POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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martedì, dicembre 19

Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui! di Padre Provinciale Federico Trinchero



Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui!

Notiziario n°34, 17 Dicembre 2023

Carissimi amici,

questa volta non vi scrivo dal Centrafrica, ma dall’Italia. Come forse alcuni di voi avranno già saputo, nel mese di aprile, i miei confratelli mi hanno eletto Provinciale dei Carmelitani scalzi della Liguria e quindi ho lasciato la missione di Bangui. La Provincia ligure (fondata nel lontano 1584, a soli due anni dalla morte di Santa Teresa) si compone attualmente di sette conventi e quattro monasteri, ma comprende anche due delegazioni all’estero: quella nella Repubblica Centrafricana (fondata nel 1971 e con cinque conventi) e quella nella Repubblica Ceca (fondata nel 1993, con due conventi e due monasteri). Si tratta di una grande famiglia di circa 100 frati, 60 monache e più di 300 laici carmelitani sparsi in tre paesi e di differenti nazionalità.

Per questa ragione, e anche se il mio servizio comporterà frequenti spostamenti, per i prossimi tre anni risiederò normalmente nel convento di Arenzano, vicino a Genova. Vivo nella stessa comunità con padre Anastasio, anch’egli di ritorno in Italia dopo 25 anni trascorsi a Praga, e con padre Davide, nuovo responsabile dell’animazione missionaria. Lasciare l’Africa – e soprattutto i miei confratelli e la missione di Bangui – non è stato semplice. Dopo quattordici intensissimi anni – vissuti tra i giovani in formazione, l’insegnamento, tanti progetti, la guerra, i profughi, il faticoso cammino verso la pace e poi il cantiere per il nuovo convento – il Centrafrica era diventato la mia seconda patria e il Carmelo centrafricano la mia famiglia. Sicuramente molte cose sono rimaste a metà; ma è anche bello lasciare che altri portino avanti ciò che si è iniziato. Questo è ancora più vero e urgente per i miei confratelli centrafricani, chiamati ormai a raccogliere il testimone dalle mani dei missionari italiani e a continuare l’opera di evangelizzazione e di trasmissione del carisma carmelitano. Si tratta di un passaggio delicato e necessario, quasi una scommessa sulla quale, con tanta fiducia e non poco coraggio, ci è sembrato fosse arrivato il momento di puntare. Per quanto mi riguarda, invece, posso solo dire che la nuova missione che mi è stata affidata è sicuramente impegnativa, ma posso contare sull’aiuto e la dedizione di tanti confratelli e consorelle, ognuno generosamente concentrato nella sua piccola o grande missione.

Per fortuna continuerò a recarmi regolarmente in Centrafrica. Ci sono stato nel mese di ottobre, in occasione della professione solenne di fra Rufin e dell’ordinazione sacerdotale di fra Alfred, fra Wilfrid e fra Aimé. Non posso nascondere la gioia, e anche un briciolo di orgoglio, nel poter vedere questi giovani, dopo tanti anni di cammino, arrivare finalmente alla meta.  Fra Alfred, originario di un piccolissimo villaggio nel nord del Centrafrica, arrivò in convento con la sua vecchia bicicletta scassata e senza freni. E non si fermò più, nonostante alcune difficoltà negli studi, fino a diventare finalmente sacerdote. Fra Rufin, invece, è il primo carmelitano di Bossemptelé. Padre Niccolò, fondatore della missione, lo battezzò appena nato. Le suore della missione, intuendo profeticamente le buone disposizioni del bambino, lo accolsero nella loro scuola: unico maschio in una classe di sole femmine. Poi Rufin entrò in Seminario e percorse tutto il cammino di formazione. Come è vero che c’è chi semina – senza vedere i frutti del proprio lavoro –, chi innaffia con fiducia, chi pota con pazienza e chi raccoglie con gioia e riconoscenza! Certo non avrei potuto immaginare che un giorno avrei avuto l’onore di accogliere nelle mie mani – nella situazione non prevista di Provinciale – l’impegno definitivo di fra Rufin nell’Ordine del Carmelo.

E siccome la famiglia cresce, anche la costruzione del nuovo convento procede a buon ritmo grazie al contributo di tante persone: i cinquantacinque operai dell’impresa Le Prevost, Sylvie, Zowé, Révocat, l’architetto Giovanni, i miei confratelli padre Aurelio, padre Mesmin e padre Cyriaque, che mi ha sostituito al Carmel. In questi ultimi mesi si sono aggiunti alcuni volontari italiani: Enrico, Alessio, Mario, Giovanni, Maurizio. Grazie alla loro generosità e alla loro competenza stiamo per terminare questa grande opera. Gli ambienti del secondo piano sono stati completati e siamo già arrivati al tetto. Sono state installate le vetrate della cappellina (opera di padre Aurelio) e sono stati costruiti ben 48 archi di mattoni nelle verande del primo piano e all’ingresso. È in corso l’installazione dell’impianto elettrico e idraulico, delle porte, delle finestre e delle inferriate. Nei prossimi mesi inizierà la posa dei sanitari, dei pavimenti, dei soffitti in legno, la tinteggiatura e lo scavo dei canali di scolo. Anche se è noto che le rifiniture richiedono molto tempo e molta pazienza, possiamo dire che iniziamo a vedere il traguardo all’orizzonte. L’opera non è ancora terminata, e occorrerà arredare tutti gli ambienti, ma contiamo di poter inaugurare il nuovo convento nel corso del prossimo anno. Poi ci attende un’altra avventura: la costruzione della foresteria e della chiesa. 

Sicuramente, quando il 16 luglio 2021 avevamo posato la prima pietra, non potevamo immaginare cosa avrebbe comportato la gestione di un cantiere così importante. Se non sono mancati ostacoli e imprevisti di diverso tipo – sia tecnici che economici – dobbiamo veramente ringraziare il Signore per averci sostenuti fin qui. Mi sia permesso di ringraziare ancora una volta il nostro Ordine, le nostre consorelle di clausura, alcuni organismi e tanti benefattori che ci hanno aiutato con generosità e fiducia nei nostri confronti. La realizzazione di questa grande impresa non sarebbe stata possibile senza il vostro aiuto. Anche chi ha potuto dare poco – fosse anche per un solo mattone, una carriola di sabbia o un sacco di cemento – può legittimamente ritenere di aver collaborato alla costruzione di questo grande convento.

Buon Natale!

Padre Federico

Se volete offrire un contributo per la costruzione del nuovo convento, della foresteria o della nuova chiesa potete fare:

1) Un bonifico bancario a MISSIONI CARMELITANE LIGURI usando l'IBAN: IT42D0503431830000000010043 (CODICE SWIFT per un bonifico dall’estero: BAPPIT21501).

2) Un versamento tramite Conto Corrente Postale n. 43276344 intestato a AMICIZIA MISSIONARIA ONLUS.

NB: Indicate nella causale: NUOVO CONVENTO E NUOVA CHIESA CARMEL DI BANGUI

Più informazioni sul sito www.amiciziamissionaria.it





Professione

Ordinazione

Seminaristi Yole

Cantiere

Cantiere

Cappella


Frati








Mario

Alessio e Giovanni
Giovanni


martedì, settembre 8

Fiocchi di cotone, burro di karité e quel Centrafrica che non si arrende di Padre Federico Trinchero



Padre Federico coi suoi seminaristi 

Ci sono molte altre foto ma per questione di spazio ne ho scelte solo alcune.


Ti inoltro la nuova bellissima lettera di Padre Federico. Come al solito, senza metterci una parola di troppo, riesce a aprire scenari meravigliosi sul Centrafrica che diventa sempre meno sconosciuto. Un giorno forse ci andrò, ma temo molto di non riuscirci. Ad ogni modo, leggendo lui che ne parla, comincia a sembrarmi di esserci già stata e di cominciare a averne nostalgia...  

A domani.

Angela

7 settembre 2020

 

Grazie Angela, ho scaricato e salvato quanto mi hai inviato. In giornata mi riservo di leggere e pubblicare su entrambi i blog. Penso che tu sia d'accordo. Mi piace quel che hai scritto nella lettera di accompagnamento, e mi piacerebbe inserirla nel libro. Non con tutto il testo da Bangui perché è troppo lungo, ma bastano le tue parole per riprendere in mano il discorso iniziale, quello che ci ha riavvicinato. 

Buona giornata

Danila

8 settembre 2020





Cotone



Karitè

Fiocchi di cotone, burro di karité e quel Centrafrica che non si arrende

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 28, 7 Settembre 2020

Arrendersi in Centrafrica è abbastanza facile. Capita anche ai più ostinati. Ma c’è un piccolo esercito di uomini e donne, centrafricani di nascita o d’adozione, che si rifiutano di gettare la spugna e che, senza far troppo parlare di sé, combattono per un Centrafrica migliore. Un Centrafrica diverso da quello raccontato dalle cronache di questi sessant’anni d’indipendenza da poco compiuti. Ogni viaggio, sempre in compagnia dei miei giovani seminaristi, è sempre l’occasione per incontrare alcuni di questi inconsapevoli eroi. Vorrei farveli conoscere.

Nel mese di febbraio siamo stati a Bossangoa, un’importante città nel nord del Centrafrica, dove ci accoglie abbé Brice, un giovane sacerdote diocesano. Quando in Centrafrica c’è un colpo di stato – e in questi sessant’anni non sono certo mancati –Bossangoa è la prima città a subire distruzioni e saccheggi. E ogni volta Abbé Brice e i suoi confratelli non si arrendono e raccolgono la sfida di ricostruire questa piccola chiesa nella savana, dove i missionari sono ormai molto rari.

Solo da poco tempo sono ritornati i Cappuccini. A causa della guerra, questi religiosi, che tanto hanno contribuito all’evangelizzazione del Centrafrica, erano stati costretti ad abbandonare la missione di Gofo, completamente distrutta. Padre Michel, padre Antonino e fra Roland non si sono arresi e con coraggio e tenacia ora ripartono dalla piccola missione di Notre Dame de l’Ouham.

A Bossangoa c’è anche una delle pochissime industrie del paese: un cotonificio di proprietà dello Stato. Abbiamo la fortuna di visitarlo durante la produzione. Vi lavorano diversi operai, anche se da più di un anno non ricevono alcun stipendio. Anche loro non si arrendono e, pur di non perdere il lavoro e d’impedire la chiusura di una delle poche attività economiche del paese, continuano a produrre cotone.

Un po’ in periferia incontriamo suor Claire. La sua congregazione è stata costretta a lasciare il Centrafrica, ma suor Claire non si è arresa e con alcuni amici, e pochissimi mezzi, ha messo in piedi una scuola di cucito per ragazze e un piccolo centro dove viene prodotto dell’ottimo burro di karité.

Da Bossangoa arriviamo a Bozoum, missione fondata dai padri spiritani nel 1929, e poi diventata la nostra prima missione in Centrafrica, ormai quasi cinquant’anni fa.

Come ogni domenica i miei confratelli sono impegnati nel ministero in parrocchia e nelle chiese nei villaggi. Padre Norberto è arrivato per la prima volta in Centrafrica quarant’anni fa, come muratore volontario. Poi vi è ritornato come sacerdote. Oggi celebra l’Eucaristia con i cristiani di Wara, uno dei villaggi più difficili da raggiungere. Padre Norberto non si arrende e, dopo un’ora di macchina e un’ora a piedi, raggiunge il piccolo villaggio che lo attende da mesi.

Durante il soggiorno a Bozoum decidiamo di scalare una delle rare montagne del paese, un grande roccione che incombe sul piccolo villaggio di Aï. I miei confratelli si dimostrano degni figli del loro fondatore Giovanni della Croce e, pur di arrivare il prima possibile in cima alla montagna, optano con entusiasmo per il percorso più corto e più ripido. Questa volta, in un sussulto di orgoglio carmelitano, tocca a padre Federico non arrendersi. E quindi, pur di non dare ai miei studenti la soddisfazione di vedere il loro padre maestro rimasto ai piedi della montagna, raggiungo il resto del gruppo già in vetta. E per qualche istante, contemplando lo splendido panorama sulla savana, ci sembra di abbracciare con la nostra preghiera l’intero Centrafrica.

Ridiscendiamo dalla montagna e, attraversando il villaggio di Sambay, notiamo attorno ad una capanna alcune persone silenziose e con il volto triste. Ci accorgiamo subito che qualcuno è appena morto. Si tratta, purtroppo, di una bambina, costretta ad arrendersi ad un semplice morbillo. Ci fermiamo e restiamo un po’ con la famiglia. Ed è inevitabile pensare al resto del mondo ossessionato dalla pandemia del coronavirus e che neppure immagina che in Africa, ogni anno, migliaia di bambini muoiano ancora per questa malattia.

Prima di ripartire siamo invitati a pranzo dalla famiglia di fra Gerard. Ci accoglie maman Simone. Ci prepara un delizioso varano che raccoglie grande entusiasmo tra i miei confratelli e un po’ meno da parte del sottoscritto. Maman Simone, pur avendo un figlio carmelitano, è di confessione protestante. Madre di ben dieci figli, dei quali quattro già deceduti, è rimasta vedova da alcuni anni. Anche lei non si è arresa ed ora è contenta di ospitare nella sua piccola casa la nuova e grande famiglia di suo figlio.

Sulla via del ritorno, dopo aver lasciato la missione di Bozoum, ci fermiamo nel villaggio di Bogherà, dove padre Renato, missionario in Centrafrica per più di trent’anni e morto di leucemia alcuni anni fa, e il nostro volontario Enrico hanno costruito una piccola cappellina dedicata al Sacro Cuore. È ormai quasi il tramonto e decidiamo di fermarci per la preghiera. Iniziamo il canto dei Vespri in francese ma, in breve tempo, la piccola chiesa si riempie di uomini, donne e bambini, e siamo quindi costretti a terminare in sango, la lingua locale, tanto è grande il desiderio di questi cristiani di unirsi alla preghiera dei dodici frati improvvisamente arrivati nel loro piccolo villaggio.

Nel mese di luglio ci siamo diretti verso sud, nella foresta del fiume Lobaye. È la stagione dei bruchi che, da queste parti, sono offerti ben cotti a colazione, pranzo e cena. Da ogni angolo della foresta spuntano bambini con secchielli ricolmi di questi simpatici animaletti. Grazie alla loro vendita potranno acquistarsi penne e quaderni per andare a scuola.

A M’baïki incontriamo Mons. Rino Perin, missionario comboniano italiano, da quarantacinque anni in Centrafrica. Nel 1995 è stato nominato vescovo di questa nuova diocesi che, pur essendo una delle più piccole, copre una superficie pari a quella del Piemonte. Al suo arrivo a M’Baïki la diocesi contava quattro parrocchie, nessun sacerdote autoctono e centinaia di pigmei a cui annunciare il Vangelo. Mons. Perin non si è arreso ed è ormai in attesa del suo successore al quale lascerà dieci parrocchie, una quindicina di sacerdoti locali e altrettanti seminaristi.

Per visitare la missione di Bagandou, ancora più a sud, attraversiamo il fiume Lobaye usando come traghetto una grande zattera di ferro legata ad una fune di acciaio sospesa sul fiume. Il motore che dovrebbe spingere il traghetto è in panne. Alcuni giovani, pur di guadagnare qualcosa, non si arrendono e, tirando loro stessi la fune, ci permettono di raggiungere l’altra riva.

Bagandou è un grande villaggio nel cuore della foresta. Ci accoglie a braccia aperte abbé Piotr, un sacerdote polacco. Anche se non avevamo annunciato la nostra visita, ci invita a pranzare con lui. E ci racconta la difficile situazione sociale di Bagandou, dove la stregoneria è difficile da sradicare e moltissimi giovani sono attratti dal guadagno facile della ricerca di oro e diamanti. Abbé Piotr non si arrende e, orgoglioso, ci mostra la nuova chiesa appena costruita e i lavori in corso di una scuola per i pigmei.

Accanto alla parrocchia visitiamo l’ospedale diretto da suor Donata, giovane missionaria comboniana italiana. Non è per nulla facile gestire un ospedale così efficiente in condizioni così precarie. Suor Donata non si è arresa e, giustamente soddisfatta, ci mostra la nuova sala operatoria che eviterà a tanti ammalati viaggi lunghi e faticosi verso ospedali più grandi.

E anche voi, mi raccomando, qualunque sia l’ostacolo, la montagna da scalare o l’imprevisto da affrontare… non arrendetevi. Magari pensando a chi ha un ostacolo, una montagna, un imprevisto più grande dei nostri.

Un abbraccio da Bangui

Padre Federico

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