POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, febbraio 28

CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di Padre MAURO ARMANINO

Con lo sguardo di un colonizzato

Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.

Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.

Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.

Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.

Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.

Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.

Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.

Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.

             Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026


venerdì, febbraio 20

Complici nell’età dell’inconsistenza di Padre Mauro Armanino

 

Complici nell’età dell’inconsistenza

Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’ esecuzione della condanna a morte del Cristo.
Da allora le mani, quelle ‘pulite’ dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola ‘complicità’, derivante dal latino, significa ‘coinvolto’, ‘piegato assieme’ e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la ‘complicità’ esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.

...Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. E’ l’età dell’inconsistenza. Così affermava lo scrittore e professore Roberto Calasso nel suo libro ‘L’innominabile attuale’ nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre le mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino.
Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’ inconsistenza assassina.... ‘Sono forse io il custode di mio fratello’? Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle élite più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.


Naturalmente non si tratta solamente di un ‘Discorso sulla servitù volontaria’ come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile Epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. 
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché ‘piegati assieme, coinvolti’ in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora ‘non è tanto restare vivi... quanto restare umani’, così sentenziava il saggista George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.











         Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026

lunedì, febbraio 16

Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova di Padre MAURO ARMANINO


Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova

1. Un grazie a Limes e in particolare a Lucio Caracciolo. L’incontro vocale con lui rimonta all’epoca del colpo di stato militare nel Niger, nel settembre del 2023. Chiamò per saperne di più e per chiedere se poteva essere messo in contatto con qualcuno del posto. Fu così che iniziò il suo contatto con l’amico Rahmane Idrissa che in effetti poi venne a Genova. E’ un privilegio l’averlo conosciuto personalmente.

2. ’Io sono la guerra’! Je suis le guerre, disse con sgomento una signora rifugiata dalla Repubblica Democratica del Congo. Aveva perso tutto: casa, famiglia...e integrità fisica, da parte dei gruppi ribelli che occuparono il Paese. Ciò accadde durante il mio servizio coi migranti e rifugiati a Niamey che ebbe una durata di 14 anni. ‘Io sono la guerra’ è un grido, anche e soprattutto di ‘geopolitica’, ossia delle conseguenze delle geopolitiche che hanno derubato il Paese da decenni....!

3. Sullo sfondo di quanto abbiamo condiviso durante il festival c’era la nostalgia di un passato europeo di ‘pace’ unico, di qualche decennio! Probabilmente vero ma sarebbe dimenticare le tante guerre attorno che hanno visto presenze occidentali...Nella RDC, ad esempio, ci sono stati milioni di morti! La terza guerra mondiale a pezzi era iniziata ben prima di quanto se ne parlasse in Occidente.

4. Io stesso ho avuto modo di scoprire gli effetti delle geopolitiche in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e Niger! Guerre, rifugiati, migranti e una grande e nascosta sofferenza che, durante il Festival, non è emersa! Mancavano i volti di coloro che le strategie geopolitiche le vivono sulla loro carne. Volti di sfollati, trattati come pedine di un triste gioco di poteri. Erano i grandi assenti del Festival di Limes!

5. Ho sentito con piacere, durante gli interventi, che sembra terminata l’epoca nella quale la ragione strumentale era l’unico soggetto della riflessione e scelte geopolitiche. Altri fattori sono emersi come novità nelle scelte geopolitiche. Le nazioni, gli immaginari, le passioni, la storia, la sovranità...Ed è anche per questo che avevo apprezzato l’allusione di Caracciolo sulla geopolitica che dovrebbe servire alla pace...! In realtà poi, di quest’ultima, non si è parlato molto. Si percepiva, lontano, sullo sfondo e spesso, in relazioni con riarmi o comunque sempre in chiave competitiva, Quanto lontane le aspettative di chi, come  il papa Paolo sesto gridava alle Nazioni Unite...’mai più la guerra’!

6. Veniva accennato al ruolo possibile dell’Italia in questa ‘Rivoluzione’...La geografia che decide la politica, così come la storia e dovremmo aggiungere... la Costituzione! Essa, lo ricordiamo, afferma al numero 11 che ‘l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’...Anche questa scelta ‘Costituzionale’ è qualcosa che il nostro Paese può e deve offrire allo scacchiere delle geopolitiche odierne.

7. Durante il suo recente soggiorno nel Sahel, chi scrive ha percepito la ‘sabbia’ come una delle metafore per interpretare quanto accadeva. La politica, l’economia, la giustizia e...il colpo di stato, erano nient’altro che sabbia. Elemento che permane, schiacciato, calpestato, offeso, messo ai lati delle strade e che puntualmente ritorna, resiste e persiste. Passano i re, i principi e gli imperi ma la sabbia, il popolo dei poveri, rimane!

8. Mi verrebbe da dire che è questa l’unica geopolitica che conta...una geopolitica di sabbia. Perché proprio così finiranno gli imperi, uno dopo l’altro, compresi coloro dei quali si è parlato. Trovandoci a Genova sarebbe forse utile, nello svolgimento dei prossimi Festival di Limes, fare una capatina al noto cimitero monumentale di Staglieno. Una visita guidata in quel luogo aiuterebbe a interpretare altrimenti la collocazione geopolitica dell’Italia nella rivoluzione mondiale, titolo del Festival.



 CHIESA DI GENOVA


Bastimento nel porto di Genova

       Mauro Armanino, Genova, 15 febbraio 2026

domenica, febbraio 8

FINZIONI E ABITANTI NELLE MACERIE di Padre MAURO ARMANINO


Finzioni e abitanti nelle macerie

Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge al quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza...Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano, blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sè, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.



La politica e la democrazia che dovrebbero camminare assieme per essere al servizio del bene comune hanno fatto delle finzioni una costituzione alternativa. In effetti, come ricorda tra gli altri il politologo francese Clément Viktorovitch, ci troviamo nell’era della ‘logocrazia’. Si tratta della presa del potere attraverso parole confezionate in frasi che esprimono la realtà politica come finzione con lo scopo di prendere il potere o dominare. Persino l’alternativa tra maggioranza e opposizione risulta, in questo contesto, finta proprio come i giochi falsamente antagonisti delle ‘Grandi Potenze’. Il linguaggio, ricorda la giornalista Alessandra Filippi, non descrive più la realtà ma la annienta.
Fingiamo di non sapere ciò che accade in Libia nei capi di prigionia negoziati per migranti e richiedenti asilo. Fingiamo di non sapere cosa si nasconde dietro gli accordi con la Tunisia, l’Algeria e il Marocco per controllare la mobilità di giovani migranti. Chiudiamo gli occhi fingendo di credere che i centri di prima accoglienza, permanenza, transito, ritorno verso i Paesi ‘sicuri’ siano comuni locande per viaggiatori stanchi del viaggio. Fingiamo di non sapere che accusare gli ‘scafisti’ non è che una cortina di fumo per nascondere le cause dei morti alle frontiere. Fingiamo di credere che la nostra economia reale non sia in buona parte fondata sullo sfruttamento della mano d’opera fornita dai migranti.


Fingiamo, infine, di dimenticare la nostra parte di responsabilità nelle oltre 50 guerre che assediano il pianeta. Plasmiamo o modelliamo l’attualità fingendo di ignorare che oltre 70 000 tonnellate di esplosivo sono state usate nella striscia di Gaza. Passiamo sopra, fingendo di non credere che oltre la linea gialla, frontiera di pace negoziata, non ci sono che rovine. Circa 55 milioni di tonnellate di macerie per l’80 per cento delle costruzioni distrutte, il 90 per cento di scuole inagibili e migliaia di tende portate via dalla tempesta. Eppure, lì, come anche altrove, le persone rimangono, fedeli. Abitano con infinita dignità le macerie e le ferite che le nostre finzioni hanno creato.

   Mauro Armanino, Casarza Ligure, febbraio 2026