POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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lunedì, aprile 7

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 5 confenenza di Padre CLAUDIO TRUZZI – MODELLO DI ORAZIONE


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO  – SAN GIUSEPPE

5 –  MODELLO DI ORAZIONE


TRIANGOLO D'AFFETTI

«Maria, se pensiamo alla tua vita di Nazareth, dobbiamo immaginarti strettamente legata sia a Gesù che a Giuseppe. Tu eri la regina della casa, come lo è ogni madre. Eri il centro degli affetti umani di Gesù in quanto Dio fatto uomo, che, man mano che “cresceva in età, sapienza e grazia”, sperimentava un sempre più ricco rapporto con te, “piena di grazia”: infatti egli solo era su misura tua di “benedetta fra le donne”, egli che viveva poi un più grande immenso rapporto con il Padre nello Spirito, dentro la Trinità.

Tu e il tuo Gesù sentivate un affetto profondissimo verso Giuseppe: tu in quanto sposa vera e non finta, an-che se sempre vergine; Gesù in quanto figlio non naturale, ma sotto il profilo spirituale, morale e psico-logico, veramente accettato dal tuo sposo, con un'accettazione anche per lui verginale e con una fede da santo (o “giusto”, come biblicamente usavate dire voi). Nel vostro sacro triangolo (Gesù-Maria-Giuseppe) noi vediamo, aiutati dalla Chiesa, uno splendido e inesprimibile mistero di affetti umani e di doni divini.

INCONTRO DEVOTO E AMOROSO CON MARIA

Se guardiamo a Giuseppe, come modello esemplare della nostra vita di preghiera, scopriamo di aver molto da imparare dalla sua devozione a Gesù ed a Maria.

Da lui possiamo imparare prima di tutto ad onorare la Madonna, perché nessuno la onorò, venerò ed amò come lui. Egli fu veramente un grande devoto di Maria, nel senso più forte della parola. In lei vide la crea-tura santa, sacra a Dio, e la ragione della sua fedeltà e del suo affetto era proprio l'elezione di cui questa creatura era stata oggetto da parte di Dio. 

Le rimase accanto fin quando lei ebbe bisogno di lui e della sua presenza, e il suo dipartirsene fu un estremo atto di devozione e d’amore: come aveva preparato la dimora terrena per Gesù e per Maria, così eccolo andarsene per primo, quasi per preparare loro la dimora eterna. Quando Gesù tornò al Padre, certamente la prima creatura umana che gli andò incontro fu Giuseppe.

Giuseppe c’insegna, poi, la devozione ed il servizio al Signore e alla Madonna. 

Abbiamo tanto bisogno di tradurre la nostra devozione in servizio, in un'operosità dove, invece di perseguire il nostro tornaconto, cerchiamo solo il compimento dei disegni di Dio e la sua gloria. Facendo così diventiamo i collaboratori del Signore, diventiamo veri strumenti nelle mani di Dio per l'avvento del suo Regno.

Da Giuseppe impareremo anche ad onorare la Madonna proprio nelle cose che lei preferisce. 

Prima di tutto il servizio di Gesù benedetto e, poi, quel silenzio, rispetto, nascondimento con cui lei stessa accolse il mistero del Figlio di Dio e col quale fu custodita dal suo Giuseppe. Quando egli si rese conto delle meraviglie che Dio operava nella vergine sposa, non le rivelò a nessuno, non andò a pavoneggiarsi con le sue grandezze. Custodì tutto nel segreto del cuore, come la sua sposa Maria, che conservava per sé il mistero del Figlio suo.

Si deve intendere così la nostra vita se vogliamo che il mistero di Gesù, Maria e di Giuseppe diventi la nostra ricchezza, quel piccolo paradiso terrestre dove noi, giorno dopo giorno, custodiamo la beata speranza della gloria.

«Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione – sottolineava santa Teresa –, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe che fu loro di tanto aiuto. Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo santo glorioso e non si sbaglierà» (S. Teresa, Vita 6, 6-8).

UN SILENZIO CONTEMPLATIVO   

Giuseppe è stato il protettore di Gesù e di Maria, come? Tacendo.

Se il Signore avesse affidato a noi questo compito, quanto chiasso avremmo fatto! Come avremmo complicato la nostra e l'altrui vita, credendo di dover fare tanti decreti, tante leggi, prendere misure, informare... Niente di tutto ciò, invece. Giuseppe ha soltanto servito i misteri del Signore in una solitudine silenziosa, che è il segreto della sua contemplazione. Nell'umile silenzio che riuscì a creare in sé, ed intorno a sé, poté contemplare, indisturbato ed in pace, il suo Signore.

Se pensiamo alla vita di Giuseppe, sentiamo che il nostro cuore si rasserena, il nostro spirito è sommerso nella pace. Poiché questa disposizione è ad un tempo: abbandono, fiducia, speranza, amore, fedeltà e motivo di perseveranza, di continuità nella pratica del bene e della virtù. 

Soltanto le anime pacifiche sono veramente perseveranti.

Di solito, i “contemplativi” più ammirati dagli uomini non sono autentici; i contemplativi veri autentici sono coloro che riescono a nascondersi, a non far parlare di sé, a passare inosservati, a restare un segreto di Dio.

Nei riguardi di san Giuseppe, infatti, il giudizio degli uomini è stato pressappoco questo: «Quello là, chi se ne occupa? Insignificante; può scomparire quando vuole!» ...

Ma essere presenti per Dio solo, essere vivi soltanto per Lui! Quante cose può insegnarci l’umile carpentiere su questo punto! Chi volesse stendere la vita di questo santo, si troverebbe presto disperato, non saprebbe che cosa scrivere. Quando s’inizia a parlare di lui, sembra di dover raccontare tante cose e poi ci si accorge di non poter parlare di nulla, perché tutto quello che lui è, lo è per il suo Dio e basta. Non ha scritto diari spirituali: si è chiuso nell'adorazione in un misterioso silenzio e ha servito il Signore così. Non per nulla è il custode della più alta e sacra verginità, quella di Maria, e della sua “immacolatezza” del Figlio di Dio. 

E come lo è stato? Lo ripetiamo: Non mettendosi a dire: «Qui ci sono io, che li difendo entrambi», ma scomparendo. Ha custodito la santità di Gesù e di Maria scomparendo agli sguardi di tutti, fuorché di loro due.

••   Giuseppe, questo amabilissimo patrono della vita spirituale, ci aiuti ad essere molto presenti soltanto al cuore e agli occhi di Dio; e quanti più numerosi saranno a dimenticarsi di noi, tanto meglio, perché in questo nostro scomparire agli occhi di tutti ed agli stessi nostri occhi, il nostro io sappia perdersi nell'adorazione umile e silenziosa della infinita grandezza dell'unico Dio e Signore nostro.

UNA VITA DI PREGHIERA

Giuseppe il “maestro” di Teresa

Maestro di orazione, san Giuseppe? Sembra un paradosso. Nel Vangelo dell’Infanzia di Gesù, tutti o quasi tutti i personaggi sfilano pronunciando una preghiera esemplare: Zaccaria, Maria, Elisabetta, l’anziano Simeone, gli angeli, ecc. Tutti... meno Giuseppe. 

Uomo giusto, uomo buono, dev’essere forzatamente anche l’uomo del servizio, e del... “silenzio”, senza il suo “Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele”, e senza il suo “Magnificat”, senza “Benedetta tu fra tutte le donne”, e “Ed ora, lascia o Signore che il tuo servo se ne vada in pace”, oppure “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”...

Perché allora, una persona che di orazione se ne intendeva – Teresa – propone Giuseppe, e in maniera chiarissi-ma, come “Maestro di preghiera”? La Santa, infatti, non potrebbe esser più categorica: «Chi non trovasse maestro che le insegnasse orazione, prenda questo glorioso Santo come Maestro, e non sbaglierà strada» (Vita, 6, 8).

Bene! Sembra che Teresa fosse giunta a tale convinzione, non per mezzo di libri o teorie particolari, ma per propria esperienza. Che esperienza? Ce la racconta lei stessa in uno dei primi capitoli della sua “Autobiografia”.

Teresa è giovane, nel fiore della vita. Ha venti tre anni. È monaca carmelitana nel monastero dell’Incarnazione di Avila. Da tre anni ormai è monaca. Improvvisamente si ritrova inferma. Una malattia terribile che la riduce, in quattro giorni, in coma e che le lascia in eredità la paralisi: 

«Credo che potessi muovere soltanto un dito della mano destra», scrive. 

«Per cambiarmi di posto dovevo sollevarmi su un lenzuolo tenuto all’estremità da due persone» (Vita, 6, 1).

Provvidenzialmente, poco prima aveva letto la storia biblica di Giobbe! Ebbene, in questa storia, raccontata e commentata da quell’insigne scrittore che fu papa san Gregorio Magno, Teresa, non solo apprese ciò che fosse la pazienza, ma pure come pregare dalla profondità di sofferenze indicibili: pregare elevando la voce a Dio come Giobbe; gridare a ruota libera dall’oscuro tunnel di un dolore insopportabile ed incomprensibile; poter dire a Dio di tutto, persino enormità; poter pregare persino con grida, se fosse il caso.

Otto mesi di paralisi totale furono un tunnel molto lungo; e lasciarono il segno. E fu lì, immersa in questo stesso tunnel, che accadde...: Teresa s’incontrò con la luminosa figura di san Giuseppe.

Che contrasto fra il gesto silenzioso di quest’uomo ed il clamore di Giobbe! 

Due facce di una stessa medaglia. Di fronte al torrente di preghiere interminabili che sgorga dalle labbra di Giobbe, il silenzio profondo di Giuseppe: silenzio nella profondità del dubbio, silenzio di un uomo che si ritrova al centro di un crocevia del mistero, un mistero tanto umano da un lato, tanto straordinario e misterioso dall’altro.

Qui Teresa si rende conto della profondità e della forza di una preghiera fatta... in silenzio. 

Contemplare, non parlare; accettare... per poter servire. 

Dinanzi a Gesù e Maria, che cosa poteva fare Giuseppe se non ... contemplare? 

Vale a dire: guardare, ed osservare da vicino e non stancarsi di guardare, né di amare...

Fra la forma di pregare che Teresa già conosceva – fatta di ragionamento e di parole – e quella che ora le insegna san Giuseppe – intrecciata unicamente di guardi silenziosi, però intrisi d’amore –, Teresa non dubita un istante e sceglie la seconda formula. 

È san Giuseppe senza dubbio che l’anima e la inizia in simile stile di orazione silenziosa, raccolta, contemplativa, che d’allora in avanti caratterizzerà la sua orazione. 

–  Una orazione senza parole, perché parlare non è il forte di questo Santo.

–  Un’orazione di raccoglimento, perché è proprio il silenzio ciò che attrae chi prega in tal maniera verso quel punto focale che sono Gesù e Maria;

–  ed un’orazione contemplativa, giacché si tratta di uno sguardo impregnato di vicinanza e di affettuosità.

Una contemplazione che, però, non conduce ad un quietismo sterile; al contrario: «Alzati, ascolta Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché la vita del Bambino è in pericolo». 

E Teresa commenta: «Persone di orazione...: non so come possano soffermarsi sulla Regina degli Angeli nel tempo che trascorse col bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe, per come fu di loro aiuto» (Vita, 6, 8).

Tale processo orazionale, che dalle parole passa al silenzio, dalla contemplazione alla lotta, fu la sintesi della preghiera teresiana. Teresa, infatti, aveva già, come monaca, una vocazione contemplativa. Ma ebbe pure la fortuna d’essere curata da Giuseppe, non soltanto da quella terribile infermità, ma da quelle frequenti deviazioni in fatto di preghiera, che chiamiamo: loquacità ed alienazione.

Quanto tutto terminò, Teresa aveva 26-27 anni. Ritornò ad essere una giovane monaca gioviale; tornò al illuminare di sorrisi la vita di chi la circondava. Ed iniziò il suo “cammino di orazione”, tenendo questo benedetto Santo come... “maestro”.

A spiegare simile efficacia concorrono molti motivi che sono propri della persona e della vita del Santo. 

–   Il buon Dio affidò a san Giuseppe una missione: quella di custodire Gesù e sua Madre, e noi sappiamo che il mistero di Gesù e di Maria sono legati a fini ben precisi: la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Una vita di preghiera, d’incontro con Dio, deve, quindi, rispondere a questi medesimi fini: ogni anima è amata da Dio affinché lo glorifichi, riamandolo con una totale e perfette fedeltà. Non è perciò strano che il Santo custode del mistero di Cristo e della Vergine sia un intercessore particolarmente valido, affinché ogni anima realizzi i medesimi fini e gli stessi desideri del Signore.

–  Ma ecco un'altra ragione per cui il patrocinio di Giuseppe si rivela particolarmente prezioso nella vita spirituale.

Vita spirituale significa, soprattutto, vita d’intimità con il Signore, di familiarità con Gesù e con Maria. 

Ora, chi visse per primo tale intima familiarità e per primo ne fece l'esperienza glorificante è stato Giuseppe, che da quando nacque Gesù gli fu vicino, con una presenza attenta e continua. Chi meglio di lui, allora, ci può insegnare a diventare intimi di Gesù e di Maria? E cos'è la vita d’orazione se non questa familiarità con il Signore?

•• Per entrare in intimità con qualcuno è necessario conoscersi a fondo, non avere segreti l'uno per l'altro. Così fu Giuseppe per Gesù e di Maria. Può offrirci, quindi, l'esempio della sua stessa vita per vivere l'intimità propria dell'orazione. Noi vorremmo, invece, che la familiarità con Gesù e con Maria fosse per il godimento nostro, per la nostra soddisfazione. Vorremmo che fosse sulla nostra misura, conoscerli e capirli come pare a noi. 

Giuseppe, nonostante sia stato costituito in paterna autorità sulla famiglia di Nazareth, ci dimostra, invece, che la familiarità con il Signore ha un prezzo: quello di lasciar fare a Dio a modo suo.

È stupendo quest’esempio del santo Patriarca che, pur essendo capo di casa, è semplicemente a servizio, con una familiarità fatta d’abbandono e continua dedizione. 

Lui non misura la vita di Gesù e della Vergine sulle sue esigenze, ma pone la sua vita a servizio delle loro. Non parte per l'Egitto quando fa comodo a lui, ma quando l'interesse di Gesù lo richiede.

Abbiamo tanto bisogno, noi che vorremmo essere la misura della nostra vita, d’imparare da Giuseppe a permettere che il Signore sia Lui questa misura, con le sue scelte e i suoi piani su ciascuno di noi.

Da “Il cammino di fede di san Giuseppe” (Ed. ocd, p. 39ss)

Preghiere a san Giuseppe

–  Per la famiglia

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai conosciuto come noi la vita familiare. Il tuo amore reciproco è rivolto naturalmente verso il Figlio di Dio divenuto figlio tuo. E come noi, hai dovuto far crescere il tuo amore in mezzo alle gioie e alle difficoltà.

San Giuseppe, proteggi oggi la nostra famiglia. Aiutaci a comprendere. 

Fa' in modo che l'orgoglio o l'egoismo non feriscano mai i nostri sentimenti. Rendici sempre più fedeli verso i nostri incarichi  e verso i ritmi delle nostre giornate e fa' in modo che ci si possa avvicinare al Figlio di Dio sempre vivo nel cuore di tutte le famiglie. Amen. 

Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal


– Per i Bambini che devono nascere

O glorioso san Giuseppe, protettore della Santa Famiglia, proteggi nel seno della loro madre tutti i bambini piccoli che il Buon Dio chiama alla vita, come tu stesso hai protetto Gesù nel seno verginale di Maria.

O san Giuseppe, gloria della vita di famiglia, prega perché rinasca l'amore ed il rispetto del dono della vita 

nel nostro Paese. Amen.

                       Centro Manale - Ciney - Belgio

 

– Per l'educazione dei Bambini

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai impiegato tutte le tue forze a nutrire e ad educare Gesù, questo bambino che Dio ti ha affidato.

Insegnaci come educare i nostri figli con amore e serietà, con intelligenza e tatto. 

Trasmettici la calma e la pazienza che bisogna dimostrare davanti alle loro debolezze. 

Dacci la saggezza e la forza di intervenire accanto a loro come si deve e quando ce n'è bisogno. 

Rendici capaci di risvegliare la fede, trasformaci in genitori che pregano con i loro bambini e che camminano con loro verso il Regno. Amen.                      Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal 


– Modello dei lavoratori

Glorioso san Giuseppe, modello di tutti quelli che sono votati al lavoro, donami la grazia di lavorare con spirito di penitenza per l'espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, ponendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; 

di lavorare con riconoscenza e gioia, osservando come un bravo dipendente, e di sviluppare attraverso il lavoro i doni ricevuti da Dio; 

di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; 

di lavorare soprattutto con intenzioni pure e con distacco da me stesso, avendo continuamente davanti agli occhi la morte ed il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti inutilizzati e delle vane compiacenze legate al successo, se funeste all'opera di Dio.

Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a tua imitazione, o santo patriarca Giuseppe!

Tale sarà il mio motto nella vita e nella morte.  Amen.


–  Preghiera di un giovane

San Giuseppe, il Figlio di Dio stesso, ti ha scelto per essere suo padre, la sua guida e il suo protettore durante l'infanzia, la sua adolescenza e la sua giovinezza. 

Lui ha voluto essere condotto da te lungo tutto il cammino della sua esistenza terrena. 

Tu hai compiuto il tuo ufficio con grande fedeltà.

Anch'io ti affido la mia giovinezza. 

Nel nome di Gesù, io ti chiedo di essere la mia guida ed il mio protettore,  

oso dire “mio padre” lungo il pellegrinaggio della mia vita. 

Non permettere che io m’allontani dal cammino della vita che è nei comandamenti di Dio. 

Desidera tu essere il mio rifugio nelle avversità, la mia consolazione nelle pene, il mio consigliere nei dubbi, fino a che salirò al Cielo, dove esulterò in Gesù mio Salvatore con te, a tua Santissima Sposa Maria e tutti i santi. Amen.

–  Per un malato

Misericordioso san Giuseppe, tu sei la speranza dei malati, e tutta la Potenza di Gesù è nelle tue mani. Dunque, per te non c'è niente di impossibile. 

Ascolta con benevolenza quelli che t'invocano in questo giorno per le membra sofferenti della Chiesa. 

Noi ti preghiamo, addolcisci le pene di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.

Dagli la grazia di una totale sottomissione alla divina Volontà. 

Ma mostragli anche la tua bontà trasmettendogli la pazienza e ridandogli la salute, con la grazia di condurre una vita santa e completamente gradita a Dio. 

Buon san Giuseppe, non farci pregare invano, ma degnati, per mezzo di questo nuovo favore, di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza verso di te e verso la divina bontà. Amen.

                Centro Manale - Ciney - Belgio


–  Uomo di vita interiore secondo il cuore di Dio

San Giuseppe, io vorrei essere, come te, 

un uomo che non cerca ma che fa solo la volontà di Dio; 

un uomo che osserva solo Dio; un uomo che ama il silenzio e agisce nel silenzio, che pensa e parla davanti a Dio, che non discute mai con Dio, 

che vive d'interiorità, un'interiorità unita a Dio, che si eleva senza fine verso Dio con tutto il suo spirito, con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze; 

un uomo che eleva il mondo verso il suo Creatore; un uomo che ama ardentemente Gesù, che vive e muore per Lui, che onora la sua verginale Madre e sa rispettare tutte le donne grazie a Lei.  Amen.


San Giuseppe Patrono della Chiesa universale

O beato Giuseppe, che Dio ha scelto per portare il nome e svolgere il ruolo di padre agli occhi di Gesù, 

tu che sei stato dato da Lui come sposo purissimo a Maria sempre Vergine e come capo della Santa Famiglia sulla terra, 

tu che il Vicario di Cristo ha scelto come Patrono ed Avvocato della Chiesa universale, fondata da Cristo Signore stesso, con la fiducia più grande possibile io imploro il tuo aiuto potentissimo per questa stessa Chiesa che lotta sulla terra.

Ti supplico, proteggi, con una sollecitudine particolare e con quest’amore veramente paterno di cui ardi, il Pontefice romano, tutti i vescovi ed i preti uniti alla Santa Sede di Pietro.

Sii il difensore di tutti quelli che penano per salvare le anime che sono angosciate ed immerse nelle avversità di questa vita.

Fa' in modo che le persone si sottomettano spontaneamente alla Chiesa 

che è il mezzo assolutamente necessario per ottenere la salvezza.

Degnati di accettare, santissimo Giuseppe, il dono che ti faccio. 

Mi voto completamente a te, affinché tu voglia essere, sempre, per me un padre, un protettore ed una guida lungo il cammino della salvezza. 

Dammi un cuore puro, un amore ardente per la vita interiore. 

Fa' che io stesso segua le tue tracce e che rivolga tutte le mie azioni alla grande gloria di Dio, unendole agli affetti del Divino Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato della Vergine Madre.

Prega infine per me, affinché io possa partecipare alla pace ed alla gioia 

di cui tu hai goduto un tempo, morendo così santamente. 

Amen.


lunedì, dicembre 23

MILLE ANNI PER L’ “AVE MARIA” sesta conferenza di PADRE CLAUDIO TRUZZI – PREGA NELL’ORA DELLA NOSTRA MORTE


Raffaello Sanzio, deposizione di Cristo

MILLE ANNI PER L’ “AVE MARIA”

6 – PREGA NELL’ORA DELLA NOSTRA MORTE

Nonostante tutto, nessuno può negare che, fra tutte le “ora”, ce n’è una peculiare e decisiva: l’”adesso” della “ora della nostra morte”. Col pensiero a quel momento terminiamo ogni “Ave Maria”.
Però, o Madre, pensiamo sufficientemente a quel momento? “Passarono – si afferma convinti – quei tempi tetri in cui non si faceva altro che pensare alla morte!” Posti nel vortice della premura, del rumore, della pianificazione, della lotta per la vita, ci dimentichiamo troppo di tale realtà che si chiama morte. “Non è di buon gusto menzionare il tema”. S’impedisce al bambino di vedere il cadavere del nonno. 
«Si passa tante volte vicino al cimitero che alla fine si cade dentro» (proverbio russo). Sarà bene evitare questo rischio. Padre Kolbe ammoniva: «La morte non s'improvvisa. Si merita con tutta la vita».
La morte, quindi, sposta necessariamente il discorso sulla vita. Sul “perché “si vive, e come si vive. «Dio ha fatto bene a mettere la morte alla fine della vita, anziché al principio, in tal modo gli uomini hanno tempo per prepararvisi», (J. Le Gentil).  Resta da dimostrare che i più ci riescano...
La preparazione, manco a dirlo, non consiste nello stare ad aspettare. La vita non è una sala d'attesa in cui si rassegna, bene o male, ad accamparsi, finché non arrivi il treno che ci sbarca nell’ aldilà.
La vita è itinerario, impegno, amore. «Certuni, perché muoiono si sa che furono vivi» (L. Carrer).
Tutto sta nel non confondere “l'essere vivi” con “l'agitazione”, il progredire con il correre, la pienezza con l'agitazione, il crescere con l'accumulare. Osservava E. Fromm: «Morire è tremendo. Ma l’idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile».
Mi è sempre piaciuta questa preghiera di un credente: “Signore, fa' che la morte mi trovi vivo!". 
Ci può essere una morte apparente. Ma ci sono anche, purtroppo, numerosissime “vite apparenti”.
Il cristiano è prima di tutto, un “celebrante della vita”.
Cristo ha dato la vita affinché noi potessimo appunto avere il gusto della vita.
La morte, tuttavia, non solo esiste, ma è il momento della nostra metamorfosi definitiva, dalla nostra nascita a una vita senza fine. Siamo coerenti: se in ogni “venire alla luce” c’è una protagonista, questa è la madre. Maria, quindi, come Madre, non può essere esclusa da questo momento: Ella gioca in esso la propria ragione d’essere, il senso della sua maternità.
Che grande preghiera, questa, d’invocare che Maria interceda per noi “nell’ora della nostra morte”!
Non sappiamo ciò che succederà in quell’istante; che spazio misterioso si aprirà ai nostri occhi. 
Uno scrittore francese sostiene che in quegli ultimi momenti – istanti in cui l’uomo godrà di una visione molto distinta di Dio – giacché lo separerà solo una tenue frontiera – potrà, con una nuova luce, fare la sua elezione definitiva “per Dio” o “contro Dio”. Il Padre ci offre sino all’ultimo la sua grazia invisibile, grazie alla quale, l’uomo può elevare fino a Lui una preghiera perfetta.
È consolante sapere che l’incaricata di suscitare in quel momento chiave tale “grazia invisibile” sia lei, Maria, ricordando gli ostinati che siamo stati, lungo tutta la vita, nel chiederle che si ricordasse di noi in quel momento. Di fronte al pensiero di quell’ora, nulla può allargare tanto il nostro cuore timoroso come il saperla al fianco del nostro cuscino, presso il nostro respiro affannoso, di fronte allo sguardo appannato, vicina alla mente confusa. Maria, con il dono che promana da lei: quello della sua tenerezza materna.
• 
Il santo Curato d'Ars quel giorno trovò in chiesa una donna immersa nella più grande angoscia. 
Era rimasta tragicamente vedova! Il suo dolore era grande, perché aveva perso il marito: s'era buttato da un ponte ed era annegato! Il santo Curato si avvicinò dolcemente e, ispirato da Dio, le sussurrò: «Tuo marito è salvo!». Incredula e stupita, la povera donna domandò: «Com'è possibile, padre?». Rispose il santo: «Tra il ponte e il fiume, c'era Dio! Volarono insieme, e nel volo tuo marito e Dio si riconciliarono». «Ma com'è possibile, padre?», insisté la donna. «È una grazia della Madonna! – rispose il santo Curato d'Ars –. Tu non lo sai, ma tuo marito, un giorno, tornando dai campi, portò fiori all'effigie della Madonna, che è sulla strada di casa tua. Poteva Maria dimenticare quel gesto gentile?».
• 
Testimonianza del Vescovo missionario di Athabaska, nel Canada Settentrionale, nel suo giubileo episcopale.
«Quando avevo quindici anni i miei genitori si disperavano per la mia incorreggibilità. Né con le buone, né con le cattive si riusciva a nulla. Invece di andare a scuola, mi nascondevo e giocavo con i compagni. Una volta, di sorpresa, mio padre comparve in mezzo a noi, mi prese per mano e mi trascinò a casa.
Mentre passavamo davanti alla chiesa, mi condusse dentro, all'altare della Madonna e recitò una breve preghiera, come sanno fare gli uomini: “Madre di Dio, ti raccomando questo mio figliolo, che mi fa disperare. Se puoi, fanne qualcosa di buono. Io non possa fare più niente”.
Mentre così pregava guardai la statua e rimasi profondamente colpito dal volto di Gesù, che Maria teneva in braccio. Dopo tre anni, entrai in seminario. Divenni sacerdote e partii per le missioni. Mentre salutavo i miei genitori, mio padre mi disse, quasi celiando: “La Madonna prese allora le parole troppo sul serio. Ora sei tutto di Gesù! Maria, ora è tuo!».
Prega per noi, Madre, 
anche per quest’ultima “ora”. 
Per questo, perché sappiamo 
che la prima domanda che ci farà il Padre, 
al giungere alla sua Casa, sarà: 
«Dove sta tuo fratello?». 
Come a Caino.
*****
LA MORTE … buone mani!
Un contadino e il suo bambino erano in cammino verso un paese vicino, per la fiera annuale. 
La strada passava sopra un ponticello di pietra sgretolato e traballante per il fiume in piena. 
Il bambino si spaventò. "Papà, pensi che il ponte reggerà?", chiese. 
Il padre rispose: "La mamma di terrà per mano, figlio mio!".

E il bambino mise la sua mano in quella della mamma. Con molta cautela attraversò il ponte a fianco di papà e mamma, e giunsero a destinazione. 
Ritornarono che calava la sera. 
Mentre camminavano, il piccolo chiese: "E il fiume, mamma? Come faremo ad attraversare quel ponte pericolante? Ho paura!". “Ti affido a papà. Ci penserà lui; tranquillo!”

L’uomo forte e robusto prese in braccio il piccolino e gli disse: "Resta qui fra le mie braccia e sarai al sicuro!". 
Mentre il contadino avanzava con il suo prezioso fardello, il bambino si addormentò profondamente.
Il mattino seguente il piccolo si svegliò e si ritrovò sano e salvo nel suo lettino.
La luce del sole filtrava attraverso la finestra. 
Non si era neppure accorto di essere stato trasportato al di là del ponte, sopra il torrente impetuoso.

Questa è la morte.
– Pensate... di approdare sulla riva e scoprire che siete in Paradiso; 
di afferrare una mano e scoprire che è la mano di Maria;
 di respirare un’aria nuova e scoprire che è quella del cielo;
 di sentirvi rinvigoriti e scoprire che è l’immortalità;
 di passare dalla burrasca tempestosa a una calma sconosciuta;
 di svegliarvi e scoprire che siete arrivati a Casa! 

Innamorato che non desidera incontrare … 
Abramo, ormai vecchissimo, era seduto su una stuoia nella sua tenda di capo tribù,
quando vide sulla pista del deserto un angelo venirgli incontro.
Ma quando l'angelo gli si fu avvicinato, Abramo ebbe un sussulto:
non era l'angelo della vita, era l'angelo della morte!
Appena gli fu di fronte Abramo si fece coraggio e gli disse:
"Angelo della morte, ho una domanda da farti: io sono amico di Dio,
hai mai visto un amico desiderare la morte dell'amico?".
L'angelo rispose:
"Sono io a farti una domanda:
hai mai visto un innamorato rifiutare l'incontro con la persona amata?".
"Allora, Angelo della morte, prendimi"
****
NON SONO LI'
Un grande e santo abate giaceva sul letto di morte.
 Intorno a lui si erano raccolti i suoi monaci 
e decine di affezionati studenti che si erano ispirati alla sua vita e alle sue idee luminose.
I più vicini a lui sussurrarono:
«Maestro, quando tu sarai morto, metteremo una grande e magnifica pietra sul tuo sepolcro.
Che cosa vuoi che le scriviamo sopra?».
Il vecchio saggio tacque un po' e poi sorrise:
«Scrivete: 
lo non sono sotto la pietra».
Noi non saremo sotto la pietra…–
AMEN!
°°° Per riassumere – e non “sprecare” – l’“Ave Maria” ... AMEN! Così si conclude l’“Ave Maria”.
“Amen”, come espressione di abbandono filiale, di un atteggiamento tanto confidente quanto quello che da bambini adottavamo ogni volta che ci rannicchiavamo sul seno della mamma o cercavamo protezione aggrappati alla sua gonna... Il fatto è che dopo ogni “Ave Maria”, non può esserci altra attitudine.
Sin dalla fanciullezza, nel Catechismo ci insegnarono che il termine significa: “Così sia!”. Ora, con molta più esperienza su noi stessi e le nostre possibilità, limitiamoci a tradurla così: “Dio desidera che tu sia così”. Cioè, affermiamo d’essere d’accordo con la verità che racchiude.
Si racconta che un tale, discutendo con uno scrittore, gli avrebbe detto. “La messa in latino è più bella che in francese. Basta col citare semplicemente il “Kyrie eleison”, il “Credo”, il “Pater noster” e tutti gli “Amen”. Dimenticava l’interlocutore che tutti i “kyrie” sono greci e gli “amen” ebraici. Ignorava, soprattutto che l’amen è stato travasato tale e quale in molte lingue diverse, e persino in religioni ben distinte: come la cristiana, la giudaica, la musulmana. L’incontriamo, inoltre, in molti dizionari, e forma parte del linguaggio corrente, e non sempre religioso, di numerosi popoli. Può essere, persino, che l’utilizzo profano sia giunto a pregiudicare il suo significato religioso. Merita la pena, perciò, che dedichiamo alcuni minuti all’approfondimento del contenuto di tale espressione sino a convertirlo per noi in una vera attitudine orante.
Certo è che l’“Amen”, nel secolarizzarsi, ha assunto una sfumatura frequentemente peggiorativa. Per provarlo, basta ricordare tal espressione “Amen!” al termine di una discussione o discorso per ratificare – senza discernimento e come per timore o senza convinzione – tutto quel che succede o ciò che l’altro ha detto. In una cultura come la nostra, priva del discernimento personale – soprattutto quando giunge sino a noi la critica e persino la contestazione...– vale la pena porre l’“amen” al termine di qualsiasi decisione altrui, di qualsivoglia sermone o di qualunque discorso pubblico o privato? 
– O non sarà una prova in più del fatto che non ci rendiamo conto di ciò cui pretendiamo apporre la firma con il nostro “Amen”?: es. «Dacci, Signore, umiltà. Amen. Sana gli infermi. Amen. Ti ringraziamo per quanto ci succede. Amen. Per i secoli dei secoli. Amen…
Stranamente, molto più curioso appare quando lo traduciamo col “Così sia!”. In questo caso si dà la sensazione che tutto quanto ratifichiamo, sia soltanto un vago e pietoso desiderio da parte nostra.
•    Dobbiamo smetterla con le traduzioni ed iniziare a ricuperare tutta la forza espressiva che racchiude la parola originale. L’“Amen” deve ritornare a significare per noi come un rotondo: «Sì, te lo chiedo!», «Sì, l’accetto!», «Sì, mi impegno a ...».
Bisbigliarlo meccanicamente alla fine di una preghiera, è tradire quest’espressione e persino la preghiera stessa. L’”amen” è molto più che una semplice “Sì”.
Il vero “amen” assomiglia molto più ad una proclamazione, ad una lode vibrante, ad una decisione che impegna intelligenza, cuore e volontà. Ogni “amen” deve scoppiare sulle nostre labbra come prorompe l’“hurrah” che lancia una folla. Racconta san Gerolamo che al suo tempo – secolo IV – l’“Amen”, rimbombava nelle basiliche come un vero tuono celeste.
– Già nell’Antico Testamento si vincolava l’espressione “amen” con l’esclamazione di “Benedetto sia il Signore!”. Così il salmo 72. «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, l’unico che compie meraviglie. Benedetto per sempre il suo nome glorioso, e che la sua gloria riempia la terra! E tutto il popolo rispondeva: Amen, amen!».
– Non si tratta, quindi di una parolina appena sussurrata. È un grido, un clamore che sgorga dalla fede di un popolo riunito.
 • Simile “Amen!”, rotondo e giubilante, passa direttamente dalle sinagoghe alla prime comunità cristiane, e diviene parte della celebrazione eucaristica, dove l’assemblea lo proclama al termine d’ogni preghiera – la medesima cosa che facciamo noi, anche se con minor convinzione -.
– San Paolo lo utilizza nelle sue epistole come per porre la firma sotto un saluto, una supplica o ringraziamento: «Che la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi, “Amen!” (Gal 6, 18).
– Al tempo dei martiri l’“Amen” adotta la forma di “professione di fede”, e così passa alla liturgia, ricuperato con una “sazietà insaziabile”, secondo sant’Agostino.
– Santi e sante, come Giuseppe da Copertino o Teresa di Gesù sono molto devoti dell’“amen”. E “amen” ripeteva incessantemente Padre Foucauld, durante le sue prolungate meditazioni notturne.

L’"AMEN" di GESU’ e di MARIA
•    Non dobbiamo dimenticare, ma, anzi, tener presente che Gesù lo utilizza ripetutamente all’iniziare varie delle sue affermazioni. «Amen, amen dico Vobis», che qualcuno traduce: «In verità, in verità vi dico», o «Vi do la mia parola», oppure «Ecco la mia verità» ...
1 – Ma più ancora, teniamo presente che questo "Amen" è anzitutto una persona, Gesù. Egli lo è stato durante la vita terrena, e lo è per tutti i secoli dei secoli, l’“Amen" più chiaro e completo alla volontà del Padre. Tutte le promesse e i piani del Padre trovano la più esauriente attuazione proprio nell’“Amen” del Figlio. – San Paolo ce lo ripete molte volte –.
– Nell’Apocalisse, Gesù torna ad essere indicato come l’“Amen” ed il Testimone fedele e veritiero.
2 – Il nostro cuore può allargarsi se mai contempliamo in Lui l’“Amen” di Maria. Quest’espressione, in lei si riveste di traduzioni molto peculiari:
– alcune volte verbali, come: "Si faccia!",
– altre, gestuali, come quello "stare" ai piedi della Croce;
– la maggior parte delle volte, però, consistono in quel misterioso "far silenzio", così peculiari! – dell’accettazione e dell’impegno personale mariano.
Come seguaci di Gesù e figli di tal Madre, pure noi abbiamo la vocazione di essere successivi echi degli "amen" che loro pronunziarono.
Tutti i suoi significati e tonalità si completano. “Amen” è al medesimo tempo: ratifica, lode, azione di grazie, gioia, solidarietà, proclamazione di una verità, chiamata di Dio e risposta dell’uomo. 

Amen – INTERIORIZZAZIONE
Vedere, giudicare e agire. 
È lo schema più classico di un vivere impegnato. Osserva con questa lente trifocale,
– quanto sta succedendo a te, in questo momento concreto della vita, riguardo la salute o stato d’animo,
– quanto alla vita del tuo spirito,
– quanto alla tua vita familiare,
– quanto alle tue relazioni sociali,
– quanto al tuo studio o lavoro.
E considera quante volte dovresti dire "Amen".
Ed ora esaminati:
– Quante volte ti sei impegnato a mutare tale situazione, invece di pronunciare semplicemente “Amen”?
– Quante volte non hai potuto far altro che accettare e dire. “Amen”? – Quando ti è costato più sforzo per pronunziarlo?
•• Ognuno di noi è cosciente di quando pronunziamo "amen" in modo abitudinario, e di quanto ci costa il gridarlo, in certe occasioni.
Ebbene, bisbigliamola, cantiamola o gridiamola mille volte questa parola.
Volesse il cielo che com’epitaffio del nostro sepolcro figurasse un giorno solamente questo.
"Qui riposa un figlio/una figlia, dopo aver pronunziato sempre
"Amen" a Gesù e a Maria, sua madre ".
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La testimonianza mariana della celebre famiglia austriaca von Trapp
«Siamo tornati dal 'vecchio paese', l’Austria, con la nostalgia della preghiera davanti agli oratori dei cammini dedicati a Maria. Dato che non se ne trovano qui, negli Stati Uniti, ne abbiamo semplice-mente costruito uno. Durante il mese di Maria, spesso vi andiamo in piccola processione, recitando il Rosario o cantando degli inni. (…) 
Dobbiamo perdere questo rispetto umano di ciò che i nostri amici e vicini di casa potrebbero pensare per tale esibizione della nostra fede: poiché noi viviamo negli Stati Uniti, abbiamo notato, in numerose occasioni, che l'americano medio è la persona più tollerante quando sente che quanto fate parte da una profonda convinzione interiore. 
Per esempio, tre volte al giorno, la campana della nostra cappella suona l'Angelus, e allo stesso tempo, tutti in casa smettono di parlare, lasciano il lavoro che stanno facendo e recitano la preghiera: “l'Angelo del Signore annunciò a Maria”. Alle parole: “E la Parola si fece carne”, facciamo una genuflessione. Dopo l'Angelus, facciamo il segno della Croce e riprendiamo le nostre attività. 
La maggior parte del tempo, abbiamo tra i nostri ospiti persone di diverse fedi religiose, ma non ho mai visto il minimo barlume di un sorriso, un segno di critica o di disprezzo, o qualsiasi altra cosa che noi, Cattolici timidi, ci aspettiamo di ricevere. 
Ogni musulmano ci copre di vergogna: in certi momenti della giornata, egli prende il suo piccolo tappeto di preghiera e si inginocchia rivolto verso est, per recitare le sue preghiere, senza preoccuparsi di che cosa la gente possa dire o pensare. Ciò che la preghiera in direzione dell'Oriente è per un musulmano, è ciò che può essere l'Angelus per noi Cattolici». [Tratto dal libro di Maria Augusta Von Trapp: Intorno al mondo con la famiglia Trapp, 1955, Pantheon Books]
*** Al termine di queste meditazioni su Maria, concludiamo con una preghiera che riassume tutto ciò che possiamo contemplare e gioire delle meraviglie che Dio ha elargito sulla sua e nostra Madre.

O Santissima Madre di Gesù 
permetti ch’io Ti saluti
 con quelle stesse parole con cui Ti salutò 
il giorno santo della Tua Annunciazione, 
l’Angelo di Dio.  
Permetti che Ti dica anch’io: «Ave Maria!». 
Oh, Vergine Immacolata, 
permetti ch’io ripeta come l’eco dell’angelica voce, 
le parole che risuonarono nella Tua casetta,  
quando sull’umanità sorse il giorno Tuo,  
il giorno di cui il mistico nome è «Ave Maria!».
In quel giorno in Te sono state benedette tutte le generazioni.
In quel giorno la storia del mondo ricominciò di nuovo 
con le arcane parole dell’Angelo, «Ave Maria!» 
Con l’Ave Maria iniziò una nuova epoca,  
Con l’Ave Maria sorse sull’umanità l’aurora della Grazia,  
con l’Ave Maria iniziò il Tuo regno, o Vergine benedetta.  
Permetti dunque che dica anch‘io: «Ave Maria!».  
Lasciami pronunziare, lo so, con le mie indegne labbra il Tuo santo nome, 
ch‘io ripeta ogni giorno, continuamente fino al mio ultimo respiro, 
«Ave Maria!». 
Fa’ che un giorno io canti in cielo 
insieme a tutti gli angeli e i santi di Dio, «Ave Maria!». 
Perché con queste parole Ti salutò quel giorno Gabriele, 
ambasciatore del grande Re che chiedeva la Tua mano,  
Te, o graziosissima figlia dell’uomo. 
Oh, bellissima Vergine, 
in te s’unì il cielo e la terra e nacque il Salvatore.  
Perciò anch‘io non mi stancherò di dire: 
«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te!». 
Tu sei benedetta fra tutte le donne e benedetto il frutto del ventre Tuo».  
O Maria, o santissima Madre di Dio, 
prega per noi peccatori. 
Custodiscici per tutto il corso della nostra vita, 
e quando sul declinare dei nostri giorni, 
vedremo con terrore cadere su di noi l’ombra della morte 
restaci vicino per scacciare con il Tuo dolce sguardo i fantasmi della notte. 
Oh, resta vicino a noi come stesti vicino alla Croce  
ed accogliesti del tuo Figlio l’ultimo respiro!
Nelle Tue mani raccomandiamo il nostro spirito 
dicendo: «Ave Maria!».
(Ave Maria, preghiera ortodossa)
***

BAMBINELLO GESU' 2024 Foto e didascalie poetiche di Padre NICOLA GALENO OCD

 











domenica, novembre 24

MILLE ANNI PER L' "AVE MARIA" 2° CONFERENZA D'AVVENTO DI PADRE CLAUDIO TRUZZI OCD


MILLE ANNI PER L’ “AVE MARIA”

** Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, aveva affidato il Giubileo a Maria, 
«Un atto dovuto a Maria … non potrebbe essere una meditazione tranquilla sulla sua grandezza e bontà, rivitalizzando la preghiera che più spesso le rivolgiamo, l’“Ave Maria”?
Sicuramente dall’infanzia siamo cresciuti recitando “avemarie”. Può darsi che da allora l’abbiamo recitata migliaia di volte, questa semplice preghiera, una delle prime mandate a memoria. 
Perché non provare a recitarla, a meditarla, come se fosse la prima volta che lo facciamo, liberandola, cioè, da ogni peso di possibili abitudini meccaniche e monotonie, con cui talvolta la circondiamo?
Proprio così. Può darsi che l’ “Ave Maria”, 
– produca in alcuni l’eco di preghiere stanche e sonnolenti; 
– o suggerisca mormorii e bisbigli di vecchiette, più o meno devote;
– o ci trasporti a quei rosari parrocchiali detti da “avemarie mordi-la-coda”, perché sembra che stia lottando un gruppo con l’altro per iniziare la propria parte prima che l’altro abbia terminato la sua...
Tuttavia, né questo modo di pregare, apparentemente meccanico, è tanto negativo; né l’ “Ave Maria” può ridursi ad un pregare meccanico. 
– Primo, perché dietro quest’apparente automatismo labiale con cui si sgranano milioni di “avemarie”, non cessa d’esserci virtù: l’inestimabile virtù d’essere giunti a convertire la propria preghiera in qualcosa tanto spontaneo  – e per ciò stesso, meccanico – come la propria respirazione. 
– E sosteniamo il secondo, giacché, in verità, l’ “Ave Maria” è un tesoro che non possiamo camuffare nel biascicare di parole pronunciate a cascata. ...
L’ “Ave Maria” è una vera perla composta da verità rivelate e definizioni dogmatiche. In essa, una sola parola equivale a un piccolo inno; e termina con una supplica che è come un gemito sgorgante dal profondo della tragedia umana – fatta di peccato e di morte – e che poi si scioglie in un’attitudine di speranza e d’abbandono.
Nell’ “Ave Maria” si compie per intero il ciclo della maternità mariana. Riconosciamo Maria 
– come la madre che ci diede la vita; 
– come madre che veglia sulla nostra esistenza; 
– come madre, il cui influsso trascende la nostra piccola storia 
– come madre da cui dipende la nostra nascita alla luce, alla vita che non ha fine.
°   Di questa preghiera si sono date infinite definizioni. Da parte nostra consideriamola come il grido della coscienza collettiva del Popolo di Dio, che converte in lode e supplica il nucleo del messaggio rivelato»
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Quindi per questo prepariamoci a pregare insieme e con calma queste quarantuno parole, così, come se avessimo appena scoperto questa commovente formula di amore filiale. 
E contempliamo, passaggio per passaggio, col medesimo stupore di chi va scoprendo, una dopo l’altra, le diverse meraviglie dietro ogni angolo del cammino.
AVE!
Fra conoscenti è sempre stato normale salutarsi, per quanto fugace fosse stato l’incontro. 
Per questo pure Maria avrà salutato moltissime volte; e, a suo turno, sarà stata salutata da molti, sempre che, per esempio, s’incrociasse con qualche conoscente sulla strada. In un villaggio come Nazareth, tanto piccolo che neppure le meticolose mappe dei romani lo segnavano, tutti conoscevano la giovane Maria; tutti l’avrebbero salutata incontrandola, mentre andava alla fonte o con il gregge o in giro per qualche commissione. Tutti l’avranno stimata una ragazza buona, amabile e, sicuramente, tutti le avranno ricolto un saluto.
“La pace sia con te!” era il saluto più abituale di allora. Ebbene, anche oggi gli ebrei continuano a salutarsi con la medesima espressione, “Shalom!”. Finché un bel giorno... «Dio inviò l’arcangelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine, sposa di un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide: il nome della vergine era Maria. Entrò da lei e le disse:“Salve, piena di grazia, il Signore è con te”!» (Lc 1, 6 ss.). 
Naturalmente questo saluto era molto più pregnante e sublime di quegli altri che accennavamo.
Fermiamoci un attimo ad approfondirne il significato e la ricchezza..
Il primo termine che l’angelo rivolge a Maria è la parola “Ave”. In italiano essa significa semplicemente “Io ti saluto”, “Dio ti salvi”. Equivale, né più né meno, al nostro “buon giorno!”. 
“Ave”, tuttavia, è un termine latino e l’arcangelo Gabriele certamente non si rivolse a Maria in latino, ma nel suo dialetto aramaico. Gabriele avrà usato la parola “Rannì”. Luca, però, non scrive il suo vangelo in latino o in aramaico, ma in lingua greca; e traduce “rannì” con “kairè”.
Perché tanta spiegazione d'idiomi? Per sondare nel vero significato di simile saluto, per scoprirne tutto un invito alla gioia. In effetti, quest'espressione greca significa: "Rallegrati!". Ed ogni volta che la dirigiamo a Maria, dovremmo farlo in questa chiave e con tale disposizione d’animo. Quando ripetiamo:
– «Rallegrati, Maria!», col profeta Gioele esclamiamo: «Alza grida di gioia, figlia di Sion. Rallegrati …, figlia di Gerusalemme. Non temere, perché Dio è con te!».
– «Rallegrati, Maria!», con le medesime parole dell’Angelo manifestiamo la ragione di tale gioia: «Tu concepirai e darai alla luce un figlio, che si chiamerà Figlio dell’Altissimo».
– «Rallegrati, Maria!» ti ripetiamo con il sacro autore, perché «tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gioia di Israele, tu l’orgoglio del nostro popolo».
È interessante sottolineare come la gioia suscitata in Maria da tale saluto non poté esaurirsi a quel momento; né possiamo ridurla a un puro ricordo di qualcosa che passò. Al contrario. Dobbiamo essere convinti che noi stessi possiamo riprodurlo nel suo cuore ogni qualvolta le ripetiamo con amore tali parole.
Dopo l’esperienza della sua Annunciazione, Maria sarà continuamente salutata in mille ed una occasione dal popolo cristiano. E Maria capterebbe tutte le sfumature, come anche noi differenziamo i saluti a seconda di chi ce li rivolge e secondo le espressioni e i toni. E se questo è vero, che emozione per lei quando i suoi figli la salutano con le stesse parole che quell’arcangelo usò in quell’occasione. La gioia e trepidazione che sperimenta ogni volta che le ripetiamo: «Ave, Maria!».