POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

domenica, gennaio 25

IL CIOCCOLATO DI MODICA di PADRE MAURO ARMANINO



Il cioccolato di Modica

C’è sempre una prima volta nella vita. Non avevo mai avuto l’occasione di visitare la Sicilia. Qualche giorno prima della partenza era stato diramato un bollettino meteo con livello di criticità Allarme - Codice Rosso per rischio idrogeologico ed idraulico fino alle 24 del 17 gennaio. Al mio arrivo, qualche giorno dopo, la strada da Catania a Modica era in buone condizioni e solo si notavano i campi attorno saturi d’acqua piovana. Sappiamo che in alcune parti dell’isola i disagi e i disastri sono stati notevoli. Precipitazioni abbondanti a parte Modica è stata risparmiata da disastri ma il mare non è lontano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Un migrante che si è salvato dal naufragio nella vicina Pozzallo sostiene che ‘la vita non vale niente’. Ha visto morire alcuni suoi compagni di viaggio e tra questi un bambino. Ricorda il bimbo che ‘beveva’ l’acqua del mare e ha chiesto a Dio di morire perché la sofferenza era difficile da portare. Poi, vivo per miracolo, si è detto che doveva realizzare la sua vita da questa parte per coloro che non sono mai arrivati alla riva. ‘La vita non vale niente’, ha ripetuto questo giovane che è fuggito dal suo Paese per attraversare il deserto e il mare, reso amaro assai.



C’è sempre una prima volta nella vita. Proprio accanto al mare di Pozzallo, adiacente al porto militare, si trova un centro per immigranti che arrivano dal mare, le mani disarmate. Gli hanno dato il nome inglese ormai confidenziale di ‘Hotspot’ per renderlo innocuo nel paesaggio lessicale della politica. In realtà opera come centro di prima accoglienza, identificazione e assistenza sanitaria per i viaggiatori del mare. Gli Hotspot nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti ‘migranti economici’. Detto centro è una struttura chiave per la gestione degli arrivi dal mare nelle Sicilia meridionale.
C’è sempre una prima volta nella vita. Ad esempio, assaggiare il cioccolato di Modica nella stessa città dove questo prodotto si crea e si commercia. Avrei scoperto più tardi che l’attuale processo di lavorazione era praticato dai Maya e Aztechi che usavano i semi di cacao per l’alimentazione e i loro riti. Modica seppe valorizzare questo tipo di tecnica in seguito all’occupazione spagnola del XVI secolo. Anche in questo caso tutto arrivò dal mare. Dall’ America prima e dalla Spagna poi. La dolcezza e finezza ineguagliabile di questo prodotto ha potuto transitare l’oceano e il Mediterraneo.
C’è sempre una prima volta nella vita. Chi scrive augura ai capi di stato che infestano la cronaca quotidiana. A coloro che si credono immortali e decidono le sorti del mondo. Ai dittatori da strapazzo. Ai militari che hanno confiscato il potere. A coloro che rubano le redini dell’economia. Agli intellettuali da salotto. Ai venditori di illusorie consolazioni. Ai fabbricanti di armi. Ai politici e commedianti delle geopolitiche imperiali. A coloro che affamano i poveri. A tutti questi chi scrive augura di cuore che essi o uno dei loro figli si trovi profugo e attraversi il mare.
C’è sempre una prima volta nella vita. La Sicilia, Pozzallo, l’Hotspot, il cioccolato di Modica lavorato a freddo, le minute e fragili solidarietà che, come fili, intessono speranze. Perché afferma infine il migrante che arriva dal mare... ‘la vita non vale niente ma niente vale la vita’.


               Mauro Armanino, Modica, gennaio 2026


martedì, gennaio 20

PER ESSERE VICINI A COLORO CHE HANNO SUBITO LA TRAGEDIA DELLO SCONTRO DEI TRENI IN SPAGNA

Padre Nicola Galeno OCD desidera ricordare la tragedia avvenuta ieri in Spagna, con una immagine e relativa didascalia poetica e mi unisco anch'io con la preghiera.

RAFFAELE NOGARO, Vescovo Emerito, , profeta coraggioso - articolo ricevuto da Padre Mauro Armanino

Raffaele Nogaro, profeta coraggioso

Raffaele Nogaro è stato un vescovo “coraggioso”, appassionato tanto al Vangelo quanto alla Costituzione italiana (o meglio, a quel sistema dei diritti umani riconosciuti nella comunità internazionale, oggi tanto bistrattato!).

Un uomo che non è sceso a compromessi con il potere inteso nei termini di sopraffazione e di violenza, che fosse potere civile o che fosse potere ecclesiastico. Un pastore originario del Nord che ha amato in maniera viscerale il Sud, nel pieno dello spirito del Concilio Vaticano II, promuovendo un’ampia azione di contrasto alla camorra. Sempre in prima linea, accanto agli ultimi, ai poveri, ai migranti. Operatore di pace e, per questo, beato. 

Passione per la Chiesa

Insomma, ci si trova di fronte ad una grande testimonianza di impegno civile. Ma non solo. Quello di Nogaro è uno sguardo profetico sul mondo come sulla Chiesa. In effetti, profeta l’ha definito senza remore, il giorno delle esequie, il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, che bene ha fatto a metterne in evidenza anche la visione ecclesiale.

Don Mimmo ha mirabilmente compendiato la visione di Chiesa del vescovo Raffaele: «La passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth».

Non è un caso che don Mimmo più che parlare di “idea” abbia parlato di “passione”, in quanto la visione ecclesiale di Nogaro è scaturita dal cuore più che dalla testa.

Questa “passione” emerge chiaramente dalle pagine della sua ultima pubblicazione, che può essere considerata quasi una sorta di testamento spirituale: L’amore supera la verità. “Le donne e gli uomini appartenenti alla via” (At 9,2) (il Pozzo di Giacobbe, 2025).

Vale la pena riprendere alcuni passaggi della riflessione, perché – come ha ricordato ancora don Mimmo – Nogaro ha indicato «la strada del rinnovamento evangelico» della Chiesa. E oggi più che mai questa strada attende di essere imboccata.

Innanzitutto, il vescovo Raffaele ha messo in guardia da un’istituzione ecclesiale che interpreta il potere in termini di violenza mondana, opprimendo la libertà della coscienza individuale:

«Per un certo tempo gli amici di Gesù rimangono “gli uomini della Via” (cf. At 9,2), impegnati a dare soccorso spirituale e fisico a tutti i bisognosi. La seduzione del Regno della terra tuttavia diventa ben presto irresistibile. La Chiesa contrae così fin dagli inizi la malattia mortale che è il potere. Diventa una monarchia assoluta e si garantisce come tale con l’“infallibilità” di Dio. Ora il potere è sempre arbitrario, è sempre legalista, è sempre al di sopra e al di fuori della concretezza del vivere umano. La Chiesa rischia di compromette il Vangelo quando vuol fare di Gesù una “dottrina cristiana” cui credere ciecamente, rendendo colpevole l’uomo che non ha fede in essa. Nella Chiesa, infatti, il superiore ha la pretesa della “grazia dello stato” che richiede solo l’obbedienza ai sudditi. La Chiesa è ancora espressione della classe medio-alta, ben lontana dalle sofferenze delle persone comuni. In modo quasi ossessivo si interessa di morale sessuale e non interviene se non formalmente sulla disuguaglianza globale, sulle migrazioni, sulle condizioni di impoverimento».

L’eguaglianza battesimale

Così, deve essere superata la concezione ecclesiale della Chiesa come sistema di potere, alimentata da distinzione strutturale tra chierici e laici che nega il principio dell’eguaglianza battesimale:

«Da duemila anni la Chiesa è un sistema di potere. Un potere assoluto che vincola la coscienza degli uomini. Eppure, Gesù ai suoi discepoli chiede unicamente di amare e di servire tutti gli umani (…) Ora l’“infallibilità” di qualcuno, la “grazia dello stato” e la “differenza ontologica” dei consacrati rispetto ai laici, sono qualità che necessariamente fanno dominio su tutti coloro che non le hanno».

È una Chiesa, quella auspicata da Nogaro, che non teme di rinunciare ai “segni del potere”: «Gli abiti liturgici sono strani, teatrali, inerti, segnaletiche di un passato ormai passato, di origine addirittura faraonica come la mitria». Tant’è vero che l’organizzazione gerarchica corrisponde alla ricostituzione del Sacro Romano Impero.

Pure sulla valorizzazione delle donne nella comunità ecclesiale la parola del vescovo Raffaele è chiara:

«Occorre una teologia della giustizia che riconosca le donne quali soggetti sociali, morali e religiosi responsabili, interlocutrici dirette di Dio, senza la mediazione degli uomini (…) Il fatto che le donne non siano ancora ammesse ai ministeri in piena parità è un grave inspiegabile danno alla credibilità della Chiesa. Ho la convinzione che la Chiesa non potrà mai essere Chiesa di Cristo se le donne non vengono liberate dalla loro subalternità per diventare le costruttrici responsabili della casa-Chiesa alla pari degli uomini».

Anche per i pastori del popolo di Dio

Riprendo solo questi passaggi, ma se ne potrebbero citare tanti altri.

Mi interessa mettere in evidenza come queste parole arrivino da un membro del collegio episcopale. Sono, quindi, parole dotate di una certa autorità magisteriale e, per questo motivo, non possono che interrogare profondamente la gerarchia ecclesiastica e l’intero popolo di Dio. Come ha detto sempre don Mimmo Battaglia: il vescovo Raffaele è stato un profeta anche per i pastori.

Accogliere la profezia di Nogaro esige una trasformazione radicale della Chiesa come istituzione, finalmente liberata da tutte le incrostazioni di stampo assolutistico-faraonico. Non un semplice make-up estetico, la riforma ecclesiale dev’essere l’occasione per il cuore del messaggio evangelico; altrimenti non può essere riforma.

Il magistero, l’azione pastorale nonché la testimonianza cristiana e umana del vescovo Raffaele mettono la Chiesa cattolica nella condizione di un esame di coscienza non più rimandabile. Attenzione a che la Chiesa non diventi quel “deserto” in cui la voce del profeta grida senza essere da alcuno udita o, comunque, attuata.

Luigi Mariano Guzzo è professore di Diritto canonico all’Università di Pisa

settimananews

domenica, gennaio 18

Cantico per le persone che lottano di Padre MAURO ARMANINO

Cantico per le persone che lottano 


Quelle persone. Così piccole. Così distinte. Così diverse. Così minoritarie. Così necessarie. Quelle persone sono lì. Anche se non sono nominate, anche se lo sguardo del potere non le prende in considerazione, anche se quelli di sopra non le ascoltano, anche se non appaiono nei sondaggi e nelle statistiche. Quelle persone… Per loro è il nostro cuore.

Scriveva così il ‘Capitano’ già sub-comandante Marcos, dalle montagne del sud-est messicano. Siamo nell’ottobre del 2024. 30 anni dopo l’insurrezione degli zapatisti. Data non casuale perché coincideva con l’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord, Nafta, in inglese. L’obiettivo dichiarato non era tanto la presa del potere quando qualcosa di ...’appena più difficile, un mondo nuovo’, nelle parole di Marcos, porta parola dal volto coperto da un passamontagna.

L’abbiamo cercato in tanti, a seconda delle stagioni, il mondo nuovo. Chi con le armi, chi con le ideologie, i partiti, le preghiere, i digiuni e le marce sulle strade. Poi, apparentemente, non cambia proprio nulla. Solo rimangono le macerie di quel poco di mondo che sta in piedi di quanto sognato. E allora si lascia perdere, delusi e sconfitti. Poi si maledice il potere, troppo forte, oppure ci si rifugia nel famoso privato. Ci si trasforma da protagonisti in spettatori della storia e dunque tristi perdenti.

Riappare, mai del tutto andata via, la ‘legge delle giungla’ in cui la forza, intesa qui come violenza, sembra prevalere o comunque porsi come legittima forma di dominio. Dalla forza della legge alla legge della forza (bellica) il transito si compie e si evidenzia in alcune contingenze storiche inclusa quella attuale. Tanto non cambierà nulla, ci dicono. Che cosa proporre che non sia già stato tentato ed ha totalmente fallito l’obiettivo del cambiamento per cui tanti hanno dato la vita.

A monte delle precedenti affermazioni si trovano alcune ambiguità radicali che ne falsificano o mistificano le conclusioni. La prima consiste a voler misurare, conteggiare, pesare e dunque giudicare la realtà, operazione del tutto arbitraria e alla quale nessuno è stato delegato. Inoltre, com’è noto, c’è nella storia umana una componente essenziale che sfugge allo sguardo dei più e che si potrebbe chiamare ‘mistero’. Quella parte carsica, sotterranea, invisibile attraverso la quale passa la vita. 

La prima e fondamentale cosa del cambiare nella vita è infatti lo sguardo. A questo ci invitano le parole del ‘cantico degli insorti’ di ogni epoca, latitudine che dovremmo fare nostro, soprattutto oggi. Perché ci sono persone ...’ Che dicono “No”, quando la maggioranza annuisce con rassegnato disinteresse… Che alzano la fronte, quando la maggioranza la inclina… Che smettono di credere, quando il credo ufficiale si impone sulla maggioranza…Che hanno dei principi, quando la maggioranza inventa alibi… 

Che cercano la verità e la giustizia, mentre la maggioranza si perde. Che camminano per trovare, quando la maggioranza siede ad aspettare…Che lottano, quando la maggior parte si arrende. 

Che dicono quando parlano, anche se la maggior parte ripete. Che, guardandosi allo specchio, si trovano, mentre le maggioranze gli chiedono di perdersi in esse… Che vegliano, anche se la maggior parte dormono… Che si sacrificano, mentre la maggior parte viene amministrata… 

Che si ribellano, quando la maggioranza obbedisce… Che si trasformano, mentre la maggior parte si rassegnano… Che aprono gli occhi, anche se la maggior parte li chiudono… Che lottano perché è il loro dovere, e non per essere parte della maggioranza… Che sono solo una crepa, quando la maggior parte si fanno muro. Proprio da queste fenditure, come da un grembo, passa il mondo nuovo.

             Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026

lunedì, gennaio 12

IL POTERE, LA GLORIA E I NO di Padre MAURO ARMANINO

Il potere, la gloria e i no

Nel vangelo secondo Matteo si racconta una delle tentazioni alla quale sarebbe stato sottoposto Cristo... Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». I regni del mondo con la loro gloria. Il potere e la gloria non sono solo il titolo del noto e straordinario romanzo dello scrittore inglese Graham Greene ma anche la cifra della storia umana contemporanea. Il potere del popolo per il popolo e con il popolo sono momenti particolari, squarci, feritoie di un mondo che passa in fretta di moda. Persino papa Leone, tutt’altro che scevro di potere, ha recentemente ricordato agli ambasciatori riuniti in vaticano che anche...’ la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando’. Tutto gira attorno au due elementi citati, il potere e la gloria.


Se prosternandoti mi adorerai, afferma perentoriamente il diavolo, simbolo della divisione e della menzogna. Il potere adora la gloria e la gloria il potere. Uno cammina con l’altro da buoni compagni di destino o meglio di strategia. Proporre questo abbinamento è interpretato dal vangelo come ‘demoniaco’ e cioè potenzialmente menzognero e divisivo. Sappiamo per esperienza personale e storica quanto il potere in realtà possieda chi l’esercita. Coloro che vivono nel e del potere e la gloria sono dei ‘posseduti’. Capiamo anche perché, nella gestione politica del potere, da ogni parte e con modalità differenti, si è sempre cercato di limitare o ‘controllare’ il potere. Non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha...come disse un noto politico. Il potere sempre corrompe e quello senza argini corrompe ‘assolutamente’. Sarebbe sufficiente pensare alle dittature, civili o militari.

Ciò succede perché si opera una scissione tra chi ha l’autorità, intesa come autorevolezza, legittimità e capacità di far crescere e migliorare gli altri e potere, definito come capacità di determinare la condotta di altri e ottenerne l’obbedienza. Lo slittamento o tentazione di tradurlo in dominazione di matrice necrofila appare fin troppo evidente e di fatto conseguente. Se prostrandoti mi adorerai, afferma il divisore e menzognero simbolo del potere. Il potere è infatti tentato di prostrarsi ai demoni della gloria, dell’effimero impero del denaro o del successo di cui i cimiteri sono perenne testimonianza. Quando l’autorità si istituzionalizza diventa a sua volta espressione del potere. Lo stato, le religioni, l’amministrazione pubblica, i partiti, i sindacati, la scuola e financo la famiglia possono trasformarsi in potere e dunque attuare come mero strumento per dominare i ‘sudditi’.

Dal vangelo citato conosciamo pure la risposta al tentatore. Dai segni del potere al potere dei segni. Solo Dio adorerai, risponde Cristo secondo la spiritualità biblica. Ciò significa ed esprime la scelta di non piegare le ginocchia davanti a nessun altro che non sia l’origine e la fonte della vita. Solo l’appartenenza alla gratuità radicale del trascendente assicura e libera da ogni sottomissione al potere della gloria. Non casualmente il Cristo dei vangeli non si è piegato dinnanzi a nessuna forma di potere, sociale, economico, politico e religioso. Erano infatti un tutt’uno con l’Impero romano dominante. Etienne de La Boétie avrebbe forse evitato di scrivere il suo ‘Discorso sulla servitù volontaria’. Possono prosperare tiranni, dittatori e furfanti resi ebbri dall’arroganza del potere solo perché c’è gente che piega le ginocchia davanti alla loro finta gloria. L’autorità della resistenza incomincia sempre dai no.


    Mauro Armanino, Casarza, gennaio 2026

ndr: La frase "il potere logora chi non ce l'ha" è un celebre aforisma spesso attribuito erroneamente a Giulio Andreotti, ma in realtà proviene dal politico e diplomatico francese del XVIII secolo Charles-Maurice de Talleyrand, che disse: "Le pouvoir n'épuise que ceux qui ne l'exercent pas" (Il potere esaurisce solo chi non lo esercita). Andreotti la usava per descrivere la sua visione politica cinica e pragmatica: chi è al potere logora gli avversari, mentre chi è all'opposizione consuma se stesso nell'invidia e nel desiderio di ottenerlo, diventando logoro. 


martedì, gennaio 6

Chi era Mileva Marić la prima moglie di Albert Einstein

Quando nel 1922 Albert Einstein riceve il Nobel per la Fisica, Mileva Marić sa che l’ex marito avrebbe mantenuto i patti: la gloria e la carriera tutta per lui, il denaro del premio a lei e ai figli. È uno degli accordi che i due hanno preso nel 1919, l’anno della celebre eclissi solare che conferma sperimentalmente la teoria della relatività generale. Ma è anche l’anno in cui il tribunale di Zurigo, ironicamente il 14 febbraio, sancisce il divorzio tra Marić e Einstein, con quest’ultimo che finalmente, il 2 giugno, quattro giorni dopo quell’eclissi di storica importanza, sposa l’amata cugina Elsa Löwenthal.  Il denaro arriva e risolve i problemi economici di Marić, che si arrangia dando lezioni private di matematica e fisica ai ragazzi di Zurigo, ma che senza il diploma di laurea non ha mai potuto nemmeno tentare la carriera accademica. Con i soldi del Nobel, riesce a comperare un piccolo immobile, che le permette di avere un appartamento per sé, più alcuni locali da affittare. Dovrebbe essere sufficiente a garantire una vita economicamente stabile, ma allora Marić e Einstein non possono sapere che da lì a una decina d’anni l’Europa sarebbe stata sconvolta da un seconda guerra mondiale che avrebbe fatto emigrare lui ed Elsa negli Stati Uniti, ma che avrebbe reso estremamente difficile anche la vita di Marić nella neutrale Svizzera, che a Zurigo morirà il 4 agosto del 1948.  

Chi era Mileva Marić 



Mileva Marić (Милева Марић) nasce a Titel, non lontano da Novi Sad in Serbia, allora parte dell’Impero Austro Ungarico, il 19 dicembre 1875. Poco dopo la nascita della sua primogenita, il padre Miloš abbandona la carriera militare e trova occupazione all’interno del sistema tribunalizio dell’Impero. Miloš è una figura determinante nella prima parte della vita di Mileva, che dimostra fin da bambina una spiccata intelligenza, accompagnata da una forte timidezza, accentuata da un difetto alla nascita che l’ha costretta per tutta la vita a zoppicare. Ma è una ragazza curiosa e quando la famiglia si trasferisce a Zagabria, Miloš riesce a ottenere che la figlia, unica femmina, frequenti il liceo di lingua tedesca, dove però non può diplomarsi. Il desiderio di studiare, soprattutto le materie scientifiche, spingono il padre a incoraggiare la figlia ad andare in Svizzera, dove le donne potevano iscriversi all’università e si parlava il tedesco. A Zurigo si diploma e supera l’esame di ammissione al Politecnico, dove entra da matricola nell’autunno del 1896, l’anno che la cambia la vita. Mileva Marić nel 1896. Quello stesso anno matricola è anche Albert Einstein, di quattro anni più giovane, ma con il quale Marić lega rapidamente. A unirli, oltre alla passione per la fisica, è la musica. I due spesso suonano insieme, lui al violino, lei al pianoforte, studiano insieme, compensando le loro diverse intelligenze: lei bravissima in matematica e nella fisica sperimentale, lui originale, intuitivo e capace di grande profondità di ragionamento. Diventano presto inseparabili, facendo coppia nella vita e nello studio, al punto che nelle loro lettere dell’epoca parlano del loro lavoro sulla fisica come di un’impresa comune: sarà questo uno dei motivi per cui molti anni più tardi alcuni riterranno che il ruolo di Marić negli studi sulla relatività ristretta si un po’ di più di quello di una moglie, bensì quello di una coautrice.   

L’inizio della complicazione

La prima difficoltà che i due devono affrontare nella loro vita comune è l’avversione della famiglia di Einstein al loro matrimonio. Il padre preferirebbe che Albert si trovasse un lavoro prima di parlare di sposarsi, la madre è preoccupata da questa Mileva: non è ebrea e ha un profilo un po’ troppo intellettuale e indipendente per essere una brava moglie. Così nel 1901 Marić si presenta all’esame finale per ottenere la laurea incinta: una condizione inaccettabile anche per un ambiente progressista come quello del Politecnico. Risultato: bocciata. La piccola Lieserl nasce il 27 gennaio del 1902. Sul suo destino c’è ancora un velo di nebbia. Sicuramente viene inizialmente data in adozione o in affido e muore presto di scarlattina.

La coppia Marić-Einstein in una foto del 1912 (Immagine: Biblioteca del Politecnico di Zurigo)  .Sono anni complicati per la coppia, che riesce a sposarsi nel 1903, ma senza che al brillante Einstein sia stato offerto, l’unico della sua classe di laurea, uno straccio di lavoro accademico. L’opzione migliore è il famoso lavoro di impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna. Nel 1904 nasce il secondo figlio, Hans Albert, e Marić si adatta al ruolo di moglie dell’epoca, prendendosi cura del figlio e della casa. Ma intellettualmente il confronto con il marito è sempre vivace. Albert riconosce nella moglie un'intelligenza che lo sprona: assieme leggono le novità della fisica dell’epoca e Marić è aggiornata passo dopo passo dell’avanzamento degli articoli che sono pubblicati a raffica nel 1905, il celebre annus mirabilis. Anche questa straordinaria produzione in un solo anno di cinque articoli fondamentali per la fisica del Novecento hanno fatto pensare a qualcuno che Marić lo abbia aiutato e che meritasse almeno un po’ di credito. Soprattutto per gli studi che derivano dalla tesi di laurea, che sicuramente anche lei conosceva molto bene.  

La gloria e l’altra

Negli anni successivi all’exploit, la carriera di Einstein spicca letteralmente il volo: prima con una cattedra a Praga e poi a Berlino, nella capitale della Prussia. La città tedesca è fondamentale, perché qui Albert incontra nuovamente e può frequentare la cugina Elsa Löwenthal, già divorziata e con la quale già dal 1912 inizia una relazione extraconiugale. Nonostante la nascita di un secondo figlio, Eduard, nel 1910, la relazione con Marić si è guastata.

Albert Einstein e la seconda moglie, Elsa Löwenthal, in una fotografia scattata tra il 1921 e il 1923 (Immagine: Biblioteca del Congresso) 

.Forse per lui si è semplicemente spento l’amore della gioventù, forse la vita li ha cambiati entrambi al punto da non poter più stare insieme. Di sicuro, Marić paga un prezzo più alto, perché da quando si sono sposati ha sacrificato la propria carriera, le proprie ambizioni e la propria giovinezza per permettere al marito di far decollare la propria carriera. Ora si ritrova con i due figli da gestire, senza il diploma di laurea e senza una propria autonomia economica. Nel 1914 ritorna a Zurigo con Hans Albert ed Eduard e comincia una lunga trattativa per il divorzio.  

La controversia sul ruolo scientifico di Marić 

Ad alimentare la rilettura del ruolo di Mileva Marić come di qualcosa di più della semplice prima moglie hanno contribuito soprattutto due fattori. Il primo è una biografia pubblicata nel 1969 da Desanka Trbuhovic-Gjuric che si basa tra le altre cose sul primo volume delle opere complete di Einstein pubblicato in quel periodo. È la prima volta che emerge pubblicamente la figura di Marić e l’autore serbo insinua senza presentare alcuna prova documentale che il talento matematico e fisico della sua connazionale sia stato determinante nello sviluppo della teoria della relatività ristretta del 1905. Fragile sul piano storiografico, la biografia sembra un tentativo di aggiungere al pantheon serbo la figura tragica della scienziata dimenticata dalla storia. La biografia di Trbuhovic-Gjuric viene tradotta in inglese e circola negli Stati Uniti, la patria adottiva di Einstein, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso. Nel 1986 una parte della famiglia Einstein mette all’asta alcune lettere scambiate tra Einstein e Marić e custodite in una banca di Berkeley, in California. Sono queste le lettere in cui Albert usa il “noi” quando parla dell’avanzamento degli studi dei primi anni del Novecento. Nel 1990 l’American Association for the Advancement of Science tiene il proprio convegno annuale a New Orleans e il tema è proprio il rapporto Einstein-Marić in seguito alla pubblicazione delle lettere. È questo il momento in cui se ne occupano i media generalisti, costruendo la storia della moglie messa in ombra e della scienziata di genio nascosta dal perfido marito. Come dimostra la più recente e completa biografia di Mileva Marić uscita nel 2019, non ci sono prove che possano sostenere la tesi di Trbuhovic-Gjuric e dei media degli anni Novanta. In una parte del volume, vengono addirittura analizzate tutte le occorrenze della parola “noi” nel carteggio tra i due coniugi senza che sia possibile stabilire con certezza che cosa intendesse Einstein quando impiegava il pronome plurale. Se non esistono prove a sostegno del genio messo in ombra dal marito, addirittura in alcune interpretazioni un “usurpatore” del lavoro della moglie, ciò non significa che Marić fosse una persona qualsiasi. Era sicuramente brillante e talentuosa, come dimostrano i risultati universitari, compromessi solamente da un ambiente misogino e dalla morale dell’epoca: il fatto che le donne potessero iscriversi all’università nella Svizzera di fine Ottocento non significa automaticamente che la società lo ritenesse giusto. In più, frustrate le possibilità di carriera come ricercatrice, si è dovuta adattare al ruolo che ci si aspettava ricoprisse, quello di moglie e madre priva di una propria indipendenza economica. Come ha scritto Ann Finkbeiner recensendo su Nature la sua biografia, Marić è stata «una donna intelligente che ha lavorato duramente per ottenere un'istruzione impegnativa sul piano intellettuale e ha sofferto pesanti contraccolpi personali, oltre alla ferita più profonda di essere il sesso sbagliato all'inizio del secolo sbagliato».  

Per approfondire Su Mileva Marić la bibliografia è vasta e complicata. La biografia più recente e approfondita dal punto di vista storico è quella citata nell'articolo qui sopra: Einstein’s Wife: The Real Story of Mileva Einstein-Marić  di Allen Esterson & David C. Cassidy, assieme a Ruth Lewin Sime pubblicata da MIT Press nel 2019. Una bella recensione, da cui è tratta la citazione finale, si trova su Nature a firma di Ann Finkbeiner. Il volume di Esterson, Cassidy e Lewin Sime smonta la controversa biografia scritta da Desanka Trbuhovic-Gjuric. Un' analisi dettagliata, ma sintetica, si può trovare anche in SAGE Open, sempre a firma di Esterson. La storia dell'asta delle lettere, e della loro pubblicazione, è raccontata dal New York Times in un articolo del 1996 a firma Dinitia Smith. In Italiano le prime 50 lettere tra Marić  e Einstein, le cosiddette "Love Letters", sono state pubblicate da Bollati Boringhieri nel 1993 e ristampate nel 2020. Marić  è anche stata scelta dalla scrittrice e divulgatrice scientifica Gabriella Greison come una delle Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo (Bollati Boringhieri, 2017). Sempre Greison ha costruito e portato in scena uno spettacolo teatrale incentrato sulla prima moglie di Einstein. Infine, Marić è anche la protagonista di diversi romanzi. Uno lo ha scritto proprio Gabriella Greison e si intitola Einstein e io (Salani, 2018). La scrittrice americana Marie Benedict, specializzata in romanzi storici, ha pubblicato The Other Einstein, uscito nel 2017 in italiano per Piemme come La donna di Einstein. Bottega Errante Edizioni ha tradotto nel 2019 il romanzo psicologico che la scrittrice croata Slavenka Drakulić ha dedicato alla rottura del matrimonio tra Marić e Einstein. Si intitola Mileva Marić. Teoria sul dolore.

 

 

 


lunedì, gennaio 5

LA LIBERTA' NON E' UNO SPAZIO LIBERO di Padre MAURO ARMANINO



La libertà non è uno spazio libero

Siamo nel millennio scorso, esattamente negli anni ’70, quando il cantautore Giorgio Gaber ricordava che la libertà è partecipazione. La politica è sporca, la politica non mi interessa, perché è la politica degli affaristi e quella dei riti elettorali. O tu fai la politica o la politica ti fa, dicevamo coi giovani in Costa d’Avorio alla fine degli anni ’80. C’era un partito unico perché unica sembrava la via per uscire dalla colonizzazione. Bastava unire gli sforzi e non perdere tempo con discorsi, dibattiti e ideologie peregrine imprestate altrove. Bastava il liberalismo capitalista e la promessa dello sviluppo agognato dalla banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. La democrazia del Capitale arrivò coi Piani di Aggiustamento Strutturale, contrabbandati come democrazia occidentale vincente. Anche se tu non ti occupi di politica non temere perché lei si occuperà, senz’altro, di te.
Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà. 
Continua così la canzone di Gaber degli anni ’70 che ha tradotto e anticipato la deriva nella quale si è impantanata la democrazia, svenduta per la circostanza ai facoltosi ‘parvenu’ del momento. Chi scrive era in quegli anni operaio metalmeccanico e le assemblee dei lavoratori erano incentrate, appunto, sulla partecipazione. Si ambiva al controllo dei ritmi di produzione e a quello della salute sul lavoro con la partecipazione degli operai nel progettare vie alternative e più compatibili con un lavoro sicuro e degno. Tutto spazzato via in pochi anni quando anche i sindacati, divisi da ideologie, collusioni col potere e scollamento dai lavoratori, sono diventati parte del sistema. La delega si è trasformata in graduale ripiego nel privato e il nome ‘riflusso’ ben dipingeva l’accaduto.


Ecco perché ci troviamo, qui come altrove, con una classe politica frutto ed espressione di assenze partecipative, Avvoltoi, affaristi, commercianti, imbroglioni, venditori di parole, pedine e vittime di un sistema basato sull’esclusione dei poveri e della loro parola per cambiare il mondo. Abbiamo permesso che la ‘casta gelatinosa terminale’ possa amministrare il continente europeo, come ricorda Slobodan Despot, direttore di ‘Antipresse’, nell’editoriale di questa settimana. Casta Gelatinosa Terminale, dice Despot. Nulla di più vero per un continente senza ‘qualità’, disse nel 2024 il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, alla lezione inaugurale pronunciata al ‘Collège de France’. Non va meglio altrove. In Africa Occidentale tra illusori colpi di stato militare nel Sahel centrale e presidenti a vita altrove. In Russia con la malattia imperiale intesa come rivincita all’esproprio capitalista post era sovietica.


PETER SLOTERDIJK

Nella Cina della ‘Via della seta’ che traccia l’autostrada commerciale dell’Impero di Mezzo che poggia sull’Africa molte delle sue velleità di potere anche militare senza darlo troppo a vedere. In Israele retto da guerrafondai e i paesi Arabi dai soldi del petrolio che affoga ogni tentativo di partecipazione. Quanto agli Stati Uniti si potrebbe dire che anche le ultime maschere del diritto che dovrebbe orientare e dirimere i rapporti diplomatici tra nazioni, sono cadute. La politica delle cannoniere, come opportunamente ricorda il New York Times di oggi, 5 gennaio del nuovo anno, non fa che riprodurre un vecchio mondo, quello della legge della giungla. Eppure, lo sappiamo quanto Gaber aveva ragione..

“La libertà non è star sopra un albero/non è neanche avere un’opinione/ la libertà non è uno spazio libero libertà è partecipazione.”
                                                           
Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026


sabato, gennaio 3

CATHERINE HOGARTH MOGLIE DI CHARLES DICKENS

 


Catherine Hogarth moglie di Charles Dickens

Forse solo un marziano non conosce Il Canto di Natale (anche nella versione Walt Disney con Zio Paperone nelle vesti di Ebenezer Scrooge) Oliver Twist, Grandi Speranze o il Circolo Pickwick, che Charles Dickens è uno dei giganti della letteratura inglese e mondiale del XIX secolo. Ma oltre ad essere un grande scrittore, questo londinese onorario (era nato a Portsmouth) aveva pure trovato il tempo di dedicarsi all’impegno sociale, oltre che a produrre e mantenere nientemeno che dieci pargoli nel corso del suo ventennale matrimonio con la scozzese Catherine Dickens (1815-1879) detta “Kate“, il cui padre il giornalista George Hogarth divenne scrittore e critico musicale al the Morning Chronicle, dove un giovane e squattrinato Dickens lavorava.

I due si sposarono nel 1836.

Come ancora adesso spesso accade, l’esistenza delle mogli e compagne di uomini famosi viene spesso schiacciata dall’egoistica personalità dei più noti mariti/compagni.

Eppure molte di loro erano lungi dall’essere scialbi fantasmi (sfido chiunque e a leggere la biografia di Constance Wilde, la moglie del mitico Oscar Wilde e pensare che lui l’abbia lasciata per mancanza di stimoli intellettuali). Certamente Catherine Dickens scialba non lo era.

Ma ci è voluto un direttore donna (la prima) e una donna curatore perché       il Charles Dickens Museum di Londra si decidesse a raccontare la storia dell’altra metà della storica coppia che ha abitato le stanze della casa di Doughty Street e che finora è stata completamente dimenticata. (tutto ciò è accaduto esattamente 1 anno fa, in occasione di una bella mostra dedicata appunto Catherine Dickens)

E il ritratto che emerge da questa piccola mostra è quello di una donna vivace ed intelligente che amava le feste, il teatro (era anche un’attrice dilettante e recitò anche in numerose produzioni), la musica (suonava il piano molto bene e a 14 anni incontrò persino Felix Mendelsshon), i viaggi (nel 1842 non esita ad accompagnare il marito nel tour americano) e la cucina, tanto da scrivere un libro di ricette dal titolo “What Shall we Have for Dinner? Satisfactorily Answered by Numerous Bills of Fare for from Two to Eighteen Persons” che ebbe molto successo e fu pubblicato fino al 1860.


Charles Dickens

Cosa accadde allora? Quello che troppo spesso avviene ancora oggi: il matrimonio finì dopo 22 anni di più o meno felice convivenza quando il famoso marito perde completamente la testa per una attrice diciottenne, Ellen “Nelly” Ternan.

La tipica crisi di mezza età. Così cliché!

Certo, i segni che Dickens si stava stancando di lei erano già nell’aria, se Catherine avesse voluto vederli (ma d’altra parte, quale donna in tale situazione vuole farlo??), a cominciare dai sempre più frequenti rimproveri che il sempre più famoso marito le muoveva e che andavano da quello di essere una madre e una padrona di casa incompetente ad quello di accusarla di aver voluto una famiglia numerosa – famiglia che era stata per Dickens la causa di numerose preoccupazioni finanziarie. Il fatto è che Charles era ancora un bell’uomo, giovanile e pieno di energia, mentre Catherine Hogarth Dickens che aveva avuto 10 figli e diversi aborti, non lo era più. Non c’è altro da dire.

I due si separarono nel Maggio 1858, dopo che un braccialetto destinato a Nelly fu recapitato per sbaglio alla casa di Dickens (e che Catherine pensò fosse per lei – chi non l’avrebbe fatto?). Voci che lo scrittore aveva una relazione extraconiugale con la sorella minore della moglie Georgina Hogarth (che viveva in casa con loro) circolavano da qualche tempo per Londra.

Voci che lo scrittore e amico di famiglia William Makepeace Thackeray (quello di Vanity Fair) per amor di chiarezza, si affrettò a contraddire dicendo che la separazione di Dickens da Kate era dovuta alla sua relazione con un’attrice. Dickens negò tutto, tanto da arrivare persino a scrivere un articolo pubblicato su Household Words il 12 Giugno 1858 con cui si affrettava a negare le voci di una separazione, anche senza fornire ulteriori chiarimenti. Inutile dire che l’amicizia con Thackeray non sopravvisse a questo terremoto…

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia.

La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Nonostante la consapevolezza di essere stata bistrattata, Catherine Hogarth si diede da fare con determinazione per ricostruire la sua vita, decisa a trarre il meglio dalla nuova (sebbene indesiderata) libertà che il suo nuovo status di moglie separata le concedeva. Si diede da fare per rinnovare vecchie amicizie, come quelle con gli scrittori del giornale satirico Punch, e per creare nuovi legami soprattutto tra i musicisti suoi vicini.

La mostra ha raccontato anche la storia di questo divorzio mostrando come la famiglia affrontò quella che ha tutte le sembianze di una moderna separazione, con i figli che prendono le parti dell’uno o dell’altra, e con i comportamenti che si adeguano alla nuova situazione.

Dei numerosi figli avuti da Dickens infatti, solo il ventunenne Charles jr allora già maggiorenne, decise (chiaramente contro il volere del padre) di andare ad abitare con Catherine quando, nel Maggio del 1858, si traferì al n. 70 di Gloucester Crescent, vicino a Regent’s Park, sostenendola anche economicamente, oltre che moralmente.

La scelta si presenta anche per Georgina, la sorella di Catherine, che viveva con loro e che si trova davanti all’opzione di restare con Dickens come governante o prendere le parti della sorella e tornare alla casa paterna, dove avrebbe condotto una vita noiosa da zitella squattrinata.

Inutile dire che fu abbastanza furba da scegliere la prima.

In punto di morte Catherine affido alla figlia le lettere scritte dal marito dicendole di darle al British Museum che il mondo sapesse che il grande Dickens una volta l’aveva amata.

All’uscita della mostra non riesco a non pensare che Catherine Dickens era una donna molto più piacevole dell’uomo a cui era sposata…

By Paola Cacciari

Ringrazio Paola Cacciari per lo splendido e preciso articolo. Questa vicenda mi fa cambiare idea sullo scrittore Charles Dickens, non pensavo fosse tanto schifoso da mettere incinta la moglie in continuazione, per poi  accusarla di essere stata lei a voler aumentare una numerosa famiglia e addirittura farla internare dimostrando una totale crudeltà.

Danila Oppio