POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

giovedì, aprile 30

Pulizie di primavera

(elogio alla scrittura, di una casalinga-poeta) 



E quando credi d’esser giunta
Nella più alta sfera dell’Empireo
Ti accorgi d’aver viaggiato capovolta
Sprofondando nella melma dello Stige.
E l’Ade ti si presenta d’improvviso
Con le sembianze del pavimento
Ti domandi se è sufficientemente lustro
O se ripassarlo ancor sarebbe giusto.

Il pensiero viaggia rapido e leggero
Pur se a fasi alterne, e non sempre è fiero.
Così il cuore che batte privo di comando
Ti chiede: “Ma tu, stai veramente amando?”
O stai viaggiando verso meta sconosciuta
Dall’altra parte della luna
Dall’imperscrutabile volto che si rifiuta?

Pensi che la scrittura, sia essa in prosa
Oppure in versi sciolti o in rima
Possa esser la sola espressione essenziale
Perché tutto il resto fa male, molto male
E ti ci butti a capofitto
Poco importa se cammini storto o diritto
Ciò che conta è buttar fuori il rospo
Quello che ingoi ogni giorno
A colazione a pranzo o a cena
Perché non sempre sei in vena
Di occuparti della chiave di volta
Che tiene sospeso il soffitto di uno strano mondo
Dall’aspetto sempre più miserabile e immondo

Così vivi come un pellegrino
Che con passo leggero viaggia lontano
Cercando di calpestar il suolo piano
Essendo già fin troppo, di guerre, pesto
E a salvarlo non è mai troppo presto.
Poiché nulla sembra possibile modificare
Di questa lunga Storia umana
Dal susseguirsi di cicli e ricicli
Infatti, quasi tutto è stato riciclato
Prendendo spunto dagli antichi saggi,
 Dai Profeti o da filosofi eruditi. La gente
E’ volutamente sorda, di dura cervice
Ha sempre fatto orecchi da mercante
Perciò non ha mai compreso niente
Ed è lo stesso Cristo che te lo dice.

Allora ragioni e scrivi lasciando fuggire
Pensieri sulla carta, come svolazzi
Di una falena impazzita, senza posa
Intorno ad una lampada fumosa
E ti chiedi: Questa è la nostra vita?
Passando leggera le tue dita
Sul piano della scrivania, pensi
A che serve pulire, se poi ogni cosa
Come polvere del tempo lì si posa?

E dall’ordinaria consuetudine vorresti
Poter fuggire verso altri lidi
Laddove l’insolito ti possa attirare
Mostrandoti quella faccia della luna
Che mai avresti creduto d’ammirare.

Invece con la borsa fai la spesa
E portarla a braccia assai ti pesa
In cucina passi la ramazza.
Nel frattempo la mente insegue un’idea pazza.
Se non puoi fuggir da una vita grama
Immagina tutto quel che il cuore brama
Se credi che il miraggio possa esser vero
Nulla più ti apparirà poi tanto nero

Scrivere è sinonimo di sogno
E ti offre ciò di cui hai bisogno
Uscire di casa senza aprir la porta
Basta solo crederlo, il resto poco importa
Ma non perdere il gusto della scrittura!
E mentre porti le patate a bollitura
Infila un paio d’ali e prendi il largo
Le poesie nel baule e sali su quel cargo
Diretto verso paesi alquanto esotici
Evitando però con cura i tropici
Poiché la gran calura tende a stemperarti
Sciogliendo quel poco che di te resta
Compreso ciò che crei con la tua testa

E le pulizie di primavera?
C’è tempo, le faremo un’altra sera!

Danila Oppio
 Inedita 

mercoledì, aprile 29

L'ALBERO DI CUORI DI ANGELA FABBRI



Il 18 febbraio 2012 ho ricevuto un pacco di libri di Angela Fabbri, tra questi, L'albero di cuori, dove l'autrice ha inserito una dedica, che dice: "Cara Dani, questo libro è prezioso: è una delle poche copie che mi sono rimaste. Angela".
Certo, l'avermelo inviato, mi ha fatto capire che desiderava entrasse in mio possesso. Però l'avevo letto insieme a tutti gli altri suoi libri, e se si mettono nel calderone troppi ingredienti, alla fine non vengono a galla i sapori. Allora mi sono ripromessa di rileggerlo con molta calma e, come tutte le favole, questa rispecchia una storia vera.
Intanto è illustrata dall'autrice, a partire dalla copertina come negli schizzi al suo interno, dai quali si nota una mano sicura, pochi tratti per rendere l'idea di quel che Angela voleva illustrare. 
L'albero di cuori è simbolico, allegorico. Rappresenta qualcuno, una donna, una principessa, che si è mutata in albero, al quale sono appesi tutti i cuori che a lei sono ricorsi, per essere amati, consolati, protetti. Chiedo scusa ad Angela, se interpreto a modo mio quanto la lettura della fiaba mi ha trasmesso. Ma quest'albero, che tanti cuori ha appeso ai suoi rami, in definitiva aveva rinunciato al suo, di cuore. Forse per paura di amare? O di non essere amato come si meritava? E allora ha accolto surrogati di amore, avventure senza un progetto futuro, una specie di mordi e fuggi, perché se poi resti, o sarai tu a spezzarmi il cuore, oppure lo farò io. Il terrore atavico di perdere l'amore, alla fine ha portato la Principessa - Albero, ad allontanare da sé qualcuno di importante. Il Cavaliere? Il Principe Azzurro? - che amava davvero e dal quale era ricambiata. 
Ci vuole coraggio, per amare, anche se spesso l'amore causa sofferenza, e allora ci si sente forti, se si prende tutto alla leggera. Ma si, condividiamo l'alcova per un po' di sesso, ma che non ti venga in mente che questo sia amore. Se arriva il baldo giovane, tu fai il favore di andartene, perché non ti appartengo, e voglio trascorrere il mio tempo con chi mi pare. Non desidero legami di sorta. Abbiamo avuto i nostri momenti di piacere, qualche discorso magari anche interessante, ma non tentare di legarmi a te, perché ho paura di amare. Tanta paura di rischiare poi di perderti, e di soffrire. Se invece ti considero un piacevole passatempo, un gioco simile a quello di infrangere cuori, beh, allora non rischio nulla..a parte finire trasformata in un grande albero, così ben descritto dall'autrice:

"Era una pianta davvero speciale
La sua cima si perdeva nel cielo,
mentre le enormi radici nodose 
affondavano come una piovra
nella terra."

I pensieri, la cima dell'albero, salivano alti, ma quelle radici tanto ben piantate nella terra, erano il vincolo saldo per non lasciarsi smuovere dai propri propositi: l'amore è qualcosa di impossibile? Un pericolo da evitare? E allora me ne sto ben radicata alla realtà, così che il suo vento sottile e ingannevole o, peggio,  un uragano impetuoso, non mi sradichi da me stessa, e non mi porti via in un'avventura di cui temo le conseguenze. 
Eppure, l'autrice fa dire all'albero:

"Non voglio che i cuori cadano 
come pioggia nel vento, come
tristi foglie staccate dall'autunno."

Per quanto si cerchino di creare barriere, alla fine il cuore non diventa mai un pezzo di legno,  neppure se fa parte di un albero. E' sempre tenero, come burro fuso e pulsa dentro il petto.

E, alla fine, c'è comunque qualcuno disposto a trasformarsi in un albero di cuori, pronto ad accogliere quei cuori solitari, che non hanno dove andare.

Danila Oppio



martedì, aprile 28

#Inchiostro di Puglia - Fortino di Grottaglie



Una splendida iniziativa, quella della notte di inchiostro di Puglia, al Fortino di Grottaglie.


questo video ne offre una selezione.  Vorrei però ricordare in particolare Anna Montella, che è una delle maggiori rappresentanti della letteratura e poesia italiana e pugliese in particolare.
Guardate e ascoltate!

lunedì, aprile 27

Recensione de Canto a due Voci di Laura Vargiu

“Canto a due voci”: un vivace incontro lungo il viaggio della poesia



È un canto armonioso, brioso e franco, quello intonato a due voci dai poeti Danila Oppio e Tommaso Mondelli in questa nuova pubblicazione de L’ArgoLibro.
Un canto che, a tratti, si eleva anche in qualche assolo d’intima e struggente intensità. Due voci che, sulla base delle rispettive sensibilità, esperienza e visione del mondo, ci parlano della vita, ora in rime e quartine impeccabili nel caso di Tommaso, ora in strofe libere e assonanti nel caso di Danila; non mancano però, sia per l’uno che per l’altra, novità e “azzardi” poetici che li portano a sperimentare stili diversi da quelli che sono loro propri.
Del resto, la poesia, e la scrittura in generale, altro non può essere che curiosità e rinnovamento. E - perché no? – anche viaggio incessante, dentro se stessi e nel contempo verso gli altri: un meraviglioso andare senza punti di arrivo troppo scontati, ma scandito principalmente da rinnovate partenze.
“Canto a due voci”, come giustamente sottolinea Francesco Sicilia nella sua bella introduzione alla silloge, per chi ama la poesia è una lettura piacevole e ricca di spunti di riflessione. Per i due poeti è senz’altro incontro, scambio e condivisione di un comune sentire.

Mi piace riportare i versi seguenti che, tuttavia, rappresentano soltanto una minima parte della profondità poetica e ancor prima umana di entrambi gli autori:
                                   
Non fosse quel caffè
che mi sveglia la mattina
dovrei dire che non c’è
la delizia mattutina
(T. Mondelli, da “Il caffè”)
Hanno straziato il suo cuore
Mandandolo in frantumi
Sminuzzato in coriandoli
In mille schegge di sangue
Rappreso, ormai bluastro

Poiché il rosso è scomparso
Dentro vene di cemento
(D. Oppio, da “Violenza”)
L’Europa ha fatto l’euro
ch’è di tutti e di nessuno
ora poi si chiede al neuro
per ché tanti fan digiuno.

Chi lo vuole e chi non più
quando cala e quando sale
se primeggia oppure va giù
c’è pur sempre a chi fa male.
(T. Mondelli, da “Il coso”)
Scorre a balzi e saltelli
L’acqua del torrente
Su sassi levigati
Dal suo incessante fluire

Scorre la vita
Sul passato e presente
Scivola tra le dita
Come acqua di sorgente
  (D. Oppio, da “Sassi di fiume”)
                                                                                                                    
L’amore
per sua atavica
inclinazione
non dà retta ai numeri
lascia fare il raddoppio
o anche il triplo
alle anime nobili
che ci si cullano
per inclinazione
o superiore predestinazione.
(T. Mondelli, da “Eri”)
Fili d’erba
Irrorati di rugiada
Innamorati del sole
Amante col quale
Hanno fatto all’amore
(D. Oppio, da “Prato”)



 Recensione di Laura Vargiu



Passeggiando per Parigi..a Notre Dame, al Louvre...ai giardini...













domenica, aprile 26

Galleria d'arte: REMO WOLF


Due giorni fa è scomparso il cugino di mio marito, dopo una lunga e sofferta malattia.

Tribunale di Trento Dettaglio CTU - ing. GEROLA Romano 
Informazioni relative all'iscrizione all'albo
Data iscrizione
29/01/2007
Competenze

Professione
INGEGNERE
Specializzazioni: Trasporti . Urbanistica
GEROLA ROMANO
ABBADIA CERRETO
Pergine, 24 aprile 2015

Il fratello Roberto insieme a Giuliana e Fabio con dolore annuncia la scomparsa di
ROMANO GEROLA
ingegnere
La moglie Vittoria( Orietta) Wolf con amore lo ricorda a chi lo ha conosciuto e stimato. Una liturgia della Parola si terrà nella chiesa del cimitero di Trento lunedì 27 aprile alle ore 9.00. Grazie a tutti coloro che in questi mesi lo hanno curato e assistito.
Condividendo il dolore dei familiari, vorrei ricordare il padre di Orietta, che fu un famoso incisore, un modo per esserle vicina in questo suo dolore.
Remo Wolf (Trento, 29 febbraio 1912  Trento, 27 gennaio 2009) è stato un incisore italiano.
Artista trentino ed incisore di fama internazionale, nato a Trento nel 1912, si dedica a partire all'incirca dagli anni '30 all'arte incisoria, tecnica che predilige e che lo accompagnerà durante tutto l'arco della sua lunga ed intensa vita artistica. Si interessa in particolare alla tecnicaxilografica producendo un corpus di opere che conta migliaia di soggetti, sacri e profani, ironici, spesso dedicati alla montagna. È stato presente alle Biennali veneziane del 1942, 1950, 1954 e 1956 e alle Biennali dell'Incisione di Reggio Emilia, di Cittadella, Oderzo e di Carpi, al Premio Suzzara, al Premio Biella e alle rassegne della Calcografia Nazionale di Roma svoltesi in Italia e all'estero.
Collaterale ma non per questo meno interessante il corpus di opere exlibristiche che accompagna la produzione maggiore dell'artista, composto all'incirca da 750 soggetti commissionati da noti collezionisti italiani e stranieri: come non ricordare i foglietti dedicati a Mario de Filippis o le primissime opere degli anni '30 dedicate a Gianni Mantero, con forti influenze belliche.
Tratto nordico e quasi espressionistico, con cenni che riportano al Dürer, egli si distingue per l'originalità e la vena ironica, mentre nella produzione ad olio pare quasi volersi distaccare con violenza avvicinandosi al gusto mediterraneo per i colori caldi e materici.
Frequenta il Magistero a Firenze e a Roma ottenendo l'abilitazione all'insegnamento. Nel 1932 viene richiamato alle armi. Il 4 novembre 1942, alla fine della Seconda battaglia di El Alamein, è fatto prigioniero (Il periodo della gabbia) e ritorna in Italia nel 1946. Nel 1949 si iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Venezia. Nel 1952 fonda con Giovanni Giuliani,Virgilio Tramontin e Tranquillo Marangoni l'Associazione Incisori Veneti e in quel periodo organizza mostre presso il Circolo Bronzetti di Trento. Dal 1976, con la conclusione dell'insegnamento, si dedica interamente al lavoro di incisore soprattutto nel campo xilografico che affronta, sin dagli esordi, da autodidatta. Scompare a Trento nel gennaio del 2009.
Se volete, potete visionare il video di cui al link qui sotto, su youtube.

E qui alcune sue opere:






REMO WOLF, l'artista, l'uomo



Un video della mostra in omaggio alla memoria di uno dei maggiori artisti trentini del secolo scorso.

venerdì, aprile 24

La vita in prosa: antologia autori vari edita da Puntoacapo




Come risulta dal retro della copertina, in questa raccolta di racconti di vita, di autori vari, oltre al mio racconto Ricordi d'infanzia,  sono pubblicati i testi in prosa di due cari amici: Tommaso Mondelli, con il suo Un incontro inatteso, e Gavino Puggioni, con Da terra alla terra.
Ed ecco il mio racconto:

Ricordi d’infanzia
Sprofondare nel passato: a volte basta un odore particolare, un panorama, un oggetto, per far riaffiorare quel tempo che oramai è solo ricordo. Così come successe a Rebecca durante un solitario Capodanno.
E’ una tersa sera invernale e mille pensieri le ronzano in testa, ballando una samba. Spalanca la finestra della sua stanza, un freddo pungente le pizzica il volto ma almeno quei pensieri voleranno fuori, lasciandola tranquilla. La luna è piena, gonfia e rotonda come se fosse incinta. Giove e Venere brillano intensamente, in questo cielo nero, insieme a stelle più piccole, lucenti e ammiccanti. Le scie bianche di due aerei, paiono righe tirate col gesso, sulla superficie di una lavagna.
La mente si è snebbiata, i pensieri che gravavano pressanti, si sono dileguati.
Sta bene, la tristezza della solitudine è volata via! La natura è panacea, disintossica dalle ovvietà della vita, poiché nulla è ovvio, nell’universo.
Tra poco i botti di Capodanno esploderanno con fracasso infernale, e illumineranno ancor più una notte che è già splendente di suo.Rebecca guarda le stelle e ritorna improvvisamente bambina:
Stella stellina, la notte si avvicina la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello, la chioccia e il pulcino, ognuno il suo bambino, ognuno fa la nanna sul cuore della mamma”.
Recitava questa filastrocca all’incirca verso i due anni, al massimo tre.
La notte di Capodanno riporta alla mente anche un’altra poesiola, che il nonno ascoltava estasiato quando lei, due anni appena compiuti, la recitava in piedi sul tavolo della cucina, nella vecchia casa di campagna, davanti al camino dove ardeva un grosso ceppo, e nell’aria aleggiava il profumo dello zucchero caramellato col quale il nonno preparava il croccante di mandorle.
“Dai piccola, recita quella bella poesia per l’Anno Nuovo!”
E Rebecca, tenendo l’orlo del vestitino tra le mani e dondolando un poco nell’enfasi del declamare, comincia:
“Anno ovo avanti avanti
ti fan festa tutti i guanti
tu la pace e la salute
doni ai cari genitori
ai parenti agli amici
d’esser buona io prometto
anno ovo e l’ometto!
Rebecca, sorridendo alla luna incinta, la ricorda proprio come la pronunciava da piccola, perché tutti quanti per lei non aveva un senso, ma i guanti sapeva cos’erano, perché li indossava quando fuori c’era la neve e lei voleva giocarci. Neppure di nuovo conosceva il significato, mentre l’ovo la nonna glielo faceva sbattuto con lo zucchero, o alla coque e a lei piaceva in entrambi i modi. E l’ometto? Ma come poteva conoscere, una bimba tanto piccola, il significato dell’aggettivo benedetto? Ma sapeva che l’ometto di neve, o l’ometto di zucchero, erano cose concrete, con cui aveva avuto a che fare. E allora gli applausi dei nonni e degli zii erano assicurati…e anche le risate! E lei felice di tanto entusiasmo, s’inchinava reggendo la gonnellina come il vezzo delle dame del settecento.
Rebecca sorride…quanti anni sono trascorsi da allora? Un tempo immemorabile! Eppure sono ricordi che riemergono così vivi, da parer vecchi di un giorno. I’aroma dei mandarini appesi all’abete vero, cresciuto nel bosco di famiglia e portato a casa dallo zio, il profumo della resina e del mugo si confondeva a quello degli agrumi e del croccante, all’acre odore di fumo sprigionato dal ceppo di legna bruciata nel camino, unica fonte di riscaldamento della grande cucina avita. Quei profumi sembrano aleggiare nell’aria…ancora adesso.
Altri sprazzi d’infanzia riemergono così dalla memoria.
Un giorno, il frate francescano Padre Clemente era venuto a far visita alla famiglia. Persuasa che la mamma non avrebbe offerto nulla a quel grande Padre con la barba lunga, Rebecca corse in giardino, colse una rosa, e gliela offrì. Poi si accomodò in braccio a quel signore (la piccola non comprendeva la differenza tra un religioso e un uomo comune) e cominciò a giocare con quella barba lanosa che a lei piaceva molto. Gli poneva molte domande, e gli raccontava tutto quello che le passava per la testa. Così, ridendo, il Padre disse: “Questa bambina, quando diverrà grande, se deciderà di farsi suora, diventerà di certo superiora, e se si sposerà, farà ammattire il marito!”. In realtà, Rebecca era molto timida, ma se una persona le suscitava immediata simpatia, si rivelava chiacchierina. 
Rebecca vedeva molto spesso il medico di famiglia, perché era soggetta a febbri altissime, a bronchiti e polmoniti. La mamma doveva assisterla notte e giorno, per timore di complicazioni. Quando il medico, per auscultarla, appoggiava l’orecchio al suo piccolo petto, o alla schiena, Rebecca strillava: “Acciami tale, che hai la babba che becca come quella del mio papà!”. Il medico arrivava di notte, o la mattina all’alba, per assistere questa bambina spesso ammalata, non aveva dunque tempo di radersi.
Così, quando Rebecca sentiva il rombo della Gilera rossa del dottor Panitz, si infilava sotto le coperte, e non voleva saperne di venir fuori. Non aveva timore di un’iniezione, piuttosto di quel cucchiaio che il dottore le metteva in bocca per abbassare la lingua, e osservarle la gola irritata. Le faceva venire conati di vomito, e poi…quella barba pungente, proprio la detestava. Rebecca era il nomignolo che le aveva affibbiato il dottore, perché lei si ribellava quando doveva essere visitata, e gli rispondeva a trionfo. Rebecca foneticamente assomiglia al vocabolo ribelle, e anche al verbo rimbeccare. Perfetto quindi per quella mocciosa dispotica e indocile.
Suo padre, che lei vedeva due volte l’anno, per Natale e Pasqua, lavorava in Svizzera, vicino a Zurigo, e per tornare in famiglia, gli ci voleva quasi una giornata di viaggio, così che quando bussava alla porta di casa, la sua barba era ispida e pungeva le guance della piccola, quando se la stringeva a sé.
Insomma, da quegli uomini che pungevano, a Rebecca non piaceva essere baciata, anche se voleva a entrambi un mondo di bene. Per questo adorava la barba di Padre Clemente che, essendo lunga, aveva una morbidezza tutta particolare: era come accarezzare un gattino.
Ma se voi pensate che Rebecca fosse sempre ammalata, vi sbagliate. Quando stava bene, viveva possibilmente all’aria aperta e ne combinava di cotte e di crude. Un giorno, all’età in cui comincia questo racconto, vide una scala di legno, a pioli, appoggiata al susino cresciuto nel cortile di nonna. Un grande albero dalla chioma ampia, colmo di susine. Un piolo alla volta, pian piano, e Rebecca arrivò alla forcella formata da due rami, e lì si sedette, felice di aver completato la scalata, e di aver così raggiunto la sua meta. Che bello guardare giù, tutto appariva piccolo, e lei si sentiva una regina che ammirava il suo regno. Però, quando si trattò di scendere, si rese conto di non essere in grado di raggiungere la scala, le appariva troppo distante e fu colta da una sensazione di vertigine. Che fare? Rimase sull’albero, mangiando le susine che erano vicine, inghiottendo anche il nocciolo, perché nessuno le aveva insegnato che non va mangiato, e attese. Dopo qualche ora (così a lei pareva, magari erano trascorsi solo pochi minuti) sentì che la chiamavano. E lei non rispondeva, temendo di buscarle. Poi qualcuno alzò gli occhi in alto, forse per chiedere aiuto al Cielo, probabilmente pensando che avessero rapito Rebecca. Fu così che la videro. La recuperarono…e lei guadagnò sonori ceffoni, che però non le impedirono di cercare nuove avventure.
Un giorno, con il cuginetto quasi coetaneo, salì in soffitta. Le finestre erano a filo del pavimento e i due bambini, con le gambe penzoloni nel vuoto, si divertivano a lanciare pannocchie di granoturco nel pollaio sottostante, intenzionati a dare da mangiare alle galline. La nonna, dalla finestra della cucina, vedeva le pannocchie precipitare nel pollaio, spaventando le galline. Borbottò: “Ma che topi grossi ci sono, per far rotolare le pannocchie fuori dalla finestra?”. Immaginava certo di quali topi si trattasse, e non erano di sicuro Topolino e Minnie, e neppure Stilton, tanto meno Speedy Gonzales. La nonna, in silenzio e a piedi scalzi, salì le scale per non farsi sentire, e giunta in soffitta e, scoperto gli autori della marachella, disse: “Ma che bravi bambini, cosa state facendo?”. “Stiamo dando da mangiare alle galline, poverine!”. “Bravissimi!” disse nonna, e li afferrò per la collottola, tirandoli via dal pericolo e poi gliele suonò di santa ragione.
Le avventure finirono così? Rebecca non aveva paura di nulla, né del pericolo, che non conosceva, né delle sculacciate degli adulti. Era troppo bello esplorare il mondo, per rinunciarci. Fu così che un altro giorno, scoperto che la nonna tagliava a spicchi sottili le mele, e poi li appoggiava su una specie di graticola, esponendoli al sole fuori dalla finestrella dell’abbaino che si affacciava direttamente sul tetto di casa, decise di andare a rubarle. Le mele così trattate, duravano tutto l’inverno, ed era una delizia sgranocchiarle nelle vicinanze del camino. L’estate stava terminando, ma era l’inizio di una nuova avventura.
Con il cuginetto, salirono ancora in soffitta, presero una sedia, si arrampicarono sull’abbaino, e poiché la graticola era appoggiata alle tegole del tetto, niente di meglio per loro, sedersi direttamente sul tegolato.
La nonna – ah, quella donna dagli occhi di lince! – li vide dall’orto, e come suo fare, risalì in silenzio le scale, li afferrò per un braccio, li trascinò fuori dal pericolo, e somministrò loro una bella dose di sculacciate. Era spaventata, la nonna Ina, però i nipotini non si sentivano così colpevoli da essere puniti. Ma come? Avevano avuto una bellissima avventura, e la nonna invece di applaudirli, battendo le sue mani tra loro, usava una sola mano, e applaudiva sul loro sederino? Roba da non credere!
Tra avventure di questo tipo, qualche anno passò e Rebecca, che aveva quasi cinque anni, aveva una gran nostalgia della casa dei nonni, distante circa due chilometri dalla sua abitazione. La strada la conosceva bene, era una lunga serpentina di polvere bianca, affiancata da filari di gelsi, che offrivano more nere e bianche, dolcissime. Niente di meglio, dunque, decidere di affrontare la lunga passeggiata fino alla fattoria dei nonni, in compagnia di un’amichetta, Strada facendo le due bimbe coglievano pratoline, miosotis e botton d’oro, riunendoli in mazzolini da offrire alla nonna. Dai rami pendenti del gelso staccavano more, impiastricciandosi mani bocca e vestitini. Arrivati a metà del percorso, sotto il solleone, incontrarono un contadino con il carretto tirato dall’asino. “Dove state andando, bambine?” Chiese garbatamente l’uomo. “Dai nonni che stanno al Fieno D’Oro”. “Ah, so chi siete, salite sul carro, che vi porto io!”. Tutte felici, le bambine avrebbero arricchito l’avventura con un’altra ancora più interessante: viaggiare in carrozza, come Cenerentole! Ma l’uomo cambiò strada, e di lì a poco, furono riconsegnate alle rispettive madri. E ricevettero, al posto della merendina, una buona dose di sculacciate. Se quell’uomo, a loro sconosciuto, invece di portarle a casa, avesse cambiato direzione con idee malvagie, cosa sarebbe potuto accadere loro? Non ci voglio pensare.
Ora la solitudine è fuggita via, anche i ricordi sono una buona compagnia.
E quella bimba dov’è? Se guarda un cielo stellato, o il nostro satellite che splende in una notte di plenilunio, ne resta incantata come allora. Ognuno conserva dentro di sé il bambino che era.

Danila Oppio