E quando gli invisibili
Si accorgeranno di avere avuto in mano la storia fin dall’inizio, quello sarà il giorno atteso fin dall’inizio. Ci si accorgerà che tutto congiurava perché si arrivasse a quel momento. Il giorno dei poveri che all’insaputa intessevano quotidiane creazioni di mondi alternativi, nuovi orizzonti e umane grammatiche rimaste invendute nel mercato globale delle illusioni. Si tratta di insurrezioni artigianali e non sospette. Per questo passano inosservate in quanto fuori dai normali circuiti del sistema.
A Fez, nel Marocco, si trovano molti studenti dell’Africa Sub-sahariana, una sorta di ‘élite’ universitaria che tra i tanti meriti c’è quello di ricordare all’Africa cosiddetta ‘Bianca’, del nord, che le Afriche sono tante e una allo stesso tempo. Tengono in vita una pluralità religiosa altrimenti spazzata via dal monolitismo tipico dei regimi che tendono ad omologare ogni dissidenza. I migranti si ritagliano spazi di sopravvivenza in un contesto nel quale l’identità nazionale surclassa quella umana, invisibile.
In una camera c’è lei. Una donna originaria della Costa d’Avorio a cui, per salvarle la vita, sono state amputate entrambe le gambe. Vive di aiuti, visite, solidarietà e pietà in una camera del quartiere dei migranti di Fez. Eppure lei aveva viaggiato persino nel Paesi arabi, lavorato come domestica e generato figli. Invisibile in una camera senza finestra nell’attesa che il destino dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni l’aiuti a tornare al Paese, prima che non sia troppo tardi.
Invece a Oujda, importante città di frontiera tra l’Algeria e il Marocco i migranti sono migliaia. Giovani che fuggono dall’eterna guerra nel Sudan e di altre simili provocate da interessi, poteri, complicità e soprattutto indifferenza perché, appunto, sofferte da invisibili senza importanza geopolitica. Alla frontiera è stata scavata una profonda fossa di 100 kilometri in territorio algerino e un’alta rete metallica in zona marocchina. Nella stagione delle piogge questa fossa diventa invisibile, di notte.
A Taza, invece, alcuni migranti erano nascosti in un cortile non troppo lontano dalla rinnovata stazione ferroviaria. Hanno tentato più volte di passare in territorio spagnolo ‘attaccando’ la triplice barriera metallica di Melilla, alta sei metri e dotata di sensori, filo spinato e lame acuminate per dissuadere coloro che osino tentare avventurarsi. Invisibili sono e tali dovrebbero rimanere. Alcuni di loro portano ferite nella carne e nello spirito. Il pensiero del suicidio non è mai troppo lontano.
Anche perché la storia vera, quella fuori dei libri di testo, scorre altrove. Una storia marginale, da sotterranei della storia come ricordava l’amico Alex Zanotelli e prima di lui il teologo Gustavo Gutierrez. La forza storica dei poveri nei quali nessune crede e, financo la Chiesa, senza colpo ferire, è passata dall’opzione per i poveri a quella ‘preferenziale, non esclusiva e infine occasionale dei poveri. Si applaude quando essa incontra e consiglia i potenti e i capi di stato che fanno la fila in Vaticano.
Gli invisibili li incontrano pochi anche perché c’è da abbassarsi e scrivere sulla sabbia invece che sulla roccia le leggi immutabili. D’altronde, le insurrezioni degli invisibili sono fatte di poche cose. Silenzio, dolore e gioia che si mescolano come polvere tra le lacrime delle madri e la cupa rivolta dei padri. Proprio In quel giorno, atteso fin dall’inizio, la storia era raccontata dai bambini che giocavano, in piazza, coi vecchi.
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