POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, giugno 15

Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza di Padre MAURO ARMANINO


Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza

...’Quando una rete di quasi 3.000 telecamere contribuisce allo sviluppo di sistemi di AI, il dibattito deve diventare una questione pubblica affinché la cittadinanza possa sapere quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati e, soprattutto, chi ne trae beneficio.

È questo il confronto che oggi manca a Genova’...Chi condivide questa preoccupazione è Carlo A. Bachschmidt, nato a Genova, architetto e documentarista. Certo il fenomeno non è nuovo. Siamo stati gradualmente addomesticati alla presenza amica, confortante, rassicurante e protettiva delle aree sottoposte a video-sorveglianza. Sono tornato l’anno scorso dal Niger. Disegnato nel Sahel, ricco della sua diversità e insieme occupato, in ampie zone, dalla guerra tra gruppi armati e militari governativi. Per anni la parola ‘sicurezza’ è ripetuta come un ‘mantra’ nell’immaginario collettivo


Sia i gruppi armati che i governativi possiedono droni e altri sistemi di controllo. Quanto alle telecamere, quando c’era la corrente funzionavano regolarmente nelle banche e nei grandi hotel della capitale Niamey. Il treno in città non è mai partito. Il trasporto pubblico è affidato a migliaia di taxi che danno il sostentamento a una vasta porzione di famiglie. Buone ricadute anche per i meccanici auto per le riparazioni dei mezzi che, spesso, sono auto dismesse dall’Europa. Il controllo dei cittadini era affidato, come qui una volta, ai vicini di casa. Oppure a gente prezzolata dal governo per raccogliere informazioni su comportamenti o idee non compatibili col potere del momento. Una sorpresa, dunque, tornando al Paese di origine, rilevare la pervasività e capillarità delle aree sottoposte al video-controllo. Stazioni, treni, bus, strade, banche, scuole, edifici, uffici e chiese.

Naturalmente tutto si giustifica con il tema trasversale, ineccepibile, agognato e, in fondo atteso, della ‘nostra’ sicurezza. Nei treni e nei bus che solcano, con alterne fortune, le città e i comuni più importanti, ritorna, tra una fermata e l’altra, il ricordo della presenza di telecamere. Esse sono naturalmente istallate per la sicurezza del personale e dei viaggiatori. C’è stata un’epoca nella quale Dio era rappresentato con un grande occhio a forma di triangolo e l’allusione, poco velata, al fatto che tutto, ma proprio tutto, cadeva sotto il suo sguardo. Da bambini questa immagina lascia tracce di sospetto, come se tutto fosse potenzialmente da inquisire. Naturalmente poi, nel quotidiano, ci si dimenticava del ‘grande occhio’ e si combinava ciò che meglio ci pareva. Gradualmente e inesorabilmente è tutta l’architettura sociale, fondata sull’economia come religione che l’ha sostituito.

Con la scusa della sicurezza e dunque del ‘bene’ del cittadino, la sorveglianza generalizzata è al servizio del controllo politico, economico e simbolico dei cittadini. Anche perché, da tempo, non è evidente che i politici siano contaminati dalla ricerca del bene comune. Sono fondamentalmente scelti per amministrare i privilegi di coloro che già hanno il potere e organizzarne la sicurezza. Sappiamo bene che, anche nelle aree controllate, solo vediamo ciò che vogliamo vedere. Ciò che accade nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica, a Ventimiglia, Trieste, Castelvolturno, Pachino e la Capitanata, risulta del tutto invisibile. Anche il recente rogo mortale di Amendolara, dovutamente registrato da videocamere, arriva dall’invisibilità e finisce nel nulla di fatto. Finché gli stessi cittadini gradiranno di essere tifosi della ‘schiavitù volontaria’ di cui parla Etienne de la Boétie, il sistema di normalizzazione andrà a gonfie vele

 ‘...I farisei che erano con lui udirono queste parole e gli domandarono: ‘per caso siamo ciechi anche noi’? Gesù rispose: ’se foste ciechi non avreste colpa; invece dite ‘Noi vediamo’. (Giovanni 9, 41).

            Mauro Armanino, Genova, giugno 2026 


venerdì, giugno 12

IO SONO LA GUERRA. PAROLA DI RIFUGIATA di Padre MAURO ARMANINO

 Io sono la guerra. Parola di rifugiata


A Niamey, capitale del Niger, l’avevamo battezzato ‘ Gruppo del 20 giugno’. Data e nome non erano casuali. Ricordavano ai rifugiati e ai governanti che il 20 giugno era l’anniversario della Convenzione sui rifugiati adottata dall’ONU nel 1951. Si tratta di un accordo destinato a proteggere i diritti delle persone rifugiate e di coloro che sono costretti a fuggire, talvolta per tutta la vita. Proteggere è un verbo denso di ricadute per i profughi. Esso implica la garanzia che ogni persona rifugiata sia trattata con dignità, che i suoi diritti siano rispettati e che riceva il sostegno necessario per ricostruire la propria vita. Dunque trovare un senso di appartenenza in una nuova comunità.

La protezione non è qualcosa che una sola persona o organizzazione può garantire da sola. Si costruisce attraverso le azioni quotidiane, le relazioni e le comunità che scelgono la solidarietà e la giustizia invece che la distrazione, il sospetto o la paura. Essa include:

essere trattati con dignità e avere accesso ai diritti, alla giustizia e alla documentazione legale

vivere in una «casa sicura»

avere accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai servizi essenziali

opportunità di lavorare e mantenere sé stessi e la propria famiglia

appartenere e partecipare a una comunità in cui le persone sono accolte, sostenute e valorizzate

vivere liberi dalla violenza, dalla paura e da condizioni di grave difficoltà, con la possibilità di costruire un futuro con speranza.

                                 Io sono la guerra

Ricordo bene la mattina quando, con la complicità di una ONG locale, stavamo filmando alcune delle testimonianze del gruppo ’20 Giugno’ a Niamey. C’erano rifugiati originari della Repubblica Democratica del Congo, del Centrafrica, del Camerun, della Costa d’Avorio e del Rwanda. In ognuno di questi Paesi il dramma della guerra ha provocato la fuga di migliaia e talvolta milioni di persone. Per vie traverse, per il destino o per scelta alcune decine di loro sono sbarcate nel Niger, Paese cerniera tra l’Africa del nord e l’Africa sub-sahariana.

Durante la registrazione ‘Cisca’ ha gridato con le lacrime agli occhi ...’Io sono la guerra, io sono la guerra’! In tre parole voleva esprimere che la sua stessa presenza, in quel momento, in quel luogo, era l’espressione, il risultato della guerra che l’aveva sorpresa nel suo Paese, la RDC! La sua vita, da anni ormai, era una parabola, un riassunto, un simbolo o, se vogliamo, un sacramento, di ciò che una guerra può produrre nella storia di una donna. Rapita da un gruppo armato, seviziata per giorni e poi abbandonata come morta sul ciglio della strada. Questa era la ‘sua’ guerra, lei ERA la guerra incarnata.

Non potrò più dimenticare il volto, il grido e la sua storia. Metafora di tante altre ascoltate ancora prima di tornare, l’anno scorso. Intere famiglie scappate dall’interminabile guerra nel Sudan e decine di giovani fuggiti dalla Somalia, alcuni dall’Eritrea, altri dall’Etiopia fino a Gabriel, originario della Libia. Con quest’ultimo, costretto ad abbandonare il suo Paese perché convertitosi al cristianesimo, teme di tornare a una casa che non esiste più. Uccisa la sua famiglia, lui minacciato e torturato, ha trovato salvezza e protezione nel Niger, Paese nella quasi totalità musulmano.


 Gabriel



                      amici ivoriani con Padre Mauro



Ecco il testo originale del messaggio ricevuto via mail qualche giorno fa... 

Good morning, Dad. I hope you're well. I wanted to tell you that yesterday I had an interview at the UNHCR office. They told me that Libyans aren't eligible for asylum, so I'm sending you this message. I just wanted to ask you if I should go to another country or stay here in Niger, as I told you, still strong. May God bless you….

…’Ieri ho avuto un colloquio nell’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. Mi hanno detto che i cittadini libici non entrano nei parametri del sistema per l’asilo politico...ti domando allora che fare, rimanere qui nel Niger o andare in un altro Paese...Come ti ho scritto sono ancora forte. Che Dio ti benedica’.

                Mauro Armanino, Genova, giugno 2026

domenica, giugno 7

IL CORPUS DOMINI DI AMENDOLARA di Padre MAURO ARMANINO

       

 Il Corpus Domini di Amendolara

Da antica tradizione, nella la festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ Ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’ è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione. Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendola in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di 4 braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo è riuscito ad abbandonare il veicolo. Ha forzato l’uscita posteriore mentre uno dei presunti colpevoli cercava di chiuderla.


Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O allora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali.

I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi. Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.


L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole. Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiene spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. 


Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘ fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

                            

            Mauro Armanino, Genova, Corpus Domini, giugno 2026



                          CHIESA DI SANTA MARIA DI  Castello . Genova

                                Padre Mauro Armanino celebrante


martedì, giugno 2

GIGLI FIORITI NEL GIARDINO DEL CONVENTO DEI FRATI CARMELITANI SCALZI DI LEGNANO e Pensieri di ELENA ROCCA




DALLE LETTERE DI ELENA ROCCA

Oh il buon Gesù, se lo conoscessimo, quanto di più lo ameremmo! E' un abisso di amore, di tenerezza e di gioia. Tutte le perfezioni, in modo infinito, si racchiudono in questo amabile Cuore. Vorrei io pure amarlo infinitamente, come Lui ama noi.


Vorrei morire per amore, così dar tutto a Gesù; vorrei vivere per morire tutti i giorni, per dargli delle anime e così soddisfare all'ardente sua sete.

....................

Non bisogna avvilirsi sai, mai, mai, perché la nostra Mamma celeste desidera più di noi che siamo tutti del suo amabile Gesù; e non risparmia niente. E tu sai meglio di me quanto può la Madonna presso il Signore.

...................

II mio desiderio di far conoscere e amare Gesù cresce tutti i giorni. Vorrei che tutti fossero infiammati di amore per questo Bene infinito; che tutti i buoni si adoprassero per il vero bene delle anime.                  -


Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il vero bene delle anime. Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il bene dei sacerdoti che ne hanno bisogno grande; vorrei essere veramente buona a fatti per essere accetta al Cuore di Gesù.

  



Foto dei gigli sbocciati nel convento di Legnano dei Carmelitani Scalzi, inviati da Padre Nicola Galeno OCD


domenica, maggio 31

SENTIERI INTERROTTI E PIETRE PARLANTI di Padre MAURO ARMANINO

      Sentieri interrotti e Pietre Parlanti



Mi trovavo alla presentazione del libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente libro. ‘Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina’. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘Interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa ‘sospeso, temporaneamente o definitivamente...incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato’. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi. Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sè, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’... Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste...’quello che è stato è quel che sarà...c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta’. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger, nel 1950. Citiamo... ‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia’.

 

‘Pietre Parlanti’ è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di ‘Pietre Parlanti’ si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. ‘Pietre Parlanti’ ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

      Mauro Armanino, Casarza Ligure, maggio 2026


sabato, maggio 23

DIO NON E' MICA OBBLIGATO articolo di Padre MAURO ARMANINO

Dio non è mica obbligato

Il romanzo dell’ivoriano Ahmadou Kourouma (1927-2003) è stato tradotto in italiano nel 2012 col titolo ‘Allah non è mica obbligato’. Ricordo di averlo letto durante il mio soggiorno in Liberia, alla conclusione della lunga guerra (in)civile che ha insanguinato il Paese per 15 anni. Lo scritto segue le vicende di Birahima, bambino-soldato come espediente narrativo per mettere in scena ambiguità, sciagure e poteri in alcuni Paesi dell’Africa Occidentale. Li ho visti passare uno dopo l’altro. Bambini armati di un AK 47 più grande di loro che ci fermavano in tutta serietà ai checkpoint.  Il parallelo commercio di armi e diamanti tra gruppi ribelli e le forze internazionali di stabilizzazione. L’ esportazione di tronchi di legno e i molteplici ‘signori della guerra’ che profittavano dell’assenza dello Stato. Il romanzo e la realtà sul terreno facevano parte della stessa sceneggiatura e, alla fine, non si sapeva dove finiva l’uno e cominciava l’altro. D’improvviso poi scese la pace e dei bambini soldato si perse la traccia. Alcuni percorsi di accompagnamento e re-inserzione della vita civile e poi più nulla.

‘Dio (Allah) non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù’ ritorna come motivo nel romanzo citato. D’altra parte tra i due, Dio e l’Africa, non si sa bene chi comanda. Da una parte c’è la tendenza a rendere Dio innocente di ogni tragedia che inevitabilmente arriva, prima o poi anche nelle migliori famiglie. Dall’altra nulla accade senza che Egli, dall’alto, non voglia. I migranti che passavano da Niamey per andare in Algeria, Libia o altrove sapevano bene che tutto dipendeva da Dio. ‘Se Dio vuole’, dicevano, anche quando la certezza di essere derubati, arrestati, picchiati, spesso violentati e infine espulsi era messa nel programma. D’altra parte, appunto, Dio non è mica obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Così per un lavoro, un viaggio, un progetto, una malattia, un matrimonio o, semplicemente, i raccolti di stagione e le piogge annuali. Si prega, si offrono, talvolta, sacrifici e nel caso non si fosse esauditi si dirà che, con ogni probabilità, senza la preghiera tutto sarebbe andato ancora peggio di com’è andata. Lo stesso occorre per le feste religiose

Dopo 14 anni di permanenza nel Niger non potrò assistere alla celebrazione della ‘Tabaski’ o del sacrificio dell’agnello. In ricordo del figlio di Abramo, Ismael per il Corano, libro santo dell’Islam, o Isacco per la Bibbia. Com’è noto l’uccisione del figlio è stata sostituita da quella di un capro. 


Ricordo come lungo alcune strade della capitale Niamey e più sovente nei cortili, si allestivano i legni per arrostire a fuoco lento gli animali sgozzati il giorno della festa. Dio non è mica obbligato ma, con ogni probabilità, sarà celebrata martedì o mercoledì prossimo, a seconda della luna o di altro tipo di calendario. La Tabaski inizia con una preghiera speciale alla moschea o in piazze pubbliche cui segue il sacrificio prescritto. La carne dell’animale è di norma divisa in tre parti eguali. Una per la famiglia, l’altra per i vicini o amici e la terza parte per le persone bisognose. Per qualche giorno l’aria della città, alla fine della stagione secca, è una mescolanza di fumo di arrosto e aromi di polvere. I bambini vanno in giro con occhiali da sole colorati e, malgrado la crisi economica, indossano i vestiti nuovi da festa. 

Non so da altre parti. Sono però certo che in Africa Dio non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Altrimenti sarebbe difficile spiegare le guerre, le carestie, le città che prosperano, una classe ricca sfondata e poi la miseria sotto casa. I milioni di sfollati, profughi e poi le ricchezze del sottosuolo che non arrivano dove avrebbero dovuto. Forse lo stesso Dio, accortosi del problema, è diventato ostaggio del Continente e cerca di fare quello che può per salvare la sua reputazione divina. Intanto un film di animazione dal titolo ‘Allah in not obliged’ , , ‘Dio non è obbligato ’ è stato prodotto nel Lussemburgo l’anno scorso e si trova disponibile nelle sale cinematografiche quest’anno. Scommetto che Dio assisterà alla proiezione, in incognito, tra gli spettatori.


                   Mauro Armanino, Genova, maggio 2026



martedì, maggio 19

Distrazioni africane e parole da salvare di Padre MAURO ARMANINO

    Distrazioni africane e parole

da salvare  
  
‘Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta’. L’afferma, saggiamente, il rabbino di Genova Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza o peggio, per distrazione. La parola in questione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento. Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari e alcuni di questi aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. Ad esempio la disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire peraltro ciò su cui si fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del tempo in mercanzia contante.


Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi, a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si definiscono ‘guerre dimenticate’ o troppo lontane per profittare del privilegio di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una mistificazione.


Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La spinta ad esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non casualmente Oxfam, nota ONG humanitaria, evidenzia alcuni degli oltre 30 conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. La Repubblica (poco) Democratica del Congo che ha registrato nel passato milioni di morti e, nel presente, scontri tra forze governative e gruppi armati. Oltre 7 milioni di persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come per il Congo, il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie. In Somalia con la presenza di milizie e instabilità politica. In Etiopia con un conflitto che vanifica i piani di sviluppo in vaste porzioni del territorio. Il Sahel, già menzionato sopra, fascia di terra di mezzo che attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso. Area che, tra colpi di stato conseguenti agli attacchi di gruppi armati e conseguenti movimenti di popolazioni, è designata per il terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. Infine il Mozambico dove gruppi armati legati ad interessi ideologici e finanziari, rendono instabili notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto all’interno dei cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come fiori da una falce impazzita e cieca. Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per essere riconosciute tali nella storia scritta sulla sabbia della storia. Ecco perché, se vogliamo imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno scrisse che ‘prima di salvare le persone c’è da salvare le parole’.

                     Mauro Armanino, Padova, Maggio 2026

domenica, maggio 10

INNOCENTI SOVVERSIONI di Padre MAURO ARMANINO

Innocenti sovversioni



Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, si legge la scritta ‘Sovvertiamo tutto’. Non so da quanto tempo e da chi ma, fin dal mio ritorno alla casa di Quarto Castagna, l’ho notata e mi ha colpito. Chissà perché     sono lieto che la lapidaria frase non sia stata cancellata o ricoperta da una mano di pittura.
Il verbo sovvertire deriva dal latino subvertere e significa letteralmente ‘capovolgere, volgere sotto’ indicando l’atto di rovesciare l’ordine costituito. La parola sottolinea un’azione di ribaltamento dal basso verso l’alto. Sinonimi sono destabilizzare, sconvolgere, stravolgere e rivoluzionare. Il verbo coniugato alla prima plurale del tempo presente, ho imparato a preferirlo all’ inflazionato, ambiguo e manipolato ‘rivoluzionare’ che poi, spesso, significa ruotare fino al punto di prima. Cambiare tutto perché nulla cambi non è accaduto solo nel romanzo ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa. Le innocenti sovversioni non sono altro che fragili e talvolta censurate resistenze artigianali.



Si da un processo di ribaltamento dal basso dell’ordine (o disordine) esistente che si avvale di fatti e persone le cui scelte paiono inadatte, piccole e incapaci a ribaltare un sistema. Come il ben noto granello di sabbia che cade nei meccanismi di una macchina sofisticata e ne provocano l’inceppamento, momentaneo o definitivo. Oppure la polvere che, sorniona, si infiltra e ostacola la buona marcia del sistema. In quest’ottica come non ricordare chi, tra i 1225 professori universitari ‘invitati’ a giurare fedeltà al regime fascista il 28 agosto del 1931, rifiutarono di abdicare la dignità.
‘Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista... che non apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio’. Dodici professori dissero no al giuramento e furono tutti destituiti dalle loro cattedre. Sappiamo che il regime fascista crollò qualche anno più tardi ma crediamo altresì che nel gesto sovversivo dei dodici docenti stava scritta la sconfitta della dittatura. Non c’è sovversione senza sovversivi e a condizione di lasciarsi prima o nel contempo ‘sovvertire’ nello spirito e nel corpo. Chi ha permesso che cià accada è un testimone.
I giornalisti sono dei martiri che per mestiere sono chiamati a raccontare la storia quotidiana o cronaca consapevoli degli gli occhiali dell’ideologia, del portafoglio o della convenienza. Si tratta di uno degli specchi della società che si vorrebbe democratica. L’anno scorso è stato l’anno più letale mai registrato per il giornalismo contemporaneo. Il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), ci dice che lo scorso anno sono stati uccisi 129 tra giornalisti e operatori dei media e cioè il numero più alto da quando l’organizzazione monitora sistematicamente questi dati (1992). Inoltre, secondo l’ONU, circa 330 giornalisti sono attualmente detenuti nel mondo ai quali si possono aggiungere 500 giornalisti cittadini bloggers. Innocenti sovversivi le cui parole profumano di verità.
L’ONU ha ospitato in questi giorni il secondo Forum Internazionale per le Migrazioni che si celebra ogni 4 anni. Secondo il rapporto presentato dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, il numero dei migranti internazionali ha superato i 300 milioni di persone, circa il 3, 7 per cento della popolazione mondiale. Di questi 167 milioni sono lavoratori. Gli sfollati ammontano a 83 milioni. A questi dovremmo aggiungere 40 milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Nel Forum il Segretario generale dell’ONU ha ricordato che almeno 200 mila persone sono state vittime di tratta. Oltre 15 mila migranti sono morti o scomparsi sulle strade della migrazione nei due ultimi anni. Si tratta di innocenti sovversivi la cui assenza feconda una presenza. La stessa di un ex soldato israeliano.

‘Sei un traditore, mirzai, Sei una vergogna per il tuo sangue’, sussurravano vicino all’orecchio e mi tiravano indietro la testa...Ora, quando cammino vicino a un ristorante a Roma e sento il rumore dei turisti e delle posate sui piatti mi vengono i brividi. Il mio corpo è una mappa di nodi di dolore che non si scioglieranno mai. Ho cicatrici interne che i medici non possono vedere, dita che perdono sensibilità, una schiena che si rifiuta di stare dritta. Ma è proprio in quella carne martoriata che ho trovato la mia verità. Mi hanno tolto tutto, tranne la consapevolezza che il loro potere finisce dove inizia la mia resistenza. L’integralità del racconto si trova pubblicato nell’ultimo numero di Kritica.


Nulla di più sovversivo di queste parole impastate di sangue e dignità. Esattamente come quelle di Floribert Bwana Chui, giovane doganiere della Repubblica Democratica del Congo. Rapito, torturato e ucciso per aver rifiutato di far passare derrate alimentari avariate destinate al consumo per il suo popolo. Membro della comunità di Sant’Egidio, martire e beatificato il 15 giugno dell’anno scorso a Roma e cioè modello per tutti. Non dovrebbe stupire perché il simbolo dei cristiani è, appunto, una croce. Vi fu crocifisso, tra le migliaia di vittime, per evidente sovversione il Cristo. Divenuto insopportabile per il sistema politico-religioso del suo e, probabilmente, di tutti i tempi.
Devo confessare che se il volto di Dio riflesso nel Cristo non fosse quanto di più sovversivo ho incontrato finora, andrei subito a cercarlo altrove. Chi scrive spera che la scritta sul muro del condominio edificato su Corso Europa, non lontano dal cavalcavia di Quarto Castagna, non sia mai cancellata.

      Mauro Armanino, Genova, maggio 2026

sabato, maggio 2

QUANDO IL MONDO FA MALE di Padre MAURO ARMANINO

Quando il mondo fa male


... La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto... Ci siamo trovati a Piazza Caricamento di Genova, oggi il primo maggio della Repubblica fondata sul lavoro dove tre persone al giorno muoiono di lavoro. Camminando in corteo con un buon numero di stranieri delle scuole di italiano, mi tornava in mente questa prosa di Giorgio Gaber di fine anni novanta. Lui stesso aveva riconosciuto di avere rubato parole e idee a chi, come lui, sentiva il dolore delle battaglie non fatte. Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett e tanti altri. Cercatori di utopie come ricordava all’inizio dello spettacolo nel teatro Ivo Chiesa nella città di Genova. Il protagonista della serata dedicata a Gaber. 


Eduardo Galeano

Edoardo Galeano citato da Neri Marcoré, affermava che l’utopia, come l’orizzonte, si sposta sempre più avanti di dieci passi, irraggiungibile. L’utopia serve a farci camminare altrove. Non casualmente il pezzo recitato termina parlando di strada come vita e della vita come strada. Guerra alla guerra scandivano i giovani stranieri della manifestazione in via Garibaldi. Erano grida di Facce con dentro le ferite di battaglie non fatte.

... E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Ancora Gaber nella stessa prosa di quando il mondo gli faceva male. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti. L’orrendo crimine della menzogna sul destino e sentiero dell’umana avventura è all’origine del vuoto che caratterizza parte dell’occidente. Non potrà vivere una società basata sul consumo o la svendita del mistero presente in ogni volto e spesso sacrificato agli dei delle merci. Cittadini consenzienti e illusi consumatori poi ‘consumati’ o, se vogliamo, trasformati in meri clienti di un sistema che cambia di pelle ma non di spirito. I figli che non troveranno che supermercati, centri commerciali e un mondo a forma di denaro non sapranno per cosa o per chi dare la vita. Se non c’è più futuro, il passato è esistito invano, lo ricorda Gabriele Pedullà nel libro ‘Racconti della resistenza europea’. Perché sostiene lo scrittore Amin Maalouf in un suo scritto... Della perdita del passato ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci si riprende. Il Paese di cui l’assenza mi rattrista e ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza. Ma quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno.  


Amin Maalouf ( أمين معلوف; Beirut, 25 febbraio 1949) giornalista e scrittore libanese  naturalizzato francese È membro dal giugno del 2011 dell'Académie française, della quale svolge permanentemente dal settembre 2023 al presente le funzioni di Segretario perpetuo.

Nel corteo del primo maggio ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Africani, asiatici e giovani del posto che reggevano il mondo della memoria. La notizia sarebbe infatti arrivata puntuale ancora una volta. Almeno 17 persone di origine sudanese sono morti dopo che un’imbarcazione diretta verso Creta si è ribaltata a circa 100 kilometri dalla città libica di Tobruk. Nove sono i dispersi e sette i salvati. Noi, qui, ci troviamo in realtà tra i dispersi di una società che ha smarrito la memoria. La dimenticanza è, infatti, all’origine dei tradimenti perpetrati nel nostro tempo. Siamo stati e ancora siamo, un popolo di migranti spesso disperati senza meta che non fosse la mendicanza di un futuro differente. Si partiva, sovente, senza neanche sapere il tipo di mondo che si sarebbe trovato. Tenere desta la memoria delle nostre ferite aiuterebbe a capire meglio quelle che ci vengono offerte da chi arriva. Che il mondo faccia male è forse un dono inestimabile. Mettere assieme le ferite come feritoie, significa fare esperienza di un comune destino di umanità. La nostra patria è il mondo, ricordava un ritornello della manifestazione. 

... Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. 

Conclude così Gaber il suo lungo monologo sul mondo che gli fa male. Se non lo abbiamo già archiviato, il celebrato 25 aprile era ed è a tutt'oggi una straordinaria scuola di sogni, pagati da alcuni a caro prezzo... Mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano...

Bruno Frittaion, 19 anni, fucilato nel febbraio del 1945 in ‘Lettere di condannati a morte’.

     Mauro Armanino, Genova, 1° maggio 2026






domenica, aprile 26

USURPATORI DI LIBERTA' di Padre MAURO ARMANINO

Usurpatori di libertà


Il tempo è galantuomo perché rimette le stagioni della storia al loro posto. Sono passati 81 anni dal giorno in cui è stata proclamata la liberazione dell’Italia dal ventennio di tirannia nazi-fascista. Ricordi e dimenticanze si avvicendano a seconda delle convenienze. Sappiamo bene che le memorie sono altamente selettive. E’ infatti con gli occhi del presente che si intercetta e ricostruisce il passato per tentare di governare il futuro. In tutto ciò nulla di nuovo, se vogliamo citare il buon George Orwell nel noto romanzo distopico ‘1984’... ‘Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato’. In termini letterari Orwell descrive come la manipolazione della verità, della storia e della lingua servano a sostenere il potere assoluto.

Il tempo è galantuomo perché mi ha concesso di accompagnare l‘anniversario della liberazione dalla dittatura, nel mio Paese di origine. Non accadeva da anni poiché, in questo giorno, mi trovavo a vivere nel Sud del mondo con altre date e avvenimenti da celebrare. Il noto proverbio italiano sopracitato indica la possibilità, offerta dal tempo, di rivelare la verità, rendere giustizia e aprire un futuro liberato per tutti. Il quadro dell’avvenimento è stata la città di Genova, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Unico capoluogo italiano capace di liberarsi autonomamente dal dominio nazi-fascista il 25 aprile del 1945, prima dell’arrivo degli Alleati. L’insurrezione iniziò il 23 aprile e terminò con la resa del generale tedesco Gunther Meinhold. Unico caso di resa ai partigiani in Europa


Il tempo è galantuomo perché ci evidenzia le nostre quotidiane usurpazioni. Sappiamo che usurpare significa far proprio con la violenza o con la frode ciò che spetta legittimamente ad altri. Significa fregiarsi indegnamente di un titolo o ricoprire indegnamente un ufficio. Profittare di qualcosa che si è ottenuto senza effettivo merito. Anzitutto la dignità che abbiamo ereditato e tradito in questi ottant’anni di transito sedicente democratico. Secondo l'Articolo 3 della Costituzione italiana è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Abbiamo usurpato.

Il tempo è galantuomo perché rimette le bandiere, gli stendardi e i gonfaloni al loro vento. Colori, scritte, immagini e allusioni a patrie che indicano appartenenza, accomunanza di destini e, non raramente, l’orizzonte militarizzato. Non si dimenticano i morti perché sarebbe come ucciderli una seconda volta. Ci vorrebbe il silenzio del quale solo i cimiteri e il dolore dei padri e delle madri custodiscono il segreto. L'Articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Promuove la pace e la giustizia tra le nazioni, consentendo limitazioni di sovranità necessarie a organizzazioni internazionali. Usurpatori siamo della verità di questa opzione.


Il tempo è galantuomo perché offre spazi di giustizia, luoghi di redenzione e aperture a futuri differenti per tutti. Oggi è arrivato il giorno perché sapessi e visitassi ciò che venne chiamato il ‘sotterraneo dei tormenti’. Di ritorno dalla manifestazione festosa, partecipata e, in fondo funzionale al potere attuale, ho scoperto ciò che molti in città ancora ignorano. All’interno della ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi, primo partigiano d’Italia, esiste una zona che il regime nazi-fascista aveva adibito a celle e torture per i dissidenti. Per anni questa parte dell’edifico era stata murata onde farne dimenticare l’esistenza, l’orrore e, per compiacenza del politicamente corretto, le complicità. Come alla ‘Casa dello Studente’ si è ormai chiuso il tempo delle mistificazioni cosi si continui, altrove, quello delle insurrezioni con le sole mani nude da sventolare.


casa dello Studente




Momenti per i festeggiamenti a Genova

         Mauro Armanino, Genova, 25 aprile 2026