POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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mercoledì, luglio 22

Presentazione libri editi da Edizioni Helicon - soprattutto quelli di ROBERTO V. DI PIETRO

 





Ho ricevuto, dono molto gradito, l'ultima edizione (Album II) del libro dell'autore Roberto Vittorio Di Pietro, dal titolo Nouveaux Pèchès de Vieillesse speditami dalla signora Eugenia Miano, delle Edizioni Helicon. Ringrazio sentitamente l'autore che ha chiesto alla signora di effettuare la spedizione per conto suo, dono che presto sfoglierò e che in futuro conserverò insieme a tutti gli altri libri dello scrittore e poeta e che è stato accompagnato dal biglietto con i saluti dell'Autore ed Editore. Roberto sa benissimo che conosco già il contenuto dei suoi versi, avendomeli già inviati in precedenza, ma trovandosi ora raccolti in un libro, la mia gioia è raddoppiata. Un GRAZIE raddoppiato.

Danila Oppio

Aggiungo, per la grande cortesia della scrittrice Cristiana Vettori, il testo da lei redatto, come prefazione al libro dell'autore di cui si parla.

Il secondo album dei “Péchés de Vieillesse”

Variazioni sul tema: la maturità di un progetto


Cristiana Vettori


Prologo: poetica di un secondo inizio


Con questo secondo album dei suoi Péchés de Vieillesse, Roberto Vittorio Di Pietro prosegue un percorso già avviato, ma lo fa con una libertà nuova, come se il primo volume avesse definito la grammatica del suo mondo poetico e questo secondo ne esplorasse le variazioni, le deviazioni, le zone

di luce e di ombra.

È una libertà che riguarda anche il suo modo di abitare la parola: non è un caso che Di Pietro – che talvolta si firma anche Momo Sabazio, alter ego ironico e un po’ sornione, espressione della sua vena più giocosa e satirica – lasci qui affiorare con maggiore evidenza il gusto per la variazione, per la

piega improvvisa, per la deviazione che illumina.

Se il primo album si presentava come un autoritratto intellettuale – un racconto delle origini, della formazione musicale, poetica e filosofica dell’autore – questo nuovo libro si configura come sviluppo naturale, come secondo movimento di una partitura già avviata.

Il riferimento rossiniano, già esplicito nel titolo generale del progetto, qui si fa ancora più pertinente.

Come Rossini nei suoi Péchés, anche Di Pietro alterna brani di pura invenzione a esercizi di stile, ironie quotidiane a momenti di sorprendente profondità. Non cerca la perfezione, ma la libertà: la possibilità di giocare con la forma, di piegarla, di reinventarla.

Lo dichiara lui stesso, in una sorta di epigrafe programmatica: «Innovazione:/ampliamento dell'oggetto poetico / ripescando gli armonici / della Tradizione / per ripensarli / in ogni direzione.».

È un manifesto di poetica che attraversa l’intero volume. Ma, del resto, un caratteristico peccato di vecchiaia è in questo caso anche l’impulso a voler tornare sulle orme del proprio intero percorso di vita creativa per poter riprendere, raffigurare e ribadire i criteri essenziali della propria progettualità artistica nel suo complesso.

Fra i molti dispositivi linguistici che attraversano questo secondo album, merita una breve attenzione l’intercalare you know, a cui Di Pietro fa riferimento con insistenza ironica nel primo capitolo. Non si tratta di un semplice tic, né di un ammiccamento all’oralità anglofona: è piuttosto il sintomo di un uso ormai inflazionato di questa formula, divenuta riempitivo globale tanto tra i parlanti inglesi quanto tra molti italiani che la inseriscono automaticamente anche nel discorso in italiano. È un fenomeno che segnala un più ampio processo di uniformazione dell’italiano agli usi anglofoni e, insieme, un progressivo indebolimento della lingua parlata, sempre più appiattita su formule translinguistiche, intercambiabili, sradicate. L’impiego deliberatamente eccessivo di you know diventa così un piccolo dispositivo critico: un modo per mettere in scena – quasi teatralmente – la fragilità del parlato contemporaneo, la sua deriva verso un’oralità scomposta, ibrida, spesso inconsapevole. È una scelta che si accorda perfettamente con la poetica dell’autore: far risuonare gli “armonici della Tradizione” anche attraverso gli scarti, gli attriti, le incrinature della lingua di oggi.


I. La città, la scuola, la famiglia: il teatro del reale


Il primo capitolo si apre con un omaggio alla flânerie parigina, con le parole di Yves Montand («J’aime flâner sur les grands boulevards…»), subito rovesciato dall’irriverenza godardiana («Si vous n’aimez pas la mer… allez vous faire foutre!»). È un doppio registro che definisce il tono: leggerezza e disincanto, nostalgia e sarcasmo, lirismo e satira.

Il tema educativo – già presente nel primo album – qui si approfondisce con una lucidità quasi antropologica. Le citazioni di d’Azeglio, Freud, Jung, Giovenale, Courteline e persino dei Proverbi biblici costruiscono un coro polifonico che introduce il lungo poemetto Ma poi uscirai di casa…, uno dei testi più significativi del volume.

Qui Di Pietro mette in scena, con ironia e amarezza, la deriva di un’educazione che produce fragilità, narcisismi, illusioni di onnipotenza. Il monello che strappa gli occhiali, il padre che ride, la madre che giustifica, la cugina che recita romanticismi di maniera: è un piccolo teatro familiare che diventa allegoria sociale.

Il finale, con lo zio Innocenzo che schiocca un bacio e il poeta che perde il treno, è una perfetta chiusa rossiniana: comica, malinconica, rivelatrice.


II. Philia, Agape, Amour: le forme dell’amore e della solitudine


Il secondo capitolo è il cuore emotivo del volume, in particolare nella seconda parte, che si apre con Victor Hugo («L’amour n’a point de moyen terme: ou il perd, ou il sauve»), e da subito si capisce che qui l’autore affronta l’amore nelle sue forme più alte e più contraddittorie: philia, agape, eros.

I tre testi ripresi da opere precedenti – Cuore d’amico, La fede sua, S’offerènza – costruiscono una sorta di trittico sull’amore come dono, sacrificio, dedizione.

Il poemetto Il cuore e il magnete è uno dei momenti più intensi del libro: «Sta in quell’incontro che

attirato attira / l’ultimo dei misteri dolorosi».Le citazioni bibliche («Amate i vostri nemici…») e leopardiane («Nobil natura è quella che… tutti abbraccia con vero amor») ampliano il campo, mentre Pirandello e Longanesi introducono la dimensione ironica e disincantata del “fare il bene”.

Il poemetto si distingue per una meditazione sull’amore come forza fisica, come attrazione inevitabile, come mistero che ferisce e salva.

Segue Cuor di Snoopy, un testo sorprendente, tenero e satirico insieme, in cui un cane filosofeggia sull’amore umano:

«Voi umani, debolucci e peccatori… Da cani, imparerete mai ad Amare?».

È un rovesciamento ironico che illumina la fragilità dei sentimenti umani.

La sezione si chiude con una serie di testi sulla malinconia, la memoria, la solitudine: Verlaine, Hesse, Baudelaire, Lukács, Lewis.

Il poemetto Spleen è una meditazione sulla malinconia come forza che “ti vuole uguale a sé”, come sofferenza che purifica e rivela.


III. Realtà, metafora, allusione: la poesia civile e il pensiero


Il terzo capitolo è il più complesso e il più ambizioso.

Qui Di Pietro affronta la dimensione civile della poesia, ma lo fa con una profondità che intreccia Pavese, Campanella, Leopardi, Manzoni, Sbarbaro, Ungaretti.

Il testo Noi (11 settembre 2001) è un esempio di poesia civile che non cede alla retorica: immagini marine, colori, movimenti minimi diventano metafora della vulnerabilità umana.

L’Epitaffio è un piccolo capolavoro: una meditazione sulla viltà e sul coraggio, sulla pietà e sulla giustizia, che si chiude con un ammonimento che è anche una sospensione del giudizio.

Onda, che non domandi è una delle liriche più alte del volume: una riflessione sulla colpa, sul dolore, sulla richiesta impossibile di assoluzione.

La poesia diventa qui un luogo di interrogazione metafisica.

Bastet vi perdoni introduce la leggerezza ironica, ma è un’ironia che rivela: i gatti temerari che salgono troppo in alto sono metafora di ogni hybris umana.

La sezione finale – dedicata alla riflessione su Il vero, il bello…l’anello che non tiene – è un vero trattato poetico. Montale, Calvino, Eliot, Wittgenstein, Dostoevskij, Leopardi: tutti diventano interlocutori in un dialogo serrato sulla parola, sulla sua insufficienza, sulla sua necessità.

Il tema dell’ineffabilità – del Bello che non si può dire, del Vero che la parola tradisce – è il punto culminante del libro.E la figura del Gatto meditante di Eliot diventa simbolo perfetto: un essere che “contempla il pensiero del suo nome”, e così custodisce ciò che non può essere detto.


IV. Lo stile: tradizione, variazione, endecasillabo in libertà


C’è un tratto che attraversa l’intero volume, pur senza imporsi mai come dichiarazione di poetica: la centralità del ritmo. Di Pietro lavora sulla lingua come un musicista che conosce perfettamente la partitura, ma sceglie di suonarla con libertà, con improvvise deviazioni, con un gusto per la variazione che è insieme gioco e rigore.

La sua scrittura si muove fra registri lontanissimi — il colto e il popolare, il lirico e il satirico, il biblico e il quotidiano — ma non perde mai l’equilibrio. Questo equilibrio nasce da una fedeltà sotterranea alla tradizione metrica italiana, e in particolare all’endecasillabo, che qui non è mai ostentato, mai scolastico, mai “da manuale”.

È un endecasillabo carsico, che affiora e scompare, si spezza, si maschera da prosa, da dialogo, da invettiva, da racconto teatrale. Un endecasillabo che non vuole essere riconosciuto, ma che struttura il respiro del testo: una sorta di spina dorsale invisibile che permette alla lingua di oscillare senza cadere.

In questa libertà di movimento, in questo gusto per la variazione e per la deviazione improvvisa, si riconosce anche la presenza – talvolta esplicita, talvolta sotterranea – dell’alter ego dell’autore, Momo Sabazio: la sua maschera ironica, sorniona, capace di trasformare la tradizione in gioco e il gioco in conoscenza.

Lo si vede bene nei poemetti più narrativi, come Ma poi uscirai di casa…, dove il verso si distende, si allunga, si contrae, ma mantiene sempre un’onda ritmica che richiama la grande tradizione satirica italiana — da Giusti a Palazzeschi — pur reinventandola in chiave contemporanea. E lo si avverte anche nei testi più meditativi, dove l’endecasillabo diventa una misura interiore, un modo di dare forma al pensiero senza irrigidirlo.

Questa scelta non è nostalgia né manierismo: è un modo per ripescare gli armonici della Tradizione, come scrive l’autore, e farli risuonare in direzioni nuove. Il risultato è una lingua che sa essere insieme antica e modernissima, capace di accogliere citazioni alte e scarti colloquiali, aforismi e parodie, lampi lirici e dialoghi farseschi.

La libertà formale del volume – la sua natura di “album”, di raccolta volutamente eterogenea – trova così un principio di coesione proprio nel ritmo: un ritmo che sostiene e accompagna, senza mai imporre o disciplinare in maniera rigida e prescrittiva.È forse questo il tratto più riconoscibile della maturità stilistica di Di Pietro: la capacità di abitare la

tradizione senza esserne prigioniero, di farne un luogo di gioco, di invenzione, di conoscenza. Una tradizione che non viene citata, ma respirata.

E proprio da questa libertà formale — da questo modo di abitare la tradizione senza irrigidirla — nasce il senso più profondo del libro, che si rivela pienamente solo guardando l’opera nel suo insieme.


Conclusione: un’opera matura, libera, necessaria


Questo secondo album dei Péchés de Vieillesse non è un semplice seguito, ma un atto di continuità creativa. Riprende i temi del primo – la responsabilità della parola, la tensione tra tradizione e innovazione, la satira come forma di conoscenza – e li sviluppa con una libertà maggiore, con una leggerezza più consapevole, con una profondità che non rinuncia mai all’ironia.

È un libro che, come i Péchés rossiniani, vive di variazioni, di ritorni, di improvvise illuminazioni.

Un libro che conferma che la vecchiaia, lungi dall’essere un tramonto, può diventare un laboratorio di forme, un luogo di sperimentazione etica ed estetica.

Un libro che, come scrive l’autore traducendo da T.S.Eliot, nasce da «cocci eretti a puntello delle mie rovine» e li trasforma in poesia.

Roberto Vittorio Di Pietro ci consegna così un’opera matura, libera, necessaria.

Un’opera che non consola, ma accompagna.

Che non giudica, ma osserva.

Che non chiude, ma apre – con un sorriso obliquo.


giovedì, marzo 27

ALESSANDRO NASTASIO: UN ILLUSTRE LOMBARDO - NEL FINITO L'INFINITO di Roberto Di Pietro


ALESSANDRO NASTASIO: UN ILLUSTRE LOMBARDO

Alessandro Nastasio è maestro di chiara fama nel campo delle arti figurative in genere, ormai riconosciuto e quotato a livello internazionale. Si ha pertanto il piacere di proporre, nell'ordine, alcune salienti notizie biografiche relative a questo esimio artista e un elenco cronologico delle sue mostre personali, perlomeno alcune fra quelle considerate di maggior rilievo:

A) Nasce a Milano nel 1934, dove tuttora risiede e intensamente lavora nel suo Atelier di Via Eustachi, 22.

Fin dal 1947, il pittore albanese Ibrahim Kodra ne intuisce le eccezionali inclinazioni al dipingere e lo avvia alla ricerca concreta di un proprio originale iter espressivo in quel campo specifico. 

Presso l'Accademia di Brera, dal 1952 frequenta la Scuola Libera del Nudo sotto la guida di Aldo Salvatori, fino a conseguire (nel 1966-67) la cattedra di professore in "Belle Arti" ed intraprendere, congiuntamente alle proprie attività autonome, una trentennale carriera di docente di educazione artistica presso diversi istituti.

Nel 1960 frequenta l'Atelier di Giorgio Upilio, dove operano Giacometti, Lam, Fontana, De Chirico, dei quali ha la preziosa possibilità di studiare da vicino le distinte tematiche ispiratrici e modalità tecnico-lavorative.

Affina ed estende progressivamente le proprie capacità ad altri settori del figurativo collaborando dapprima con il maestro Tullio Figini (grazie al quale ha modo di apprendere i segreti della fusione rinascimentale 'a cera persa', e il vantaggio di potersi incontrare con artisti del calibro di Manzù, Crocetti, Manfrini, Minguzzi, Fabbri...); e in seguito, con la fonderia De Andreis di Quinto de Stampi, dove operano Marino Marini, Giò Pomodoro, Rudy Wach, Strebelle, Negri e Rosental. 

Nel 1965 la galleria P. Lucas di New York lo nota, lo propone come grafico e lo segnala presentandolo personalmente a Salvador Dalì.

Una profonda dimestichezza con i testi sapienziali dell'antichità (dalla Bibbia e i Vangeli, ai Rig-Veda, le Upanishad, Jalaloddin Rumi...) lo induce a volerne trarre spunto, attraverso gli anni,  per innumerevoli illustrazioni sotto forma di xilografie, acquetinte, acqueforti, linoleografie... unanimemente giudicate di alto valore tecnico e particolare pregnanza sul piano mistico-evocativo. Peraltro, da una concomitante spinta verso la ricerca del "bello utile" e delle relative concrete applicazioni nel quotidiano, nascono ora geniali soluzioni decorative, ora imponenti opere pittoriche di monumentale portata (perlopiù commissionate da gestori di edifici di pubblico interesse e/o famose chiese/basiliche italiane), di volta in volta realizzate in stretta collaborazione con celebri architetti -- fra i quali Figini e Pollini, De Carli, Gardella, Faranda, Selleri, Ponti.  

 B) La sua prima mostra personale risale al 1957, alla Pinacoteca di Latina.

Successivamente ha esposto in numerose gallerie e spazi pubblici italiani ed esteri, fra cui si citano: 

Biblioteca Sormani, Milano (1960, 1964, 1978);

Galleria Michaud, Firenze (1963, 1964);

Galerie Maurice Bridel, Losanna (1965);

Max G. Bollag Modern Art Center, Zurigo (1968, 1972, 1976);

Galleria d'Arte Moderna Villa Palestro, PAC, Milano (1969);

Museo Civico Arengario, Monza (1970);

Museo Municipale, Campione d'Italia (1973);

Phyllis Lucas Gallery, New York (1974);

Diogenes International Galleries, Atene (1974)

Palazzo dei Diamanti, Ferrara (1977) ;

Galleria Ducale, Vigevano (1977);

TWS Gallerie Isa Smith, Stoccarda (1978);

Biblioteca Comunale, Milano (1978);

Theater der Altstadt, Stoccarda (1979);

Galleria Michelangelo, Firenze (1979;

Galleria Porto di Ripetta, Roma (1979)

Antichi Arsenali della Repubblica, Amalfi (1980);

Gall. Planula Elissar, Beyrouth, Libano (1983);

Galerie Le Coin, Osaka, Giappone (1984);

Università Bocconi, Milano (1987); 

Renitenz Theater, Stoccarda (1987)

Museo Nazionale della Repubblica Turca, Konya (1988);

Teatro Chiabrera, Savona (1988)

Centro Culturale San Fedele, Milano (1989)

Galleria Rinaldo Rotta, Genova (1991)

Galleria Ada Zunino, Milano (1991 - prima mostra personale interamente dedicata alla scultura in unico esemplare -  e 2002);

Comune di Rozzano, Cascina Grande (1992);

Galleria Am Jakobbsbrumen, Stoccarda (1993);

Istituto Italiano di Cultura, Madrid (1994);

Collezione Civica d'Arte, Palazzo Vittone, Pinerolo (1995);

Museo di Crema (1996);

Istituto Italiano di Cultura, Nairobi (2000);

Istituto Italiano di Cultura, Addis Abeba (2001);

Daimler-Chrysler MKP/MBP, Stoccarda (2003)

(Precisi ulteriori aggiornamenti all'anno in corso non  sono stati reperibili ai fini di questa nostra pubblicazione.)

NEL FINITO L'INFINITO

(Un afflato olistico nell'arte di Alessandro Nastasio)

   Che si affidi a pitture, sculture, mosaici, vetrate policrome, pannelli xilografici, collages o  quant'altro di strumenti espressivi appaiano di volta in volta più idonei, e che il soggetto prescelto sia ora scopertamente "religioso" (da una trasumanata effigie del Cristo, al mistero di un' Ultima Cena, a un memorabile Pater Noster illustrato, invocazione dopo invocazione, su tavole di bronzo fuso a cera persa...) ora, per contro, la vivace stilizzazione di un Cancan di primo acchito equivocabile per mero "dionisiaco" senza ulteriori risvolti, il peculiare atto creativo di questo artista di multiforme genialità credo si riveli ovunque e immancabilmente improntato ad una spontanea  compresenza di sensibile e spirituale che definirei "olistica": di terrestre respiro nel superno, di celeste nel mondano, e quindi di perenne/sconfinato nel contingente, come sostanza stessa delle passioni e del linguaggio materico volto a raffigurarle. Di qui, in un inseparabile nesso tra "invenzione" e "tecnica", tra ispirazione ed esercizio, in tutta quanta l'opera di Alessandro Nastasio traspaiono gallerie/cunicoli/varchi di reciproca interrogazione circa le umane sorti, presenti e ultraterrene, dove la mimesis, suggerita dal Pensiero e subito sottoposta al lavorio immaginifico delle metafore che ne discendono, propone in ogni caso a se stessa (e al suo fruitore) il peso di una prossimità concettuale che al tempo stesso è distanza in quanto istintiva tensione mistica verso il "sur-naturel" -- a voler mutuare un termine piuttosto efficace a un'estetica per molti versi analogamente "bifronte" come può dirsi quella baudelairiana. Per cui se, da un lato, le realizzazioni compositive del nostro rinviano in genere ad una sentita impossibilità di "imitare il naturale" ricalcandolo (specie laddove l'artista lo percepisce svilito da segni di discutibile "incivilimento": e ad esemplificare questa vena critica forse basterebbero, dopo Uovo cosmico, simbologia della creazione, del 2002, due titoli nastasiani di per sé eloquenti come Perdita di identità e Non è colpa dello specchio se le facce sono storte, risalenti all'anno immediatamente successivo), d'altro canto ogni sua iniziativa artistica palpabilmente trasuda la duplice "naturalezza" di sottostanti genuine intime motivazioni e, insieme, di un autentico "goût du travail": ovvero l'imprescindibile piacere di una artigianalità plastico-scenografica ansiosa -- e sempre magistralmente capace -- di contemperare l'etereo e il concreto, l'estro visionario e la manualità destinata a tradurlo in poetica della materia rivisitata e rivivificata. Nell'agone del postmoderno -- in cui troppo spesso si danno per Arte le più o meno originali produzioni di qualche talentuoso homo faber nel migliore dei casi in grado di scendere a patti con materiali variamente plasmabili ma da ultimo destinati a rimanere inerti, non di rado prigionieri della loro stessa opaca fisicità -- il nostro può ben dirsi raro modello di vero Artista: demiurgo indagatore/risolutore di una dualità estetica dove l'infinito (pensiero poetante della natura naturans) e il finito (strumento raffigurante della natura naturata) si integrano ad ogni passo, anzi indissolubilmente si immedesimano. 

   Ma a monte di questo suo non comune esito artistico, a me Alessandro Nastasio lascia indovinare un percorso interiore ugualmente singolare e in qualche modo emblematico. "L'infinito (chi lo asserisce e lo insegna è Rabindranath Tagore: il "gran vegliardo" alla cui autorevolezza di poeta/pensatore/pedagogo non a caso il nostro ha esplicitamente voluto dedicare un recentissimo tributo personale in veste di artista/filosofo egli stesso) non è oggetto di rarefatta speculazione intellettuale, esso è reale e concreto come lo sono la luce e il calore del sole.  In India la maggior parte della letteratura è di carattere religioso proprio perché Dio, per noi, non è un Dio lontano: Egli abita giorno e notte le nostre case, tutte le nostre cose quotidiane, non meno che i nostri templi."  Ebbene, a me pare indizio significativo che, già parecchi anni fa, Nastasio scegliesse di denominare suggestivamente una sua opera I Novantanove Nomi di Dio; non saprei dire quanto consapevole fosse allora il nostro di richiamarsi così, indirettamente, per molte affinità intuitive di fondo, a quell'illustre poeta orientale Kabir (1400-1517), allievo dell'altrettanto celebre Ramananda e all'epoca attivissimo mediatore religioso fra induisti, musulmani e cristiani, i cui Bijak (Canti) furono tradotti da Tagore perfino in bengali, affinché anche gli allievi della sua famosa scuola potessero godere della profonda lezione spirituale che per quel tramite poetico viene trasmessa. In effetti, gli insegnamenti del Kabir 'ecumenico' sono appassionatamente elogiati e ribaditi da Tagore nel contesto di "Personality": volume in cui, quattro anni dopo aver conseguito il Nobel, egli volle compendiare sei delle sue conferenze più provocatorie ad orientamento psicosociofilosofico, nel complesso concepite come vademecum di "riflessioni per l'uomo occidentale".     

   Ad implicito commento di tanta parte di pensiero trasfigurato che l'arte di Nastasio sottende (e qui come non rammentare, fra l'altro, fra il 1982 e il 1998, nell'ambito di una serie di sculture poi raggruppate sotto il titolo rappresentativo di "Contraddizioni", alcune proposte quali L'Albero della Vita,  La Vita e la Morte allo Specchio,  Qualche luce nell'Uomo?, o Spirito celeste, uomo solare, o ancora Processo di solarizzazione...) mi piace perciò riprendere per esteso uno dei Bijak che figurano tra i fondamentali citati da Tagore in quel medesimo libro suddetto:


Ritmica scocca il battito della vita e della morte:

l'estasi zampilla e tutto lo spazio s'irradia di luce.

Là si suona musica non suonata, è la musica d'amore di tre mondi:

Là dove, a milioni, ardono le fiaccole del sole e della luna;

Là dove il tamburo rimbomba e l'amante si dondola nel gioco;

Là dove echeggiano canti d'amore e, a scrosci, ne piove la luce.


   D'altra parte, il Nastasio assiduo frequentatore e intenditore di simbologia di matrice anche diversa da quella schiettamente biblico-evangelica, mi pare qua e là ispirato anche su quest'altro versante complementare: a mio personale sentire, fin dal lontano 1977 ne scaturivano mirabili esemplari di 'poesia concreta' sulla cui recondita allusività esoterica qui sono indotto a voler riflettere. E penserei in particolare alla stessa strutturazione scultorea di Preghiera celeste/Alfabeto e Crollo di un alfabeto: opere entrambe segnatamente connotate da quella certa simbolica "verticalità spaziale" per Tradizione riconducibile alle alterne sacre epifanie dello Spirito/Verbo dall'alto verso il basso, e viceversa. Non diverso torna a presentarsi l'impianto formale di un'altra scultura, datata 1989, Parole logorate dal tempo, che, ben potendosi idealmente riallacciare alle due cronologicamente anteriori, in definitiva viene a suggerirmi quanto radicato ed accorato sia il perdurante cogitare filosofico di Nastasio intorno al primigenio valore della Parola Divina in rapporto ad un Suo deplorevole costante processo degenerativo di frantumazione, di desemantizzazione e/o totale travisamento nella sempre più accomodante, ormai fatua interpretazione contemporanea del miglior significato del "luminoso/numinoso" vivere su questo nostro "atomo opaco del male".

  Dichiaratamente stimolato dalla diffusa polisemia della mia silloge poetica "Il vero, il bello...l'anello che non tiene", oggi l'amico Alessandro così mi scrive: "Carissimo, difficile è capire l'intreccio tra Verità e Bellezza, e tra ragione e fede. A detta di Agostino, 'la verità abita nell'uomo interiore'. Se non è pensata, è nulla."

Roberto Vittorio Di Pietro