POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, giugno 28

DOMANDE DI SABBIA DAL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



Domande di sabbia dal Sahel

Com’è potuto accadere che abbiamo smesso di contestare la violenza del capitalismo di sorveglianza? Dove sono passati gli intellettuali che non perdonavano proprio nulla al potere costituito? Che fine hanno fatti i profeti che avrebbero dovuto gridare quanto restava della notte? Chi sa ancora gustare l’amaro sapore dei segni premonitori dell’aurora? Perché i poveri si lasciano ingannare dai ricchi che promettono la loro liberazione ad ogni elezione? Perché permettere vengano confiscate le priorità della vita, il senso della storia e l’urgenza della rivoluzione? Cosa è successo perché ogni cosa si trasformasse in merce, la società in un mercato e i cittadini in consumatori consumati ? Come le religioni hanno potuto imprigionare Dio e farne uno strumento di conservazione del disordine che da sempre regge il mondo? Perché abbiamo lasciato spegnere la rivolta morale e spirituale e prendere le armi come unica e perdente strategia di cambiamento? Perché è diventato così difficile vivere da uomini e donne su questa terra? Quali scoperte ci aspetteranno e qual nuovi paesaggi andremo ad abitare un giorno? Che abbiamo fatto del nostro tempo?

Com’è potuto accadere che questa notte saranno concepite altre creature di sabbia e che per alcuni non si troverà nessun padre? Dove sono passati i politici che mettevano il popolo dei poveri come ragione d’essere della politica?  Che fine hanno fatto le lettere d’amore scritte a mano e mai spedite per il timore del rifiuto? Chi ha ancora il coraggio di guardare le stelle e piangere di bellezza tradita poco dopo? Perché c'è chi può studiare, viaggiare, curarsi e per la maggior parte non rimane altro che sognare un mondo differente? Cosa è successo in questi anni perché accettassimo di vivere come servi e ringraziare il cuoco di bordo per comunicare il menù? Come abbiamo potuto permettere che ci rubassero le domande più preziose per confonderle con la lista della spesa? Perché non abbiamo più il coraggio di opporci ai signori del mondo e ci accontentiamo di esserne i notai a contratto indeterminato? Perché abbiamo preferito il pane della menzogna e abbiamo venduto la dignità a chi ci prometteva sicurezza? Quali mari e quali fiumi dovremo  traversare per ritrovare la libertà perduta? Che abbiamo fatto della stolta saggezza della morte? 

Com’è potuto accadere che abbiamo accettato di abitare per anni in una gabbia per la paura di vivere? Dove sono passati i sindacalisti che sapevano a memoria il valore del lavoro e che per i compagni tornavano tardi a casa? Che fine hanno fatto gli amici di un tempo che avevano promesso di non tradire mai la causa dei senza voce? Chi sa ancora percorrere sentieri non battuti e rischiare di perdersi per ritrovarsi diverso? Perché ci sono i poveri e perché ci sono i ricchi e i potenti? Cosa è successo perché trasformassimo la sete di giustizia in un’agenzia umanitaria in attesa di finanziatori? Come abbiamo potuto accettare che ci portassero via le parole più autentiche del quotidiano per coniare ingannevoli notizie di agenzia? Perché non abbiamo più una politica dove i più fragili e vulnerabili siano al cuore del cambiamento del mondo? Perché è diventato più comodo trasformare le frontiere in una guerra permanente contro gli unici liberi che l’umana civiltà abbia prodotto?  Quali poesie e utopie dovranno fallire prima di aprire nuovi orizzonti di senso per tutti? Che abbiamo fatto dei bambini che avrebbero potuto nascere da una ferita di donna?

Com’è potuto accadere che si sia smarrita la capacità di stupirci dinnanzi al mistero di un vagito? Dove sono passati i santi che come i poeti e navigatori imboccavano la stoltezza dell’umana avventura? Che fine hanno fatti gli alberi dietro casa? Chi sa ancora contare la sabbia del mare, il germoglio di un amore e la direzione del vento? Cosa è successo perché si installasse senza colpo ferire una dittatura sanitaria nel pianeta? Come abbiamo potuto accettare che i richiedenti asilo e i rifugiati non trovassero una terra e un tetto per abitare il loro futuro mutilato? Perché non crediamo più nel tesoro nascosto dentro i corpi delle donne e degli uomini del nostro tempo?  Perché ci è diventato così difficile credere nella bontà delle cose e delle persone? Quali storie dovremo imparare a raccontare ai nostri figli perché la sapiente bellezza delle stagioni ritorni a fiorire? Che abbiamo fatto del silenzio?

Mauro Armanino, Niamey, 27 giugno 2021



sabato, giugno 26

UN NUOVO INIZIO PER SAVONA NEL CUORE DELL'AFRICA di RENATA RUSCA ZARGAR

Un nuovo inizio per Savona nel cuore dell’Africa

Il Covid ha lasciato, solo qui in Italia, decine e decine di migliaia di morti, ha distrutto le attività economiche aumentando le sofferenze di chi non era ricco, spesso rubandone il lavoro. Ha impedito, inoltre, tutte o in parte, le attività di molte Associazioni di volontariato. 


A Savona, fin dal 2005, era stato formalizzato un gruppo di persone che già operavano nel volontariato, diventando Savona nel cuore dell'Africa (ASCA, SAVONA NEL CUORE DELL´ AFRICA | Chi Siamo (savonanelcuoredellafrica.org). 

Questa importante Associazione locale, aperta, però, a chiunque e ovunque voglia collaborare, si occupa di Progetti sociali, Progetti Formativi, Progetti Sanitari. 

Nell'ultimo periodo, causa Covid, non era stato possibile, appunto, raccogliere fondi tramite iniziative pubbliche (cene, concerti, spettacoli) ma ora, finalmente, ha potuto riprendere le attività, anche se timidamente, con tutte le restrizioni del caso. 

Infatti, sabato 19 e domenica 20, si è tenuto lo spettacolo di canzoni e teatro dei Zêna Singers nel chiostro della chiesa di San Pietro Savona. Le canzoni di Bindi, Paoli, Tenco, De André e altri importanti cantautori si sono alternate a simpatiche scenette recitate dagli attori del gruppo, sotto la luce della Luna che ha reso davvero magica la scena (altre notizie dei Zêna Singers si trovano sulla loro pagina Facebook,  Zêna Singers | Facebook). 


Lunedì, poi, c'è stato l'incontro con Padre Federico, tornato in Italia per pochi giorni per organizzare gli aiuti e salutare i parenti. Infatti, Padre Federico vive nella missione carmelitana di Bangui da dove invia il notiziario di quello che si fa laggiù (da BANGUI, Progetto Borse di Studio (senzafine.info);  anche con il supporto di Savona nel cuore dell'Africa. In Repubblica Centrafricana, il Covid è stato meno crudele che da noi, sia perché gli anziani sono davvero pochi sia perché a eliminare le persone ci pensa già la malaria (400000 morti ogni anno, migliaia di vittime per il morbillo e la tubercolosi) e molte altre difficoltà che noi, per nostra fortuna, non conosciamo. Parlando della Scuola di agricoltura (SPEZZERANNO LE LORO SPADE E NE FARANNO ARATRI, notiziario dal Carmel di Bangui (senzafine.info), Padre Federico ha detto che è alla ricerca di un agronomo che parli francese. Chissà che qualcuno non abbia voglia, invece che di andare in Africa a rubare risorse, come facciamo di solito, di andare a insegnare per migliorarne le coltivazioni e dare la possibilità di vivere dignitosamente a esseri umani come noi ma assoggettati e sfruttati da molti secoli. 


Martedì sera, infine, si è tenuta l'assemblea generale dell'Associazione, sempre in ottemperanza alle norme anti-covid (anche se, purtroppo, in quest'ultima occasione, mancava la luna a curiosare nelle piccole vicende umane). 

Prima di qualunque intervento, la Presidente Erika Luzzo ha rimarcato un'informazione che io ritengo di fondamentale importanza: chi va in missione in Africa, magari per organizzare un ospedale, insegnare a medici e infermieri o formare insegnanti, va a sue spese. Questo significa che qualsiasi donazione si faccia all'Associazione è destinata veramente e direttamente ai progetti che l'Associazione conduce. 

Patrizia Cattaneo, responsabile dei Progetti sociali e scuola, ha parlato di quello che si è potuto fare nell'ultimo anno. Oltre a preparare insegnanti, formatori, educatori sportivi in Africa, il gruppo scuola offre, infatti, interventi nelle nostre classi per sensibilizzare gli alunni. Poco prima della chiusura per Covid, era stato compiuto un intervento in presenza presso la Scuola elementare del Santuario. Forse, qualcuno penserà che sia troppo presto per comprendere. Invece, secondo me, è esattamente il contrario: le impressioni e le emozioni che non dimenticheremo mai sono quelle di quando siamo piccoli, quelle che ci guidano su una strada piuttosto che in un'altra. L'albero inizia dalle radici, non dalle foglie. 

Tra l'altro, in questa società debosciata, il cui unico obiettivo è l'aperitivo o andare a spasso con il cane, quando si è diventati più grandi, per far cambiare idea e, magari, suggerire qualche valore umano che vada al di là del puro divertimento, necessita un intervento continuativo di anni che solo gli insegnanti delle classi possono fare. 

Comunque, tramite piattaforma virtuale, si è tenuta un'interessante videoconferenza per le scuole medie di Legino (Savona) a cui ha partecipato anche Bolivie dall'Africa, ripetuta poi, con gli alunni delle Superiori dell'Istituto Tecnico Mazzini di Savona. Bolivie ha trattato anche del Progetto di energia solare in Camerun perché le famiglie possano, finalmente, avere l'elettricità (DAL CAMEROUN A SAVONA E DA SAVONA AL CAMEROUN (videoconferenza di Bolivie Wakam: tutte le scuole che lo desiderino possono richiedere gratuitamente la videoconferenza) (senzafine.info). 

Io credo che in questo periodo si sia scoperto che, virtualmente, si possano raggiungere più classi insieme ed eventualmente anche lontane dai relatori. Un'opportunità da non lasciar cadere neppure in futuro. 


Per quanto riguarda i Progetti Sanitari, si è parlato del miglioramento delle condizioni dell'ospedale di Douala in Camerun, della formazione del personale, dell'ammodernamento della sala operatoria con la fornitura di apparecchiature e materiali diagnostici. In Africa, la gravidanza e il parto, specie nei villaggi, sono ancora un problema: spesso le donne partoriscono per terra, fuori della loro capanna. Per questo, bisogna cambiarne le condizioni e sostenere anche i bambini che molto spesso sono malnutriti. 

In ultimo, lo scrittore Domenico Mecca, che è medico e ha lavorato in Uganda, ha presentato il suo libro "Cronaca e sangue La nuova inchiesta del giornalista Vito Stecca" i cui proventi andranno direttamente all'Associazione. Si tratta di un intrigo tutto nostro: il favoreggiamento della prostituzione e pedofilia che colpisce ambienti ecclesiastici e politici e l'uso illegale di fondi pubblici per la gestione dei migranti. Insomma, un testo da non perdere sia per l'interesse intrinseco che per l'opportunità di aiutare l'Associazione (Cronaca e Sangue: La nuova inchiesta del giornalista Vito Stecca eBook: Mecca, Domenico: Amazon.it: Kindle Store). 

L'ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU:

https://www.controluce.it/notizie/un-nuovo-inizio-per-savona-nel-cuore-dellafrica/ 


Renata Rusca Zargar

Articolo su SENZA FINE a questo link: 

https://www.senzafine.info/2021/06/un-nuovo-inizio-per-savona-nel-cuore.html?m=1

giovedì, giugno 24

LA GIUSTA CONCLUSIONE di RENATA RUSCA ZARGAR

 


LA GIUSTA CONCLUSIONE

Leusi si affaccia dalla porta della sua modesta dimora. Con un braccio si appoggia allo stipite: osserva il susseguirsi dei campi e dei boschi e il saliscendi delle colline che chiudono l’estremo orizzonte. Niente mare, né navi, né clamori all’intorno, solo l’ovattata pace della campagna. Sta per piovere, gonfi nuvoloni scuri si addensano nel cielo grigio. Tra poco lui tornerà a casa dai campi così come i loro tre figli che giocano poco lontano con gli altri bambini del villaggio. Essi non andranno mai in battaglia, mai getteranno la vita nell’Ade per combattere altri esseri umani. 
Leusi si massaggia la schiena dolorante: il suo corpo inaridito le pesa, non è più la ragazza della giovinezza svelta e radiosa. Anche il suo viso sta sfiorendo: l’inarrestabile moto della vita consuma il suo tempo. 


Leusi era uscita dalla porta per andare a raccogliere delle erbe. Non aveva detto nulla a nessuno, altrimenti la mamma non glielo avrebbe permesso. Ma quelle erbe facevano comodo per la cena, ora che gli Achei avevano assediato Troia da tanto tempo e non se ne andavano mai; le loro navi erano fermamente ormeggiate di fronte alla città. 
Erano crudeli gli Achei, molti valorosi guerrieri troiani erano caduti sotto i loro colpi e tutta la città, le donne, i bambini, i vecchi, soffrivano la fame. 
Ma i terribili Achei, per fortuna, non sapevano che quella porta sul retro ogni tanto veniva aperta per ricevere del cibo dalla zona circostante. Ed ella, qualche volta, ne approfittava. 
Etrobio, il soldato che stava a guardia, era suo amico, e quando lei glielo chiedeva, la lasciava passare perché potesse andare a raccogliere qualche verdura e frutta nei campi nascosti ai vigili occhi dei Greci. 
Leusi era parente di Paride, il principe che aveva rapito la bella Elena, in quanto la sorella di Priamo era sua nonna da parte di madre. 
Qualche volta, si soffermava a pensare a quell’amore così grande di lui per la moglie di un altro che li aveva condotti tutti a una guerra senza fine. Come si poteva amare tanto? 
Leusi non lo capiva, ancora non aveva provato nessun vero sentimento per uno qualsiasi dei giovani della tribù, anche se sapeva che, finita la guerra, sarebbe andata sposa a uno di loro. Ma quella guerra sembrava eterna e tutto ristagnava: solo c’era tempo, purtroppo, per le sepolture.
Leusi canticchiava mentre si inoltrava nella campagna, non c’era molto da prendere, a dire il vero, nessuno aveva piantato più nulla, per cui non si trovava se non qualche erba spontanea, qualche frutto. 
Il sole era forte e metteva allegria, e così pure la sua gioventù, così che ella aveva continuato a camminare fino ad arrivare a un boschetto. Là si era seduta sotto un albero a riposare. E si era addormentata.
Un rumore di foglie smosse l’aveva svegliata e subito aveva scorto il bagliore di un’armatura: era un greco e la stava osservando! Non portava elmo e i suoi capelli neri brillavano tra lame di sole che occhieggiavano dalle foglie della fitta vegetazione. 
Leusi non aveva più sangue nelle vene. Era impietrita. Sapeva bene il destino di una donna catturata dal nemico: era condotta schiava all’accampamento nemico e, nella migliore delle ipotesi, concubina di qualche guerriero, se piacente, altrimenti domestica o peggio! 
Il guerriero nemico rimaneva anch’egli immobile ed ella, ritrovato un minimo di coraggio, si era alzata ed era fuggita via correndo. 
Egli non le aveva sbarrato il passo, né l’aveva rincorsa.
Velocissima, nonostante le gambe tremanti, Leusi era giunta alla porta, aveva bussato, era entrata in fretta, né aveva risposto alle domande di Etrobio che le chiedeva come mai non avesse nulla tra le braccia.
Per tutta la notte, Leusi non aveva chiuso occhio: l’immagine di lui le tornava davanti, spaventosa e terrificante. 
Ma egli - le sembrava di ricordare - non aveva poi un’espressione così feroce, appariva stupito… 
 E, inoltre, perché non l’aveva fermata? Perché non l’aveva condotta, schiava, al suo accampamento?
I dubbi le avevano tormentato le lunghe ore del buio e anche il mattino seguente. 
Il pomeriggio, era salita sulle mura e aveva puntato lo sguardo verso quel bosco lontano dove l’aveva incontrato. Naturalmente, non si vedeva nulla, se non la piatta tranquillità della campagna.
Quel giorno, Leusi non aveva avuto il coraggio di uscire ancora dalle mura, ma non era stata capace di far nulla se non pensare a lui e chiedersi perché aveva rifiutato di prendere schiava una donna giovane, magari anche solo per chiedere un riscatto.
La notte seguente era stata ancora più lunga della precedente: appena si addormentava, sognava di lui, il suo scudo, la sua corazza, ma soprattutto il suo viso, ed egli la chiamava! 
Un qualche Dio voleva, forse, farle perdere la ragione? Come era possibile che lui la chiamasse? Poi richiudeva gli occhi e quell’immagine era ancora là, davanti a lei e la chiamava…
La mattina si era recata al tempio a pregare. –Oh, Afrodite, stammi vicina. Allontanami dai pericoli! – 
Eppure, il tormento continuava. 
Dopo tanta indecisione, infine, nel pomeriggio del giorno appresso, si era presentata alla porta di Etrobio. –Aprimi, fammi uscire, andrò a raccogliere della frutta. - gli aveva detto.
- Ma l’ultima volta sei tornata senza nulla e mi sembravi molto affannata. Ti è successo qualcosa? 
- Sì, mentre mi trovavo nel bosco, ho visto un serpente, era lunghissimo, ho avuto paura e sono scappata. Ma oggi farò più attenzione. 
- Sii cauta, ci potrebbero essere degli Achei in giro, anche se non vengono da questo lato delle mura perché i nostri soldati glielo impediscono. Essi sono molto più infidi e pericolosi dei serpenti!
- Farò molta attenzione, te lo prometto. 
Lentamente, Leusi si era avviata verso il bosco: il cuore le batteva nel petto all’impazzata, le mani le tremavano ed erano ghiacce, ma non poteva fare diversamente. 
Una forza che non aveva mai conosciuto prima la spingeva verso… 
Forse, verso la sua fine, pensava. 
Il Fato aveva dunque stabilito per lei una vita da schiava presso l’odiato nemico! 
I suoi passi, intanto, seppure timidi e circospetti, si erano fatti più veloci. 
Vivere o morire, dolore o gioia, l’eterno dualismo delle situazioni che doveva essere, per la prima volta, indagato dalla sua mente e dal suo corpo.
Ecco, i primi alberi, ecco il sentiero che aveva seguito due giorni prima, ecco lo spiazzo erboso dove si era seduta e addormentata. 
Il silenzio avvolgeva l’ora calda del meriggio, solo gli uccelli si divertivano a saltare da un ramo all’altro cinguettando e non c’era anima viva. 
D’altra parte, cosa avrebbe voluto? Incontrare un nemico, magari un uccisore di qualche suo fratello o parente o amico? Credeva poi che lui sarebbe restato là due giorni ad attenderla? 
Eppure, come una stanca tristezza le era scesa sull’animo. Aveva sperato. E ancora si era seduta, appoggiando il capo sulle ginocchia e rinchiudendolo tra le braccia. Il viso di lui le tornava sempre davanti agli occhi. Perché questo scherzo degli Dei? Perché volevano tormentarla facendola pensare a un assassino dei suoi concittadini?
Era stato appena un fruscio, non più del brusio di un fragile vento tra le foglie; Leusi aveva alzato il capo ed egli era lì, davanti a lei. Non aveva scudo, né corazza, né armi: una semplice tunica lo ricopriva e i suoi capelli neri rilucevano ancora. 
La guardava, immobile, ed ella anche rimaneva là, ferma, senza parlare, con il volto in fiamme, la paura a tormentarle le vene, incapace di fuggire di nuovo. 
Poi, egli le aveva offerto dei frutti. Ella li aveva presi ed era andata via, in silenzio. 
Dunque, egli aveva capito cosa ella facesse nel bosco: la volta precedente, spaventata, ella aveva lasciato là ciò che aveva raccolto prima di incontrarlo. Era tornata in città senza nulla e, se fosse successo di nuovo, qualcuno avrebbe potuto sospettare qualcosa d’insolito.
Anche questa volta, egli non l’aveva fermata né seguita.
Leusi era volata verso casa, la gioia l’invadeva tutta, anche se non ne capiva completamente il motivo. 
O, forse, sì: egli era venuto là per lei! 
Ma erano nemici, che significato poteva esserci? E se fosse stato tutto un tranello? 
Se ci fosse stato dietro quel comportamento qualche progetto, magari, attraverso di lei, poter entrare da quella porta in città e chissà cos’altro?
Di nuovo la notte era stata tormentata: un po’ si addormentava felicemente con l’immagine di lui davanti, un po’ si svegliava preda di un terrore irrefrenabile. 
Ma gli occhi di lui non potevano essere cattivi, non le volevano male, lo capiva benissimo! 
Così, il pomeriggio seguente era tornata nel bosco. 
Questa volta, era lui a essere seduto sullo spiazzo erboso, in attesa, con un cesto di frutti e verdure accanto a sé. Vedendola, si era alzato. Lei era rimasta in piedi, davanti a lui, i loro occhi si cercavano, timidamente ma avidamente. Solo così lei poteva sapere di lui, delle sue intenzioni, dei suoi pensieri. E non ne aveva paura.
Poi lui le aveva teso una mano e lei vi aveva messo la sua. Insieme, avevano imboccato un sentiero che si inoltrava ancora di più nel bosco.
-Non avere paura di me, - le aveva detto subito lui –lo so, sono un nemico per te, ma non ho intenzione di farti del male. Quando ti ho vista la prima volta, nel bosco, addormentata, mi sei sembrata una Dea. Eri così bella! Poi tu sei fuggita, ma io ho sperato che saresti tornata, ho creduto che avessi letto nei miei occhi le mie sensazioni. Il giorno dopo, tu non sei venuta, ed è stato assai triste per me. Non avrei mai potuto ritrovarti, in una città nemica, senza neppure sapere il tuo nome. Ho aspettato fino a che non è scesa la notte, poi ho dovuto rientrare al mio campo. Ma non ho perso la speranza e sono tornato qui, e tu c’eri. Allora avevi capito, ho pensato, allora il Fato non è poi così crudele con me! Ma ora dimmi, per favore, come ti chiami?
- Leusi.
- Io sono Archifeo, sono venuto qui con mio padre che è un amico di Achille. Ero solo un bambino, dieci anni fa. Imparerai la guerra, mi hanno detto. Intanto, sono cresciuto, adesso sono un uomo, ma non ho ancora combattuto, se non insieme a molti altri, in gruppo. Per fortuna, non mi ritengono ancora pronto per un duello. O, forse, mio padre lascia passare il tempo perché ha paura di perdermi, sono il suo unico figlio maschio.
- Non hai ancora ucciso nessuno?
- No, e non ho intenzione di farlo. La guerra non mi piace e me ne tengo un po’ lontano. Ogni giorno dico che vado in perlustrazione, che mi alleno per il combattimento, e vengo da queste parti a passeggiare. Per ora, non si sono resi conto che sto evitando gli scontri.
- E quando se ne accorgeranno?
- Mi manderanno in prima linea oppure mi bolleranno come vile traditore.
- E come farai?
- Davvero, non so, non ci ho ancora pensato. Al campo non fanno molto caso a me, perché sono comunque ancora giovane e perché hanno tanti problemi. Da alcuni giorni, poi, siamo stati colpiti dalla peste e la gente muore con facilità. Pare che un Dio ci voglia punire, ma non sappiamo ancora perché. 
- Ma, prima o poi, dovrai combattere!
- No, non lo farò. Questa è una guerra ingiusta, siamo venuti sul territorio di un’altra città, nessuno ci ha minacciato!
- Sì, ma Elena?
- Ella è stata consenziente, è fuggita con Paride, non è stata rapita con la forza. Ella desidera rimanere qui.
- Sì, è vero, Elena ama stare qui, è una vera principessa troiana, ormai.
- E allora perché uccidere tanta gente per lei?
- Non ho mai sentito nessuno parlare così.
- Perché nessuno ha il coraggio di dire la verità. Elena non è la vera ragione, è solo una scusa per permetterci di conquistare Troia e avere il dominio di questo mare e dei suoi commerci, questa è la vera ragione!
- Ma tu non puoi cambiare le cose. Né andare contro l’onore del tuo popolo.
- No, non posso, ma posso non contribuire.
- Si sta facendo tardi, ci siamo allontanati molto, devo tornare.
- Ti accompagnerò solo al limitare del bosco, non ti verrò dietro verso la città, così non penserai che voglia rubare qualche vostro segreto. Ma ti aspetterò domani, al nostro solito posto.
- Verrò. 
Leusi aveva preso ancora i frutti che Archifeo aveva preparato per lei ed era tornata in città.
- Tutto bene, eh, oggi? - le aveva chiesto Etrobio, indicando il piccolo bottino di cibarie.
- Sì, per fortuna, ho trovato un luogo tranquillo dove c’è ancora qualcosa. 
La notte era stata densa di emozioni: il buio rende sempre tutto diverso. Poteva fidarsi? Il suo istinto le diceva di mettere la mano nella sua e di seguirlo, ovunque lui volesse andare. Ma che esperienza aveva lei di uomini? E di nemici, per giunta? Nella sua città, tutti parlavano male dei nemici!
Nonostante i suoi dubbi, il giorno dopo, nel primo pomeriggio, non aveva potuto resistere e si era ancora avventurata al solito luogo. 
Egli non c’era: per un po’ aveva girellato là intorno, aveva raccolto qualche erba, si era seduta, il tempo era passato, ma di lui, del suo bel greco, neppure l’ombra! Confusa, era tornata in città.
Il giorno dopo ancora, aveva ripreso la strada dei campi e l’aveva atteso nuovamente. Invano. Dunque, non sarebbe più venuto. Dunque, si era già stancato di lei! 
O, forse, aveva avuto un inconveniente, forse, era stato seguito da qualche suo compagno e non voleva tradirla… 
Forse, era morto in combattimento… 
Forse, l’avevano obbligato a combattere e si era rifiutato, così l’avevano imprigionato o, addirittura, ucciso… 

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA di GIACOMO LEOPARDI


XXIII

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

 

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E’ la vita mortale.

 

Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perchè dare al sole,

Perchè reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perchè da noi si dura?

Intatta luna, tale

E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

 

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perchè delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

 

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

 

Forse s’avess’io l’ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E’ funesto a chi nasce il dì natale.

Giacomo Leopardi

Ringrazio l'amica Alessandra Giusti per la magnifica foto che ha scattato ieri sera alla luna, sui monti della Valle d'Aosta. Ero rimasta incantata da quella che avevo visto da casa mia, in pianura, ma non mi riescono bene le foto che faccio al nostro satellite, con il mio cellulare. Cambia colore e risultano sbiadite. Alessandra, inviandomi l'immagine, ha fatto riferimento a questa poesia, così ho colto l'occasione per inserire il testo.

mercoledì, giugno 23

400mo ANNIVERSARIO DALLA PARTENZA PER L'AMERICA DEI PADRI PELLEGRINI

 Collegandomi al precedente post, vorrei brevemente spiegare come è nata la mia poesia dedicata a questo anniversario. Dei Padri Pellegrini ne avevo sentito parlare a grandi linee, ma per poter comporre un'ode a loro riguardo, ho effettuato laboriose ricerche, per meglio documentarmi. Mia abitudine è sempre stata quella di informarmi ampiamente, per non rischiare di scrivere cose inesatte. Così dovrebbero fare anche gli studenti, che spesso si "incollano" in testa solo piccoli particolari delle lezioni impartite dai loro insegnanti, così che quando sono interrogati, soprattutto durante gli esami, non se ne escano con ridicole trovate a volte davvero spassose ma che, pur divertendo i professori, che se la ridono sotto i baffi, non portano alla sufficienza anzi,  molto più probabile ottengano la bocciatura. Quindi, ragazzi, fate ricerche anche personali, perché solo leggendo e ricercando, s'impara meglio ed è perfino, udite udite, divertente!

Qui solo un breve sunto dei Padri Pellegrini. Chi erano?

Padri Pellegrini o Pellegrini Padri (Pilgrim Fathers in inglese) sono considerati tra i primi coloni (agricoltori) del Nord America; Plymouth la colonia da loro fondata nel 1620 sulla costa del Massachusetts, divenne la seconda colonia dopo la fondazione di Jamestown, in Virginia, nel 1607, ed è oggi il più vecchio insediamento degli Stati Uniti abitato continuativamente.

La nave, o per meglio dire il vascello denominato Mayflower (fiore di maggio, ma fu anche un viaggio massacrante dove alcuni persero la vita)  partì dal porto di Plymouth (Inghilterra, ecco il motivo per cui chiamarono Plymouth il luogo dove colonizzarono) il 16 settembre 1620. Dopo circa due mesi attraverso l'Oceano Atlantico, i Padri Pellegrini fecero il loro ingresso al porto di Cape Cod, poi a Provincetown (Massachusetts) l'11 novembre, dove firmarono il Patto del Mayflower che diede origine al loro governo.

Per il resto della storia, lascio a voi l'approfondimento, esattamente come ho fatto io stessa.

A quei tempi le macchine fotografiche non c'erano, tanto meno gli smartphone, dobbiamo quindi basarci sui dipinti che artisti provetti hanno realizzato per ricordarli. Anche osservando le immagini, si impara, per esempio come vestivano, com'era il vascello sul quale si sono imbarcati. E soprattutto, l'aiuto che hanno dato loro i nativi americani, impropriamente denominati Pellerossa, o peggio ancora "indiani". Non hanno infatti raggiunto l'India, ma il nuovo continente scoperto da Amerigo Vespucci (ecco perché America) e Cristoforo Colombo cui hanno fatto seguito molti altri esploratori e conquistatori, non sempre ammirevoli, considerato che hanno commesso atti ignobili, come i genocidi dei Maja, degli Aztechi e Inca, per non parlare di quasi tutte le tribù dei nativi americani. Un vero scempio! I Padri Pellegrini, invece, erano partiti dall'Inghilterra, spaesati, non belligeranti, perfino incapaci di procurarsi il cibo che era ben diverso da quello cui erano abituati nel Vecchio Continente. Sono stati i nativi del posto, ad insegnar loro come coltivare e come nutrirsi. E questo l'ho ben messo in chiaro nella mia composizione poetica. 

Ecco alcuni dipinti che ho trovato nelle mie ricerche e che ben illustrano i tempi di allora.



Mayflower



Robert Walter Weir - imbarco dei Pilgrims



Thanksgiving - Giorno del Ringraziamento


Solo tre immagini...il vascello,  la partenza, la condivisione con i nativi del luogo. Penso che basti, per raccontare una lunga storia!

Danila Oppio


Premio RIMEMBRANZE indetto dall'Associazione L'AQUILONE di Cortemaggiore a DANILA OPPIO

 Ho ricevuto questa mattina i premi ottenuti dal Concorso indetto dall'Associazione  Culturale L'AQUILONE di Cortemaggiore, per la Sezione Poesia, con mia opera I PADRI PELLEGRINI che ha ottenuto il primo premio ex aequo per la Sezione Disegno con il dipinto RAGAZZA D'AUTUNNO. 

Ecco i premi ricevuti:

Diploma d'Onore



Targa su velluto, dentro un confanetto

e questa la poesia premiata

I PADRI PELLEGRINI
A 400 anni dalla loro partenza per l’America

S’imbarcarono su un guscio di noce
dal romantico nome di Mayflower
per sfuggire da dove non avean voce
gli inglesi denominati Pilgrim Fathers.

A guidare il loro strenue viaggio
non furono interessi commerciali
né rincorrere un utopistico miraggio
ma soltanto i lor altissimi  ideali.

Fu ricercar un loco a professare
liberamente la loro confessione
poter così gran progetti coronare
senz’esser vittime di repressione.

Tra onde alte e violenti temporali
alle coste americane s’appressò
pur rischiando tremendi esiti fatali
il galeone a Cap Cod alfin attraccò.

E se non fosse stato per il sostegno
dei Wampanoag nativi americani
che mettendo a frutto il loro ingegno
insegnaron ai Padri come fare i pani.

Impararono a pescare e a coltivare
tabacco mais zucca e la zucchina
a come il raccolto incrementare
e a gustare le selvatica tacchina.

Ed ogni anno senz’alcuna eccezione
Alla ricorrenza del Thanksgiving Day
Il turkey arrosto vien servito a colazione
Accompagnato dalla pumpkin pie .

Abramo Lincoln stabilì la celebrazione
nel fausto giorno del Ringraziamento,
a commemorare quell’antica tradizione
rendendo festa nazionale quell’evento.

Diploma d'Onore



Coppa
e questo il disegno premiato


sabato, giugno 19

HOPE: SPERANZA - ESPÉRANCE - ESPERANZA - HOFFEN - надеяться ( nadeyat'sya) - 希望 (Xīwàng) di DANILA OPPIO

HOPE - SPERANZA : PER TUTTO IL MONDO

Leggendo un comunicato di Padre Mauro Armanino, sono affiorate alla mia mente determinate considerazioni che avevo già in testa da parecchio tempo.

Mi ricordo che tanti anni fa la Nestlé aveva donato grandi quantità di latte in polvere, destinate ai neonati africani. Che poi morivano. No, non era il latte a causare la loro morte, ma la mancanza di adeguate istruzioni. L’acqua dei pozzi artesiani, quella dei fiumi o raccolta dalle piogge era colma di batteri, e inquinata da altri fattori. 

Se il latte in polvere non è stato accompagnato da spiegazioni chiare, che consistevano semplicemente in: “Fate bollire l’acqua prima di aggiungere la polvere di latte”, tutta quella carità pelosa non solo non è servita a nulla, ma ha causato distruzione.

Altra considerazione: già in Italia, al tempo in cui ho messo al mondo i miei tre figli, (avrebbero potuto essere ancora di più, se due di loro non hanno potuto vedere la luce, perché morti naturalmente nel mio ventre ancora in stato fetale, le coppie si limitavano ad accontentarsi di uno o due figli al massimo.  Quando, parlando con altre mamme,  e dicevo che avevo tre bimbi, mi guardavano stupite e mi dicevano che ero stata brava, ma un po’ incosciente. Tre figli?  Ero considerata quasi un’eroina!

Potevo permettermeli. Sapevo che avrei potuto offrire loro cibo, alloggio comodo, e permettere loro l’istruzione fino alla laurea universitaria. Cosa accaduta. 

Quel che mi lascia parecchio interdetta, è che proprio le popolazioni più povere mettono al mondo un’intera squadra di calcio, senza pensare che spesso il padre, privo di lavoro, non ha alcuna possibilità di nutrire la sua prole, ed è per questo che tanti bimbi muoiono nei primi mesi o anni di vita, denutriti, o ammalati  perché manca il modo adeguato di curarli e nutrirli.

Ricordo che anche nei secoli scorsi, in Italia e nel resto del mondo, sfornavano figli in gran quantità, debilitando le mamme, che spesso morivano ancor giovani. E poi non potevano prendersi cura di loro, sia dal punto di vista della salute, perché allora non c’era l’assistenza medica gratuita, e nutrirli, a meno che non appartenessero a famiglie contadine, che un piccolo pollaio lo avevano,(quindi uova e carne), una mucca per mungere il latte, e un orto e alberi da frutta che producevano un po’ di tutto. Ma gli altri? Quelli che vivevano in città? La battuta che correva di bocca in bocca era questa: “Allora non c’era la televisione e fare all’amore restava l’unico diversivo”. Certo, il controllo delle nascite era proibito dalla Chiesa, i figli sono dono di Dio, il rapporto sessuale deve avere come finalità la procreazione. Peccato che Dio non scenda dal Cielo per portare cibo e cure a tutte quelle creature. E il detto: “Aiutati che il Ciel t’aiuta” non vale per queste situazioni.  Senza andare troppo lontano, anche i coniugi Martin, genitori di Santa Teresina del Bambino Gesù, ebbero nove figli, ma solo cinque figlie giunsero all'adolescenza, e tutte cinque si fecero suore.

Patrick Brontë, Pastore Anglicano, e quindi di buona cultura, ha messo al mondo sette figli, due dei quali sono deceduti in tenera età e anche  l’unico figlio  maschio Branwell e le sorelle, scrittrici di fama, morirono molto giovani.  Eppure non mancava la possibilità economica, anche se non del tutto agiata, però la tubercolosi viaggiava nei secoli, ed ha colpito i figli del Pastore e anche Santa Teresina di Lisieux. Il motivo lo conosciamo: allora esistevano solo cure palliative,  la penicillina non era stata ancora inventata. 

E non lo era neppure quando mia nonna paterna ha avuto ben 11 figli, e gli ultimi  3, una coppia di gemelli nati prematuri (allora non c’erano incubatrici e la possibilità di salvare con adeguate cure i piccoli), e l’altro è deceduto a 3 anni per difterite, proprio perché i vaccini e la penicillina non erano ancora in produzione. Gli altri otto sono sopravvissuti. Perché tanti figli? Perché il nonno aveva possedimenti terrieri, una fattoria da mandare avanti e servivano braccia giovani. Intanto mia nonna era sfibrata da tanti parti. Incoscienti! Questo è il termine che ripeto davanti a tanta prole.

Ho conosciuto una coppia di sposi senegalesi, lui era Consigliere Economico del suo Paese e viaggiava per l’Europa, tra Milano e Bruxelles, quindi dal punto di vista economico non aveva problemi. Quando li conobbi, avevano già dieci figli, tutti belli, sani ed educati in modo perfetto. Lei era già incinta dell’undicesimo, e doveva trascorrere tutta la gravidanza a letto, altrimenti rischiava di perdere la creatura. Alla mia domanda rivolta alla signora: “Perché tanti figli?” Ottenni questa risposta: “Una moglie musulmana ha il dovere di dare al marito tutti i figli che Allah le manda”. Ho saputo da conoscenti che ha messo al mondo un totale di 14 figli. Che  Allah l’aiuti.  Pur trattandosi di gente di cultura, certe mentalità sono dure a morire. 

In ogni caso, loro potevano permettersi il lusso di crescere una numerosa prole, che tantissimi altri emulano, ma è loro negata la possibilità di dare ai figli ciò di cui hanno bisogno. 

Oggi però ci sono tutti i medicinali per aiutare chi è ammalato, perfino i vaccini contro il Covid, (che poi non siano ancora stati  testati a lungo, lo sappiamo, ma si spera producano l’effetto desiderato). 

Si buttano via tanti soldi per cose inutili, e mi riferisco non ai singoli privati, ma alle Nazioni del Mondo.  

Cosa serve andare sulla Luna, arrivare fino a Marte, spendendo cifre astronomiche, se non pensiamo prima agli abitanti della Terra?

Però, non potendo spaccare la testa per sostituire il cervello di tanta gente che si crede padrona dell’Universo, possiamo tornare a più miti consigli e sperimentare il proverbio: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. Come? Educando le popolazioni più povere al controllo delle nascite. Non si mettono al mondo figli come fossero coniglietti, sperando nella loro sopravvivenza. Non si fa, se non siamo certi di poter offrire loro un futuro decente. Ma anche, nell’immediato, almeno cibo e cure mediche. 

E non si mettono al mondo creature contando su aiuti esterni. Che spesso non arrivano a sufficienza e non per tutti. 

Stiamo raggiungendo il numero di quasi otto miliardi di abitanti nel mondo, e neppure il Covid ha ridotto di tanto il numero. Questa è una battuta cinica, lo so, però penso che qualcuno abbia causato questa pandemia proprio con l’intenzione di ridurre la popolazione mondiale. 

A mio avviso, ci staremo ancora tutti su questo nostro pianeta, se solo si mettesse in pratica vera condivisione per non creare un così forte divario sociale.  Proprio i Paesi più sovraffollati e poveri, mettono al mondo tanti figli, ben sapendo che nessuno garantisce la loro sopravvivenza. I genitori per primi. 

I missionari fanno il possibile per fare giungere aiuti, ma mi fido poco delle associazioni benefiche, poiché alla fin fine gli aiuti sono ridotti per un giro d’affari che non mi pare del tutto pulito. 

E mi fido ancor meno di certi governi che pensano agli affari propri e se ne infischiano se le popolazioni del Paesi che governano, che hanno vita non facile, anzi, piuttosto vacillante e senza futuro. 

La sabbia nel Sahel appartiene al deserto, ma si è infiltrata anche nelle menti di chi ha la responsabilità di dare pace, sicurezza e futuro agli abitanti delle Nazioni. Le teste ripiene di sassi e sabbia non producono altro che polvere. 

Danila Oppio

I PIÚ GIOVANI DEL MONDO. UN PRIMATO CHE VALE LA MAGLIA COLOR SABBIA di P. MAURO ARMANINO


  I più giovani del mondo. Un primato che vale la maglia color sabbia 

Ultimi nella classifica per lo sviluppo umano e primi per il numero di giovani. Secondo la recente classifica del sito di analisi economica e politica americano, 24/7 Wallst, su 193 Paesi è il Niger che avrebbe la popolazione più giovane del mondo. Questa classifica, realizzata a partire dalle statistiche della Banca Mondiale, vede primeggiare la maggior parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, con la notevole eccezione dell’Afghanistan. Nel 2019, il sito citato elenca i Paesi più giovani e inserisce la Costa d’Avorio al 25 posto con una percentuale di 14 anni e sotto questa età, stimata al 41,7 per cento. Seguono altri paesi più o meno noti, São Tomé, Guinea Bissau, Benin, Senegal, Nigeria, Gambia, Mozambico, Burkina Faso, Burundi, Angola, Chad e il Mali dai colpi di stato militari in serie, al numero 2, col 47,3 per cento di giovani sotto i 14 anni. Infine, il nostro Niger, primo assoluto con la metà della popolazione (49,8 per cento), calcolata in 23 milioni, costituita da giovani. La maglia ‘color sabbia’ è la nostra, e non sarà facile sottrarcela. Infatti, come ricorda con preoccupazione e amarezza il giornale di (finta) sinistra francese Libération, il Niger, con i suoi 7,6 figli in media per donna è il Paese con la demografia più sviluppata nel mondo. Lo stesso giornale ricorda che la crescita ‘sfrenata’ della capitale Niamey, non rispetta alcuno schema prestabilito di organizzazione del territorio e che l’età media è di 15 anni. Riconosciamolo infine: la maglia ’color sabbia’ ci è dovuta.
…’Ho deciso che non avrò figli a causa della crisi climatico ecologica’. È ciò che ha scritto sul cartello appeso al suo corpo ventenne Angelo, attivista di Extinction Rebellion, movimento internazionale anti-sistema, seduto sotto i portici. Secondo l’articolo apparso sul sito Comune-Info, l’attivista in questione, assieme ad altri militanti altrove, non se la sente di mettere al mondo qualcuno che potrebbe essere condannato a vivere nel tempo dell’estinzione della specie umana. Per questo gruppo il disastro causato dai cambiamenti climatici è irreversibile e fatale. Ci troviamo, naturalmente, in Italia, Paese che, come buona parte dell’Occidente, conosce ciò che alcuni demografi definisce un ‘inverno demografico’. Tutta una questione di prospettive e di fiducia nell’imprevidente mistero della vita che si dipana dove abbonda la debolezza e la fragilità. In epoche non distanti e non sempre da idealizzare, mettere al mondo un figlio era il frutto del connubio tra l’incoscienza e la speranza. Molti di noi sono nati così, portati dalla cicogna o nati sotto un cavolo, quando non c’erano né casa né lavoro assicurato. L’unica cosa sicura era la scommessa sulla vita.
Non sarà facile portarci via la maglia color sabbia di primi della classifica che ampiamente meritiamo. Qui da noi sarebbe inconcepibile andare il giro con il cartello che l’amico attivista Angelo ha appeso al collo in silenzio. Sarebbe un’offesa, una bestemmia, una profanazione, un’incomprensibile e inaccettabile arroganza. Qui della vita ci si fida ancora, con incoscienza, improvvisazione e, in fondo, cieca fiducia in ciò che ci supera e che non è frutto di calcoli, algoritmi o previsioni necrologiche. Abbiamo il deserto che avanza ogni giorno, coltiviamo e esportiamo arachidi che ne facilitano il progresso, siamo accerchiati da gruppi armati terroristi, aspettiamo la stagione delle piogge per seminare, facciamo le elezioni per ridistribuire parte di quanto rubato negli anni precedenti, ci sposiamo per allegria e mettiamo al mondo figli. In fondo crediamo che la vita vale la pena, e che non delude chi crede in lei. Da uno dei figli del Sahel, nato in dubbie circostanze, nascerà quel messia che alcuni stanno aspettando, il campione di calcio dei prossimi mondiali o, banalmente, un pianto che due braccia di madre trasformeranno in sorriso per tutti.

     Mauro Armanino, Niamey, 20 giugno 2021

domenica, giugno 13

VITE GREGARIE, PRECARIE E RESISTENTI NEL NIGER di P. MAURO ARMANINO

 



Vite gregarie, precarie e resistenti nel Niger

Gregario viene dal latino gregarius e significa ‘gregge’ e dunque la tendenza a vivere in gruppo. L’istinto gregario è una tendenza spontanea che spinge i membri di un gruppo della stessa specie ad assomigliarsi e a adottare una stessa attitudine. Il comportamento gregario descrive come individui di un gruppo possono agire assieme senza una direzione predeterminata. Ci troviamo in un’epoca che cospira perché le tendenze gregarie siano assunte, giustificate e financo premiate. Si finge di promuovere l’originale creatività del popolo per poi ridurre all’omologazione del mercato che tutto e tutti traduce in mercanzia. Le prime a rivelare lo stato di gregarietà sono le parole. Parole gregarie che come etichette, slogan o apparenti evidenze sono come le chiavi d’ingresso nello spirito del tempo. Tutti i tradimenti cominciano dall’uso e abuso delle parole, dei verbi, sostantivi, aggettivi e congiunzioni. Chi si arroga il potere di decidere l’interpretazione delle parole e imporne il significato ha messo le premesse per governare il mondo. A parole gregarie corrispondono vite gregarie, che si accodano al vincitore e al potente di turno. Vite vissute per imitazione, per sentito dire o per convenienza. È meglio non rischiare di apparire fuori della zona di controllo, assimilare il senso di protezione offerto dalla maggioranza, rimanere dentro il cortile.

Se le vite gregarie si trovano dappertutto, sembrano essersi sviluppate con maggiore intensità e capillarità in Occidente. Qui da noi, invece, si trovano ovunque le vite precarie. La precarietà è l’amica fedele e permanente di ciò che costituisce l’architettura della vita. Il lavoro, la casa, la luce, l’acqua, il cibo, la scuola, il matrimonio, la politica, le amicizie, il giorno dopo e Dio stesso, è reso precario dalle proprie scelte. Uno dei motivi per i quali, qui da noi, non si prevede a media e lunga distanza, è da attribuirsi alla fragile precarietà del momento presente. Quando si riceve qualcuno, spesso, si preparano le cose all’ultimo momento perché non si sa mai quello che potrebbe succedere nel frattempo. Il taxi che non passa o che ha seguito un altro percorso, un incidente tra due moto che ha bloccato il traffico, l’arrivo di un ospite non atteso al quale occorre trovare un posto in casa propria, l’improvviso attacco di malaria o semplicemente un viaggio che, posposto da tempo, si è infine potuto realizzare. La vita è precaria e basta poco, molto poco, per perderla o smarrirla, ad esempio quando si è malati, è ancora più evidente. Dovrete provvedere tutto il necessario alla vostra cura, le medicine e il cibo compreso. Per il posto letto è sempre meglio avere delle conoscenze, così come per la data delle operazioni eventuali. Dovrete prevedere guanti, ago, filo, antibiotici, garze, disinfettanti, sacche di sangue e i soldi necessari per le flebo. Sono vite precarie che si aggomitolano agli avvenimenti che sorprendono sempre, come non fossero mai accaduti prima.

Le vite resistenti esistono. Portano i nomi di quanti attendono per anni che la loro domanda per essere riconosciuti come ‘rifugiati’ sia finalmente presa in considerazione. Strana davvero la vita. Tutti quanti arriviamo al mondo come richiedenti asilo, ed è questo il nostro statuto permanente. Cercatori di asilo, protezione, riconoscimento, attenzione, rispetto, dignità, misericordia e perdono. È questa la nostra condizione primaria che, di fatto, non ci abbandonerà mai, nonostante i tentativi di cancellazione. Fréderic torna in Costa d’Avorio dopo undici anni passati qui a domandare e ricevere asilo. Jean René e Hyppolite che - l’uno, ancora ospite delle istituzioni, e l’altro abbandonato al suo destino - non vogliono tornare nel Camerun che li ha traditi. Sono vite resistenti come quelle dei contadini, la maggioranza della popolazione nigerina, come quelle dei migranti che non si arrendono al destino loro attribuito, come quelle degli sfollati che si ricostruiscono ogni giorno dopo aver sofferto l’imperialismo della violenza armata. Resistono le donne che, sul dorso, portano il fardello della vita quotidiana che dal poco o dal nulla riescono a inventare il domani. Alcune di loro, come Samira, che è giornalista, ridanno un senso e pericolosità alla verità dei fatti. Altri, ancora resistono ed esistono, malgrado l’attiva persecuzione.  Cercano pace e giustizia per tutti e non temono di pagarne il prezzo. A loro e a quanti a loro assomigliano appartengono le parole che salveranno il mondo.


    Mauro Armanino, Niamey, 13 giugno 2021