POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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mercoledì, gennaio 28

Paesi che crollano, i sospirati ponti...meglio pensarci bene

L’orribile destino di Niscemi, mezzo paese inghiottito dalla frana: “Rischia di crollare tutta la collina”

Decine di case sul precipizio, l’allarme della protezione civile: oltre 1.500 sfollati. I geologi: “Evoluzione del dissesto del 1997”, il ciclone Harry ha dato l’ultima spallata. Il procuratore di Gela e l’allerta per l’ordine pubblico: “Pericolo disordini”. E la gente urla ai politici: “Vergogna”

 La frattura che attraversa la collina si è allargata di un chilometro in una sola notte mentre l’altezza del costone è passata rapidamente da 7-15 metri a 30-45 metri. Ormai si aspetta e ci si prepara al peggio, ovvero il crollo di mezzo paese, inghiottito dall’argilla. Non bisogna però pensare che sia tutta colpa del ciclone Harry. Quello è stata solo la spallata finale. “Il dissesto, riattivato il 16 gennaio, riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nel 1997 causò ingenti danni”, spiega Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale. La previsione è fosca: “L’evento potrebbe evolversi e ampliarsi verso sud ovest, con una seconda porzione di frana. Questa seconda attivazione coinvolge direttamente il margine del centro abitato e si sovrappone a quello del 1997 e addirittura a quello del 1790”.

Nei post precedenti ho pubblicato quanto accaduto in Norvegia 5 anni fa 

In Norvegia una frana colossale ha fatto sprofondare in mare un pezzo di terra grande quanto 14 campi da calcio, circa 100.000 metri quadrati. Diverse abitazioni residenziali sono state travolte e finite direttamente nell’acqua.
Secondo i media locali, si tratta di una delle più grandi frane degli ultimi anni, con danni ingenti e forti disagi per la popolazione della zona colpita. Le autorità stanno monitorando l’area per verificare ulteriori rischi di cedimento. Nel video pubblicato dai testimoni si vede chiaramente il momento del crollo, impressionante per la sua potenza e dimensione.
E' un video che ho pubblicato poco fa qui sotto. Peggio è capitato a Niscemi, dove tutta una parte del paese è scivolato verso una grande crepa che si è formata come se il paese fosse stato costruito sopra una falesia.  Il mio pensiero è che i geologi dovrebbero avvertire le autorità locali del rischio che si incorre nel costruire case e interi paesi su un terreno che potrebbe rivelarsi poco sicuro. Questi fatti accadono un po' ovunque ma pare che nessuno metta sull'avviso e poi ci si meraviglia se accadono tragedie. E quando sento che gli abitanti del luogo chiedono aiuto, quando loro stessi non hanno rinunciato a costruire vicino al mare, o su terreni friabili,  mi pare di pensare a quei bambini che fanno i castelli sulla sabbia, e poi si lamentano che un'onda li ha portati via. 
Scusate la franchezza, la mia non è ironia né indifferenza, ma sono convinta che i responsabili di questi disastri siano i costruttori che non hanno messo sull'avviso i sindaci dei luoghi soggetti a frane o  mareggiate. Per favore, costruite nell'entroterra, come facevano i signorotti di un tempo, lontano da fiumi, laghi e coste e analizzando i terreni prima di innalzare case e ponti. A questo proposito, spero che i governatori, che sognano di costruire un ponte che colleghi Calabria e Sicilia, ci pensino molto bene, prima che accadano ancora tragedie!
Danila Oppio 


martedì, dicembre 31

Antoine de Saint-Exupéry- IL PICCOLO PRINCIPE E Consuelo Suncin Sandoval - editoriali vari, compresa Danila Oppio

 



Antoine de Saint-Exupéry davanti all'aereo che pilotava e dentro il quale ha trovato la morte dopo che fu colpito nel 1944

Di questo scrittore si conosce soprattutto il il suo testo IL PICCOLO PRINCIPE, ma molti non conoscono vita dell'autore.

Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, noto anche come Tonio, è stato uno scrittore e militare francese.

È conosciuto per essere l'autore del romanzo Il piccolo principe, che nel 2024 ha raggiunto il numero di 600 traduzioni in lingue e dialetti diversi ed è il testo più tradotto se si escludono quelli religiosi[3], e per i suoi racconti sul mondo dei primi voli aerei, tra i quali Volo di notteTerra degli uomini e L'aviatore. Scrittore riconosciuto, vinse vari premi letterari durante la sua vita, in Francia come all'estero.

Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nell'aeronautica militare francese e, dopo l'armistizio, nelle Forces aériennes françaises libres, passando dalla parte degli Alleati. La sua scomparsa nel corso di un volo di ricognizione, avvenuta sul finire della guerra, restò per molti anni misteriosa, finché nel 2004 venne localizzato e recuperato il relitto del suo aereo nel mare antistante la costa marsigliese. In seguito è stato possibile accertare che fu un caccia tedesco della Luftwaffe ad abbatterlo.

Di lui non si conosce chi fu la moglie che gli ispirò il testo del racconto IL PICCOLO PRINCIPE riempiamo questo vuoto!

Consuelo la moglie di Antoine 


Un couple de légende : Consuelo et Antoine de Saint-Exupéry au Boléro de Versoix.  


Consuelo de Saint-Exupéry: la rosa de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry
Dietro la celebre figura della Rosa de Il Piccolo Principe, non c’è solo immaginazione e creatività, ma un riferimento ad una persona realmente esistita: Consuelo Suncin Sandoval.
Consuelo de Saint-Exupéry è stata la compagna e amante di Antoine de Saint-Exupéry, divenuta poi moglie, dell’autore del romanzo “Il Piccolo Principe”. La donna, di origini salvadoregne, ha rivoluzionato l’esistenza del pilota e scrittore francese, segnando così tanto la sua vita da dedicarle il più bel personaggio della storia. Consuelo è stata una figura affascinante e complessa, spesso considerata rivoluzionaria e controversa per l’epoca in cui ha vissuto.
Consuelo nasce in una famiglia benestante di El Salvador, figlia di un generale proprietario di piantagioni di caffè. La sua educazione la conduce a distinguersi fin da giovane: a soli 18 anni ottiene una borsa di studio per studiare inglese negli Stati Uniti, un traguardo notevole per una donna della sua generazione. Tuttavia, la possibilità di formarsi in un altro paese è legata ad una condizione inaccettabile per l’epoca: il trasferimento in solitaria, senza marito e senza famiglia. Ma la ragazza è determinata a costruirsi una vita autonoma, per cui decide di inseguire il suo sogno, sfidando le convenzioni del tempo.
Oltre alla passione per lo studio, Consuelo custodisce una certa propensione per i matrimoni. La prima unione avviene con un uomo che si presenta come un militare messicano, ma che in realtà lavora come semplice venditore di vernici. La bugia si rivela il preludio di un matrimonio infelice culminato in un divorzio, poco prima della tragica morte del marito in un incidente ferroviario.
Rimasta vedova, decide di trasferirsi in Messico, ma nasconde lo status da divorziata, celando per questioni sociali la fine del matrimonio avvenuta ben prima della morte del consorte. Infatti, era considerato infamante per una donna separarsi dal marito. Quindi, superata questa complessità, decide di assecondare la sua intraprendenza e si trasferisce in Messico, con in mano una lettera di raccomandazione e nel cuore la speranza di ribaltare ancora una volta la sua vita. Richiede un incontro con José Vasconcelos, uno dei più importanti intellettuali e politici messicani dell’epoca, il quale la riceve dicendole queste parole: “Una donna bella, giovane e vedova non ha bisogno di lavorare, può vivere dei suoi incanti.” Ma lei, determinata ad ottenere un lavoro, gli chiede un secondo incontro che si trasforma poi in una vera e propria relazione.
Quello che ottiene con José è un rapporto particolarmente turbolento e appassionato, contornato da lunghe serate ai circoli letterari e discussioni sull’evoluzione dell’arte con artisti-amici del calibro di Diego Rivera – il marito di Frida Kahlo. Grazie a Josè approda a Parigi, dove incontra Enrique Gómez Carrillo, uno scrittore guatemalteco di fama internazionale. Si innamora perdutamente di lui e lascia il secondo marito, il quale le dedica pagine amare nelle sue memorie, accusandola di avere una “vocazione scandalosa”.
Si sposa in terze nozze, inaugurando un nuovo capitolo nella sua vita. Tuttavia, anche questo matrimonio è di breve durata: Carrillo muore prematuramente, lasciandola vedova per la seconda volta con una consistente eredità, che le concede di formarsi e viaggiare ancora.
Il destino di Consuelo, anima dinamica e indomabile, cambia radicalmente nel 1930, quando decide di trasferirsi a Buenos Aires. Qui incontra Antoine de Saint-Exupéry, l’amore della sua vita. Il pilota, per conquistarla, le offre un volo avventuroso, preludio del loro matrimonio caratterizzato da alti e bassi, ma pur sempre oltre l’ordinario. Antoine, parlando di Consuelo, dirà che lei lo ha “addomesticato”, in un parallelismo che poi troverà eco ne Il Piccolo Principe.
La loro relazione è intensa e travagliata. La società francese e la famiglia di Antoine non vedono di buon occhio Consuelo de Saint-Exupéry o, a causa delle sue origini straniere e della sua reputazione da donna indipendente e controversa. Nonostante i numerosi ostacoli, il loro legame si mantiene però profondo e appassionato, segnato da litigi, riconciliazioni e dalle frequenti assenze di Antoine, sempre in viaggio o impegnato in nuove avventure.
Consuelo de Saint-Exupéry non è solo una moglie, ma è la musa di Antoine. La sua fragilità e il suo carattere unico ispirano la figura della Rosa, l’unico fiore amato dal Piccolo Principe tra migliaia. Come il personaggio letterario, Consuelo è affetta da asma, una condizione che la rende ancora più fragile agli occhi di Antoine, il quale percepisce il bisogno di proteggerla “sotto una campana di vetro.”
Il loro matrimonio, durato 13 anni, fu una danza di contrasti: l’amore di Consuelo per Antoine e il suo spirito libero spesso si scontravano con le infedeltà e il carattere imprevedibile del marito. Eppure, la loro storia d’amore è rimasta impressa come una delle più romantiche e tormentate della letteratura.
Per anni, il ruolo di Consuelo de Saint-Exupéry nella vita di Antoine e nella creazione de Il Piccolo Principe è stato minimizzato. Tuttavia, oggi è chiaro che senza di lei il capolavoro dello scrittore non sarebbe mai esistito. La Rosa, con la sua vulnerabilità e il suo carattere indomito, è una rappresentazione perfetta di Consuelo: un simbolo di amore, forza e unicità.
Dietro le pagine de Il Piccolo Principe, c’è una storia reale di passione e resilienza che continua a ispirare generazioni di lettori. Consuelo de Saint-Exupéry non fu solo una donna che visse al fianco di un grande scrittore; fu la sua musa, la sua Rosa e, in molti modi, il suo cielo.
Ho pensato che fosse giusto raccogliere informazioni esatte sull'autore del libro tanto osannato! Ma forse non lo scrisse da solo, piuttosto avvalendosi dei consigli della colta moglie!
Chi volesse ampliare questo scritto, è sufficiente che ricerchi con Google altre notizie, poiché ho ritenuto che per il momento siano sufficienti queste che ho riportato in questo post.
Danila Oppio

sabato, ottobre 12

L'ANTICO GIARDINO PEREGO: "UN'OASI SEGRETA IN CENTRO. IMBRACCATA DALLA SPORCIZIA"

https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/lantico-giardino-perego-unoasi-segreta-in-centro-imbrattata-dalla-sporcizia-

L’antico Giardino Perego: "Un’oasi segreta in centro. Imbrattata dalla sporcizia"

Il Giardino Perego, antica oasi verde nel cuore di Milano, conserva tracce storiche come la statua di Vertunno. Apprezzato dagli abitanti del quartiere per la sua tranquillità, rappresenta un prezioso ricordo della Milano di un tempo.


ll Giardino Perego, antica oasi verde nel cuore di Milano, conserva tracce storiche come la statua di Vertunno. Apprezzato dagli abitanti del quartiere per la sua tranquillità, rappresenta un prezioso ricordo della Milano di un tempo.

Un piccolo gioiello verde fra i palazzi di via dei Giardini, non lontano da Montenapoleone. Un luogo che custodisce importanti tracce del passato, come la statua settecentesca di Vertunno, dio etrusco della vegetazione. Appartenente un tempo all’omonima famiglia di Cremnago, il Giardino Perego è una delle poche aree rimaste fra gli spazi verdi che ornavano i nobili palazzi del Borgonuovo. Fu costruito nel 1778, quando i Perego acquisirono gli orti di un ex monastero, dietro la loro dimora. Nel 1941 una fascia di parco divenne l’odierna via dei Giardini, mentre la parte a Nord rimase verde, ma convertita all’uso pubblico. E così è ancora oggi. "È un bello spazio, dove vengono molti lavoratori dei vicini locali, come me", racconta Alessandro Tartaglione, habitué del giardino. "È un parco ‘segreto’", aggiunge Nadia Petrescu, che viene tutti i giorni ad ascoltare podcast di filosofia. "Mi sento accolta e mi fa stare bene, anche se c’è un po’ di sporcizia vicino alle panchine". Non abbastanza, però, per deturpare la bellezza di questa oasi verde nel cuore della città, vestigia di una Milano perduta e da ricordare. IL GIORNO

Ogni tanto qualche giornale mi fa ritornare alla mia prima infanzia, come IL GIORNO, che mi ha riportato ai giochi con i miei piccoli amici. Mi dà dispiacere sapere che questo giardino sia imbrattato dalla sporcizia, mentre  ricordo il vigile urbano che passava ogni giorno per controllare che i ragazzini non giocassero a calcio sui prati e non pestassero l'erba e i fiori  che decoravano le aiuole. Avevo 6 anni quando ho iniziato a recarmi per giocare e mi riferisco a quasi 70 anni fa,  e l'ho frequentato fino a quando sono diventata mamma, portando di tanto in tanto i miei figli a passeggio, ma ho sempre abitato in quella zona, esattamente di fronte al cancello d'ingresso del giardino, per poi trasferirmi, moglie e madre, nella zona del quartiere Brera, ma non tanto lontano da questa deliziosa oasi! 
Avevo già scritto un articolo relativo a questo giardino, e lo trovate a questo link:


Danila Oppio
 

venerdì, agosto 23

RICORDANDO ALAIN DELON si Danila Oppio



Ne parlano tutti e forse non raccontano cose esatte o complete. Io ricordo la parte che ebbe Delon nel film IL GATTOPARDO.

L'attore divorziò da Nathalie Barthélémy nel 1969, e in quell'anno incontrò nuovamente Romy Schneider. Voleva lei al suo fianco nel film La piscina e lei accettò. Il loro feeling nel film non diede vita ad una nuova e travolgente storia d'amore, ma permise loro di restare uniti. Lei descrisse così il suo collega: "L’uomo più importante della mia vita resta Delon. È sempre pronto a tendermi la mano. Correrebbe in mio aiuto in qualsiasi momento. Alain non mi ha mai abbandonata a me stessa, né oggi né ieri", le parole riportate da Vogue.it.

La lettera che Alain Delon scrisse a Romy Schneider dopo la sua morte

Romy Schneider ad inizio anni '80 iniziò la lotta contro depressione, alcolismo, un tumore e la drammatica perdita del figlio, morto nel 1981 a soli 14 anni a causa di un incidente domestico. Nel 1982 fu trovata senza vita a Parigi, nella casa del produttore Laurent Petin, al quale era legata. Morì a 43 anni per un infarto e la sua scomparsa distrusse il cuore di Alain Delon. Appresa la notizia, l'attore si precipitò per guardarla un'ultima volta e per lei scrisse una lunga e struggente lettera d'amore. Queste le parole, riportate da huffingtonpost.it:

"Ti guardo mentre dormi. Sono accanto a te, sono al tuo letto di morte. Indossi una lunga tunica, nera e rossa, con un ricamo sulla parte superiore. Credo che siano fiori, ma non indugio troppo a osservarli. Ti dico addio, il più lungo di tutti gli addii, bambolina mia. Così ti ho sempre chiamata: bambolina. Non perdo tempo a guardare i fiori, guardo il tuo viso e penso che tu sia bella e che non lo sia mai stata così tanto come in questo momento. Penso anche che è la prima volta in vita mia che ti vedo quieta e serena. Si potrebbe dire che una mano delicata abbia lavato via dal tuo viso paure e dissidi. Ti guardo mentre dormi. Mi dicono che tu sia morta. In che modo ne sono colpevole io? …Ci si pone sempre questa domanda davanti a qualcuno che si è amato e si ama ancora. Questa emozione ci sommerge, poi torna indietro e alla fine ci si convince che tutto sommato non si è colpevoli. Non colpevoli, ma comunque responsabili. Ecco. Lo sono anch'io. È a causa mia che la notte scorsa il tuo cuore ha cessato di battere. A causa mia, perché 25 anni fa fui scelto per essere il tuo partner in "Christine". Tu arrivavi da Vienna e io ti aspettavo a Parigi con un mazzo di fiori in mano che non sapevo come tenere. Ma i produttori mi avevano detto: "Appena scende dalla passerella, vada da lei e le porga i fiori", io aspettai con i fiori in mano come un imbecille, in mezzo a un'orda di fotografi. Tu scendesti dall'aeroplano, io mi avvicinai. Dicesti a tua madre: " deve essere Alain Delon, il mio partner!". Nient'altro, nessun colpo di fulmine a ciel sereno. Così andai a Vienna, dove si girava il film, ed è stato là che mi sono innamorato follemente di te. E tu ti sei innamorata di me. Spesso ci siamo posti a vicenda la tipica domanda degli innamorati: "Chi è stato di noi due ad innamorarsi prima, tu o io?". Contavamo e rispondevamo: "Ne tu ne io, entrambi". Mio dio come eravamo giovani e felici! Alla fine del film ti dissi: "Vieni con me, andiamo a vivere insieme in Francia", e tu rispondesti subito: "Si, voglio vivere con te, in Francia". Ti ricordi vero? La tua famiglia, i tuoi genitori, andarono fuori di sé. E tutta l'Austria, tutta la Germania. Dissero che ero un usurpatore, un rapitore. Mi accusarono di portare via "l'imperatrice". Io un francese, che non parlava una parola di tedesco. E tu, bambolina, che non parlavi una parola di francese. All'inizio ci amavamo senza scambiarci una parola. Ci guardavamo e ridevamo. Bambolina, e io ero "Pepè". Dopo qualche mese, io ancora non parlavo tedesco, ma tu parlavi francese così bene che potemmo recitare in teatro. Quella volta il regista fu Visconti. Ci diceva che ci assomigliavamo, che avevamo fra le sopracciglia la stessa "V" che si increspava per la collera, per la paura di vivere, per il terrore. Lui la chiamava la "V di Rembrandt", perché diceva che nel suo autoritratto questo artista si era raffigurato con la stessa "V". Adesso ti guardo dormire e la "V di Rembrandt" è scomparsa. Adesso non hai più paura. Non stai più in agguato, non sei più preda di cacciatori. La caccia è finita e tu finalmente riposi. Ti guardo ancora e ancora e ancora. Ti conosco bene, in ogni dettaglio. So chi sei e perché sei morta. La tua indole, come si dice. A loro, agli "altri", io rispondo che l'indole di Romy era la sua indole. Questo è tutto! Lasciatemi in pace. Tu facevi male agli altri perché eri te stessa, compatta e unica. Una ragazzina che divenne una stella molto velocemente, troppo. Da questo provenivamo da una parte i tuoi capricci, i tuoi impeti di collera e le tue bambinate, sempre legittime, certo, ma con conseguenze inimmaginabili. Dall'altra, la tua autorevolezza professionale. Si, una ragazzina che non sapeva bene con cosa stesse giocando, con chi, e perché. È in questa contraddizione, e attraverso questa breccia che fanno irruzione la paura e l'infelicità. Quando ci si chiama Romy Schneider e quando si è nel fiore della propria vita e si ha la tua sensibilità e il tuo temperamento. Come si può spiegare chi eri tu e chi siamo noi, i cosiddetti "attori", come si può far capire che noi, recitando, interpretando, essendo qualcun altro da quello che realmente siamo, impazziamo e ci perdiamo? Come si può far capire la difficoltà, il bisogno di possedere un carattere forte ed equilibrato per riuscire a rimanere in qualche modo in piedi? Ma come possiamo noi, trovare questo equilibrio in questo mondo. Noi, i giocolieri, i clown, i trapezisti da circo ai quali i riflettori indicano la strada dorata? Dicesti una volta "Non so cosa io debba fare nella mia vita, ma in un film sono in grado di fare tutto". Non possono comprendere che più un attore è grande e più diventa inadatto alla vita. Greta Garbo, Marylin, Rita Hayworth…..e tu…. e mentre tu riposi io urlo e piango, piango accanto a te, piango perché questo lavoro schifoso non è un lavoro per una donna. Ed io tutto questo lo so perché l'uomo che io sono è quello che meglio di ogni altro ti ha conosciuta, quello che meglio di ogni altro ti ha capita. Perché sono anch'io un attore. Eravamo della stessa razza, bambolina, parlavamo la stessa lingua. Non possono capirci loro, gli "altri". Gli attori si, gli altri no. È inspiegabile. E quando si è una donna come te, non possono comprendere che di questo ci si può anche morire. Io ti scrivo a casaccio, senza un ordine preciso. Bambolina mia, così aggressiva, così piena di ferite. Non sei mai riuscita a capire ne ad accettare il ruolo di personaggio pubblico che tu stessa avevi scelto e che amavi. Eri un personaggio pubblico e le grandi implicazioni di questo non le hai mai comprese. Tu hai rifiutato il ruolo e tutti i ruoli che questo lavoro porta con sé. Ti sei sentita assalita, trafitta, violentata nella tua sfera personale. E tu, tu l'hai sempre saputo che il destino ti prendeva con una mano quello che ti dava con l'altra. Abbiamo vissuto insieme più di 5 anni. Tu con me, io con te. Insieme. Poi la vita….quella nostra vita che in fondo non interessava a nessuno ci ha separati. Ma ci siamo chiamati, spesso, si proprio così, ci siamo dati dei segnali. Alla fine, ci fu il film "La piscina", ci siamo ritrovati con il fine di lavorare insieme. Venni a prenderti in Germania, conobbi David, tuo figlio. Da quel film in poi tu sei mia sorella, io tuo fratello. Fra di noi tutto era chiaro, schietto. Nessun'altra passione. La nostra amicizia risiedeva nel sangue, nella somiglianza e nelle parole. E dopo ci fu nella tua vita ancora infelicità e la paura. Bambolina mia, questo lavoro così doloroso! Ho vissuto con te oppure solo al tuo fianco? Fino alla morte di David c'era il lavoro a tenerti la testa fuori dall'acqua, poi David se ne è andato e il lavoro non ti è stato più sufficiente. Non mi ha stupito affatto la triste notizia che anche tu ci avevi lasciato. Di cosa avrei dovuto stupirmi? Del tuo non-suicidio, forse. Ma non del tuo cuore distrutto. Mi sono detto: "Eccola, la fine del tunnel!". Ti guardo mentre dormi. Tuo fratello Wolfie e Laurent entrano nella stanza. Parlo con Wolfie. I nostri ricordi vanno alla mia casa di campagna. Ai doberman che ti facevano così paura. A tante altre storie…. più di 20 anni fa, in Baviera, in un piccolo paesino. Wolfie aveva 14 anni, io 23 e tu 20. Ridemmo molto quando ci fu annunciata la visita del presidente francese del "Romy Schneider fan club". Vedemmo arrivare una ragazza giovane e slanciata, con un paio di occhiali, carina….. si chiamava Bernardette. Quando tornammo a Parigi la chiamammo. Divenne la nostra segretaria, per sei anni. Lei è ancora la mia segretaria! Ti guardo mentre dormi, solo ieri eri viva e hai detto a Laurent: "Vai a dormire, io vengo fra un po', resto ancora con David ad ascoltare musica!". Questo lo hai detto ogni sera. Prima di coricarti volevi rimanere da sola con il ricordo di tuo figlio. Ti sei messa a sedere. Hai preso carta e penna e hai disegnato, per Sarah… disegnavi per la tua piccola figlia, finché non hai avuto dolori al cuore e improvvisamente. Così bella. Bella, ricca, famosa. Di cos'altro avresti avuto bisogno? Di pace, e di un po' di felicità! Ti guardo mentre dormi. Sono di nuovo solo. Mi dico: tu mi hai amato. io ti ho amata. Io ho fatto di te una francese, una star francese. Si, è per questo che mi sento responsabile. E questa terra che tu hai amato per causa mia, è diventata anche la tua patria. La Francia. Wolfie ha deciso, e anche Laurent ne ha espresso il desiderio, che tu rimanga qui per sempre in suolo francese. A Boissy. Là, dove fra un paio di giorni verrai raggiunta da tuo figlio David. In un piccolo luogo dove hai appena ricevuto le chiavi per la tua casa. Là volevi vivere, vicino a Laurent, vicino a Sarah. Là dormirai per sempre. In Francia. Vicino a noi, vicino a me. Del tuo viaggio fino a Boissy me ne sono occupato io, così da alleggerire Laurent e la tua famiglia. Ma non sarò presente né in chiesa né alla tomba. Wolfie e Laurent mi capiscono. Ti prego di perdonarmi, tu sai che io non avrei potuto in nessun modo proteggerti da questa gente avida, da questa massa di libidinosi, da questo "spettacolo" di cui hai sempre avuto paura. Perdonami. Verrò il giorno successivo e staremo da soli. Bambolina, continuo a guardarti, a guardarti ancora. Con i miei sguardi voglio inghiottirti e dirti ancora che non sei mai stata così bella e così tranquilla. Riposa in pace. Io ci sono. Da te ho imparato un po' di tedesco. Le parole:" ich liebe dich".

La storia con Schneider terminò anche per l'arrivo di Nathalie, la donna che Delon sposerà nel 1964 e da cui avrà il primo figlio Anthony, nato lo stesso anno. La loro storia d'amore terminerà quattro anni dopo, con un divorzio. Pare che pochi mesi prima di sposarsi, Delon avesse avuto una relazione con l'attrice Marisa Mell che avrebbe lasciato poco prima di sposarsi. Il rapporto con l'ex moglie proseguirà anche dopo, i due, infatti, continueranno ad avere un legame forte.

Dal 1968 al 1983 Delon intrattiene una relazione con l'attrice Mirelle Darc che conosce durante le riprese di Addio Jeff. Fu Delon ad avere il classico colpo di fulmine e per lei lascerà Nathalie. La donna rivelò: "Non fece subito clic, non dissi ‘È l'uomo della mia vita'" ma presto le cose cambiarono. La rottura avvenne perché Delon voleva essere ancora padre, ma l'attrice non poteva avere figli. Quando nel 2017 l'attrice morì, l'attore la definì la donna della sua vita, benché durante questi 15 anni Delon ebbe altri flirt con Veronique Jannot, Sylvia Kristel, Sydne Rome e Dalila Di Lazzaro.

La storia con Rosalie van Breemen e la nascita di Anouchka e Alain-Fabien

L'incontro con la modella olandese Rosalie van Breemen avvenne nel 1987 sul set del video della canzone Comme au cinéma. Lei ha 21 anni, mentre lui ne ha 52 ma, nonostante ciò, i due si innamorano e hanno due figli: Anouchka che nasce nel 1990 e Alain-Fabien che nasce nel 1994. I due, però, si separano nel 2001.

L'ultima compagna, Hiromi

L'ultima compagna di Alain Delon è una donna giapponese, Hiromi, con cui ha cominciato la relazione a 85 anni. A rivelarlo è stato lui stesso in un'intervista a Paris Match, in cui presentò la donna giapponese: "La mia compagna giapponese Hiromi è stata molto presente al mio fianco durante tutta la mia convalescenza". L'attore ha avuto alcuni problemi di salute nel 2019: "Durante la mia convalescenza sono stato aiutato da una persona, la mia compagna giapponese, che si è presa cura di me per mesi". Una persona vicina all'attore ha detto che i due si sono conosciuti sul set diversi anni prima: "Per molto tempo, una semplice amicizia li ha uniti. Col tempo, i loro sentimenti si sono evoluti. Hiromi ha avuto un ruolo indiscutibile nella guarigione di Alain, ma anche nella sua nuova serenità". Qualche mese fa, però, i figli l'hanno allontanata, come ha denunciato lei stessa: "Mi vedevano come una minaccia" denunciò.

continua su: https://www.fanpage.it/spettacolo/personaggi/la-lettera-di-alain-delon-a-romy-schneider-lepilogo-della-loro-storia-damore/

https://www.fanpage.it/ps://www.fanpage.it/

Aggiungo che un uomo affascinante come Delon possa aver fatto perdere la testa a molte donne, così come l'ha persa lui per altre, Ma sono persuasa che un attore bravo come lui, colpiva non solo per la sua innegabile bellezza, per per il fascino e la bravura nella sua recitazione.

Un ricordo se lo merita. 

Danila Oppio

martedì, luglio 9

I MONTI AOSTANI, GIACOSA E L'AMICA ALESSANDRA GIUSTI con DANILA OPPIO

 


Alba nel cuore del Monte Rosa

Sto leggendo il libro che mi ha regalato Alessandra Giusti, NOVELLE E PAESI VALDOSTANI, scritto da GIUSEPPE GIACOSA, scrittore e poeta, ma Il suo nome nel mondo, tuttavia, è legato inscindibilmente alla collaborazione con Puccini e Illica per la stesura dei libretti delle opere: La Bohème (1896), Tosca (1899) e Madama Butterfly (1904), oltre alla stesura del libretto del primo grande successo pucciniano, Manon Lescaut (1893).

Ho gradito molto questi racconti che Giacosa ha dedicato all’amico Giovanni Camerana, con queste parole:

"Ti dedico queste novelle che mi incoraggiasti a raccogliere. Novelle senza intreccio, ma così voleva l’intento mio.  Nelle maggior parte di esse non invento, registro; di alcune potresti tu stesso attestare la verità. Ma se il lettore non ve la riconoscerà a nulla gioveranno le attestazioni mie e le tue. Non è dunque per chiamartene testimone, che metto il tuo nome sul libro; mi piace affermare qui la nostra vecchia amicizia, invocando il ricordo di quell’Alpe che tante volte ci ospitò insieme. 

Il tuo aff.mo

GIUSEPPE GIACOSA"


Scrivo ad Alessandra, che sto leggendo con grande interesse il libro che mi ha donato, e lei risponde:

Parlando di montagna, hai proprio messo il dito nella piaga. Quella che ora, per gli appassionati, è una vita scelta liberamente e la montagna un luogo di sogno, per la gente dei secoli scorsi la montagna era una nemica e un pericolo. Rendeva difficili gli spostamenti, faticosa l’agricoltura, dura l’esistenza. Non c’era né il tempo né l’idea di fare escursioni perché la povertà era tanta e le energie erano tutte concentrate sull’economia di sussistenza. Strade ce n’erano; ma erano sentieri impervi o piste che ora definiremmo trattorabili, che venivano percorse, quando il tempo lo permetteva, da carri trainati da muli. E non tutti avevano carri e muli, solo i più abbienti. C’era tanta povertà. Specie tra la zona valdostana più vicina al Piemonte, la zona di Gressoney e Pont Saint Martin, c’erano scambi economici: i valdostani portavano burro e formaggio e i biellesi davano loro la stoffa che già allora producevano. Si creò un legame che è rimasto in una bella tradizione: ogni quattro anni dal paese di Fontainemore, in Valle di Gressoney, parte una processione a piedi che dura tutta la notte e si conclude al Santuario di Oropa, a Biella.

Cara Dani, ti allego le foto promesse.

Alessandra Giusti


Mare di nubi viste ad alta quota


Cima del Castore, altezza Mt. 4.220

Ringrazio dal profondo del cuore Alessandra, per avermi fatto dono del bellissimo libro di novelle di Giacosa, e di avermi dato notizie precise in relazione dei racconti che sto leggendo e per le splendide foto che mi ha inviato della cordata di suo marito con gli amici che condividono la stessa passione per la montagna!

Danila Oppio

lunedì, ottobre 9

RITORNO AD OSLO - SECONDA PARTE di DANILA OPPIO

 Ecco la seconda parte del mio viaggio a Oslo della settimana scorsa.

Dopo aver visitato il Museo dedicato a Munch, ho girato, in compagnia di mio figlio, altri luoghi interessanti della città, che non avevo potuto vedere in precedenza, pur essendo stata in Norvegia più di una volta, e in particolare a Oslo.


Mappa del centro di Oslo da cui si nota il Munch Museum e l'Aker Brygge. 


Qui ho gustato un ottimo sushi


Qui ho abitato, vicino alla scuola elementare Fernanda Nissen skole e al kindergarten e passeggiato lungo l'Akerselva, il fiume che attraversa la città,  con mio figlio, un fiume che in alcuni punti forma delle cascatelle piuttosto violente.





Girando un altro giorno lungo i moli del porto di Oslo, ho potuto fotografare angoli incantevoli, alcune foto sono di mio figlio




IL PORTO DI OSLO DOVE ATTRACCANO MOTOSCAFI, VAPORETTI, E A VOLTE ANCHE NAVI DA CROCIERA


DA QUI SI VEDE L'OPERA HOUSE 


SEDUTA A QUEL CAFFE'...ad AKERBRYGGE AMMIRAVO IL PANORAMA





E QUI I VELIERI 




MENTRE IL VENTO MI PETTINAVA
ED IO ASPETTAVO...UN TRENO PER YUMA,
PARDON, PER ENTRARE AL MUSEO 



STRADA FACENDO, UN PO' STANCA MI SIEDO
ALL'OMBRA DI UN CAVALLO IMBIZZARRITO, SPERANDO
CHE NON MI SCALCI
STATUA TITOLATA "The Landing" 



FUORI DAL CAFFE'...UCCELLACCI E UCCELLINI E SI AMMIRA LA
FORZA DEL FIUME, CON LE SUE FORTI CORRENTI CHE PRODUCONO CASCATELLE


E PER UNA CENA FUORI, PASSIAMO DAVANTI ALL'HOTEL 
DOVE ERO STATA ANNI FA, IL VULKAN A Grünerløkka
Il quartiere alternativo di Oslo

GGrünerløkka è senza dubbio il quartiere più trendy di Oslo. È il luogo perfetto per fare shopping e acquistare articoli di seconda mano, oggetti d'antiquariato o capi vintage in piccole boutique. Inoltre, Grünerløkka è il miglior quartiere di Oslo per ascoltare della buona musica dal vivo, sia per strada o nelle numerose caffetterie o taverne del quartiere. Se desiderate scoprire la parte più tranquilla di Oslo, vi consigliamo di fare una passeggiata a Grünerløkka fiancheggiando le sponde del fiume Akerselva. Qui ci siamo fermati a cenare presso il Vulkanfish, dove ho assaggiato per la prima volta il  "poke bowl" (in italiano: "ciotole di poke"), ovvero delle insalate miste a base di pesce crudo marinato tagliato a pezzetti, riso, verdure, frutta, semi oleosi e condite con varie salse. I locali in cui si preparano e consumano le poke bowl vengono denominati "pokerie" o "poke shop". Speriamo che qualcuno non si confonda e invece di dire Pokerie pronuncino porcherie! per quanto mi riguarda, il poke è ottimo!





Davanti al Municipio di Oslo

Come ero partita da Malpensa


e come sono tornata da Oslo, all'aeroporto


su sedia a rotelle, non perché mi fossi rotta qualcosa, 
ma tornavo sola e l'unico modo era quello di viaggiare 
su questo mezzo di trasporto. Così il servizio
di assistenza mi avrebbe accompagnato fino all'imbarco.
Sono stata la prima ad entrare nell'aereo, accolta dalle
hostess e dal pilota.  Insomma
anche questo mi è accaduto, una nuova esperienza, 
forse una premonizione per quando diventerò 
invalida per davvero! Ma la gioia più grande è stata quella di godere
 della compagnia di mio figlio, di sua moglie e del piccolo Leon.
Danila


LUCA GOLDONI CI HA LASCIATI il 7 ottobre 2023 a 95 anni - editoriali di FRANCESCO MORONI e DANILA OPPIO



Luca Goldoni   a novant'anni con il figlio Alessandro


Ho letto tanti anni fa alcuni libri di Luca Goldoni, mi era sfuggito o non ricordavo di averlo già sfogliato in passato, così un paio di settimane fa presi dalla mia personale libreria VIAGGIO IN PROVINCIA, del lontano 1984 e mentre leggevo, pensavo che Goldoni doveva avere una bella età, se già non fosse morto e non ne fui informata. Controllai e appresi che era ancora in vita, anche se in pessime condizioni di salute. Gli augurai mentalmente di vivere ancora a lungo, perché aveva rallegrato la mia gioventù con i suoi spassosi racconti, carichi di umorismo. In un ricordo del figlio, che lo racconta qui sotto, e che ho evidenziato in grassetto, nel libro che ho citato c'è proprio il racconto del signore sardo e degli alberi da sughero e ne ho riportato il parziale racconto. Incredibile coincidenza!

E oggi apprendo la triste notizia...e penso che certe persone che hanno dato tanto, avrebbero diritto all’eternità, pur rimanendo eterni con le loro opere o artistiche o letterarie. Addio Luca, ti voglio ricordare con le parole del tuo collega giornalista Francesco Moroni. 
Danila Oppio

Da Il RESTO DEL CARLINO 
Luca Goldoni, una delle figure più emblematiche del giornalismo italiano, ci ha lasciato all’età di 95 anni il 7 ottobre 2023. Si è spento nel pomeriggio all’hospice di Casalecchio di Reno, dove era stato ricoverato a causa di un peggioramento delle sue condizioni di salute 
La luminosa carriera di Goldoni
Goldoni non è stato solo un giornalista, ma anche un prolifico scrittore. Durante la sua lunga carriera, ha lavorato come cronista di nera e inviato di guerra per prestigiose testate come il Corriere della Sera, QN, Il Resto del Carlino, il Giorno e la Nazione. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, spiccano il Libro d’oro, ottenuto per aver superato i tre milioni di copie vendute con i suoi lavori, e la Palma d’Oro al salone dell’umorismo per “Non ho parole”.
Ricordi indimenticabili
Nato a Parma nel 1928, Goldoni iniziò la sua carriera giornalistica per il quotidiano della sua città, la Gazzetta di Parma. Successivamente, si trasferì a Bologna per lavorare per Il Resto del Carlino. Una delle storie più memorabili della sua carriera riguarda la corrispondenza da Praga nel 1968, durante l’invasione dei carri armati sovietici. Goldoni, per eludere la censura sovietica, dettò la sua corrispondenza in dialetto parmigiano, un aneddoto che ha raccontato con orgoglio nel maggio 2021 Fra i suoi numerosi libri, alcuni dei più noti sono ‘Lei m’insegna’, ‘È gradito l’abito scuro’, ‘Italia al guinzaglio’, ‘Il sopravvissuto’ (premio Fenice Europa), ‘Il mare nell’anima’, ‘Cioè’, ‘Tranelli d’Italia’ e ‘Francesco Baracca’. Quest’ultimo, scritto in collaborazione con il figlio Alessandro, anch’esso giornalista, è dedicato all’aviere di Lugo. Luca Goldoni ha anche espresso una profonda ammirazione per Maria Luigia, duchessa di Parma e moglie di Napoleone, descrivendola come una donna avanti ai suoi tempi per l’epoca in cui viveva.
Morto a 95 anni, dopo una malattia che, seppure complicata da gestire, non gli aveva tolto l’umorismo e lo sguardo ironico sul mondo. Luca Goldoni ha vissuto molte vite: cronista di nera, inviato di guerra, osservatore di costume. Un giornalista vero, insomma. Di quelli forgiati da un mestiere che, per forza di cose, non esiste più.
Nato a Il Resto del Carlino, la sua firma si allarga nel tempo anche agli altri giornali del Gruppo, a periodici e testate nazionali. Ma è con i libri che la sua penna, mai scontata, trova il migliore respiro: celeberrimo il suo ’Sempre meglio che lavorare’, ma anche ’Dì che ti mando io’, ’Lei m’insegna’, ’Maria Luigia donna in carriera’ e molti, moltissimi altri.
Dalla storia agli animali, dalla politica al (mal)costume italiano. Ironico e corrosivo, mai inutilmente aggressivo e con un occhio particolarmente attento al territorio, agli avvenimenti appena passati come in ’Viaggio in provincia’, ’Bologna Kaputt’ (con Aldo Ferrari e Gianni Leoni) o ’Mettevamo il prete a letto’ (con Enzo Sermasi). La curiosità è stata la sua chiave, che gli ha permesso di scrivere di tutto, dallo sport ai jeans, con vera partecipazione
"Fino all’ultimo non ha perso il proprio umorismo. Quella serenità, unita a grande dignità, che lo contraddistingueva. Da un paio d’anni era sottoposto, non senza fatica, al trattamento di dialisi che riceveva a casa, mentre gli ultimi giorni li ha passati in hospice. Faceva fatica a parlare, chiaramente, eppure continuava ad arrabbiarsi con il suo solito piglio quando non trovava un termine o faceva fatica a pronunciarlo... E io rispondevo: ’Non preoccuparti papà. Le tue parole sono tutte qui, nei libri".
È un ricordo emozionato, sentito, commosso quello di Alessandro. Luca Goldoni per lui non era soltanto "un padre", ma "un amico, un collega". La persona che gli ha trasmesso ogni passione: la scrittura, in primis. Insieme hanno lavorato a più di un libro. Ma anche la lettura. E poi il mare, ovviamente. Il dolore della perdita è ancora permeante, ma Alessandro Goldoni si fa forza, raccoglie i pensieri e li mette in fila per ricordare il papà, morto ieri a 95 anni, con l’amore e l’ammirazione di un figlio, l’affetto di un amico e il rispetto di un collega. Perché, sottolinea, crede se ne sia andato davvero "uno degli ultimi tra i grandi del giornalismo".
Come sono stati questi ultimi, sofferti giorni?
"Lui ha sempre accettato tutte le cure con grande dignità. Siamo rimasti uno accanto all’altro praticamente fino all’ultimo, perché mia madre se n’è andata qualche anno fa ed eravamo io e lui. Ha continuato a prendere tutti i farmaci utili per alleviare le proprie sofferenze: era molto debilitato. Ma c’è una cosa che ha colpito tutti...".
Quale?
"Non ha abbandonato mai la sua ironia. Scherzava, faceva battute. Abbiamo passato un periodo a guardare tutti gli avvenimenti sportivi possibili, dal tennis fino alle partite di calcio. Lui ripeteva come gli avessero stufato tutti questi talk show televisivi... Diceva: ‘Sono sempre le stesse menate’ (ride, n.d.r.)".
Lo ha definito "padre, amico e collega".
"Ho imparato molto da lui. Ho imparato tutto. E, anche adesso, avevamo scambi continui. Era un rapporto bilaterale. Mi diceva: ‘Devi trovare una battuta calzante, puoi scrivere meglio di così’. E io ammiravo questo suo essere pignolo, questa sua ricerca ossessiva della parola giusta al posto giusto".
Quando si è avvicinato alla professione di suo padre?
"Ho sempre seguito i suoi consigli, fin da giovane, e ovviamente sono rimasto affascinato dal suo modo di scrivere. Poi è stato lui, con il tempo, che ha cominciato a chiedere consiglio a me. Ci scambiavamo idee, parole, impressioni. Sono contento di essere rimasto sempre accanto a lui, che rispondeva: ‘Sono felice che sei qui con me’...".
"Uno degli ultimi grandi giornalisti", diceva...
"Ma non lo dico perché parliamo di mio padre. Credo sia riuscito a inventare uno stile che, prima di lui, non esisteva: un modo di raccontare l’Italia, e di calarsi nei panni dell’italiano medio, unico e irripetibile. Con le sue parole riusciva a coinvolgere completamente il lettore, a fargli provare le stesse cose".
Grande empatia?
"Sì, sicuramente. Sono proprio i suoi lettori che continuano a ricordare a tutti cosa fosse la penna di Luca Goldoni...".
L’affetto verso chi ha raccontato la storia intera di un Paese non se n’è mai andato?
"Esattamente. Il suo pubblico ha sempre trasmesso grande affetto e devozione. Molti lettori hanno continuato a scrivere lunghissime lettere: volevano sapere cosa pensasse lui di certi avvenimenti, volevano continuare a leggere le sue parole. Poi c’è anche una pagina Facebook che, da tempo, complice la malattia, non riusciva più a seguire: penso di poter trovare qualcosa come migliaia e migliaia di commenti di seguaci e appassionati che, anche solo per uno scambio veloce, ci tenevano a fargli sapere il proprio pensiero. A scrivergli".
Una vita piena.
"Una persona che non ha mai smesso di viaggiare, che aveva visto il mondo intero, eppure non si è mai montata la testa. Era molto curioso".
Di più. Era davvero curioso! Mi ricordo quando una volta, in Sardegna, si fermò a parlare con un uomo incontrato per strada...".
Cosa successe?
"Aveva notato questo signore impegnato a tagliare il sughero. Si presentarono, si fermarono a parlare per parecchio tempo. Fu in quell’occasione che creò una definizione divertentissima, sottolineando come gli alberi sembravano indossare dei ‘calzoni corti’. Beh, mio padre e questa persona sono rimasti in contatto per tutta la vita e sono diventati grandi amici. Perché lui era così... Era dotato di un’umanità fuori dal comune.  
In quel libro che ho citato all'inizio, c'è proprio il capitolo "Chi conosce la Sardegna?" Cito il ricordo del viaggio fatto in Gallura: " E siccome né io né mio figlio siamo troppo ferrati in botanica, lui sosteneva che quelli erano lecci e io farneticavo di ulivi, finché incontrammo una casa con un uomo che trafficava sotto un trattore. Allora scesi e gli domandai che diavolo di piante erano....per la prima volta mi trovai di fronte all'albero del sughero, poco mancava credessi che i tappi spuntassero da terra (ma benedico le mie lacune, che noia sarebbe la vita se non ci  fosse ogni tanto qualche stupore infantile). ...Gavino non avrebbe mai smesso di spiegarci: gli alberi erano scorticati fino a metà (e con quella pelle nuda sembravano in braghe corte) perché sennò morirebbero, mentre così in nove anni si riforma la scorza...
Incrocio un’auto ferma in mezzo alla strada che lampeggia per poter svoltare. Mendica una gentilezza e io freno per favorire la manovra. Un ragazzetto in scooter sopraggiunge, mi affianca e mi grida "sveglia nonno!". Mi ha dato del vecchio bollito ma senza rabbia. Solo perché non concepisce che si possa rinunciare a un diritto. Diventeranno grandi anche loro, ma per adesso mi fanno sentire un sopravvissuto.
Come si sa l’uomo è il più infelice fra gli esseri viventi, perché ha coscienza anche della morte. Lo sa pure da giovane, ma non collega l’evento alla sua sorte personale. O meglio, ripete che tutti siamo destinati a morire, ma lo pensa in astratto: un modo di dire, tipo si vive una volta sola, la vita è fatta a scale ecc. È invecchiando che il nostro si scopre all’improvviso “zavorra” per i bilanci dello Stato, “soggetto a rischio” per gli agenti delle assicurazioni che lo valutano brutalmente come un’auto usata: quanti chilometri? che aspettativa di vita? E allora si sorprende ad amare svisceratamente il suo scampolo di esistenza.
In pubblico proclama che non ha paura di morire, ma quando si sveglia di notte avverte sensazioni inquietanti. I battiti del cuore rimbombano nel silenzio, quel ritmo così familiare, quand’è percepito nel polso, diventa angoscioso nelle immagini di un’ecografia che ora rivede nel buio: una forma che pulsa febbrile, quasi con affanno, e il microfono amplifica come una risacca il ritmato fluire del sangue: sessanta convulse contrazioni al minuto. Un impressionante spiraglio nel mistero della biologia. Chi ha progettato questo straordinario meccanismo che regola la vita? Nelle tenebre si accendono pallidi barlumi del Grande Enigma: le comunissime microonde del nostro forno o gli ultravioletti della lampada abbronzante sono le stesse misteriose forze che governano l’universo. Mi affascina il rapporto con Dio nell’allegoria immaginata da Albert Einstein. Un ragazzo si trova in un’immensa biblioteca tappezzata da libri scritti in molte lingue. Ha il sospetto che questa moltitudine di volumi siano disposti in un ordine logico, ma lui non sa quale. Con queste immagini – conclude Einstein – avverto la presenza di un potere superiore che si cela però nell’incomprensibile universo. Mi piacerebbe scoprire come la pensano su questo tema il mio giornalaio, il benzinaio, la postina. Ma come si fa ad aggredirli, hai paura di morire, esiste l’aldilà, hai un’idea di infinito? Una volta ho aggirato l’ostacolo con un mini-sondaggio sulla profezia dei Maya. Tutti ammettono che non sarebbe poi così assurdo: un’umanità come la nostra merita solo di sparire. E finire con tutto il mondo è meno triste che morire per conto proprio, non si vedono i parenti attorno al letto, non si ascolta oltre la finestra la vita che continua. Lo scenario più sofisticato di fine del mondo, me lo descrisse un liceale: "La luce si attenua lentamente come al cinema. Il cielo si illumina come lo schermo e si apre, rivelando cosa c’è ‘dietro’: e affiorano le immagini che ti facevano sorridere incredulo: il Signore con la barba, gli angeli con le trombe e tu stai volando come i violinisti di Chagall. Allora pensi: è un sogno, devo svegliarmi. E invece non ti svegli più". (Un finale da Oscar, non immaginavo per la fine del creato tanta creatività).
Ma adesso devo concludere e non posso esimermi da qualche confessione: quasi una TAC del mio ego. Il mio lavoro interferisce con la famiglia? Sì, ed è alienazione totale. Per esempio, mia moglie mi sta sottoponendo un problema di casa e io mi distraggo perché le sue parole mi suggeriscono la chiusa di un articolo. Sono sicuro di me? Da giovane no e adesso nemmeno: a costo di ricalcare un noto aforisma rispondo che se ho un po’ di sicurezza deriva dal sapermi insicuro, cioè insoddisfatto. Anche di questa risposta. Un'auto-definizione? Sono un egoista che soffre delle sofferenze che procura. Forse sono un ego-altruista. La mia gioventù in sintesi? Bombe, morte, fame, freddo. Però immense emozioni: la pace, le prime notti a luce accesa ballando il Boogie, la libertà, cioè andare in piazza a gridare "io sono contro". E una grande serenità dovuta al fatto che non esistevano smart, video, web, ovvero gli elementi che oggi trasformano tanti bulli in feroci criminali. Rimorsi? Sì: mi sono lasciato troppo consumare e assorbire dal mio lavoro: quando incontro degli amici – affermati professionisti, che si ritagliano il tempo per smestolare nelle mense dei barboni, guidare ambulanze, portare coperte ai clochard avvolti nei cartoni, regalare una passeggiata a qualcuno con il bastone bianco – mi sento in imbarazzo, come se avessi esaurito la mia solidarietà con qualche chiamata a Telethon. Peccato: riparerò nei miei secondi 90 anni.

Dei suoi secondi 90 anni ne ha vissuti altri cinque, e ritengo che sia stata una lunga vita ben spesa! Sono sempre stata una sua accanita lettrice, apprezzando il suo stile di scrittura, ma non ho mai osato trasmettergli il mio sentire. Lo faccio qui e ora, e se lui non mi può leggere, lo faranno i suoi estimatori.
Danila