POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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lunedì, aprile 7

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 5 confenenza di Padre CLAUDIO TRUZZI – MODELLO DI ORAZIONE


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO  – SAN GIUSEPPE

5 –  MODELLO DI ORAZIONE


TRIANGOLO D'AFFETTI

«Maria, se pensiamo alla tua vita di Nazareth, dobbiamo immaginarti strettamente legata sia a Gesù che a Giuseppe. Tu eri la regina della casa, come lo è ogni madre. Eri il centro degli affetti umani di Gesù in quanto Dio fatto uomo, che, man mano che “cresceva in età, sapienza e grazia”, sperimentava un sempre più ricco rapporto con te, “piena di grazia”: infatti egli solo era su misura tua di “benedetta fra le donne”, egli che viveva poi un più grande immenso rapporto con il Padre nello Spirito, dentro la Trinità.

Tu e il tuo Gesù sentivate un affetto profondissimo verso Giuseppe: tu in quanto sposa vera e non finta, an-che se sempre vergine; Gesù in quanto figlio non naturale, ma sotto il profilo spirituale, morale e psico-logico, veramente accettato dal tuo sposo, con un'accettazione anche per lui verginale e con una fede da santo (o “giusto”, come biblicamente usavate dire voi). Nel vostro sacro triangolo (Gesù-Maria-Giuseppe) noi vediamo, aiutati dalla Chiesa, uno splendido e inesprimibile mistero di affetti umani e di doni divini.

INCONTRO DEVOTO E AMOROSO CON MARIA

Se guardiamo a Giuseppe, come modello esemplare della nostra vita di preghiera, scopriamo di aver molto da imparare dalla sua devozione a Gesù ed a Maria.

Da lui possiamo imparare prima di tutto ad onorare la Madonna, perché nessuno la onorò, venerò ed amò come lui. Egli fu veramente un grande devoto di Maria, nel senso più forte della parola. In lei vide la crea-tura santa, sacra a Dio, e la ragione della sua fedeltà e del suo affetto era proprio l'elezione di cui questa creatura era stata oggetto da parte di Dio. 

Le rimase accanto fin quando lei ebbe bisogno di lui e della sua presenza, e il suo dipartirsene fu un estremo atto di devozione e d’amore: come aveva preparato la dimora terrena per Gesù e per Maria, così eccolo andarsene per primo, quasi per preparare loro la dimora eterna. Quando Gesù tornò al Padre, certamente la prima creatura umana che gli andò incontro fu Giuseppe.

Giuseppe c’insegna, poi, la devozione ed il servizio al Signore e alla Madonna. 

Abbiamo tanto bisogno di tradurre la nostra devozione in servizio, in un'operosità dove, invece di perseguire il nostro tornaconto, cerchiamo solo il compimento dei disegni di Dio e la sua gloria. Facendo così diventiamo i collaboratori del Signore, diventiamo veri strumenti nelle mani di Dio per l'avvento del suo Regno.

Da Giuseppe impareremo anche ad onorare la Madonna proprio nelle cose che lei preferisce. 

Prima di tutto il servizio di Gesù benedetto e, poi, quel silenzio, rispetto, nascondimento con cui lei stessa accolse il mistero del Figlio di Dio e col quale fu custodita dal suo Giuseppe. Quando egli si rese conto delle meraviglie che Dio operava nella vergine sposa, non le rivelò a nessuno, non andò a pavoneggiarsi con le sue grandezze. Custodì tutto nel segreto del cuore, come la sua sposa Maria, che conservava per sé il mistero del Figlio suo.

Si deve intendere così la nostra vita se vogliamo che il mistero di Gesù, Maria e di Giuseppe diventi la nostra ricchezza, quel piccolo paradiso terrestre dove noi, giorno dopo giorno, custodiamo la beata speranza della gloria.

«Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione – sottolineava santa Teresa –, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe che fu loro di tanto aiuto. Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo santo glorioso e non si sbaglierà» (S. Teresa, Vita 6, 6-8).

UN SILENZIO CONTEMPLATIVO   

Giuseppe è stato il protettore di Gesù e di Maria, come? Tacendo.

Se il Signore avesse affidato a noi questo compito, quanto chiasso avremmo fatto! Come avremmo complicato la nostra e l'altrui vita, credendo di dover fare tanti decreti, tante leggi, prendere misure, informare... Niente di tutto ciò, invece. Giuseppe ha soltanto servito i misteri del Signore in una solitudine silenziosa, che è il segreto della sua contemplazione. Nell'umile silenzio che riuscì a creare in sé, ed intorno a sé, poté contemplare, indisturbato ed in pace, il suo Signore.

Se pensiamo alla vita di Giuseppe, sentiamo che il nostro cuore si rasserena, il nostro spirito è sommerso nella pace. Poiché questa disposizione è ad un tempo: abbandono, fiducia, speranza, amore, fedeltà e motivo di perseveranza, di continuità nella pratica del bene e della virtù. 

Soltanto le anime pacifiche sono veramente perseveranti.

Di solito, i “contemplativi” più ammirati dagli uomini non sono autentici; i contemplativi veri autentici sono coloro che riescono a nascondersi, a non far parlare di sé, a passare inosservati, a restare un segreto di Dio.

Nei riguardi di san Giuseppe, infatti, il giudizio degli uomini è stato pressappoco questo: «Quello là, chi se ne occupa? Insignificante; può scomparire quando vuole!» ...

Ma essere presenti per Dio solo, essere vivi soltanto per Lui! Quante cose può insegnarci l’umile carpentiere su questo punto! Chi volesse stendere la vita di questo santo, si troverebbe presto disperato, non saprebbe che cosa scrivere. Quando s’inizia a parlare di lui, sembra di dover raccontare tante cose e poi ci si accorge di non poter parlare di nulla, perché tutto quello che lui è, lo è per il suo Dio e basta. Non ha scritto diari spirituali: si è chiuso nell'adorazione in un misterioso silenzio e ha servito il Signore così. Non per nulla è il custode della più alta e sacra verginità, quella di Maria, e della sua “immacolatezza” del Figlio di Dio. 

E come lo è stato? Lo ripetiamo: Non mettendosi a dire: «Qui ci sono io, che li difendo entrambi», ma scomparendo. Ha custodito la santità di Gesù e di Maria scomparendo agli sguardi di tutti, fuorché di loro due.

••   Giuseppe, questo amabilissimo patrono della vita spirituale, ci aiuti ad essere molto presenti soltanto al cuore e agli occhi di Dio; e quanti più numerosi saranno a dimenticarsi di noi, tanto meglio, perché in questo nostro scomparire agli occhi di tutti ed agli stessi nostri occhi, il nostro io sappia perdersi nell'adorazione umile e silenziosa della infinita grandezza dell'unico Dio e Signore nostro.

UNA VITA DI PREGHIERA

Giuseppe il “maestro” di Teresa

Maestro di orazione, san Giuseppe? Sembra un paradosso. Nel Vangelo dell’Infanzia di Gesù, tutti o quasi tutti i personaggi sfilano pronunciando una preghiera esemplare: Zaccaria, Maria, Elisabetta, l’anziano Simeone, gli angeli, ecc. Tutti... meno Giuseppe. 

Uomo giusto, uomo buono, dev’essere forzatamente anche l’uomo del servizio, e del... “silenzio”, senza il suo “Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele”, e senza il suo “Magnificat”, senza “Benedetta tu fra tutte le donne”, e “Ed ora, lascia o Signore che il tuo servo se ne vada in pace”, oppure “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”...

Perché allora, una persona che di orazione se ne intendeva – Teresa – propone Giuseppe, e in maniera chiarissi-ma, come “Maestro di preghiera”? La Santa, infatti, non potrebbe esser più categorica: «Chi non trovasse maestro che le insegnasse orazione, prenda questo glorioso Santo come Maestro, e non sbaglierà strada» (Vita, 6, 8).

Bene! Sembra che Teresa fosse giunta a tale convinzione, non per mezzo di libri o teorie particolari, ma per propria esperienza. Che esperienza? Ce la racconta lei stessa in uno dei primi capitoli della sua “Autobiografia”.

Teresa è giovane, nel fiore della vita. Ha venti tre anni. È monaca carmelitana nel monastero dell’Incarnazione di Avila. Da tre anni ormai è monaca. Improvvisamente si ritrova inferma. Una malattia terribile che la riduce, in quattro giorni, in coma e che le lascia in eredità la paralisi: 

«Credo che potessi muovere soltanto un dito della mano destra», scrive. 

«Per cambiarmi di posto dovevo sollevarmi su un lenzuolo tenuto all’estremità da due persone» (Vita, 6, 1).

Provvidenzialmente, poco prima aveva letto la storia biblica di Giobbe! Ebbene, in questa storia, raccontata e commentata da quell’insigne scrittore che fu papa san Gregorio Magno, Teresa, non solo apprese ciò che fosse la pazienza, ma pure come pregare dalla profondità di sofferenze indicibili: pregare elevando la voce a Dio come Giobbe; gridare a ruota libera dall’oscuro tunnel di un dolore insopportabile ed incomprensibile; poter dire a Dio di tutto, persino enormità; poter pregare persino con grida, se fosse il caso.

Otto mesi di paralisi totale furono un tunnel molto lungo; e lasciarono il segno. E fu lì, immersa in questo stesso tunnel, che accadde...: Teresa s’incontrò con la luminosa figura di san Giuseppe.

Che contrasto fra il gesto silenzioso di quest’uomo ed il clamore di Giobbe! 

Due facce di una stessa medaglia. Di fronte al torrente di preghiere interminabili che sgorga dalle labbra di Giobbe, il silenzio profondo di Giuseppe: silenzio nella profondità del dubbio, silenzio di un uomo che si ritrova al centro di un crocevia del mistero, un mistero tanto umano da un lato, tanto straordinario e misterioso dall’altro.

Qui Teresa si rende conto della profondità e della forza di una preghiera fatta... in silenzio. 

Contemplare, non parlare; accettare... per poter servire. 

Dinanzi a Gesù e Maria, che cosa poteva fare Giuseppe se non ... contemplare? 

Vale a dire: guardare, ed osservare da vicino e non stancarsi di guardare, né di amare...

Fra la forma di pregare che Teresa già conosceva – fatta di ragionamento e di parole – e quella che ora le insegna san Giuseppe – intrecciata unicamente di guardi silenziosi, però intrisi d’amore –, Teresa non dubita un istante e sceglie la seconda formula. 

È san Giuseppe senza dubbio che l’anima e la inizia in simile stile di orazione silenziosa, raccolta, contemplativa, che d’allora in avanti caratterizzerà la sua orazione. 

–  Una orazione senza parole, perché parlare non è il forte di questo Santo.

–  Un’orazione di raccoglimento, perché è proprio il silenzio ciò che attrae chi prega in tal maniera verso quel punto focale che sono Gesù e Maria;

–  ed un’orazione contemplativa, giacché si tratta di uno sguardo impregnato di vicinanza e di affettuosità.

Una contemplazione che, però, non conduce ad un quietismo sterile; al contrario: «Alzati, ascolta Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché la vita del Bambino è in pericolo». 

E Teresa commenta: «Persone di orazione...: non so come possano soffermarsi sulla Regina degli Angeli nel tempo che trascorse col bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe, per come fu di loro aiuto» (Vita, 6, 8).

Tale processo orazionale, che dalle parole passa al silenzio, dalla contemplazione alla lotta, fu la sintesi della preghiera teresiana. Teresa, infatti, aveva già, come monaca, una vocazione contemplativa. Ma ebbe pure la fortuna d’essere curata da Giuseppe, non soltanto da quella terribile infermità, ma da quelle frequenti deviazioni in fatto di preghiera, che chiamiamo: loquacità ed alienazione.

Quanto tutto terminò, Teresa aveva 26-27 anni. Ritornò ad essere una giovane monaca gioviale; tornò al illuminare di sorrisi la vita di chi la circondava. Ed iniziò il suo “cammino di orazione”, tenendo questo benedetto Santo come... “maestro”.

A spiegare simile efficacia concorrono molti motivi che sono propri della persona e della vita del Santo. 

–   Il buon Dio affidò a san Giuseppe una missione: quella di custodire Gesù e sua Madre, e noi sappiamo che il mistero di Gesù e di Maria sono legati a fini ben precisi: la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Una vita di preghiera, d’incontro con Dio, deve, quindi, rispondere a questi medesimi fini: ogni anima è amata da Dio affinché lo glorifichi, riamandolo con una totale e perfette fedeltà. Non è perciò strano che il Santo custode del mistero di Cristo e della Vergine sia un intercessore particolarmente valido, affinché ogni anima realizzi i medesimi fini e gli stessi desideri del Signore.

–  Ma ecco un'altra ragione per cui il patrocinio di Giuseppe si rivela particolarmente prezioso nella vita spirituale.

Vita spirituale significa, soprattutto, vita d’intimità con il Signore, di familiarità con Gesù e con Maria. 

Ora, chi visse per primo tale intima familiarità e per primo ne fece l'esperienza glorificante è stato Giuseppe, che da quando nacque Gesù gli fu vicino, con una presenza attenta e continua. Chi meglio di lui, allora, ci può insegnare a diventare intimi di Gesù e di Maria? E cos'è la vita d’orazione se non questa familiarità con il Signore?

•• Per entrare in intimità con qualcuno è necessario conoscersi a fondo, non avere segreti l'uno per l'altro. Così fu Giuseppe per Gesù e di Maria. Può offrirci, quindi, l'esempio della sua stessa vita per vivere l'intimità propria dell'orazione. Noi vorremmo, invece, che la familiarità con Gesù e con Maria fosse per il godimento nostro, per la nostra soddisfazione. Vorremmo che fosse sulla nostra misura, conoscerli e capirli come pare a noi. 

Giuseppe, nonostante sia stato costituito in paterna autorità sulla famiglia di Nazareth, ci dimostra, invece, che la familiarità con il Signore ha un prezzo: quello di lasciar fare a Dio a modo suo.

È stupendo quest’esempio del santo Patriarca che, pur essendo capo di casa, è semplicemente a servizio, con una familiarità fatta d’abbandono e continua dedizione. 

Lui non misura la vita di Gesù e della Vergine sulle sue esigenze, ma pone la sua vita a servizio delle loro. Non parte per l'Egitto quando fa comodo a lui, ma quando l'interesse di Gesù lo richiede.

Abbiamo tanto bisogno, noi che vorremmo essere la misura della nostra vita, d’imparare da Giuseppe a permettere che il Signore sia Lui questa misura, con le sue scelte e i suoi piani su ciascuno di noi.

Da “Il cammino di fede di san Giuseppe” (Ed. ocd, p. 39ss)

Preghiere a san Giuseppe

–  Per la famiglia

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai conosciuto come noi la vita familiare. Il tuo amore reciproco è rivolto naturalmente verso il Figlio di Dio divenuto figlio tuo. E come noi, hai dovuto far crescere il tuo amore in mezzo alle gioie e alle difficoltà.

San Giuseppe, proteggi oggi la nostra famiglia. Aiutaci a comprendere. 

Fa' in modo che l'orgoglio o l'egoismo non feriscano mai i nostri sentimenti. Rendici sempre più fedeli verso i nostri incarichi  e verso i ritmi delle nostre giornate e fa' in modo che ci si possa avvicinare al Figlio di Dio sempre vivo nel cuore di tutte le famiglie. Amen. 

Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal


– Per i Bambini che devono nascere

O glorioso san Giuseppe, protettore della Santa Famiglia, proteggi nel seno della loro madre tutti i bambini piccoli che il Buon Dio chiama alla vita, come tu stesso hai protetto Gesù nel seno verginale di Maria.

O san Giuseppe, gloria della vita di famiglia, prega perché rinasca l'amore ed il rispetto del dono della vita 

nel nostro Paese. Amen.

                       Centro Manale - Ciney - Belgio

 

– Per l'educazione dei Bambini

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai impiegato tutte le tue forze a nutrire e ad educare Gesù, questo bambino che Dio ti ha affidato.

Insegnaci come educare i nostri figli con amore e serietà, con intelligenza e tatto. 

Trasmettici la calma e la pazienza che bisogna dimostrare davanti alle loro debolezze. 

Dacci la saggezza e la forza di intervenire accanto a loro come si deve e quando ce n'è bisogno. 

Rendici capaci di risvegliare la fede, trasformaci in genitori che pregano con i loro bambini e che camminano con loro verso il Regno. Amen.                      Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal 


– Modello dei lavoratori

Glorioso san Giuseppe, modello di tutti quelli che sono votati al lavoro, donami la grazia di lavorare con spirito di penitenza per l'espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, ponendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; 

di lavorare con riconoscenza e gioia, osservando come un bravo dipendente, e di sviluppare attraverso il lavoro i doni ricevuti da Dio; 

di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; 

di lavorare soprattutto con intenzioni pure e con distacco da me stesso, avendo continuamente davanti agli occhi la morte ed il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti inutilizzati e delle vane compiacenze legate al successo, se funeste all'opera di Dio.

Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a tua imitazione, o santo patriarca Giuseppe!

Tale sarà il mio motto nella vita e nella morte.  Amen.


–  Preghiera di un giovane

San Giuseppe, il Figlio di Dio stesso, ti ha scelto per essere suo padre, la sua guida e il suo protettore durante l'infanzia, la sua adolescenza e la sua giovinezza. 

Lui ha voluto essere condotto da te lungo tutto il cammino della sua esistenza terrena. 

Tu hai compiuto il tuo ufficio con grande fedeltà.

Anch'io ti affido la mia giovinezza. 

Nel nome di Gesù, io ti chiedo di essere la mia guida ed il mio protettore,  

oso dire “mio padre” lungo il pellegrinaggio della mia vita. 

Non permettere che io m’allontani dal cammino della vita che è nei comandamenti di Dio. 

Desidera tu essere il mio rifugio nelle avversità, la mia consolazione nelle pene, il mio consigliere nei dubbi, fino a che salirò al Cielo, dove esulterò in Gesù mio Salvatore con te, a tua Santissima Sposa Maria e tutti i santi. Amen.

–  Per un malato

Misericordioso san Giuseppe, tu sei la speranza dei malati, e tutta la Potenza di Gesù è nelle tue mani. Dunque, per te non c'è niente di impossibile. 

Ascolta con benevolenza quelli che t'invocano in questo giorno per le membra sofferenti della Chiesa. 

Noi ti preghiamo, addolcisci le pene di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.

Dagli la grazia di una totale sottomissione alla divina Volontà. 

Ma mostragli anche la tua bontà trasmettendogli la pazienza e ridandogli la salute, con la grazia di condurre una vita santa e completamente gradita a Dio. 

Buon san Giuseppe, non farci pregare invano, ma degnati, per mezzo di questo nuovo favore, di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza verso di te e verso la divina bontà. Amen.

                Centro Manale - Ciney - Belgio


–  Uomo di vita interiore secondo il cuore di Dio

San Giuseppe, io vorrei essere, come te, 

un uomo che non cerca ma che fa solo la volontà di Dio; 

un uomo che osserva solo Dio; un uomo che ama il silenzio e agisce nel silenzio, che pensa e parla davanti a Dio, che non discute mai con Dio, 

che vive d'interiorità, un'interiorità unita a Dio, che si eleva senza fine verso Dio con tutto il suo spirito, con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze; 

un uomo che eleva il mondo verso il suo Creatore; un uomo che ama ardentemente Gesù, che vive e muore per Lui, che onora la sua verginale Madre e sa rispettare tutte le donne grazie a Lei.  Amen.


San Giuseppe Patrono della Chiesa universale

O beato Giuseppe, che Dio ha scelto per portare il nome e svolgere il ruolo di padre agli occhi di Gesù, 

tu che sei stato dato da Lui come sposo purissimo a Maria sempre Vergine e come capo della Santa Famiglia sulla terra, 

tu che il Vicario di Cristo ha scelto come Patrono ed Avvocato della Chiesa universale, fondata da Cristo Signore stesso, con la fiducia più grande possibile io imploro il tuo aiuto potentissimo per questa stessa Chiesa che lotta sulla terra.

Ti supplico, proteggi, con una sollecitudine particolare e con quest’amore veramente paterno di cui ardi, il Pontefice romano, tutti i vescovi ed i preti uniti alla Santa Sede di Pietro.

Sii il difensore di tutti quelli che penano per salvare le anime che sono angosciate ed immerse nelle avversità di questa vita.

Fa' in modo che le persone si sottomettano spontaneamente alla Chiesa 

che è il mezzo assolutamente necessario per ottenere la salvezza.

Degnati di accettare, santissimo Giuseppe, il dono che ti faccio. 

Mi voto completamente a te, affinché tu voglia essere, sempre, per me un padre, un protettore ed una guida lungo il cammino della salvezza. 

Dammi un cuore puro, un amore ardente per la vita interiore. 

Fa' che io stesso segua le tue tracce e che rivolga tutte le mie azioni alla grande gloria di Dio, unendole agli affetti del Divino Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato della Vergine Madre.

Prega infine per me, affinché io possa partecipare alla pace ed alla gioia 

di cui tu hai goduto un tempo, morendo così santamente. 

Amen.


sabato, marzo 15

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO   

2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI  

Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori: “Lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. 

La presenza di san Giuseppe lungo la storia della Chiesa è stato, infatti, qualcosa di sconcertante, e contrariamente a ciò che accadde per altri santi, egli, in questo senso, non ha avuto un eccessivo successo.

Dai Vangeli agli Apocrifi

La prima catechesi cristiana s’incontrò con la necessità di riflettere sugli avvenimenti antecedenti la Risurrezione del Signore, e il “Vangelo dell'Infanzia” – che narra gli avvenimenti evangelici prima della vita pubblica di Gesù – presentò Giuseppe come trasmettitore dell'ascendenza davidica, come “padre di Gesù” (così lo chiamava Maria), come sposo della Vergine, come mediatore del disegno di salvezza. Sebbene nei Vangeli non si registri neppure una sua parola, non è poi così poco ciò che di lui dicono i Vangeli. [Lo abbiamo visto !!!]

I cristiani, sentivano, però, il bisogno d’avere maggiori notizie dell'infanzia e della gioventù di Gesù, e per saziare la comprensibile curiosità, come portatori di certe idee a volte non troppo ortodosse, dal 200 d.C.  iniziarono a redigere [anche se la loro divulgazione fu a volte un po' posteriore] gli “Evangeli Apocrifi”. 

Questi erano prodotti ingenui – o, non tanto “ingenui”! – della fantasia. Preistoria di Gesù fino ai suoi nonni; fanciullezza di Maria nel tempio; le sue nozze accompagnate dal meraviglioso (Il bastone fiorito dello sposo); episodi e compagni di viaggio verso Betlemme, la fuga, la permanenza e il ritorno dall'Egitto… tutti questi spazi si riempiono d’una buona dose d’immaginazione. 

Un altro punto sgradevole negli Apocrifi è il primo matrimonio e la conseguente vedovanza di san Giuseppe.

Furono essi (soprattutto i così detti “Proto-evangelo di San Giacomo”, “Pseudo-Matteo”, “Storia di Giuseppe il carpentiere”) i creatori di un san Giuseppe vecchio, molto vecchio – quanto più vecchio, meglio! – . Inoltre, lo presentavano vedovo, e, per di più, con sufficienti figli allorché si sposò con Maria, dopo quella sfida fra i pretendenti migliori fisicamente, socialmente ed economicamente, e... perché continuare...!? 

Scrittori ecclesiastici e I Padri della Chiesa * 

* Con tale nome si trovano designati – specie a partire della metà del secolo IV (350) – i principali scrittori ecclesiastici il cui insegnamento e la cui dottrina sono ritenuti fondamentali per la dottrina della Chiesa. (Ma 4 di loro, oltre che dottori sono santi: Agostino d’Ippona, Ambrogio, Girolamo e Gregorio Magno. Quelli orientali, pure 4 sono [greci] sono s. Atanasio dall’Alessandria d’Egitto, s Basilio, Giovanni Crisostomo e Cirillo d’Alessandria).

Orbene, i Padri della Chiesa e altri scrittori ecclesiastici, con maggior o minore vigore secondo i tempi, si scontrarono con problemi apologetici, che tentavano di risolvere. Era un ambiente, il loro, in cui, generalmente, il valore della verginità si stava imponendo, a volte come valore assoluto. E poiché nel Vangelo appaiono “alcuni fratelli di Gesù”, e si affermava che Giuseppe (sposo di Maria) ne era il padre, di ciò se n’approfitta-vano molto bene alcuni eretici dell'epoca..., era, quindi opportuno passare sotto silenzio la persona e il ruolo di Giuseppe o convertirlo in strumento di verginità. Certo alcuni – con maggior forza e pure con parole più belle (sant’Agostino) – s’impegnarono a valorizzare una paternità tanto reale quanto più verginale; altri, però, ripresero le posizioni apocrife e contribuirono a trasmettere l'immagine del vedovo e del vecchio, piuttosto che padre “normale” di Gesù, progenitore di coloro che erano chiamati suoi “fratelli di Gesù”. 

Esempio, sant’Epifanio di Salamina (315-403) è una testimonianza ben qualificata di tale singolare apologetica: Giuseppe, padre solo in apparenza di Gesù, «in età avanzata e vedovo della donna che gli diede quattro figli (Giacomo, chiamato fratello di Gesù, perché educato con Lui, Simone e Giuda e Giovanni) e di due femmine (Anna e Salomè), questo Giuseppe, dico, già vecchio e vedovo, in virtù della sorte si vide obbligato a contrarre matrimonio con la santissima Vergine Maria»».

La “dimenticanza” del Medio Evo

Per vari secoli san Giuseppe non uscì da tale nascondimento. Furono i secoli medievali, di spiritualità monastica, in cui poco significato aveva il matrimonio di Giuseppe, ed ancor meno la sua paternità.

D'altra parte, la catechesi plastica – quella delle pitture e delle statue – s’incaricarono di diffondere e rendere popolare la figura di un Giuseppe che stava al margine della Natività, nelle adorazioni del neonato. 

La sua figura è abbastanza grottesca, quando non addirittura comica: erano frequenti le rappresentazioni di un santo vecchissimo ed addormentato, assente a tutto o quasi: che portava una lanterna per la stalla e sempre in secondo piano; talvolta, che preparava addirittura i pasti. 

La medesima immagine, tanto vicina al ridicolo, si ripeteva nei giochi, nelle rappresentazioni drammatiche religiose, nei canti eseguiti in chiesa nel periodo natalizio, in alcuno dei quali Maria lo chiama “Padre”, ed Anna “Reverendo Padre”! E poiché nelle società analfabete il migliore e quasi unico mezzo d’informazione erano le prediche, anche qui san Giuseppe non faceva granché bella figura; come per esempio in uno dei predicatori più popolari alla fine del 1300, san Vincenzo Ferrer. Questi, oltre al fatto di far pensare allo sposo le cose peggiori dinanzi alla gravidanza di Maria, il ritornello con cui dovunque lo qualifica è: “vecchio e povero”.

I Precursori e l'Umanesimo

Non tutti i predicatori, naturalmente, trasmettevano una simile immagine, che muoveva a compassione. 

•   I Francescani, in Italia, ed alcuni di prestigio come Bernardino da Feltre e s. Bernardino da Siena, propagavano un Giuseppe molto più evangelico, colmo di tenerezza e di dedizione a Gesù ed a Maria; e persino lo facevano patrono di quella specie di “Banca” primitiva e caritativa che erano i primi “Monti di Pietà”.

•  Attraverso l'Europa apparvero in quel tempo anche i Carmelitani – originari dalla Palestina – che si professavano “Fratelli della Vergine” e che non tardarono a far proprie certe tradizioni circa il loro tratto familiare con la Sacra Famiglia nella loro culla primitiva del Monte Carmelo.

•  Fu, però, dalla Francia che si fece sentire la voce di richiamo per un'attenzione sulla necessità d’una maggior presenza nella Chiesa del Padre di Gesù e sposo di Maria. All'inizio del 1400 una costellazione di apostoli si dedicò a simile missione. 

È sufficiente ricordare il più insigne ed entusiasta: Giovanni Gerson (1363-1429), cancelliere dell'Università di Parigi, che dovette vivere da protagonista il difficile ritorno all'unità della Chiesa con la fine del nefasto Scisma papale d'Occidente. [Proprio nel Concilio di Costanza (1414-1418), questi proclamava la necessità di guardare a Giuseppe, di celebrare la festa delle sue nozze con una Messa e Ufficio che lui stesso aveva steso. Egli compose il primo poema dedicato a Giuseppe, la “Giuseppina” di 4.800 versi. Nelle sue considerazioni e sermoni sul Santo offre già i capitoli che saranno di fondamento a ciò che potremmo chiamare “la teologia” di san Giuseppe.

È indicativo il suo impegno per mutare l'immagine di Giuseppe “vecchio” per uno “giovane”, come per Maria, formulando gli argomenti che si convertiranno in un fortunato luogo comune. Gerson fu una personalità con un prestigio difficile da immaginare (gli si attribuì l'“Imitazione di Cristo”), e per secoli i suoi echi risuoneranno nella teologia, nella predicazione, nella spiritualità e nella mistica. Per coloro che in un modo o in un altro s'interessano di san Giuseppe, il riferimento a Gerson sarà inevitabile.

•    L'Evangelismo presente nelle correnti umanistiche (cioè, che propugnava un ritorno al Cristo evangelico), si ripercossero nel nuovo modo di considerare san Giuseppe: dalla teologia alla predicazione ed alla devozione popolare (alquanto indietro, questa, e scossa soprattutto dai Francescani). L'iconografia rinascimentale cominciò a trattarlo con rispetto e dignità; e la stampa facilitò l'impulso decisivo che fece maggiormente conoscere sia Gerson, sia il primo trattato sistematico giuseppino, la “Somma delle doti di San Giuseppe” del domenicano Isidoro de Isolanis (1525) o l'altra “Giuseppina” di Laredo, uno dei maestri di santa Teresa d’Avila.

L'esplosione del Barocco

Ai tempi vicini al Concilio di Trento [1545-1563] l'attenzione delle “élites” si fuse con le predilezioni popolari. E fu precisamente s. Teresa d'Avila il detonatore in un ambiente in parte ereditato ed in maggior parte accelerato da lei in maniera sorprendente, sia per le sue calorose esortazioni ed esperienze riflesse nel cap. VI del libro della Vita, sia per la coerenza di dedicare i suoi monasteri a san Giuseppe (che non n’aveva nessuno fino a quello di Avila), per la dedizione del suo Ordine al Santo, che lo considerava quasi cofondatore. Là dove giunsero i libri di Teresa ed i suoi conventi di frati e di monache (e arrivarono molto lontano!) si poteva contare su centri d’irradiazione “giuseppina” incondizionata, con feste in cui i predicatori più celebri – come Bossuet – scioglievano lodi al Santo.

Libri ben scritti – come la tanto edita «Josefina» del carmelitano scalzo padre Graçián o il fortunato e immenso poema di Giuseppe di Valdivielso (anch’esso chiamato “Josefina”), solo per citare alcuni dell'incontenibile letteratura apparsa in Spagna nel sec. XVII –; sermoni, devozioni nuove (come quella dei «Sette dolori»)  sicurezza di protezione dinanzi alla morte, che i cristiani desideravano fosse come quella di Giuseppe; confraternite associative o devozionali o assistenziali (come quella dei bambini esposti)... portavano il suo nome; reliquie [non autentiche!] come quelle dell'anello dello sposalizio, il suo bastone fiorito, la sua cappa, (che si veneravano sia a Perugia sia a Parigi...); tutto, e molto di più, testimoniano che Giuseppe, dopo il Concilio di Trento, aveva rotto i silenzi delle epoche anteriori e occupava il primo posto nelle predilezioni spirituali di quasi tutti. 

Segno di tale incontenibile esplosione possono essere l'iconografia, in cui appare un Giuseppe da solo, o accompagnato dal bambino Gesù, slanciato, forte e giovane. Episcopati, province, domini territoriali, persino nazioni intere lo proclamano loro protettore. 

È ciò che successe con monarchia spagnola, ai tempi di Carlo II, in un patronato effimero che non poté affermarsi (come non aveva potuto quello di s. Teresa) per le resistenze procedenti dal Capitolo di Santiago di Compostela. 

In altri luoghi non esistettero tali difficoltà; e così san Giuseppe fu patrono della Nuova Spagna dal 1525; del Belgio più tardi, dell'Impero Germanico, del Canada francese, della Baviera, di Genova; delle missioni cinesi.…

Il patronato non era solo territoriale; lo era anche personale, e molti seguirono l'esempio di s. Teresa nello sceglierlo come avvocato e protettore. Di fatto c'è una certa corrispondenza tra la propaganda teresiana e la frequenza con cui in certi luoghi (dalla Francia alla Polonia) si va imponendo ai bambini nel Battesimo il nome di Giuseppe, con tutte le conseguenze inerenti. Appena presente fino allora, dall'inizio del '600 s’inizia a chiamare Giuseppe o Giuseppina un numero sempre maggiore di bambini, fino a giungere a ciò che fu corrente in Casti-glia (la patria di Teresa): alla fine del secolo più del 12% avevano questo nome, una proporzione che non diminuirà fino al 1964.

•  Contrastava con il fervore del clero (in tutti i suoi settori) e del popolo, l'attitudine di Roma. San Giuseppe, infatti, nonostante tutto, non disponeva di una festa universale, anche se lo si celebrava in forma privata, in quasi tutti gli Ordini religiosi e in diocesi speciali. Finché un Papa, Gregorio X riuscì, nel 1621, ad averla vinta sulle resistenze della Congregazione dei Riti, e a stabilire che la festa di san Giuseppe si celebrasse in tutta la Chiesa, persino come precetto. Nonostante la Messa e l'Ufficio divino fossero liturgicamente poveri e il precetto presto cessasse d’essere universale, non si pone in dubbio l'importanza di questo primo intervento pontificio.

Crescita e crisi

Contrariamente a ciò che si suole affermare, la corrente filosofica dell’illuminismo del 1700 non significò un freno a questa devozione, ma soltanto una depurazione. Com’era naturale, si posero in questione specifiche forme di pietà (determinate reliquie impossibili, maniere popolari di celebrare il Santo) che non erano in concordanza con il nuovo stile esigente e critico che stava nascendo. 

In tal modo Giuseppe diviene più “evangelico”, e col dar valore al matrimonio ed alla famiglia, lo si propone come esempio cui rivolgersi, come avveniva per Gesù e Maria. Continua ad approfondirsi il suo modello di una “buona morte”, ed egli appare invocato nei testamenti, si creano “Confraternite giuseppine”; come non diminuisce di numero il nome di coloro che si chiamano Giuseppe, né la produzione editoriale di ogni genere.

Il momento culminate di tale crescita fu, tuttavia, l'Ottocento, nettamente “Giuseppino”. Pullularono devozioni e i cosiddetti” devozionari” che incontrarono la loro espressione più popolare nelle immaginette (di solito provenienti dalla Francia) che invasero il mercato. 

Il nuovo tipo di vita religiosa, di presenza sociale nell'insegnamento e negli ospedali, cioè, le Congregazioni religiose moderne, guardò con predilezione a Giuseppe: delle (circa) 239 che portano il nome del Santo, l'immensa maggioranza è di questo secolo. Nelle case e nelle chiese s’iniziò a recitare la preghiera: «A Te, o beato Giuseppe...» per chiedere la protezione del Santo in “tempi calamitosi” (come si diceva allora). La preghiera proveniva dallo stesso Leone XIII, il Papa che promulgò l'unica enciclica esistente (1889) su san Giuseppe e che stabilì per tutta la Chiesa la festa della Sacra Famiglia durante il tempo Natalizio. 

La decisione pontificia più indicativa fu, tuttavia, quella di Pio IX, che proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale (1870), estendendo a tutta la Chiesa una festa che già tante Istituzioni celebravano privatamente da quando lo iniziarono nel '600 i Carmelitani Scalzi.Poco progresso, invece, si notò nella riflessione scritturistica e teologica, e neppure molto in quella liturgica, sempre a rimorchio della devozione. 

Le innumerevoli campagne che dagli inizi del secolo si misero in piedi per ottenere la presenza di san Giuseppe nella Messa (nell'atto penitenziale, e soprattutto nel Canone) insieme a tanti altri santi – per lo più romani –, urtarono sempre contro la resistenza rocciosa della Sacra Congregazione dei Riti, decisa a non toccare in nulla ciò che da sempre era una venerata antichità. In verità, la presenza di san Giuseppe nel culto ufficiale e generale della Chiesa, è dovuto a decisioni personali di Papi devoti, contro l'opposizione dei corrispondenti Dicasteri.

Il contraddittorio secolo XX

Tali inerzie e contraddizioni permangono nel secolo XX con il Concilio Vaticano II, come fulcro di mutamenti sostanziali, che non furono soltanto ecclesiali, ma pure sociali, di mentalità e di religiosità. 

Fino agli anni '60 si percepisce la continuità di forme devozionali anteriori. Ma dopo quegli anni, anche san Giuseppe è toccato dalle nuove correnti (forse più del clero che popolari), ed entra nella linea, a volte addirittura disprezzata, delle “devozioni” in generale.

È vero che Pio XII, nel 1955, stabilisce la festa di “San Giuseppe Lavoratore”, però la sua attenzione era rivolta più al mondo del lavoro, al 1° maggio, che allo Sposo artigiano di Maria; e per di più tale Festa fu introdotta a spese di quella del “Patrocinio Universale”, soppressa in quel tempo. 

Nel 1962 Giovanni XXIII *– facendo proprie le proposte promosse dai Centri “Giuseppini” di Valladolid, Montreal (Canada) e d’Italia, e la petizione di mons. Benedetti (carmelitano scalzo prima di essere vescovo di Lodi – che in pieno Concilio ne aveva espresso il desiderio) decretava l'introduzione del nome di san Giuseppe nel Canone romano. Tale introduzione – in sé rilevante – fu però presto ridotta a ben poco con la riforma liturgica conciliare, che propose altre preghiere liturgiche che in sostanza annullarono quella del Canone romano.

Fu invece l'investigazione teologica quella che maggiormente manifestò progressi. La teologia, che nel secolo passato (1900) enumera non pochi trattati su san Giuseppe, fu inizialmente di tipo scolastico. Verso gli anni '40 iniziò ad apparire la prima rivista d’investigazione specializzata, “Estudios josefinos” (Valladolid), cui si unì nel decennio successivo la sua replica canadese (“Cahiers de Joséphologie” – Montreal). Ambedue presentavano i lavori di “Società di studi” radicati nel “Centro Josefino” di Valladolid e nell'“Oratorio di San Giuseppe” a Montreal (Canada). Organizzati da Valladolid si celebravano Settimane di Studi, i cui prodotti erano speculativi o storici, ma a volte di singolare valore. Dal tempo del Vaticano II si è mantenuta la linea d’investigazione storica, sempre più però, secondo posizioni maggiormente biblici, evangeliche e pastorali.

A questi due Centri se ne unirono altri in Messico, Cile, Polonia, vari in Italia, Malta e persino in Corea. Fra loro si organizzano, dal 1970, simposi internazionali, che hanno tentato – ed a volte ottenuto – di scoprire la presenza di san Giuseppe nel mistero di Cristo e nella vita della Chiesa. 

Come testimonianza popolare od espressioni della spiritualità di Congregazioni giuseppine, appaiono numerose riviste di divulgazione (una delle più antiche è il “Messaggero di S. Giuseppe” , Valladolid). Esistono luoghi di pellegrinaggi come quello dell'Oratorio di san Giuseppe a Montreal.

*  Ai nostri giorni?  Ora come ora, san Giuseppe non suscita tanti entusiasmi come prima. Si può affermare, che, indotta da altre cause, la devozione popolare verso di Lui è diminuita. [Nota. Perché nelle Litanie della Madonna non è inserita “Maria sposa?”], Si registra, invece, un rinnovato interesse, però soltanto fra minoranze, convinte della possibilità che san Giuseppe – sempre partendo dal mistero dell'Incarnazione – possa offrire per la riflessione teologica e per la vita cristiana, così com’è esposta nell’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, "Custode del Redentore"

* Non tutti sanno che papa Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava allo Sposo di Maria. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. 

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A te, o Beato Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio insieme con quello della tua santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità che to strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potente aiuto soccorri ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido custode della divina famiglia l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore, e come un tempo salvasti dalla morte la minaccia alla vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Amen.

ALLEGATI

Letteratura apocrifa e san Giuseppe

La letteratura apocrifa (non riconosciuta dalla Chiesa come “rivelata”) intorno a Giuseppe sviluppò molti motivi leggendari, tuttavia non privi d'interesse per l'influsso che hanno avuto nella tradizione e nell'arte. 

I principali Apocrifi che si occuparono del Santo sono: “Proto-evangelo di Giacomo” (sec. Il), “Pseudo-Tommaso” (probabilmente sec. III), “Pseudo-Matteo” (sec. V), “De nativitate Mariae”, “Evangelo arabico della Infanzia”, e in particolare la “Storia di Giuseppe falegname” (sec. IV o V). 

I primi cinque Apocrifi abbracciano il solo periodo dell'Infanzia di Gesù. L'ultimo – “Storia di Giuseppe...” – pretende di raccontare la storia di Giuseppe per bocca stessa di Gesù in un colloquio con gli Apostoli. per la storia dell'infanzia, invece, segue per lo più il “Proto-evangelo di Giacomo” ed i Vangeli canonici; di proprio ha  le notizie sugli ultimi giorni e la morte di Giuseppe, ed è interessante per le idee sull'oltretomba.

Secondo tali racconti, Giuseppe si unì in matrimonio una prima volta, all'età di 40 anni, con una donna per nome Melcha o Escha, con cui visse 49 anni; da lei ebbe 4 figli – quelli che più tardi saranno chiamati “fratelli del Signore” – [qualche apocrifo aggiunge 2 figlie]. il minore sarebbe Giacomo, presunto autore del Proto-evangelo che ne porta il nome e testimone dei fatti dell'Infanzia di Gesù. 

Rimasto vedovo all'età di 89 anni, Giuseppe seguitava ad esercitare il suo mestiere di falegname in Betlemme sua patria. Qui fu ricercato dai sacerdoti del Tempio per essere dato in sposo ad una fanciulla di 14 anni per nome Maria. Ma, essendovi altri competitori, il sommo sacerdote affidò la scelta alla volontà divina, che si manifestò con il miracolo del bastone fiorito, e, – secondo lo “Pseudo-Tommaso” –, con l'apparizione della colomba sul capo di Giuseppe. 

È noto l'influsso di tale episodio, specialmente della “verga fiorita” – del resto assai suggestivo per il suo simbolismo – nell'iconografia del Santo e nell'arte cristiana: si ricordi il celebre quadro di Raffaello “Lo Sposalizio”. 

Due anni dopo seguì l'Annunciazione. Giuseppe era assente. Quando tornò, nella sua sposa erano palesi i segni della maternità. Oltre il turbamento del Santo, gli Apocrifi riferiscono l'episodio della prova dell'acqua amara (cf. Num. 5, 11 ss.), da cui risultò l'innocenza di Giuseppe e di Maria. 

Seguono gli altri episodi della nascita ed infanzia di Gesù fino ai 12 anni (viaggio a Betlemme, fuga in Egitto, ritorno a Nazareth, ecc.), che corrispondono nella sostanza a quelli dei Vangeli canonici, ma con frequenti chiose ed amplificazioni, e con una esuberanza del prodigioso che cade nel ridicolo. Alcuni particolari non solo sono futili, ma poco riguardosi per Giuseppe: così, p. es., il ragionamento che gli si mette in bocca all'arrivo a Betlemme (“Proto-evangelo di Giacomo”, 17); a Nazareth egli viene a trovarsi più d'una volta in imbarazzo per l'indole vivace del fanciullo e per i suoi miracoli punitivi (“Pseudo Tommaso”, 3 ss). 

Secondo l'apocrifa “Storia”, Giuseppe sarebbe morto all'età di 111 anni, dopo aver trascorso una ventina di anni con Gesù a Nazareth. Negli ultimi giorni l'infermo avrebbe sentito nausea del cibo e della bevanda, e sarebbe stato in preda a forte turbamento, ma Gesù l'avrebbe consolato, pregando il Padre ad inviare gli arcangeli Michele e Gabriele: questi ne avrebbero ricevuta l'anima alla uscita dal corpo, il quale, affidato alla custodia di due angeli, sarebbe rimasto incorrotto “fino al convito di mille anni”.

•• Quel che maggiormente urta negli Apocrifi, oltre i frequenti episodi frivoli, è l'asserita età decrepita di Giuseppe al tempo dello sposalizio con Maria. È una leggenda che si deve rigettare, quantunque abbia fatto presa nella fantasia popolare, fino ad oggi. 

Forse in un primo tempo poté sembrare utile espediente per dimostrare ai semplici in maniera chiara la perpetua verginità della Madre di Dio. Ma si rivela subito paradossale, ad un'ovvia considerazione: non si sarebbe salvata la dignità ed onorabilità di Maria – dovendo restare un segreto la concezione verginale –, se il suo sposo fosse stato un vecchio decrepito di 90 anni; inoltre non poteva essere ritenuto padre di Gesù un vecchio di tale età. Era dunque necessario che tra Maria e Giuseppe, all'atto del matrimonio, non ci fosse un incolmabile distacco di anni. Queste ragioni hanno anche un solido appoggio nelle rappresentazioni più antiche (dei primi cinque secoli), nelle quali il Santo non è mai rappresentato in sembianza di vecchio, ma di giovane o di uomo maturo nel pieno vigore degli anni, per lo più senza barba. Solo più tardi, per l'influsso degli Apocrifi, si comincio a rappresentarlo con la barba e i capelli bianchi ed in sembianze senili. 

Non è possibile, tuttavia, determinare esattamente l'età di Giuseppe al tempo del matrimonio con Maria: doveva probabilmente oscillare sui 30 anni. E se morì poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù, doveva avere alla morte ca. 60-70 anni, tenuto conto che la vita nascosta di Nazareth durò ca. 32-34 anni.

La Morte di san Giuseppe (poesia)

Giuseppe muore... Nessuno ha detto come dovette morire...   

 È venuto senza rumore; ha lottato senza gloria;   

Attore silenzioso d’una sublime storia,  

scomparve un giorno per non più comparire. 

L’abbiamo visto passare sullo sfondo della scena,   

il Figlio di Dio sui suoi passi, la Vergine al fianco;    

piallava di giorno; e gli angeli, di notte, 

lo mettevano al corrente dei complotti dell’odio. 

Alla partenza di Gesù, terminò il suo compito; 

e su di lui ormai tacerà il Vangelo.

Una sera, dovette lasciare la sua pialla inutile 

e coricarsi, con Maria al suo capezzale. 

La notte scendeva, simile a quella notte lontana 

in cui l’Angelo del Signore lo svegliò per fuggire...

Ritorna, questa sera, per aiutarlo a morire;

e Giuseppe sente la sua voce dolce e serena. 

L’Angelo diceva: «Giuseppe, figlio di Davide, sono ancora io.

Riposa in pace, perché il Bambino e sua madre 

non avranno più da temere pericoli sulla terra. 

Ora possono vivere e morire senza di te». 

Ma Giuseppe tardava ad addormentarsi. Senza dubbio 

attendeva qualcuno che desiderava rivedere, 

perché tendeva l’orecchio ai rumori della strada 

e nei suoi occhi passava un barlume di speranza. 

Si alza d’improvviso... Un passo rompe il silenzio; 

la porta di casa si socchiude sulla notte, 

e Gesù, superando la soglia della sua infanzia, 

si avvicina a suo padre e si china su di lui. 

Quanto dovette camminare per venire! La polvere 

ricopre i suoi piedi nudi e sottolinea i suoi tratti. 

Ma dal suo sguardo chiaro emana una luce 

della quale gli occhi di Giuseppe si riempiono per sempre. 

Maria ha sussurrato: «Sei tu Figlio mio!». E l’Angelo 

si prostra. Gesù, curvo sull’infermo, 

stringe suo padre; non si scambiano parole tra loro. 

Gesù libera alla morte il suo primo combattimento! 

E nell’ombra, la morte impotente s’attarda... 

Ma il vecchio operaio non si aspetta, così tardi, 

che suo Figlio gli renda un cuore giovane e forte: guarda 

il divino viso e muore in questo sguardo. 

Ah! Beato colui che, con anima fiduciosa, 

dopo aver pregato, sofferto e lavorato, 

una sera, si è sdraiato per fatica ed attesa, 

e poi, in un bacio divino, se ne è andato!...


Georges D’Aurac www.biblisem.net/narratio/auracmj.htm