POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, agosto 29

UN FILO D'ERBA PER VOVA E VIKTORIA lungo racconto del Professore GIULIO MARRA

UN FILO D’ERBA PER VOVA E VIKTORIA 

di GIULIO MARRA


1-

Vova si fermò e s’inchinò a osservare un sottile filo d’erba, un niente nell’immensa natura, uno zinzino verde che a stento si teneva ritto. “Non mi vorrai spezzare” sussurrò il neonato filo d’erba. Vova non sentì le parole, non le intendeva, erano dette in una lingua diversa dalla sua. “Mi strapperai, mi strapperai?” chiese tremolando il filo d’erba, mosso da un alito di vento, un fremito, un leggero fremito di infantile natura. Si affidò al vento, alle irrequiete foglie del pioppo che ogni piccola brezza muove sfarfallanti di bagliori argentati, ‘sostanza visibile del vento ’, promessa di vita: “Non strapparmi, diventeremo amici noi due, diventeremo grandi e saremo amici”. 

Hanno gli alberi un cuore? Hanno occhi e voce? È mai accaduto che un albero rispondesse a una semplice domanda umana: albero, ma tu sai che io, Vova, esisto? Non hanno gli alberi occhi e voce come Vova, ma gli alberi di castagno dalle foglie giallo-oro illuminano il mondo. Vova le conserva essiccate, tra le pagine di un libro, un agguato alla memoria che scatterà quando le ritroverà conservate in un vecchio libro o tra le pagine di un diario, come accadrà alla piccola amica, Iehor, che nel suo diario immagina fate tra le fronde, elfi e folletti uscire dai boschi. Iehor disegna una grande tavola imbandita con il cibo dei suoi sogni: “A me piacciono tanto le patate novelle, di quelle che si mangiano senza sbucciarle.” Nel disegno si vede anche una torta e dei piatti di frutta fresca. Anche Yuri ama fare colazione come Iehor e mostra una foto sul cellulare di una tavola imbandita con uova, bacon, avocado e dolci per una domenica di relax. E Jaroslava Mahuchikh spera di ritrovare la sua amata città, Dnipro, e gli amici, le passeggiate, e il nostro delizioso bortsch. Quando vengono chiamati per nome, alla chiamata rispondono: “Ci sono!”. Nel diario, la piccola Iehor disegna alberi in fiamme. Tagliati all’altezza di un metro, diventeranno sculture e verranno decorati. Seduto sui tronchi colpiti e sradicati vicino al bunker di fortuna, Vova immagina che i tronchi serviranno per fare tavole, sedie e panche di casa. “Rappresentare la guerra per come si mostra” dice Dmytro Hainetdinov: “Ci sono stati episodi non solo di terrore: abbiamo esposto anche cibo che alcuni soldati russi, i corpi d’élite mandati a occupare l’aeroporto, hanno regalato ai vecchi e ai bambini ucraini nascosti sottoterra… in Ukraine Crucifixion.”

2-

Passò il tempo.  Vova si ritrovò nello stesso luogo dopo molti anni e gli volle qualche secondo per capire dove si stava inoltrando, dal nulla si materializzava un bosco, gli era bastato alzare gli occhi per vederselo davanti. Il filo d’erba non era più un filo d’erba, nel trascorrere degli anni era diventato un albero sano, frondoso, orgoglioso, amante dell’aria e del cielo azzurro. Le ombre che gettava sul terreno erano raggi trattenuti dalle chiome verdeggianti, disegnavano tracce e vie segrete. Vova camminava cauto, turbato, attento, fuggiva, era inseguito? 

Camminava guardandosi attorno come se da ogni dove sbucasse una minaccia, dietro i tronchi bruni e nelle ombre disegnate sul terreno, nel frusciare melodioso delle foglie. Non ricordava di essere stato in quel prato, di essersi seduto accanto al piccolo filo d’erba e d’averlo accarezzato? Rami sottili risuonavano come corde di violino, gli parlavano al cuore come parla al cuore la musica. Ricordava la voce di un abete rosso, di una quercia, di un carpino bianco? Gli rispondeva dall’Italia Piergiorgio Ratti: “Come posso far cantare un mela, una lantana, un ontano nero, un nocciolo? La risposta è in una “fantasia verde” per sette piante soliste, sax e orchestra”, a cui si aggiunge il fiume Dnepr, il verde fiume, l’usignolo di Kiev, anche se la guerra farà di quelle acque un fiume di sangue, e si aggiunge il rospo smeraldino di prati e giardini con il pu puup pup del suo canto in ore serali. Una “fantasia verde” è stata creata. Fare musica in tempo di guerra aiuta, rinvigorisce, conforta e dà coraggio. Proveniente da una famiglia di immigrati ebrei di origine ucraina e lituana innamorata della musica, la musica per Gershwin era l’aria che respirava, il cibo che lo nutriva, la bevanda che lo ristorava, l’emozione che suscitava ricordi, un incontro, un amore, un Porgy and Bess. Per lui comporre era illuminazione improvvisa e poteva capitargli anche di sentire una musica nuova proprio quando era immerso nel rumore. È così anche per i giovani musicisti ucraini? 

3-

A Vova il bosco parlava di quando, bambino e filo d’erba, si erano incontrati. Non un filo d’erba, ora un filo di speranza e di dolore.

“Così finisce la mia vita?” sussurrò. “Aspetto di morire quando la vita mi ha distrutto, non vorrei morire quando la vita non mi ha distrutto”. Il colpo che l’aveva ferito lo costrinse a fermarsi. “Avessi il mio pesco! Mi addormenterei ai suoi piedi, appoggiato al tronco, e la mia ferita guarirebbe.” Arrivò un refolo di vento sul quale volava un leggero amento di quercia che rispose: “Lo so, lo so... soo... sooo… Vova. Così faresti ingiallire le foglie del roseo pesco che cadrebbero una dopo l’altra.” Vova sapeva che questo sarebbe successo se si fosse seduto accanto al pesco, trasmettendogli la sua ferita. Se ne sarebbe liberato, ma il pesco l’avrebbe assorbita e sarebbe morto. A volte le leggende servono per sperare di conservare la vita e se ne inventano ora dopo ora. Il mondo si potrebbe sacrificare pur di salvare la propria vita. Avesse trovato un gelso! Le gemme dei futuri frutti ‘colte con la mano sinistra’ e senza che toccassero terra ‘portate come amuleto’ arrestavano ogni tipo di emorragia. Perciò Plinio conclude: ‘le meraviglie… che riguardano quest’albero… sembrano più quelle di un essere vivente’. Gli zingari della Transilvania e della Romania alla festa di primavera tagliano un giovane salice che a sera viene circondato dai malati e dai vecchi che sputano su di lui tutte le volte dicendo: “Tu morirai presto ma lascia vivere noi.” Poi le donne incinte depongono un loro indumento sotto i rami. Se l’indomani vi è caduta sopra una foglia di salice, sanno che il parto sarebbe stato facile. 

Vova non si reggeva in piedi. E si sedette appoggiandosi al tronco di un noce. In lontananza, si sentivano spari. Gli creavano un tumulto nel petto di cui non riusciva a liberarsi. Qualcuno da un momento all’altro sarebbe apparso? 

Si appoggia al tronco del noce, la ghianda di Giove, Juglans regia, che protegge con la sua chioma tondeggiante, con rami vigorosi, donando quel senso di maternità che solo un albero di noce sa dare. Vova inizia a pensare, a ricordare, come tra mura famigliari, miti, favole e leggende dove è facile imbattersi in fate che fanno l’altalena nei gusci di noce, noci amuleto che proteggono dai fulmini, dalle malattie o dalle sventure, o magiche noci che racchiudono tesori e oggetti fatati; abiti e stoffe come la serica tela della rana trasformata in principessa… gusci di noce sui quali, secondo una leggenda slava, gli uomini trovarono rifugio dal diluvio universale.



4-

Ricorda le voci di Sonia e Yelyzaveta? Ricorda la loro voce, ma non sente la loro voce nel teatro di Mariupol, e non si vedono i loro passi di danza: i passi del gruppo danzante delle Farfalle, dei Fili d’erba e delle Rondini non si vedono sul palcoscenico di Mariupol. Dove sono i bambini di Mariupol? Come Farfalle danzavano tra fiori gialli di tarassaco, volavano via e tornavano, ritmicamente; e poi entravano allegre le Rondini, con ali curve e mani alate afferravano stracci di nuvole; e poi i piccoli Fili d’erba danzavano alla musica del vento, come fruscianti libellule azzurre, lungo il margine lucido dei fossi. Dove sono le Farfalle, i Fili d’erba e le Rondini? Crescono ancora fili d’erba lungo i fossati arsi dal calore degli scoppi, volano ancora le farfalle sui fiori inariditi di tarassaco, e nel cielo fosco sfrecciano le rondinelle a gruppi, stridendo? Ci rimane la farfalla contemplata da Amore e Psyche del grande scultore, oh, le sue ali sottili sembrano un monito sulla fugacità dell’amore, della bellezza, della giovinezza e della vita stessa, ma nella speranza cristiana la farfalla sulla mano di Gesù bambino è il simbolo dell’anima risorta. 


O superbi cristian (…) non v’accorgete voi che noi siam vermi 

nati a formar l’angelica farfalla 

che vola alla giustizia senza schermi?

Purgatorio X 124-126


Dove sono i bambini di Mariupol? Dove sono Sonia e Yelyzaveta? Giocano lungo la rampa d’ingresso ai binari della metropolitana di Kiev, trasformata in uno scivolo. Vova lancia uno sguardo allo zaino che ha depositato a terra? C’è un angolo per i giocattoli salvati dalle case distrutte: pelouche sventrati, un orsacchiotto rimasto senza una zampa e due bambole senza una mamma: nessuno sa che fine hanno fatto i loro bambini. Le donne lo sanno? Le donne, madri e nonne, ucraine e russe, portano quasi tutte il Babushka annodato sotto il mento, fanno il nodo e piangono di un pianto inconsolabile. “Pronto, chiamo dalla Cecenia: sapete se mio figlio è vivo?” ... Come la Maddalena del grande scultore, accovacciata a terra dov’è posato un teschio, con un crocifisso tra le mani. “E’ una sofferenza totale: dolore d’amore. Maddalena sembra una Venere fattasi cristianamente eremita per un sofferto e perduto amore.” Parla a chi è rimasto: anziani che non possono migrare, poveri che non hanno parenti o amici per ricominciare, famiglie che non vogliono separarsi. Le donne piangono per chi non c’è più… per i figli al fronte, per il futuro in frantumi… nel loro orizzonte c’è un solo raggio di sole che può illuminare il cielo grigio di questa guerra: i bambini. Nipoti o sconosciuti poco importa. Davanti a un bambino i vecchi sorridono. Sempre. E i giocattoli dei bambini di Mariupol? Non sono orsetti o altri animali carini bensì peluche di aerei e missili. Sono un simbolo della resistenza e trasmettono valori importanti ai piccoli, come l’importanza di lottare per la libertà. Olga Tokariuk ha comprato a suo figlio un peluche di Miriya, il gigantesco velivolo cargo ucraino distrutto durante l’occupazione russa, “il nome significa ‘sogno’ perché ogni bambino deve avere un sogno”. Non mancano missili Javelin e droni Bayraktar, gadget e cuscini con i colori della bandiera ucraina, con ricamati dei trattori, uno dei simboli della resistenza.

5-

A Vova il sangue, a gocce, cola dalla spalla, gocce come fiori rossi scossi dal vento cadono a terra. Sente passi nel frusciare delle fronde. Una ragazza, se ne va per il bosco raccogliendo fiori con un cestino in mano che riempie di colori, del senso che il colore ha per il suo mondo, tarassaco e cielo azzurro, per portarli forse al suo innamorato. Raccoglie da terra una foglia d’acero, una mano aperta, i lobi si dipartono come frecce dal cuore: le ricorda le molte mani azzurre dipinte sui cancelli degli asili. L’acero rosso regala colore e calore di vita alle brume grigie di novembre. Ma in questi giorni si è visto scorrere tanto sangue sulla neve in Ucraina e Anish Kapoor commenta: ‘Spezza il cuore, spezza il cuore, quando l’arte coincide con la vita vera. La violenza è intorno a noi sempre.” La ragazza avrebbe voluto una celebrazione euforica della vita con il siliquastro, che si esprime in grandinate di fiori raggruppate in caotici accrocchi, cui sembrano non bastare i rami tanto da scivolare lungo tutto il tronco; che talvolta appare avvitato su se stesso come una colonna rococò. Racemi esuberanti di un lilla sfrontato, impossibili da associare a una qualsiasi immagine di tristezza, di vergogna, meno che mai di lutto. La Spagna lo considera l’albero degli innamorati, a causa delle foglie a forma di cuore che si dipartono alterne sui rami. A Istanbul è un simbolo, perché i fiori crescono direttamente sul tronco, come ametiste incastonate nel nerofumo della corteccia, piccole gemme bizantine che in primavera sulle sponde del Bosforo danno vita a giochi di colori, simili a fuochi d’artificio alla luce del giorno. 

“Vorresti ritornare ad essere un filo d’erba com’eri tanto tempo fa?” chiese Vova al grande albero. Non sentì parole, ma un fremito, un fruscio gli fece capire parole, forse di sorpresa, forse di saggezza di chi ha anni per decine, per centinaia davanti a sé: “Gli alberi sussurrano le loro storie, la storia delle loro cortecce, la storia delle loro fronde, la storia delle loro radici.”

“E tu torneresti ad essere quel piccolo bambino?” Vova se ne stette zitto per qualche secondo, il sangue gli colava a terra sulle radici esposte.

“Io si, io ritornerei ad essere quel bambino e ricomincerei tutto daccapo.”

“Il primo amore non si scorda mai, comincia da qua” disse l’albero. Vova non lo capì? Ma subito sentì un pianto. La ragazza si stringeva le mani agli occhi.

“Cos’hai” gli chiese.

“Sto soffrendo” rispose.

“Ti hanno abbandonata?”

“Si”.

“Ritornerà?”

“Non ritornerà.”

“Appoggiato a questo tronco, io vivo ormai più nell’anima che nel corpo.”

“Laggiù è un inferno, la guerra massacra la natura, aria, acqua, terra, piante, animali…” 

“Io cerco mio padre” mormora Vova.

“Io cerco Oleg. È un giovane ceceno che cercava il fratello Shamsudin, aveva telefonato due giorni fa ma d’allora più nulla, si trovava a Kherson. Oleg dove sei, dove sei? Non voglio questo! Oleg dormiva in tenda a Smolensk, poi gli hanno detto che li avrebbero portati nei campi a esercitarsi… io urlo ma la madre di Oleg si è già vestita da morta e aspetta.” 

“Io cerco mio padre.”

“Io cerco il mio innamorato, subito dopo il rito nuziale abbiamo imbracciato il Kalashnikov e siamo andati a ingrossare, l’uno ceceno e l’altra l’ucraina, le file della Resistenza. Io non potevo volgere lo sguardo altrove alla vista delle donne di Kiev che con le bottiglie di birra rastrellate in casa preparavano molotov con polistirolo frantumato innaffiato di benzina.”

“Così è la tua vita per amore di Oleg? Il sangue mi cola giù dalla spalla, non riesco a muovermi, vieni vicino. Vuoi che sia io il tuo innamorato?”

“E poi cosa farò, rimarrò vicino a te? Innamorata del perduto Oleg, mi lancerò dalla bianca rupe di Leucade? Volerò come Psiche in cielo per mano di Mercurio dal mio Amore?

“Non hai voglia di parlare? Sai che cosa? E per esempio qualche parola ***** 

C’è chi dice che è un esercito di cavalieri, di fanti, 

una parata di navi sia la cosa più bella, 

sulla terra nera, 

io ciò che si ama

6-

Un foglio cade dallo zaino di Vova, una pagina del diario della piccola Iehor, del 26 marzo: “Oggi è morto mio nonno.” A lato disegna una figura alata: È il nonno che va in paradiso. Disegna la mamma Helen e la sorella Veronica, ferite, che camminano per la città in fiamme in cerca di un ricovero, vicino si vedono tre carri armati, uomini stesi a terra, lo schizzo di un soldato che spara contro chi cerca di nascondersi tra le macerie. “I morti stanno bruciando, tanti corrono. Ecco i carri armati, stanno sparando a un uomo: si è nascosto dietro un muro, ma la sua mano è ferita”.

“A cosa servono le parole, cosa sono le parole davanti a una mano ferita?”

“Parole? Pace, guerra, bomba, atomico, profugo, fuga, resistenza… “La guerra è sacrilegio, è fatta di persone trucidate, di sguardi disperati, di esistenze devastate, di bambini che hanno nelle orecchie il suono di bombe e sirene.” … Non esiste la Guerra ma solo esseri umani che uccidono, la guerra non è un’idea astratta (Antistene). Terribile l’idea che “il corpo sia luogo di lotta e l’ultima risorsa di cui disponiamo per protestare. Non ci sono più parole ma un’adesione viscerale alla fisicità di cui si esibiscono gli aspetti più scandalosi: una “l’estetica del crudele” propone scene violente, aggressive, fastidiose respingenti. Una storia di martiri, di prigionia e di perquisizioni corporali ci trasmette sgradevoli sensazioni visive e olfattive, viaggio al termine dell’abiezione, tra impiccagioni, agonia, frustate e torture (…)” È questa la realtà?

E tuttavia due innamorati continuano a incontrarsi e a cercarsi. E c’è una donna, lungo una strada devastata dai bombardamenti, dove due gattini neri giocano nelle macerie di fronte a una casa dalle finestre esplose. Lei raccoglie il gattino troppo temerario e lo porta dietro il cancello. “Ho paura ma dove posso andare? Io non servo a nessuno… Il mio gatto mi aiuta, mi è sempre molto vicino.

Migliaia di profughe ucraine hanno attraversato la frontiera con i loro animali domestici. Li hanno portati in braccio, nelle gabbie, nei trasportini, nelle borse. Impossibile lasciarli a casa, sono come figli. Otto di essi di loro hanno trovato accoglienza a Trieste… serve ricordare che neanche la guerra può soffocare l’umanità. Tatjana stringe in braccio la piccola Marta, gatta nera e paffuta di otto anni: “E’ parte della nostra famiglia, per mia figlia è stata come una sorella, quando io uscivo per lavoro loro due stavano insieme giocavano, si coccolavano, e se mia figlia era malata, era un conforto avere le attenzioni di Marta.” Busia ha nove anni: “L’abbiamo curata ed è guarita. Quando è iniziata la guerra anche Busia se n’e accorta: quando venivano azionate le sirene sì rintanava sotto il divano, aveva paura di quel rumore che non aveva mai sentito. Poi la fuga nel bunker, Busia ha sempre dormito con me. Charles Darwin descrisse l’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872) utilizzando espressioni corporee e facciali di cani, gatti, cavalli, ruminanti e primati, lasciandoci una storia evoluzionistica di gioia, allegria, amore, sentimenti affettuosi, devozione, irritabilità, odio e ira.

Ogni dolore, ogni rimpianto, imprigiona in un’esistenza di sofferenza. Quando mi chiederanno - se qualcuno mi chiederà - cosa in verità è successo, ricorderò quei due gattini oppure i gattini si perderanno tra i dettagli dei giorni e delle notti, che non so più decifrare? Sarà fedele la memoria che la sofferenza piega e distorce come si distorcono lo spazio e il tempo? il mio spazio si accorcia e il mio tempo rallenta. Qualcuno dirà che quanto racconto non è mai accaduto. Esisteranno il passato, il presente e il futuro? Sarò persa in uno spazio interstellare dove onde gigantesche mi travolgono.

7-

Ma davanti alla danza dei figli di Alcinoo del grande scultore tutto si presenta come eterna memoria. “Noi siamo con Ulisse rapito dalla scena dei danzatori. Accanto a lui, la famiglia reale con Alcinoo e Nausicaa che l’osservano. Dall’altra parte, i Feaci accompagnano con le braccia protese i danzatori, mentre Demodoco suona la lira. All’estrema sinistra, il padre porta sulle spalle il suo bambino ignudo”: cosa significa questa fuga, significa che il padre vuole allontanare dal bambino il triste destino di solitudine dell’eroe omerico? Dietro a quale cancello una fata morgana riuscirà a nasconderlo al destino? Quel padre non vuole un eroe, non vogliamo essere eroi, vogliamo essere eroi comuni nella semplicità domestica. Quale fata morgana salverà i bambini del teatro di Mariupol? Quale musica accompagna i loro passi di danza? Chi suona la lira sul palcoscenico deserto… Attraverso le mura forate dai colpi vi arriva ormai solo una folata di vento. Yuri si allena a sparare. Un piccolo tatuaggio sulla guancia sinistra, tre note musicali: “suono la chitarra classica. Nella guerra che strappa via tutto, anche le certezze diventano minime, fondamentali per sopravvivere…”. Quale fata morgana proteggerà Sonia e Yelyzaveta?

Dopo il grano del Donbass e l’acciaio di Mariupol inizia il grande furto dei bambini. il dittatore ha emanato un editto per fare bottino di guerra anche dell’infanzia. L’obiettivo è russificare a forza gli orfani strappati ai loro genitori, obbligarli a un giuramento di adesione e fedeltà al regime che ha distrutto le loro famiglie per dare nuove madri e padri schierati con l’esercito che sta oggi devastando le loro terre. Ma può un filo d’erba crescere, o una farfalla volare, o una rondine sfrecciare per questi bambini? Possono i più giovani diventare bottino di guerra per essere mandati a uccidere o farsi uccidere in guerre decise da pochi anziani chiusi da decenni nelle mura del Cremlino, come distorti Saggi pronti al sacrificio umano per una divinità che conceda il ritorno di una feconda primavera.

Ci raggiungono immagini di Sacrificio: povere mani legate dietro la schiena, mani irrigidite dalla morte, mani che stanno compiendo gesti quotidiani come portare un sacchetto di patate, mani curate che mostrano la voglia di vivere, mani legate come contraddizione con il matrimonio, la mano di un padre  che non lascia la mano del figlio  di 13 anni ucciso a Kharkiv durante un attacco missilistico, gambe legate, una gamba in cortile mangiata da maiali, gli scarponi dei russi morti a Bucha foderati di aghi di pino: usanza dei cacciatori mongoli per nascondere il proprio odore. In quei luoghi di massacro sono passate truppe che venivano dalle tundre dell’Asia più remota.

8-

“Ho sognato che mi legavano le gambe, mi sono liberata e sono corsa nel bosco e ho trovato te, Vova.”

“Conosci il mio nome?”

“Adesso lo conosco. Tu sei Vova. È stato un tuffo fondo.”

“E tu sei… Viktoria.”

“Qui nel bosco!”

“Si, nel bosco.”

“Cosa vuoi dire?”

“All’ingresso del bosco c’è una candida tenda che si apre al mondo, come all’ospedale davanti alla nascita di una vita.” 

“Non ci possono essere segreti tra di noi, esseri umani... mi sono illuso di poter usare le parole ma quello che resta è una serie di frasi slegate e precipito verso il fondo… alle cinque di mattina, la sveglia del cellulare trilla. Io, Vova, sono un cameriere, manca un’ora all’inizio del turno. E sono un atleta come Yaroslava Mahuchikh. Do inizio alla giornata allenandomi, con l’energia dei vent’anni mi butto fuori di casa, all’alba, per correre. È il nostro modo per regalare un sorriso all’Ucraina, per non smettere di parlare di ciò che sta succedendo. Le nostre medaglie saranno per il popolo ucraino e per chi combatte per la nostra libertà. Succede mentre mi sto allacciando le scarpe, un boato. Quel mattino il 24 febbraio alle 5:15 a Kiev si è avvertita la prima esplosione, è cominciata la guerra. Vengo a correre nel bosco e vengo qui a vedere nascere l’erba” confessa Vova “fili di speranza, e, questa è la mia risposta, diversa dalla tua, Viktoria?”

“No. Fili di speranza… Le grandi foglie hanno una forma simile a quella di una mano e sono in grado di indicare a chi nasce dove dirigersi nella vita. “Cosa indicano? Vova”

“I pioppi cipressini si allineano lungo vialoni e canali come una schiera di soldati fermi sull’attenti a presidio del nulla. Corro accanto a queste dita ammonitrici: sono un appiglio salvifico per lo sguardo altrimenti costretto a vagare nel vuoto in giornate in cui la nebbia si affolla a cancellare orizzonti e profili. Camminando in quell’aria di latte esalata dai terreni di pianura, viene quasi da chiedersi se il mondo esista ancora, potrei venir colto dal dubbio di essere mai vissuto davvero.”

“E allora mi domando” continua Viktoria “da dove venga il desiderio di condividere una confidenza, come se l’agire misterioso della storia non lasci altro al cuore umano che la volontà di confidenza tra di noi, tra me, Viktoria, e te, Vova, una felicità raggiungibile. Io mi fido di te e tu ti fidi di me.” 

Allora Viktoria sussurra che al posto della sua casa “c’è solo un grande buco.” Vi avrebbe steso rami di salice, da sempre appesi agli ingressi delle case ‘foglie ondeggianti che si abbandonano alla lenta corrente del fiume, rami prostrati e arresi, come lunghi capelli, come un capo chino che si specchia e si rimira nei languori di una vaga nostalgia: quanto è bella la mia tristezza, sembra dire il salice, tutto intento al tepore di uno spleen, invaghito di se stesso e delle sue malinconie.’ La voragine ha inghiottito tutto, vita, lavoro, prospettive. 

9-

“Ricordi? Ma ti ricordi quando…” fremette l’albero di noce, con angoscia quasi umana.

“No, non ricordo, la memoria l’ho perduta” risponde Vova.

“Tu vivi per amore o per denaro?” chiese Viktoria. In quel momento l’albero di noce versò una lacrima. Sul volto di un padre, in quel momento, scende una lacrima per il figlio al fronte, di lui non si hanno notizie da giorni, mentre il comandante con lo sguardo basso torna tra i soldati. L’ontano, albero funesto e persino diabolico, piange e versa gocce di sangue quando sta per essere abbattuto, e consente alle maghe della leggenda di resuscitare un morto. Roman aveva appena 16 anni quando decise di affrontare gli spari della polizia che volevano soffocare la rivolta della dignità contro il presidente filo russo. E’ stato ucciso nella battaglia per Izium un pochi giorni fa.

“Tu vivi per la vita o per la morte” chiese ancora Viktoria. Intorno si fece silenzio. 

“Qualcuno mi osserva” mormora Vova guardando verso una zona di collinette dietro scarne macchie d’alberi. “Non vorrei morire… la vita non mi ha distrutto, vorrei morire quando la vita mi ha distrutto” e tacque.

Risponde la piccola Iehor nel suo diario: “Sabato 26 marzo 2022 son passata di anno e mi son piaciute tanto le vacanze, ma adesso non sto andando a scuola da un bel po'. Mi manchi tanto! Sono le 08:40 eppure non sono a scuola. E lo sai perché? E' una notizia meravigliosa quella che ti sto per dire! Oggi invece di andare a scuola alle 08:15 vado a scuola alle 11:15! Però...sai...non è che la odio così tanto la scuola...è che a volte succede... Per qualunque persona che stia guardando questo diario saprà che al lungo degli anni (di due anni) ho passato tante cose.”

Iehor, Vova e Viktoria sanno che ovunque la primavera accarezzi le fronde dei ciliegi, vengono stesi a terra teli per festeggiare il puro incanto degli alberi fioriti che durerà poco più di un attimo e terminerà con una malinconica nevicata di petali sull’acqua… esprime l’esatto contrario di ciò che il paradiso dovrebbe garantire: l’eternità… una bellezza effimera e fugace. Una grazia di un’intensità quasi insostenibile capace di trasformare per un solo istante il giardino in uno spazio dell’anima, un tempio arboreo dell’impermanenza. Su un grande sasso nel bosco si leggono questi versi:

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro 

Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto 

Ma nel cuore nessuna croce manca 

È il mio cuore il paese più straziato.

(G. Ungaretti, San Martino del Carso)


Brucerà anche il mio diario?

10-

Parole, e quello che resta è una serie di frasi, la lenza della sintassi che le tiene legate nella corrente della vita si spezza e precipiti verso il fondo. Inizia una lingua diversa. Una nuova grammatica, una nuova fotografia del mondo: “quella che mi interessa è una fotografia non finita” dice Paolo Pellegrin. È un invito: “Io ti porto in una direzione, ma il resto del viaggio lo fai tu”, oscillando tra timore e stupore, incantato dalla meraviglia aristotelica per la realtà e al contempo spaventato dal mistero maestoso che racchiude. Addio alle parole. Addio alle parole che possono distruggere il mondo, addio alle grandi parole astratte che il pensiero ha creato, addio alle parole nate sulla Terra, nutrite dalla terra, legate alla “nera terra” di un esercito di cavalieri, di fanti, darò un senso a questo pensiero assurdo?

Era un ufficiale russo. Morto i primi giorni di marzo appena fuori Kiev. Era uno di quei soldati che all’inizio dell’invasione Putin mandò per conquistare la capitale, fallendo. Di lui, il milite ignoto di Hostomel, non si sa niente o non si è trovato niente: il corpo l’elmetto l’arma, nulla di nulla. Lo stupore di chi si trovava dentro una vera guerra se l’era appuntato su un foglio di quaderno, a quadretti… un diario del suo viaggio verso l’Ucraina assediata dai nazisti e scrive: siamo arrivati un po’ meno di un mese fa e l’idea di iniziare un diario senza senso mi ha preso solamente oggi… Abbiamo viaggiato, abbiamo viaggiato, ma siamo finiti dentro… una guerra… Ma è una guerra? Non mi sono reso conto del fatto che sono in uno Stato straniero, ancora non credo nella guerra, non so se tutto questo sia giusto. Di sicuro so una cosa: questa non è una guerra fra nazioni, ma uno scambio di effusioni fra potenti, nel quale alla gente comune viene assegnato un ruolo marginale, il vero interesse è il denaro, una enorme quantità di denaro che non tiene minimamente conto delle vite umane, delle tribolazioni, delle famiglie, della cultura, in genere dell’umanità. Tra le mie mani è passato un gigantesco numero di cognomi di biografie di fotografie di disegni. È dura vedere le facce di ragazzi che ridono e che ora forse sono nei boschi e ci stanno facendo la guerra… Anche loro devono avere una loro verità! Non so quanti giorni siano… Sto scrivendo per esprimere la mia opinione di un soldato, inutile in mezzo all’opinione di tanta altra gente, io che sono un invasore… Sono contento di vivere? Ho trovato una risposta?

“Gli storici non riescono a liberarsi del sospetto che il pallino sia nelle mani di pochi e che siano le loro intenzioni a determinare le sorti di tutti gli altri… La domanda fondamentale è: cos’è il potere? La domanda rimane irresoluta, non c’è modo di governare le masse neppure di capire cosa le muove. Allo storico non resta che arrendersi di fronte a questa verità demoralizzante… Il solo modo di conferire un valore, sebbene ingannevole, agli eventi della storia è l’arte. Perché dà il fallimento intellettuale per assodato. Il territorio di indagine di un artista è più modesto e più profondo di quello dello storico. La sua forza non si esprime nella capacità di fornire una visione universale delle cose ma nell’umiltà di concentrarsi su episodi trascurabili compiuti da individui marginali.” Significa capire che la rinuncia a comprendere l’agire misterioso della storia non lascia altro al cuore umano che la volontà di confidenza tra di noi, tra me Vova e te Viktoria, una felicità raggiungibile? Io mi fido di te e tu ti fidi di me. 

11-

“Vivo un po’ della mia breve vita con un po’ della tua lunga vita, albero mio. Una volta da bambino piangevo se mi facevano una fotografia con cose attorno a me, volevo esserci solo io nella foto, adesso voglio avere la natura attorno a me, che mi aiuti.

“Stammi vicino” rispose l’albero “facciamo come Giuseppe Penone che ha applicato una mano di bronzo al tronco vivo di un giovane ailanto. L’ailanto ha finito per inglobare il bronzo almeno in parte, tanto che ormai mano e albero si sono compenetrati e si saldano, sono l’uno parte dell’altro…” 

“Quando verrò interrogato dirò di non saper parlare, parleranno in mia vece le tue foglie; quando dirò di non vedere, vedrò attraverso le tue foglie e quando dirò di non potermi muovere mi identificherò con le tue radici… quando corro nel bosco sento così tanta pace: corro e sento una riconciliazione” disse Vova “oltre l’amicizia umana, l’amore per la natura è diventato per me un dono salvifico: mi ha purificato l’anima, proprio per quell’amore per le radici che ognuno ha in sé, rinsaldando la filiera affettiva con i genitori e tutta la famiglia e la comunità degli uomini.”

“Volevo essere la donna più veloce ad aver fatto il giro del mondo in bici e allora volevo partire con Oleg, nella natura del mondo ritrovo me stessa” aggiunge Viktoria. “Vorrei essere come gli uccelli che passano da una parte all’altra senza divieti. Quando passo accanto al pioppo bianco ricordo che Leukè era stata una ninfa che concupita da Ade, riuscì a sfuggirgli solo trasformandosi in pioppo bianco. Leukè personificava così la vita che sfugge alla morte, ma a condizione di abbandonare la propria forma umana. E quando incontro un giovane nemico gli chiedo “Cosa ci fai qui nella nostra terra?”. 

“Vattene questa conversazione non porta da nessuna parte” risponde il soldato. 

“Prendi questo seme e mettilo in tasca almeno quando morirai nascerà un fiore.

Non possiamo lottare contro la Natura, la nostra Grande Madre. Se vogliamo stare dalla parte della vita dobbiamo cambiare, fare una rivoluzione e non schiacciare neppure lo scarafaggio per affermare la nostra supremazia…”

Arrivano le voci di Sonia e Yelyzaveta all’Endimione dormiente? La figura è distesa orizzontalmente, colta in un momento di perdita di coscienza o mentre sogna. Mettiamo allora una foglia d’alloro sotto il cuscino e sogniamo ciò che accadrà. “La mia casa era sempre piena di persone che mia mamma, con la sua sapienza infinita, riuniva proprio per ridargli quel calore, quella fiducia nella quotidiana convivenza di cui aveva bisogno ritrovando qualche sorriso in visioni lieti dei cieli e del mare...” sogna Sonia. La Vittoria divinizzata portava una corona d’alloro e simboleggiava la fine dei combattimenti perché l’alloro è albero di pace.

12-

Sogniamo con Sonia e Yelyzaveta? Danziamo con loro sul palcoscenico di Mariupol. 

Sogniamo di danzare con Fili d’erba di speranza, con Farfalle di bellezza e con Rondini dalle ali curve. E sogniamo di danzare sui tappeti natura di Piero Gilardi, nati durante le sue passeggiate lungo greti di torrente e sassaie. Tappeti con immagini di natura: di cavoli nella neve, di mele cadute dall’albero, di mais, un paesaggio naturale che gli è rimasto nel cuore. “L’arte è un messaggio di pace e di energia vitale, un’arte senza barriere, un’arte che ha un rapporto diretto con le cose della vita. Arte e vita per tutti.”

Il sole sta scendendo ad occidente e ben presto il palcoscenico di Mariupol sarà avvolto da una deliziosa penombra. S’apre una grande finestra sul palcoscenico di Mariupol, gli esseri viventi si ritirano al ritirarsi della luce, le danzatrici avvertono una sensazione di vuoto, ma densa e vitale. Sono gli alberi che appaiono nella loro maestosa grandezza. Nel silenzio appaiono giganti creature come non appaiono durante il giorno solare. Gli aliti del vento tra le fronde sono parole, foglia parla a foglia, ramo parla a ramo, tronco a tronco e giù giù radice parla a radice, intrecciano informazioni utili alla loro sopravvivenza comune, all’acqua benefica che hanno assorbito, alle sostanze che hanno tratto dal terreno, agli scambi di materia nutritiva. Un mondo sconosciuto si svolge sotto il suolo di cui Sonia e Yelyzaveta comprendono ora l’esistenza.  Quando la luna si alza a est del cielo, il palcoscenico è inondato da un discreto pallore, inizia la notte, la notte misteriosa del sonno e dei sogni.

È vero, il nostro regno è un vero Eden”.

“Eden?” replicò Yelyzaveta.

“Si, un vero Eden, non temi di perderlo?”.

“Cos’è Eden?”.

“Una terra misteriosa, un’isola, sospesa nel mare universale”.

Sogniamo di danzare attorno alla Terra, una Biglia Blu.

Noè fece liberare in volo una colomba che tornò da lui portando nel becco una frasca fresca foglia d’ulivo, testimonianza che le acque si erano ritirate dalla terra. Siamo solo esseri terresti? Siamo esseri terrestri che combattono e muoiono per un tratto di Terra emersa? Ma il blu dell’oceano ricopre più del 70% della superficie del pianeta, la presenza del 99% dello spazio biologicamente abitabile che ospita l’80% delle specie viventi di cui un terzo resta sconosciuto. 

Danzano Sonia e Yelyzaveta. 

Danzano con i blemmidi, con le patelle, con la littorina litorea, con le anemoni di mare, con i granchi che possono vivere all’asciutto perché le loro branchie si chiudono e mantengono una riserva d’acqua, con i granchi corridori veloci e imprendibili, quelli giallastri con ruvidi peli, quelli trasparenti e curiosi abitanti delle piscine naturali. Un mondo si apre, sconosciuto.

 “Sapete che ci sono foreste sotto quest’acqua?” chiede Sonia. 

Risponde Yelyzaveta: “Ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Prati di posidonia, una selva di fronde di piante che fanno fiori e frutti sott’acqua e creano una selva impenetrabile dove pesci trovano rifugio, come i tanti uccelli e insetti trovano riparo nella foresta. Hanno bisogno di acque trasparenti e allora le grandi praterie sono il segno della purezza delle acque, come i grandi alberi della purezza dell’aria”. 

La proposta è di cambiare nome alla Terra e di chiamarla Ocean Planet o Water World. È un modo di prendere consapevolezza di un altro modo di abitare questo mondo, iperconnessi con gli altri viventi, immersi in una grande bolla oceanica, partecipi di un grande flusso con tutto ciò che è vita… Vivere immersi nel pianeta oceano significa ripensare i viventi non come punti separati su una superficie, ma come esseri in simbiosi in un flusso da cui sono attraversati. La natura non ha bisogno del paternalismo arrogante dei viventi umani. Dobbiamo andare al di là dei limiti dell’idea di uomo come essere separato ed eccezionale che si erge sovrano sulla superficie della Terra. Oltre l’uomo e l’Antropocene c’è la nascita del pianeta Oceano.

“E sapeste quante storie sono nate come fiori dalle acque del mare!” esclamò Sonia.

“Storie?”.

“Storie” replicò Sonia. “I nostri antenati hanno chiamato posidonie quelle piante derivandolo dal nome di Poseidone, il dio del mare”.

“E chi sarebbe?” chiese il consigliere comunale presente al teatro di Mariupol. “Mi stai disegnando un mondo che non vedo, che tu conosci, ma che noi non conosciamo, eppure ce l’abbiamo ai nostri confini terrestri, un mondo che non abbiamo mai visto, mai!”.

“È il dio del mare vive nel mare con un grande tridente, pronto a difendere chi offenda il suo regno; noi navighiamo, con le nostre navi, con il favore di Poseidone, noi siamo portati sul palmo della sua mano, noi non lo vediamo ma lui dalle profondità ci sta vedendo”. 

Nella danza il palcoscenico è diventato azzurro, poi un blu intenso, fascinoso, inebriante come un calice di vino rosso. Gli occhi lo bevono, se ne riempiono, e esseri nuovi cominciano a manifestarsi. Ecco un grande pesce emergere a pelo dell’acqua e avvicinarsi curioso alla nave di Sonia e Yelyzaveta; l’acqua gronda sulla sua schiena e ricade schiumosa. Se ne sta tranquillo e galleggia. Poi, sbuffa maestoso e s’immerge nel mare, scomparendo. In quel preciso istante tutti hanno la sensazione di una incommensurabile immensità. 

“Chi era? Poseidone?” chiese il consigliere.

“Era un capodoglio, e adesso se ne starà in posizione verticale per riposare, giù nel profondo, dove noi non vediamo. E chissà quali sogni sta facendo!”.

Sonia gli indica il disegno ellittico di una incredibile creatura marina, stranamente apparsa in superficie, una serie di cerchi costituiti da migliaia di organismi aggrappati gli uni agli altri tanto da formare l’essere vivente forse più lungo al mondo, 47 metri… una apparizione momentanea, scompare in pochi secondi, e Sonia istintivamente alza gli occhi al cielo. Quella sera, verso le nove e mezza, alla finestra del teatro di Mariupol appare una splendida Luna. Succede quando l’astro, nella sua rotazione, si avvicina alla Terra. Luminoso come non mai, al centro di un cielo oscuro, oscuro come non mai. 

“Anche voi osservate la Luna?” chiede Sonia al consigliere.

“Si, certo”.

“Per voi cosa significa?” chiede Yelyzaveta.

Il consigliere guarda nel cielo e non trova una risposta. La Luna era la Luna. Era la loro guida nelle semine, nei raccolti, era un essere presente e immutabile, ci si poteva fare conto, ritornava ogni notte nelle sue varie fasi e quella sera si presenta nella sua totale presenza. Ma Sonia si sente di aggiungere una sua sensazione che si fa sempre più evidente. Non ha mai pensato alla Luna come il primo anello di una catena che la porta all’universo. Se non ci fosse stata la Luna forse non ci sarebbe stato nemmeno l’universo, pensa. È la porta che si apre sull’universo. È un piccolo scampolo, rimasto intrappolato attorno alla nostra Terra, di un universo che si stende sconosciuto. Spiega queste sue sensazioni al consigliere. 

“Non ne sappiamo niente, veramente, l’osserviamo da sempre ma non ne sappiamo niente come non sappiamo niente del mare e di Poseidone? Gli uccelli volano sul palmo delle sue mani?”.

E tutti sogniamo di danzare con Sonia e Yelyzaveta, con le specie abissali bioluminescenti che usano la luce per svolgere tutte quelle azioni che consentono di sopravvivere; con i maschi delle lucciole di mare che spruzzano gocce di sostanze chimiche luminose nell’acqua creando una serie di punti luminosi che le femmine possono seguire, con i molluschi cefalopodi…

Talete sosteneva che all’inizio c’era l’acqua, sulla quale la terra scorrerebbe come sopra una tavola ben levigata. È il primo a evocare questa immagine ma già nel mito del diluvio universale c’è un’arca microcosmo che galleggia. Rimaniamo con questa immagine. Una nuova lingua e una nuova parola nascono senza arroganza di eserciti schierati o parate di navi. Platone diceva che non saper scrivere è come non saper nuotare. Sogniamo e danziamo con Sonia e Yelyzaveta? Sogniamo da saggi o da folli,  ben sapendo che:

I folli che sognano prima o dopo mettono le ali 


Bibliografia

Brosse Jacques, Storie e leggende degli alberi, 1987

Fratus Tiziano, Il sussurro degli alberi, 2012

Piccolo manuale illustrato per cercatori di foglie, testi di Giuseppe Zare, Officina il Saggiatore, 2021

Wohlleben Peter, La saggezza degli alberi, (2017) 2019, Garzanti.

Corriere della Sera e allegati.

Museo Bailo Treviso: Canova

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