POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, maggio 19

Distrazioni africane e parole da salvare di Padre MAURO ARMANINO

    Distrazioni africane e parole

da salvare  
  
‘Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta’. L’afferma, saggiamente, il rabbino di Genova Hain Fabrizio Cipriani nell’ottimo libro ‘La Torah in noi’. Nondimeno succede che in alcune parti di questo mondo si muoia più di una volta. La prima per scelta, casualità o destino e la seconda per dimenticanza o peggio, per distrazione. La parola in questione deriva dal latino e indica separazione e allontanamento. Esprime un’attrazione che conduce altrove o l’allontanamento dal momento presente, dal mondo, dal concreto quotidiano. I sinonimi di distratto sono vari e alcuni di questi aiutano a cogliere le ricadute della distrazione. Ad esempio la disattenzione, la smemoratezza e l’assenza sembrano costituire peraltro ciò su cui si fonda e prospera il sistema attuale di potere. Solo gente distratta dal reale sarà facile preda dei centri commerciali, del mondo trasformato in mercato e del tempo in mercanzia contante.


Tornato l’anno scorso da un Paese del Sahel Centrale chiamato Niger, ho avuto modo di veder confermato, se ancora necessario, quanto sia di notevole valore simbolico il nome Sahel. Parola che, dall’arabo, significa ‘riva, sponda’. In ambito geografico esprime il confine col ‘mare’ del deserto chiamato Sahara. In ben altro contesto esprime invece un passaggio, il transito tra la riva della vita e quella della morte. Tra chi conta e chi non è nulla, tra chi vive e chi, a stento, sopravvive. Tra chi entra nella storia e chi passa sacrificato. Tra morti degne di nota e quelle che non lasciano traccia. Tra guerre che meritano la cronaca e quelle che, ricoperte di polvere, sono sempre assenti. A volte si definiscono ‘guerre dimenticate’ o troppo lontane per profittare del privilegio di apparire sugli schermi televisivi che del reale sono, da tempo, una mistificazione.


Quando non si è importanti da vivi sarà molto difficile diventarlo da morti. La spinta ad esistere distrattamente è usata come una delle strategie più efficaci per cancellare la necessità, tutta umana, di dare memoria alla vita. Non casualmente Oxfam, nota ONG humanitaria, evidenzia alcuni degli oltre 30 conflitti armati che vedono coinvolto il continente africano. La Repubblica (poco) Democratica del Congo che ha registrato nel passato milioni di morti e, nel presente, scontri tra forze governative e gruppi armati. Oltre 7 milioni di persone sono sfollate e molte di più necessitano aiuti. Nel Sudan e il Sud Sudan si vive attualmente la più grande crisi umanitaria del pianeta per le guerre tra militari, tra (in)civili, i colpi di stato e, come per il Congo, il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie. In Somalia con la presenza di milizie e instabilità politica. In Etiopia con un conflitto che vanifica i piani di sviluppo in vaste porzioni del territorio. Il Sahel, già menzionato sopra, fascia di terra di mezzo che attraversa l’Africa dall’Atlantico al Mar Rosso. Area che, tra colpi di stato conseguenti agli attacchi di gruppi armati e conseguenti movimenti di popolazioni, è designata per il terzo anno consecutivo il baricentro mondiale del terrorismo. Infine il Mozambico dove gruppi armati legati ad interessi ideologici e finanziari, rendono instabili notevoli porzioni del territorio nazionale.
Constatiamo che alcune guerre, in altri lidi, hanno risonanza e peso mediatico molto più consistente. Ciò d’altra parte non cambia molto all’interno dei cimiteri. Basterebbe domandarlo alle famiglie dei morti e ai genitori dei bambini ai quali la follia delle armi ha reciso la vita come fiori da una falce impazzita e cieca. Rimane però significativo che alcune persone debbano morire più di una volta per essere riconosciute tali nella storia scritta sulla sabbia della storia. Ecco perché, se vogliamo imparare davvero a vivere almeno una volta, dovremmo transitare dalla distrazione che allontana all’attenzione che unisce le due rive. Qualcuno scrisse che ‘prima di salvare le persone c’è da salvare le parole’.

                     Mauro Armanino, Padova, Maggio 2026

domenica, maggio 10

INNOCENTI SOVVERSIONI di Padre MAURO ARMANINO

Innocenti sovversioni



Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, si legge la scritta ‘Sovvertiamo tutto’. Non so da quanto tempo e da chi ma, fin dal mio ritorno alla casa di Quarto Castagna, l’ho notata e mi ha colpito. Chissà perché     sono lieto che la lapidaria frase non sia stata cancellata o ricoperta da una mano di pittura.
Il verbo sovvertire deriva dal latino subvertere e significa letteralmente ‘capovolgere, volgere sotto’ indicando l’atto di rovesciare l’ordine costituito. La parola sottolinea un’azione di ribaltamento dal basso verso l’alto. Sinonimi sono destabilizzare, sconvolgere, stravolgere e rivoluzionare. Il verbo coniugato alla prima plurale del tempo presente, ho imparato a preferirlo all’ inflazionato, ambiguo e manipolato ‘rivoluzionare’ che poi, spesso, significa ruotare fino al punto di prima. Cambiare tutto perché nulla cambi non è accaduto solo nel romanzo ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa. Le innocenti sovversioni non sono altro che fragili e talvolta censurate resistenze artigianali.



Si da un processo di ribaltamento dal basso dell’ordine (o disordine) esistente che si avvale di fatti e persone le cui scelte paiono inadatte, piccole e incapaci a ribaltare un sistema. Come il ben noto granello di sabbia che cade nei meccanismi di una macchina sofisticata e ne provocano l’inceppamento, momentaneo o definitivo. Oppure la polvere che, sorniona, si infiltra e ostacola la buona marcia del sistema. In quest’ottica come non ricordare chi, tra i 1225 professori universitari ‘invitati’ a giurare fedeltà al regime fascista il 28 agosto del 1931, rifiutarono di abdicare la dignità.
‘Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista... che non apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili con i doveri del mio ufficio’. Dodici professori dissero no al giuramento e furono tutti destituiti dalle loro cattedre. Sappiamo che il regime fascista crollò qualche anno più tardi ma crediamo altresì che nel gesto sovversivo dei dodici docenti stava scritta la sconfitta della dittatura. Non c’è sovversione senza sovversivi e a condizione di lasciarsi prima o nel contempo ‘sovvertire’ nello spirito e nel corpo. Chi ha permesso che cià accada è un testimone.
I giornalisti sono dei martiri che per mestiere sono chiamati a raccontare la storia quotidiana o cronaca consapevoli degli gli occhiali dell’ideologia, del portafoglio o della convenienza. Si tratta di uno degli specchi della società che si vorrebbe democratica. L’anno scorso è stato l’anno più letale mai registrato per il giornalismo contemporaneo. Il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ), ci dice che lo scorso anno sono stati uccisi 129 tra giornalisti e operatori dei media e cioè il numero più alto da quando l’organizzazione monitora sistematicamente questi dati (1992). Inoltre, secondo l’ONU, circa 330 giornalisti sono attualmente detenuti nel mondo ai quali si possono aggiungere 500 giornalisti cittadini bloggers. Innocenti sovversivi le cui parole profumano di verità.
L’ONU ha ospitato in questi giorni il secondo Forum Internazionale per le Migrazioni che si celebra ogni 4 anni. Secondo il rapporto presentato dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, il numero dei migranti internazionali ha superato i 300 milioni di persone, circa il 3, 7 per cento della popolazione mondiale. Di questi 167 milioni sono lavoratori. Gli sfollati ammontano a 83 milioni. A questi dovremmo aggiungere 40 milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Nel Forum il Segretario generale dell’ONU ha ricordato che almeno 200 mila persone sono state vittime di tratta. Oltre 15 mila migranti sono morti o scomparsi sulle strade della migrazione nei due ultimi anni. Si tratta di innocenti sovversivi la cui assenza feconda una presenza. La stessa di un ex soldato israeliano.

‘Sei un traditore, mirzai, Sei una vergogna per il tuo sangue’, sussurravano vicino all’orecchio e mi tiravano indietro la testa...Ora, quando cammino vicino a un ristorante a Roma e sento il rumore dei turisti e delle posate sui piatti mi vengono i brividi. Il mio corpo è una mappa di nodi di dolore che non si scioglieranno mai. Ho cicatrici interne che i medici non possono vedere, dita che perdono sensibilità, una schiena che si rifiuta di stare dritta. Ma è proprio in quella carne martoriata che ho trovato la mia verità. Mi hanno tolto tutto, tranne la consapevolezza che il loro potere finisce dove inizia la mia resistenza. L’integralità del racconto si trova pubblicato nell’ultimo numero di Kritica.


Nulla di più sovversivo di queste parole impastate di sangue e dignità. Esattamente come quelle di Floribert Bwana Chui, giovane doganiere della Repubblica Democratica del Congo. Rapito, torturato e ucciso per aver rifiutato di far passare derrate alimentari avariate destinate al consumo per il suo popolo. Membro della comunità di Sant’Egidio, martire e beatificato il 15 giugno dell’anno scorso a Roma e cioè modello per tutti. Non dovrebbe stupire perché il simbolo dei cristiani è, appunto, una croce. Vi fu crocifisso, tra le migliaia di vittime, per evidente sovversione il Cristo. Divenuto insopportabile per il sistema politico-religioso del suo e, probabilmente, di tutti i tempi.
Devo confessare che se il volto di Dio riflesso nel Cristo non fosse quanto di più sovversivo ho incontrato finora, andrei subito a cercarlo altrove. Chi scrive spera che la scritta sul muro del condominio edificato su Corso Europa, non lontano dal cavalcavia di Quarto Castagna, non sia mai cancellata.

      Mauro Armanino, Genova, maggio 2026

sabato, maggio 2

QUANDO IL MONDO FA MALE di Padre MAURO ARMANINO

Quando il mondo fa male


... La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto... Ci siamo trovati a Piazza Caricamento di Genova, oggi il primo maggio della Repubblica fondata sul lavoro dove tre persone al giorno muoiono di lavoro. Camminando in corteo con un buon numero di stranieri delle scuole di italiano, mi tornava in mente questa prosa di Giorgio Gaber di fine anni novanta. Lui stesso aveva riconosciuto di avere rubato parole e idee a chi, come lui, sentiva il dolore delle battaglie non fatte. Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett e tanti altri. Cercatori di utopie come ricordava all’inizio dello spettacolo nel teatro Ivo Chiesa nella città di Genova. Il protagonista della serata dedicata a Gaber. 


Eduardo Galeano

Edoardo Galeano citato da Neri Marcoré, affermava che l’utopia, come l’orizzonte, si sposta sempre più avanti di dieci passi, irraggiungibile. L’utopia serve a farci camminare altrove. Non casualmente il pezzo recitato termina parlando di strada come vita e della vita come strada. Guerra alla guerra scandivano i giovani stranieri della manifestazione in via Garibaldi. Erano grida di Facce con dentro le ferite di battaglie non fatte.

... E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Ancora Gaber nella stessa prosa di quando il mondo gli faceva male. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti. L’orrendo crimine della menzogna sul destino e sentiero dell’umana avventura è all’origine del vuoto che caratterizza parte dell’occidente. Non potrà vivere una società basata sul consumo o la svendita del mistero presente in ogni volto e spesso sacrificato agli dei delle merci. Cittadini consenzienti e illusi consumatori poi ‘consumati’ o, se vogliamo, trasformati in meri clienti di un sistema che cambia di pelle ma non di spirito. I figli che non troveranno che supermercati, centri commerciali e un mondo a forma di denaro non sapranno per cosa o per chi dare la vita. Se non c’è più futuro, il passato è esistito invano, lo ricorda Gabriele Pedullà nel libro ‘Racconti della resistenza europea’. Perché sostiene lo scrittore Amin Maalouf in un suo scritto... Della perdita del passato ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci si riprende. Il Paese di cui l’assenza mi rattrista e ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza. Ma quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno.  


Amin Maalouf ( أمين معلوف; Beirut, 25 febbraio 1949) giornalista e scrittore libanese  naturalizzato francese È membro dal giugno del 2011 dell'Académie française, della quale svolge permanentemente dal settembre 2023 al presente le funzioni di Segretario perpetuo.

Nel corteo del primo maggio ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Africani, asiatici e giovani del posto che reggevano il mondo della memoria. La notizia sarebbe infatti arrivata puntuale ancora una volta. Almeno 17 persone di origine sudanese sono morti dopo che un’imbarcazione diretta verso Creta si è ribaltata a circa 100 kilometri dalla città libica di Tobruk. Nove sono i dispersi e sette i salvati. Noi, qui, ci troviamo in realtà tra i dispersi di una società che ha smarrito la memoria. La dimenticanza è, infatti, all’origine dei tradimenti perpetrati nel nostro tempo. Siamo stati e ancora siamo, un popolo di migranti spesso disperati senza meta che non fosse la mendicanza di un futuro differente. Si partiva, sovente, senza neanche sapere il tipo di mondo che si sarebbe trovato. Tenere desta la memoria delle nostre ferite aiuterebbe a capire meglio quelle che ci vengono offerte da chi arriva. Che il mondo faccia male è forse un dono inestimabile. Mettere assieme le ferite come feritoie, significa fare esperienza di un comune destino di umanità. La nostra patria è il mondo, ricordava un ritornello della manifestazione. 

... Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. 

Conclude così Gaber il suo lungo monologo sul mondo che gli fa male. Se non lo abbiamo già archiviato, il celebrato 25 aprile era ed è a tutt'oggi una straordinaria scuola di sogni, pagati da alcuni a caro prezzo... Mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano...

Bruno Frittaion, 19 anni, fucilato nel febbraio del 1945 in ‘Lettere di condannati a morte’.

     Mauro Armanino, Genova, 1° maggio 2026