POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

mercoledì, luglio 22

Presentazione libri editi da Edizioni Helicon - soprattutto quelli di ROBERTO V. DI PIETRO

 





Ho ricevuto, dono molto gradito, l'ultima edizione (Album II) del libro dell'autore Roberto Vittorio Di Pietro, dal titolo Nouveaux Pèchès de Vieillesse speditami dalla signora Eugenia Miano, delle Edizioni Helicon. Ringrazio sentitamente l'autore che ha chiesto alla signora di effettuare la spedizione per conto suo, dono che presto sfoglierò e che in futuro conserverò insieme a tutti gli altri libri dello scrittore e poeta e che è stato accompagnato dal biglietto con i saluti dell'Autore ed Editore. Roberto sa benissimo che conosco già il contenuto dei suoi versi, avendomeli già inviati in precedenza, ma trovandosi ora raccolti in un libro, la mia gioia è raddoppiata. Un GRAZIE raddoppiato.

Danila Oppio

Aggiungo, per la grande cortesia della scrittrice Cristiana Vettori, il testo da lei redatto, come prefazione al libro dell'autore di cui si parla.

Il secondo album dei “Péchés de Vieillesse”

Variazioni sul tema: la maturità di un progetto


Cristiana Vettori


Prologo: poetica di un secondo inizio


Con questo secondo album dei suoi Péchés de Vieillesse, Roberto Vittorio Di Pietro prosegue un percorso già avviato, ma lo fa con una libertà nuova, come se il primo volume avesse definito la grammatica del suo mondo poetico e questo secondo ne esplorasse le variazioni, le deviazioni, le zone

di luce e di ombra.

È una libertà che riguarda anche il suo modo di abitare la parola: non è un caso che Di Pietro – che talvolta si firma anche Momo Sabazio, alter ego ironico e un po’ sornione, espressione della sua vena più giocosa e satirica – lasci qui affiorare con maggiore evidenza il gusto per la variazione, per la

piega improvvisa, per la deviazione che illumina.

Se il primo album si presentava come un autoritratto intellettuale – un racconto delle origini, della formazione musicale, poetica e filosofica dell’autore – questo nuovo libro si configura come sviluppo naturale, come secondo movimento di una partitura già avviata.

Il riferimento rossiniano, già esplicito nel titolo generale del progetto, qui si fa ancora più pertinente.

Come Rossini nei suoi Péchés, anche Di Pietro alterna brani di pura invenzione a esercizi di stile, ironie quotidiane a momenti di sorprendente profondità. Non cerca la perfezione, ma la libertà: la possibilità di giocare con la forma, di piegarla, di reinventarla.

Lo dichiara lui stesso, in una sorta di epigrafe programmatica: «Innovazione:/ampliamento dell'oggetto poetico / ripescando gli armonici / della Tradizione / per ripensarli / in ogni direzione.».

È un manifesto di poetica che attraversa l’intero volume. Ma, del resto, un caratteristico peccato di vecchiaia è in questo caso anche l’impulso a voler tornare sulle orme del proprio intero percorso di vita creativa per poter riprendere, raffigurare e ribadire i criteri essenziali della propria progettualità artistica nel suo complesso.

Fra i molti dispositivi linguistici che attraversano questo secondo album, merita una breve attenzione l’intercalare you know, a cui Di Pietro fa riferimento con insistenza ironica nel primo capitolo. Non si tratta di un semplice tic, né di un ammiccamento all’oralità anglofona: è piuttosto il sintomo di un uso ormai inflazionato di questa formula, divenuta riempitivo globale tanto tra i parlanti inglesi quanto tra molti italiani che la inseriscono automaticamente anche nel discorso in italiano. È un fenomeno che segnala un più ampio processo di uniformazione dell’italiano agli usi anglofoni e, insieme, un progressivo indebolimento della lingua parlata, sempre più appiattita su formule translinguistiche, intercambiabili, sradicate. L’impiego deliberatamente eccessivo di you know diventa così un piccolo dispositivo critico: un modo per mettere in scena – quasi teatralmente – la fragilità del parlato contemporaneo, la sua deriva verso un’oralità scomposta, ibrida, spesso inconsapevole. È una scelta che si accorda perfettamente con la poetica dell’autore: far risuonare gli “armonici della Tradizione” anche attraverso gli scarti, gli attriti, le incrinature della lingua di oggi.


I. La città, la scuola, la famiglia: il teatro del reale


Il primo capitolo si apre con un omaggio alla flânerie parigina, con le parole di Yves Montand («J’aime flâner sur les grands boulevards…»), subito rovesciato dall’irriverenza godardiana («Si vous n’aimez pas la mer… allez vous faire foutre!»). È un doppio registro che definisce il tono: leggerezza e disincanto, nostalgia e sarcasmo, lirismo e satira.

Il tema educativo – già presente nel primo album – qui si approfondisce con una lucidità quasi antropologica. Le citazioni di d’Azeglio, Freud, Jung, Giovenale, Courteline e persino dei Proverbi biblici costruiscono un coro polifonico che introduce il lungo poemetto Ma poi uscirai di casa…, uno dei testi più significativi del volume.

Qui Di Pietro mette in scena, con ironia e amarezza, la deriva di un’educazione che produce fragilità, narcisismi, illusioni di onnipotenza. Il monello che strappa gli occhiali, il padre che ride, la madre che giustifica, la cugina che recita romanticismi di maniera: è un piccolo teatro familiare che diventa allegoria sociale.

Il finale, con lo zio Innocenzo che schiocca un bacio e il poeta che perde il treno, è una perfetta chiusa rossiniana: comica, malinconica, rivelatrice.


II. Philia, Agape, Amour: le forme dell’amore e della solitudine


Il secondo capitolo è il cuore emotivo del volume, in particolare nella seconda parte, che si apre con Victor Hugo («L’amour n’a point de moyen terme: ou il perd, ou il sauve»), e da subito si capisce che qui l’autore affronta l’amore nelle sue forme più alte e più contraddittorie: philia, agape, eros.

I tre testi ripresi da opere precedenti – Cuore d’amico, La fede sua, S’offerènza – costruiscono una sorta di trittico sull’amore come dono, sacrificio, dedizione.

Il poemetto Il cuore e il magnete è uno dei momenti più intensi del libro: «Sta in quell’incontro che

attirato attira / l’ultimo dei misteri dolorosi».Le citazioni bibliche («Amate i vostri nemici…») e leopardiane («Nobil natura è quella che… tutti abbraccia con vero amor») ampliano il campo, mentre Pirandello e Longanesi introducono la dimensione ironica e disincantata del “fare il bene”.

Il poemetto si distingue per una meditazione sull’amore come forza fisica, come attrazione inevitabile, come mistero che ferisce e salva.

Segue Cuor di Snoopy, un testo sorprendente, tenero e satirico insieme, in cui un cane filosofeggia sull’amore umano:

«Voi umani, debolucci e peccatori… Da cani, imparerete mai ad Amare?».

È un rovesciamento ironico che illumina la fragilità dei sentimenti umani.

La sezione si chiude con una serie di testi sulla malinconia, la memoria, la solitudine: Verlaine, Hesse, Baudelaire, Lukács, Lewis.

Il poemetto Spleen è una meditazione sulla malinconia come forza che “ti vuole uguale a sé”, come sofferenza che purifica e rivela.


III. Realtà, metafora, allusione: la poesia civile e il pensiero


Il terzo capitolo è il più complesso e il più ambizioso.

Qui Di Pietro affronta la dimensione civile della poesia, ma lo fa con una profondità che intreccia Pavese, Campanella, Leopardi, Manzoni, Sbarbaro, Ungaretti.

Il testo Noi (11 settembre 2001) è un esempio di poesia civile che non cede alla retorica: immagini marine, colori, movimenti minimi diventano metafora della vulnerabilità umana.

L’Epitaffio è un piccolo capolavoro: una meditazione sulla viltà e sul coraggio, sulla pietà e sulla giustizia, che si chiude con un ammonimento che è anche una sospensione del giudizio.

Onda, che non domandi è una delle liriche più alte del volume: una riflessione sulla colpa, sul dolore, sulla richiesta impossibile di assoluzione.

La poesia diventa qui un luogo di interrogazione metafisica.

Bastet vi perdoni introduce la leggerezza ironica, ma è un’ironia che rivela: i gatti temerari che salgono troppo in alto sono metafora di ogni hybris umana.

La sezione finale – dedicata alla riflessione su Il vero, il bello…l’anello che non tiene – è un vero trattato poetico. Montale, Calvino, Eliot, Wittgenstein, Dostoevskij, Leopardi: tutti diventano interlocutori in un dialogo serrato sulla parola, sulla sua insufficienza, sulla sua necessità.

Il tema dell’ineffabilità – del Bello che non si può dire, del Vero che la parola tradisce – è il punto culminante del libro.E la figura del Gatto meditante di Eliot diventa simbolo perfetto: un essere che “contempla il pensiero del suo nome”, e così custodisce ciò che non può essere detto.


IV. Lo stile: tradizione, variazione, endecasillabo in libertà


C’è un tratto che attraversa l’intero volume, pur senza imporsi mai come dichiarazione di poetica: la centralità del ritmo. Di Pietro lavora sulla lingua come un musicista che conosce perfettamente la partitura, ma sceglie di suonarla con libertà, con improvvise deviazioni, con un gusto per la variazione che è insieme gioco e rigore.

La sua scrittura si muove fra registri lontanissimi — il colto e il popolare, il lirico e il satirico, il biblico e il quotidiano — ma non perde mai l’equilibrio. Questo equilibrio nasce da una fedeltà sotterranea alla tradizione metrica italiana, e in particolare all’endecasillabo, che qui non è mai ostentato, mai scolastico, mai “da manuale”.

È un endecasillabo carsico, che affiora e scompare, si spezza, si maschera da prosa, da dialogo, da invettiva, da racconto teatrale. Un endecasillabo che non vuole essere riconosciuto, ma che struttura il respiro del testo: una sorta di spina dorsale invisibile che permette alla lingua di oscillare senza cadere.

In questa libertà di movimento, in questo gusto per la variazione e per la deviazione improvvisa, si riconosce anche la presenza – talvolta esplicita, talvolta sotterranea – dell’alter ego dell’autore, Momo Sabazio: la sua maschera ironica, sorniona, capace di trasformare la tradizione in gioco e il gioco in conoscenza.

Lo si vede bene nei poemetti più narrativi, come Ma poi uscirai di casa…, dove il verso si distende, si allunga, si contrae, ma mantiene sempre un’onda ritmica che richiama la grande tradizione satirica italiana — da Giusti a Palazzeschi — pur reinventandola in chiave contemporanea. E lo si avverte anche nei testi più meditativi, dove l’endecasillabo diventa una misura interiore, un modo di dare forma al pensiero senza irrigidirlo.

Questa scelta non è nostalgia né manierismo: è un modo per ripescare gli armonici della Tradizionecome scrive l’autore, e farli risuonare in direzioni nuove. Il risultato è una lingua che sa essere insieme antica e modernissima, capace di accogliere citazioni alte e scarti colloquiali, aforismi e parodie, lampi lirici e dialoghi farseschi.

La libertà formale del volume – la sua natura di “album”, di raccolta volutamente eterogenea – trova così un principio di coesione proprio nel ritmo: un ritmo che sostiene e accompagna, senza mai imporre o disciplinare in maniera rigida e prescrittiva.È forse questo il tratto più riconoscibile della maturità stilistica di Di Pietro: la capacità di abitare la

tradizione senza esserne prigioniero, di farne un luogo di gioco, di invenzione, di conoscenza. Una tradizione che non viene citata, ma respirata.

E proprio da questa libertà formale — da questo modo di abitare la tradizione senza irrigidirla — nasce il senso più profondo del libro, che si rivela pienamente solo guardando l’opera nel suo insieme.


Conclusione: un’opera matura, libera, necessaria


Questo secondo album dei Péchés de Vieillesse non è un semplice seguito, ma un atto di continuità creativa. Riprende i temi del primo – la responsabilità della parola, la tensione tra tradizione e innovazione, la satira come forma di conoscenza – e li sviluppa con una libertà maggiore, con una leggerezza più consapevole, con una profondità che non rinuncia mai all’ironia.

È un libro che, come i Péchés rossiniani, vive di variazioni, di ritorni, di improvvise illuminazioni.

Un libro che conferma che la vecchiaia, lungi dall’essere un tramonto, può diventare un laboratorio di forme, un luogo di sperimentazione etica ed estetica.

Un libro che, come scrive l’autore traducendo da T.S.Eliot, nasce da «cocci eretti a puntello delle mie rovine» e li trasforma in poesia.

Roberto Vittorio Di Pietro ci consegna così un’opera matura, libera, necessaria.

Un’opera che non consola, ma accompagna.

Che non giudica, ma osserva.

Che non chiude, ma apre – con un sorriso obliquo.


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