POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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domenica, aprile 13

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 6 – CAMMINO DI FEDE DI GIUSEPPE - 6° Conferenza di Padre Claudio Truzzi OCD

 

Raffaello Sanzio : Sposalizio della Vergine con San Giuseppe

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE

6 – CAMMINO DI FEDE DI GIUSEPPE

GIUSEPPE «CARPENTIERE» – Il lavoro, espressione dell’amore

Giuseppe – il quale sin dall'inizio accettò mediante «l'obbedienza della fede» la sua paternità umana nei riguardi di Gesù – seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all'uomo, certamente scopriva più ampiamente il dono ineffabile di questa sua paternità». (Giov. Paolo II, Redemptoris Custos, III, 15-8-89)

Espressione quotidiana di quest’amore di Giuseppe nella vita della Famiglia di Nazareth è il lavoro. 

Il testo evangelico precisa il tipo di lavoro, mediante il quale Giuseppe cercava di assicurare il mantenimento alla Famiglia: quello di carpentiere. Questa semplice parola copre l'intero arco della vita di Giuseppe. 

Per Gesù sono questi gli anni della vita nascosta, di cui parla l'Evangelista dopo l'episodio avvenuto al tempio: «Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). 

Tale «sottomissione», cioè l'obbedienza di Gesù nella casa di Nazareth, è intesa anche come partecipazione al lavoro di Giuseppe. Colui che era conosciuto come il «figlio del carpentiere», aveva imparato il lavoro dal suo «padre» putativo. 

Se la Famiglia di Nazareth, nell'ordine della salvezza e della santità, è l'esempio e il modello per le fami-glie umane, lo è pure anche il lavoro di Gesù a fianco di Giuseppe carpentiere. Nella nostra epoca la Chiesa ha posto in rilievo tale aspetto pure con la memoria liturgica di san Giuseppe artigiano, fissata al 1° maggio. 

Il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale, trovano nel Vangelo un accento speciale. 

Insieme all'umanità del Figlio di Dio, esso è stato accolto nel mistero dell'Incarnazione, come pure è stato in particolar modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione. Nella crescita umana di Gesù «in sapienza, in età e in grazia» ebbe una parte notevole la virtù della laboriosità, essendo «il lavoro un bene dell'uomo» che «trasforma la natura» e rende l'uomo «in un certo senso, più uomo» (Laborem Exersens, 9).

L'importanza del lavoro nella vita richiede che se ne conoscano ed assimilino i contenuti «per aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, creatore e redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell'uomo e del mondo e per approfondire nella loro vita l'amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede viva una partecipazione alla sua triplice missione: di sacerdote, di profeta e di re» (Laborem Exercens, 24)

Si tratta, in definitiva, della santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti. 

LAVORO E ASCESI

«Bisogna arrivare a convincere ognuno che il proprio tavolo di lavoro – sia esso una cattedra, sia un tavolo di ufficio, sia una sedia davanti ad una macchina – è sempre come un altare, nel quale l’uomo può offrire ogni giorno il più e il meglio di sé al Signore, in spirito d’amore... 

Il lavoro professionale condotto per tutta la vita, con queste disposizioni, diventa uno strumento preziosissimo di ascetica, ossia di perfezione cristiana. 

Esso, infatti, ha un valore soprannaturale insopprimibile, l’aumento cioè di grazia santificante che c’è sempre in ogni opera buona fatta in stato di grazia e con retta intenzione. 

C’è poi in esso l’occasione di esercitare tutto un complesso di virtù, in particolare la pazienza, la generosità, la carità, l’umiltà, la mortificazione, lo spirito di sacrificio. 

Ma oltre che mezzo di santificazione, il lavoro – condotto con queste disposizioni – diventa anche un mezzo potentissimo di apostolato... 

Pensate ad una maestra e ai suoi scolari: e, dietro agli scolari, i loro genitori, i loro parenti. 

Pensate ad un’impiegata: quali e quanti rapporti di collaborazione nell'ufficio, nell’azienda: con i padroni, dirigenti, colleghi di lavoro, spesso con tutto un pubblico che accede all’ufficio, all’azienda... 

Ho presente alla mente, in questo momento, una missionaria, maestra elementare in un paesino di montagna. Ella ha trasformato quel paese. Anche i comunisti l’ammirano. Fra i suoi scolaretti sono usciti già cinque o sei seminaristi o religiosi. Pensate cosa sarebbe l’Italia se avessimo qualche migliaio di maestre di questo taglio». (Card. Antonelli, da «Seme», 1994)

«San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; 

san Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono "grandi cose", ma si richiedono soltanto virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche».   (Paolo VI).

«RISPOSTA OPEROSA ALLA CHIAMATA DI DIO» 

– Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di Maria fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell'Annunciazione, mentre Giuseppe al momento della sua “annunciazione” non proferì nessuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore» (Mt 1,24). 

E questo primo “fece” divenne l'inizio della “via di Giuseppe”. Lungo questa via i Vangeli non annotano parola alcuna pronunciata da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19).

Anche sul lavoro di carpentiere nella casa di Nazareth si stende lo stesso clima di silenzio, che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe. 

Si tratta di un silenzio, però, che svela in modo speciale il profilo interiore di quest’uomo. 

I Vangeli, è vero, parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe «fece»; consentono, tuttavia, di scoprire nelle sue “azioni”, avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero «nascosto da secoli», che «prese dimora» sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù – la grande riformatrice del Carmelo contemplativo – si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale.

Il sacrificio totale che Giuseppe fece di tutta la sua esistenza alle esigenze della venuta del Messia nella propria casa, trova la ragione adeguata nella «sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e  la alimenta». (“Insegnamenti di Paolo VI”).

Scrive Papa Wojtyla, nell’ Enciclica su san Giuseppe: “Redemptoris Custos”V :

«La comunione di vita tra Giuseppe e Gesù ci porta a considerare il mistero dell'Incarnazione proprio sotto l'aspetto dell'umanità di Cristo, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini. [...]. La testimonianza apostolica non ha trascurato la narrazione della nascita di Gesù, della circoncisione e presentazione al tempio, della fuga in Egitto e della vita nascosta a Nazareth, causa del «mistero» di grazia contenuto in tali «gesti», tutti salvifici, perché partecipi della stessa sorgente di amore: la divinità di Cristo. 

Se quest’amore attraverso la sua umanità s’irradiava su tutti gli uomini, ne erano certamente beneficiari, in primo luogo, coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità: Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe.

Poiché l'amore “paterno” di Giuseppe non poteva non influire sull'amore “filiale” di Gesù e, viceversa, l'amore “filiale” di Gesù non poteva non influire sull'amore “paterno” di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità di tale singolarissima relazione? Le anime più sensibili agli impulsi dell'amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore.

Inoltre, l'apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale supera-mento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l'amore della verità e l'esigenza dell'amore, possiamo affermare che Giuseppe ha sperimentato sia l'amore della verità – cioè, il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall'umanità di Cristo –, sia l'esigenza dell'amore: l'amore altrettanto puro del servizio richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di tale stessa umanità». (Ibidem)

Nessun uomo è al di fuori del disegno di Dio: siamo tutti dei “chiamati da Dio”. Dobbiamo esser persuasi di questa fondamentale verità per poter interpretare la nostra vita. Ed “essere chiamati” da Dio significa, proprio, essere collocati da Lui nel disegno di salvezza per esserne ad un tempo beneficiari e collaboratori. 

Non siamo, infatti, soltanto dei “salvati”, ma siamo anche dei “chiamati” ad essere a nostra volta salvatori.

Gli uomini s’interrogano spesso sul senso della vita, ed è bene, perché nessuna domanda è più essenziale e fondamentale. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che l'uomo resta realtà indecifrabile, quando lo separiamo da Dio e lo pensiamo fuori del suo piano di salvezza.

•  Giuseppe è un esempio di come la creatura debba rispondere al piano di Dio nei suoi confronti. Dall’iniziativa di Dio egli si trova inserito nel mistero dell'Incarnazione del Figlio: è lo sposo di Maria, sarà il padre putativo di Gesù e porterà avanti l'Incarnazione come avvenimento storico, come fatto umano e societario. Sarà lui a presiedere alla famiglia di Nazareth, a sostenerla con il suo lavoro, a difenderla e a proteggerla, senza atteggiarsi a protagonista, ma lasciando a Dio di esserlo.

••• Noi a volte, pecchiamo d’intemperanza e ci facciamo quasi concorrenti di Dio, dimenticando che la dignità dell'uomo consiste proprio nell'essere creatura di Dio, chiamata al suo servizio.

Giuseppe ciò lo capì bene, non attraverso tanti filosofici ragionamenti, ma perché comprese la cosa essenziale: che a Dio si dice sempre di “sì”: e si manifesta il  “sì” in umiltà e si dice “sì” in obbedienza.

In tal modo egli si realizzò pure come uomo, e noi lo vediamo oggi ai vertici della storia umana della salvezza, con il suo “sì” pieno di fede e d’abbandono.

A questo Santo tributiamo onore e gloria, ma dobbiamo farlo “cristianamente”. I santi, cioè, sono onorati non tanto dalle nostre parole e dalle nostre devozioni, quanto dalla nostra configurazione spirituale. 

Da Giuseppe si deve imparare, soprattutto, a convertirsi, vale a dire a diventare sempre più dei “poveri di Dio”, creature semplici, piccoli figli del Padre, con una certezza in cuore che si chiama fede, con la libertà dell'anima che è la speranza filiale – quella fede e quella speranza che furono la sostanza più profonda dell'a-more e del servizio del giusto Giuseppe.

-––– Approfondiamo tale aspetto fondamentale del nostro “essere cristiani”

"VIVERE DI FEDE" 

Soffermiamoci, innanzitutto, ancora una volta, sulla docilità di Giuseppe di fronte agli interventi misteriosi di Dio. Gli furono manifestate e richieste cose “paradossali” («Giuseppe, prendi Maria come sposa...»), o difficili impegnative: «Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l'angelo» (Mt 1, 24).

L'insegnamento vale anche per noi: nella nostra esistenza dobbiamo vivere di fede. 

Ma qual è il grande ostacolo a credere? È la superbia del nostro spirito, che si manifesta sia a livello delle nostre idee sia a livello dei nostri capricci. Avremmo ormai dovuto imparare – specie oggi che ascoltiamo tanta Parola di Dio – che Dio è buono, che è Padre, ma che non rinuncia ad essere il Signore. "Io sono il Signore": l'ha detto e lo ripete ancora, anche a noi. Per credere, bisogna lasciarci condurre, chinare il capo: non si può discutere con Dio. Bisogna esser docili, umili ed accettare che il Signore sia più grande di noi, ci trascenda, sia di là delle nostre viste, al di sopra della nostra volontà e dei nostri desideri.

Giuseppe è un mirabile esempio per la nostra fede: la sua vita è stata veramente travolta dalle iniziative di Dio, iniziative misteriose, iniziative di là della possibilità di capire. Giuseppe si è lasciato condurre perché era giusto, e “giusto” è l'uomo che vive di fede. 

Dove lo porta il Signore? Non lo sa: Dio non gli spiega nulla e lui obbedisce ugualmente. Lui ha sempre detto di “sì” con la vita, non con le parole. Non ha mai avuto questioni da sollevare, dubbi da proporre. 

La sua risposta al dono di Dio è la sua stessa esistenza, sono le sue opere, il suo consenso. 

E la sua obbedienza immediata è il modo concreto di credere.

Tale atteggiamento di fede semplice, silenziosa ed obbediente non soltanto rese Giuseppe cooperatore preziosissimo nel mistero dell'Incarnazione, ma gli donò anche la serenità e la pace de cuore. Giuseppe è un pacifico  e un “pacificatore”; avvolge la vita di tutti con una presenza rasserenante e consolatrice. 

Mentre lo contempliamo, così invitante per la nostra pietà, impariamo da lui, affinché la nostra fede diventi semplice e obbediente come la sua, così da poter divenire noi pure delle creature serene e pacifiche, balsamo di consolazione nella vita degli altri.

  UN SILENZIO UMILE DI FRONTE 

ALLA MISTERIOSA VOLONTÀ DI DIO

  Giuseppe “patì” la signoria di Dio sino in fondo, e dobbiamo riconoscere che Dio nella vita di lui agì da Signore, e in una maniera tremenda. 

Lo chiamò ad essere depositario dei suoi misteri senza chiedergli il permesso; non gli chiese neppure se fosse disposto o no: fece tutto Dio. Un angelo disse a Giuseppe: «Quel che è generato in Maria viene dallo Spirito Santo»  (Mt 1,20), e lui non pronunciò sillaba. 

Questo suo accettare la Signoria di Dio si rivela tanto più drammatico quanto più ne approfondiamo il dramma interiore: un dramma nella luce di una giustizia, che lascia però subito posto ai diritti di Dio. 

San Giuseppe è giusto e non tradirebbe la Legge per nulla al mondo, però non contesta a Dio ogni Sua libertà sulla legge.

Il commento a tale signoria di Dio nella propria vita è il silenzio e l'umiltà. 

Ciò è tanto più da ammirare se pensiamo che per Giuseppe questo “lasciar fare” al Signore non era confortato da fatti visibili. Maria fece in tempo a vedere qualcosa; fu testimone almeno dei miracoli di Gesù come premio alla sua fede e al suo abbandono. Giuseppe, invece, no. 

Anche sul piano esistenziale, Dio chiese a Giuseppe di “stare da parte”, di non ingombrare la strada. Dio entra nella vita di Gesù e della Madre sua quando e come vuole Lui, ed egli scompare quando e come lo vuole Lui .

Il silenzio è il linguaggio degli umili, che tacciono sempre. 

Giuseppe è così. Per questo è il modello delle anime interiori. 

Lui è esemplare per simile suprema libertà “concessa” al Signore nella propria vita, per questo essere totalmente disponibile nelle mani di Dio. Ha veramente sperimentato che cosa significhi” cadere vivi nelle mani di Dio vivo”, e per tale misteriosa esperienza, io credo che Giuseppe abbia ricevuto dal Signore la grazia d’aiutare le anime che devono vivere di Dio e per Dio. Perciò raccomandiamoci a lui affinché 

ci insegni a fare della nostra vita spirituale 

un luogo di fede, d’umiltà e di silenzio.

Non è scritto – neppure in un vangelo apocrifo! – quanti confessori e direttori spirituali avesse san Giuseppe per trarsi fuori dei suoi casi difficili... Era nelle mani di Dio e consumò nell'umiltà del suo silenzio: drammi, angosce, notti e purificazioni, di cui non riusciamo che intravederne la profondità.

Noi non lo vediamo neppure oggi in una luce di trasparenza, presente al centro di tutto il mistero delle opere di Dio, così vicino alle cose più belle della salvezza del mondo e della gloria del Signore. Ma proprio questo è il suo posto peculiare, e gli dobbiamo voler bene: non merita quindi un po' di tenerezza da parte nostra, visto che, da parte di Dio, ne ha avuta così poca!)

–– UNA SILENZIOSA OPEROSITÀ

Sia molto utile, credo, soprattutto soffermare la nostra attenzione sul silenzio di san Giuseppe.

Il Vangelo raccoglie di Maria poche parole, ma di Giuseppe nessuna. I suoi colloqui con gli angeli non hanno altra risposta che le opere. Gli angeli parlano, lui tace e... si da da fare: opera! 

Nella vicenda così penosa ed angustiante dello smarrimento di Gesù, la Madonna è tutta una foga di sentimenti e li manifesta. San Giuseppe tace. Un silenzio, il suo, che è il commento più perfetto alla sua fede, alla sua docilità, alla dedizione.

Forse, talvolta, ci possiamo un po' rammaricare di non conoscere neppure una parola di quelle pronunziate da ‘sto santo Patriarca nei confronti di Gesù e di Maria. Ne possiamo immaginare tante, ma non ne cono-sciamo nessuna! Tutto ciò non è privo di significato, perché ci pone di fronte ad un insegnamento molto prezioso per la nostra vita spirituale: vale a dire che il miglior commento a tutto ciò che il Signore fa e dice, a tutto ciò che il Signore vuole, è l'operoso silenzio.

San Giuseppe è una creatura aperta alla voce di Dio, uno che ascolta. 

È troppo occupato nell'ascoltare il Signore; ha paura d’interromperlo, di prevenirlo e, così... tace per sempre! 

E com’è fecondo tale silenzio! Esso permette che tra la parola di Dio e l'obbedienza di Giuseppe non ci sia soluzione di continuità. Dio parla e san Giuseppe agisce.

«Non temere...», e lui non teme; tutti i drammi sono finiti. «Alzati…!», e lui si alza; eccolo già per strada.

••• Abbiamo mai pensato che nella nostra vita il silenzio è una delle condizioni della nostra fedeltà, 

una delle dimensioni della nostra corrispondenza e della nostra prontezza ai cenni di Dio?

Non si tratta semplicemente di mortificare la lingua. Si tratta d’assumere un atteggiamento d’estremo abbandono, per essere veramente agibili nelle mani di Dio, affinché il Signore trovi sempre la nostra risposta così immediata tra il suo cenno ed il compiersi dei suoi disegni, che niente, neppure un palpito del cuore gli opponga resistenza, ma tutto in noi sia adesione, fiducia e, soprattutto, amore.

•• Il dramma dell’uomo Giuseppe: 

Lui trasforma i suoi dubbi in impegni e certezze

«Nell'approssimarsi del Natale, dopo aver immaginato d’incontrare le statuette più famose del presepe (l'oste, la sentinella, il vecchio accompagnato dal bambino, la donna con l'anfora e infine il pastore dormiente) oggi ho il desiderio di dialogare con Giuseppe. Non ho l'ardire di farlo entrare in confessionale! Sono io che lo raggiungo. L'ho sempre visto come l'uomo dei dubbi. Tutti li hanno, ma pochi li sanno affrontare come lui. 

«Scusa, Giuseppe. Posso? Ti confesso che a volte mi sento confuso. 

Vorrei una fede più splendente e invece è tremula come la fiamma di una candela che ogni tanto va riaccesa perché si spegne con i venti contrari della vita. 

Vorrei una speranza più determinata e invece mi lascio inquinare da frustrazioni, rabbie, pessimismi, “permalosismi”. 

Vorrei un amore più limpido e invece mi ingarbuglio nelle mie fragilità che fatico ad ammettere. Mi sveli il tuo segreto? Ma tu come fai?».

Il sapiente falegname di Nazareth mi sorride: 

«Quando ho visto nascere Gesù mi chiedevo se mai mi avrebbe chiamato papà! 

Io non l'ho generato, però gli ho dato la vita, nel senso che gli ho offerto tutta la mia vita e ho fatto quanto potevo affinché avesse la vita che voleva. Non è stato facile! 

A volte è proprio complicato amare; soprattutto quando chiede di mettere da parte un orgoglio ferito. 

Quando Maria è venuta a dirmi che era incinta (e non ero stato io!) mi è crollato il mondo addosso! 

Mi sentivo trascurato, deluso, amareggiato. Colpa sua? Colpa mia? Disagio mio che proiettavo su lei? 

In quel momento non eravamo sposati e le leggi del nostro tempo, in quell'angolo del mondo di cultura “araba” (semitica) e di religione ebraica, stabilivano il peggio: per Maria c'era la pena di morte per lapidazione. 

Avevo davanti la strada di un amore assurdo, apparentemente impercorribile, perché vedevo ferita la mia immagine di uomo, perché vedevo inquinata la mia storia di coppia, perché vedevo sgretolarsi i miei progetti e perché sentivo calpestata la mia sensibilità. 

Eppure, il “noi” era più importante di ogni ferita, di ogni fatica, di ogni colpa, di ogni mancanza. 

Ho messo da parte il mio ego ferito e ho scelto il “noi”. Se Maria ha fatto nascere Gesù, io ho fatto vivere lei, per amore, solo per amore. Il noi, grazie a lei, ha ridato vita a me. Perché avrei dovuto buttare via tutto ciò che di vero, di bello, di buono avevamo condiviso fino a quel momento? Ho guardato in modo diverso me stesso e la donna che amavo. Non solo mi sono fidato, soprattutto mi sono affidato. 

Il dubbio sull'amore mi ha insegnato che se e quando non si ama troppo, non si ama abbastanza. 

Il dubbio sul futuro mi ha insegnato che il segreto dell'esistenza non è comprendere la vita, ma gustarla. 
Il dubbio sulla fede mi ha insegnato a non chiedermi soltanto cosa voglio dalla vita, ma anche a chiedermi che cosa vuole la vita da me. 
Il dubbio sulla fiducia mi ha insegnato l'importanza del tornare a sorridere vincendo i fantasmi che corrodono e incupiscono. 

Il dubbio su che cosa fare mi ha insegnato a mettermi in discussione e a rimettere tutto in gioco. 

Ora sono l'uomo più felice del mondo per aver scelto di essere il custode. 

Custode di una vita nuova, dono di Dio, che appena ha stretto con la sua manina il mio dito calloso, ha sciolto tutta la mia durezza, ruvidezza, freddezza. 

Custode di una donna che mi ha cambiato, nella buona e nella cattiva sorte, perché m’ha completato e mi fatto sentire pienamente uomo. 

Custode di me stesso, con le mie fragilità e i miei dubbi, che hanno bisogno di sentirsi compresi. 

Custode di un noi, in una storia che sono certo essere divina perché anche nelle stagioni più difficili sa riempire l'anima. 

Questa forza mi è venuta in quella notte di Natale, al gelo, nel buio, tra mille punti di domanda. Quel bambino ha fatto venire alla luce me e quanto c'era nel mio cuore. Ho scelto questo e ho abbandonato i dubbi.

Provaci! La fatica e il dolore spaventano, ma possono essere doglie che trasformano anche grida di rabbia in vagiti di vita nuova, di amore rinnovato».

«Grazie, Giuseppe! In questo Natale mi hai fatto il più bel regalo: mi hai donato la logica preziosa del “comunque e nonostante tutto”!. È divina!»  Di Giulio Dellavite (da    II Giornale)

sabato, marzo 15

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO   

2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI  

Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori: “Lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. 

La presenza di san Giuseppe lungo la storia della Chiesa è stato, infatti, qualcosa di sconcertante, e contrariamente a ciò che accadde per altri santi, egli, in questo senso, non ha avuto un eccessivo successo.

Dai Vangeli agli Apocrifi

La prima catechesi cristiana s’incontrò con la necessità di riflettere sugli avvenimenti antecedenti la Risurrezione del Signore, e il “Vangelo dell'Infanzia” – che narra gli avvenimenti evangelici prima della vita pubblica di Gesù – presentò Giuseppe come trasmettitore dell'ascendenza davidica, come “padre di Gesù” (così lo chiamava Maria), come sposo della Vergine, come mediatore del disegno di salvezza. Sebbene nei Vangeli non si registri neppure una sua parola, non è poi così poco ciò che di lui dicono i Vangeli. [Lo abbiamo visto !!!]

I cristiani, sentivano, però, il bisogno d’avere maggiori notizie dell'infanzia e della gioventù di Gesù, e per saziare la comprensibile curiosità, come portatori di certe idee a volte non troppo ortodosse, dal 200 d.C.  iniziarono a redigere [anche se la loro divulgazione fu a volte un po' posteriore] gli “Evangeli Apocrifi”. 

Questi erano prodotti ingenui – o, non tanto “ingenui”! – della fantasia. Preistoria di Gesù fino ai suoi nonni; fanciullezza di Maria nel tempio; le sue nozze accompagnate dal meraviglioso (Il bastone fiorito dello sposo); episodi e compagni di viaggio verso Betlemme, la fuga, la permanenza e il ritorno dall'Egitto… tutti questi spazi si riempiono d’una buona dose d’immaginazione. 

Un altro punto sgradevole negli Apocrifi è il primo matrimonio e la conseguente vedovanza di san Giuseppe.

Furono essi (soprattutto i così detti “Proto-evangelo di San Giacomo”, “Pseudo-Matteo”, “Storia di Giuseppe il carpentiere”) i creatori di un san Giuseppe vecchio, molto vecchio – quanto più vecchio, meglio! – . Inoltre, lo presentavano vedovo, e, per di più, con sufficienti figli allorché si sposò con Maria, dopo quella sfida fra i pretendenti migliori fisicamente, socialmente ed economicamente, e... perché continuare...!? 

Scrittori ecclesiastici e I Padri della Chiesa * 

* Con tale nome si trovano designati – specie a partire della metà del secolo IV (350) – i principali scrittori ecclesiastici il cui insegnamento e la cui dottrina sono ritenuti fondamentali per la dottrina della Chiesa. (Ma 4 di loro, oltre che dottori sono santi: Agostino d’Ippona, Ambrogio, Girolamo e Gregorio Magno. Quelli orientali, pure 4 sono [greci] sono s. Atanasio dall’Alessandria d’Egitto, s Basilio, Giovanni Crisostomo e Cirillo d’Alessandria).

Orbene, i Padri della Chiesa e altri scrittori ecclesiastici, con maggior o minore vigore secondo i tempi, si scontrarono con problemi apologetici, che tentavano di risolvere. Era un ambiente, il loro, in cui, generalmente, il valore della verginità si stava imponendo, a volte come valore assoluto. E poiché nel Vangelo appaiono “alcuni fratelli di Gesù”, e si affermava che Giuseppe (sposo di Maria) ne era il padre, di ciò se n’approfitta-vano molto bene alcuni eretici dell'epoca..., era, quindi opportuno passare sotto silenzio la persona e il ruolo di Giuseppe o convertirlo in strumento di verginità. Certo alcuni – con maggior forza e pure con parole più belle (sant’Agostino) – s’impegnarono a valorizzare una paternità tanto reale quanto più verginale; altri, però, ripresero le posizioni apocrife e contribuirono a trasmettere l'immagine del vedovo e del vecchio, piuttosto che padre “normale” di Gesù, progenitore di coloro che erano chiamati suoi “fratelli di Gesù”. 

Esempio, sant’Epifanio di Salamina (315-403) è una testimonianza ben qualificata di tale singolare apologetica: Giuseppe, padre solo in apparenza di Gesù, «in età avanzata e vedovo della donna che gli diede quattro figli (Giacomo, chiamato fratello di Gesù, perché educato con Lui, Simone e Giuda e Giovanni) e di due femmine (Anna e Salomè), questo Giuseppe, dico, già vecchio e vedovo, in virtù della sorte si vide obbligato a contrarre matrimonio con la santissima Vergine Maria»».

La “dimenticanza” del Medio Evo

Per vari secoli san Giuseppe non uscì da tale nascondimento. Furono i secoli medievali, di spiritualità monastica, in cui poco significato aveva il matrimonio di Giuseppe, ed ancor meno la sua paternità.

D'altra parte, la catechesi plastica – quella delle pitture e delle statue – s’incaricarono di diffondere e rendere popolare la figura di un Giuseppe che stava al margine della Natività, nelle adorazioni del neonato. 

La sua figura è abbastanza grottesca, quando non addirittura comica: erano frequenti le rappresentazioni di un santo vecchissimo ed addormentato, assente a tutto o quasi: che portava una lanterna per la stalla e sempre in secondo piano; talvolta, che preparava addirittura i pasti. 

La medesima immagine, tanto vicina al ridicolo, si ripeteva nei giochi, nelle rappresentazioni drammatiche religiose, nei canti eseguiti in chiesa nel periodo natalizio, in alcuno dei quali Maria lo chiama “Padre”, ed Anna “Reverendo Padre”! E poiché nelle società analfabete il migliore e quasi unico mezzo d’informazione erano le prediche, anche qui san Giuseppe non faceva granché bella figura; come per esempio in uno dei predicatori più popolari alla fine del 1300, san Vincenzo Ferrer. Questi, oltre al fatto di far pensare allo sposo le cose peggiori dinanzi alla gravidanza di Maria, il ritornello con cui dovunque lo qualifica è: “vecchio e povero”.

I Precursori e l'Umanesimo

Non tutti i predicatori, naturalmente, trasmettevano una simile immagine, che muoveva a compassione. 

•   I Francescani, in Italia, ed alcuni di prestigio come Bernardino da Feltre e s. Bernardino da Siena, propagavano un Giuseppe molto più evangelico, colmo di tenerezza e di dedizione a Gesù ed a Maria; e persino lo facevano patrono di quella specie di “Banca” primitiva e caritativa che erano i primi “Monti di Pietà”.

•  Attraverso l'Europa apparvero in quel tempo anche i Carmelitani – originari dalla Palestina – che si professavano “Fratelli della Vergine” e che non tardarono a far proprie certe tradizioni circa il loro tratto familiare con la Sacra Famiglia nella loro culla primitiva del Monte Carmelo.

•  Fu, però, dalla Francia che si fece sentire la voce di richiamo per un'attenzione sulla necessità d’una maggior presenza nella Chiesa del Padre di Gesù e sposo di Maria. All'inizio del 1400 una costellazione di apostoli si dedicò a simile missione. 

È sufficiente ricordare il più insigne ed entusiasta: Giovanni Gerson (1363-1429), cancelliere dell'Università di Parigi, che dovette vivere da protagonista il difficile ritorno all'unità della Chiesa con la fine del nefasto Scisma papale d'Occidente. [Proprio nel Concilio di Costanza (1414-1418), questi proclamava la necessità di guardare a Giuseppe, di celebrare la festa delle sue nozze con una Messa e Ufficio che lui stesso aveva steso. Egli compose il primo poema dedicato a Giuseppe, la “Giuseppina” di 4.800 versi. Nelle sue considerazioni e sermoni sul Santo offre già i capitoli che saranno di fondamento a ciò che potremmo chiamare “la teologia” di san Giuseppe.

È indicativo il suo impegno per mutare l'immagine di Giuseppe “vecchio” per uno “giovane”, come per Maria, formulando gli argomenti che si convertiranno in un fortunato luogo comune. Gerson fu una personalità con un prestigio difficile da immaginare (gli si attribuì l'“Imitazione di Cristo”), e per secoli i suoi echi risuoneranno nella teologia, nella predicazione, nella spiritualità e nella mistica. Per coloro che in un modo o in un altro s'interessano di san Giuseppe, il riferimento a Gerson sarà inevitabile.

•    L'Evangelismo presente nelle correnti umanistiche (cioè, che propugnava un ritorno al Cristo evangelico), si ripercossero nel nuovo modo di considerare san Giuseppe: dalla teologia alla predicazione ed alla devozione popolare (alquanto indietro, questa, e scossa soprattutto dai Francescani). L'iconografia rinascimentale cominciò a trattarlo con rispetto e dignità; e la stampa facilitò l'impulso decisivo che fece maggiormente conoscere sia Gerson, sia il primo trattato sistematico giuseppino, la “Somma delle doti di San Giuseppe” del domenicano Isidoro de Isolanis (1525) o l'altra “Giuseppina” di Laredo, uno dei maestri di santa Teresa d’Avila.

L'esplosione del Barocco

Ai tempi vicini al Concilio di Trento [1545-1563] l'attenzione delle “élites” si fuse con le predilezioni popolari. E fu precisamente s. Teresa d'Avila il detonatore in un ambiente in parte ereditato ed in maggior parte accelerato da lei in maniera sorprendente, sia per le sue calorose esortazioni ed esperienze riflesse nel cap. VI del libro della Vita, sia per la coerenza di dedicare i suoi monasteri a san Giuseppe (che non n’aveva nessuno fino a quello di Avila), per la dedizione del suo Ordine al Santo, che lo considerava quasi cofondatore. Là dove giunsero i libri di Teresa ed i suoi conventi di frati e di monache (e arrivarono molto lontano!) si poteva contare su centri d’irradiazione “giuseppina” incondizionata, con feste in cui i predicatori più celebri – come Bossuet – scioglievano lodi al Santo.

Libri ben scritti – come la tanto edita «Josefina» del carmelitano scalzo padre Graçián o il fortunato e immenso poema di Giuseppe di Valdivielso (anch’esso chiamato “Josefina”), solo per citare alcuni dell'incontenibile letteratura apparsa in Spagna nel sec. XVII –; sermoni, devozioni nuove (come quella dei «Sette dolori»)  sicurezza di protezione dinanzi alla morte, che i cristiani desideravano fosse come quella di Giuseppe; confraternite associative o devozionali o assistenziali (come quella dei bambini esposti)... portavano il suo nome; reliquie [non autentiche!] come quelle dell'anello dello sposalizio, il suo bastone fiorito, la sua cappa, (che si veneravano sia a Perugia sia a Parigi...); tutto, e molto di più, testimoniano che Giuseppe, dopo il Concilio di Trento, aveva rotto i silenzi delle epoche anteriori e occupava il primo posto nelle predilezioni spirituali di quasi tutti. 

Segno di tale incontenibile esplosione possono essere l'iconografia, in cui appare un Giuseppe da solo, o accompagnato dal bambino Gesù, slanciato, forte e giovane. Episcopati, province, domini territoriali, persino nazioni intere lo proclamano loro protettore. 

È ciò che successe con monarchia spagnola, ai tempi di Carlo II, in un patronato effimero che non poté affermarsi (come non aveva potuto quello di s. Teresa) per le resistenze procedenti dal Capitolo di Santiago di Compostela. 

In altri luoghi non esistettero tali difficoltà; e così san Giuseppe fu patrono della Nuova Spagna dal 1525; del Belgio più tardi, dell'Impero Germanico, del Canada francese, della Baviera, di Genova; delle missioni cinesi.…

Il patronato non era solo territoriale; lo era anche personale, e molti seguirono l'esempio di s. Teresa nello sceglierlo come avvocato e protettore. Di fatto c'è una certa corrispondenza tra la propaganda teresiana e la frequenza con cui in certi luoghi (dalla Francia alla Polonia) si va imponendo ai bambini nel Battesimo il nome di Giuseppe, con tutte le conseguenze inerenti. Appena presente fino allora, dall'inizio del '600 s’inizia a chiamare Giuseppe o Giuseppina un numero sempre maggiore di bambini, fino a giungere a ciò che fu corrente in Casti-glia (la patria di Teresa): alla fine del secolo più del 12% avevano questo nome, una proporzione che non diminuirà fino al 1964.

•  Contrastava con il fervore del clero (in tutti i suoi settori) e del popolo, l'attitudine di Roma. San Giuseppe, infatti, nonostante tutto, non disponeva di una festa universale, anche se lo si celebrava in forma privata, in quasi tutti gli Ordini religiosi e in diocesi speciali. Finché un Papa, Gregorio X riuscì, nel 1621, ad averla vinta sulle resistenze della Congregazione dei Riti, e a stabilire che la festa di san Giuseppe si celebrasse in tutta la Chiesa, persino come precetto. Nonostante la Messa e l'Ufficio divino fossero liturgicamente poveri e il precetto presto cessasse d’essere universale, non si pone in dubbio l'importanza di questo primo intervento pontificio.

Crescita e crisi

Contrariamente a ciò che si suole affermare, la corrente filosofica dell’illuminismo del 1700 non significò un freno a questa devozione, ma soltanto una depurazione. Com’era naturale, si posero in questione specifiche forme di pietà (determinate reliquie impossibili, maniere popolari di celebrare il Santo) che non erano in concordanza con il nuovo stile esigente e critico che stava nascendo. 

In tal modo Giuseppe diviene più “evangelico”, e col dar valore al matrimonio ed alla famiglia, lo si propone come esempio cui rivolgersi, come avveniva per Gesù e Maria. Continua ad approfondirsi il suo modello di una “buona morte”, ed egli appare invocato nei testamenti, si creano “Confraternite giuseppine”; come non diminuisce di numero il nome di coloro che si chiamano Giuseppe, né la produzione editoriale di ogni genere.

Il momento culminate di tale crescita fu, tuttavia, l'Ottocento, nettamente “Giuseppino”. Pullularono devozioni e i cosiddetti” devozionari” che incontrarono la loro espressione più popolare nelle immaginette (di solito provenienti dalla Francia) che invasero il mercato. 

Il nuovo tipo di vita religiosa, di presenza sociale nell'insegnamento e negli ospedali, cioè, le Congregazioni religiose moderne, guardò con predilezione a Giuseppe: delle (circa) 239 che portano il nome del Santo, l'immensa maggioranza è di questo secolo. Nelle case e nelle chiese s’iniziò a recitare la preghiera: «A Te, o beato Giuseppe...» per chiedere la protezione del Santo in “tempi calamitosi” (come si diceva allora). La preghiera proveniva dallo stesso Leone XIII, il Papa che promulgò l'unica enciclica esistente (1889) su san Giuseppe e che stabilì per tutta la Chiesa la festa della Sacra Famiglia durante il tempo Natalizio. 

La decisione pontificia più indicativa fu, tuttavia, quella di Pio IX, che proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale (1870), estendendo a tutta la Chiesa una festa che già tante Istituzioni celebravano privatamente da quando lo iniziarono nel '600 i Carmelitani Scalzi.Poco progresso, invece, si notò nella riflessione scritturistica e teologica, e neppure molto in quella liturgica, sempre a rimorchio della devozione. 

Le innumerevoli campagne che dagli inizi del secolo si misero in piedi per ottenere la presenza di san Giuseppe nella Messa (nell'atto penitenziale, e soprattutto nel Canone) insieme a tanti altri santi – per lo più romani –, urtarono sempre contro la resistenza rocciosa della Sacra Congregazione dei Riti, decisa a non toccare in nulla ciò che da sempre era una venerata antichità. In verità, la presenza di san Giuseppe nel culto ufficiale e generale della Chiesa, è dovuto a decisioni personali di Papi devoti, contro l'opposizione dei corrispondenti Dicasteri.

Il contraddittorio secolo XX

Tali inerzie e contraddizioni permangono nel secolo XX con il Concilio Vaticano II, come fulcro di mutamenti sostanziali, che non furono soltanto ecclesiali, ma pure sociali, di mentalità e di religiosità. 

Fino agli anni '60 si percepisce la continuità di forme devozionali anteriori. Ma dopo quegli anni, anche san Giuseppe è toccato dalle nuove correnti (forse più del clero che popolari), ed entra nella linea, a volte addirittura disprezzata, delle “devozioni” in generale.

È vero che Pio XII, nel 1955, stabilisce la festa di “San Giuseppe Lavoratore”, però la sua attenzione era rivolta più al mondo del lavoro, al 1° maggio, che allo Sposo artigiano di Maria; e per di più tale Festa fu introdotta a spese di quella del “Patrocinio Universale”, soppressa in quel tempo. 

Nel 1962 Giovanni XXIII *– facendo proprie le proposte promosse dai Centri “Giuseppini” di Valladolid, Montreal (Canada) e d’Italia, e la petizione di mons. Benedetti (carmelitano scalzo prima di essere vescovo di Lodi – che in pieno Concilio ne aveva espresso il desiderio) decretava l'introduzione del nome di san Giuseppe nel Canone romano. Tale introduzione – in sé rilevante – fu però presto ridotta a ben poco con la riforma liturgica conciliare, che propose altre preghiere liturgiche che in sostanza annullarono quella del Canone romano.

Fu invece l'investigazione teologica quella che maggiormente manifestò progressi. La teologia, che nel secolo passato (1900) enumera non pochi trattati su san Giuseppe, fu inizialmente di tipo scolastico. Verso gli anni '40 iniziò ad apparire la prima rivista d’investigazione specializzata, “Estudios josefinos” (Valladolid), cui si unì nel decennio successivo la sua replica canadese (“Cahiers de Joséphologie” – Montreal). Ambedue presentavano i lavori di “Società di studi” radicati nel “Centro Josefino” di Valladolid e nell'“Oratorio di San Giuseppe” a Montreal (Canada). Organizzati da Valladolid si celebravano Settimane di Studi, i cui prodotti erano speculativi o storici, ma a volte di singolare valore. Dal tempo del Vaticano II si è mantenuta la linea d’investigazione storica, sempre più però, secondo posizioni maggiormente biblici, evangeliche e pastorali.

A questi due Centri se ne unirono altri in Messico, Cile, Polonia, vari in Italia, Malta e persino in Corea. Fra loro si organizzano, dal 1970, simposi internazionali, che hanno tentato – ed a volte ottenuto – di scoprire la presenza di san Giuseppe nel mistero di Cristo e nella vita della Chiesa. 

Come testimonianza popolare od espressioni della spiritualità di Congregazioni giuseppine, appaiono numerose riviste di divulgazione (una delle più antiche è il “Messaggero di S. Giuseppe” , Valladolid). Esistono luoghi di pellegrinaggi come quello dell'Oratorio di san Giuseppe a Montreal.

*  Ai nostri giorni?  Ora come ora, san Giuseppe non suscita tanti entusiasmi come prima. Si può affermare, che, indotta da altre cause, la devozione popolare verso di Lui è diminuita. [Nota. Perché nelle Litanie della Madonna non è inserita “Maria sposa?”], Si registra, invece, un rinnovato interesse, però soltanto fra minoranze, convinte della possibilità che san Giuseppe – sempre partendo dal mistero dell'Incarnazione – possa offrire per la riflessione teologica e per la vita cristiana, così com’è esposta nell’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, "Custode del Redentore"

* Non tutti sanno che papa Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava allo Sposo di Maria. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. 

•    

A te, o Beato Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio insieme con quello della tua santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità che to strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potente aiuto soccorri ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido custode della divina famiglia l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore, e come un tempo salvasti dalla morte la minaccia alla vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Amen.

ALLEGATI

Letteratura apocrifa e san Giuseppe

La letteratura apocrifa (non riconosciuta dalla Chiesa come “rivelata”) intorno a Giuseppe sviluppò molti motivi leggendari, tuttavia non privi d'interesse per l'influsso che hanno avuto nella tradizione e nell'arte. 

I principali Apocrifi che si occuparono del Santo sono: “Proto-evangelo di Giacomo” (sec. Il), “Pseudo-Tommaso” (probabilmente sec. III), “Pseudo-Matteo” (sec. V), “De nativitate Mariae”, “Evangelo arabico della Infanzia”, e in particolare la “Storia di Giuseppe falegname” (sec. IV o V). 

I primi cinque Apocrifi abbracciano il solo periodo dell'Infanzia di Gesù. L'ultimo – “Storia di Giuseppe...” – pretende di raccontare la storia di Giuseppe per bocca stessa di Gesù in un colloquio con gli Apostoli. per la storia dell'infanzia, invece, segue per lo più il “Proto-evangelo di Giacomo” ed i Vangeli canonici; di proprio ha  le notizie sugli ultimi giorni e la morte di Giuseppe, ed è interessante per le idee sull'oltretomba.

Secondo tali racconti, Giuseppe si unì in matrimonio una prima volta, all'età di 40 anni, con una donna per nome Melcha o Escha, con cui visse 49 anni; da lei ebbe 4 figli – quelli che più tardi saranno chiamati “fratelli del Signore” – [qualche apocrifo aggiunge 2 figlie]. il minore sarebbe Giacomo, presunto autore del Proto-evangelo che ne porta il nome e testimone dei fatti dell'Infanzia di Gesù. 

Rimasto vedovo all'età di 89 anni, Giuseppe seguitava ad esercitare il suo mestiere di falegname in Betlemme sua patria. Qui fu ricercato dai sacerdoti del Tempio per essere dato in sposo ad una fanciulla di 14 anni per nome Maria. Ma, essendovi altri competitori, il sommo sacerdote affidò la scelta alla volontà divina, che si manifestò con il miracolo del bastone fiorito, e, – secondo lo “Pseudo-Tommaso” –, con l'apparizione della colomba sul capo di Giuseppe. 

È noto l'influsso di tale episodio, specialmente della “verga fiorita” – del resto assai suggestivo per il suo simbolismo – nell'iconografia del Santo e nell'arte cristiana: si ricordi il celebre quadro di Raffaello “Lo Sposalizio”. 

Due anni dopo seguì l'Annunciazione. Giuseppe era assente. Quando tornò, nella sua sposa erano palesi i segni della maternità. Oltre il turbamento del Santo, gli Apocrifi riferiscono l'episodio della prova dell'acqua amara (cf. Num. 5, 11 ss.), da cui risultò l'innocenza di Giuseppe e di Maria. 

Seguono gli altri episodi della nascita ed infanzia di Gesù fino ai 12 anni (viaggio a Betlemme, fuga in Egitto, ritorno a Nazareth, ecc.), che corrispondono nella sostanza a quelli dei Vangeli canonici, ma con frequenti chiose ed amplificazioni, e con una esuberanza del prodigioso che cade nel ridicolo. Alcuni particolari non solo sono futili, ma poco riguardosi per Giuseppe: così, p. es., il ragionamento che gli si mette in bocca all'arrivo a Betlemme (“Proto-evangelo di Giacomo”, 17); a Nazareth egli viene a trovarsi più d'una volta in imbarazzo per l'indole vivace del fanciullo e per i suoi miracoli punitivi (“Pseudo Tommaso”, 3 ss). 

Secondo l'apocrifa “Storia”, Giuseppe sarebbe morto all'età di 111 anni, dopo aver trascorso una ventina di anni con Gesù a Nazareth. Negli ultimi giorni l'infermo avrebbe sentito nausea del cibo e della bevanda, e sarebbe stato in preda a forte turbamento, ma Gesù l'avrebbe consolato, pregando il Padre ad inviare gli arcangeli Michele e Gabriele: questi ne avrebbero ricevuta l'anima alla uscita dal corpo, il quale, affidato alla custodia di due angeli, sarebbe rimasto incorrotto “fino al convito di mille anni”.

•• Quel che maggiormente urta negli Apocrifi, oltre i frequenti episodi frivoli, è l'asserita età decrepita di Giuseppe al tempo dello sposalizio con Maria. È una leggenda che si deve rigettare, quantunque abbia fatto presa nella fantasia popolare, fino ad oggi. 

Forse in un primo tempo poté sembrare utile espediente per dimostrare ai semplici in maniera chiara la perpetua verginità della Madre di Dio. Ma si rivela subito paradossale, ad un'ovvia considerazione: non si sarebbe salvata la dignità ed onorabilità di Maria – dovendo restare un segreto la concezione verginale –, se il suo sposo fosse stato un vecchio decrepito di 90 anni; inoltre non poteva essere ritenuto padre di Gesù un vecchio di tale età. Era dunque necessario che tra Maria e Giuseppe, all'atto del matrimonio, non ci fosse un incolmabile distacco di anni. Queste ragioni hanno anche un solido appoggio nelle rappresentazioni più antiche (dei primi cinque secoli), nelle quali il Santo non è mai rappresentato in sembianza di vecchio, ma di giovane o di uomo maturo nel pieno vigore degli anni, per lo più senza barba. Solo più tardi, per l'influsso degli Apocrifi, si comincio a rappresentarlo con la barba e i capelli bianchi ed in sembianze senili. 

Non è possibile, tuttavia, determinare esattamente l'età di Giuseppe al tempo del matrimonio con Maria: doveva probabilmente oscillare sui 30 anni. E se morì poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù, doveva avere alla morte ca. 60-70 anni, tenuto conto che la vita nascosta di Nazareth durò ca. 32-34 anni.

La Morte di san Giuseppe (poesia)

Giuseppe muore... Nessuno ha detto come dovette morire...   

 È venuto senza rumore; ha lottato senza gloria;   

Attore silenzioso d’una sublime storia,  

scomparve un giorno per non più comparire. 

L’abbiamo visto passare sullo sfondo della scena,   

il Figlio di Dio sui suoi passi, la Vergine al fianco;    

piallava di giorno; e gli angeli, di notte, 

lo mettevano al corrente dei complotti dell’odio. 

Alla partenza di Gesù, terminò il suo compito; 

e su di lui ormai tacerà il Vangelo.

Una sera, dovette lasciare la sua pialla inutile 

e coricarsi, con Maria al suo capezzale. 

La notte scendeva, simile a quella notte lontana 

in cui l’Angelo del Signore lo svegliò per fuggire...

Ritorna, questa sera, per aiutarlo a morire;

e Giuseppe sente la sua voce dolce e serena. 

L’Angelo diceva: «Giuseppe, figlio di Davide, sono ancora io.

Riposa in pace, perché il Bambino e sua madre 

non avranno più da temere pericoli sulla terra. 

Ora possono vivere e morire senza di te». 

Ma Giuseppe tardava ad addormentarsi. Senza dubbio 

attendeva qualcuno che desiderava rivedere, 

perché tendeva l’orecchio ai rumori della strada 

e nei suoi occhi passava un barlume di speranza. 

Si alza d’improvviso... Un passo rompe il silenzio; 

la porta di casa si socchiude sulla notte, 

e Gesù, superando la soglia della sua infanzia, 

si avvicina a suo padre e si china su di lui. 

Quanto dovette camminare per venire! La polvere 

ricopre i suoi piedi nudi e sottolinea i suoi tratti. 

Ma dal suo sguardo chiaro emana una luce 

della quale gli occhi di Giuseppe si riempiono per sempre. 

Maria ha sussurrato: «Sei tu Figlio mio!». E l’Angelo 

si prostra. Gesù, curvo sull’infermo, 

stringe suo padre; non si scambiano parole tra loro. 

Gesù libera alla morte il suo primo combattimento! 

E nell’ombra, la morte impotente s’attarda... 

Ma il vecchio operaio non si aspetta, così tardi, 

che suo Figlio gli renda un cuore giovane e forte: guarda 

il divino viso e muore in questo sguardo. 

Ah! Beato colui che, con anima fiduciosa, 

dopo aver pregato, sofferto e lavorato, 

una sera, si è sdraiato per fatica ed attesa, 

e poi, in un bacio divino, se ne è andato!...


Georges D’Aurac www.biblisem.net/narratio/auracmj.htm