POETANDO
giovedì, novembre 3
COME STAI? TUTTO BENE! - di dott.ssa ZARINA ZARGAR e dott.ssa MASSOBRIO psicologhe
giovedì, luglio 28
LA VIA ESTREMA ED IMPERVIA DELLA MAGREZZA: IL CORPO COME STRUTTURA RELAZIONALE delle dott. CHIARA MASSOBRIO E ZARINA ZARGAR
Dott.ssa CHIARA MASSOBRIO
Dott.ssa ZARINA ZARGAR
La via estrema ed impervia della magrezza: Il corpo come struttura relazionale
Metro e bilancia. Misurare.
Che cosa?
I centimetri, i chilogrammi, distribuiti in forme che si assottigliano progressivamente fino a diventare esili certezze, sotto l’attento controllo di un carceriere.
Lo spirito, l’anima a cui ogni giorno la pelle si avvicina, scavalcando la gabbia tracciata dalle ossa.
È questa la via estrema e impervia della magrezza.
Si parla di anoressia, ovvero di un’alterazione del comportamento alimentare legato ad una distorsione patologica dell’immagine del proprio corpo. Le giovanissime sempre più spesso si trovano a dover fare i conti con veri e propri carcerieri interiori finendo spesso in circuiti di privazione molto severi.
Ad un certo punto ogni cosa diventa corpo, forma corporea, l’intera identità si svuota e diviene illusoriamente rintracciabile solo attraverso l’immagine esteriore.
Parlando con una persona che soffre di questo disturbo, dopo aver ascoltato minuziose descrizioni di cosa va bene e cosa va male nel proprio corpo, sulle quantità, sugli etti, sull’abbronzatura, ecc., viene naturale domandare:
“E tu dove sei? Dietro a questo corpo cosa c’è? O meglio dentro questo corpo cosa vediamo se ci sforziamo per un attimo di ridirezionare lo sguardo verso l’interno?”
E lì le descrizioni lasciano spazio al silenzio.
Di silenzio spesso si tratta, di un mancato sentire interiore, di una pienezza smarrita o di un deficit nella costruzione del Sè, potrebbero dire alcuni.
Ed è forse da questo stesso silenzio che si può partire.
Gli aspetti emotivi giocano sempre un ruolo importante e un lavoro sul contatto con le emozioni può essere il primo avvicinamento al mondo interiore da riscoprire. In questi pazienti i vissuti di rabbia e di paura non elaborati possono essere molto intensi e continuare a riproporsi.
La paura, che arriva fino ad un vero e proprio terrore di ingrassare può spiegare di per sè i comportamenti restrittivi, le condotte di espulsione e la necessità di controllo che configurano questa patologia.
Grasso a cui viene evidentemente attribuito un significato più profondo ed essenziale del semplice fattore estetico, significato talmente costitutivo e centrale da giustificare le condotte estreme.
Per certi versi si può parlare di anoressia nervosa come di un disturbo relazionale: il corpo è una struttura relazionale.
Si plasma attraverso la relazione e ad essa rimanda, parla agli altri, li cerca e li respinge senza usare voce.
La vasta letteratura sui disturbi dell’attaccamento mostra come esistano effettivamente correlazioni tra pazienti anoressiche e modelli relazionali insicuri costruiti, questi ultimi, all’interno di famiglie in cui la scarsa vicinanza emotiva o l’intrusività e l’iperprotettività erano preponderanti o venivano percepiti come tali (Cavanna et al., 2012; Tasca et al., 2014).
Come evidenziato nei tanti anni di ricerca clinica e scientifica, comunque, sarebbe riduttivo ricondurre lo sviluppo patologico solamente all’ambiente di vita familiare, perché sono sempre numerosi i fattori che poi portano a un determinato esito (Le Grange et al., 2009).
Nella stanza della psicoterapia sono numerosi gli aspetti su cui si può concordare di lavorare con il paziente.
Le persone che sviluppano un disturbo del comportamento alimentare, tendenzialmente hanno aspetti caratteriali e di personalità rigidi che si direzionano verso perfezionismo e bassa autostima.
Il perfezionismo, ad esempio, è uno stile di personalità caratteristico e multidimensionale che fa riferimento all’auto imposizione di elevati standard, al timore degli errori, all’imponente considerazione delle aspettative altrui, a dubbi sulle azioni da compiere e la conseguente necessità di avere un’organizzazione meticolosa. Il perfezionismo, in ogni caso, non costituisce di per sé un tratto patologico e lo diventa nel momento in cui il timore dell’errore e l’ipotesi dello stesso diventano inaccettabili per la persona (Frost et al., 1990).
Come il perfezionismo, anche la bassa autostima è considerata un fattore determinante nello sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare. Le persone affette da questo disturbo, infatti, tendono poi a darsi un valore legato esclusivamente al peso e alla forma corporea (Fairburn et al., 2003), ma sono primariamente condizionate pervasivamente dalla convinzione di non essere adeguate e competenti nei diversi ambiti richiesti dalla vita. È proprio questa convinzione che le porta per lungo tempo a soffermarsi sugli aspetti negativi di sé e alimentare il rimuginio che le spinge poi a cercare una soluzione alternativa alla propria insoddisfazione (Vitousek e Hollon, 1990; Kerkhof et al., 2000).
In conclusione, metro e bilancia sono solo un aspetto esteriore, che si riesce facilmente a notare, ma che non dice tutto di chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare.
A un’analisi più attenta e approfondita emergono tanti aspetti da considerare che, se affrontati e trattati nel modo corretto, possono concorrere alla ricostruzione di un sé maggiormente coeso e degno di fiducia, ma soprattutto alla ripresa di una vita libera e portatrice di soddisfazione.
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Bibliografia
– Cavanna, D., Delogu, A. M., & Zavattini G. C., (2012). Le prospettive dell’attaccamento nei disturbi del comportamento alimentare. Psicologia Clinica dello Sviluppo, 16, 1, 3-36, doi: 10.1449/37088.
– Tasca, G. A., & Belfour, L. (2014). Attachment and eating disorders: A review of current research. International Journal of Eating Disorders, 47, 7, 710-717, doi: 10.1002/eat.22302.
– Le Grange, D., Lock, J., Loeb, K., & Nicholls, D. (2009). Academy for eating disorders position paper: The role of the family in eating disorders. International Journal of Eating Disorders, 43, 1-5, doi: 10.1002/eat.20751
– Frost, E. O., Marten, P., Lahart, C., & Rosenblate, R. (1990). The dimensions of perfectionism. Cognitive Therapy and Research, 14, 449-468.
– Fairburn, C. G., Cooper, Z., & Shafran, R. (2003). Cognitive behaviour therapy for eating disorders: a “transdiagnostic” therapy and treatment. Cognitive Behaviour Research and Therapy, 41, 509-528.
– Vitousek, K. B., & Hollon, K. B. (1990). The investigation of schematic content and processing in eating disorders. Cognitive Therapy and Research, 14, 191-214.
– Kerkhof, A., Hermas, D., Figee, A., Laeremans, I., Pieters, G., & Aardema, A. (2000). The Penn State Worry Questionnaire and the Worry Domains Questionnaire: First Results in Dutch and Flemish in- and outpatient group. Gedragstherapie, 33, 135-145
domenica, giugno 26
SE NON MI INSEGNI NON POSSO IMPARARE: IL LEGAME DI ATTACCAMENTO di ZARINA ZARGAR
Se non mi insegni non posso imparare: il legame di attaccamento
Che cos’è:
Partiamo da un concetto fondamentale. L’attaccamento è quel legame particolarissimo e speciale che ci permette di entrare in connessione con i caregiver, chi si prende cura di noi, fin dai primi giorni di vita e ci garantisce la sopravvivenza.
Lo sappiamo, tutti i cuccioli di mammiferi, come noi, dipendono dalle cure genitoriali e non avrebbero speranze di arrivare all’età adulta se non ci fosse qualcuno che si prenda cura di loro. Lo possiamo vedere anche nella vita di tutti i giorni: basta aver avuto tra le mani un gattino di pochi giorni per essersi resi conto di quanto sia fragile.
Ovviamente il discorso risuona ancora di più se pensiamo ai piccoli dell’essere umano, quelli nostri:
alla nascita siamo tutti indifesi, vediamo poco, non conosciamo l’ambiente e non sappiamo come muoverci, tantomeno procurarci il nutrimento da soli.
Senza cure adeguate non avremmo la possibilità di crescere e andare avanti.
L’attaccamento, quindi, è un legame istintivo e indispensabile alla sopravvivenza che ha origine nella relazione primaria, cioè quella che mette in relazione il neonato alla madre, al padre o chi si prende cura di lui. È un legame salvifico che lega il nuovo arrivato alla figura accudente con la quale si innesca uno scambio continuo di informazioni relative ai bisogni fisiologici e non.
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Esame psicodiagnostico
Come ha inizio?
Si sviluppa fin dai primissimi giorni di vita e si basa sulla disponibilità e sull’attenzione che l’adulto investe nei confronti del neonato.
Le madri lo sanno bene: bastano piccoli gesti, uno sguardo o un pianto diverso dal solito per capire di cosa il piccolo ha bisogno. Il legame di attaccamento, di connessione e fiducia reciproca che si crea fin dall’inizio rende tutto ciò molto naturale e di semplice decifrazione.
A causa della sua natura affettiva e del momento delicatissimo in cui ha inizio, questo è un legame molto intenso che si sviluppa nel tempo e prende direzioni diverse in base al temperamento innato del bambino (più attivo o meno) e le reazioni del caregiver che può essere più o meno rispondente ai reali bisogni fisiologici ma anche emotivi dell’esserino che richiede le cure.
Questo primissimo legame fondamentale, come ben spiegato dallo psicologo e medico John Bowlby, teorico dell’attaccamento, avrà delle influenze a lungo termine sull’esperienza di vita del bambino (Bowlby J., 1969)
E una volta adulti?
Una volta cresciuto, il bambino diventato adulto, in base all’esperienza vissuta con i caregiver (presenti, assenti, intrusivi o rifiutanti), saprà muoversi all’interno delle relazioni sociali, amicali e di coppia con maggiore o minore fiducia e sicurezza. Svilupperà, quindi, uno stile di attaccamento che utilizzerà per entrare in relazione con l’altro, sentendo dentro sé e aspettandosi comportamenti in linea con quelli sperimentati con la figura primaria.
In poche parole, gradualmente si struttureranno nella mente del bambino dei modelli operativi interni, cioè delle rappresentazioni mentali di sé, del legame costruito con l’attaccamento e poi più generalmente di ciò che può aspettarsi anche dagli altri e dall’ambiente esterno, con lo scopo di guidarlo nelle sue interazioni con l’ambiente facilitandole (Bowlby J., 1979).
Può succedere, in alcuni casi, che la figura primaria di accudimento viva contemporaneamente alla nascita del figlio/a una situazione personale di disagio dettata dai più svariati fattori e eventi: salute propria o del bambino (nascita pretermine o altri imprevisti), problemi di coppia, difficoltà di adattamento alla nuova vita, paura di non essere all’altezza, ambivalenza nei confronti della genitorialità, depressione post-partum, forti ristrettezze economiche e molte altre situazioni che possono contribuire all’esaurimento delle energie psicofisiche
necessarie ad accogliere il nuovo nato nel mondo e prendersene cura.
In base al vissuto del genitore, infatti, anche la relazione con il neonato cambia.
Non per forza, però, gli esiti saranno negativi. Come già anticipato prima, l’attaccamento è frutto di un continuo scambio in cui giocano ruoli importanti le caratteristiche dell’una e dell’altra parte, quindi anche assestamenti e migliorie, dopo un iniziale periodo di difficoltà, sono sicuramente possibili.
Una base sicura…
Quando il legame di attaccamento si consolida in maniera positiva si va a creare quello che la dott.ssa Mary Ainsworth (Ainsworth et al. 1978) ha per prima definito “base sicura“: una sorta di punto di partenza e punto di ritorno costantemente presente e in grado di adattarsi flessibilmente a esigenze di esplorazione e di crescita.
Bowlby ha poi ulteriormente approfondito questo concetto riferendolo al legame di attaccamento: quando un bambino inizia a esplorare attivamente l’ambiente extrafamiliare e a muoversi anche distanziandosi poco a poco dalle figure genitoriali ha bisogno di questa base sicura carica di sicurezza e di fiducia che gli garantirà un buono sviluppo sul piano sociale ed emotivo.
Il pieno appoggio del caregiver e lo sguardo sereno di approvazione nei movimenti di esplorazione permetterà all’infante di sentirsi sicuro e fiducioso nei momenti di allontanamento e allo stesso modo accolto non appena ritornerà indietro “sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato” (Bowlby J., 1988).
I genitori che nel tempo hanno saputo costruire una base sicura per i loro i figli li sostengono nelle loro esperienze di autonomia, ma intervengono per proteggerli, rassicurarli e accudirli quando necessario (Baldoni 2005a).
Nuove figure di attaccamento, quali?
Fortunatamente i modelli operativi interni, modelli a cui ci riferiamo quando ci relazioniamo con il mondo esterno, sono costantemente sottoposti ad un processo di riorganizzazione perché hanno a che fare con esperienze reali del passato e del presente e possono modificarsi, soprattutto sulla base di esperienze significative nel corso del ciclo vitale (Crittenden P.M., 1999).
Non è raro, ad esempio, che lo stile di attaccamento originario venga modificato dalla relazione profonda con il padre, con un pari o con un partner accogliente e incoraggiante.
Ma non solo: è stato osservato che tra gli effetti estremamente positivi di una buona psicoterapia ci può essere anche la profonda riorganizzazione delle rappresentazioni interne relative all’attaccamento (Crittenden 1999; Baldoni 2005a).
Un cambio di rotta dovuto a una nuova esperienza significativa relazionale che va a mettere in discussione i modelli operativi interni e di conseguenza sia aspettative che reazioni, quindi, è possibile.
Se una volta cresciuti percepiamo ancora ferite emotive e relazionali che riteniamo affondino radici nel nostro passato sta in definitiva a noi, ormai adulti, decidere in quale direzione muoverci per poterle iniziare a medicare.
Bibliografia:
1 Bowlby J. (1969): Attaccamento e perdita, vol. 1: L’attaccamento alla madre.
Boringhieri, Torino, 1972.
2 Bowlby J. (1979): Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina, Milano, 1982.
3 Ainsworth M.D.S., Blehar M.C., Waters E., Wall S. (1978): Patterns of attachment: a psychological study of the Strange Situation. Erlbaum Associates, Hillsdale, NJ.
4 Bowlby J. (1988): Una base sicura. Raffaello Cortina, Milano, 1989.
5 Baldoni F. (2005a): “Funzione paterna e attaccamento di coppia: l’importanza di una base sicura.” In: Bertozzi N., Hamon C. (a cura di): Padri & paternità. Edizioni Junior, Bergamo, pp. 79-102.
6 Crittenden P.M. (1999): Attaccamento in età adulta. L’approccio dinamico-maturativo all’Adult Attachment Interview. Raffaello Cortina, Milano.
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ZARINA ZARGAR
lunedì, maggio 16
LA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI della Dott.ssa ZARINA ZARGAR
La regolazione delle emozioni
Zarina Zargar 13 Maggio 2022 Dott.ssa Zargar emozioni PsicologiaPsicologa clinica (iscr. 11466-A) e psicoterapeuta in formazione. Con diverse esperienze formative e lavorative alle spalle, la Psicologia è indiscutibilmente la mia passione. Amo approfondire i più disparati ambiti psicologici e credo che da ogni esperienza si possa imparare qualcosa. Quest'ultimo è il concetto fondamentale che mi guida nella stesura dei miei scritti: siamo esseri umani incredibili, capaci di modificarci ogni giorno. Anche un piccolo spunto oggi può portarci a intraprendere nuove strade un domani!
Che cosa sarebbe la vita senza emozioni?
Le emozioni che proviamo danno alla nostra esistenza una bella spennellata di colore: ci permettono di assaporare ciò che ci circonda e ciò che abbiamo, ci fanno percepire quello che noi siamo.
Molto spesso le nostre emozioni sono positive e ci regalano giornate da ricordare; altre volte, invece, sono nettamente negative e ci provocano un disagio significativo.
Le nostre emozioni, comunque, non sono immobili: nel corso di un mese, di una settimana, ma anche di una sola giornata siamo in grado di sperimentarne un’ampia gamma. Pensiamo all’emozione che proviamo alla mattina, ad esempio, poco prima di entrare in un ambiente di lavoro che non ci piace; facciamo il confronto, ora, con quello che proviamo magari alla sera mentre ci rilassiamo sul divano o ci dedichiamo a un’attività che ci fa stare bene. Nel primo e nel secondo caso, sicuramente, non proviamo la stessa emozione e così avviene anche nel corso del resto della giornata.
Come ci gestiamo in questa “giungla emotiva”?
La capacità di regolare le proprie emozioni è sicuramente una capacità fondamentale e molto adattiva.
Nel percorso di crescita, tutti quanti abbiamo l’opportunità di imparare a gestire il nostro stato emotivo. Inizialmente sono i nostri caregiver, cioè i genitori, ad aiutarci a elaborare quello che ci accade e quello che proviamo. Fungono da mediatori in un mondo che ancora non conosciamo bene e ci aiutano a comprendere e dare una spiegazione agli eventi esterni e interni alla nostra persona.
Gradualmente, poi, con il passare degli anni il processo diventa automatico, interiorizzato, e nella maggior parte dei casi porta come risultato finale a una corretta gestione delle emozioni percepite.
Spesso, però, la vita ci mette di fronte a sfide nuove e mai sperimentate, in cui è difficile capire da subito quale sia la rotta da seguire. Può succedere, allora, che la propria capacità di calibrarsi all’interno del proprio mondo emotivo si vada a incrinare.
Qui entra ancora in gioco la capacità di regolare le proprie emozioni. Una situazione di novità, per esempio, può creare ansia e gioia allo stesso tempo: se la nostra capacità di regolare le emozioni non cede riusciremo a goderci l’esperienza tenendo a bada la paura di iniziarla; al contrario, se la capacità di regolare le emozioni vacilla potremmo essere sopraffatti da ansia e paura e non riuscire ad andare avanti.
Che cos’è la regolazione emotiva?
Con il termine regolazione emotiva si fa riferimento ad una serie di processi che consistono nell’attenuazione, intensificazione e/o mantenimento di una determinata emozione e che dipendono dagli obiettivi che un individuo ha (Gross, 2007).
La notizia importante, poi, è che i processi regolatori possono essere automatici o controllati, consapevoli o inconsapevoli e in ogni caso coinvolgono cambiamenti dinamici che durano nel tempo (Gross, 2007).
In altre parole, la regolazione emotiva non consiste solamente nel riuscire a mettere da parte le emozioni spiacevoli, ma anche nel riuscire a dare maggiore spazio a quelle belle e portatrici di positività. La regolazione emotiva, quindi, mira a trovare l’equilibrio all’interno del proprio vissuto emotivo senza escludere alcuna emozione e lo fa anche grazie ai processi introspettivi che siamo in grado di attivare.
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Motivazione
Tutte le nostre emozioni hanno qualcosa da dirci. La loro funzione, infatti, è quella di segnalarci ciò che va bene e ciò che ha bisogno di una miglioria.
Quando queste emozioni diventano troppo forti, però, e arrivano al punto di bloccarci e impedirci di procedere vuol dire che qualcosa è andato storto. É proprio in questo caso, quindi, cioè quando le emozioni diventano disadattive che si parla di disregolazione emotiva.
La disregolazione emotiva: questa colpevole
Il concetto di disregolazione emotiva è strettamente legato a quello di regolazione e si riferisce ad una interruzione della “stabilità interna” dei processi mentali che sono legati alla costante e dinamica regolazione delle attività cervello-mente-corpo-ambiente (Lazarus & Folkman, 1984).
Come tutti sappiamo, infatti, il nostro organismo deve costantemente trovare il giusto equilibrio in un contesto ricco di variabili e in incessante divenire. Talvolta si tratta di un compito davvero troppo complesso che può portare a esiti spiacevoli per la persona.
Non stupisce più, quindi, che la presenza di difficoltà nella regolazione emotiva sia trasversalmente presente nella maggior parte dei disturbi psicologici come disturbi d’ansia e dell’umore, disturbo Borderline di personalità, abuso di alcool e di sostanze, bulimia, Binge Eating e molti altri.
Caro me, chiedimi come sto…
Risulta essenziale, di conseguenza, focalizzarsi sempre sulle emozioni che la persona prova. È un lavoro che va fatto in terapia con professionisti del settore, ma anche in autonomia nella routine della propria giornata. Chiedersi come ci si sente piuttosto che non farci caso, essere consapevoli e presenti a se stessi, è il primo e fondamentale passo verso una relazione equilibrata con il proprio vissuto emotivo che può portare molto probabilmente a una consapevolezza propositiva. Non ignoriamoci.
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BIBLIOGRAFIA:
-Schreiber, L. R., Grant, J. E., & Odlaug, B. L. (2012). Emotion regulation and impulsivity in young adults. Journal of psychiatric research, 46(5), 651-658.
-Tugade, M. M., & Fredrickson, B. L. (2007). Regulation of positive emotions: Emotion regulation strategies that promote resilience. Journal of happiness studies, 8(3), 311-333.
-Sighinolfi, C., Pala, A. N., Chiri, L. R., Marchetti, I., & Sica, C. (2010). Difficulties in Emotion Regulation Scale (DERS): Traduzione e adattamento Italiano. Psicoterapia cognitiva e comportamentale.
-Weiss, N. H., Sullivan, T. P., & Tull, M. T. (2015). Explicating the role of emotion dysregulation in risky behaviors: A review and synthesis of the literature with directions for future research and clinical practice. Current opinion in psychology, 3, 22-29.
-Szasz, P. L., Szentagotai, A., & Hofmann, S. G. (2011). The effect of emotion regulation strategies on anger. Behaviour research and therapy, 49(2), 114-119.
-Gross, J. J. (2002). Emotion regulation: Affective, cognitive, and social consequences. Psychophysiology, 39(3), 281-291.






