POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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venerdì, maggio 12

DAVID DI DONATELLO, miglior film "LE OTTO MONTAGNE"

David di Donatello, miglior film "Le Otto Montagne"


Le Otto montagne dei registi belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersh è il miglior film della 68esima edizione dei David di Donatello premiato mercoledì sera negli Studi Lumina di Roma in diretta tv su Rai 1 con la conduzione di Carlo Conti affiancato da Matilde Gioli. Il film di amicizia a grandi altezze con gli affiatati Alessandro Borghi e Luca Marinelli conquista anche miglior fotografia, sceneggiatura non originale e suono. "Un viaggio incredibile. Perché due belgi fanno un film in Italia? Era una storia molto bella, da un libro che mi hanno mandato i produttori e ho detto: sì, lo faccio", proclama Felix Van Groeningen. "Grazie per questa dichiarazione d'amore. Noi amiamo l'Italia", aggiunge commuovendosi Charlotte Vandermeersh. Alessandro Borghi non ha dubbi: "Fare questo film è stato un regalo incredibile per la mia vita. Un incontro meraviglioso condividere questa cosa con mio fratello che sta qua", aggiunge indicando Luca Marinelli, che da parte sua restituisce il merito ai registi: "Sono due anime gigantesche che ci hanno regalato quest'avventura meravigliosa".

Ringrazio l'amica Alessandra Giusti per avermi inoltrato questo articolo, applausi agli attori e regista, ma...certo che leggere "era una storia molto bella, da un libro che mi hanno mandato i produttori" senza citare l'autore del libro, indispensabile dirlo e tremenda gaffe, mi ha lasciata basita, a dir poco". Rimedio come posso.

Paolo Cognetti, è uno scrittore italiano. Ha vinto il Premio Strega 2017 col romanzo Le otto montagne. 


Nato il 27 gennaio 1978 a Milano,  si è trasferito o frequenta molto spesso Brusson e dintorni, in Val D'Aosta, dove si è ispirato per la stesura del suo libro, dal quale è stato in seguito tratto il film di cui si parla.
Non ho altre informazioni, Alessandra me ne ha molto parlato, penso che lo conosca bene, per cui passo notizie di seconda mano. Questo mio post l'ho ritenuto necessario per dire che se non ci fosse stato questo libro di Cognetti, il film vincitore del Premio David di Donatello, non si sarebbe girato. Lode all'autore e lode anche a regista e attori che lo hanno interpretato. Se non ci fosse stata quella pecca riguardante la mancata citazione dell'autore del libro, sarebbe stato meglio!
Per meglio leggere, cliccate sull'immagine qui sotto, così si ingrandisce.

Danila Oppio

lunedì, settembre 5

UN MILIONE DI DOMANDE (sull'amore ed altre faccende) di DANI DANI BRUNI

 



UN MILIONE DI DOMANDE (Sull’amore ed altre faccende)
Di Dani Dani Bruni

Impressioni di lettura di Danila Oppio

Ho cominciato a leggere e sono andata avanti senza respiro, pagina dopo pagina, tanto il contenuto è avvincente.

Scritto in forma semplice, quasi fosse una conversazione tra amiche, come se la protagonista del romanzo fosse di fronte a me, a raccontarmi della sua vita fin da quando era piccola.

L’autrice non ha cercato parole raffinate, per raccontare la storia, ha utilizzato un linguaggio discorsivo. Il racconto si snoda lungo tutta l’esistenza della protagonista da quando era piccina, fino ai tempi nostri o quasi. Ambientato a San Benedetto del Tronto, risente del sistema educativo della gente del luogo, dei timori di “fare brutta figura” se si racconta in giro quel che deve restare nel privato. Quel che pensa la gente, influisce sulle decisioni da prendere, e il padre, come capofamiglia, ha potere decisionale su ogni membro di casa.
Non racconto la trama del libro, poiché lascio ai lettori il piacere di leggere la narrazione e trarre le proprie impressioni.
Si tratta di un lungo racconto basato su quanto potrebbe accadere, o forse è accaduto realmente, nella vita di una donna. 
Sprazzi di psicologia che delineano la ricerca dell’autrice, per evitare di farsi prendere nella morsa del dolore, e liberarsi così da stati d’animo negativi. 
Le mie sensazioni di lettura sono state positive, trainate dalle citazioni di testi tratti dai brani dei Pooh, cui l’autrice ha voluto ricordare in questo libro. 
Un libro da leggere sicuramente, che potete trovare qui poiché edito in self-publishing su KDP di Amazon.



Danila Oppio


martedì, maggio 10

FOLCO GIUSTI - L'ISOLA DELL'ULTIMO RITORNO



FOLCO GIUSTI – L’ISOLA DELL’ULTIMO RITORNO

Impressioni di lettura di DANILA OPPIO

La mia cara amica Alessandra Giusti, con la quale parlavamo spesso di libri che avevamo letto o che erano in lettura, mi suggerì il romanzo storico scritto da suo cugino Folco Giusti. Lo ordinai su Amazon, e quando vidi che era un volume di tutto rispetto, di ben 519 pagine scritte a caratteri, per la mia debole vista troppo piccoli, mi spaventai.

Rimase a lungo sul comodino accanto al mio letto, perché avevo altri libri più snelli da leggere. 

Quando mi decisi a farlo, mi prese così tanto che non vedevo l’ora che fosse sera, per prenderlo in mano e tuffarmi nella sua storia. (è mia abitudine leggere di notte). Molto avvincente, la storia di Rufio, del suo amore incondizionato e travolgente per una donna che conobbe quando era ancora bambina e lui un ragazzo diciassettenne. Delle battaglie combattute contro gli invasori barbarici, a fianco di Aezio, dei lutti, e della ricerca disperata, durata decenni, della sua promessa sposa, della crisi di Roma che perdeva smalto, tutto questo e altro ancora, mi ha tenuta col fiato in sospeso. 

È vero che si tratta di una storia parzialmente inventata dall’autore, ma colma di fatti storici realmente accaduti, e così, poiché ero a digiuno di parte della Storia, soprattutto quella dei Vandali, di Attila, dei Visigoti, insomma della discesa dei barbari nell’attuale Francia e in Italia, così come in Africa, ho potuto arricchire la mia conoscenza.  Non ne sapevo nulla, se non pochi frammentari episodi. L’Isola di Capraia è al centro del racconto, poiché Giusti ama molto quella terra. 

Ne parlai anche con Renata Rusca Zargar, altra amica savonese, insegnante in quiescenza di italiano, storia, geografia, nelle Scuole Superiori, impegnata in ambito sociale, è Presidente dell’Associazione Culturale Savonese ZACEM e si occupa a tempo pieno di una Biblioteca di volontariato che raccoglie libri formativi sui paesi in via di sviluppo, popoli, migranti, pace, intercultura ecc... Ha collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui Il Letimbro (allora settimanale della diocesi savonese). Ha pubblicato in formato e-book: “Cilnia Potetio” (romanzo storico ambientato a Pompei, Abel Books, 2011), e molti altri libri e racconti, spesso ambientati in India, poiché si è unita in matrimonio con un uomo Kashmiro. É presente in molti siti Internet, tra cui www.famigliazargar.com e http://www.zacem-online.org/ Insieme con Zahoor Ahmad Zargar ha pubblicato: “L’Islam possibile in Italia” (Bastogi, 2005), “Storie dell’India” (Progetto Cultura, 2007), “Paura dell’Islam” (Caravaggio, 2008), “Lettere da Nazir” (e-book, Società Editrice Dante Alighieri, febbraio 2012), “KASHMIR: DAL PARADISO ALL’INFERNO” (ebook, Società Editrice Dante Alighieri, settembre 2013). Altri libri sono venuti in seguito, ma sarebbe troppo lungo elencarli. 

Renata ha immediatamente ordinato la versione e-book del testo L’ISOLA DELL’ULTIMO RITORNO di cui sto trattando. Lei, durante un breve viaggio a Verona, l’ha letta d’un fiato dal suo tablet, mentre io ho finito molto dopo, proprio per la difficoltà di lettura, ma non per questo meno interessata al contenuto che, come ho detto in precedenza, ha magnetizzato la mia attenzione.

Ho promesso a me stessa che avrei espresso le mie impressioni sul contenuto del romanzo, e lo sto facendo ora. Vorrei però proporre la sinossi in quarta di copertina, per meglio chiarire ai lettori. Questo mio scritto lo riporto nel mio Blog https://versiinvolo.blogspot.com/ perché i miei lettori possano saperne un po’ di più sul contenuto del libro e sull’autore di questo splendido romanzo storico.

“Uno degli ultimi veri romani, il praefectus urbi Claudio Rutilio Namaziano. Suo figlio Rufio, un tormentato cavaliere ante litteram. Il magister militum Flalvio Aezio a far fronte alle orde barbariche, le rivalità tra le prime sette cristiane, i santi, i guerrieri, i navigatori. Una vicenda in parte vera, sulle ceneri della grande storia di Roma. Lampi di coraggio, di passione, di disperazione. Sullo sfondo, la natura meravigliosa, quasi indifferente, di una delle più belle perle del mar Tirreno. “

Si può acquistare qui:

https://www.amazon.it/Lisola-dellultimo-ritorno-guerra-Antico/dp/8833001822

Consiglio vivamente la lettura!

CHI È L’AUTORE

FOLCO GIUSTI, nato nel 1943 a Lari (Pisa) si è laureato in Scienze Biologiche a Siena nel 1966. Subito intrapresa la carriera universitaria, nel 1983 è stato chiamato a ricoprire la cattedra di Professore ordinario di Zoologia nel corso di Laurea in Scienze Biologiche della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Siena. 

Specializzato in ricerche ultra-strutturistiche, sistematiche e biogeografiche sui molluschi, ha pubblicato circa 250 lavori a stampa in prevalenza su riviste internazionali. Ha inoltre prodotto numerosi capitoli divulgativi su giornali e riviste varie. Nel 1977 ha vinto il Premio “A. Garbini” e, nel 1979, ili Premio “E. Zavattari”, ambedue per le sue ricerche zoologiche e naturalistiche. Ha ricoperto la carica di Presidente o di Segretario di numerose società scientifiche nazionali e internazionali ed è stato membro di importanti organismi nazionali per la tutela dei beni ambientali e della fauna. Attualmente è membro del Consiglio Direttivo dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena e Presidente onorario della Società Malacologica Italiana. È cittadino onorario di Kansas City, Missouri, USA. Nel 2003 ha pubblicato una raccolta di racconti, intitolata Un’isola da amare. Capraia: storie di uomini e animali che, nel 2004, ha ricevuto il Premio Letterario “Castiglioncello-Costa degli Etruschi”. 

 


domenica, febbraio 13

Per il giorno del ricordo: LA PERSECUZIONE TITINA A FIUME


(1) Libri di Rodolfo Decleva | Facebook


Rodolfo Decleva, nato 1929 e profugo da Fiume il 1° febbraio 1947. Laurea Economia e Commercio. Stella d'Oro CONI per Meriti sportivi. Cittadino onorario di Keokuk, USA.

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Per il Giorno del ricordo – 2022

LA PERSECUZIONE TITINA A FIUME

Un breve Elenco di Vittime e Condanne

di Rodolfo Decleva


Entrarono a Fiume - senza sparare un colpo e senza un ferito o un morto - 7 ore dopo che i tedeschi avevano abbandonato la città nella notte del 2-3 Maggio 1945.

Da subito la determinazione jugoslava di impadronirsi del territorio fiumano con le buone o con le brutte maniere affiorò lampante: dopo la soppressione dei 3 Martiri autonomisti, dei questurini, carabinieri e finanzieri, toccò il turno a due Senatori fiumani del Regno che non avevano voluto abbandonare la città avendo la coscienza a posto.

Il Senatore Icilio Bacci venne arrestato quando andò a chiedere un lasciapassare per Trieste e fu fucilato a Karlovaz dopo un processo sommario.

Il Senatore Riccardo Gigante fu seviziato a Castua e murato dentro ad una grotta insieme ad una decina di altre vittime.

Di notte squadre speciali della Polizia Segreta sequestravano cittadini che ai familiari il giorno seguente non riusciva più di rintracciare né in Piazza Scarpa, sede dell’OZNA, né nelle carceri di Via Roma.

Si andava a cercarli anche a Kostrena e Cirquenizze, ma il risultato era sempre lo stesso: indirizzati da un ufficio all’altro perché nessuno ne conosceva la sorte, e i commenti che si riceveva erano: “non è qui”, “non sappiamo niente” per concludere “se lo hanno prelevato, qualcosa pur avrà fatto”.

Nei quartieri della Cittavecchia furono istituiti Capi Fabbricato e a turno, una volta alla settimana, gruppi di famiglie dovevano recarsi nella Scuola “Manin” - a seconda dei Rioni - per imparare il nuovo corso mentre gli assenti venivano qualificati come “Reazionari” o “Nemici del Popolo” comprendendo tra questi anche coloro che non facevano il lavoro volontario di sgombero macerie nei giorni di sabato e domenica.

Per recarsi a Trieste venne istituita una nuova carta di identità e la gente per ottenerla si metteva in fila nel Comitato Popolare Cittadino CPC di Piazza Regina Elena sin dalle 4 ore del mattino, ma il documento veniva rifiutato ai tanti “Reazionari” schedati dall’OZNA in Piazza Scarpa.

In Piazza Regina Elena i “liberatori” eressero un arco di trionfo in legno che veniva snobbato dai fiumani, i quali - evitando intenzionalmente di passarvi sotto - esprimevano con tale gesto la loro avversione al nuovo regime. Era in voga il detto “Maledetto quel fiuman, che passa sotto l’arco partigian”.

Quando arrivò il 6 Dicembre 1945 gli studenti delle Scuole Medie fiumane si accordarono di festeggiare San Nicolò e a non presentarsi a scuola. Era in tutti il ricordo amaro di quando frequentando le Elementari dovevamo lasciare i doni che il Santo ci aveva portato in quella notte magica. Il Regime fascista era contrario che si celebrasse quella festa perché in antitesi con la Befana Fascista del 6 Gennaio, ma ora che la “libertà” era arrivata, era un’altra cosa.

Fu uno sciopero? Una serrata? Certamente non fu un gesto politico. L’adesione fu totale e le scuole medie rimasero vuote, ma ciò provocò la reazione violenta del nuovo Regime, che mobilitò gli operai del Cantiere navale per la repressione di quel gesto reazionario, considerato un nefasto sciopero capitalista.

Gli operai si presentarono con rudimentali manganelli dal “Vinas” sopra Cosala e al campo “Tre Pini” sopra Santa Caterina, dove gli studenti erano in festa con Giulio Scala che suonava la fisarmonica.

L’Ordine popolare fu presto ristabilito. Un mio compagno di classe Carlo Paul a distanza di tempo ricordava ancora con sgomento le percosse che subì al Caffè “Pancera” adiacente al Cinema “Parigi” dove era andato a giocare alle boccine. Anche Elio Valenti aveva un “bel” ricordo di quel giorno: tornato in città dalla scampagnata al Vinas, fu prelevato da alcuni “compagni” che lo gettarono in mare dal Molo Scovazza tra lo scherno degli autori. Era vestito e il cappotto gli impediva di nuotare per recuperare la riva.

E venne poi il Santo Natale, che non avrebbe dovuto essere celebrato secondo il nuovo regime comunista ateo, ma ci furono lo stesso molti coraggiosi che - per paura di possibili delazioni - arredarono il presepe dentro gli armadi di casa. Ci si affidava alla Chiesa per conservare le nostre tradizioni di identità fiumana e italiana. La Cattedrale di San Vito per la funzione della Notte Santa del 1945 era gremita, strapiena. Non ci furono irruzioni o minacce, ma nella piazza i giannizzeri dell’ateismo buttavano bombe a mano sulla vicina casa in macerie e sparavano con i mitra per disturbare le Funzioni spaventando i Celebranti e i fedeli.

Mentre l’ateismo comunista diventava legge, la proprietà privata era soppressa e i negozianti erano diventati commessi anziché padroni, e alla fine della settimana dovevano presentare i conti e gli incassi ai nuovi amministratori cittadini. Le fabbriche erano diventate cooperative, gli operai politicizzati, la meritocrazia abolita e le paghe livellate, cioè quelle degli ingegneri erano parificate a quelle degli operai e quelle dei Maestri a quelle dei bidelli.

I Tribunali Militari e i Giudici Popolari - non essendo riusciti a mettere le mani su coloro che consideravano criminali di guerra come ad esempio gli alti gradi dei Comandi italiani, il Prefetto e il Questore di Fiume, il Comandante tedesco SS - giudicavano e condannavano i reazionari, semplici cittadini che non volevano adeguarsi ai nuovi doveri dittatoriali del popolo lavoratore, ad ammende o reclusioni fino ai lavori forzati e alla confisca dei beni.

Sin da subito il nuovo Padrone di Fiume Colonnello Antun Kargacin emanò l’Ordinanza per l’obbligo della Leva Militare per migliaia di giovani fiumani nati dal 1900 al 1927, che furono “deportati” in Bosnia indossando la divisa militare jugoslava. Lo scopo? Toglierli dalla città nei giorni in cui la Delegazione dei 4 Grandi sarebbe arrivata per accertare l’italianità o la slavità di Fiume.

Nelle fabbriche era molto in uso anche l’epurazione giustificata con il logoro status di reazionario o nemico del popolo. E anche gli antifascisti pagavano la loro opposizione ai nuovi arrivati come Giovanni Stercich, ex Segretario di Riccardo Zanella, che fu esule durante il ventennio fascista e promotore di iniziative autonomiste dopo il 1943.

Nelle Scuole furono diminuite le ore di italiano e latino, introdotto l’insegnamento obbligatorio della lingua croata e sostituito il tedesco. Poiché il Corpo Insegnanti si era rifiutato di sottoscrivere una petizione per l’annessione di Fiume alla Jugoslavia, i Professori a ruolo furono ridotti da 110 a 31 e sostituiti con elementi fidati. L’autorità degli Insegnanti fu poi azzerata venendo nominati i Bidelli quali Fiduciari di Istituto e creati Comitati studenteschi con funzioni di controllo e propaganda.

Un Elenco di Cittadini assassinati, spariti o infoibati:

Senatori del Regno Riccardo Gigante e Icilio Bacci; gli Autonomisti Ing. Nevio Skull, Dr. Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Membri dell’Assemblea Costituente dello Stato Libero fiumano; Radoslav Baucer, Direttore dell'Ospedale Civile, assassinato il 4 Maggio e gettato nella voragine della mina tedesca tra la radice del Molo Scovazza (Adamich) e la Lega Navale Italiana/Idroscalo,; l’ex Podestà Carlo Colussi e sua moglie Nerina Copetti; il Preside Gino Sirola; l’Insegnante Margherita Sennis; Ernesta e Zulema Adam; Gregorio Bettin, Presidente della Croce Rossa Italiana di Fiume; Giuseppe Tosi, Direttore Didattico di Abbazia; Eugenio Venutti, Maggiore dei Vigili del fuoco; Antonio, Maria e Margherita Pagan; Santo Taucer; Rodolfo Moncilli; Angelo Adam, antifascista repubblicano deportato dai tedeschi a Dachau; Gianni Marussi arrestato per attività politica clandestina; Pasquale Nereo Giurso per renitenza alla Leva Militare; Emiro Fantini di Abbazia morto in carcere a Maribor; Giuseppe Librio, che aveva ammainato una bandiera jugoslava, trovato cadavere sul Molo Stocco; Matteo Blasich; Walter Scrobogna, arrestato a Laurana e probabilmente finito a Basovizza; Albino Baratto, morto per l'Italia, in difesa dell'ultima bandiera italiana che sventolò sulla città di Fiume"

Un Elenco di cittadini fiumani arrestati o perseguitati:

Condannati ai lavori forzati: Padre Nestore della Chiesa dei Cappuccini, 15 anni di lavori forzati per aver fornito il ciclostile e tutto il necessario per la stampa di manifestini; Mario Dassovich 15 anni, idem; Oscar Purkinje 7 anni; Don Cesare, Parroco di Cosala, 3 anni; Maestro Giovanni Marvin un anno. Ettore Rippa, 15 anni per aver fatto credere al popolo che il Fascismo fosse una cosa buona.

Artenio Crespi, studente contumace, 12 anni; Carlo Visinko, impiegato, 10 anni; Ferruccio Fantini, fotografo, 8 anni e confisca dei beni; Marino Callochira, studente, 5 anni; Erberto Lenski, geometra, 4 anni; Alfredo Polonio Balbi, studente, 4 anni; Vincenzo de Santis, meccanico, un anno; Marcello Serdoz, 18 mesi per aver tentato di passare il confine.

Condannati: Mario Rivosecchi aveva issato la bandiera fiumana sulla cupola della Torre; Hervatin e Barbadoro avevano ammainato una bandiera jugoslava in Piazza Dante; Carlo Maltauro, Nino Bencovich, Romolo Rainò, Giuseppe Superina e G. Battista Marra per danneggiamenti all’Arco di Tito in Piazza Regina Elena.

Arrestati: Don Girolamo Demartin, per propaganda antipopolare; Prof. Battagliarini per azioni disfattiste ai danni del potere popolare; Ing. Duilio Duimich per collegamenti con esuli di Trieste; Dr. Onorato Lenaz e Dr. Arsenio Russi per aver mandato in Italia relazioni tendenti a provocare un intervento straniero; Gabriele Deling, Cesare Pamich, Carlo Poso, per aver cercato di “indebolire l’economia locale” svolgendo opera di propaganda a favore della “emigrazione in Italia” del personale tecnico della Raffineria ROMSA.

Studenti espulsi dalla Scuola per i fatti di San Nicolò 1945: Ciampa Ettore, Curri Claudio, De Santis Vincenzo, Genovese Aldo, Greiner Erio, Paul Carlo, Tiziani Sergio, Tomassich Tullio, Bianchi Mario, Frank Kiss, Lupetti Luigi, Pick Walter, Anfelli Bruno, Derni Mario, Klemen Ernesto, Kniffitz Ferruccio, Scala Giulio, Bastalich Sergio, Celli Sergio, de Manzolini Rodolfo, Lenaz Edoardo, Ivancich Paolo, Piccolo Carmine.

E questo fu solo l’inizio.

I Martiri fiumani furono circa 600, spariti nel biennio 1945-1946. Per restare liberi e italiani venimmo Profughi in Patria il 90 percento della popolazione.


Nella foto: Il Dr. Mario Dassovich, grande storico fiumano e già Direttore Responsabile della “Voce di Fiume”. Dedicò la sua giovinezza alla Reazione fiumana a Tito organizzando l’attività dei giovani dell’Azione cattolica di Cosala.

Rodolfo decleva   10 Febbraio 2022


lunedì, agosto 30

IL POTERE DELLA PAROLA di FERNANDO SORRENTINO

 




Il potere della parola 


 Titolo dell’originale in spagnolo “El poder de la palabra”. “Il racconto è stato pubblicato su Gramma. Revista de la Universidad del Salvador, Buenos Aires, Argentina, vol. 32, n.o 65, giugno-dicembre 2020 (pagg. 124-130)
di Fernando Sorrentino (Argentina) Traduzione dallo spagnolo di Enzo Citterio 

Il mio nome è Susana Silvia Siciliano. Sono professoressa di Lingua e Letteratura nel Collegio Bastione della Sapienza (misto, laico, bilingue e con costo d’iscrizione assai sostanziosa), nel rione Belgrano R, nella città di Buenos Aires. 
Yasmín Magalí Corbatta, una delle mie alunne del quinto anno, partecipò a un certo quiz televisivo scegliendo l’argomento Letteratura Ispanoamericana. La ragazza, a dispetto dei nomi orripilanti con cui, a mo’ di peccato originale, la castigarono i suoi genitori, fu sempre un’eccellentissima studentessa e, per tale motivo, gode della mia massima stima. 
Si verificò il seguente conflitto: di fronte al giudice televisivo, Yasmín Magalí dovette citare, a sua scelta, tre opere qualsiasi pubblicate dallo scrittore ecuadoriano Juan Montalvo. Siccome era ben preparata (in gran parte grazie alla mia efficienza pedagogica), senza vacillazione disse: Catilinarie, Geometria morale e Sette trattati. Secondo quanto mi riferì, i tre giudici della giuria (dei pelandroni, scrittori di best sellers) si consultarono con un’occhiata, sfogliarono alcune carte, chiacchierarono sottovoce e, finalmente, il presidente del tribunale qualificò la risposta come erronea, poiché secondo le sue risultanze Montalvo non aveva mai pubblicato alcuna opera intitolata Geometria morale. 
A causa di ciò Yasmín Magalí fu eliminata dal certame e non poté accedere alla seconda fase. 
Questa situazione non doveva finire così. 
Consigliata da me, alcuni giorni più tardi Yasmín Magalí, accompagnata dal dottor Tomás Toledano (che, oltre che avvocato, è mio marito da un’eternità), si presentò al canale televisivo con animo combattivo e una busta A4. Il primo albergava una giusta indignazione; la seconda conteneva due fotocopie le quali erano: 
1) La pagina 162 della Storia della letteratura americana e argentina, di Fermín Estrella Gutiérrez ed Emilio Suárez Calimano; 2) la pagina 211 di Scrittori Ispanoamericani, di Rodolfo M. Ragucci. In entrambe si certificava che, in effetti, Juan Montalvo aveva scritto un’opera intitolata Geometria morale. 
I tre ignoranti autori di best sellers deliberarono fra loro e, non sapendo cosa diavolo fare, passarono la seccatura alle autorità amministrative del canale, che promisero di “studiare la questione e agire di conseguenza”. Secondo la metafora calcistica usata da mio marito, ciò che fecero queste menti illuminate fu “buttare il pallone fuori campo”, e cioè, disinteressarsi del problema senza cercarne la soluzione.
Incalzato dalle circostanze (a causa di cinque lettere minacciose redatte da Tomás, ossia il mio suddetto marito avvocato), il direttore generale del canale in persona si riunì con lui e con Yasmín Magalí, e addusse un malizioso sofisma: che la domanda si riferiva a opere pubblicate da Montalvo, ed essendo che Geometria morale non era stato pubblicato dall’autore ma era apparso nel 1902, quando l’autore era già viaggiato nell’aldilà nel 1889, la risposta della concorrente non poteva considerarsi corretta.
Secondo quanto mi raccontò Tomás, lui immediatamente “tagliò le gambe” all’insolente dirigente che pretendeva di invischiarlo con un gioco di parole e lo minacciò di iniziare ipso facto azioni penali contro la trasmissione, il canale televisivo e contro l’impresa multimediale proprietaria del canale. En passant, lasciò intravvedere che il temibile Tirso Toledano, sindacalista capo della Corporazione dei Conducenti di Bulldozer e Trivellatori, non era altro che suo fratello maggiore.
Allora il dirigente s’intimorì – sempre nella versione di Tomás – e, per evitare che il conflitto assumesse maggiori dimensioni, propose una soluzione intermedia, che sarebbe servita anche come pubblicità “culturale”. Yasmín Magalí doveva ottenere un parere scritto da un accademico argentino che certificasse che, a suo giudizio, non c’era né poteva esserci discordanza fra un’opera pubblicata durante la vita dell’autore e un’altra stampata dopo il suo decesso. Con questa semplice condizione, Yasmín Magalí ritornerebbe a partecipare alla competizione e sarebbe passata automaticamente alla seconda fase che le era stata negata in precedenza. 
2. Considerando la mia eccellente professionalità, assunsi la responsabilità di ottenere il documento liberatorio, anche perché, non essendo madre, considero che tutti i miei studenti costituiscano, in qualche modo, i figli che non ho avuto (tranne un cospicuo gruppo che, essendo insopportabili, mi avrebbero portata a essere figlicida). 
Nella Sala Professori esposi il caso e ricevetti, da parte di quasi tutti i colleghi (fra i quali la maggioranza sono babbei), numerosi commenti insipidi che non mi servirono a nulla. 
Anche se professoressa di alcune materie incomprensibili come la Matematica e la Fisica, Gabriela Irene Laguna è una buona amica mia (nonostante abbia dei difetti che non è il caso di esporli adesso). 
– Non c’è problema, Su! – esclamò. – Proprio girando l’angolo di casa mia vive l’accademico Benito Benvestiti. È un vecchio malaticcio, un mezzo imbranato, che fa la spesa dall’ortolano e dal panettiere. È simpatico, ride sempre e saluta tutti, anche se non è mai successo con me. Immagino che non avrà niente in contrario nel redigere e firmare ciò che chiediamo. Io vivo nella strada Picheuta, e il vecchio caprone in Barco Centenera. 
Anche se io, nonostante la mia profonda conoscenza in Lettere, non avevo mai neanche sentito il nome di Benvestiti, ho considerato un buon segno che tanto rapidamente avessimo trovato una persona adatta per mettere in atto il nostro piano. 
In effetti, la settimana seguente Gaby mi annunciò telefonicamente che aveva ottenuto un appuntamento con il “celebre accademico” (lo chiamò così, con un’iperbole). Ci avrebbe ricevuto sabato 18 alle undici del mattino nel suo appartamento del sesto piano della via Barco Centenera, nel rione Parque Chacabuco.
Accolsi la notizia con un misto di allegria e malumore; la prima, perché il nostro obiettivo iniziava a procedere efficacemente; il secondo, perché, vivendo in Olivos – in via Catamarca, per essere più precisa, – non ho alcuna difficoltà a guidare l’auto fino al nostro collegio nella via Estomba, in Belgrano R, ma detesto dover spostarmi verso zone di un’altra galassia, come Pompeya, Soldati, Lugano o, in questo caso, Parque Chacabuco. 
Nonostante ciò, dopo avere consultato una pianta di Buenos Aires e di avere interpellato geograficamente mio marito (che, anche se inutile per molte cose, conosce abbastanza le vie), impugnai il volante della mia auto (ne abbiamo due, una bianca e l’altra nera, dello stesso marchio e identico modello) e, aiutata dal GPS, mi diressi verso le abitazioni della via Picheuta. Arrivai con poco anticipo, alle undici meno dieci. Sul marciapiede mi aspettava Gabriela. 
Disse:
– Non vuoi salire a bere un caffè?
Un invito totalmente inutile e irrazionale. Come potevamo perdere tempo bevendo caffè se alle undici, a due isolati da dove ci trovavamo, ci aspettava l’accademico? 
Per tutta risposta, diedi tre colpetti sul mio orologio con il dito indice, e ci indirizzammo verso la via Barco Centenera. 
Gabriela e io, senza consultarci prima, c’eravamo agghindate per acquisire un’aria attrattiva ma, allo stesso tempo, profonda e intellettuale. Io ho agito con i miei abituali moderazione e buon gusto. 
Caricando abbastanza i toni, Gabriela, che non avevo mai visto con le lenti, ora sfoggiava un paio di occhiali di formidabile montatura nera, che le dava un’inconfondibile aria di sociologa di sinistra, perfezionata dal non essersi dipinta le labbra e dai capelli un po’ scompigliati. Ciò nonostante, la combinazione della sua gonna lunga Chanel con una casacca profusa di tasche e cerniere, e un po’ rigida, la faceva apparire anche come una suora di clausura che aspirasse a far parte di un corpo di pompieri volontari. Insomma, la povera Gaby, con tutti i suoi limiti, è una brava persona ma portata a cadere facilmente nel ridicolo. 
Abituata al mio chalet di stile nordico di Olivos, non mancò di colpirmi sgradevolmente l’edificio della via Barco Centenera, brutto e grigiastro, da tipica classe media virando verso il basso. Le coordinate del portiere elettrico ci informarono che l’immobile constava di otto piani. Siccome Gabriela era del rione, era appropriato che fosse lei a premere il pulsante del sesto A. 
Non utilizzò l’indice ma il pollice. Dopo un’eternità di almeno tre minuti, udimmo una voce flebile: 
– Chi è? 
Per dimostrarmi quanto era sicura di sé, Gaby, sempre istrionica, sorrise, come se stesse su un palcoscenico e, con canterina voce di soprano, disse, atteggiandosi a giovincella: 
– Le prof che veniamo a consultarla per la questione di Juan Montalvo! 
Suonò il cicalino, spingemmo la porta ed entrammo in un vestibolo con odore di zuppa con ditalini. Salimmo in ascensore – su una parete qualcuno aveva scritto CHI LEGGE QUESTO È UN FINOCCHIO – e arrivammo al sesto piano. 
L’accademico, vestito con una specie di vestaglia logora, color ratto di fogna, ci aspettava, fumando, nel vano della porta dell’appartamento. Era un uomo basso, canuto, pettinato e con barba disordinata e antiestetica. Un terribile tanfo di sigarette arrivava fino al pianerottolo. 
Ci tese una mano bianchiccia come un filetto di merluzzo e con un cenno ci indicò che ci sedessimo su un divano spelacchiato. 
Il vecchio fumava quella che probabilmente era l’undicesima sigaretta del mattino. In un posacenere con forma di pneumatico di trattore c’erano almeno dieci mozziconi con filtro marrone. A lato, una foto incorniciata: lo scrittore in gioventù, insieme a una donna con viso malvagio, probabilmente la sua defunta moglie. 
Tanto Gabriela quanto me eravamo “peccatrici pentite”: eravamo state forti fumatrici in gioventù ma ora, dopo aver abbandonato il vizio per sempre, non potevamo sopportare il puro e semplice odore di una sigaretta accesa a venti metri. E molto meno in quell’appartamento piccolo, indubitabilmente abbastanza sporco e direi perfino sordido, dove stavamo come navigando nella nebbia. 
Gabriela cominciò a tossire, anche se timidamente, affinché quell’uomo non pensasse che le desse fastidio il fumo delle sue sigarette. 
– Bene, signore o signorine, ditemi cosa vi porta qui. Vi ascolto. 
E ci lanciò uno sguardo severo. 
Siccome io ero la docente di Letteratura, mi sentii in obbligo di rispondere: 
– Allora, noi siamo professoresse nel Collegio Bastione della Sapienza... 
– Sì, lo so. Me l’ha detto la persona inopportuna che, all’ora della siesta, mi fece alzar dal letto per rispondere al telefono. 
– Quella persona sono stata io, mi scusi – precisò Gabriela. 
– Ho solo detto il peccato. Non m’interessa chi fu il peccatore o la peccatrice. Andiamo avanti con la storia, perché non ho tutta la mattina da sprecare con stupidi dettagli! 
– Bene, come le dicevo – ripresi, già un po’ spaventata, – nel Collegio Bastione della Sapienza io sono professoressa di Lingua e Letteratura e Gabriela di Matematica. 
L’accademico agitò la sua mano destra: 
– Avanti, avanti, avanti! Non m’interessano le autobiografie e molto meno i curriculum professionali, che sogliono essere pieni di bugie e d’informazioni false. 
Mandai giù saliva: 
– Il caso è che una delle mie alunne partecipò al noto concorso Vediamo Chi Sa Di Più, organizzato dal canale televisivo 73 bis Allegria Contagiosa. 
– Non so perché qualifica come “noto” il concorso – disse l’accademico. – Io non l’ho mai sentito nominare. E non sento neanche la mancanza di occuparmi di quelle stupidaggini che tanto piacciono al volgo spregevole e ignorante! 
Ci fu un istante di silenzio. Compii uno sforzo sovrumano e continuai: 
– Allora lì le fecero una domanda su tre opere di Juan Montalvo e, poiché ci fu una specie di discrepanza fra la risposta della mia alunna e il giudizio della giuria, loro raccomandarono come una specie di espediente mediatore la presentazione di un documento valido che certificasse l’autenticità, se non esatta, approssimativa della risposta che era entrata in collisione con i dati ricavati dai membri della giuria da fonti forse dubbie ma... 
Il vecchio si alzò in piedi e, durante alcuni secondi, con entrambe le mani si coprì le orecchie:
– Come pretende lei che io possa riuscire a capire quel discorso demenziale, quel labirinto di alunne, giurati e documenti? Dato che lei asserisce di essere professoressa di Letteratura, il minimo che le si può esigere è che sappia esprimersi con un minimo di chiarezza. 
Il fuoco del rossore m’invase le guance e una cataratta di traspirazione mi sgorgò dalle ascelle. In cambio, un pallore cadaverico aveva ricoperto il viso di Gabriela. 
– Riassumendo – colossale sforzo per riprendere il discorso, – ciò che vorremmo avere dalla sua generosità e che ci rediga un documento che certifichi che Juan Montalvo... 
– Basta! – esclamò. – Tutto questo costituisce una burla terribile ai miei danni, e vi dirò il perché. In primo luogo, l’unica opera di Montalvo che tentai di leggere fu un libro marmoreo dove inventava non so che assurde nuove avventure di Don Chisciotte, e mi parve tanto brutto che ne abbandonai la lettura a pagina dieci. Vedete, quindi, che non posso dirvi niente su quello scrittore insopportabile. 
– Scusi – intervenne Gabriela, – non era nostra intenzione molestarla. Siamo solo docenti che... 
– In secondo luogo, credo che siate professoresse di niente assolutamente. Siete due imbroglione, magari con mandato di cattura internazionale. E se voi, con l’ignoranza che dimostrate e con l’aspetto ridicolo che ostentano le vostre persone e i vostri abiti, siete realmente professoresse, compatisco gli alunni, che non potranno mai apprendere alcunché dai vostri insegnamenti! 
– Bene, in quel caso... 
– In quel caso, niente! Il meglio che potete fare è ritirarvi dalla mia casa e non tornarvi mai più con quegli spropositi e affabulazioni e assurdità di concorsi, montalvi e bastioni della sapienza. 
Imbarazzate, spaventate, indignate, Gabriela e io afferrammo le nostre rispettive borse come fossero palloni di rugby e, come se corressimo verso la meta, abbandonammo, tipo mandria, l’edificio della via Barco Centenera. 
Abbiamo camminato per mezzo isolato. Gabriela aveva recuperato i suoi colori e aveva le mani a pugno e le dita contratte sui palmi. 
– Torniamo indietro – disse. – Ho dimenticato qualcosa. 
Non mi disse cosa, ma ho immaginato la sua intenzione. Per esperienza, so che Gaby può essere fiera. 
Il suo pollice premette a lungo il campanello dell’appartamento del sesto piano A. Dopo una nuova eternità di almeno tre minuti, tornammo a udire la stessa voce flebile. 
– Chi è? 
Per dimostrarmi quanto fosse sicura di sé, Gabriela sorrise, di nuovo come se fosse su un palcoscenico e, con voce melodiosa, ora di baritono, disse: 
– Parlo con il signor Benvestiti?
– In persona. Che cosa desidera...?
– Che cosa desidero? Desidero che te ne vada dalla tua stramaledettissima puttana della madre che mille volte ti ha ripartorito, vecchio bastardo, imbranato, moribondo e figlio di mille puttane! 
Non sappiamo se l’apostrofato mise in pratica il suggerimento, poiché, invece di rispondere, chiuse il citofono. 
Ritornammo all’appartamento di Gaby, ammobiliato, detto per inciso, con un gusto spaventoso e con una moltitudine di oggetti orripilanti sulle pareti e sugli scaffali. Infine, una sciatteria cosmica. Ma ciò che non farei mai nella vita è parlar male di Gabriela che, nonostante i suoi difetti, è una delle mie migliori amiche.
– Héctor e i bambini sono andati a vedere un torneo di calcetto – m’informò mentre entravamo.
– Ah, che peccato. Mi sarebbe piaciuto salutarli ancora, risposi, mentre pensavo: “Meglio che non ci siano. Il marito è uno scassacazzi e i figli due rompicoglioni”. 
L’umiliazione subita dall’abominevole Benvestiti produsse in noi un effetto diuretico: sollecitata dalla pipì che esigeva libertà immediata, Gaby corse in bagno e io la seguii alcuni minuti più tardi. In quel posto ho costatato che la carta igienica era di pessima qualità e che i quattro spazzolini da denti avevano già ultimato il loro compito. 
Per riprenderci della recente battaglia contro il caprone, in cucina (piastrelle celesti, alcune delle quali scheggiate) bevemmo caffè con biscotti (un po’ umidi, sicuramente perché non conservati nel modo adeguato). 
Poi, con un bacio sulle guance, presi commiato da Gaby fino il lunedì, quando ci saremmo riviste nel collegio. 
3. Lunedì 20, in mattinata, ho spiegato a Yasmín che l’accademico Benvestiti, un uomo molto simpatico, ci trattò con un’enorme gentilezza e deferenza, ma si scusò amabilmente per non poter redigere il documento richiesto in quanto quella stessa settimana doveva sottomettersi a una delicata operazione chirurgica, che preferì non specificare. 
Yasmín non apparve troppo rammaricata: 
– Bene – disse, – ma quello non sarà l’unico accademico esistente. Potremmo cercarne un altro... 
– Certamente – le risposi. – Ma in tutti i casi, occupati tu della questione. Io ora sono molto occupata e non ho tempo per visitare accademici. 
4. Quello stesso lunedì nel pomeriggio stavo sorbendo mate e sfogliando distrattamente La Nación e notai questa notizia: 
Benito Benvestiti, un rigoroso uomo di cultura 
Profondo sentimento di afflizione ha causato, nei nostri circoli accademici e intellettuali l’improvviso decesso del dottor Benito Benvestiti, latinista ed ellenistica di solida cultura classica, avvenuto sabato scorso, a causa di una sincope cardiaca, nella sua mitica abitazione del rione Parque Chacabuco, dove solevano riunirsi artisti e scrittori celebri per ascoltare le parole del Maestro. 
A ottantadue anni d’età, e nella pienezza delle sue capacità fisiche e facoltà mentali, niente faceva prevedere il tanto sventurato epilogo. Portegno verace, era nato a Buenos Aires, nel 1938, in seno a una famiglia di poeti, pittori e musicisti. 
La sua opera, vasta ed eccellente, iniziò nel 1965, con il suo saggio Influenze della poesia latina nella lirica ispanoamericana. Da allora ha pubblicato più di quaranta opere, delle quali la più importante e caratteristica è il suo classico Itinerario di Juan Montalvo: poeta, prosatore e saggista di dimensione universale, il più completo ed esaustivo saggio sull’opera del crittografo ecuadoriano, per la quale fu nominato membro onorario della Società Montalviana della Letteratura, con sede a Quito. 
A continuazione c’era un’enumerazione degli onori e riconoscimenti ottenuti dallo scrittore, e finiva con questa informazione: 
La salma sarà esposta nella sede della Società Argentina degli Scrittori, e riceverà la sepoltura domani, nel Cimitero di Flores, alle ore 10:00.
 Immediatamente presi il telefono e chiamai Gabriela.
Appena disse “Pronto”, spiattellai:
- Gabri, rizza le orecchie, ti leggerò qualcosa di interessante.
E dall’inizio alla fine, le lessi la necrologia de “La Naciòn”
- Bè – rispose – Bisognerà credere nel potere della parola. Sembra che il vecchio vizioso mi diede retta e se n’è andato dove l’ho mandato.
- Così sembra, tale e quale.
- Cosa possiamo farci: che riposi in pace. 



martedì, maggio 4

Fiore di Maggio di Francesca Licari


FIORE DI MAGGIO", corto di Francesca Licari, dedicato a Felicia Impastato, in visione 

Dipingo e scolpisco, ma scrivo anche opere teatrali, prevalentemente a tematica socio-culturale.

Il mio corto che qui alleghiamo, “Fiore di maggio”, che è una pièce dell'omonima opera teatrale, è  dedicato a Felicia, mamma di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia; è stato trasmesso il 5 gennaio scorso sulla radio 100 passi, fondata da Peppino nel 77.
Si propone, non solo di condannare ogni forma di violenza, ma di evidenziare il coraggio delle donne semplici, quelle donne che pur vivendo in contesti emarginati, riescono a crescere i propri figli lontani da ogni realtà criminosa e con sani principi.
È dedicato alla cultura, che è stata messa da parte e agli artisti che hanno pagato amaramente e continuano a pagare, questo grave momento storico.
Il teatro, sicuramente educa alla non violenza e crea sensibilità e consapevolezza, è perciò necessario che esso venga introdotto nelle scuole, sin dalle elementari, come disciplina scolastica “obbligata”.
Indubbiamente contribuirà a dare una nuova visione  e maggiore interesse, verso tutto quello che riguarda l'arte e la cultura.
Oggi, più che mai, le nuove generazioni avranno bisogno di bellezza e di armonia, perché è indubbio che questo grave momento si ripercuoterà maggiormente su di loro, con gravi rischi consequenziali.
Certamente, la tecnologia avrà un ruolo importante nel futuro, ma l'arte e la cultura, non dovranno assolutamente ricoprire un ruolo di secondo piano ed è nostra responsabilità affinché questo non accada.
Che ruolo ricopre il teatro nelle scuole?
-  Le opere letterarie, classiche e non, previste dal
programma scolastico (Divina Commedia, Odissea, Eneide,  Promessi Sposi, letteratura straniera…), oltre a essere materia di studio, potranno essere recitate dagli studenti. Essi avranno, così, una maggiore comprensione e consapevolezza delle opere e certamente rimarrebbero impresse.
-   Facilita l'integrazione.
-   Serve da supporto psicologico.
-   Dà maggiore sicurezza e aiuta a vincere la timidezza.
-   Contribuisce a una maggiore presa di coscienza di sé stessi.
-    Tiene lontane le nuove generazioni da contesti criminosi.
-    Facilità gli incontri e la comprensione, fra le diverse etnie.
-    Facilita le relazioni interpersonali.
 -   Combatte il bullismo
-     Suscita, automaticamente, fra i giovani maggiore interesse, verso tutto ciò che arte e cultura.
-     I bambini delle scuole elementari conosceranno il teatro, attraverso i personaggi delle favole e i personaggi  che hanno lasciato il segno nella vita (anche le vittime di mafia), con l'utilizzo del  teatrino
e i personaggi di cartapesta e burattini.
Tutto questo ma anche tanto altro ancora.
Avrà un importantissimo ruolo, in questo imprevisto e pieno di domande senza risposta, cambiamento epocale, perché, CON ASSOLUTA CERTEZZA,
contribuirà a  farci rimanere UMANI...

Gli artisti, di appurata professionalità e curriculum, che sono stati costretti a chiudere le proprie scuole di danza e teatro, senza nessuna speranza di poterle riaprire, saranno gli insegnanti.
Bisogna  dare a noi artisti silenziosi, che non abbiamo nessun punto di riferimento, se non la dignità, ciò che ci  spetta di diritto, soprattutto a chi come noi, spesso opera, non a scopo di lucro, ma solo per amore dell’arte, impegnata nel sociale.
Una categoria, poco e niente, tenuta nella dovuta considerazione e non solo in questo periodo di emergenza sanitaria.

                                                                                                  Francesca Licari

Vi invito alla visione del nostro corto, che caparbiamente, parla di
poesia… nonostante tutto

Qui dal link della radio di Peppino, -100 passi -


Qui da youtube:

Ringrazio Renata Rusca Zargar per avermi suggerito questo lavoro!