POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
Visualizzazione post con etichetta racconto inedito di Danila Oppio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto inedito di Danila Oppio. Mostra tutti i post

giovedì, maggio 4

LA STORIA DI UN PICCOLO ABETE DIVENTATO GRANDE di DANILA OPPIO

 


Quando acquistai l'albero di Natale per i miei bambini, di queste dimensioni, aveva già circa 10 anni. Tanto ci vuole perché si presenti in questo modo. alto all'incirca un metro. 

La storia del piccolo abete

Un piccolo abete stava in un bosco sulla montagna. A Natale qualcuno lo prese, con tanto di radici, lo caricò su un camioncino e lo portò in città, dove rimase per dieci giorni in una casa, con le radici in un vaso stretto, tutto coperto di palline colorate, lucine e festoni d’argento. Passate le feste, fu piantato in un’aiuola del cortile, fra tre altri alberelli malandati. Anche lui era stanco e spelacchiato a causa di tutti quegli spostamenti, ma stese le radici e cominciò a nutrirsi, a respirare e a scambiare qualche silenziosa parola con gli altri alberi. Però non era una bella vita: il terreno era secco, le radici trovavano poco nutrimento e quel poco aveva strani sapori e poi lì, in mezzo alle case, il sole arrivava solo per tre ore al giorno e il resto del tempo era un’ombra fredda e triste. E i bambini, siccome non c’era spazio altrove, giocavano nel cortile e al povero abete toccavano pallonate, urti e strappi. E i cani della casa venivano a fare la cacca e la pipì nelle vicinanze. Il piccolo abete era scontento e stava male. Si lamentava con gli altri alberi e raccontava di come era bella la montagna, con la terra buona, l’aria fresca e il sole dalla mattina alla sera. Ma i tre alberelli, che non avevano mai visto niente di simile, credevano che raccontasse bugie. Una sera passò sopra la città il vento fresco della montagna. Vide il piccolo abete, lo riconobbe e scese a muovergli i rami. Il vento cominciò a girare intorno all’abete come una trottola, veloce, sempre più veloce: l’abete si sentì trascinare in su, sempre più su e poi scendere giù, piano piano, girando, e atterrando proprio nel buco che le sue radici avevano lasciato sulla montagna. Contento, ringraziò il vento e si addormentò.
Questa storia è di R. Piumini e di F. Altan, ma è quasi la stessa che avrei raccontato io, a proposito del piccolo abete che avevo acquistato 40 anni fa per festeggiare il Natale con i miei bambini. In effetti, il mio piccolo abete lo avevo, a feste finite, spostato sul balcone di casa, anche rinvasato in un contenitore più grande, ma il caldo di Milano e l’aria inquinata, non gli facevano bene. In casa si era un poco seccato, a causa dell’eccessivo riscaldamento, perse i suoi aghi, divenne giallognolo. Non era il suo giusto ambiente. 


Dieci anni dopo ci trasferimmo fuori città, in un luogo dal clima migliore, e soprattutto dove c’era un piccolo giardino dove interrarlo. Così avvenne che lo piantammo in un angolo del prato, ma dopo due anni, ancora non aveva sviluppato radici per nutrirsi, e non emetteva nuovi rametti verdi, che mi avrebbero fatto ben sperare in una ripresa. Col pensiero lo sgridai, e gli dissi: “se non ti decisi a nutrirti come dovresti, ti concedo ancora un anno, e poi ti butto nel fuoco”. Penso mi abbia capito, poiché in primavera vidi spuntare dei germogli, che poi si tramutarono in verdi rametti.” Oh, deve avermi letto nel pensiero!” mi dissi, e gli diedi altro tempo perché crescesse sano e superbo. 

Sono trascorsi 30 anni, e divenne così alto che qualche tempo fa dovetti chiedere al giardiniere di ridurlo un poco, altrimenti i suoi lunghi rami sarebbero sporti sia verso strada che presso il giardino dei vicini. Ora arriva quasi al tetto della mia villetta. Però nel corso degli anni, si limitò a produrre qualche pigna, poche davvero per la sua longevità.


Qualche giorno fa, vidi che alla fine dei rami si presentavano piccole macchie color ruggine, e chiesi a mia figlia cosa fossero. Mi risposte, dall’alto della sua laurea in scienze agrarie, che si trattava di inflorescenze maschili, che avrebbero fatto nascere tante pigne che sono i frutti femminili. In effetti, ora ne è colmo, anche se per il momento sono ancora piccine. Qui sotto un disegno dei fiori dell'abete e dei suoi frutti: pigne o strobi. 




Ho dovuto attendere tanti decenni, ma alla fine il cinquantenne mister Abete mi ha dato tanta soddisfazione: l’ho salvato dal fuoco del caminetto, ed è diventato uno splendido esemplare di abete, come quelli che si ammirano nei boschi! 



Qui sopra, l'ingrandimento delle piccole pigne e dei nuovi rami in germoglio, chi l'avrebbe mai detto? Un consiglio, non acquistate mai un vero abete per Natale, se poi non avete modo di interrarlo in un giusto spazio a lui conforme. Meglio utilizzare, negli appartamenti cittadini, alberi sintetici che a volte sono così simili a quelli veri, da crederli tali. Non farete soffrire la pianta, che tanto ci mette a crescere. Esistono venditori di abeti naturali, che ritirano la pianta dopo le feste, e la riportano nei boschi per farla tornare a vivere sul suolo natìo.  Rivolgetevi a quelle persone sensibili che amano la natura, oppure se avete un terreno di proprietà, ripiantatelo lì, sappiate che un abete non sopravvive a lungo, nell'interno di un'abitazione. 

Danila Oppio

venerdì, settembre 3

Per restare in tema con RENATA: RUSCA ZARGAR vi racconto una storia altrettanto vera di DANILA OPPIO


La storia di Fagiolino

Vi racconto una storia. Una storia vera, non una favola!

C'era una volta, alcuni decenni fa, una giovane mamma in dolce attesa. La storia inizia una domenica di fine gennaio. La futura mamma sonnecchia sul divano del soggiorno, il marito schiaccia la pennichella postprandiale in camera e tutto pare tranquillo. A un certo punto la sposa si sveglia all'improvviso, udendo chiaramente una voce che le sembra maschile, che grida: "Mamma!". La donna corre in camera, convinta fosse il marito ad aver chiamato la propria madre, a quel tempo gravemente malata. Il marito si sveglia - dormiva profondamente - e in tono piuttosto irritato chiede alla moglie il motivo di quell'indesiderato risveglio. "Ti ho sentito chiamare Mamma, ho pensato avessi avuto un incubo!"

-Assolutamente no, lasciami dormire che sono stanco. 

La moglie allora torna sui suoi passi ma, guardando il pavimento, lo vede macchiato da una scia di sangue che dalla camera arriva al divano. "Che succede?". Era un'emorragia che proveniva da lei. Corre di nuovo a svegliare il marito e gli chiede di chiamare suo padre, che era anche il medico di famiglia. Il suocero suggerisce di prendere dei provvedimenti, in attesa del suo arrivo. La sposa raccoglie qualcosa che pare un grumo di sangue, che in seguito sottopone all'esame del suocero. 

-E' un feto - conferma Piero, ti ricoveriamo subito in ospedale, hai perso il bambino e occorre provvedere alla Il raschiamento - o curettage -  che è una procedura chirurgica che si avvale dell'ausilio di una curetta (una sorta di cucchiaio tagliente) per rimuovere una porzione di endometrio od una massa anomala contenuta nell'utero, affinché tu non abbia infezioni.

Corsa in ospedale, una sommaria visita e la data fissata per l'intervento alle ore 11 del giorno dopo.

La mattina, dal letto d'ospedale, la donna prova la solita nausea da gravidanza, quando le infermiere portano il caffè alle puerpere: caffè, fumo di sigarette, pane appena sfornato erano i segnali di una gravidanza in essere, perché alla donna causavano nausea. Verso le 10 passa per una visita il suocero, e lei gli chiede: - pensi che se aspettiamo ancora un giorno o due, prima del raschiamento, i succeda qualcosa di brutto?

 - Perché me lo chiedi?

 - Perché provo ancora nausea verso alcuni odori, forse non ho perso il   bimbo!

 - No, credimi, ho visto chiaramente il feto che hai espulso, ma non succede nulla se aspettiamo ancora un giorno, vado a parlare con il ginecologo, gli suggerisco altri accertamenti, e poi vediamo.

(il feto era un fagiolino come nella foto ma non mi piace chiamarlo feto, per me è già un bimbo! Feto mi pare un modo per allontanare il pensiero da ciò che è già, a tutti gli effetti, un essere umano, una creatura destinata alla vita, non alla morte immatura) 

Quell’intervento non fu più eseguito: un bimbo continuava a voler essere messo al mondo, e quel feto abortito era il suo gemello. La gravidanza proseguì fino al termine, e nacque una bella bimba.

È una storia a lieto fine, come tutte le favole, solo che è una storia vera. (mentre la foto è falsa, nel senso che non si tratta della protagonista, ma solo di un'immagine che mi è piaciuta).

Ve l'ho raccontata per molte ragioni: quella voce maschile che chiamava "Mamma!" era di certo un avvertimento, forse un addio del gemello che non sarebbe nato, ma nello stesso tempo mise in allarme la futura mamma, la quale "sentiva" che una vita era ancora dentro di lei. Se si fosse fidata del ginecologo, con il raschiamento sarebbe stata portata via anche la creatura che aveva ancora in grembo.

Altra circostanza da non sottovalutare: il suocero che, solo un'ora prima dell'intervento, passò in ospedale per una visita e, in veste di medico, poté convincere il chirurgo a non intervenire.

Così ha salvato la sua prima nipotina, e la salvò anche una seconda volta, quando la piccola aveva quattro anni e piangeva dai forti dolori al pancino, con febbre altissima. Ricoverata in un ospedale, quando sentì che i medici avevano diagnosticato un'occlusione intestinale, il nonno suggerì di prenderla e portarla via subito. Disse: "Se è qualcos'altro, per esempio un'appendicite o una peritonite, con la terapia per l'occlusione la piccola muore". Il papà la avvolse nel suo soprabito e la portò a casa di corsa, senza chiedere permesso ai medici. La ricoverarono in seguito presso un altro ospedale, e lì con urgenza: i globuli bianchi erano saliti vertiginosamente, non c'era da aspettare neanche un minuto. La diagnosi fu: linfangioma macrocistico congenito incarcerato nelle pelvi, più semplicemente, un tumore grosso come un'arancia, che era infetto e aveva contaminato anche il peritoneo, causando una peritonite acuta. 

Beh, io non credo al caso, né al destino, credo nel Signore, che in queste occasioni è intervenuto abbondantemente, credo nelle persone che operano con coscienza, come nel caso del nonno-medico.

Sono convinta che quella bimba era dentro un progetto più grande, dentro il Progetto della Vita.

Quella bimba è cresciuta, si è laureata, è diventata sposa e madre, ha avuto tre figli maschi, due sono la sua ragione di vita, la sua gioia, il terzo è ancora più importante, se vogliamo: si tratta di Iacopo, quel bimbo voluto, portato a termine malgrado la diagnosi di non sopravvivenza, un angelo in Cielo che veglia sulla sua famiglia. (La storia la racconta la sua mamma)

Bastava un bisturi, e non c'era la bimba, non ci sarebbero stati i suoi figli, neppure quel piccolo angioletto in Paradiso!

Ancora una volta una storia che finisce bene, perché tutte le storie nel cui interno c'è il Signore, dimostrano un risvolto positivo, anche con gli  inevitabili dolori che la stessa esistenza umana comporta. 

Non credete che sia una storia vera? La (ex) giovane mamma sono io, la figlia salvata per un pelo, la mia Valeria, e i suoi bimbi, i miei amati nipotini, compreso l'angioletto Iacopo, che sarà felice perché la nonna ha narrato questa fiaba moderna, testimonianza non solo dell'amore che vive certamente in tutti noi, quanto la fede nel Signore misericordioso, fiduciosi del Suo intervento. La voce del Signore a volte è un soffio leggero, talvolta grida "Mamma!” e mi ha così insegnato che, ancor prima del parto, è la responsabilità più grande che noi donne abbiamo, il dovere più impellente ma anche l'amore più grande!

Il feto (fagiolino, come mi piace chiamarlo teneramente) non è un grumo di cellule: sei tu, sono io, sono i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici, i nostri affetti, ci avete mai pensato? Tutti lo siamo stati, prima di diventare ciò che oggi siamo! 

Noi non conosciamo il futuro degli esseri che stanno per nascere, ma proprio per questo non dobbiamo privarli della loro esistenza.

Anzi, dobbiamo fare il possibile per difenderla!

Danila


mercoledì, maggio 26

I FOLLETTI DISPETTOSI di DANILA OPPIO

 


I FOLLETTI DISPETTOSI
 (E IL FOLLETTO SERVIZIEVOLE)

In quella casa succede qualcosa di strano.  Oltre a mamma, papà e figli, vivono anche dei folletti dispettosi e uno servizievole che rimedia ai pasticci degli altri.
Ogni mattina la mamma si alza, e dopo aver preparato la colazione, comincia a occuparsi dei lavori di casa: rifare i letti, scopare e lavare i pavimenti e i sanitari, dispone gli asciugamani al loro posto e nel giusto modo, insomma, rassetta la casa per benino e poi, soddisfatta, guardandosi intorno, tira un sospiro di sollievo nel vedere intorno a lei tutte le cose in ordine, e linde. Poi si dedica alla preparazione del pranzo. 
Intanto i folletti dispettosi stanno facendo le loro corbellerie. Gli asciugamani nei bagni sono tutti raggomitolati invece di trovarsi ben sistemati come li aveva messi mamma, perché possano  restare asciutti, invece di rimanere sempre umidi, se disposti in malo modo. Alcuni cassetti sono semi aperti, le ante dei mobili del bagno e della cucina spalancate, gli specchi dei bagni schizzati di dentifricio o di schiuma da barba. Inoltre, si divertono a seminare briciole di vario genere sul tavolo e sui mobili di cucina e qualcuna è caduta, chissà come, anche per terra. Il lavello sporco di latte o di caffè. Quei monelli hanno aperto la porta al cane che esce felice in giardino e che, camminando sull’erba bagnata, rientra in casa lasciando impronte di fango sul pavimento, e bava sui muri, sulle porte, sui mobili e sul divano. Depositano, all’inizio della scala che porta in lavanderia un mucchietto d indumenti o di asciugamani bagnati, forse pensando che abbiano le gambe e scendano da soli per tuffarsi nella cesta del bucato da lavare. La stessa cosa succede con alcune scatole di cartone vuote, che contenevano la pappa del cane, pensando, i malandrini, che anche le scatole abbiano i piedi per scendere in garage dove c’è il contenitore della carta e cartone. 





Per fortuna di questi dispettucci se ne accorge subito la gnoma servizievole e veloce come il vento, ripulisce i pavimenti dalle zampate del cane, dalla sua bava colata ovunque. Raccoglie la biancheria sporca e la porta là, dove deve stare, dentro il cesto in lavanderia. Chiude cassetti e ante, raccoglie le briciole e tutto questo accade diverse volte durante il giorno, perché i folletti dispettosi non la smettono mai di sporcare o creare disordine in giro. Pare che si divertano molto a far tribolare quella piccola gnoma dai capelli bianchi, sempre disponibile. 
Arriva sera, e la gnoma servizievole non vede l’ora di coricarsi, sfinita dalla stanchezza.  Tutte quelle azioni ripetute durante il giorno, che i folletti dispettosi possono evitare, perché vale il detto che se non si sporca non si deve pulire, alla gnoma servizievole, non più giovane e piena di acciacchi costa fatica supplementare, che potrebbe evitare, se i folletti dispettosi la smettessero di contare sempre sul suo aiuto che, se qualche volta brontola, ha anche ragione, eppure si sente perfino insultare e definire rompiscatole.

Il folletto stanco

domenica, giugno 28

ASSASSINIO NELLA NOTTE di DANILA OPPIO


ASSASSINIO NELLA NOTTE

28 giugno 2020.
Sono le 4 del mattino e mi svegliano grida terribili che provengono dalla strada.
Chi stanno ammazzando? È la prima domanda che mi pongo, tanto le urla sono impressionanti.
Mi affaccio alla finestra e vedo uno stuolo di ragazzini che corrono, invece di parlare piano si urlano addosso, e poi raggiungono il piccolo parco poco distante da casa mia.
Guardo di nuovo l’ora. Sono proprio le quattro.
Se avessi una carabina, sparerei a salve per spaventarli, come loro hanno terrorizzato me con il loro baccano.
Che ci fanno dei ragazzetti, maschi e femmine, in giro a quell’ora di notte, sicuramente minorenni poiché hanno la voce ancora un po’ chioccia tipica degli adolescenti?

O, piuttosto, dove sono i genitori di quei rompiballe?
Come li educano, lasciandoli liberi di girovagare di notte fino alle prime ore del mattino?
Avranno bevuto e magari anche fumato qualche spinello o, ancor peggio, fatto uso di droghe pesanti?
Ne parlo con mio figlio, all’ora di colazione.
 Queste bande, almeno due volte la settimana, passano gridando sotto le finestre di casa nostra. Non sempre li sento, ma quando capita, ogni volta mi spavento, perché sembra che rincorrano le ragazzine con l’intento di violentarle. Le urla sono davvero disumane.
Mio figlio mi racconta di essersi affacciato alla finestra in una precedente notte, e di aver visto una ragazza accucciarsi sul marciapiede con l’intento di fare pipì o qualcosa di più grosso.
Allora non ci ha visto più e ha gridato loro: ”Che cosa state facendo?” Sono scappati a gran carriera, ma hanno continuato a berciare dai giardini vicini.
Non sapevo che il Covid19 influenzasse anche il cervello della gente.

Danila Oppio

domenica, marzo 1

LEGGENDO HESSE di DANILA OPPIO

LEGGENDO HESSE   


Silvia era lì, in compagnia di quel libro di poesie scritto da Hermann Hesse.
Lo rigirava tra le mani, cercando un segno, un’impronta. Lo annusava per sentirne l’odore. Di che cosa? Di chi? Un odore che non avrebbe mai potuto raffrontare con uno reale. Osservava la copertina rossa, leggermente marmorizzata, e la donna vestita di trine e tulle di un dipinto ottocentesco: il ritratto di Violette Heyman, eseguito da Odillon Redon. Il titolo è di colore bianco: Hesse Poesie d’amore.
Apre il libro a caso. Stampato su pagina color paglia, legge il primo verso, che le cade sott’occhio, della poesia Berceuse:
Cantami la tua dolce nenia!
Da quando se ne andò la giovinezza
Ho tanto desiderato udirne il verso,
vieni da me, dolce melodia,
solo tu puoi ancora affascinare
il mio cuore inquieto nelle lunghe notti.









Ha scovato – Silvia - il messaggio che cercava. Per puro caso. La giovinezza non apparteneva più a loro, si era involata molti anni prima, ma il cuore e lo spirito ne possedevano ancora qualche sprazzo.
Era lì, sotto il suo sguardo, in quel verso che pareva scritto proprio per loro, che non si erano incontrati mai.
Solo le lettere che il postino infilava nella cassetta vicino al cancello, solo i plichi di libri inviati a lei come dono, erano l’unico contatto che intercorreva tra loro da innumerevoli anni. Eppure…eppure quei fogli sapevano di lui. Inodori per chiunque altro, profumati solo per Silvia. Leopardi non avrebbe saputo fare di meglio.
Silvia aveva la sensazione che le dita di Giacomo, mentre sfogliava le pagine di quel libro, avessero potuto lasciare un’impercettibile impronta sulla carta, una carezza che viaggiava nell’etere e che si posava sulla copertina e nelle pagine che lei voltava lentamente, quasi temesse che qualcosa di prezioso potesse svanire e non restasse di lui che un labile ricordo.
E s‘illudeva che perfino il respiro dell’amico lontano, avesse impregnato del suo alito la carta stampata.
I libri non contengono melodie ma se, per ipotesi, ogni verso poetico lo traducessimo come fosse suono, ecco che si trasforma in musica, una nenia che addolcisce il cuore.
Bisogna esser poeti, per immaginare tutto questo, e Silvia e Giacomo lo erano, eccome!
Silvia apre il libro ancora a caso ed è

Dialogo serale:

Che guardi sognando nel paesaggio velato?
Nella tua bella mano ho messo il mio cuore.
È tanto pieno di una felicità taciuta,
Così fervido –non ti sei accorta?
Me lo ridai con un sorriso sconosciuto
Un lieve dolore…tace. È raffreddato.

Non può raffreddarsi un rapporto d’amicizia lungo di anni, che ha assunto la forma di pietra miliare. Se freddo c’è, è dovuto all’assenza, non al distacco, perché se così fosse, avrebbe avuto una vicinanza mai esistita in precedenza. Nessun allontanamento sarebbe stato dunque possibile.
La presenza di Giacomo era concreta solo attraverso le sue lettere e i libri inviati in dono a Silvia. E viceversa. Eppure si sentivano così vicini, come nemmeno due persone che vivessero sotto lo stesso tetto sarebbero riuscite a creare quel legame indissolubile esistente tra loro.
Silvia sorride e riprende a leggere le poesie di Hesse. Questa volta voltando le pagine dall’inizio. Giacomo è accanto a lei, anche se solo nella sua immaginazione.
Com’è possibile che Giacomo e Silvia, vissuti quasi cent’anni prima di Hesse, e il poeta tedesco ormai scomparso da molti anni, che ancora questi poeti si trovino in una dimensione atemporale che avvicina i secoli, abbattendo le barriere dei giorni mesi e anni?  Silvia neppure si pone il problema: l’eternità è costante, la misurazione del tempo è solo un’invenzione umana, e i poeti cavalcano i secoli come puledri selvaggi.
Corrono nel tempo, i poeti, e ancora sono presenti oggi. Silvia rileggendo alcune poesie del suo Giacomo…


Il passero solitario
D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.

… si accorse di una concomitanza davvero particolare.  Non è forse in un largo spazio di tempo, che Leopardi ha ripetuto nella sua lirica Il passero solitario un verso di Dante Alighieri ripreso dal Canto VIII: Antipurgatorio:
Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core

lo dì c'han detto ai dolci amici addio;?
I versi degli autori si rincorrono nel tempo, non è certo un plagio di Leopardi quel verso ripreso dall’Alighieri. Dopo oltre quattro secoli, si ripete ancora, come un’eco lontana.
A lei invece Giacomo dedicò una romantica poesia. Ricorda con dolcezza il tempo in cui visse, quand’era giovane e bella. Rammenta ancora il foglio dove lui, il suo Giacomo, tracciò i primi versi in bozza.


XXI - A SILVIA


Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Silvia sospira, all'udire quei versi che le inteneriscono ancora il cuore. E tace.

Danila Oppio


Appendice:

Poiché mi è stato contestato il paragone tra il verso di Leopardi "Intenerisce il core! e quello dantesco "'ntenerisce il core", tra i quali avevo notato una stretta parentela, ho eseguito una ricerca che conferma il mio pensiero, Non solo Leopardi si è ispirato a Dante ma anche ad altri poeti come il Petrarca. So per aver letto lo Zibaldone, che Leopardi era un accanito studioso dei poeti medievali, e ho immaginato che si fosse ispirato alle loro opere, nel comporre le sue poesie.


Ne Il passero solitario, inoltre, sono rintracciabili numerosi modelli e riferimenti letterari. Nei primi versi del componimento troviamo due riferimenti a Francesco Petrarca (assai presente in molti testi leopardiani): il primo è al v.2 («solitario» rinvia all'incipit del sonetto 226 dei Rerum vulgarium fragmenta) mentre il secondo è al v.3 («cantando vai» riprende il sonetto 353 del Canzoniere petrarchesco, Vago augelletto che cantando vai). L'«intenerisce il core» al settimo verso è una citazione dantesca del Purgatorio («Era già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core»), mentre il verso «Odi greggi belar, muggire armenti» riprende letteralmente un passo della traduzione dell'Eneide di Annibale Caro.

Secondo Maria Corti, in particolare, la fonte letteraria che più ha ispirato il poeta per la stesura de Il passero solitario è l'egloga VIII dell'Arcadia di Jacopo Sannazaro, affine sia stilisticamente che contenutisticamente al testo leopardiano. Tale tesi è avallata dalle seguenti somiglianze tra Il passero solitario e il testo sannazariano, riassunte nella tabella qui proposta:
Egloga VIII, vv. 37-42, testo integrale
Egloga VIII
Il passero solitario
«Questa vita mortale al dì somigliasi,
il qual, poi che si vede giunto al termine,
pien di scorno all'occaso rinvermigliasi.
Così, quando vecchiezza avvien che termine
i mal spesi anni che sì ratti volano,
vergogna e duol convien c'al cor si germine»
«occaso [che provoca la similitudine
tra il giorno e la vita mortale]»
«il Sol…cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno»
«quando vecchiezza avvien che termine»
«se di vecchiezza / la detestata soglia»
«i mal spesi anni che sì ratti volano»
«Che di quest'anni miei?»
«vergogna e duol»
«Ahi, pentirommi, e spesso, /
Ma sconsolato, volgerommi indietro»

mercoledì, dicembre 18

LETTERA AD UN SOLDATO di DANILA OPPIO


Lettera ad un soldato in trincea

Pietro Morando
Soldato in trincea
Alessandria 1892 - 1980


“Carissimo Piero, amore mio mi manchi da morire!
Forse non è una bella cosa da dire, per te che stai combattendo in trincea, ma senza di te mi sento persa e penso alla tua fatica, mentre sei al freddo sui monti.
Ma sei qui idealmente con me, non ti sei accorto che il salone dello chalet, quello con il caminetto e il divano bianco, l'ho decorato con agrifoglio dalle bacche rosse, con pupazzetti dell'omino di neve, Babbo Natale sulla slitta trainata dalle renne, e dulcis in fundo, un piccolo presepe con le pecorelle e gli angioletti intorno al Bambino? Così l'atmosfera natalizia riscalda e rallegra l'ambiente, e anche se fuori fiocca la neve, noi siamo accanto al fuoco che arde allegro nel caminetto. Il tappeto di lana rossa che ricopre il pavimento, emana calore, così come i cuscini rossi posati sul divano bianco, che ci fanno assaporare un po’ di gioia! E allora un bicchierino di grappa ci vuole per riscaldarci di più, abbracciati mentre ci scambiamo baci…com’è bello vivere in questo chalet!
Lo sai che lo vedo realmente, così come vedo noi che viviamo questi istanti? Mi pare proprio di essere lì con te, a coccolarci come due bambini, a raccontarci tante cose carine, anche qualche barzelletta che ci fa ridere di gusto. Che serata deliziosa! 
Vedi come la scrittura porta a sognare? Chi scrive un libro di fantasia, s’immerge e s’esalta con le stesse esperienze dei personaggi da lui inventati, vi si rispecchia e li vive idealmente, mentre scrive una vita parallela a quella reale, e a volte gli sembra più vera quella forgiata dalla sua scrittura che non quella che subisce quotidianamente. Per me è così. Come vedi, questo nostro chalet esiste davvero, l'ho addobbato con ninnoli natalizi, ora è un incanto. E noi due lo abitiamo, in questo nostro mondo fantastico! 
Ci
siamo spostati nella stanza dei sogni sognati, anch'essa è arredata con un piumone rosso fuoco, e qualche candido cuscino per donare il senso di bianco Natale! Sul divanetto a due posti, sistemato in fondo al letto, ci sono dei plaid, caso mai si volesse leggere un poco, da posare sulle nostre gambe per non patire freddo. Ma perché mai scegliere la lettura, quando c'è di meglio da fare? 
Spero che tutto finisca presto e di poterti rivedere, tesoro mio, ti raggiunga un caldo abbraccio e un nugolo di baci 
dalla tua Ninetta”

Così finisce questa lettera di una povera ragazza al suo giovane marito, partito per combattere una guerra di trincea.
La scrisse dalla loro modesta dimora, dove spifferi gelati entravano dagli infissi di porte e finestre, debolmente illuminata dalla fioca fiammella di una candela o di lanterna a olio. Tutta un’invenzione per non pensare alla triste realtà di giovani poveri e separati dal conflitto armato.
Piero poco dopo aver letto quella lettera, ha avvertito il caldo abbraccio della moglie che stringeva il suo corpo assiderato dal gelo. Un sorriso congelato restò fissato sul suo viso, mentre spirava.

Ispirata dalla ballata La guerra di Piero di Fabrizio De André della quale riporto qui sotto due strofe:

Ninetta mia crepare di maggio
Ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
Avrei preferito andarci in inverno.

Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l'inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve.

Danila Oppio

 Ps: Non a caso ho scelto un dipinto ad olio di un pittore di nome Pietro.