POETANDO
In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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sabato, giugno 9
giovedì, maggio 24
sabato, gennaio 20
LA BARBA DI DIOGENE N. 6
Come sempre, questa rivista online contiene articoli di grande interesse.
In questo numero, a pag. 10, c'è un racconto di Tommaso Mondelli, estratto dal suo libro "LA FIDANZATA DI GUERRA". Potrete leggere il contenuto della rivista a questo link:
https://rinabrundu.files.wordpress.com/2018/01/la-barba-di-diogene-nr-6-january-2018.pdfQui sotto pubblico il racconto di Tommaso Mondelli.
domenica, novembre 26
LA BARBA DI DIOGENE, RIVISTA ONLINE N. 5
E' appena uscito il nuovo numero de LA BARBA DI DIOGENE, rivista multi
linguistica - filosofica di Ipazia Books.
In questa edizione è stato pubblicato, a pag. 10, un articolo scritto a due mani, da Tommaso Mondelli e da Oppio Danila.
Qui riporto il testo intero:
Riflessioni su Kant e la
situazione odierna
Da anni ci
stanno preparando psicologicamente a una guerra totale, detta Terza, forse, di
brevissima durata, neanche fosse un gioco da ragazzi. E come se giocassero, Trump e Kim Jong-un, pare non vogliano tener
conto che il loro gioco è pericoloso per l’intera umanità.
Dobbiamo
preoccuparcene, o riflettere se è il caso di preoccuparci? Secondo me, la Seconda
ha insegnato qualcosa d’importante. Chi perde e ne esce vivo, paga caro e anche
chi ha obbedito agli ordini di chi ha perso, sarà chiamato a pagare. La guerra
vera non si farà fino a quando non ci sarà il sicuro colpevole e, con i volta
gabbana di oggi, non è facile identificarlo. Date retta a me. La terza c'è, ma
non ci sarà.
Penso a quanto
sostenne il filosofo Immanuel Kant nel suo trattato: Critica della ragion pratica. Vale la pena ricordarlo.
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e
crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa
di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Queste
due cose non ho bisogno di cercarle, e semplicemente supporle come se fossero
avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io
le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia
esistenza”.
Due essenze in
contrasto pieno, come il buio e la luce. Non è possibile escludere che il suo
pensiero abbia un contenuto di sapore filosofico, reale e inquietante? Insieme
a tanta generalità con cui pone un filo conduttore, sembra che per l'uomo sia stata
dettata una diversa funzione. Ma quale? In quale direzione e a quale
scopo? Si può attendere una risposta a questa
domanda? E di che tipo?
Kant si è chiesto “Perché l’uomo?” E’ una domanda filosofica senza risposta,
che pone altre domande. So quello che vuole intendere e come lui anch’io non ho
alcuna risposta. Allora: sia il microbo che l’ippopotamo vivono sulla terra e
in armonia con essa, utilizzandola, nutrendosene e rispettandola. L’uomo,
simile e diverso, per numero e capacità, cresce nelle due direzioni, modifica
l’ambiente ed è sotto gli occhi di tutti, cosa ha combinato. E da qui il “perché
l’uomo?” Questa specie che si crede un dio, che costruisce e distrugge, o è sul
punto di farlo, ti domando, lettore, lo avresti creato tu un uomo così? Ti pare
giusto stare a guardare? Siamo a no degli idioti? Perché l’uomo non sarà
mai condannato a estinguersi, forse per salvare la terra?
Tra non molto la terra emersa
sarà popolata solo da uomini che dovranno finire col mangiare se stessi per
nutrirsi, uccidendosi a vicenda, non
rimanendo altro.
Perché
dico questo? Fino a che punto noi dobbiamo pensare che l’uomo, con i suoi
perché, è un cancro della natura o
un’aberrazione, una stoltezza, di cui potersi elogiare con Erasmo da
Rotterdam. Per nostra fortuna, ci sono ancora molti cervelli che lavorano per
il bene comune, ma se pensiamo a chi dovrebbe governare il mondo con coscienza,
cadono le braccia.
Un’amica ascolta
assorta le mie elucubrazioni, e ribatte.
L'uomo per
Kant è massimamente libero e tale sua libertà si radica nella morale. Kant
rappresenta dunque il primo passo: il trionfo della libertà contro ogni possibile
determinazione sociale. Adorno nota come la lettura che compie Kant della
libertà dell’uomo conduca a una visione dell’uomo inteso come un “puro essere
in sé assoluto”. L’uomo descritto da Kant diventa una sorta di pura
razionalità, totalmente astratta, morale e libera.
Kant è consapevole come
le domande fondamentali, che s’impongono a ciascun uomo nel corso della sua
esistenza, siano sostanzialmente tre:
a) che cosa posso
conoscere?
b) come devo
comportarmi?
c) cosa posso sperare?
Sono domande cruciali e
irrinunciabili, cui anche la nostra cultura contemporanea non può sottrarsi.
Sono tre domande
apparentemente molto semplici e lineari che, tuttavia, appaiono decisive per
ciascuna persona che voglia interrogarsi seriamente sulla vita. Decisive e
ineludibili, soprattutto perché rinviano, in ultima analisi, a una questione
fondamentale: chi è realmente l'uomo?
L'uomo, qualunque uomo, è il frutto della conoscenza, della morale e delle speranze che sempre albergano nel suo cuore. Per Kant la conoscenza costituisce una possibilità, i cui confini e i cui limiti devono sempre essere indagati con precisione e con esattezza.
L'uomo, qualunque uomo, è il frutto della conoscenza, della morale e delle speranze che sempre albergano nel suo cuore. Per Kant la conoscenza costituisce una possibilità, i cui confini e i cui limiti devono sempre essere indagati con precisione e con esattezza.
Non solo: la conoscenza,
di per sé non esaurisce il comportamento umano concernente anche la vita
pratica e, quindi, il suo dovere morale. Come devo comportarmi in quella
determinata situazione? D'altra parte Kant, con la sua tricotomia, ci ricorda
come conoscenza e morale si saldino anche con l'escatologia: che cosa possiamo
sperare? Che cosa possiamo attenderci? Quali desideri nutriamo nel nostro
cuore?
Sono domande di
non facile risposta, dobbiamo solo rifletterci seriamente.
Fuori dall'azione dell'uomo l'equilibrio
regge. Le trasformazioni seguono un ritmo fondato su un principio che può anche
essere sconosciuto agli operatori che lo osservano. Lo attuano con o senza
consapevolezza? Noi non possiamo rispondere al posto loro. Lo sguardo al futuro
ha un senso se ben si conosce il presente, e la storia dei cambiamenti avvenuti
in passato, che sono storia certa. I cambiamenti non sono sottrazioni e
aggiunte bensì mutazioni consentite dalla natura e dalla Storia, operante nel
sistema totale.
E' stato accertato che i grandi
stravolgimenti portano a mutazioni rilevanti nei dintorni e cambiamenti
ambientali perenni.
Con la vorticosa accelerazione imposta
dall'uomo al ritmo della vita, la possibilità di un attrito, come il
verificarsi di uno scontro epocale che mandi il tutto in frantumi, sembra
probabile.
Appare chiaro
che se la Natura a volte è crudele (terremoti, maremoti, inondazioni…) l’uomo
lo è maggiormente, poiché pur avendo la possibilità di gestire al meglio questo
nostro Pianeta, spesso opera all’esatto contrario. E a noi, poveri illusi, non
resta che restare a guardare impotenti.
Tommaso
Mondelli e Danila Oppio

Ovviamente su questo blog tendo a dare rilievo agli articoli da me scritti, o dagli amici di cui pubblico loro opere, negli spazi appositamente creati per loro. Ciò non toglie che consiglio di leggere tutta la rivista, dove troverete articoli di gran lunga più importanti di questo, basti guardare i nomi nel sommario. La troverete, insieme alle precedenti, sulla barra a destra della home page, cliccando sulla parziale illustrazione della copertina.
domenica, giugno 25
LA BARBA DI DIOGENE N. 3 . articolo di Tommaso Mondelli e Danila Oppio
In questo numero, oltre ai molti articoli di grande interesse, è stato pubblicato anche un testo scritto a due mani da Tommaso Mondelli e Danila Oppio, che si trova a pag. 10 della rivista. Qui sotto il link per sfogliarla tutta.
martedì, giugno 13
L'APPRODO N. 5 - RIVISTA LETTERARIA ONLINE
E' appena uscita la rivista n.5 de L'Approdo (n. 5) che potrete leggere in pdf a questo link:
http://s.bl-1.com/h/JS3fggP?url=https://rinabrundu.com/2017/06/13/lapprodo-la-rivista-letteraria-anno-2-numero-5-giugno-2017-scritture
In questo numero, oltre ad interessanti articoli, sono state pubblicate due poesie di Tommaso Mondelli e due di Danila Oppio.
Un sentito ringraziamento a Ivana Vaccaroni, direttrice della rivista e a Rina Brundu, coordinatore editoriale.
martedì, maggio 30
LA BARBA DI DIOGENE - Rivista filosofica online
Secondo numero della rivista a carattere filosofico edita da Ipazia Books.
In questo numero, tanti interessanti articoli e nell'angolo della poesia, denominato L'ANTRO DI CALLIOPE, a pag. 10 potrete leggere due composizioni di Rina Brundu, una di Danila Oppio e un'altra Tommaso Mondelli, che sono lieta di riproporre anche in questa sede.
Per leggere tutti gli articoli, vi suggerisco di aprire questo link diretto:
Oppure scaricate il seguente pdf.
Se cliccate sull'immagine, dovrebbe ingrandirsi ed risultare leggibile, in ogni caso ho ingrandito un poco le due poesie di Tommaso Mondelli e Danila Oppio. Se ciò non dovesse accadere, il pdf o l'issue della rivista, vi presenterà le pagine perfettamente leggibili.
Buona lettura di tutta l'interessantissima rivista.
Danila Oppio
mercoledì, febbraio 1
SICILIA 1943 di Tommaso Mondelli
https://rinabrundu.com/2017/01/31/sicilia-1943/
Ieri è stato pubblicato questo racconto storico di Tommaso Mondelli, su Rosebud, come da link diretto qui sopra. L'autore me lo ha rinviato con qualche aggiunta, e lo pubblico, così modificato, in questa sede.
Nuova
versione
SICILIA 1943
L'estate
di quell'anno era appena seguita alla primavera e l'asse italo-tedesco era
rimasto seduto sul proprio fondo schiena, in Europa e in Africa era stato perso
tutto. Gli anglo-americani avevano appena inghiottito la Libia, e ora erano a
due passi da casa nostra. Dove, l'intenzione di entrare senza chiedere il
permesso, era abbastanza scontata. L’estate, in quel momento, appariva molto
calda, e le stesse parole del Duce, su un giornale dell'isola erano in neretto
e categoriche: “Onori per chi combatte,
disprezzo per chi s'imbosca e piombo ai traditori di ogni rango e razza” e,
sembrava, volessero essere prese sul serio. La minaccia era un fatto interno al
paese dal capo dell'esecutivo. Il giornale chiudeva il discorso con una formale
rassicurazione al paese nel voler dire che, chi
si fosse apprestato a invadere il sacro suolo della Patria, avrebbe trovato
pronti dei valorosi difensori a spegnere quel sogno già in prima zampata, sul
bagnasciuga.
Era una giornata limpida e assolata d’inizio
luglio. Il comandante del reparto aveva disposto il raduno di ufficiali e
sottufficiali in una di quelle mattine, intorno alle dieci, in piena campagna
di grano mietuto, all'ombra di una quercia centenaria, sotto la quale era stata
collocata una tavola imbandita. Tenne un breve discorso sui nostri doveri verso
la patria e precisò di fare al meglio il nostro dovere per salvare la nostra
pelle. Alla fine incoraggiò un arrembaggio su pasticcini e bevande di buona
qualità. Sciolse l'adunata e si
allontanò col suo aiutante. Fu l'ultima volta che si fece vedere. Gli eserciti
anglo-americani erano già sbarcati da qualche giorno, e avevano quasi
consolidate le loro posizioni intorno al lido di Sciacca. A fermarli sul
bagnasciuga erano andati veramente in pochi e avevano sbagliato strada.
Un
fatto mi era apparso molto strano e mi fece riflettere. Un pomeriggio,
camminavo in un campo di grano mietuto dove, a una certa distanza, erano posti
allineati e legati i nostri muli. Da loro non ero molto distante, e badavo che
non ci fosse nulla d’irregolare. Un aereo da caccia col muso rosso fece un paio
di giri e poi se ne andò, senza aver sparato nemmeno un colpo, né a me e
neppure ai muli allineati, e certamente non per essere privo di munizioni.
Passò come per controllare, da padrone, e se tutto fosse in ordine e niente d’irregolare.
Solo
i tedeschi, ci fu dato di sapere, che avessero opposto una qualche inutile
resistenza alle forze Alleate. Il fatto stesso che ci vennero incontro con una
camionetta, in prima linea, invece che coi carri armati, dimostrava qualcosa di
sorprendente.
Sembrava
tutto ovvio e naturale, ed io provai la medesima sensazione vissuta quando, due
anni prima avevamo occupato la Jugoslavia nella primavera del 1941, così come
quella percepita durante la primavera del 1940 che precedette l'invasione della
Francia. L'atmosfera che vi regnava era di un’incolpevole indifferenza. La
guerra c'era ma non si vedeva. Si viveva l'incognita della sorpresa. Come dire,
per quell'occasione e in Sicilia: stiamo cambiando alleanza? Avanti un altro. I
tedeschi andavano e gli americani venivano. Una banale sostituzione. Cambiava
l'alleato o il padrone? In questi casi non si resta tanto a valutare chi sia il
migliore. Dato che non sei tu a scegliere.
Un paio di giorni dopo, ricevemmo l'ordine di
levare le tende dalla zona collinare del trapanese, dove eravamo dislocati da
qualche mese, e precisamente nel minuscolo Comune di Vita, già provenienti
dalle falde dell'agrigentino. Di un certo Alfano, ancora non si parlava. Ci
invitarono a prepararci per marce forzate, uomini e quadrupedi, sulle proprie
gambe. La partenza avvenne verso sera e ricordo di aver attraversato alcuni
abitati, tra cui quello di Castelvetrano. Lo raggiungemmo il mattino
successivo, per una pausa rancio e per governare gli animali. Vedemmo un
cavallo che correva libero e sbardato, con una mascella penzoloni, causata
forse da una ferita provocata dalla scheggia di una bomba. Poverino!
Verso
l'imbrunire riprendemmo la marcia poiché, con la luce del giorno, gli aerei da
caccia ci avrebbero notato e massacrato, se ne avessero avuto voglia o, forse,
ci avrebbero risparmiati? In quella zona di tedeschi non ce ne erano, penso
ancora cosa sarebbe potuto succedere: certamente con loro in un eventuale
incontro-scontro con gli alleati che ci stavano venendo incontro. Eravamo però
all'oscuro dei motivi di quel trasferimento, e del luogo verso cui ci stavamo
dirigendo, anche se si vociferava che avremmo dovuto passare per Montelepre,
Palermo, per poi imbarcarci a Termini Imerese, o raggiungere Messina e il continente,
non poteva essere che un’impesa molto azzardata. Se ti affrontano mentre
cammini sei spacciato, perché resti senza posizione a difesa.
A
notte fonda le strade di Palermo, come di altri centri abitati, erano assiepate
di gente che ci salutava, ci applaudiva con calore e ci supplicava di non
opporre resistenza, per non farci ammazzare inutilmente. Io stesso fui più
volte invitato a uscire dai ranghi per essere fornito di abiti civili, ma non
accolsi l'invito. Il reparto comprendeva una grande maggioranza di militari di
origine siciliana, i quali chiedevano il permesso di potersi allontanare un
attimo per salutare i famigliari, e raggiungermi subito dopo. Non li vidi mai
più tornare.
Durante
la tarda mattinata raggiungemmo la città di Bagheria e stavamo accostandoci a
un aranceto per preparare il rancio, però non ricordo di averlo consumato.
Eravamo
rimasti, il tenente, io e pochi militari a rifiutare il disprezzo del Duce per chi s'imbosca. Non ci imboscammo e
non eravamo intenzionati a fare gli eroi. Sul ciglio della strada si avvicinò
un civile per dirci: “Gli americani sono a Termini Imerese”. Erano già di
fronte a noi per fermarci con le buone o con le cattive. Al loro arrivo noi
eravamo già in piedi e con le mani in tasca. Eravamo veramente in pochi.
Avevamo raccolto dei volantini lanciati da un aereo alleato, da noi non visto,
che ci ingiunsero di non opporre resistenza perché, e in caso contrario, delle
conseguenze ne sarebbero stati ritenuti responsabili gli ufficiali. Potevamo
noi due e gli addetti alla cucina affrontare gli americani? Le munizioni non
sarebbero bastate che per pochi minuti di fuoco. Di lì a poco, si avvicinò una
Jeep con due militari americani a bordo, e noi li avremmo potuti anche fare
prigionieri, ma per quanto tempo? Non ci avrebbero nemmeno preso sul serio!
Loro sapevano già tutto di noi, ed erano venuti per dirci di pazientare, in
attesa di un mezzo di trasporto. Ci accodammo agli eventi per salvare la nostra
pelle, come ci era stato suggerito dal nostro comandante. Sarebbe poi finita
anche l'epoca di andare sempre a piedi nelle marce forzate.
Un
automezzo ci raggiunse e caricò tutti quanti, per essere condotti e alloggiati
in un vecchio campo abbandonato dai tedeschi in fuga, nei pressi di Agrigento.
Nel magazzino c'era del cibo che i tedeschi non fecero in tempo a portare via. Il rancio lo consumammo lì, con una
scatoletta di crauti e patate bollite in grasso di maiale. Una vera schifezza,
ma avevamo fame.
Dopo il 25 luglio di fecero uscire in fila
e a piedi fino a Porto Empedocle, dalla parte opposta di Agrigento, e ci fecero
salire su carrette del mare pwe sbarcarci a Biserta, distrutta, e ancora dopo
qualche giorno a Tunisi e ancora, dopo una settimana, ad Algeri in treno.
Il
seguito si trova nel mio libro:
“Settimane
bianche e crociere a costo zero di un ragazzo partito soldato.
Tommaso Mondelli
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