calore del tuo corpo accanto al mio mi trasmette dolcezza. La nostra colazione, al tavolo della cucina, è un piacere insostituibile. Le nostre partite a carte dopo pranzo non possono mancare, sono entrate nelle nostre piccole tradizioni quotidiane. I nostri tre figli sono quanto nato dall’amore che ci unisce, e in nipoti che ci hanno donato, la testimonianza che la vita continua e della quale ne siamo artefici.

Ora gli anni ci pesano un po’, abbiamo dovuto rinunciare ai nostri lunghi viaggi, ci accontentiamo di uscire una volta la settimana per la spesa al Supermercato, ma stare sempre insieme, è il dono più grande che io possa aver ricevuto. 

Quando eravamo giovani, a questo non si pensava, presi dalle incombenze del lavoro tuo, della cura della casa e dei figli da parte mia, non si puntava troppo al futuro, ma ci occupavamo del presente. 

Ora siamo nel futuro che non immaginavamo neppure, è l’attuale che ci lega sempre più. 

Non amo le frivolezze, ovvero quelle frasi banali e stereotipate che si scambiano gli innamorati, spesso neppure troppo veritiere, penso che la mia dichiarazione d’amore possa concludersi con questa certezza:

Non posso immaginare la mia vita senza te al mio fianco. 

Ti dedico alcune mie poesie, scritte di nascosto, ma che voglio dedicarti ora, perché le persone imparino che l’amore non ha età, anzi, cresce nel tempo. L’innamoramento è destinato a finire, ma l’amore duraturo, quello che ha saputo accettare l’altro così com’è, con le sue debolezze e difetti, oltre che ai suoi pregi, è ben altra cosa, è questa consapevolezza che permette ad una coppia di far durare la loro unione.

Rami spogli

Le mie braccia

sono come rami spogli

se non ti affretti

ad appendervi

i tuoi abbracci.

Soffio lieve

Il nostro amore

è come un soffio lieve

che leggero sfiora

la pelle in superficie.

E’ un alito di vento

tanto poco greve

che quasi non lo sento.

M’accarezza gentilmente

e poi s’invola via

avvolgendo l’anima

in un afflato di melanconia.

Sull’ala di gabbiano

scrivo un richiamo

che a volo radente

porta alla riva lontana.

Dello stesso mare

se tu sei una sponda

io sono l’altra.

Se sono stella

Se sono stella

forse cadente

nel tuo cielo

incandescente

trasparente

Tu sei sole

che scalda e fonde

congelati pensieri

In liquide alate forme

iridescenti


Ti stringo in un caldo abbraccio

Tua moglie