POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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giovedì, novembre 3

COME STAI? TUTTO BENE! - di dott.ssa ZARINA ZARGAR e dott.ssa MASSOBRIO psicologhe


 

Come stai? Tutto bene!
 Zarina Zargar 1 Novembre 2022  Dott.ssa Massobrio Dott.ssa ZargaremozioniPsicologia

Ragione e sentimento:

“Dottore, devo liberarmi di questa sensazione, voglio smettere di stare male!“.

Le emozioni fanno soffrire, sono turbolente e a volte mal tollerabili. È vero!
Siamo sicuri, però, che cancellando le emozioni negative dalla nostra vita potremmo finalmente arrivare a stare bene?
Proviamo a pensarci.
Senza le vostre emozioni sapreste con facilità che cosa vi piace? Sapreste che è l’aggressività del vostro capo che vi porta a cercare un altro lavoro? O che il vostro partner trascurandovi vi provoca una ferita?
In un mondo senza emozioni ci troveremmo disorientati e, sicuramente, molto più in difficoltà nel cercare di capire che cosa ci succede.

Capita spesso, nella pratica clinica dello psicologo, di incontrare persone che lamentano difficoltà emotive: vorrebbero fare sparire l’ansia che le blocca, la tristezza che le spegne, la rabbia che le logora e così via.
La richiesta è sicuramente comprensibile.
Dinanzi alla sofferenza, che sia fisica o psicologica, la tendenza naturale e più immediata è quella di fuggire.
Assecondare questo desiderio di fuga e tentare di trovare un escamotage per non provare più l’emozione scomoda e andare avanti alla svelta, però, sarebbe la maggior parte delle volte un errore.
Le nostre emozioni, infatti, sono fondamentali e ci dicono tanto su chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci fa stare bene e cosa no. Se le escludessimo dalla nostra vita per dare spazio soltanto alla logica della ragione perderemmo tanto di noi stessi, perderemmo la possibilità di conoscerci e comprenderci profondamente.
Proprio per questo motivo le emozioni sono centrali in psicologia, permettono di accedere all’intimità della persona, alla sua vera struttura al di là di ogni apparenza.
Nello studio dello psicologo, quindi, si parla tanto di come la persona si sente e si cerca di arrivare al perché tante volte non sta bene, alla motivazione, per poi mirare al ristabilire un equilibrio più accettabile e sicuramente meno sofferente.
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Ma quindi a cosa servono le emozioni?
Charles Darwin il famoso naturalista de “L’origine delle specie” aveva già intuito nel corso dei propri studi del 1800 che le emozioni hanno una funzione cruciale e adattiva per l’essere umano.
Egli si era impegnato a osservare più e più volte i movimenti dei muscoli facciali dell’uomo nel tentativo di comprendere e stabilire se tale mimica, in seguito all’emozione, fosse elicitata da fattori innati o appresi. Nel corso di queste osservazioni, però, era arrivato a convincersi che l’espressione emotiva riuscisse a comunicare dei contenuti e facilitasse, allora, la relazione sociale con gli altri membri della specie (Ekman P., 2012).

Un importantissimo psicologo studioso delle emozioni, Paul Ekman, ha successivamente ripreso in esame gli studi di Darwin ed elaborato la propria teoria neuroculturale andando a confermare l’universalità dell’espressione emotiva delle emozioni primarie e anche la loro funzione comunicativa e adattiva (Ekman P., 1971).

Anche Reev, poi, un altro studioso del settore, ha approfondito gli aspetti legati alla motivazione e alla funzione dell’emozione attribuendo proprio alle emozioni una triplice funzione: adattativa, motivazionale e comunicativa/sociale (Reeve 2018).

Le nostre emozioni, quindi, sono essenziali e irrinunciabili. Sono la nostra bussola esistenziale in una realtà piena di variabili che è difficile valutare sempre con accuratezza.
Di tanto in tanto può succedere a chiunque, magari in situazioni concitate o momentaneamente troppo pesanti, di non riuscire a orientarsi all’interno di sé e non capire bene ciò che si prova.
La difficoltà è dettata da un evento in particolare, dalla fretta, da necessità non posticipabili…
Quando succede sistematicamente, però, le cose si complicano notevolmente per la persona: si trova a dover escogitare strategie alternative per comprendere ciò che le accade e agire di conseguenza.
Nel caso di una difficoltà costante, appunto, si può parlare in termini clinici di alessitimia.
Cos’è l’alessitimia?
Partendo dalle origini possiamo dire che il termine alessitimia è stato usato per la prima volta da Peter Sifneos per descrivere una difficoltà nell’identificare e descrivere i sentimenti (Sifneos, 2000). Tale difficoltà riguarda, appunto, sia l’elaborazione interna e la conseguente capacità di rilevare e comprendere i propri stati emotivi a livello cosciente che la loro verbalizzazione.
Sicuramente la pratica clinica e la ricerca scientifica concordano nel rilevare con frequenza un’associazione tra disturbi psichiatrici e alessitimia. Le spiegazioni in merito a questo fenomeno, la natura dell’interazione e la possibile influenza sui trattamenti terapeutici rimangono, però, molto controverse.
Uno studio condotto dall’università degli studi di Bologna, per esempio, individua come la presenza di alessitimia associata a tratti dipendenti di personalità possa influenzare negativamente la risposta al trattamento della sintomatologia ansiosa in modo significativo e possa creare degli effetti negativi anche sul trattamento della sintomatologia depressiva seppur, in quest’ultimo caso, in modo non significativo. Lo studio individua la possibilità che l’alessitimia possa essere un fattore di tratto in grado di interagire con altri tratti di personalità e in grado di modulare l’effetto dei trattamenti (Mori et al., 2012). Ciò rivela come potenzialmente questa condizione possa, in molti casi, fare la differenza.

Il concetto di alessitimia, però, spesso sfuma e si sovrappone ad altri tipi di deficit quali la disregolazione delle emozioni e il deficit nel riconoscimento delle emozioni altrui.
Nonostante questa sovrapposizione però ci si può riferire all’alessitimia come ad una condizione specifica o più probabilmente potrebbe collocarsi come un punto lungo uno spettro di disturbi emotivi (Pandey R. et al.).

Sicuramente non è in nessun caso facile entrare in contatto con le proprie emozioni, soprattutto quando sono percepite come sgradevoli e disturbanti.
E’ questione, come spesso accade, di pazienza, allenamento ed amore, perché è assolutamente possibile imparare a individuare e definire ciò che accade in noi e diventare sempre più abili nel prestarci attenzione.

Si può iniziare fin da subito.
Voi come state?
Prendetevi il tempo che vi serve per rispondere.


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Bibliografia

-Ekman, P. (a cura di), L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali. Edizione definitiva, tradotto da F. Bianchi Bandinelli e I. C. Blum, Universale Bollati Boringhieri-S. scient., 3ª ed., Torino, Bollati Boringhieri, 2012, ISBN 978-88-33-92296-6.

-Ekman, P. (1971). Universals and cultural differences in facial expressions of emotion. In Nebraska symposium on motivation. University of Nebraska Press.

-Mori E., Drago A., De Ronchi D., Serretti A. (2012); Alessitimia, personalità e outcome: uno studio naturalistico in pazienti con depressione maggiore e disturbi d’ansia; Journal of Psycopathology;18:138-144.

-Pandey R., Saxena P.,Dubey A., Emotion regulation difficulties in alexithymia and mental health; Europe’s Journal of Psychology, 7(4), pp. 604-623.

– Johnmarshall Reeve J (2018); Understanding motivation and emotion; John Wiley & Sons.

– Sifneof P. E. (2000); Alexithymia, Clinical Issues, Politics and Crime; Psychotherapy and Psychosomatics; vol. 69, No. 3; pp. 113-116.





giovedì, luglio 28

LA VIA ESTREMA ED IMPERVIA DELLA MAGREZZA: IL CORPO COME STRUTTURA RELAZIONALE delle dott. CHIARA MASSOBRIO E ZARINA ZARGAR

 


Dott.ssa CHIARA MASSOBRIO

Dott.ssa ZARINA ZARGAR

La via estrema ed impervia della magrezza: Il corpo come struttura relazionale

Metro e bilancia. Misurare.

Che cosa?

I centimetri, i chilogrammi, distribuiti in forme che si assottigliano progressivamente fino a diventare esili certezze, sotto l’attento controllo di un carceriere.

Lo spirito, l’anima a cui ogni giorno la pelle si avvicina, scavalcando la gabbia tracciata dalle ossa.

È questa la via estrema e impervia della magrezza.

Si parla di anoressia, ovvero di un’alterazione del comportamento alimentare legato ad una distorsione patologica dell’immagine del proprio corpo. Le giovanissime sempre più spesso si trovano a dover fare i conti con veri e propri carcerieri interiori finendo spesso in circuiti di privazione molto severi.

Ad un certo punto ogni cosa diventa corpo, forma corporea, l’intera identità si svuota e diviene illusoriamente rintracciabile solo attraverso l’immagine esteriore.

Parlando con una persona che soffre di questo disturbo, dopo aver ascoltato minuziose descrizioni di cosa va bene e cosa va male nel proprio corpo, sulle quantità, sugli etti, sull’abbronzatura, ecc., viene naturale domandare:

“E tu dove sei? Dietro a questo corpo cosa c’è? O meglio dentro questo corpo cosa vediamo se ci sforziamo per un attimo di ridirezionare lo sguardo verso l’interno?”

E lì le descrizioni lasciano spazio al silenzio.

Di silenzio spesso si tratta, di un mancato sentire interiore, di una pienezza smarrita o di un deficit nella costruzione del Sè, potrebbero dire alcuni.

Ed è forse da questo stesso silenzio che si può partire.

Gli aspetti emotivi giocano sempre un ruolo importante e un lavoro sul contatto con le emozioni può essere il primo avvicinamento al mondo interiore da riscoprire. In questi pazienti i vissuti di rabbia e di paura non elaborati possono essere molto intensi e continuare a riproporsi.

La paura, che arriva fino ad un vero e proprio terrore di ingrassare può spiegare di per sè i comportamenti restrittivi, le condotte di espulsione e la necessità di controllo che configurano questa patologia.

Grasso a cui viene evidentemente attribuito un significato più profondo ed essenziale del semplice fattore estetico, significato talmente costitutivo e centrale da giustificare le condotte estreme.

Per certi versi si può parlare di anoressia nervosa come di un disturbo relazionale: il corpo è una struttura relazionale.

Si plasma attraverso la relazione e ad essa rimanda, parla agli altri, li cerca e li respinge senza usare voce.

La vasta letteratura sui disturbi dell’attaccamento mostra come esistano effettivamente correlazioni tra pazienti anoressiche e modelli relazionali insicuri costruiti, questi ultimi, all’interno di famiglie in cui la scarsa vicinanza emotiva o l’intrusività e l’iperprotettività erano preponderanti o venivano percepiti come tali (Cavanna et al., 2012; Tasca et al., 2014).

Come evidenziato nei tanti anni di ricerca clinica e scientifica, comunque, sarebbe riduttivo ricondurre lo sviluppo patologico solamente all’ambiente di vita familiare, perché sono sempre numerosi i fattori che poi portano a un determinato esito (Le Grange et al., 2009).

Nella stanza della psicoterapia sono numerosi gli aspetti su cui si può concordare di lavorare con il paziente.

Le persone che sviluppano un disturbo del comportamento alimentare, tendenzialmente hanno aspetti caratteriali e di personalità rigidi che si direzionano verso perfezionismo e bassa autostima.

Il perfezionismo, ad esempio, è uno stile di personalità caratteristico e multidimensionale che fa riferimento all’auto imposizione di elevati standard, al timore degli errori, all’imponente considerazione delle aspettative altrui, a dubbi sulle azioni da compiere e la conseguente necessità di avere un’organizzazione meticolosa. Il perfezionismo, in ogni caso, non costituisce di per sé un tratto patologico e lo diventa nel momento in cui il timore dell’errore e l’ipotesi dello stesso diventano inaccettabili per la persona (Frost et al., 1990).

Come il perfezionismo, anche la bassa autostima è considerata un fattore determinante nello sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare. Le persone affette da questo disturbo, infatti, tendono poi a darsi un valore legato esclusivamente al peso e alla forma corporea (Fairburn et al., 2003), ma sono primariamente condizionate pervasivamente dalla convinzione di non essere adeguate e competenti nei diversi ambiti richiesti dalla vita. È proprio questa convinzione che le porta per lungo tempo a soffermarsi sugli aspetti negativi di sé e alimentare il rimuginio che le spinge poi a cercare una soluzione alternativa alla propria insoddisfazione (Vitousek e Hollon, 1990; Kerkhof et al., 2000).


In conclusione, metro e bilancia sono solo un aspetto esteriore, che si riesce facilmente a notare, ma che non dice tutto di chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare.

A un’analisi più attenta e approfondita emergono tanti aspetti da considerare che, se affrontati e trattati nel modo corretto, possono concorrere alla ricostruzione di un sé maggiormente coeso e degno di fiducia, ma soprattutto alla ripresa di una vita libera e portatrice di soddisfazione.

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Motivazione

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Bibliografia

– Cavanna, D., Delogu, A. M., & Zavattini G. C., (2012). Le prospettive dell’attaccamento nei disturbi del comportamento alimentare. Psicologia Clinica dello Sviluppo, 16, 1, 3-36, doi: 10.1449/37088.

– Tasca, G. A., & Belfour, L. (2014). Attachment and eating disorders: A review of current research. International Journal of Eating Disorders, 47, 7, 710-717, doi: 10.1002/eat.22302.

– Le Grange, D., Lock, J., Loeb, K., & Nicholls, D. (2009). Academy for eating disorders position paper: The role of the family in eating disorders. International Journal of Eating Disorders, 43, 1-5, doi: 10.1002/eat.20751

– Frost, E. O., Marten, P., Lahart, C., & Rosenblate, R. (1990). The dimensions of perfectionism. Cognitive Therapy and Research, 14, 449-468.

– Fairburn, C. G., Cooper, Z., & Shafran, R. (2003). Cognitive behaviour therapy for eating disorders: a “transdiagnostic” therapy and treatment. Cognitive Behaviour Research and Therapy, 41, 509-528.

– Vitousek, K. B., & Hollon, K. B. (1990). The investigation of schematic content and processing in eating disorders. Cognitive Therapy and Research, 14, 191-214.

– Kerkhof, A., Hermas, D., Figee, A., Laeremans, I., Pieters, G., & Aardema, A. (2000). The Penn State Worry Questionnaire and the Worry Domains Questionnaire: First Results in Dutch and Flemish in- and outpatient group. Gedragstherapie, 33, 135-145

domenica, giugno 26

SE NON MI INSEGNI NON POSSO IMPARARE: IL LEGAME DI ATTACCAMENTO di ZARINA ZARGAR

 Se non mi insegni non posso imparare: il legame di attaccamento


Che cos’è:

Partiamo da un concetto fondamentale. L’attaccamento è quel legame particolarissimo e speciale che ci permette di entrare in connessione con i caregiver, chi si prende cura di noi, fin dai primi giorni di vita e ci garantisce la sopravvivenza.

Lo sappiamo, tutti i cuccioli di mammiferi, come noi, dipendono dalle cure genitoriali e non avrebbero speranze di arrivare all’età adulta se non ci fosse qualcuno che si prenda cura di loro. Lo possiamo vedere anche nella vita di tutti i giorni: basta aver avuto tra le mani un gattino di pochi giorni per essersi resi conto di quanto sia fragile.

Ovviamente il discorso risuona ancora di più se pensiamo ai piccoli dell’essere umano, quelli nostri:

alla nascita siamo tutti indifesi, vediamo poco, non conosciamo l’ambiente e non sappiamo come muoverci, tantomeno procurarci il nutrimento da soli.

Senza cure adeguate non avremmo la possibilità di crescere e andare avanti.

L’attaccamento, quindi, è un legame istintivo e indispensabile alla sopravvivenza che ha origine nella relazione primaria, cioè quella che mette in relazione il neonato alla madre, al padre o chi si prende cura di lui. È un legame salvifico che lega il nuovo arrivato alla figura accudente con la quale si innesca uno scambio continuo di informazioni relative ai bisogni fisiologici e non.

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Come ha inizio?

Si sviluppa fin dai primissimi giorni di vita e si basa sulla disponibilità e sull’attenzione che l’adulto investe nei confronti del neonato.

Le madri lo sanno bene: bastano piccoli gesti, uno sguardo o un pianto diverso dal solito per capire di cosa il piccolo ha bisogno. Il legame di attaccamento, di connessione e fiducia reciproca che si crea fin dall’inizio rende tutto ciò molto naturale e di semplice decifrazione.

A causa della sua natura affettiva e del momento delicatissimo in cui ha inizio, questo è un legame molto intenso che si sviluppa nel tempo e prende direzioni diverse in base al temperamento innato del bambino (più attivo o meno) e le reazioni del caregiver che può essere più o meno rispondente ai reali bisogni fisiologici ma anche emotivi dell’esserino che richiede le cure.

Questo primissimo legame fondamentale, come ben spiegato dallo psicologo e medico John Bowlby, teorico dell’attaccamento, avrà delle influenze a lungo termine sull’esperienza di vita del bambino (Bowlby J., 1969)

E una volta adulti?

Una volta cresciuto, il bambino diventato adulto, in base all’esperienza vissuta con i caregiver (presenti, assenti, intrusivi o rifiutanti), saprà muoversi all’interno delle relazioni sociali, amicali e di coppia con maggiore o minore fiducia e sicurezza. Svilupperà, quindi, uno stile di attaccamento che utilizzerà per entrare in relazione con l’altro, sentendo dentro sé e aspettandosi comportamenti in linea con quelli sperimentati con la figura primaria.

In poche parole, gradualmente si struttureranno nella mente del bambino dei modelli operativi interni, cioè delle rappresentazioni mentali di sé, del legame costruito con l’attaccamento e poi più generalmente di ciò che può aspettarsi anche dagli altri e dall’ambiente esterno, con lo scopo di guidarlo nelle sue interazioni con l’ambiente facilitandole (Bowlby J., 1979).


Può succedere, in alcuni casi, che la figura primaria di accudimento viva contemporaneamente alla nascita del figlio/a una situazione personale di disagio dettata dai più svariati fattori e eventi: salute propria o del bambino (nascita pretermine o altri imprevisti), problemi di coppia, difficoltà di adattamento alla nuova vita, paura di non essere all’altezza, ambivalenza nei confronti della genitorialità, depressione post-partum, forti ristrettezze economiche e molte altre situazioni che possono contribuire all’esaurimento delle energie psicofisiche 

necessarie ad accogliere il nuovo nato nel mondo e prendersene cura.

In base al vissuto del genitore, infatti, anche la relazione con il neonato cambia.


Non per forza, però, gli esiti saranno negativi. Come già anticipato prima, l’attaccamento è frutto di un continuo scambio in cui giocano ruoli importanti le caratteristiche dell’una e dell’altra parte, quindi anche assestamenti e migliorie, dopo un iniziale periodo di difficoltà, sono sicuramente possibili.

Una base sicura…

Quando il legame di attaccamento si consolida in maniera positiva si va a creare quello che la dott.ssa Mary Ainsworth (Ainsworth et al. 1978) ha per prima definito “base sicura“: una sorta di punto di partenza e punto di ritorno costantemente presente e in grado di adattarsi flessibilmente a esigenze di esplorazione e di crescita.

Bowlby ha poi ulteriormente approfondito questo concetto riferendolo al legame di attaccamento: quando un bambino inizia a esplorare attivamente l’ambiente extrafamiliare e a muoversi anche distanziandosi poco a poco dalle figure genitoriali ha bisogno di questa base sicura carica di sicurezza e di fiducia che gli garantirà un buono sviluppo sul piano sociale ed emotivo.

Il pieno appoggio del caregiver e lo sguardo sereno di approvazione nei movimenti di esplorazione permetterà all’infante di sentirsi sicuro e fiducioso nei momenti di allontanamento e allo stesso modo accolto non appena ritornerà indietro “sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato” (Bowlby J., 1988).

I genitori che nel tempo hanno saputo costruire una base sicura per i loro i figli li sostengono nelle loro esperienze di autonomia, ma intervengono per proteggerli, rassicurarli e accudirli quando necessario (Baldoni 2005a).

Nuove figure di attaccamento, quali?

Fortunatamente i modelli operativi interni, modelli a cui ci riferiamo quando ci relazioniamo con il mondo esterno, sono costantemente sottoposti ad un processo di riorganizzazione perché hanno a che fare con esperienze reali del passato e del presente e possono modificarsi, soprattutto sulla base di esperienze significative nel corso del ciclo vitale (Crittenden P.M., 1999).

Non è raro, ad esempio, che lo stile di attaccamento originario venga modificato dalla relazione profonda con il padre, con un pari o con un partner accogliente e incoraggiante.

Ma non solo: è stato osservato che tra gli effetti estremamente positivi di una buona psicoterapia ci può essere anche la profonda riorganizzazione delle rappresentazioni interne relative all’attaccamento (Crittenden 1999; Baldoni 2005a).

Un cambio di rotta dovuto a una nuova esperienza significativa relazionale che va a mettere in discussione i modelli operativi interni e di conseguenza sia aspettative che reazioni, quindi, è possibile.

Se una volta cresciuti percepiamo ancora ferite emotive e relazionali che riteniamo affondino radici nel nostro passato sta in definitiva a noi, ormai adulti, decidere in quale direzione muoverci per poterle iniziare a medicare.

Bibliografia:

1 Bowlby J. (1969): Attaccamento e perdita, vol. 1: L’attaccamento alla madre.

Boringhieri, Torino, 1972.

2 Bowlby J. (1979): Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina, Milano, 1982.

3 Ainsworth M.D.S., Blehar M.C., Waters E., Wall S. (1978): Patterns of attachment: a psychological study of the Strange Situation. Erlbaum Associates, Hillsdale, NJ.

4 Bowlby J. (1988): Una base sicura. Raffaello Cortina, Milano, 1989.

5 Baldoni F. (2005a): “Funzione paterna e attaccamento di coppia: l’importanza di una base sicura.” In: Bertozzi N., Hamon C. (a cura di): Padri & paternità. Edizioni Junior, Bergamo, pp. 79-102.

6 Crittenden P.M. (1999): Attaccamento in età adulta. L’approccio dinamico-maturativo all’Adult Attachment Interview. Raffaello Cortina, Milano.

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 ZARINA ZARGAR


lunedì, maggio 16

LA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI della Dott.ssa ZARINA ZARGAR


La regolazione delle emozioni

 Zarina Zargar 13 Maggio 2022  Dott.ssa Zargar emozioni Psicologia

Psicologa clinica (iscr. 11466-A) e psicoterapeuta in formazione. Con diverse esperienze formative e lavorative alle spalle, la Psicologia è indiscutibilmente la mia passione. Amo approfondire i più disparati ambiti psicologici e credo che da ogni esperienza si possa imparare qualcosa. Quest'ultimo è il concetto fondamentale che mi guida nella stesura dei miei scritti: siamo esseri umani incredibili, capaci di modificarci ogni giorno. Anche un piccolo spunto oggi può portarci a intraprendere nuove strade un domani!

Che cosa sarebbe la vita senza emozioni?

Le emozioni che proviamo danno alla nostra esistenza una bella spennellata di colore: ci permettono di assaporare ciò che ci circonda e ciò che abbiamo, ci fanno percepire quello che noi siamo.

Molto spesso le nostre emozioni sono positive e ci regalano giornate da ricordare; altre volte, invece, sono nettamente negative e ci provocano un disagio significativo.

Le nostre emozioni, comunque, non sono immobili: nel corso di un mese, di una settimana, ma anche di una sola giornata siamo in grado di sperimentarne un’ampia gamma. Pensiamo all’emozione che proviamo alla mattina, ad esempio, poco prima di entrare in un ambiente di lavoro che non ci piace; facciamo il confronto, ora, con quello che proviamo magari alla sera mentre ci rilassiamo sul divano o ci dedichiamo a un’attività che ci fa stare bene. Nel primo e nel secondo caso, sicuramente, non proviamo la stessa emozione e così avviene anche nel corso del resto della giornata.

Come ci gestiamo in questa “giungla emotiva”?

La capacità di regolare le proprie emozioni è sicuramente una capacità fondamentale e molto adattiva.

Nel percorso di crescita, tutti quanti abbiamo l’opportunità di imparare a gestire il nostro stato emotivo. Inizialmente sono i nostri caregiver, cioè i genitori, ad aiutarci a elaborare quello che ci accade e quello che proviamo. Fungono da mediatori in un mondo che ancora non conosciamo bene e ci aiutano a comprendere e dare una spiegazione agli eventi esterni e interni alla nostra persona.

Gradualmente, poi, con il passare degli anni il processo diventa automatico, interiorizzato, e nella maggior parte dei casi porta come risultato finale a una corretta gestione delle emozioni percepite.

Spesso, però, la vita ci mette di fronte a sfide nuove e mai sperimentate, in cui è difficile capire da subito quale sia la rotta da seguire. Può succedere, allora, che la propria capacità di calibrarsi all’interno del proprio mondo emotivo si vada a incrinare.

Qui entra ancora in gioco la capacità di regolare le proprie emozioni. Una situazione di novità, per esempio, può creare ansia e gioia allo stesso tempo: se la nostra capacità di regolare le emozioni non cede riusciremo a goderci l’esperienza tenendo a bada la paura di iniziarla; al contrario, se la capacità di regolare le emozioni vacilla potremmo essere sopraffatti da ansia e paura e non riuscire ad andare avanti.

Che cos’è la regolazione emotiva?

Con il termine regolazione emotiva si fa riferimento ad una serie di processi che consistono nell’attenuazione, intensificazione e/o mantenimento di una determinata emozione e che dipendono dagli obiettivi che un individuo ha (Gross, 2007).

La notizia importante, poi, è che i processi regolatori possono essere automatici o controllati, consapevoli o inconsapevoli e in ogni caso coinvolgono cambiamenti dinamici che durano nel tempo (Gross, 2007).

In altre parole, la regolazione emotiva non consiste solamente nel riuscire a mettere da parte le emozioni spiacevoli, ma anche nel riuscire a dare maggiore spazio a quelle belle e portatrici di positività. La regolazione emotiva, quindi, mira a trovare l’equilibrio all’interno del proprio vissuto emotivo senza escludere alcuna emozione e lo fa anche grazie ai processi introspettivi che siamo in grado di attivare.

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Motivazione

Tutte le nostre emozioni hanno qualcosa da dirci. La loro funzione, infatti, è quella di segnalarci ciò che va bene e ciò che ha bisogno di una miglioria.

Quando queste emozioni diventano troppo forti, però, e arrivano al punto di bloccarci e impedirci di procedere vuol dire che qualcosa è andato storto. É proprio in questo caso, quindi, cioè quando le emozioni diventano disadattive che si parla di disregolazione emotiva.

La disregolazione emotiva: questa colpevole

Il concetto di disregolazione emotiva è strettamente legato a quello di regolazione e si riferisce ad una interruzione della “stabilità interna” dei processi mentali che sono legati alla costante e dinamica regolazione delle attività cervello-mente-corpo-ambiente (Lazarus & Folkman, 1984).

Come tutti sappiamo, infatti, il nostro organismo deve costantemente trovare il giusto equilibrio in un contesto ricco di variabili e in incessante divenire. Talvolta si tratta di un compito davvero troppo complesso che può portare a esiti spiacevoli per la persona.

Non stupisce più, quindi, che la presenza di difficoltà nella regolazione emotiva sia trasversalmente presente nella maggior parte dei disturbi psicologici come disturbi d’ansia e dell’umore, disturbo Borderline di personalità, abuso di alcool e di sostanze, bulimia, Binge Eating e molti altri.

Caro me, chiedimi come sto…

Risulta essenziale, di conseguenza, focalizzarsi sempre sulle emozioni che la persona prova. È un lavoro che va fatto in terapia con professionisti del settore, ma anche in autonomia nella routine della propria giornata. Chiedersi come ci si sente piuttosto che non farci caso, essere consapevoli e presenti a se stessi, è il primo e fondamentale passo verso una relazione equilibrata con il proprio vissuto emotivo che può portare molto probabilmente a una consapevolezza propositiva. Non ignoriamoci.

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BIBLIOGRAFIA:

-Schreiber, L. R., Grant, J. E., & Odlaug, B. L. (2012). Emotion regulation and impulsivity in young adults. Journal of psychiatric research, 46(5), 651-658.

-Tugade, M. M., & Fredrickson, B. L. (2007). Regulation of positive emotions: Emotion regulation strategies that promote resilience. Journal of happiness studies, 8(3), 311-333.

-Sighinolfi, C., Pala, A. N., Chiri, L. R., Marchetti, I., & Sica, C. (2010). Difficulties in Emotion Regulation Scale (DERS): Traduzione e adattamento Italiano. Psicoterapia cognitiva e comportamentale.

-Weiss, N. H., Sullivan, T. P., & Tull, M. T. (2015). Explicating the role of emotion dysregulation in risky behaviors: A review and synthesis of the literature with directions for future research and clinical practice. Current opinion in psychology, 3, 22-29.

-Szasz, P. L., Szentagotai, A., & Hofmann, S. G. (2011). The effect of emotion regulation strategies on anger. Behaviour research and therapy, 49(2), 114-119.

-Gross, J. J. (2002). Emotion regulation: Affective, cognitive, and social consequences. Psychophysiology, 39(3), 281-291.


venerdì, aprile 22

STRATEGIE E TRANELLI DELLA MENTE delle dott.sse Chiara Massobrio e Zarina Zargar


 

Sarà sicuramente capitato anche a voi di soppesare più e più volte numerose opzioni prima di prendere una vera decisione.

Fare una scelta, più o meno definitiva, comporta come conseguenza non da poco quella di escluderne mille altre di cui alcune potenzialmente appetibili.

Non è di sicuro un’azione facile: richiede tempo, energia e anche la capacità di rimanere poi sui propri passi senza essere assaliti da dubbi per alcuni irrisolvibili e fonte di logorio mentale.

Le scelte da prendere nel contesto della propria settimana o, più generalmente, della propria vita non sono sempre epocali o con conseguenze di dimensioni drastiche. Se ci soffermiamo a riflettere, infatti, possiamo notare come anche in momenti in cui ci riteniamo distratti o affaccendati siamo chiamati inesorabilmente a fare scelte e prendere decisioni.
Ad esempio succede quando guidiamo o pedaliamo in bicicletta: le prime volte, ancora inesperti, ci soffermavamo con attenzione sulla marcia da scegliere o su altri fattori da considerare per non perdere l’equilibrio e andare a sbattere; una volta presa confidenza con la prassi da seguire non ci pensiamo più e inseriamo il nostro “pilota automatico” interiore.

OCCHIO ALLE EURISTICHE...

Come dicevamo le scelte sono molte, ma fortunatamente per tutti quanti noi, alcune di queste scelte vengono fatte in automatico: siamo abituati a discriminare tra un percorso A o un percorso B, a estrarre dalla dispensa gli ingredienti giusti per la colazione e così via senza pensarci troppo.
È un meccanismo molto utile al consueto svolgimento delle nostre attività quotidiane senza che ci siano eccessivi intoppi dettati dall’affaticamento cognitivo ed emotivo.
Questo meccanismo di pensiero a noi familiare ma poco considerato, è conosciuto dalla psicologia con il termine euristica.
L’euristica, quindi, è essenzialmente una scorciatoia di pensiero che ci semplifica la vita.
Le semplificazioni, come intuibile però, possono presentare dei rischi, soprattutto quando sono eccessive.
Proprio nel momento in cui le nostre euristiche ci fanno sottovalutare tutte le variabili del contesto incorriamo in quelli che vengono chiamati “bias cognitivi”. Questi sono dei veri e propri errori di valutazione dettati dalla velocità e dalla superficialità con cui viene analizzata una situazione.
Le euristiche per funzionare, infatti, si basano su conoscenze acquisite e pregiudizi interiorizzati che però non sempre portano il processo di pensiero alla conclusione migliore.
Questi “errori” vengono prodotti spesso da un fatto.

Il nostro passato non è il nostro presente, ma può diventare il nostro futuro se ci muoviamo solo sulla base del primo: comportandoci e rispondendo come abbiamo fatto in passato avremo sempre gli stessi risultati e applicando sempre gli stessi sistemi di significato daremo il medesimo senso alle esperienze che facciamo.

Ebbene, la mente tende a portarci sempre nei soliti posti impedendoci a volte di cogliere nuove occasioni e di svoltare laddove il percorso è già tracciato.
Possiamo definire i bias cognitivi come delle vere e proprie distorsioni del pensiero (e di conseguenza alterano il comportamento).
Fortunatamente la maggior parte delle volte queste distorsioni non portano ad esiti negativi. Come si suol dire “la giusta misura sta nel mezzo” e le euristiche diventano disfunzionali solo quando contribuiscono a costruire una realtà soggettiva che pone l’individuo in una costante svalutazione di sé e degli altri, quando portano all’inattività e quando impediscono un buon adattamento all’ambiente e a un prolungato vissuto emotivo di rabbia, tristezza e paura che ne consegue.

Come e a cosa pensiamo ha delle profonde ripercussioni sulla nostra vita e sull’esito dei nostri interventi.

EFFETTO GALATEA...SCOPRIAMOLO!

Basti pensare al cosiddetto “effetto Galatea”, forse più conosciuto con il nome di profezia auto-avverante. Se crediamo che qualcosa accadrà molto probabilmente sarà così perché noi agiremo di conseguenza; perciò se siamo convinti che riusciremo a portare a termine un compito ci ritroveremo in una disposizione mentale tale da agevolare la messa in atto di comportamenti volti al successo.
La prima volta che, tra i banchi dell’università, gli studenti di psicologia incontrano e scoprono questo meccanismo spesso pensano di trovarsi davanti al manifesto del potere personale e generativo che custodiamo nella nostra mente: siamo veramente e direttamente artefici del nostro destino.
È un potere immenso e in grado di generare novità è successo ma è necessario saperlo gestire bene.
Come accennato prima, può avere risvolti anche molto negativi. Le distorsioni cognitive, ad esempio, sono tipiche di certe personalità e si ritrovano sistematicamente in alcuni disturbi mentali contribuendo alla loro formazione, ma soprattutto, cosa peggiore, al loro consolidamento e mantenimento.
Alcune persone incappano più facilmente in certi errori e ne fanno degli schemi cognitivi accessibili e preferenziali per la lettura della realtà. Nelle depressioni, per esempio, o nelle personalità che hanno organizzazioni tendenti ai disturbi depressivi è facile ritrovare bias cognitivi legati agli stili attributivi, alla percezione della propria efficacia, alla generalizzazione o i bias della negatività che rispecchiano e alimentano la seguente triade cognitiva: concetto negativo di sé, interpretazione negativa dell’esperienza e visione negativa del futuro (Beck A. T., 1984; Bara B. G., 2005).
In poche parole, le persone che tendono ad attribuirsi spesso la colpa e si vedono come incapaci di migliorare perché sono sempre state abituate a vedersi così finiscono per sperimentare sentimenti che, in definitiva, le bloccano realmente.

CONSIGLI PRATICI…

Cosa si può fare, quindi, per non cadere in questi errori mentali ma sfruttare al meglio la capacità della nostra mente di arrivare alla sintesi essenziale di ogni situazione?
La prima arma che dobbiamo sviluppare è l’auto osservazione e quindi è importante l’implementazione delle abilità che spesso hanno il prefisso “meta”, come per esempio la menzionatissima metacognizione che ci permette di riflettere sui nostri stessi costrutti mentali. Ciò non significa demonizzare o smettere completamente di utilizzare certi processi.

Se avete letto il nostro recente articolo sulla Mindfulness lo sapete, il trucco è quasi sempre quello: prendere distanza per osservare ciò che accade in noi e fuori di noi, perché per poter iniziare a cambiare qualcosa basta semplicemente iniziare a guardarla.

La mente ha il potere di creare, plasmare e distruggere una o più parti di noi: usiamolo al meglio.

Se ti è piaciuto il nostro lavoro e vuoi richiedere informazioni o verificare personalmente se il percorso con uno psicologo può esserti d’aiuto, puoi, senza impegno, contattarci così:

•Dott.ssa Chiara Massobrio •Dott.ssa Zarina Zargar

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Bibliografia

Bara B. G. (2005), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Volume secondo. Clinica, Bollati Boringhieri.

Beck. A. T. (1984), Principi di terapia cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi, Astrolabio editore.

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giovedì, marzo 10

LA PSICOTERAPIA FUNZIONA E TI SPIEGO PERCHE' di ZARINA ZARGAR



Zarina Zargar
Psicologa clinica (iscr. 11466-A) e psicoterapeuta in formazione. Con diverse esperienze formative e lavorative alle spalle, la Psicologia è indiscutibilmente la mia passione. Amo approfondire i più disparati ambiti psicologici e credo che da ogni esperienza si possa imparare qualcosa. Quest'ultimo è il concetto fondamentale che mi guida nella stesura dei miei scritti: siamo esseri umani incredibili, capaci di modificarci ogni giorno. Anche un piccolo spunto oggi può portarci a intraprendere nuove strade un domani!

A cura di:
Dott.ssa Chiara Massobrio •Dott.ssa Zarina Zargar
Spesso, nel corso degli anni, ci siamo imbattuti in scetticismi e pareri contrastanti sugli effetti della psicoterapia.
Qualche vostro conoscente, vi sarà capitato di sentirlo, avrà affermato che non serve a nulla. Qualcun altro, invece, si sarà sentito rinato e lo avrete visto voi stessi rifiorire. Se non avete sperimentato un tale percorso di crescita e cambiamento in prima persona, forse, vi sarete chiesti quale delle due fazioni sia quella che ha maggiormente ragione.
Quando si tratta di modificazioni immateriali, percepibili soggettivamente e non direttamente misurabili, ahimè, la situazione si fa complicata. Non basta mettere insieme le diverse informazioni reperite, come i pezzi di un puzzle, per riuscire a ricostruire un quadro preciso della situazione.
Fortunatamente, con il progresso in campo medico, a sostegno della psicoterapia sono finalmente arrivate le nuove tecnologie di ambito sanitario ora in grado di rendere tangibile il cambiamento fino a non molto tempo fa invisibile.

Il cervello, si sa, è l’organo più complicato che ci sia in assoluto. È ciò che ci caratterizza e differenzia. È il privilegiato custode della nostra personalità. È di fatto l’organo che di più si differenzia e ci differenzia dai nostri simili antenati: le scimmie. Grazie all’evoluzione che il nostro cervello ha affrontato prodigiosamente nel corso di migliaia di anni siamo in grado di fare tutto quello che facciamo e anche di più, continuando a progredire. Fondamentale, per la nostra corsa verso l’umanità, è stato sicuramente lo sviluppo del linguaggio.
Per quanto gli animali siano in grado di comunicare tra loro e mandarsi segnali nei più disparati modi, noi siamo gli unici, in tutta la Terra, a saper esprimere concetti notevolmente complessi riuscendo a padroneggiare e gestire informazioni che ci arrivano da più livelli.

Per tornare alla psicoterapia, questa si aggancia sicuramente sia al cervello/mente che al linguaggio.
È proprio la parola, la comunicazione, che cura in psicoterapia.
Siamo organismi intelligenti, con quozienti intellettivi elevati, eppure talvolta ci capita di restare ingarbugliati tra le matasse della nostra psiche complicata. Trovarsi in impasse nella vita, infatti, non è questione di notevole o scarsa intelligenza: dipende da fattori fortuiti o meno come la predisposizione genetica, le esperienze infantili, gli eventuali traumi subiti, ecc. Nessuno di noi può dirsi esente da questo punto di vista, le difficoltà a volte possono lasciare spiazzati come un fulmine a ciel sereno.

Ebbene, in questi casi la psicoterapia può essere un porto sicuro in cui attraccare per riprendere fiato e fare rifornimento di tutto ciò che è necessario per ripartire.
L’ascolto attivo e mai giudicante di un buon terapeuta, lo scambio e l’interazione all’interno di una seduta tutta per sé possono dare un più che valido contributo 
alla risoluzione dei problemi principali che causano malessere alla persona.
A dirlo non sono più i soli ex pazienti soddisfatti ma è, appunto, la scienza.
Grazie alle tecniche di neuroimaging cerebrale è stato possibile vedere come la psicoterapia sia in grado di modificare la struttura cerebrale stessa e di attivare i circuiti neuronali più adattivi per riuscire a stare di nuovo bene nella propria vita.
Tra le psicoterapie più studiate a livello scientifico ci sono quelle di matrice cognitivo comportamentale che risultano essere più standardizzate e analizzabili (indicate spesso con l’acronimo CBT), che dall’America hanno richiamato una notevole quantità di studi in tutto il mondo atti a comprovarne l’efficacia. Anche psicoterapie di altro orientamento, comunque, come quelle psicodinamiche che mettono i vissuti attuali in relazione con gli eventi del passato sono state prese in esame accuratamente e validate. Ovviamente i risultati ottenuti risentono dell’influenza di molte variabili come la sintomatologia trattata, le esperienze di vita e il background culturale del paziente, l’adesività al trattamento, ecc. Nonostante ciò, comunque, la psicoterapia è emersa da questi studi come una più che valida alleata della salute mentale con risultati positivi in grado di mantenersi tali a lungo termine nel tempo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, sembrerebbe essere efficace soprattutto nel trattamento dei disturbi d’ansia e nelle fobie. Tra i tanti studi sull’argomento è possibile citare il lavoro di Paquette e dei suoi colleghi attraverso il quale viene rilevato che pazienti con aracnofobia (fobia dei ragni)
dopo essere stati sottoposti a protocolli cognitivi comportamentali mostrano una riduzione significativa dell’attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale destra e del giro paraippocampale, molto attive prima del trattamento (Paquette et al. 2003). Questa modificazione, rilevata attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI), può indicare un miglioramento nella risposta ansiosa alla vista dello stimolo spaventante per il soggetto dalla quale possiamo inferire il probabile successo del trattamento.
Questo è solo un esempio e ce ne sono tantissimi altri. Tutto ciò avviene grazie alla proficua collaborazione tra paziente e terapeuta che crea un flusso continuo di informazioni e acquisizione di nuove competenze e modalità per affrontare piccole e grandi sfide del quotidiano. Meraviglioso, non è vero?
Anche in psichiatria, disciplina medica nella quale il trattamento elettivo è stato per tanto tempo esclusivamente farmacologico ci si trova ormai in una stabile integrazione tra intervento psicologico e farmacologico, un lavoro di squadra tra psicologo e psichiatra che è sempre di più routinario.
Questa interessante collaborazione si è sviluppata sulla base sempre più evidente del fatto che la psicoterapia risulta in grado di apportare cambiamenti epigenetici ai circuiti cerebrali migliorando sia l’attività che il processamento delle informazioni da parte dei neuroni, proprio come fanno anche i farmaci (Stahl S. M. 2012). Sembra proprio, infatti, che la psicoterapia riesca ad agire in modo significativo sul metabolismo di aree e circuiti cerebrali, in alcuni casi in maniera simile al trattamento farmacologico, in altri casi agendo su aree e circuiti specifici e differenti (Restrepo 2011).
Le Psicoterapie sono tutte uguali? In che modo  “funzionano” in modo diverso?
Bisogna notare, ovviamente, che non tutte le psicoterapie sono ugualmente efficaci nel trattamento di tutte le categorie di disturbi e non tutte sono adatte agli stessi tipi di pazienti.
A seconda del problema, infatti, e del tipo di persona che abbiamo davanti saranno più efficaci certe strategie piuttosto che altre. Allo stesso modo ci saranno terapeuti che funzioneranno meglio all’interno di dinamiche che privilegiano alcuni canali a scapito di altri. È proprio come succede per tutti gli altri aspetti medici e non medici della vita: bisogna trovare il punto di incontro giusto, la chiave giusta che apre la serratura!
A volte è questo il punto centrale della questione circa l’efficacia della terapia: non tutti i terapeuti vanno bene per tutti i tipi di pazienti e viceversa. Bisogna trovare “quello giusto” e spesso non è facile.
Un altro aspetto fondamentale a cui spesso non si pensa è questo: l’ambiente in cui il paziente è immerso. Ricordiamoci che nella maggioranza dei casi la seduta è a cadenza settimanale e dura circa un’ora. Per la maggior parte del suo tempo, quindi, il paziente si trova “da solo” (o meglio senza il terapeuta) in un ambiente che può essere anche molto disfunzionale in taluni casi e da cui è difficile svincolarsi.
Viene da sé che nella misura in cui il paziente riesce a diffondere, espandere e trapiantare nel proprio ambiente quello che avviene e scopre durante la terapia il trattamento avrà una portata e un’efficacia molto diversa. Certamente, questo processo richiede tempo, pazienza e lavoro attivo sia per il paziente che per il terapeuta.
Non è mai facile modificare i propri stili di vita e di relazione sicuramente consolidati da diverso tempo: spesso l’ambiente, appunto, inteso anche come l’insieme delle persone in contatto stretto con il paziente, deve collaborare e non sempre è incline al cambiamento.
Come già accennato all’inizio, il tema è molto complicato ed è difficile trovare una spiegazione univoca circa l’effettiva efficacia di una specifica psicoterapia o di un trattamento psicologico su uno specifico gruppo di pazienti.
La psicoterapia, però, quando effettuata da terapeuti competenti in sintonia con pazienti collaboranti e vogliosi di dare una svolta alla propria vita – diremmo con una buona alleanza terapeutica – è sicuramente un valido strumento di aiuto nella cura del disagio mentale e la sua efficacia è dimostrata dalla scienza.
Al di là del riscontro scientifico, ad oggi presente, è giusto ascoltarsi e darsi uno spazio in cui esplorare ciò che in noi fa male, magari con l’aiuto dello psicologo o psicoterapeuta che più si sente essere in linea con il proprio io interiore.
È importante prima di tutto ciò che noi rendiamo tale e darsi modo di spaziare, condividere, vagliare percorsi nuovi e mai battuti è già di per sé terapeutico e fondamentale.

Se ti è piaciuto il nostro lavoro e vuoi richiedere informazioni o verificare personalmente se il percorso con uno psicologo può esserti d’aiuto, puoi, senza impegno, contattarci così:

•Dott.ssa Chiara Massobrio
•Dott.ssa Zarina Zargar

✓email e cell: chiara.massobrio92@gmail.com – 3477460054
✓email e cell: zarinazargar92@gmail.com – 3517579599
-Instagram dott.ssa Massobrio
-Instagram dott.ssa Zargar

Bibliografia:

1. Paquette V., Le ́vesque J., Mensour B., Leroux J., Beaudoin G., Bourgouin P., Beauregarda M. (2003),“Change the mind and you change the brain”: effects of cognitive-behavioral therapy on the neural correlates of spider phobia. NeuroImage 18, 401–409.

2. Stahl S. M. (2012), Psychotherapy as an epigenetic ‘drug’: psychiatric therapeutics target symptoms linked to malfunctioning brain circuits with psychotherapy as well as with drugs. Journal of Clinical Pharmacy and Therapeutics, 37, 249–253.

3. Restrepo L. (2011), How Psychotherapy Changes the Brain. Understanding the mechanisms. Psychiatric Times, vol 28, no 8.