POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!
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lunedì, agosto 31

Apocalissi leggere nel quotidiano di Padre MAURO ARMANINO

Apocalissi leggere nel quotidiano

                                           Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)


Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

                                     Tracce apocalittiche 

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro
   Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke) 

     

  Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto. 

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perché le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce 

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki...ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

                                     Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’... ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità. 

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

                                          Nei volti sta scritto

     Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto

 ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, percé la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perché, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perché l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è quella di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perché, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

         Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo. 

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perché, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia. 

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

                                      Nell’ora della morte

L'amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)


A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perché lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.

Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perché è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio. 

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In questo modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazioni sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

                            Utopia come profezia

...’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’... (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

Mauro Armanino, Casarza Ligure, fine agosto 2026

                                                                                 

sabato, agosto 22

PIETA' PER LA NAZIONE di Padre MAURO ARMANINO

Pietà per la nazione

Pietà per la nazione

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore 

    e i cui pastori sono guide cattive 

       Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi 

        i cui saggi sono messi a tacere

Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di ‘un plebiscito quotidiano’. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque ad una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione. 

             Pietà per la nazione che non alza la propria voce 

          tranne che per lodare i conquistatori 

         e acclamare i prepotenti come eroi 

          e che aspira a comandare il mondo 

             con la forza e la tortura 

Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenze che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale.

Pietà per la nazione che non conosce 

    nessun’altra lingua se non la propria 

     nessun’ altra cultura se non la propria 

      Pietà per la nazione il cui fiato è danaro 

    e che dorme il sonno di quelli 

      con la pancia troppo piena

La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parole è tradire la politica.

               Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini 

              che permettono che i propri diritti vengano erosi 

              e le proprie libertà spazzate via 

Lawrence Ferlinghetti, (foto sopra) deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono ‘spalancate’ e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla ad un altro scritto. Scritta e cantata trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili al testo dell’autore sopracitato.

                   Povera patria

         Schiacciata dagli abusi del potere

                     Di gente infame, che non sa cos’è il pudore

                   Si credono potenti e gli va bene quello che fanno

                 E tutto gli appartiene.

E’ dunque tempo che ‘Tornino i volti’, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema. 



Mauro Armanino, Casarza Ligure, Agosto 2026


domenica, maggio 31

SENTIERI INTERROTTI E PIETRE PARLANTI di Padre MAURO ARMANINO

      Sentieri interrotti e Pietre Parlanti



Mi trovavo alla presentazione del libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente libro. ‘Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina’. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘Interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa ‘sospeso, temporaneamente o definitivamente...incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato’. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi. Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sè, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’... Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste...’quello che è stato è quel che sarà...c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta’. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger, nel 1950. Citiamo... ‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia’.

 

‘Pietre Parlanti’ è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di ‘Pietre Parlanti’ si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. ‘Pietre Parlanti’ ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

      Mauro Armanino, Casarza Ligure, maggio 2026


sabato, marzo 28

LE GUERRE FERIALI NEL QUOTIDIANO di Padre MAURO ARMANINO

                       Le guerre feriali nel quotidiano

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica. Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un... ‘ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostro Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, derivano da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale dopo una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale. Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest'ultimo si trovava sull'albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava a piedi dell'albero. Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un'officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L'impatto non ha lasciato scampo all'operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa. invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24 mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’ONG, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza. Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2, 5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale di ciò sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nasconde un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma... ‘Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così’. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso’ Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso’. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

Domenica delle Palme Santa Messa

         Mauro Armanino, Casarza, fine marzo 2026

venerdì, marzo 6

NASCERE NON BASTA di PADRE MAURO ARMANINO

               Nascere non basta   

Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con ...ogni giorno. 

                           Nascere non basta

E’ per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno.

Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto ( o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta.

C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà.

Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto ...

Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate.

Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione.

Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole.

Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa. 

Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è chi rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno.

N


Sestri Levante
    Mauro Armanino, Casarza Ligure, marzo 2026



domenica, febbraio 8

FINZIONI E ABITANTI NELLE MACERIE di Padre MAURO ARMANINO


Finzioni e abitanti nelle macerie

Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge al quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza...Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano, blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sè, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.



La politica e la democrazia che dovrebbero camminare assieme per essere al servizio del bene comune hanno fatto delle finzioni una costituzione alternativa. In effetti, come ricorda tra gli altri il politologo francese Clément Viktorovitch, ci troviamo nell’era della ‘logocrazia’. Si tratta della presa del potere attraverso parole confezionate in frasi che esprimono la realtà politica come finzione con lo scopo di prendere il potere o dominare. Persino l’alternativa tra maggioranza e opposizione risulta, in questo contesto, finta proprio come i giochi falsamente antagonisti delle ‘Grandi Potenze’. Il linguaggio, ricorda la giornalista Alessandra Filippi, non descrive più la realtà ma la annienta.
Fingiamo di non sapere ciò che accade in Libia nei capi di prigionia negoziati per migranti e richiedenti asilo. Fingiamo di non sapere cosa si nasconde dietro gli accordi con la Tunisia, l’Algeria e il Marocco per controllare la mobilità di giovani migranti. Chiudiamo gli occhi fingendo di credere che i centri di prima accoglienza, permanenza, transito, ritorno verso i Paesi ‘sicuri’ siano comuni locande per viaggiatori stanchi del viaggio. Fingiamo di non sapere che accusare gli ‘scafisti’ non è che una cortina di fumo per nascondere le cause dei morti alle frontiere. Fingiamo di credere che la nostra economia reale non sia in buona parte fondata sullo sfruttamento della mano d’opera fornita dai migranti.


Fingiamo, infine, di dimenticare la nostra parte di responsabilità nelle oltre 50 guerre che assediano il pianeta. Plasmiamo o modelliamo l’attualità fingendo di ignorare che oltre 70 000 tonnellate di esplosivo sono state usate nella striscia di Gaza. Passiamo sopra, fingendo di non credere che oltre la linea gialla, frontiera di pace negoziata, non ci sono che rovine. Circa 55 milioni di tonnellate di macerie per l’80 per cento delle costruzioni distrutte, il 90 per cento di scuole inagibili e migliaia di tende portate via dalla tempesta. Eppure, lì, come anche altrove, le persone rimangono, fedeli. Abitano con infinita dignità le macerie e le ferite che le nostre finzioni hanno creato.

   Mauro Armanino, Casarza Ligure, febbraio 2026

 

lunedì, gennaio 12

IL POTERE, LA GLORIA E I NO di Padre MAURO ARMANINO

Il potere, la gloria e i no

Nel vangelo secondo Matteo si racconta una delle tentazioni alla quale sarebbe stato sottoposto Cristo... Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». I regni del mondo con la loro gloria. Il potere e la gloria non sono solo il titolo del noto e straordinario romanzo dello scrittore inglese Graham Greene ma anche la cifra della storia umana contemporanea. Il potere del popolo per il popolo e con il popolo sono momenti particolari, squarci, feritoie di un mondo che passa in fretta di moda. Persino papa Leone, tutt’altro che scevro di potere, ha recentemente ricordato agli ambasciatori riuniti in vaticano che anche...’ la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando’. Tutto gira attorno au due elementi citati, il potere e la gloria.


Se prosternandoti mi adorerai, afferma perentoriamente il diavolo, simbolo della divisione e della menzogna. Il potere adora la gloria e la gloria il potere. Uno cammina con l’altro da buoni compagni di destino o meglio di strategia. Proporre questo abbinamento è interpretato dal vangelo come ‘demoniaco’ e cioè potenzialmente menzognero e divisivo. Sappiamo per esperienza personale e storica quanto il potere in realtà possieda chi l’esercita. Coloro che vivono nel e del potere e la gloria sono dei ‘posseduti’. Capiamo anche perché, nella gestione politica del potere, da ogni parte e con modalità differenti, si è sempre cercato di limitare o ‘controllare’ il potere. Non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha...come disse un noto politico. Il potere sempre corrompe e quello senza argini corrompe ‘assolutamente’. Sarebbe sufficiente pensare alle dittature, civili o militari.

Ciò succede perché si opera una scissione tra chi ha l’autorità, intesa come autorevolezza, legittimità e capacità di far crescere e migliorare gli altri e potere, definito come capacità di determinare la condotta di altri e ottenerne l’obbedienza. Lo slittamento o tentazione di tradurlo in dominazione di matrice necrofila appare fin troppo evidente e di fatto conseguente. Se prostrandoti mi adorerai, afferma il divisore e menzognero simbolo del potere. Il potere è infatti tentato di prostrarsi ai demoni della gloria, dell’effimero impero del denaro o del successo di cui i cimiteri sono perenne testimonianza. Quando l’autorità si istituzionalizza diventa a sua volta espressione del potere. Lo stato, le religioni, l’amministrazione pubblica, i partiti, i sindacati, la scuola e financo la famiglia possono trasformarsi in potere e dunque attuare come mero strumento per dominare i ‘sudditi’.

Dal vangelo citato conosciamo pure la risposta al tentatore. Dai segni del potere al potere dei segni. Solo Dio adorerai, risponde Cristo secondo la spiritualità biblica. Ciò significa ed esprime la scelta di non piegare le ginocchia davanti a nessun altro che non sia l’origine e la fonte della vita. Solo l’appartenenza alla gratuità radicale del trascendente assicura e libera da ogni sottomissione al potere della gloria. Non casualmente il Cristo dei vangeli non si è piegato dinnanzi a nessuna forma di potere, sociale, economico, politico e religioso. Erano infatti un tutt’uno con l’Impero romano dominante. Etienne de La Boétie avrebbe forse evitato di scrivere il suo ‘Discorso sulla servitù volontaria’. Possono prosperare tiranni, dittatori e furfanti resi ebbri dall’arroganza del potere solo perché c’è gente che piega le ginocchia davanti alla loro finta gloria. L’autorità della resistenza incomincia sempre dai no.


    Mauro Armanino, Casarza, gennaio 2026

ndr: La frase "il potere logora chi non ce l'ha" è un celebre aforisma spesso attribuito erroneamente a Giulio Andreotti, ma in realtà proviene dal politico e diplomatico francese del XVIII secolo Charles-Maurice de Talleyrand, che disse: "Le pouvoir n'épuise que ceux qui ne l'exercent pas" (Il potere esaurisce solo chi non lo esercita). Andreotti la usava per descrivere la sua visione politica cinica e pragmatica: chi è al potere logora gli avversari, mentre chi è all'opposizione consuma se stesso nell'invidia e nel desiderio di ottenerlo, diventando logoro. 


domenica, dicembre 28

E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale di B: Brecht e Padre Mauro Armanino

  


E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali, la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali, dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è neppure la vita considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta. Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che introduce così lo scritto ‘L’eccezione e la regola’, nel 1930. In un’epoca in cui l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica






...Di nulla sia detto: "è naturale" in questi tempi di sanguinoso smarrimento

Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘ è naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella stessa città la notte scorsa a ricordo dei 4 rifugiati deceduti in queste ultime settimane in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e sudanesi in questa bella città di frontiera. Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.

   ... ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità.... 

Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove, a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri, reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati, la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto. Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro, per farne ciò che meglio ci pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per tutti. Eppure, la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e, per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che chiamiamo vita. I 116 morti annegati al largo della Libia, alla Vigilia di Natale di quest’anno, non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.

                     ...così che nulla valga come cosa immutabile...

Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi, che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli oltre 4 milioni di sfollati. L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata diserzione al sistema dominante.

        Mauro Armanino, Genova, dicembre 2025

domenica, dicembre 7

LE LUCI DELLA CITTA' di Padre MAURO ARMANINO

Le luci della città


Titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie Chaplin. Film muto del 1931, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Chaplin. Le luci della città raccontano con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il suo benefattore tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto modo di sentire e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti.

A causa del pretesto commerciale del Natale prossimo le nostre città sono inondate di luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e spensierate. Si propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che sembrano invece prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono false e poco credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le parole e financo una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di luminarie che, in realtà, tradiscono la luce. 

Fanno parte dello spettacolo che, come su un palcoscenico, accendono e attirano l’attenzione su ciò che si vuole sottolineare. Le cose vere e autentiche occorrono però altrove, all’ombra, al buio, nelle trincee che da troppe parti si stanno scavando tra un cimitero e l’altro. Sono, invece di assordanti luci, silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni, paure e file interminabili di sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di scavalcare i fili spinati delle frontiere. Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre.

Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i blackout improvvisi specie nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta dal grido di gioia dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle parti le luci della città erano povere e vere.

Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana. Affinché si possa meglio udire il grido ...’sentinella quanto resta della notte’, perché poi ‘arriva il mattino e poi ancora la notte’, risponderebbe la sentinella. Il buio sarebbe più sincero.

Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti sentiranno allora il canto del mattino.

          Mauro Armanino, Casarza, 7 dicembre 2025 

domenica, novembre 30

I VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE di Padre MAURO ARMANINO

I vestiti nuovi dell’imperatore
I personaggi della nota fiaba del danese Hans Christian Andersen sono ancora di attualità. L’imperatore vanitoso e narcisista che cura la messa in scena dell’apparenza. Due imbroglioni che si fingono provetti sarti e sfruttano la vanità del re e lo illudono con meravigliosi abiti inesistenti. I suoi ministri e i cortigiani non osano, per timore, riconoscere la realtà per denunciare l’artistico misfatto dei sarti. Mentre passa il corteo dell’imperatore e il popolo che applaude, c’è un bimbo che nota la realtà e, solo, svela la nudità del re. A questo punto anche la gente osa deridere lo spettacolo di un re svestito.  Quest’ultimo continua, senza alcun abito e malgrado tutto, il corteo regale annunciato.

Gli imperi nascono, vivono e prosperano solo tramite imbrogli, illusioni, armi e immaginari a buon mercato di promesse non mantenute. Chi ne favorisce la creazione e la continuità non è altro che la vanità e dunque l’illusione di onnipotenza che ne consegue. Il delirio di potere abbisogna di rivestirsi di abiti e uniformi.  Conta infatti apparire ad ogni costo per coprire il vuoto che lo pedina. Il potere diventa fine a se stesso e si confonde coi mezzi per ottenerlo e gestirlo. Il vuoto si arma, concepisce guerre, semina discordie, provoca divisioni, assolutizza le nazioni e si vuole predatore di alterità. Gli imperi nascono dalla vanità e l’arroganza che si trasforma in religione di stato.
Gli imperi non mancano mai di faccendieri che seducono, promettono e che, con le lusinghe e le menzogne, rendono possibili e fattibili gli scopi e le follie mortali dei principi, dei re e dei militari al potere. Vendono illusioni, fingono di assecondare le vanità e i misfatti dei potenti mentre non fanno che renderli ancora più menzogneri e codardi. Contribuiscono a creare una realtà inesistente e funzionale al delirio di potere che si trasforma in un idolo necrofilo. Sono mercanti che si arricchiscono vendendo il nulla di cui si nutre il potere. Il loro mercimonio funziona perché il re e i poteri che li rappresenta si circonda di ministri e cortigiani che lo assecondano per connivenza.
La viltà, la convenienza, la speranza di trarne dei benefici o una possibile promozione spinge parenti, amici, intellettuali, poeti, religiosi e artisti a confezionare la stessa finzione della realtà. Il re non ha nessun abito, il potere si mostra com’è, fragile, ridicolo, cieco e spietato allo stesso tempo. Nessuno osa dirlo e allora la realtà e il reale si allontanano l’uno dall’altro definitivamente. Tra l’accadimento e il racconto di questo si inserisce la menzogna che è il tradimento del fatto. L’onestà delle parole è travisata e rivenduta al miglior acquirente dello spettacolo col quale si confisca la realtà. Il re, i sarti e i cortigiani non sono altro che attori comici e consumati nel dramma che si chiama impero.
Il corteo potrebbe chiudersi nella banalità dell’effimera gloria delle parate militari e dei matrimoni tra principi se non ci fosse stati lui, il bambino. Nella favola di Andersen tra tutti i presenti, spettatori compresi, sarà solo un bimbo che, scevro da calcoli opportunistici e compiacenti, grida la nudità del re! Non è casuale che, per l’autore danese, la verità sia detta da un bambino, simbolo dell’inedita novità che la vita gli offre come privilegio in occhi non colonizzati dalla menzogna. Il potere del re, dei principi, dei generali e degli imprenditori religiosi che ne confiscano l’esercizio sono senza abiti, ridicoli, buffi e vulnerabili. Pagliacci di un circo che continua ad attirare gli ignavi spettatori paganti.
Proprio un bimbo che riconosce e grida la verità dell’inganno può offrire a tutti, poteri compresi, la possibilità di redimersi. Forse è anche per questo che, non casualmente, in Occidente i bambini sono osteggiati, evitati e, spesso, percepiti come una minaccia. Eppure, solo un bimbo ci salverà.


Bambino Gesù della Melograna di  Sandro Botticelli 
     Mauro Armanino, Padova, fine novembre 2025


Padova