POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

venerdì, marzo 6

NASCERE NON BASTA di PADRE MAURO ARMANINO

               Nascere non basta   

Pablo Neruda, poeta, scrittore, uomo politico e intellettuale si pone tra i grandi della poesia cilena. Muore nel suo Paese qualche giorno dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet, nel 1973. Nascere non basta, scrisse in una delle sue poesie. E’ per rinascere che siamo nati, poi continua il poema lapidario di Neruda che si chiude con ...ogni giorno. 

                           Nascere non basta

E’ per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno.

Si nasce da una parola, da una passione o da una distrazione del destino. Si può nascere da queste cose messe assieme e da molte altre. Come e dove si nasce hanno la loro importanza per sapere se nella vita si potrà o meno esercitare il diritto ( o il dovere) alla mobilità. C’è chi nasce per sfida o per coincidenza di eventi favorevoli. Alcuni nascono per un errore di calcolo o semplicemente perché stava scritto sulla sabbia da qualche parte nel mondo. Si nasce gratuitamente con la vita tra le mani e un sentiero preso in prestito. Si nasce con la stessa parola da seminare nel solco scavato nella terra da uno straniero di passaggio. Si nasce, quasi sempre, in maniera clandestina o per così dire, illegale a seconda delle circostanze che circondano l’arrivo. Si nasce una volta ma, in genere, non basta.

C’è del vero quando si dice che signori si nasce o quando ci viene ricordato che si nasce vecchi solo per diventare bambini, alla fine. Rimane così tanto da vivere che per questo nascere non basta. Non bastano le parole e soprattutto non bastano i silenzi da cui esse germogliano. La lingua, ricorda Francesco Sabatini, già presidente dell’Accademia della Crusca, racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua è il ‘binario’ su cui viaggia il pensiero perché essa ci orienta nel mondo e solo dovremmo accorgerci di questa sua proprietà. E’ a causa delle parole che nascere non basterà.

Ricorda la poesia citata di Neruda che solo è per rinascere che siamo nati. Alle parole non basta nascere una volta. Si tratta di proteggerle, crearle, rinnovarle, abitarle e, come i santi, i poeti e i folli buttarle nel vento. Solo così le ceneri e le ossa inaridite nella valle del giudizio faranno germogliare quanto nella vita era stato tradito o buttato via. Le parole potranno rinascere perché solo per questo sono nate. Scoperte per dare un nome al passare dei giorni perché è ciò che i sapienti ascoltano e poi dimenticano. Piangete fratelli, scrivevo nel lontano 1983, nel paese ligure dove sono cresciuto ...

Anche oggi sono state uccise. Mutilate. Torturate.

Sono state fucilate. Incoronate di chiodi, ferite al costato soltanto per distrazione.

Piangete fratelli. Anche oggi sono morte 24 parole.

Per fortuna non manca mai chi, ogni giorno, passa e raccoglie le parole buttate via, abbandonate, tradite, svilite, manipolate, falsate, svendute e, sempre più spesso, crocifisse. C’è chi si occupa di fasciare le loro ferite e curarle poi con vino e olio. Altri le accompagnano lungo la strada di ritorno. Cercano di imparare a memoria parole nuove per un cammino diverso per tornare a casa. 

Finora ancora pochi le seppelliscono nel sepolcro nuovo scavato nella roccia in attesa di risorgere. Ad ogni parola c’è chi rischia di piantare un albero e chi invece un fiore. Dove prima si trovava il deserto scorre oggi un ruscello presso il quale le parole risorgeranno.

N


Sestri Levante
    Mauro Armanino, Casarza Ligure, marzo 2026



lunedì, marzo 2

sabato, febbraio 28

CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di Padre MAURO ARMANINO

Con lo sguardo di un colonizzato

Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.

Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.

Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.

Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.

Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.

Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.

Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.

Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.

             Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026


venerdì, febbraio 20

Complici nell’età dell’inconsistenza di Padre Mauro Armanino

 

Complici nell’età dell’inconsistenza

Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’ esecuzione della condanna a morte del Cristo.
Da allora le mani, quelle ‘pulite’ dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola ‘complicità’, derivante dal latino, significa ‘coinvolto’, ‘piegato assieme’ e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la ‘complicità’ esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.

...Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. E’ l’età dell’inconsistenza. Così affermava lo scrittore e professore Roberto Calasso nel suo libro ‘L’innominabile attuale’ nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre le mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino.
Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’ inconsistenza assassina.... ‘Sono forse io il custode di mio fratello’? Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle élite più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.


Naturalmente non si tratta solamente di un ‘Discorso sulla servitù volontaria’ come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile Epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. 
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché ‘piegati assieme, coinvolti’ in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora ‘non è tanto restare vivi... quanto restare umani’, così sentenziava il saggista George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.











         Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026

lunedì, febbraio 16

Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova di Padre MAURO ARMANINO


Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova

1. Un grazie a Limes e in particolare a Lucio Caracciolo. L’incontro vocale con lui rimonta all’epoca del colpo di stato militare nel Niger, nel settembre del 2023. Chiamò per saperne di più e per chiedere se poteva essere messo in contatto con qualcuno del posto. Fu così che iniziò il suo contatto con l’amico Rahmane Idrissa che in effetti poi venne a Genova. E’ un privilegio l’averlo conosciuto personalmente.

2. ’Io sono la guerra’! Je suis le guerre, disse con sgomento una signora rifugiata dalla Repubblica Democratica del Congo. Aveva perso tutto: casa, famiglia...e integrità fisica, da parte dei gruppi ribelli che occuparono il Paese. Ciò accadde durante il mio servizio coi migranti e rifugiati a Niamey che ebbe una durata di 14 anni. ‘Io sono la guerra’ è un grido, anche e soprattutto di ‘geopolitica’, ossia delle conseguenze delle geopolitiche che hanno derubato il Paese da decenni....!

3. Sullo sfondo di quanto abbiamo condiviso durante il festival c’era la nostalgia di un passato europeo di ‘pace’ unico, di qualche decennio! Probabilmente vero ma sarebbe dimenticare le tante guerre attorno che hanno visto presenze occidentali...Nella RDC, ad esempio, ci sono stati milioni di morti! La terza guerra mondiale a pezzi era iniziata ben prima di quanto se ne parlasse in Occidente.

4. Io stesso ho avuto modo di scoprire gli effetti delle geopolitiche in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e Niger! Guerre, rifugiati, migranti e una grande e nascosta sofferenza che, durante il Festival, non è emersa! Mancavano i volti di coloro che le strategie geopolitiche le vivono sulla loro carne. Volti di sfollati, trattati come pedine di un triste gioco di poteri. Erano i grandi assenti del Festival di Limes!

5. Ho sentito con piacere, durante gli interventi, che sembra terminata l’epoca nella quale la ragione strumentale era l’unico soggetto della riflessione e scelte geopolitiche. Altri fattori sono emersi come novità nelle scelte geopolitiche. Le nazioni, gli immaginari, le passioni, la storia, la sovranità...Ed è anche per questo che avevo apprezzato l’allusione di Caracciolo sulla geopolitica che dovrebbe servire alla pace...! In realtà poi, di quest’ultima, non si è parlato molto. Si percepiva, lontano, sullo sfondo e spesso, in relazioni con riarmi o comunque sempre in chiave competitiva, Quanto lontane le aspettative di chi, come  il papa Paolo sesto gridava alle Nazioni Unite...’mai più la guerra’!

6. Veniva accennato al ruolo possibile dell’Italia in questa ‘Rivoluzione’...La geografia che decide la politica, così come la storia e dovremmo aggiungere... la Costituzione! Essa, lo ricordiamo, afferma al numero 11 che ‘l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’...Anche questa scelta ‘Costituzionale’ è qualcosa che il nostro Paese può e deve offrire allo scacchiere delle geopolitiche odierne.

7. Durante il suo recente soggiorno nel Sahel, chi scrive ha percepito la ‘sabbia’ come una delle metafore per interpretare quanto accadeva. La politica, l’economia, la giustizia e...il colpo di stato, erano nient’altro che sabbia. Elemento che permane, schiacciato, calpestato, offeso, messo ai lati delle strade e che puntualmente ritorna, resiste e persiste. Passano i re, i principi e gli imperi ma la sabbia, il popolo dei poveri, rimane!

8. Mi verrebbe da dire che è questa l’unica geopolitica che conta...una geopolitica di sabbia. Perché proprio così finiranno gli imperi, uno dopo l’altro, compresi coloro dei quali si è parlato. Trovandoci a Genova sarebbe forse utile, nello svolgimento dei prossimi Festival di Limes, fare una capatina al noto cimitero monumentale di Staglieno. Una visita guidata in quel luogo aiuterebbe a interpretare altrimenti la collocazione geopolitica dell’Italia nella rivoluzione mondiale, titolo del Festival.



 CHIESA DI GENOVA


Bastimento nel porto di Genova

       Mauro Armanino, Genova, 15 febbraio 2026

domenica, febbraio 8

FINZIONI E ABITANTI NELLE MACERIE di Padre MAURO ARMANINO


Finzioni e abitanti nelle macerie

Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge al quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza...Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano, blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sè, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.



La politica e la democrazia che dovrebbero camminare assieme per essere al servizio del bene comune hanno fatto delle finzioni una costituzione alternativa. In effetti, come ricorda tra gli altri il politologo francese Clément Viktorovitch, ci troviamo nell’era della ‘logocrazia’. Si tratta della presa del potere attraverso parole confezionate in frasi che esprimono la realtà politica come finzione con lo scopo di prendere il potere o dominare. Persino l’alternativa tra maggioranza e opposizione risulta, in questo contesto, finta proprio come i giochi falsamente antagonisti delle ‘Grandi Potenze’. Il linguaggio, ricorda la giornalista Alessandra Filippi, non descrive più la realtà ma la annienta.
Fingiamo di non sapere ciò che accade in Libia nei capi di prigionia negoziati per migranti e richiedenti asilo. Fingiamo di non sapere cosa si nasconde dietro gli accordi con la Tunisia, l’Algeria e il Marocco per controllare la mobilità di giovani migranti. Chiudiamo gli occhi fingendo di credere che i centri di prima accoglienza, permanenza, transito, ritorno verso i Paesi ‘sicuri’ siano comuni locande per viaggiatori stanchi del viaggio. Fingiamo di non sapere che accusare gli ‘scafisti’ non è che una cortina di fumo per nascondere le cause dei morti alle frontiere. Fingiamo di credere che la nostra economia reale non sia in buona parte fondata sullo sfruttamento della mano d’opera fornita dai migranti.


Fingiamo, infine, di dimenticare la nostra parte di responsabilità nelle oltre 50 guerre che assediano il pianeta. Plasmiamo o modelliamo l’attualità fingendo di ignorare che oltre 70 000 tonnellate di esplosivo sono state usate nella striscia di Gaza. Passiamo sopra, fingendo di non credere che oltre la linea gialla, frontiera di pace negoziata, non ci sono che rovine. Circa 55 milioni di tonnellate di macerie per l’80 per cento delle costruzioni distrutte, il 90 per cento di scuole inagibili e migliaia di tende portate via dalla tempesta. Eppure, lì, come anche altrove, le persone rimangono, fedeli. Abitano con infinita dignità le macerie e le ferite che le nostre finzioni hanno creato.

   Mauro Armanino, Casarza Ligure, febbraio 2026

 

venerdì, gennaio 30

A SUD DI TUNISI di Padre MAURO ARMANINO



            A Sud di Tunisi

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine, gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti, ha finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.
Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.
Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perchè in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.


A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre. Infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e, trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola, come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’Aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il WI FI gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

     Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026

mercoledì, gennaio 28

Paesi che crollano, i sospirati ponti...meglio pensarci bene

L’orribile destino di Niscemi, mezzo paese inghiottito dalla frana: “Rischia di crollare tutta la collina”

Decine di case sul precipizio, l’allarme della protezione civile: oltre 1.500 sfollati. I geologi: “Evoluzione del dissesto del 1997”, il ciclone Harry ha dato l’ultima spallata. Il procuratore di Gela e l’allerta per l’ordine pubblico: “Pericolo disordini”. E la gente urla ai politici: “Vergogna”

 La frattura che attraversa la collina si è allargata di un chilometro in una sola notte mentre l’altezza del costone è passata rapidamente da 7-15 metri a 30-45 metri. Ormai si aspetta e ci si prepara al peggio, ovvero il crollo di mezzo paese, inghiottito dall’argilla. Non bisogna però pensare che sia tutta colpa del ciclone Harry. Quello è stata solo la spallata finale. “Il dissesto, riattivato il 16 gennaio, riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nel 1997 causò ingenti danni”, spiega Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale. La previsione è fosca: “L’evento potrebbe evolversi e ampliarsi verso sud ovest, con una seconda porzione di frana. Questa seconda attivazione coinvolge direttamente il margine del centro abitato e si sovrappone a quello del 1997 e addirittura a quello del 1790”.

Nei post precedenti ho pubblicato quanto accaduto in Norvegia 5 anni fa 

In Norvegia una frana colossale ha fatto sprofondare in mare un pezzo di terra grande quanto 14 campi da calcio, circa 100.000 metri quadrati. Diverse abitazioni residenziali sono state travolte e finite direttamente nell’acqua.
Secondo i media locali, si tratta di una delle più grandi frane degli ultimi anni, con danni ingenti e forti disagi per la popolazione della zona colpita. Le autorità stanno monitorando l’area per verificare ulteriori rischi di cedimento. Nel video pubblicato dai testimoni si vede chiaramente il momento del crollo, impressionante per la sua potenza e dimensione.
E' un video che ho pubblicato poco fa qui sotto. Peggio è capitato a Niscemi, dove tutta una parte del paese è scivolato verso una grande crepa che si è formata come se il paese fosse stato costruito sopra una falesia.  Il mio pensiero è che i geologi dovrebbero avvertire le autorità locali del rischio che si incorre nel costruire case e interi paesi su un terreno che potrebbe rivelarsi poco sicuro. Questi fatti accadono un po' ovunque ma pare che nessuno metta sull'avviso e poi ci si meraviglia se accadono tragedie. E quando sento che gli abitanti del luogo chiedono aiuto, quando loro stessi non hanno rinunciato a costruire vicino al mare, o su terreni friabili,  mi pare di pensare a quei bambini che fanno i castelli sulla sabbia, e poi si lamentano che un'onda li ha portati via. 
Scusate la franchezza, la mia non è ironia né indifferenza, ma sono convinta che i responsabili di questi disastri siano i costruttori che non hanno messo sull'avviso i sindaci dei luoghi soggetti a frane o  mareggiate. Per favore, costruite nell'entroterra, come facevano i signorotti di un tempo, lontano da fiumi, laghi e coste e analizzando i terreni prima di innalzare case e ponti. A questo proposito, spero che i governatori, che sognano di costruire un ponte che colleghi Calabria e Sicilia, ci pensino molto bene, prima che accadano ancora tragedie!
Danila Oppio 


Niscemi, l'enorme frana continua a muoversi. Protezione Civile: "Situazi...

Norvegia, il villaggio frana in mare: le case inghiottite dalle acque

domenica, gennaio 25

IL CIOCCOLATO DI MODICA di PADRE MAURO ARMANINO



Il cioccolato di Modica

C’è sempre una prima volta nella vita. Non avevo mai avuto l’occasione di visitare la Sicilia. Qualche giorno prima della partenza era stato diramato un bollettino meteo con livello di criticità Allarme - Codice Rosso per rischio idrogeologico ed idraulico fino alle 24 del 17 gennaio. Al mio arrivo, qualche giorno dopo, la strada da Catania a Modica era in buone condizioni e solo si notavano i campi attorno saturi d’acqua piovana. Sappiamo che in alcune parti dell’isola i disagi e i disastri sono stati notevoli. Precipitazioni abbondanti a parte Modica è stata risparmiata da disastri ma il mare non è lontano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Un migrante che si è salvato dal naufragio nella vicina Pozzallo sostiene che ‘la vita non vale niente’. Ha visto morire alcuni suoi compagni di viaggio e tra questi un bambino. Ricorda il bimbo che ‘beveva’ l’acqua del mare e ha chiesto a Dio di morire perché la sofferenza era difficile da portare. Poi, vivo per miracolo, si è detto che doveva realizzare la sua vita da questa parte per coloro che non sono mai arrivati alla riva. ‘La vita non vale niente’, ha ripetuto questo giovane che è fuggito dal suo Paese per attraversare il deserto e il mare, reso amaro assai.



C’è sempre una prima volta nella vita. Proprio accanto al mare di Pozzallo, adiacente al porto militare, si trova un centro per immigranti che arrivano dal mare, le mani disarmate. Gli hanno dato il nome inglese ormai confidenziale di ‘Hotspot’ per renderlo innocuo nel paesaggio lessicale della politica. In realtà opera come centro di prima accoglienza, identificazione e assistenza sanitaria per i viaggiatori del mare. Gli Hotspot nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti ‘migranti economici’. Detto centro è una struttura chiave per la gestione degli arrivi dal mare nelle Sicilia meridionale.
C’è sempre una prima volta nella vita. Ad esempio, assaggiare il cioccolato di Modica nella stessa città dove questo prodotto si crea e si commercia. Avrei scoperto più tardi che l’attuale processo di lavorazione era praticato dai Maya e Aztechi che usavano i semi di cacao per l’alimentazione e i loro riti. Modica seppe valorizzare questo tipo di tecnica in seguito all’occupazione spagnola del XVI secolo. Anche in questo caso tutto arrivò dal mare. Dall’ America prima e dalla Spagna poi. La dolcezza e finezza ineguagliabile di questo prodotto ha potuto transitare l’oceano e il Mediterraneo.
C’è sempre una prima volta nella vita. Chi scrive augura ai capi di stato che infestano la cronaca quotidiana. A coloro che si credono immortali e decidono le sorti del mondo. Ai dittatori da strapazzo. Ai militari che hanno confiscato il potere. A coloro che rubano le redini dell’economia. Agli intellettuali da salotto. Ai venditori di illusorie consolazioni. Ai fabbricanti di armi. Ai politici e commedianti delle geopolitiche imperiali. A coloro che affamano i poveri. A tutti questi chi scrive augura di cuore che essi o uno dei loro figli si trovi profugo e attraversi il mare.
C’è sempre una prima volta nella vita. La Sicilia, Pozzallo, l’Hotspot, il cioccolato di Modica lavorato a freddo, le minute e fragili solidarietà che, come fili, intessono speranze. Perché afferma infine il migrante che arriva dal mare... ‘la vita non vale niente ma niente vale la vita’.


               Mauro Armanino, Modica, gennaio 2026


martedì, gennaio 20

PER ESSERE VICINI A COLORO CHE HANNO SUBITO LA TRAGEDIA DELLO SCONTRO DEI TRENI IN SPAGNA

Padre Nicola Galeno OCD desidera ricordare la tragedia avvenuta ieri in Spagna, con una immagine e relativa didascalia poetica e mi unisco anch'io con la preghiera.

RAFFAELE NOGARO, Vescovo Emerito, , profeta coraggioso - articolo ricevuto da Padre Mauro Armanino

Raffaele Nogaro, profeta coraggioso

Raffaele Nogaro è stato un vescovo “coraggioso”, appassionato tanto al Vangelo quanto alla Costituzione italiana (o meglio, a quel sistema dei diritti umani riconosciuti nella comunità internazionale, oggi tanto bistrattato!).

Un uomo che non è sceso a compromessi con il potere inteso nei termini di sopraffazione e di violenza, che fosse potere civile o che fosse potere ecclesiastico. Un pastore originario del Nord che ha amato in maniera viscerale il Sud, nel pieno dello spirito del Concilio Vaticano II, promuovendo un’ampia azione di contrasto alla camorra. Sempre in prima linea, accanto agli ultimi, ai poveri, ai migranti. Operatore di pace e, per questo, beato. 

Passione per la Chiesa

Insomma, ci si trova di fronte ad una grande testimonianza di impegno civile. Ma non solo. Quello di Nogaro è uno sguardo profetico sul mondo come sulla Chiesa. In effetti, profeta l’ha definito senza remore, il giorno delle esequie, il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, che bene ha fatto a metterne in evidenza anche la visione ecclesiale.

Don Mimmo ha mirabilmente compendiato la visione di Chiesa del vescovo Raffaele: «La passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth».

Non è un caso che don Mimmo più che parlare di “idea” abbia parlato di “passione”, in quanto la visione ecclesiale di Nogaro è scaturita dal cuore più che dalla testa.

Questa “passione” emerge chiaramente dalle pagine della sua ultima pubblicazione, che può essere considerata quasi una sorta di testamento spirituale: L’amore supera la verità. “Le donne e gli uomini appartenenti alla via” (At 9,2) (il Pozzo di Giacobbe, 2025).

Vale la pena riprendere alcuni passaggi della riflessione, perché – come ha ricordato ancora don Mimmo – Nogaro ha indicato «la strada del rinnovamento evangelico» della Chiesa. E oggi più che mai questa strada attende di essere imboccata.

Innanzitutto, il vescovo Raffaele ha messo in guardia da un’istituzione ecclesiale che interpreta il potere in termini di violenza mondana, opprimendo la libertà della coscienza individuale:

«Per un certo tempo gli amici di Gesù rimangono “gli uomini della Via” (cf. At 9,2), impegnati a dare soccorso spirituale e fisico a tutti i bisognosi. La seduzione del Regno della terra tuttavia diventa ben presto irresistibile. La Chiesa contrae così fin dagli inizi la malattia mortale che è il potere. Diventa una monarchia assoluta e si garantisce come tale con l’“infallibilità” di Dio. Ora il potere è sempre arbitrario, è sempre legalista, è sempre al di sopra e al di fuori della concretezza del vivere umano. La Chiesa rischia di compromette il Vangelo quando vuol fare di Gesù una “dottrina cristiana” cui credere ciecamente, rendendo colpevole l’uomo che non ha fede in essa. Nella Chiesa, infatti, il superiore ha la pretesa della “grazia dello stato” che richiede solo l’obbedienza ai sudditi. La Chiesa è ancora espressione della classe medio-alta, ben lontana dalle sofferenze delle persone comuni. In modo quasi ossessivo si interessa di morale sessuale e non interviene se non formalmente sulla disuguaglianza globale, sulle migrazioni, sulle condizioni di impoverimento».

L’eguaglianza battesimale

Così, deve essere superata la concezione ecclesiale della Chiesa come sistema di potere, alimentata da distinzione strutturale tra chierici e laici che nega il principio dell’eguaglianza battesimale:

«Da duemila anni la Chiesa è un sistema di potere. Un potere assoluto che vincola la coscienza degli uomini. Eppure, Gesù ai suoi discepoli chiede unicamente di amare e di servire tutti gli umani (…) Ora l’“infallibilità” di qualcuno, la “grazia dello stato” e la “differenza ontologica” dei consacrati rispetto ai laici, sono qualità che necessariamente fanno dominio su tutti coloro che non le hanno».

È una Chiesa, quella auspicata da Nogaro, che non teme di rinunciare ai “segni del potere”: «Gli abiti liturgici sono strani, teatrali, inerti, segnaletiche di un passato ormai passato, di origine addirittura faraonica come la mitria». Tant’è vero che l’organizzazione gerarchica corrisponde alla ricostituzione del Sacro Romano Impero.

Pure sulla valorizzazione delle donne nella comunità ecclesiale la parola del vescovo Raffaele è chiara:

«Occorre una teologia della giustizia che riconosca le donne quali soggetti sociali, morali e religiosi responsabili, interlocutrici dirette di Dio, senza la mediazione degli uomini (…) Il fatto che le donne non siano ancora ammesse ai ministeri in piena parità è un grave inspiegabile danno alla credibilità della Chiesa. Ho la convinzione che la Chiesa non potrà mai essere Chiesa di Cristo se le donne non vengono liberate dalla loro subalternità per diventare le costruttrici responsabili della casa-Chiesa alla pari degli uomini».

Anche per i pastori del popolo di Dio

Riprendo solo questi passaggi, ma se ne potrebbero citare tanti altri.

Mi interessa mettere in evidenza come queste parole arrivino da un membro del collegio episcopale. Sono, quindi, parole dotate di una certa autorità magisteriale e, per questo motivo, non possono che interrogare profondamente la gerarchia ecclesiastica e l’intero popolo di Dio. Come ha detto sempre don Mimmo Battaglia: il vescovo Raffaele è stato un profeta anche per i pastori.

Accogliere la profezia di Nogaro esige una trasformazione radicale della Chiesa come istituzione, finalmente liberata da tutte le incrostazioni di stampo assolutistico-faraonico. Non un semplice make-up estetico, la riforma ecclesiale dev’essere l’occasione per il cuore del messaggio evangelico; altrimenti non può essere riforma.

Il magistero, l’azione pastorale nonché la testimonianza cristiana e umana del vescovo Raffaele mettono la Chiesa cattolica nella condizione di un esame di coscienza non più rimandabile. Attenzione a che la Chiesa non diventi quel “deserto” in cui la voce del profeta grida senza essere da alcuno udita o, comunque, attuata.

Luigi Mariano Guzzo è professore di Diritto canonico all’Università di Pisa

settimananews

domenica, gennaio 18

Cantico per le persone che lottano di Padre MAURO ARMANINO

Cantico per le persone che lottano 


Quelle persone. Così piccole. Così distinte. Così diverse. Così minoritarie. Così necessarie. Quelle persone sono lì. Anche se non sono nominate, anche se lo sguardo del potere non le prende in considerazione, anche se quelli di sopra non le ascoltano, anche se non appaiono nei sondaggi e nelle statistiche. Quelle persone… Per loro è il nostro cuore.

Scriveva così il ‘Capitano’ già sub-comandante Marcos, dalle montagne del sud-est messicano. Siamo nell’ottobre del 2024. 30 anni dopo l’insurrezione degli zapatisti. Data non casuale perché coincideva con l’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord, Nafta, in inglese. L’obiettivo dichiarato non era tanto la presa del potere quando qualcosa di ...’appena più difficile, un mondo nuovo’, nelle parole di Marcos, porta parola dal volto coperto da un passamontagna.

L’abbiamo cercato in tanti, a seconda delle stagioni, il mondo nuovo. Chi con le armi, chi con le ideologie, i partiti, le preghiere, i digiuni e le marce sulle strade. Poi, apparentemente, non cambia proprio nulla. Solo rimangono le macerie di quel poco di mondo che sta in piedi di quanto sognato. E allora si lascia perdere, delusi e sconfitti. Poi si maledice il potere, troppo forte, oppure ci si rifugia nel famoso privato. Ci si trasforma da protagonisti in spettatori della storia e dunque tristi perdenti.

Riappare, mai del tutto andata via, la ‘legge delle giungla’ in cui la forza, intesa qui come violenza, sembra prevalere o comunque porsi come legittima forma di dominio. Dalla forza della legge alla legge della forza (bellica) il transito si compie e si evidenzia in alcune contingenze storiche inclusa quella attuale. Tanto non cambierà nulla, ci dicono. Che cosa proporre che non sia già stato tentato ed ha totalmente fallito l’obiettivo del cambiamento per cui tanti hanno dato la vita.

A monte delle precedenti affermazioni si trovano alcune ambiguità radicali che ne falsificano o mistificano le conclusioni. La prima consiste a voler misurare, conteggiare, pesare e dunque giudicare la realtà, operazione del tutto arbitraria e alla quale nessuno è stato delegato. Inoltre, com’è noto, c’è nella storia umana una componente essenziale che sfugge allo sguardo dei più e che si potrebbe chiamare ‘mistero’. Quella parte carsica, sotterranea, invisibile attraverso la quale passa la vita. 

La prima e fondamentale cosa del cambiare nella vita è infatti lo sguardo. A questo ci invitano le parole del ‘cantico degli insorti’ di ogni epoca, latitudine che dovremmo fare nostro, soprattutto oggi. Perché ci sono persone ...’ Che dicono “No”, quando la maggioranza annuisce con rassegnato disinteresse… Che alzano la fronte, quando la maggioranza la inclina… Che smettono di credere, quando il credo ufficiale si impone sulla maggioranza…Che hanno dei principi, quando la maggioranza inventa alibi… 

Che cercano la verità e la giustizia, mentre la maggioranza si perde. Che camminano per trovare, quando la maggioranza siede ad aspettare…Che lottano, quando la maggior parte si arrende. 

Che dicono quando parlano, anche se la maggior parte ripete. Che, guardandosi allo specchio, si trovano, mentre le maggioranze gli chiedono di perdersi in esse… Che vegliano, anche se la maggior parte dormono… Che si sacrificano, mentre la maggior parte viene amministrata… 

Che si ribellano, quando la maggioranza obbedisce… Che si trasformano, mentre la maggior parte si rassegnano… Che aprono gli occhi, anche se la maggior parte li chiudono… Che lottano perché è il loro dovere, e non per essere parte della maggioranza… Che sono solo una crepa, quando la maggior parte si fanno muro. Proprio da queste fenditure, come da un grembo, passa il mondo nuovo.

             Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026

lunedì, gennaio 12

IL POTERE, LA GLORIA E I NO di Padre MAURO ARMANINO

Il potere, la gloria e i no

Nel vangelo secondo Matteo si racconta una delle tentazioni alla quale sarebbe stato sottoposto Cristo... Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». I regni del mondo con la loro gloria. Il potere e la gloria non sono solo il titolo del noto e straordinario romanzo dello scrittore inglese Graham Greene ma anche la cifra della storia umana contemporanea. Il potere del popolo per il popolo e con il popolo sono momenti particolari, squarci, feritoie di un mondo che passa in fretta di moda. Persino papa Leone, tutt’altro che scevro di potere, ha recentemente ricordato agli ambasciatori riuniti in vaticano che anche...’ la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando’. Tutto gira attorno au due elementi citati, il potere e la gloria.


Se prosternandoti mi adorerai, afferma perentoriamente il diavolo, simbolo della divisione e della menzogna. Il potere adora la gloria e la gloria il potere. Uno cammina con l’altro da buoni compagni di destino o meglio di strategia. Proporre questo abbinamento è interpretato dal vangelo come ‘demoniaco’ e cioè potenzialmente menzognero e divisivo. Sappiamo per esperienza personale e storica quanto il potere in realtà possieda chi l’esercita. Coloro che vivono nel e del potere e la gloria sono dei ‘posseduti’. Capiamo anche perché, nella gestione politica del potere, da ogni parte e con modalità differenti, si è sempre cercato di limitare o ‘controllare’ il potere. Non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha...come disse un noto politico. Il potere sempre corrompe e quello senza argini corrompe ‘assolutamente’. Sarebbe sufficiente pensare alle dittature, civili o militari.

Ciò succede perché si opera una scissione tra chi ha l’autorità, intesa come autorevolezza, legittimità e capacità di far crescere e migliorare gli altri e potere, definito come capacità di determinare la condotta di altri e ottenerne l’obbedienza. Lo slittamento o tentazione di tradurlo in dominazione di matrice necrofila appare fin troppo evidente e di fatto conseguente. Se prostrandoti mi adorerai, afferma il divisore e menzognero simbolo del potere. Il potere è infatti tentato di prostrarsi ai demoni della gloria, dell’effimero impero del denaro o del successo di cui i cimiteri sono perenne testimonianza. Quando l’autorità si istituzionalizza diventa a sua volta espressione del potere. Lo stato, le religioni, l’amministrazione pubblica, i partiti, i sindacati, la scuola e financo la famiglia possono trasformarsi in potere e dunque attuare come mero strumento per dominare i ‘sudditi’.

Dal vangelo citato conosciamo pure la risposta al tentatore. Dai segni del potere al potere dei segni. Solo Dio adorerai, risponde Cristo secondo la spiritualità biblica. Ciò significa ed esprime la scelta di non piegare le ginocchia davanti a nessun altro che non sia l’origine e la fonte della vita. Solo l’appartenenza alla gratuità radicale del trascendente assicura e libera da ogni sottomissione al potere della gloria. Non casualmente il Cristo dei vangeli non si è piegato dinnanzi a nessuna forma di potere, sociale, economico, politico e religioso. Erano infatti un tutt’uno con l’Impero romano dominante. Etienne de La Boétie avrebbe forse evitato di scrivere il suo ‘Discorso sulla servitù volontaria’. Possono prosperare tiranni, dittatori e furfanti resi ebbri dall’arroganza del potere solo perché c’è gente che piega le ginocchia davanti alla loro finta gloria. L’autorità della resistenza incomincia sempre dai no.


    Mauro Armanino, Casarza, gennaio 2026

ndr: La frase "il potere logora chi non ce l'ha" è un celebre aforisma spesso attribuito erroneamente a Giulio Andreotti, ma in realtà proviene dal politico e diplomatico francese del XVIII secolo Charles-Maurice de Talleyrand, che disse: "Le pouvoir n'épuise que ceux qui ne l'exercent pas" (Il potere esaurisce solo chi non lo esercita). Andreotti la usava per descrivere la sua visione politica cinica e pragmatica: chi è al potere logora gli avversari, mentre chi è all'opposizione consuma se stesso nell'invidia e nel desiderio di ottenerlo, diventando logoro.