POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

domenica, aprile 12

E quando gli invisibili... di PADRE MAURO ARMANINO

E quando gli invisibili


Si accorgeranno di avere avuto in mano la storia fin dall’inizio, quello sarà il giorno atteso fin dall’inizio. Ci si accorgerà che tutto congiurava perché si arrivasse a quel momento. Il giorno dei poveri che all’insaputa intessevano quotidiane creazioni di mondi alternativi, nuovi orizzonti e umane grammatiche rimaste invendute nel mercato globale delle illusioni. Si tratta di insurrezioni artigianali e non sospette. Per questo passano inosservate in quanto fuori dai normali circuiti del sistema. 

A Fez, nel Marocco, si trovano molti studenti dell’Africa Sub-sahariana, una sorta di ‘élite’ universitaria che tra i tanti meriti c’è quello di ricordare all’Africa cosiddetta ‘Bianca’, del nord, che le Afriche sono tante e una allo stesso tempo. Tengono in vita una pluralità religiosa altrimenti spazzata via dal monolitismo tipico dei regimi che tendono ad omologare ogni dissidenza. I migranti si ritagliano spazi di sopravvivenza in un contesto nel quale l’identità nazionale surclassa quella umana, invisibile.

In una camera c’è lei. Una donna originaria della Costa d’Avorio a cui, per salvarle la vita, sono state amputate entrambe le gambe. Vive di aiuti, visite, solidarietà e pietà in una camera del quartiere dei migranti di Fez. Eppure lei aveva viaggiato persino nel Paesi arabi, lavorato come domestica e generato figli. Invisibile in una camera senza finestra nell’attesa che il destino dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni l’aiuti a tornare al Paese, prima che non sia troppo tardi.

Invece a Oujda, importante città di frontiera tra l’Algeria e il Marocco i migranti sono migliaia. Giovani che fuggono dall’eterna guerra nel Sudan e di altre simili provocate da interessi, poteri, complicità e soprattutto indifferenza perché, appunto, sofferte da invisibili senza importanza geopolitica. Alla frontiera è stata scavata una profonda fossa di 100 kilometri in territorio algerino e un’alta rete metallica in zona marocchina. Nella stagione delle piogge questa fossa diventa invisibile, di notte.

A Taza, invece, alcuni migranti erano nascosti in un cortile non troppo lontano dalla rinnovata stazione ferroviaria. Hanno tentato più volte di passare in territorio spagnolo ‘attaccando’ la triplice barriera metallica di Melilla, alta sei metri e dotata di sensori, filo spinato e lame acuminate per dissuadere coloro che osino tentare avventurarsi. Invisibili sono e tali dovrebbero rimanere. Alcuni di loro portano ferite nella carne e nello spirito. Il pensiero del suicidio non è mai troppo lontano.

Anche perché la storia vera, quella fuori dei libri di testo, scorre altrove. Una storia marginale, da sotterranei della storia come ricordava l’amico Alex Zanotelli e prima di lui il teologo Gustavo Gutierrez. La forza storica dei poveri nei quali nessune crede e, financo la Chiesa, senza colpo ferire, è passata dall’opzione per i poveri a quella ‘preferenziale, non esclusiva e infine occasionale dei poveri. Si applaude quando essa incontra e consiglia i potenti e i capi di stato che fanno la fila in Vaticano.

Gli invisibili li incontrano pochi anche perché c’è da abbassarsi e scrivere sulla sabbia invece che sulla roccia le leggi immutabili. D’altronde, le insurrezioni degli invisibili sono fatte di poche cose. Silenzio, dolore e gioia che si mescolano come polvere tra le lacrime delle madri e la cupa rivolta dei padri. Proprio In quel giorno, atteso fin dall’inizio, la storia era raccontata dai bambini che giocavano, in piazza, coi vecchi.


Frontiere

Migranti

Messa di Pasqua

Padre Armanino e Edwin

         Mauro Armanino, Aeroporto, aprile 2026

lunedì, aprile 6

I PIEDI DI FEZ di Padre MAURO ARMANINO

                                          

I PIEDI DI FEZ

La storia si fa coi piedi. Era il titolo di una compilazione di lettere dal centro storico di Genova con la prefazione dell’amico Marco Aime. Da allora sono stati ancora loro, i piedi, ad orientare il mio soggiorno nel Niger. I piedi dei migranti, rifugiati, sfollati, richiedenti asilo, viandanti, contadini, detenuti e comuni passanti senza meta. Piedi rammendati dal vento e dalla polvere che sanno più cose di quanto le scarpe o i sandali hanno saputo custodire malgrado il tempo che, spesso, cammina invece per conto suo. Li ho lasciati, con un certo rammarico, alla terra a cui appartengono.

Quest’Africa che cammina anch’essa e non da oggi, coi propri piedi dopo che altri hanno tentato di farla camminare con piedi stranieri. Poi mi sono messo sulla traccia di altre direzioni lasciando che i piedi dettino la mia rotta. In questi mesi di separazione non ho fatto altro che pedinare passi e piedi.

Nella mia sconcertante e bella terra ligure, anzitutto. Tra i tanti sentieri abbandonati o tra quelli indicati dei percorsi ad uso turistico e di paesini dell’Appennino che soffrono di solitudine. Ci sono stati in seguito i piedi dei migranti lavoratori di Castelvolturno e, non troppo dopo, quelli di Trieste. Sono questi ultimi che, appunto, Lorena Fornasir e con lei altri di Linea d’Ombra curano, accarezzano e rivestono di dignità. Siamo nella piazza ribattezzata dei popoli o piazza mondo. Adiacente alla stazione ferroviaria e non lontana dal Porto Vecchio con le strutture in pietra dell’impero austro-ungarico. Di nascosto ma non troppo, molti piedi di migranti si rifugiano in quelle strutture fredde e poco accoglienti per dare ristoro ai piedi, stanchi e feriti dall’attraversamento della rotta balcanica.

Il tempo di preparare il viaggio e via di nuovo per inseguire passi, piedi, rotte, paesaggi di frontiera. Si è trattato di Ventimiglia dove i piedi esitano tra sponde diverse. Francia, Italia, mare, colline, treno o in auto per tentare di passare il confine. Alla Caritas della città e certamente anche altrove, si trovava anche il servizio di scarpe nuove, usate o comunque sufficienti per camminare dove porta il cuore o i documenti buttati via da tempo. Alcuni di questi passi e piedi non sono mai arrivati perché il treno è passato e, troppo tardi si è accordo di loro camminando sui binari. Proprio quello che succede coi piedi mutilati, tagliati, resi inutilizzabili da bombe e armi studiate apposta per ferire nel peggiore dei modi i nemici della patria. Piedi intrappolati in guerre mai scelte o volute. Piedi che fuggono e cercano un rifugio dopo aver camminato ore, giorni, mesi, anni. A volte tutta una vita scappando.

Poi c’è Fez. Città imperiale e autorevole testimone di tredici secoli di storia. Situata nel nord-est del Marocco e considerata come la capitale culturale del Paese. Anche grazie alle strategie geopolitiche dei dirigenti Fez è riconosciuta e ambita meta per continuare gli studi universitari o specializzati. Le stime del 2021 attestano che circa ventimila studenti sono di origine africana, circa l’83 per cento. Alcuni di questi piedi erano nelle mie e nostre mani la sera del passato giovedì, memoria del gesto che Cristo, secondo il vangelo di Giovanni, ha lavato e asciugato i piedi dei suoi amici. Le mie ginocchia che, in genere, non si piegano davanti a niente, si sono messe ai piedi di una dozzina di studenti africani, ragazzi e ragazze. I loro piedi sono stati lavati con acqua nuova e, prima che il confratello li asciugasse, sono stati baciati. Le mie labbra posate con pudore sopra i loro piedi nudi perché osino scoprire nuovi sentieri di pace.


     Mauro Armanino, Fez, Pasqua 2026


sabato, marzo 28

LE GUERRE FERIALI NEL QUOTIDIANO di Padre MAURO ARMANINO

                       Le guerre feriali nel quotidiano

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica. Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un... ‘ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostro Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, derivano da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale dopo una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale. Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest'ultimo si trovava sull'albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava a piedi dell'albero. Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un'officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L'impatto non ha lasciato scampo all'operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa. invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24 mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’ONG, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza. Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2, 5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale di ciò sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nasconde un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma... ‘Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così’. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso’ Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso’. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

Domenica delle Palme Santa Messa

         Mauro Armanino, Casarza, fine marzo 2026

sabato, marzo 21

SOLO EL AMOR di SILVIO RODRIGUEZ



SOLO EL AMOR (Silvio Rodriguez)

 

Debes amar,
La arcilla que va en tus manos,
Debes amar,
Su arena hasta la locura
Y si no,
No la emprendas
Que será en vano
 
Sólo el amor
Alumbra lo que perdura,
Sólo el amor
Convierte en milagro el barro
 
Debes amar,
El tiempo de los intentos,
Debes amar,
La hora que nunca brilla
Y si no
No pretendas tocar lo cierto
 
Sólo el amor
Engendra la maravilla,
Sólo el amor
Consigue encender lo muerto
Sólo el amor
Engendra la maravilla,
Sólo el amor
Consigue encender lo muerto

TESTO RICEVUTO DA PADRE MAURO ARMANINO
per ascoltare la canzone, cliccare sul link qui sotto
 


IL TRENO di PADRE MAURO ARMANINO

Il treno


Ero appena tornato dalla frontiera di Ventimiglia, in treno. Due giorni dopo dopo sugli stessi binari camminava un giovane che cercava di passare la frontiera nella galleria in località Balzi Rossi. Si tratta di una parete rocciosa attraversata da caverne dove sono stati scoperti reperti risalenti al paleolitico superiore. Tra questi una ventina di sepolture umane alcune delle quali riferibili a individui del tipo Cro-Magnon, uomo di Grimaldi. Il corpo irriconoscibile di Meher Naffouti, ragazzo tunisino di 25 anni è stato trovato il sabato mattina 14 marzo scorso sui binari presso il confine di Stato di Ponte San Ludovico. Un corpo che è stato difficilmente riconosciuto da indizi che la stessa famiglia ha potuto confermare. Ero appena tornato da quella zona con un nodo di tristezza negli occhi di cui, solo adesso, ho colto appieno la premonizione. Un binario che conduce all’ultimo viaggio.


E' stato il macchinista di un treno francese in ingresso in Italia a vedere il corpo sui binari verso le 10 di mattina. Meher, nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia dove vive la sua famiglia, era già stato in Olanda. Aveva poi vissuto in Germania per qualche anno e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia. Il destino lo aveva portato in Italia da dove si accingeva ad uscire, camminando come un acrobata di utopie, sui binari del treno che solca il confine di Stato. Come tanti altri migranti, almeno una cinquantina dal 2025, ha perso la vita lungo la ferrovia che avrebbe potuto portarlo dove sognava di vivere. Pensava che attraversando il confine sui binari non avrebbe trovato posti di controllo della polizia francese. Dalle testimonianze raccolte si parla di lui come di ‘una persona gentile, disponibile e che condivideva tutto ciò che aveva...amava le motociclette’, ricordano gli amici.

Gli stessi amici non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio. Impossibile per il macchinista accorgersi di quel giovane che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava, lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici. Poche ore prima della morte, la sera prima alle 23, Meher aveva comunicato il suo piano ad amici in Germania. Aveva espresso con semplicità il suo piano di raggiungere la Francia, Paese in cui desiderava continuare il suo futuro. Dalla Germania era stato trasferito in Svizzera e poi in Italia.

I treni portano lontano e transitano frontiere. Ci sono i binari che li guidano su rotte stabilite per meglio viaggiare, comunicare, spostarsi, viaggiare altrove. Ci sono treni che non portano da nessuna parte anche se lussuosi e magari con l’obbligo di prenotazione. Proprio su uno di questi treni, consapevolmente o meno, ci troviamo. Morire a 26 anni sui binari di treno che attraversa il confine, allungando la lista dei morti sulle frontiere dell’Europa è una grave sconfitta. Almeno 655 persone sono morte o disperse nei primi due mesi dell’anno nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. 


Il nome Meher ha origini persiane e significa amore, amicizia ed è spesso associato alla luce del sole. Proprio quello che una galleria del treno che passa sui binari ha cercato di spegnere. Ora, giusto alla frontiera, c’è solo una stella in più, accanto ad una croce. 

                     Mauro Armanino, Genova, marzo 2025


giovedì, marzo 19

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero - notizia ricevuta da Padre Mauro Armanino

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero     


17 marzo 2026 | 18:31

Si chiamava Meher Naffouti e aveva 25 anni. Il ricordo degli amici: «Era un ragazzo generoso, sognava una vita in Francia»

Ventimiglia. Sognava di vivere in Francia ed è morto per raggiungerla, Meher Naffouti: il ragazzo tunisino di 25 anni il cui corpo è stato trovato sabato mattina lungo i binari della linea ferroviaria che collega Ventimiglia a Mentone, in località Balzi Rossi.

Il giovane, che per un lungo periodo aveva vissuto in Germani, era nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia, dove vivono i suoi familiari. «Era una persona molto gentile, sempre disponibile per tutti; condivideva tutto ciò che aveva. Amava le motociclette e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia», lo ricordano gli amici.

A dare un nome a quel corpo straziato dall’impatto con un treno, sono stati gli agenti della Polizia Ferroviaria, diretti dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Scionti. Dietro all’identificazione, tutt’altro che semplice, c’è stato un lavoro lungo e delicato, condotto con professionalità e umanità dagli agenti della Polfer. Il giovane, infatti, non aveva con sé alcun documento: una circostanza che ha reso necessario avviare accertamenti complessi, estesi anche oltre i confini nazionali. Le verifiche hanno coinvolto più Paesi, incrociando informazioni e contatti fino a risalire alla sua identità e, soprattutto, alla sua famiglia in Tunisia, che è stata infine rintracciata.

Un impegno investigativo che non si è limitato agli aspetti tecnici, ma che ha avuto anche una forte componente umana: restituire un nome a quel corpo e dare una risposta ai familiari del giovane.

Nelle ore precedenti alla tragedia, Meher si era messo in contatto con gli amici in Germania. Erano circa le 23 della sera prima del ritrovamento del corpo, e aveva detto loro chiaramente quale fosse il suo obiettivo: raggiungere la Francia, il Paese in cui desiderava costruire il proprio futuro. Dopo la Germania, invece, era stato trasferito in Svizzera, ma il suo desiderio era rimasto sempre lo stesso: arrivare in Francia e stabilirsi lì definitivamente.

Gli amici, sconvolti dalla notizia, non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio: impossibile per il macchinista accorgersi di quel ragazzo che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava: lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici.   

Ricevo questo articolo da Padre Mauro Armanino, e racconta quanto succede ai giovani che cercano aiuto in Europa, ma che corrono forti rischi.


martedì, marzo 17

Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse di Padre Mauro Armanino

 Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse

Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si  trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile,  tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eludere la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.



Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocalissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, genuine epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’ , abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali. 
L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica.

Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, kilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. La frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere del due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete.



Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno. 

    


Dipendono, in ultimo, dall’originaria ferita come indelebile segno di finitezza di cui siamo i portatori. Le frontiere delle frontiere si trasfigureranno solo allora in apocalissi coi colori dell’arcobaleno.


Mauro Armanino, in treno da Ventimiglia, marzo 2026



venerdì, marzo 6

NASCERE NON BASTA di PADRE MAURO ARMANINO

               Nascere non basta   

Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con ...ogni giorno. 

                           Nascere non basta

E’ per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno.

Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto ( o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta.

C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà.

Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto ...

Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate.

Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione.

Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole.

Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa. 

Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è chi rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno.

N


Sestri Levante
    Mauro Armanino, Casarza Ligure, marzo 2026



lunedì, marzo 2

sabato, febbraio 28

CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di Padre MAURO ARMANINO

Con lo sguardo di un colonizzato

Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.

Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.

Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.

Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.

Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.

Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.

Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.

Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.

             Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026


venerdì, febbraio 20

Complici nell’età dell’inconsistenza di Padre Mauro Armanino

 

Complici nell’età dell’inconsistenza

Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’ esecuzione della condanna a morte del Cristo.
Da allora le mani, quelle ‘pulite’ dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola ‘complicità’, derivante dal latino, significa ‘coinvolto’, ‘piegato assieme’ e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la ‘complicità’ esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.

...Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. E’ l’età dell’inconsistenza. Così affermava lo scrittore e professore Roberto Calasso nel suo libro ‘L’innominabile attuale’ nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre le mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino.
Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’ inconsistenza assassina.... ‘Sono forse io il custode di mio fratello’? Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle élite più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.


Naturalmente non si tratta solamente di un ‘Discorso sulla servitù volontaria’ come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile Epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. 
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché ‘piegati assieme, coinvolti’ in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora ‘non è tanto restare vivi... quanto restare umani’, così sentenziava il saggista George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.











         Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026