POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

lunedì, giugno 30

Merlo indiano parlante

Libertà

Una precisazione.
Non ho merli in giardino, tanto meno parlanti o in gabbia. Qualcuno ha pensato che quella gazza parlante vivesse nel mio giardino. Non è così.
Mia sorella aveva una gracula religiosa, ovvero un merlo indiano, che parlava tantissimo. Il merlo si chiamava Isabella, e lei pronunciava così bene il suo nome, con la voce di mia sorella, tanto che pareva fosse mia sorella stessa a chiamarla.
Se suonava il telefono, la gracula rispondeva:"Pronto?".
Se mio cognato chiamava suo figlio "Fabio!", lei rispondeva "Arrivo!", con la voce di mio nipote. Tant'è che un giorno - io ero lì per cui sono stata testimone - al richiamo del padre: "Fabio, Fabio " seguì la risposta consecutiva di mio nipote: Arrivo, arrivo", ma ovviamente non era mio nipote a rispondere. Mio cognato si è arrabbiato, dicendo: "inutile che mi dici "arrivo" se poi non vieni". Solo dopo si è accorto che non era suo figlio a rispondere, ma Isabella, che imitava in modo perfetto la voce di Fabio.
E dopo questo aneddoto, veniamo al dunque. Gli uccellini in gabbia, così come qualsiasi altro animale, mi fanno una pena infinita.
 Amo praticare birdwatching, ovvero osservare gli uccelli in libertà. Ieri al parco ne ho visti di bellissimi, verdi e azzurri, non so a quale specie appartenessero, ma mi sono beata della loro presenza, come di quella degli scoiattoli. Nel mio articolo sul blog, ho parlato di gazze e ho postato un filmato dove nel giardino di non so chi, c'era quel signore che faceva ripetere delle parole alla gazza, non ad un merlo. 
Nel mio giardino osservo coppie di merli, di tortore, di gazze, e una colonia di passerotti che hanno nidificato sul balcone della mia vicina di casa, e lei li ha lasciati lì, con i loro nidi, per non disturbarli. Allora la mattina getto briciole di pane, e loro, a frotte, arrivano tutti: tortore, merli e passerotti. Ed io li osservo dalla finestra della cucina, facendo attenzione a non muovere la tenda, per non spaventarli, diversamente si alzerebbero in volo rinunciando al cibo. 
Di sera, al tramonto, le rondini tracciano disegni nel cielo, a caccia di moscerini o zanzare, loro cibo preferito. Ci offrono un servizio meraviglioso! Poi all'imbrunire, di tanto in tanto arriva un gheppio, piccolo rapace che però si nutre di passerotti, e l'ho visto afferrarne qualcuno. Che pena! Però questo fa parte della catena alimentare: "mors tua, vita mea". Quindi arrivano, quando cala la notte, piccoli pipistrelli. Anche loro pulitori dei nugoli di moscerini che infestano l'aria.
Osservare la natura, senza falsarla, è meraviglioso! Ingabbiare esseri viventi che hanno bisogno del loro spazio vitale, della loro libertà, mi pare un sopruso e una vera e propria vigliaccheria da parte dell'uomo. Oltre che egoismo allo stato puro.

Ecco, ho espresso il mio pensiero, quella che sono io. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ed io non vorrei certo essere ingabbiata, se non dentro un cuore che mi vuol bene!

Danila Oppio

domenica, giugno 29

Storia di calzini e mazzancolle


Oggi, “era” un sabato qualunque e senza nessun particolare motivo che non fosse l’ora singolarmente appropriata, mi sono recato con La Signora Madre in un ristorante del paesino che, ignaro, mi ospita tra i suoi cittadini che, praticamente conosco appena. Un antico vizio, quello di essere tangenziale evitando di integrarmi che tanto prima o poi spicco di nuovo il volo verso altri lidi che ancor meno mi apparteranno. Menù di pesce, ben sapendo che sarebbe stato splendidamente cucinato, che se i soldi li devi spendere che siano almeno spesi bene sosteneva mio nonno che infatti se li era mangiati tutti, lui che era vissuto in Via della Conciliazione accanto al Papa e che finì in affitto su quelle che un tempo erano state le sue terre a Velletri.
Ero agli scampi e mazzancolle, semplici, nude e quasi sensuali in quel loro  rosso mostrarsi. Non a caso il rosso è simbolo della passione. Alla piastra,insomma solo con un filo appena  d’olio extra vergine d’oliva.L’olio e la lana, come ben sapete, devono essere assolutamente illibati…ricordate, vero il marchio pura lana vergine? Comunque, scusate se ogni tanto divago,  perfettamente cotti i due crostacei e talmente freschi che poco prima ancora parlavano con le alici fritte dell’antipasto condite con cipolle di Tropea in agrodolce. A casa sono solito mangiare per nutrirmi, senza molta attenzione, sempre che non sono colto da qualche raptus culinario, un tempo anche io avevo un locale, poi uno dei soci dovette espatriare in Francia, paese che non riconosceva certi nostri processi quanto meno estemporanei di quei tempi un po’ bui e finì anche l’attività.  Quando mangio fuori, si tratta invece di un rito con una sua sacralità, un rito che non va in alcun modo infranto o turbato. Il tavolo mi appartiene e anche un certo spazio vitale attorno che soltanto il cameriere o come nella fattispecie, la cameriera,una sorprendentemente gentile signora, sono autorizzati a varcare.
Non ditemi che sono bizzarro, lo so benissimo e la cosa peggiore è che non ho nemmeno intenzione di cambiare che preferisco guardare il mondo che attorno a me cambia. Che cambi in meglio poi, è cosa del tutto opinabile.  Il pesce, al contrario della carne è un’attività ludica che ha molto a che vedere con il piacere. Mio nonno (sempre lui) sosteneva che sia il pollo che il pesce si possono mangiare con le mani ma io non ho mai trovato menzione di questa torbida concessione sul manuale di buone maniere di Monsignor della Casa, motivo per il quale, forse, detesto sporcarmi le mani mentre sto mangiando. Ero intento per tanto nell’operazione quasi chirurgica di separare la polpa soda e gustosa del gambero dalla sua carapacea corazza con forchetta e coltello di modo da non perderne la benché minima particella, quando accade un fatto assolutamente increscioso, non in se stesso ma per il religioso momento del mio raccoglimento. Un estraneo aveva varcato quella soglia virtuale che avevo tracciato attorno al mio tavolo quando mi ero seduto e cosa ancora peggiore mi offriva calzini di vari colori e improbabili colori. Non avevo bisogno di calzini, indumento che oltretutto aborro fortemente e che utilizzo in inverno per stretta necessità, non avevo spicci, che, anche se li avessi avuti, non avrei mai infilato le mani in tasca dei pantaloni mentre stavo mangiando del pesce.
Veniva quell’uomo dalla Terra Madre, quella che ci ha partorito tutti, l’Africa. Piccolo, secco, strano e sbilenco quell’uomo, con un buffo cappellino multicolore in testa. Sembrava uscito da uno di quei film che mischiano realtà e cartoni animati, come Jogger Rabbit o Mary Poppins e non posso negare che la sua insistenza fosse fastidiosa, soprattutto in un periodo della mia esistenza in cui la mia pazienza è ridotta al minimo, se mai in altri periodi io l’abbia mai avuta. O forse era solo il fatto che mi offrisse dei calzini proprio nell’unico periodo dell’anno in cui se ne può tranquillamente fare a meno. Lui ha continuato ad insistere. Devo dire che oltretutto non amo in modo particolare fare dell’elemosina che mi è sempre apparsa come un lavarsi la coscienza e, per un certo verso, anche un’offesa nei confronti di chi la riceve. Ma quei calzini lo avrei mai comprati, no questo mai.
Poi accade qualcosa, una di quelle cose che possono cambiare una banale giornata in qualcosa che vale la pena di raccontare e di ricordare nel tempo con quel singolare affetto che ammanta certi ricordi. Chissà quante volte aveva pronunciato quella frase per suscitare il senso di colpa delle persone più fortunate di lui, tanto che la disse senza una particolare enfasi come una di quelle cose che vanno dette essendo quello il suo ruolo, in quel momento e in quel posto. Ho fame. Ora se stai mangiando dei gamberoni e degli scampi alla piastra, viene da se che non puoi rimanere indifferente davanti a una persona che ti porge degli improbabili calzini multi colorati e incellofanati dicendo di avere fame. Che sia vero o meno, avere fame non è una cosa simpatica e nonostante la sua mercanzia fosse assolutamente disdicevole io non sono quel mostro che a volte certe male lingue dipingono. Tranquillo gli ho detto (che nella vita reale dovrebbe corrispondere a quel stai sereno che spesso si legge in rete) ti faccio fare un bel panino.
Lui non ci ha pensato nemmeno un solo istante a rispondermi. No panino. Ecco mi sono detto, ora l’ho offeso per qualche motivo a me sconosciuto sebbene non riuscissi a ricordare nemmeno una religione che vietassi il consumo di panini farciti ma era possibile che perfino io fossi all’oscuro di qualche particolare ortodossia. Ancora non me rendevo conto ma io e quel buffo omino stavamo diventando personaggi di una folle commedia dell’assurdo e del fantastico, molto simile a quei film simbolici e grotteschi che Bunuel, compianto regista messicano amava realizzare e che negli anni 70 riempivano i cineclub. No, panino no. Non lo vuoi un panino? No, panino no. Che fosse celiaco? Una vera disgrazia nella sua condizione. No, non lo era affatto.
Pasta. Pasta? Pasta. Perdinci bacco ho esclamato dentro me stesso, di certo non aveva attraversato il mare per giungere fino sulle nostre coste per consumare un volgare panino che avrebbe potuto mangiare in qualsiasi parte del nostro paese. L’Italia, lo sanno tutti che è il paese della pasta (pizza e mandolino ormai appartengono a un’altra epoca). Mica aveva tutti i torti e forse, forse perfino io nella sua stessa situazione avrei fatto lo stesso che non capita tutti i giorni di entrare in un ristorante per vendere degli improbabili calzini multi colorati e mangiare. Vuoi un piatto di pasta allora? Si pasta. La pasta era il suo mantra e mi sorpresi a chiedermi se io fossi stato nel suo paese nella sua situazione cosa avrei chiesto di mangiare. Mio nonno, sempre quello, tra le altre innumerevoli cose diceva che uno sa come nasce ma non sa come muore, motivo per il quale non è detto che un giorno io non mi possa trovare nelle stesse condizioni di quell’uomo anche se, e questo è certo, non mi ridurrò mai a vendere quei calzini. Piuttosto accendini o qualche altra mercanzia. Mio nonno, ve lo assicuro, sapeva bene di cosa parlava quando dice va quella frase come un saggio cinese, lui che era vissuto a Via della Conciliazione accanto ai Papi e aveva concluso la sua esistenza a Vetralla in affitto da quella ch’era stata la sua domestica, passando un periodo a Velletri, sempre in affitto, su quelle che un tempo erano state le sue terre.
Pasta. Va bene, fatti fare un piatto di pasta, gli ho detto, te lo offro io. Ora quella, lo avrete ormai capito, non era più una giornata qualunque. L’omino strano e sbilenco, a queste mie parole si è dileguato e io ho potuto continuare la mia attività chirurgica su una mazzancolla ormai fredda e svuotata di ogni possibile significato ma non era ancora finita. La cosa decisamente meravigliosa di questo locale dove ogni tanto mi reco, sono le persone che lo compongono. Il cuoco che come vi ho già detto, il pesce lo cucina magnificamente, il gentilissimo proprietario e la signora che serve ai tavoli che, credo, io non sono uno che è solito farsi gli affari altrui, abbia a che vedere con il proprietario. Quest’ultima, abbastanza logicamente è venuta a chiedermi se il signore, cioè io, avevo per caso offerto un piatto di pasta al signore, cioè l’uomino. L’ho guardata come se per un istante fossi tornato in quel mio mondo che più non esiste dove le persone erano persone e le cose… cose. Vi sembrerà un dettaglio, magari un dettaglio insignificante ma non lo è affatto è uno di quei particolari che danno un senso diverso all’esistenza. Le ho detto che era proprio cosi e di chiedergli come la voleva non sapendo a quale religione appartenesse, se potesse mangiare questo o quello.

Al tavolo vicino una giovanissima coppia con il nonno di lui o di lei. Ho sentito il giovane che spiegava come queste persone venissero da chissà dove con mezzi di fortuna, il suo stucchevole buonismo che non era però stato minimante scalfito da quell’omino buffo e i suoi calzini. Le difendeva quelle persone spiegando le cose come stavano all’anziano signore ma solo a parole che è più semplice e meno impegnativo. Ormai il gambero era andato. Guarda che non doveva avere proprio tanta fame. Gli ho offerto un panino e non l’ha voluto, ha voluto un piatto di pasta. Il ragazzo mi ha guardato, la ragazza ha sorriso e l’anziano mi è parso che mi ringraziasse con lo sguardo.
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A questo punto però ero curioso di sapere che pasta aveva ordinato. Spaghetti con le vongole, l’ha voluta con il pesce mi ha detto la signora, abbiamo fatto male? Assolutamente no gli risposto e anche in questo caso non aveva tutti i torti l’uomo dei calzini colorati, il pesce è veramente la specialità di questo ristorante, non avrebbe potuto chiedere di meglio. Ha chiesto se potevamo sbrigarci perché doveva prendere l’autobus. Poteva anche finire cosi ma questo sabato aveva ormai tutte le caratteristiche di una di quelle giornate da incorniciare. Abbiamo chiesto il conto io e La Signora Madre che in questa storia surreale compare un po’ tangenzialmente. Nella ricevuta fiscale e non ne dubitavo affatto, c’erano gli spaghetti con le vongole. L’inaspettata sorpresa, il prezzo totale scontato che quel piatto alla fine mi è costato solo qualche euro, poca cosa per una storia da raccontare ai nipoti senza dover nemmeno inventare nulla.
 Buona vita a tutti voi

Massimo Mariani Parmeggiani

sabato, giugno 28

Galleria d'Arte: BRUNO OSCAR MUNARI



La pittrice Laura Casiroli ed io abbiamo rotto l'anima a Munari, fintanto che si è deciso ad inviarmi la sua biografia, richiesta da suoi estimatori, in questo stesso blog. Desideravo accontentarli, poiché a Bruno ho dedicato già due piccole gallerie d'arte, ma erano prive di una benché minima presentazione dell'autore.






Brevissima e concisa  autobiografia

Milano, via Borsieri 28, terza porta a destra sul pianerottolo che guarda in cortile.
In casa mia si respirava il profumo dei gerani di mia madre che, frammisto a quello dei colori ad olio di papà, si trasformava in  un aroma incredibilmente affascinante per un ragazzino qual ero.            
La mia fortuna fu quella di essere costretto a  convivere con quell'improbabile miscuglio di aromi che certamente mi penetrarono sotto pelle fino a raggiungere e ad intrufolarsi in chissà quali gangli del mio cervello  per indicarmi la via da percorrere.            
I risultati, dopo più di quarant'anni di attività e diverse, graduali ed impercettibili trasformazioni,  sono quelli  che state vedendo o che, probabilmente, avrete già visto.
Dopo un periodo perlopiù dedito alle mie primissime nature morte ed ad  alcuni ritratti, sono passato alle donne esotiche che certamente parecchi di voi conoscono bene, per poi percorrere per la seconda volta, molto più recentemente e con maggiore attenzione pittorica, la medesima strada col medesimo intento.
Non starò certo ad elencare le mie passate mostre come fossero trofei.
Preferisco farvi sapere quali saranno le mie prossime mostre personali:
Quarta settimana di agosto e prima di settembre 2014, più di quaranta opere  in mostra nel bellissimo
Palazzo Ducale di Palma di Montechiaro (Agrigento)
Subito dopo la mostra si sposterà a Civate (Lecco)

Vi aspetto
                                                                     
Bruno Oscar Munari






Rita Hayworth - SANGUE E ARENA




Un mix di spettacolo con spezzoni del film Sangue e Arena, interpretato dalla straordinaria Rita Hayworth, eclettica artista 
Bella, ricca e sofisticata porta lo scompiglio nella vita di un torero che per lei trascura moglie e corrida. Poi lei si stanca e lo lascia. Lui, disperato, cerca invano di riconquistarla. Seconda versione dell'omonimo romanzo (1908) di Vicente Blasco Ibáñez (dopo quella con Rodolfo Valentino del 1922). È il film che segnò il successo di R. Hayworth in un'indimenticabile interpretazione. Brillante regia, fotografia di Ernest Palmer e Ray Rennahan ispirata alla pittura spagnola che vinse un Oscar.

Nata a New York il 17 ottobre 1918, Margarita Carmen Cansino è la primogenita di Volga Haworth, ballerina di Zigfield, e di Eduardo Cansino, ballerino di origine spagnola. A quattro anni è già una bambina prodigio tanto che i suoi genitori la inseriscono nel loro numero "The Dancing Cansinos", con cui riscuotono un grande successo nei locali della costa orientale degli Stati Uniti. 
A dodici anni è bravissima ad insegnare i passi di flamenco, tip-tap, tango e fandango agli assidui frequentatori che affollano la scuola di danza di suo padre, a Los Angeles. Tra loro c'è anche un giovane attore, James Cagney, con cui successivamente reciterà in uno dei suoi primi film di successo (Bionda fragola, Roul Walsh, 1941). E' un produttore della Fox che le offre di debuttare nel cinema, dopo averla vista ballare in un night di Agua Caliente. Ribattezzata Rita Cansino, nel tempo di un ritmo latino, fa la sua apparizione sul grande schermo in La nave di Satana (Harry Lachmann, 1935), nei dintorni di Spencer Tracy.
Prima dei vent'anni si sposa con un uomo che ha il doppio della sua età, Edward C. Judson, un rappresentante di automobili che presto si trasforma nel suo intraprendente press-agent. Grazie a lui firma un contratto con la Columbia e si avvia a diventare qualcosa di più di una bella e brava ballerina, talmente brava da far dichiarare un giorno a Fred Astaire "Impara i passi più rapidamente di chiunque io abbia mai conosciuto". Con lui danza ne L'inarrivabile felicità(Sidney Lanfield, 1941) e in Non sei mai stata così bella (William A. Seiter, 1942), quando è appena diventata la Rita Hayworth dalla fulva chioma, la sirena romantica che fa perdere la testa al torero Tyrone Power (Sangue e arena, Rouben Mamoulian, 1941). E anche alle platee (maschili) di tutto il mondo che la sentono sussurrare con languida sensualità: "Mi piace l'odore dei cavalli e dei tori".
Nel maggio del '42 si separa dal marito e si lega sentimentalmente a Victor Mature, suo partner in Follie di New York (Irving Cummings, 1942), ma non è lui a diventare il suo secondo marito, bensì Orson Welles che sposa lo stesso giorno in cui il divorzio da Judson diventa esecutivo. Da Welles ha una figlia, Rebecca, mentre sta per sfilarsi i guanti e cantare Put The Blame on Mame, Boys (Gilda, Charles Vidor, 1946).
Il matrimonio finisce dopo qualche anno ma i due rimangono amici e girano insieme La signora di Shangai (Orson Welles, 1948), per il quale lei, arditamente, si taglia i capelli e si tinge biondo platino. Il film è un insuccesso commerciale, tanto che i produttori aspettano con trepidazione la ricrescita dei suoi capelli per sperare di rifarsi con Gli amori di Carmen(Charles Vidor, 1948).
Nel frattempo si lega sentimentalmente ad Alì Khan, figlio del ricchissimo Aga Khan, uno dei capi spirituali dell'Islam. Le loro nozze, celebrate in Francia nel maggio del 1949, vengono ufficialmente condannate dal Vaticano che arriva a scomunicare la novella sposa e a dichiarare "figlio del peccato", qualsiasi frutto di questa unione. Yasmine nasce nello stesso anno e sarà lei a prendersi cura della madre quando il morbo di Alzheimer avrà inesorabilmente cancellato ogni sua splendida traccia. Dopo questo matrimonio, Hollywood la ripudia e la dimentica. Proprio lei, una delle attrici più disponibili e meno capricciose dello star-system, l'"Atomica" fotografata su Life durante la guerra, la pin up più amata d'America che si prodigava a firmare autografi nelle caserme e negli ospedali. 
Dal canto suo, lei continua a vivere dall'altra parte dell'Atlantico e per due anni fa solo la moglie e la madre, finché nei primi anni '50, dopo la rottura con Alì Khan, torna a casa e riprende i contatti con la Columbia. Il declino è già cominciato. Sorretto dall'alcool che consuma dentro e fuori uno schermo. Ma fa ancora la sua parte in film come Pioggia (Curtis Bernhardt, 1953), tratto dal racconto Miss Thompson di W. Somerset Maugham, o ancora di più in Pal Joey (George Sidney, 1957), dove supera bene il confronto con una giovane Kim Novak.
Dopo la fine del suo quarto matrimonio (lui è l'attore cantante Dick Haymes), la sua carriera tocca il fondo. Eppure continua ad aspettare con fiducia "il suo film", quello che le permetterà di dimostrare di essere ancora una grande attrice. Intanto lavora a fianco di attori come Burt Lancaster e David Niven (Tavole separate, Delbert Mann, 1958), Gary Cooper (Cordura, Robert Rossen, 1959), John Wayne (Il circo e la sua grande avventura, Henry Hathaway, 1964).
Nel 1972 Robert Mitchum accompagna una delle sue ultime apparizioni al cinema (La collera di Dio, Ralph Nelson). Non ha modo di girare "il suo film". Appena superati i sessant'anni viene colpita da una grave e implacabile malattia, l'Alzheimer. Si spegne il 15 maggio del 1987 all'Albert Einstein College and Hospital di New York. Malgrado la scomunica di quarant'anni prima, viene tumulata nel cimitero cattolico di Culver City.








giovedì, giugno 26

Suzanne



Un omaggio ad Angela Fabbri: leggendo il libro che mi ha regalato ho immaginato
Suzanne, la protagonista del Diario, così! E allora oggi l'ho disegnata. Non è del tutto completato, questo disegno fatto solo a matita (e con matite colorate), ma spero sia gradito!


Ed eccolo colorato! Forse era meglio rimanesse nella prima versione? Non saprei!


gazza parlante



e questa è straordinaria! Addirittura parla!

GAZZA LADRA! LADRA?




CERTO CHE SI'! A me ha rubato il cuore!

LA GAZZA (Pica pica)

Da qualche mese, una coppia di gazze hanno nidificato tra i rami di un pino marittimo di fronte e casa mia.
Un giorno sento uno strepitio continuo, come di uccelli disperati per l’arrivo di un predatore. Mi accorgo, invece, che nel vialetto di casa, saltella un  piccolo di gazza, già piumato, ma ancora incapace di prendere il volo. I genitori cercavano in tutti i modi di richiamarlo e di allontanarlo da eventuali pericoli (gatti compresi). Non avevo mai visto una gazza da vicino.
La gazza ladra “Pica pica” (vedi foto) è un corvide simpaticissimo dal piumaggio bianco/nero cangiante con riflessi azzurro-verde, becco pronunciato e forte, dalla coda lunga e robusta, sempre tenuta elegantemente in su, quando saltella sul terreno. Le sue dimensioni sono poco più grandi di un piccione e più piccole di una cornacchia. Questo uccello è particolarmente intelligente ed è attratto da cose che luccicano. Insieme ai primati, è tra i rari animali in grado di riconoscersi allo specchio.
La sua fama di “ladra" è assolutamente infondata e ha a che fare soprattutto in riferimento all’omonima celebre opera di Gioacchino Rossini.
Il verso della gazza viene definito “gracchiare”, ma non è per nulla simile a quello dei corvi che starnazzano nel parco giochi vicino a casa. E’ un verso molto più piacevole, e di mattina e sera, mi è di grande compagnia. E quando si innalza in volo, mi par di vedere un angelo!
Da ammirare queste splendide foto scaricate dal web.

Danila Oppio  













Biografia, profilo poetico e poesia di Hafez

Hāfez, per esteso Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī (in persiano: خواجه شمسالدّین محمّد حافظ شیرازی;; Shiraz, 1315Shiraz, 1390), è stato un mistico e poeta persiano. Il canzoniere (Divan) di Hafiz - il cui nome significa "Colui che sa recitare a memoria il Corano" - è un celebre classico della letteratura persiana. Nei suoi ghazal, che la gente più semplice adopera come oracolo (aprendo il libro a caso per leggerne due versi alla volta), si combinano toni diversi, di solito ma non sempre esattamente definiti erotici e mistici, e temi che spaziano da un supposto edonismo al panegirismo. I temi principali delle sue 500 ghazal sono l'amore. la celebrazione del vino e dell'ubriachezza; la messa a nudo dell'ipocrisia di coloro che si autodefiniscono guardiani, giudici ed esempi di rettitudine morale. Adattamenti, imitazioni e traduzioni delle poesie di Hāfez sono state pubblicate in tutte le lingue più diffuse.
La vita e le opere di Hāfez sono state oggetto di analisi, commentari ed interpretazioni, e hanno influenzato in modo determinante la poetica persiana successiva al XIV secolo.[1][2] La sua influenza nella vita degli iraniani è testimoniata dal frequente uso dei suoi poemi nella musica tradizionale persiana, nelle arti visuali e nella calligrafia persiana, e dal fāl-e hāfez (in persiano: فال حافظ ; in italiano: «lettura di Hāfez»), una forma di divinazione che consiste nell'apertura a caso delle pagine del canzoniere per trarre dai versi poetici la risposta alla proprie domande.

Il mausoleo che contiene la sua tomba si trova a Shiraz: realizzato su progetto dell'architetto francese André Godard, risale al 1935[3] ed è un luogo di rilevante interesse turistico.

La visione Hafeziana... di Maryam Fatemi Far


I poeti lirici persiani hanno avuto un ruolo sottile e consapevole, più di quanto ha potuto rilevare l'occidente, nella cultura persiana. Condizionati dalla prepotenza religiosa imposta che ostacolava ogni forma di libertà laica, hanno scelto la strada dell'ambiguità per non farsi mettere all'indice e per poter farsi udire da chi era alla ricerca del diverso.

Le poesie di Hafez hanno un posto speciale nel cuore del popolo Iraniano e a prescindere dalla cultura e/o rango sociale d'appartenenza è facile trovare una copia delle sue poesie, in ogni casa. Alcuni dei suoi versetti, nel tempo, hanno acquisito un potere proverbiale donando una forma poetica al quotidiano. Chi ama le sue poesie è convinto che lui era a conoscenza del segreto della vita ed aveva scoperto la sua fonte, tale segreto è presente e codificato nelle sue poesie. Infatti, il suo nome d'arte, Hafez: "Colui che custodisce", deriva proprio da questa convinzione.
È degno di una particolare attenzione anche il rito della notte di Yalda (la notte più lunga dell'anno). Questo rito mette in risalto la magia delle sue poesie. Le sue parole non hanno subito e non subiranno mai il tempo. Ancora oggi in Iran, martoriato culturalmente dall'islam, ogni anno ed in questa sera tutti si riuniscono a casa della persona più anziana della propria famiglia per declamare le sue poesie e se il loro livello culturale non permette una lettura reale, è la memoria tramandata da padre a figlio a supportare la declamazione. Le sue poesie, nel tempo, hanno acquisito anche un potere premonitore… capita spesso che gli innamorati oppure le persone in difficoltà cerchino un'anticipazione del futuro tra i sui versetti…
I suoi versetti… sono supportate delle metafore che sono radicate nella cultura persiana, ogni parola oltre al proprio valore semantico identifica un sentimento evoluto, condizionato e liberato dal tempo. La sua amante per eccellenza prende forma in una donna reale chiamata "Shakheh Nabat". Nabat in persiano rappresenta un prodotto ottenuto dalla cristallizzazione dello zucchero che può assumere forme casuali e diverse… sta all'immaginazione di chi lo osserva rilevare la forma desiderata, un po' come le nuvole… Allorché "Shakheh Nabat" significa "Fiore di zucchero cristallizzato" e lo zucchero… rappresenta quell'elemento che dona dolcezza alla vita.
Non si può trascrivere le sue poesie in un'altra lingua, ma interpretare in base alla cultura che deve ospitare in sé le stesse. 
Per quanto riguarda il post precedente mi limito ad aprire una finestra sul cuore di una persona dalle origini persiane ed a definire la sua percezione. È così che le poesie devono essere vissute... 

Mi vedi... con ogni mio respiro cresce il mio dolore 
Ti vedo... con ogni tuo respiro cresce il mio desiderio

Tali versetti sono orientati verso un amore non corrisposto, oppure letto da un altro punto di vista possono rappresentare l'ultimo incontro tra il creatore e l'uomo ancora desideroso di vivere. 
Dialogo con l'amante:
Non smetterò di pretenderti fin quando non sarò che terra.
E anche in quell'istante quando passerai sulla mia tomba la polvere della mia esistenza si poserà sul tuo vestito, per riprovare ancora una volta il calore che mi hai donato, quando ero in vita.

Dialogo con il creatore:
Non smetterò di cercarti fin quando non sarò che terra.
E anche in quell'istante quando passerai sulla mia tomba la polvere della mia esistenza si aggrapperà a te per chiederti il perché di tutto ciò che ho subito.

Nota biografica sull’autore - Shams al-Din Mohammad Hafez di Shiraz
È considerato il massimo poeta persiano di tutti i tempi, ispirò il Divano Occidentale-Orientale di Goethe e tuttora, in Iran, si ricorre al suo Canzoniere per trarre auspici. Poche sono le notizie biografiche di cui disponiamo, fu panegirista attivo presso sovrani e ministri che si sono susseguiti a Sciraz durante i turbolenti decenni che precedettero l’arrivo di Tamerlano, e allo stesso tempo frequentò le cerchie mistiche e poetiche della propria epoca. 

Memorizzatore del Corano, da cui il suo pseudonimo (Hafèz, lett. “memorizzatore”), nelle sue canzoni convergono e si sovrappongono i registri dell’eros, della mistica e dell’encomio politico. I letterati che accolsero e diffusero il suo Canzoniere lo soprannominarono “La Lingua dell’Occulto”, sia per il costante oscillare tra mondanità e trascendenza dei suoi versi che per l’inimitabile raffinatezza con cui il poeta ha portato a perfezione il mezzo millennio di lirica persiana che lo precede. 
Le sue canzoni sono caratterizzate da una tecnica definita come “contrappuntistica”: Hafez, contrariamente a una tradizione poetica che preferiva una certa omogeneità e continuità discorsiva, all’interno di uno stesso testo sviluppa diversi temi in rapida successione, offrendo così al lettore un caleidoscopio di immagini e significati tesi a rappresentare l’ampio spettro dell’esperienza sensibile e sovrasensibile. I suoi serrati virtuosismi retorici e l’ampio ricorso alla polisemia non cedono mai il passo a un preziosismo fine a se stesso ma, al contrario, si amalgamano in una lingua fluente e ricca di assonanze, particolarmente adatta all’adattamento musicale.
Raffinatezza linguistica, polifonia semantica e confluenza di differenti piani ideologici in bilico tra devozione erotica, spirituale e politica, mettono a dura prova le competenze poetiche dei traduttori di Hafez, che resta comunque uno degli autori persiani più tradotti, sia in occidente che in oriente. 
Le versioni che qui presentiamo, sebbene in alcuni punti si discostino non di poco dal dettato originale, sono frutto di una precisa scelta traduttiva che predilige un apparente tradimento della superficie testuale per aspirare a una fedeltà “d’altra forma”: negoziata ermeneuticamente e attenta al peso poetico che il verso hafeziano può assumere a contatto con la lingua italiana. 

Ed ora leggiamo una splendida poesia (sufi) di Hafez 


Ascolta, o cuore dalle facili illusioni

(ruy benmay-o vojud-e khodam az yad bebar)



Mostra il tuo volto
e lascia che si trascini nell’oblio
la mia esistenza,
e fa che la porti via con sé il vento
la casa di chi ha in fiamme il petto. 



Lascia che l’impeto del petto
nella Parside estingua del Tempio del Fuoco
le fiamme,
e dagli occhi scorrano sul viso
le acque del Tigri
di Baghdad.



Cedemmo il cuore e gli occhi, noi,
alla tempesta della rovina,
lascia allora che scorra il torrente
di dolore
e che sradichi le fondamenta della casa. 



Chi potrà mai annusare
i suoi capelli di pura ambra,
che vano incanto!
Ascoltami, o cuore dalle facili illusioni,
e lascia che si estinguano dalla memoria 
queste pallide parole.



Che trionfi la sorte del Vecchio dei Magi,
tutto il resto è cosa effimera,
che spariscano gli altri
e dimentichino il mio nome. 



Non giungerai mai ad alcun luogo
per questa via
senza esserti misurato con lo sforzo,
rispetta devotamente il Maestro
se vuoi raggiungere l’onore cui aneli. 



Il giorno della mia morte
per un respiro
concedimi la promessa dell’incontro,
e poi
accompagnami alle lastre del sepolcro,
io, serenamente libero. 



– Ti ucciderò prima o poi
con le mie lunghe ciglia –
mi diceva ieri sera,
o Signore, spazza via dal suo animo
questi pensieri di terrore. 



Pensa, Hafez,
al corpo sottile
dell’animo dell’amico,
e porta via dalla sua soglia 
lo strepito di questo lamento.






Leggere Hafez a Shiraz

Di Elena Refraschini
Coutchsurfing.org/people/elenaritaly

Sono le 5,40 e, dopo qualche ora di buio che ha ricoperto le dune dell’Altipiano Iranico, il sole sta per alzarsi di nuovo sull’austera stazione dei treni di Shiraz. Alle nostre spalle solo un paio d’ore di sonno: il nostro compagno di scompartimento, Parviz, così timido e gentile da sveglio, si è trasformato in un trattore Lamborghini durante la notte.
 Come sempre succede a bordo di queste “case viaggianti” (così le chiama la scrittrice Luciana Castellina, che di viaggi in treno se ne intende), conoscere Parviz è stato uno dei tanti doni offerti da questo tipo di avventure itineranti, ancora più prezioso perché in Iran: quasi non ci eravamo nemmeno presentati, ma già avevamo collezionato un invito a Delhi, dove Parviz insegna letteratura persiana all’università, e a Baton Rouge, in Louisiana, dove vive la sorella (è strano quanto la croce di qualcuno possa essere la salvezza di qualcun altro: pensavo al mio host a Menphis, conosciuto l’anno precedente, che era fuggito dalla natia Baton Rouge appena raggiunta la maggiore età).
Per questo, forse, amo viaggiare in treno: è quasi un’esperienza mistica, sempre sospesa tra lo spazio ristretto e forzatamente intimo delle cuccette e quello esterno, infinito e costantemente mutevole.
Ancora stanchi e assonnati, io e il mio compagno (marito, per le autorità iraniane, e con uno o due figli in cantiere, per Parviz) ci dirigiamo verso il gruppo di tassisti e, con l’aiuto del nostro fedele amico di scompartimento, strappiamo un buon prezzo per una corsa verso la nostra destinazione finale: casa di Arash (come il leggendario arciere persiano), che ha risposto con entusiasmo alla nostra richiesta di ospitalità e che ci sta aspettando, sveglio, in un giorno lavorativo, sull’uscio di casa nel quartiere periferico di Kolbeh.
Arash è un trentottenne dall’aria colta e serena, che ha arredato in modo semplice ma attento la casa che sarà “nostra” casa per i prossimi giorni: è evidente la sua passione per i viaggi, dato che in ogni angolo troviamo souvenir da diverse parti del mondo, dalla Malesia all’Australia. Ma è in Italia che Arash ha lasciato il cuore, e infatti troneggia fiera sulla parete di soggiorno una versione puzzle della Gioconda, pezzo d’arredamento quantomeno discutibile ovunque ma non qui, perché qui è solo un omaggio che fa tenerezza.
“La vostra camera è qui”, ci dice mentre ci conduce al suo studio e agli invitantissimi materassi stesi a terra. “Se volete usare il computer, è già acceso. Tornerò a casa assieme a Tahareh verso le 15.”
Arash va al lavoro e noi piombiamo in un meritato riposo, con le chiavi di casa in borsa.
Al risveglio, in cucina troviamo la tavola imbandita e un semplice bigliettino, “enjoy your breakfast!”.
And we did:barbari, il delizioso pane iraniano servito con formaggio di pecora, insalata di cetrioli e pomodorini, yogurt con confettura di ciliegie fatta in casa e l’immancabile tè da bere attraverso una zolletta di zucchero posta tra i denti. Mentre laviamo i piatti, tornano i nostri ospitanti: Tahareh – una donna silenziosa e dai modi gentili che non si toglierà mai il velo dalla testa, neanche in casa – aveva fatto la spesa per il pranzo: kebab con mirza ghasemi, ovvero crema di melanzane (e io pensavo che in Iran, durante il Ramadan, avrei almeno perso qualche chilo di troppo…).
Durante il pranzo conosciamo meglio la metà femminile della casa, che non mangia con noi perché, appunto, è Ramadan: Tahareh (“pura” si die) non condivide la stessa passione di Arash per i viaggi, ma ama la cultura, e infatti segue da diversi mesi un corso di inglese in città (si emoziona un po’, quando le dico che in Italia sono un’insegnante di inglese), mentre da anni si dedica allo studio della poesia di Hafez insieme ad un gruppo di amiche. Uno dei motivi per cui abbiamo deciso di fermarsi a Shiraz è, in effetti, la sua storia: oltre a essere stata capitale durante la dinasia Zand, Shiraz ha dato i natali a due dei maggiori e più amati poeti persiani, Sa’adi e Hafez,
Non basterebbe un libro intero per spiegare cos’è la loro poesia per gli iraniani, ma posso almeno ricordare rapidamente che, durante Shab-e Yalda (il solstizio d’inverno) oppure il Noruz (ll capodanno persiano), dopo cena ogni famiglia prende la propria copia del Canzoniere di Hafez e ne legge un componimento, che si crede essere una previsione per l’anno che verrà. Chiunque in Iran sa recitare a memoria almeno qualche verso di un ghazal di Hafez, e sarà contento di farlo per voi. E’ per questo che coglliamo la palla al balzo e chiediamo a Tahareh se ha voglia di accompagnarci a visitare i mausolei dei due poeti, che attirano a Shiraz migliaia di visitatori ogni anno.
Arrivati al mausoleo di Hafez, abbiamo occasione di fare un po’ di poeple watching mente attendiamo che si accorci la coda all’ingresso: le donne, qui, sanno essere eleganti anche quando devono vestirsi in modo modesto e con colori scuri. Ormai siamo in Iran da qualche settimana e distinguiamo subito le donne delle classi alte: indossano indumenti di tessuti pregiati, per quanto coprenti, e precisi nel taglio; il velo dona grazia al viso, che guarda dritto e e sicuro davanti a sé, ben truccato e senza problemi di pelle (l’acne sembra essere un problema molto diffuso qui, specialmente tra le adolescenti). La visita al mausoleo sembra una tappa obbligata per tutti, ricchi o meno.
Entrati nel mausoleo, ci attende uno spettacolo quasi surreale: un incantevole giardino (sapete che la parola “paradiso” deriva dall’antico persiano “pairi daeza” , “giardino chiuso da mura”?) al centro del quale sorge il padiglione che protegge il luogo del riposo del celebre poeta. Mentre gli altoparlanti diffondono versi del suo Canzoniere, vediamo uomini e donne che sussurrano i componimenti in modo raccolto, altri che baciano la parete marmorea della tomba, altri ancora che vi appoggiano la fronte.
“Questo è un vero e proprio luogo di pellegrinaggio”, mi spiega Tahareh, “anche se purtroppo non piace al governo, perché apre le menti. Vedi?”, mi chiede indicando uno spazio vuoto accanto a noi. “Qui dovevano piantare nuovi alberi, ma hanno lasciato il vuoto”.
Da qui ci spostiamo al mausoleo dedicato a Sa’adi, che ci colpisce per la sua severità: è ormai calato il sole, e si raggiunge l’entrata solo dopo aver percorso diverse scalinate. L’altissimo colonnato incute allo stesso tempo timore e rispetto, ma non sembrano farci caso le centinaia di gattini che vivono nel suo giardino, forse cullati anche loro dai dolci suoni della poesia. E’ ormai buio, e Tahareh può mangiare in pubblico: decidiamo così di sederci sul prato gustando una prelibatezza di Shiraz, il “gelato” faludeh.
Arrivati a sera, ci occupiamo della spesa per la cena: halim bademjan (crema di fagioli, manzo e melanzane) e ash-e-sabzi (minestra di Shiraz con riso, carne d’agnello e varie verdure) – si capisce che mi piacciono le zuppe mediorientali? – senza dimenticare gli zulbia bamieh, tipiche ciambelle iraniane che sono il dolce preferito di Arash. Compriamo il tutto da barilotti bianchi in mezzo alla strada e,  nonostante il contesto, il loro profumo è davvero invitante. Durante il tragitto verso casa, a proteggerci c’è il medaglione del Profeta Alì, che sussulta sofferente a ogni buca, dallo specchietto retrovisore del nostro taxi.
Una volta a casa, Tahareh emerge dalla camera dopo un sonnellino con il prezioso volume in mano: il Canzoniere di Hafez. Aprendo il libro a caso, decide di leggerci una poesia, i cui suoni ci rapiscono trasportandoci in un mondo fatto di vino, amici e melodia. Tahareh spiega a noi e al marito che questa poesia parla dell’importanza del vivere appieno ogni giorno, di amre il presente senza preoccuparsi del passato o del futuro, di amrae le persone con cui si è in quel momento. La ragazza ha ormai gli occhi lucidi: “Ogni volta che sono triste o felice vado alla tomba di Hafez e leggo una sua poesia, mi aiuta sempre”.

Siamo tutti commossi, e mentre ci scambiamo sguardi un po’ imbarazzati comprendo ancora una volta il senso di viaggiare con il Couchsurfing: si condividono momenti indimenticabili nel più anonimo dei quartieri, con le persone più riservate, sotto lo sguardo vigile e sereno della Monna Lisa.