POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, marzo 15

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO 2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI - seconda conferenza Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO   

2 – SAN GIUSEPPE NEI SECOLI  

Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori: “Lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. 

La presenza di san Giuseppe lungo la storia della Chiesa è stato, infatti, qualcosa di sconcertante, e contrariamente a ciò che accadde per altri santi, egli, in questo senso, non ha avuto un eccessivo successo.

Dai Vangeli agli Apocrifi

La prima catechesi cristiana s’incontrò con la necessità di riflettere sugli avvenimenti antecedenti la Risurrezione del Signore, e il “Vangelo dell'Infanzia” – che narra gli avvenimenti evangelici prima della vita pubblica di Gesù – presentò Giuseppe come trasmettitore dell'ascendenza davidica, come “padre di Gesù” (così lo chiamava Maria), come sposo della Vergine, come mediatore del disegno di salvezza. Sebbene nei Vangeli non si registri neppure una sua parola, non è poi così poco ciò che di lui dicono i Vangeli. [Lo abbiamo visto !!!]

I cristiani, sentivano, però, il bisogno d’avere maggiori notizie dell'infanzia e della gioventù di Gesù, e per saziare la comprensibile curiosità, come portatori di certe idee a volte non troppo ortodosse, dal 200 d.C.  iniziarono a redigere [anche se la loro divulgazione fu a volte un po' posteriore] gli “Evangeli Apocrifi”. 

Questi erano prodotti ingenui – o, non tanto “ingenui”! – della fantasia. Preistoria di Gesù fino ai suoi nonni; fanciullezza di Maria nel tempio; le sue nozze accompagnate dal meraviglioso (Il bastone fiorito dello sposo); episodi e compagni di viaggio verso Betlemme, la fuga, la permanenza e il ritorno dall'Egitto… tutti questi spazi si riempiono d’una buona dose d’immaginazione. 

Un altro punto sgradevole negli Apocrifi è il primo matrimonio e la conseguente vedovanza di san Giuseppe.

Furono essi (soprattutto i così detti “Proto-evangelo di San Giacomo”, “Pseudo-Matteo”, “Storia di Giuseppe il carpentiere”) i creatori di un san Giuseppe vecchio, molto vecchio – quanto più vecchio, meglio! – . Inoltre, lo presentavano vedovo, e, per di più, con sufficienti figli allorché si sposò con Maria, dopo quella sfida fra i pretendenti migliori fisicamente, socialmente ed economicamente, e... perché continuare...!? 

Scrittori ecclesiastici e I Padri della Chiesa * 

* Con tale nome si trovano designati – specie a partire della metà del secolo IV (350) – i principali scrittori ecclesiastici il cui insegnamento e la cui dottrina sono ritenuti fondamentali per la dottrina della Chiesa. (Ma 4 di loro, oltre che dottori sono santi: Agostino d’Ippona, Ambrogio, Girolamo e Gregorio Magno. Quelli orientali, pure 4 sono [greci] sono s. Atanasio dall’Alessandria d’Egitto, s Basilio, Giovanni Crisostomo e Cirillo d’Alessandria).

Orbene, i Padri della Chiesa e altri scrittori ecclesiastici, con maggior o minore vigore secondo i tempi, si scontrarono con problemi apologetici, che tentavano di risolvere. Era un ambiente, il loro, in cui, generalmente, il valore della verginità si stava imponendo, a volte come valore assoluto. E poiché nel Vangelo appaiono “alcuni fratelli di Gesù”, e si affermava che Giuseppe (sposo di Maria) ne era il padre, di ciò se n’approfitta-vano molto bene alcuni eretici dell'epoca..., era, quindi opportuno passare sotto silenzio la persona e il ruolo di Giuseppe o convertirlo in strumento di verginità. Certo alcuni – con maggior forza e pure con parole più belle (sant’Agostino) – s’impegnarono a valorizzare una paternità tanto reale quanto più verginale; altri, però, ripresero le posizioni apocrife e contribuirono a trasmettere l'immagine del vedovo e del vecchio, piuttosto che padre “normale” di Gesù, progenitore di coloro che erano chiamati suoi “fratelli di Gesù”. 

Esempio, sant’Epifanio di Salamina (315-403) è una testimonianza ben qualificata di tale singolare apologetica: Giuseppe, padre solo in apparenza di Gesù, «in età avanzata e vedovo della donna che gli diede quattro figli (Giacomo, chiamato fratello di Gesù, perché educato con Lui, Simone e Giuda e Giovanni) e di due femmine (Anna e Salomè), questo Giuseppe, dico, già vecchio e vedovo, in virtù della sorte si vide obbligato a contrarre matrimonio con la santissima Vergine Maria»».

La “dimenticanza” del Medio Evo

Per vari secoli san Giuseppe non uscì da tale nascondimento. Furono i secoli medievali, di spiritualità monastica, in cui poco significato aveva il matrimonio di Giuseppe, ed ancor meno la sua paternità.

D'altra parte, la catechesi plastica – quella delle pitture e delle statue – s’incaricarono di diffondere e rendere popolare la figura di un Giuseppe che stava al margine della Natività, nelle adorazioni del neonato. 

La sua figura è abbastanza grottesca, quando non addirittura comica: erano frequenti le rappresentazioni di un santo vecchissimo ed addormentato, assente a tutto o quasi: che portava una lanterna per la stalla e sempre in secondo piano; talvolta, che preparava addirittura i pasti. 

La medesima immagine, tanto vicina al ridicolo, si ripeteva nei giochi, nelle rappresentazioni drammatiche religiose, nei canti eseguiti in chiesa nel periodo natalizio, in alcuno dei quali Maria lo chiama “Padre”, ed Anna “Reverendo Padre”! E poiché nelle società analfabete il migliore e quasi unico mezzo d’informazione erano le prediche, anche qui san Giuseppe non faceva granché bella figura; come per esempio in uno dei predicatori più popolari alla fine del 1300, san Vincenzo Ferrer. Questi, oltre al fatto di far pensare allo sposo le cose peggiori dinanzi alla gravidanza di Maria, il ritornello con cui dovunque lo qualifica è: “vecchio e povero”.

I Precursori e l'Umanesimo

Non tutti i predicatori, naturalmente, trasmettevano una simile immagine, che muoveva a compassione. 

•   I Francescani, in Italia, ed alcuni di prestigio come Bernardino da Feltre e s. Bernardino da Siena, propagavano un Giuseppe molto più evangelico, colmo di tenerezza e di dedizione a Gesù ed a Maria; e persino lo facevano patrono di quella specie di “Banca” primitiva e caritativa che erano i primi “Monti di Pietà”.

•  Attraverso l'Europa apparvero in quel tempo anche i Carmelitani – originari dalla Palestina – che si professavano “Fratelli della Vergine” e che non tardarono a far proprie certe tradizioni circa il loro tratto familiare con la Sacra Famiglia nella loro culla primitiva del Monte Carmelo.

•  Fu, però, dalla Francia che si fece sentire la voce di richiamo per un'attenzione sulla necessità d’una maggior presenza nella Chiesa del Padre di Gesù e sposo di Maria. All'inizio del 1400 una costellazione di apostoli si dedicò a simile missione. 

È sufficiente ricordare il più insigne ed entusiasta: Giovanni Gerson (1363-1429), cancelliere dell'Università di Parigi, che dovette vivere da protagonista il difficile ritorno all'unità della Chiesa con la fine del nefasto Scisma papale d'Occidente. [Proprio nel Concilio di Costanza (1414-1418), questi proclamava la necessità di guardare a Giuseppe, di celebrare la festa delle sue nozze con una Messa e Ufficio che lui stesso aveva steso. Egli compose il primo poema dedicato a Giuseppe, la “Giuseppina” di 4.800 versi. Nelle sue considerazioni e sermoni sul Santo offre già i capitoli che saranno di fondamento a ciò che potremmo chiamare “la teologia” di san Giuseppe.

È indicativo il suo impegno per mutare l'immagine di Giuseppe “vecchio” per uno “giovane”, come per Maria, formulando gli argomenti che si convertiranno in un fortunato luogo comune. Gerson fu una personalità con un prestigio difficile da immaginare (gli si attribuì l'“Imitazione di Cristo”), e per secoli i suoi echi risuoneranno nella teologia, nella predicazione, nella spiritualità e nella mistica. Per coloro che in un modo o in un altro s'interessano di san Giuseppe, il riferimento a Gerson sarà inevitabile.

•    L'Evangelismo presente nelle correnti umanistiche (cioè, che propugnava un ritorno al Cristo evangelico), si ripercossero nel nuovo modo di considerare san Giuseppe: dalla teologia alla predicazione ed alla devozione popolare (alquanto indietro, questa, e scossa soprattutto dai Francescani). L'iconografia rinascimentale cominciò a trattarlo con rispetto e dignità; e la stampa facilitò l'impulso decisivo che fece maggiormente conoscere sia Gerson, sia il primo trattato sistematico giuseppino, la “Somma delle doti di San Giuseppe” del domenicano Isidoro de Isolanis (1525) o l'altra “Giuseppina” di Laredo, uno dei maestri di santa Teresa d’Avila.

L'esplosione del Barocco

Ai tempi vicini al Concilio di Trento [1545-1563] l'attenzione delle “élites” si fuse con le predilezioni popolari. E fu precisamente s. Teresa d'Avila il detonatore in un ambiente in parte ereditato ed in maggior parte accelerato da lei in maniera sorprendente, sia per le sue calorose esortazioni ed esperienze riflesse nel cap. VI del libro della Vita, sia per la coerenza di dedicare i suoi monasteri a san Giuseppe (che non n’aveva nessuno fino a quello di Avila), per la dedizione del suo Ordine al Santo, che lo considerava quasi cofondatore. Là dove giunsero i libri di Teresa ed i suoi conventi di frati e di monache (e arrivarono molto lontano!) si poteva contare su centri d’irradiazione “giuseppina” incondizionata, con feste in cui i predicatori più celebri – come Bossuet – scioglievano lodi al Santo.

Libri ben scritti – come la tanto edita «Josefina» del carmelitano scalzo padre Graçián o il fortunato e immenso poema di Giuseppe di Valdivielso (anch’esso chiamato “Josefina”), solo per citare alcuni dell'incontenibile letteratura apparsa in Spagna nel sec. XVII –; sermoni, devozioni nuove (come quella dei «Sette dolori»)  sicurezza di protezione dinanzi alla morte, che i cristiani desideravano fosse come quella di Giuseppe; confraternite associative o devozionali o assistenziali (come quella dei bambini esposti)... portavano il suo nome; reliquie [non autentiche!] come quelle dell'anello dello sposalizio, il suo bastone fiorito, la sua cappa, (che si veneravano sia a Perugia sia a Parigi...); tutto, e molto di più, testimoniano che Giuseppe, dopo il Concilio di Trento, aveva rotto i silenzi delle epoche anteriori e occupava il primo posto nelle predilezioni spirituali di quasi tutti. 

Segno di tale incontenibile esplosione possono essere l'iconografia, in cui appare un Giuseppe da solo, o accompagnato dal bambino Gesù, slanciato, forte e giovane. Episcopati, province, domini territoriali, persino nazioni intere lo proclamano loro protettore. 

È ciò che successe con monarchia spagnola, ai tempi di Carlo II, in un patronato effimero che non poté affermarsi (come non aveva potuto quello di s. Teresa) per le resistenze procedenti dal Capitolo di Santiago di Compostela. 

In altri luoghi non esistettero tali difficoltà; e così san Giuseppe fu patrono della Nuova Spagna dal 1525; del Belgio più tardi, dell'Impero Germanico, del Canada francese, della Baviera, di Genova; delle missioni cinesi.…

Il patronato non era solo territoriale; lo era anche personale, e molti seguirono l'esempio di s. Teresa nello sceglierlo come avvocato e protettore. Di fatto c'è una certa corrispondenza tra la propaganda teresiana e la frequenza con cui in certi luoghi (dalla Francia alla Polonia) si va imponendo ai bambini nel Battesimo il nome di Giuseppe, con tutte le conseguenze inerenti. Appena presente fino allora, dall'inizio del '600 s’inizia a chiamare Giuseppe o Giuseppina un numero sempre maggiore di bambini, fino a giungere a ciò che fu corrente in Casti-glia (la patria di Teresa): alla fine del secolo più del 12% avevano questo nome, una proporzione che non diminuirà fino al 1964.

•  Contrastava con il fervore del clero (in tutti i suoi settori) e del popolo, l'attitudine di Roma. San Giuseppe, infatti, nonostante tutto, non disponeva di una festa universale, anche se lo si celebrava in forma privata, in quasi tutti gli Ordini religiosi e in diocesi speciali. Finché un Papa, Gregorio X riuscì, nel 1621, ad averla vinta sulle resistenze della Congregazione dei Riti, e a stabilire che la festa di san Giuseppe si celebrasse in tutta la Chiesa, persino come precetto. Nonostante la Messa e l'Ufficio divino fossero liturgicamente poveri e il precetto presto cessasse d’essere universale, non si pone in dubbio l'importanza di questo primo intervento pontificio.

Crescita e crisi

Contrariamente a ciò che si suole affermare, la corrente filosofica dell’illuminismo del 1700 non significò un freno a questa devozione, ma soltanto una depurazione. Com’era naturale, si posero in questione specifiche forme di pietà (determinate reliquie impossibili, maniere popolari di celebrare il Santo) che non erano in concordanza con il nuovo stile esigente e critico che stava nascendo. 

In tal modo Giuseppe diviene più “evangelico”, e col dar valore al matrimonio ed alla famiglia, lo si propone come esempio cui rivolgersi, come avveniva per Gesù e Maria. Continua ad approfondirsi il suo modello di una “buona morte”, ed egli appare invocato nei testamenti, si creano “Confraternite giuseppine”; come non diminuisce di numero il nome di coloro che si chiamano Giuseppe, né la produzione editoriale di ogni genere.

Il momento culminate di tale crescita fu, tuttavia, l'Ottocento, nettamente “Giuseppino”. Pullularono devozioni e i cosiddetti” devozionari” che incontrarono la loro espressione più popolare nelle immaginette (di solito provenienti dalla Francia) che invasero il mercato. 

Il nuovo tipo di vita religiosa, di presenza sociale nell'insegnamento e negli ospedali, cioè, le Congregazioni religiose moderne, guardò con predilezione a Giuseppe: delle (circa) 239 che portano il nome del Santo, l'immensa maggioranza è di questo secolo. Nelle case e nelle chiese s’iniziò a recitare la preghiera: «A Te, o beato Giuseppe...» per chiedere la protezione del Santo in “tempi calamitosi” (come si diceva allora). La preghiera proveniva dallo stesso Leone XIII, il Papa che promulgò l'unica enciclica esistente (1889) su san Giuseppe e che stabilì per tutta la Chiesa la festa della Sacra Famiglia durante il tempo Natalizio. 

La decisione pontificia più indicativa fu, tuttavia, quella di Pio IX, che proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale (1870), estendendo a tutta la Chiesa una festa che già tante Istituzioni celebravano privatamente da quando lo iniziarono nel '600 i Carmelitani Scalzi.Poco progresso, invece, si notò nella riflessione scritturistica e teologica, e neppure molto in quella liturgica, sempre a rimorchio della devozione. 

Le innumerevoli campagne che dagli inizi del secolo si misero in piedi per ottenere la presenza di san Giuseppe nella Messa (nell'atto penitenziale, e soprattutto nel Canone) insieme a tanti altri santi – per lo più romani –, urtarono sempre contro la resistenza rocciosa della Sacra Congregazione dei Riti, decisa a non toccare in nulla ciò che da sempre era una venerata antichità. In verità, la presenza di san Giuseppe nel culto ufficiale e generale della Chiesa, è dovuto a decisioni personali di Papi devoti, contro l'opposizione dei corrispondenti Dicasteri.

Il contraddittorio secolo XX

• Tali inerzie e contraddizioni permangono nel secolo XX con il Concilio Vaticano II, come fulcro di mutamenti sostanziali, che non furono soltanto ecclesiali, ma pure sociali, di mentalità e di religiosità. 

• Fino agli anni '60 si percepisce la continuità di forme devozionali anteriori. Ma dopo quegli anni, anche san Giuseppe è toccato dalle nuove correnti (forse più del clero che popolari), ed entra nella linea, a volte addirittura disprezzata, delle “devozioni” in generale.

• È vero che Pio XII, nel 1955, stabilisce la festa di “San Giuseppe Lavoratore”, però la sua attenzione era rivolta più al mondo del lavoro, al 1° maggio, che allo Sposo artigiano di Maria; e per di più tale Festa fu introdotta a spese di quella del “Patrocinio Universale”, soppressa in quel tempo. 

• Nel 1962 Giovanni XXIII *– facendo proprie le proposte promosse dai Centri “Giuseppini” di Valladolid, Montreal (Canada) e d’Italia, e la petizione di mons. Benedetti (carmelitano scalzo prima di essere vescovo di Lodi – che in pieno Concilio ne aveva espresso il desiderio) decretava l'introduzione del nome di san Giuseppe nel Canone romano. Tale introduzione – in sé rilevante – fu però presto ridotta a ben poco con la riforma liturgica conciliare, che propose altre preghiere liturgiche che in sostanza annullarono quella del Canone romano.

• Fu invece l'investigazione teologica quella che maggiormente manifestò progressi. La teologia, che nel secolo passato (1900) enumera non pochi trattati su san Giuseppe, fu inizialmente di tipo scolastico. Verso gli anni '40 iniziò ad apparire la prima rivista d’investigazione specializzata, “Estudios josefinos” (Valladolid), cui si unì nel decennio successivo la sua replica canadese (“Cahiers de Joséphologie” – Montreal). Ambedue presentavano i lavori di “Società di studi” radicati nel “Centro Josefino” di Valladolid e nell'“Oratorio di San Giuseppe” a Montreal (Canada). Organizzati da Valladolid si celebravano Settimane di Studi, i cui prodotti erano speculativi o storici, ma a volte di singolare valore. Dal tempo del Vaticano II si è mantenuta la linea d’investigazione storica, sempre più però, secondo posizioni maggiormente biblici, evangeliche e pastorali.

• A questi due Centri se ne unirono altri in Messico, Cile, Polonia, vari in Italia, Malta e persino in Corea. Fra loro si organizzano, dal 1970, simposi internazionali, che hanno tentato – ed a volte ottenuto – di scoprire la presenza di san Giuseppe nel mistero di Cristo e nella vita della Chiesa. 

• Come testimonianza popolare od espressioni della spiritualità di Congregazioni giuseppine, appaiono numerose riviste di divulgazione (una delle più antiche è il “Messaggero di S. Giuseppe” , Valladolid). Esistono luoghi di pellegrinaggi come quello dell'Oratorio di san Giuseppe a Montreal.

*  Ai nostri giorni?  Ora come ora, san Giuseppe non suscita tanti entusiasmi come prima. Si può affermare, che, indotta da altre cause, la devozione popolare verso di Lui è diminuita. [Nota. Perché nelle Litanie della Madonna non è inserita “Maria sposa?”], Si registra, invece, un rinnovato interesse, però soltanto fra minoranze, convinte della possibilità che san Giuseppe – sempre partendo dal mistero dell'Incarnazione – possa offrire per la riflessione teologica e per la vita cristiana, così com’è esposta nell’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, "Custode del Redentore"

• * Non tutti sanno che papa Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava allo Sposo di Maria. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. 

•    

A te, o Beato Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio insieme con quello della tua santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità che to strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potente aiuto soccorri ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido custode della divina famiglia l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore, e come un tempo salvasti dalla morte la minaccia alla vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Amen.

ALLEGATI

Letteratura apocrifa e san Giuseppe

La letteratura apocrifa (non riconosciuta dalla Chiesa come “rivelata”) intorno a Giuseppe sviluppò molti motivi leggendari, tuttavia non privi d'interesse per l'influsso che hanno avuto nella tradizione e nell'arte. 

I principali Apocrifi che si occuparono del Santo sono: “Proto-evangelo di Giacomo” (sec. Il), “Pseudo-Tommaso” (probabilmente sec. III), “Pseudo-Matteo” (sec. V), “De nativitate Mariae”, “Evangelo arabico della Infanzia”, e in particolare la “Storia di Giuseppe falegname” (sec. IV o V). 

I primi cinque Apocrifi abbracciano il solo periodo dell'Infanzia di Gesù. L'ultimo – “Storia di Giuseppe...” – pretende di raccontare la storia di Giuseppe per bocca stessa di Gesù in un colloquio con gli Apostoli. per la storia dell'infanzia, invece, segue per lo più il “Proto-evangelo di Giacomo” ed i Vangeli canonici; di proprio ha  le notizie sugli ultimi giorni e la morte di Giuseppe, ed è interessante per le idee sull'oltretomba.

Secondo tali racconti, Giuseppe si unì in matrimonio una prima volta, all'età di 40 anni, con una donna per nome Melcha o Escha, con cui visse 49 anni; da lei ebbe 4 figli – quelli che più tardi saranno chiamati “fratelli del Signore” – [qualche apocrifo aggiunge 2 figlie]. il minore sarebbe Giacomo, presunto autore del Proto-evangelo che ne porta il nome e testimone dei fatti dell'Infanzia di Gesù. 

Rimasto vedovo all'età di 89 anni, Giuseppe seguitava ad esercitare il suo mestiere di falegname in Betlemme sua patria. Qui fu ricercato dai sacerdoti del Tempio per essere dato in sposo ad una fanciulla di 14 anni per nome Maria. Ma, essendovi altri competitori, il sommo sacerdote affidò la scelta alla volontà divina, che si manifestò con il miracolo del bastone fiorito, e, – secondo lo “Pseudo-Tommaso” –, con l'apparizione della colomba sul capo di Giuseppe. 

È noto l'influsso di tale episodio, specialmente della “verga fiorita” – del resto assai suggestivo per il suo simbolismo – nell'iconografia del Santo e nell'arte cristiana: si ricordi il celebre quadro di Raffaello “Lo Sposalizio”. 

Due anni dopo seguì l'Annunciazione. Giuseppe era assente. Quando tornò, nella sua sposa erano palesi i segni della maternità. Oltre il turbamento del Santo, gli Apocrifi riferiscono l'episodio della prova dell'acqua amara (cf. Num. 5, 11 ss.), da cui risultò l'innocenza di Giuseppe e di Maria. 

Seguono gli altri episodi della nascita ed infanzia di Gesù fino ai 12 anni (viaggio a Betlemme, fuga in Egitto, ritorno a Nazareth, ecc.), che corrispondono nella sostanza a quelli dei Vangeli canonici, ma con frequenti chiose ed amplificazioni, e con una esuberanza del prodigioso che cade nel ridicolo. Alcuni particolari non solo sono futili, ma poco riguardosi per Giuseppe: così, p. es., il ragionamento che gli si mette in bocca all'arrivo a Betlemme (“Proto-evangelo di Giacomo”, 17); a Nazareth egli viene a trovarsi più d'una volta in imbarazzo per l'indole vivace del fanciullo e per i suoi miracoli punitivi (“Pseudo Tommaso”, 3 ss). 

Secondo l'apocrifa “Storia”, Giuseppe sarebbe morto all'età di 111 anni, dopo aver trascorso una ventina di anni con Gesù a Nazareth. Negli ultimi giorni l'infermo avrebbe sentito nausea del cibo e della bevanda, e sarebbe stato in preda a forte turbamento, ma Gesù l'avrebbe consolato, pregando il Padre ad inviare gli arcangeli Michele e Gabriele: questi ne avrebbero ricevuta l'anima alla uscita dal corpo, il quale, affidato alla custodia di due angeli, sarebbe rimasto incorrotto “fino al convito di mille anni”.

•• Quel che maggiormente urta negli Apocrifi, oltre i frequenti episodi frivoli, è l'asserita età decrepita di Giuseppe al tempo dello sposalizio con Maria. È una leggenda che si deve rigettare, quantunque abbia fatto presa nella fantasia popolare, fino ad oggi. 

Forse in un primo tempo poté sembrare utile espediente per dimostrare ai semplici in maniera chiara la perpetua verginità della Madre di Dio. Ma si rivela subito paradossale, ad un'ovvia considerazione: non si sarebbe salvata la dignità ed onorabilità di Maria – dovendo restare un segreto la concezione verginale –, se il suo sposo fosse stato un vecchio decrepito di 90 anni; inoltre non poteva essere ritenuto padre di Gesù un vecchio di tale età. Era dunque necessario che tra Maria e Giuseppe, all'atto del matrimonio, non ci fosse un incolmabile distacco di anni. Queste ragioni hanno anche un solido appoggio nelle rappresentazioni più antiche (dei primi cinque secoli), nelle quali il Santo non è mai rappresentato in sembianza di vecchio, ma di giovane o di uomo maturo nel pieno vigore degli anni, per lo più senza barba. Solo più tardi, per l'influsso degli Apocrifi, si comincio a rappresentarlo con la barba e i capelli bianchi ed in sembianze senili. 

Non è possibile, tuttavia, determinare esattamente l'età di Giuseppe al tempo del matrimonio con Maria: doveva probabilmente oscillare sui 30 anni. E se morì poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù, doveva avere alla morte ca. 60-70 anni, tenuto conto che la vita nascosta di Nazareth durò ca. 32-34 anni.

La Morte di san Giuseppe (poesia)

Giuseppe muore... Nessuno ha detto come dovette morire...   

 È venuto senza rumore; ha lottato senza gloria;   

Attore silenzioso d’una sublime storia,  

scomparve un giorno per non più comparire. 

L’abbiamo visto passare sullo sfondo della scena,   

il Figlio di Dio sui suoi passi, la Vergine al fianco;    

piallava di giorno; e gli angeli, di notte, 

lo mettevano al corrente dei complotti dell’odio. 

Alla partenza di Gesù, terminò il suo compito; 

e su di lui ormai tacerà il Vangelo.

Una sera, dovette lasciare la sua pialla inutile 

e coricarsi, con Maria al suo capezzale. 

La notte scendeva, simile a quella notte lontana 

in cui l’Angelo del Signore lo svegliò per fuggire...

Ritorna, questa sera, per aiutarlo a morire;

e Giuseppe sente la sua voce dolce e serena. 

L’Angelo diceva: «Giuseppe, figlio di Davide, sono ancora io.

Riposa in pace, perché il Bambino e sua madre 

non avranno più da temere pericoli sulla terra. 

Ora possono vivere e morire senza di te». 

Ma Giuseppe tardava ad addormentarsi. Senza dubbio 

attendeva qualcuno che desiderava rivedere, 

perché tendeva l’orecchio ai rumori della strada 

e nei suoi occhi passava un barlume di speranza. 

Si alza d’improvviso... Un passo rompe il silenzio; 

la porta di casa si socchiude sulla notte, 

e Gesù, superando la soglia della sua infanzia, 

si avvicina a suo padre e si china su di lui. 

Quanto dovette camminare per venire! La polvere 

ricopre i suoi piedi nudi e sottolinea i suoi tratti. 

Ma dal suo sguardo chiaro emana una luce 

della quale gli occhi di Giuseppe si riempiono per sempre. 

Maria ha sussurrato: «Sei tu Figlio mio!». E l’Angelo 

si prostra. Gesù, curvo sull’infermo, 

stringe suo padre; non si scambiano parole tra loro. 

Gesù libera alla morte il suo primo combattimento! 

E nell’ombra, la morte impotente s’attarda... 

Ma il vecchio operaio non si aspetta, così tardi, 

che suo Figlio gli renda un cuore giovane e forte: guarda 

il divino viso e muore in questo sguardo. 

Ah! Beato colui che, con anima fiduciosa, 

dopo aver pregato, sofferto e lavorato, 

una sera, si è sdraiato per fatica ed attesa, 

e poi, in un bacio divino, se ne è andato!...


Georges D’Aurac www.biblisem.net/narratio/auracmj.htm


PATRIE di PADRE MAURO ARMANINO

Patrie

Dimentichiamo troppo spesso che tutti, in questa terra, siamo stranieri. Arriviamo da clandestini, transitiamo come migranti, viviamo spesso da rifugiati e partiamo senza documenti di viaggio. Le frontiere che delimitano i Paesi, le Nazioni o le Patrie sono delle costruzioni politiche validate dalle consuetudini o come realtà riconosciuta dal diritto. Tutto è precario nell’assunzione dell’inevitabile fragilità che attraversa tutte le umane istituzioni. Eppure, ci si ostina a rendere eterno, immortale, divino e dunque atto a richiedere sacrifici umani un’entità in balia di contingenze storiche.

Non casualmente, all’occasione della festa che ricorda la nascita della nazione, si organizzano spesso sfilate militari che vorrebbero rassicurare i cittadini della protezione contro i nemici, interni e soprattutto esterni della patria. D’altronde il dizionario ricorda bene che... Il termine patria deriva dal latino pater «padre» e indica in generale la terra natale, la terra dei padri, vale a dire il Paese, il luogo e la collettività cui gli individui si sentono affettivamente legati per origine, storia, cultura e memorie. Si tratta di una paternità esclusiva dove l’identità del cittadino si lega a quella della patria.

Da questo termine derivano gli altri che conosciamo, patriota, patriottismo, combattente per la patria o traditore della patria. Naturalmente il significato dipende dal momento, dai rapporti di forza, dai condizionamenti culturali, ideologici o religiosi. Gli organizzatori delle guerre e cioè i fabbricanti di armi, di confini e di interessi legati al mutevole capitalismo globale, usano con dovizia gli accenti romantico-identitari che la patria offre ai migliori acquirenti. In certe parti del mondo mettere assieme armi, bandiere e migliaia di morti è un tutt’uno. I nemici si troveranno al tempo opportuno.

Conosciamo bene la curiosa tendenza a gestire la politica con alleanze ‘sacre’, il mercato come divino, le guerre ‘sante’ e la patria come il simbolo vivente della perennità. Morire sul lavoro o dopo una lunga e penosa malattia, di incidente o semplicemente di vecchiaia, non è lo stesso che morire sul ‘campo d’onore’ per la patria. Solo quest’ultima morte sarà degna di nota, di ricordo o di un monumento funerario. Morire per la giustizia e la verità non è comparabile al morire per la patria. Nella mentalità comune la divinità incarnata nella patria abbisogna di sacrifici umani.

Fu così che nacquero e si svilupparono le conquiste coloniali e la ‘madrepatria’ da esportare dove necessario, in nome del popolo e nel nome di Dio. In questa stessa ottica furono mandati al macello migliaia e milioni di giovani, armati per difendere, proteggere o estendere i confini della patria. I grandi decidono le guerre, riescono a convincere la gente comune e sono i poveri coloro che ne soffrono le conseguenze. Divinizzare ciò che per sua natura è una costruzione umana comporta riesumare un termine talvolta passato di moda eppure sempre attuale. Si tratta dell’idolatria.

Adorazione tributata a oggetti o a immagini a cui si attribuiscano caratteri e poteri divini...ciò è quanto ricorda la definizione classica del termine. Il denaro, il potere, la violenza salvifica, la guerra ‘santa’ e in generale quanto diventa il dio a cui sacrificare, può definirsi idolatria. Come tutti gli idoli queste realtà non vedono, non parlano e non ascoltano. Si limitano a divorare o consumare chi diventa loro suddito. Non hanno un cuore ma solo interessi e contribuiscono a conservare il sistema di dominazione in buona salute.

Ridare relatività a concetti resi assoluti. Desacralizzare tutto ciò che è di umana fabbricazione e mettere al centro di tutto la fragilità e la sacralità della vita. Perché di quest’ultima non siamo né creatori né proprietari ma solo umili testimoni.

                 Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025

domenica, marzo 9

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO - SAN GIUSEPPE _ conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 

87 MODELLO DEL LAICO CRISTIANO
SAN GIUSEPPE

1 – LA FIGURA DI SAN GIUSEPPE
«Rev.mo Padre, non so se sbaglio, ma sono incoraggiata a scrivere da una vostra risposta, in cui avete lamentato il fatto che san Giuseppe non abbia ancora, negli studi teologici e nella venerazione dei fedeli, il posto che gli compete. Mi sembra carente anche la liturgia (il suo nome è stato riammesso solo recentemente nel Canone della Messa); e soprattutto mi pare che si abbia paura a parlare di Maria come sua sposa. Eppure, il Vangelo ce la presenta così». Anna Mada P. - Napoli
È certo che l'Incarnazione del Verbo è avvenuta per opera dello Spirito santo nel seno della Vergine Maria, ma è altrettanto evangelicamente certo che Maria è «la sposa di Giuseppe, della casa di Davide» (cf. Mt 1, 18.20; Lc 2,4s.). Il titolo di "sposa" di Giuseppe è indispensabile a Maria per l'onore della sua maternità; il titolo di "figlio di Davide", riconosciuto a Giuseppe, è necessario per la messianicità di Gesù. Se, dunque, il Verbo di Dio ha voluto l'istituto della famiglia per incarnarsi, se ne deve dedurre che l'omissione di s. Giuseppe nel quadro della "maternità" di Maria non rispetta l'economia dell'Incarnazione, per la quale i titoli mariani di "vergine" e sposa sono inseparabili.
Una devozione che consideri Maria fuori della sua dimensione di "sposata", ne impoverisce indubbiamente la figura, in quanto non esprime esaurientemente la realtà storica del mistero dell'Incarnazione, che include la presenza di Giuseppe. Isolare Maria e Gesù da Giuseppe non è rispettare il disegno di Dio, il quale non ha voluto né Gesù senza "padre", né Maria senza "sposo".
Tutto questo comporta una equilibrata conoscenza della figura e della missione di san Giuseppe.
GIUSEPPE NEI VANGELI
Dove attingiamo i dati su san Giuseppe? 
Naturalmente dai Vangeli. 
E allora: Che cosa ci dicono i Vangeli?
Genealogia di Gesù Cristo
– Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo (Mt 1,16).
– Gesù, quando iniziò a insegnare, aveva circa trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, di Eli. (Lc 3,23).
Dai Vangeli dell’Infanzia di Gesù 
•  Annunzio della nascita di Gesù Cristo (Lc 1, 26-29)
«Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, ad una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: – Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te –. A queste parole ella rimase turbata e si chiedeva che senso avesse un tale saluto. 
•  Giuseppe e l’angelo (Mt 1, 18-25)
«Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: – Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati –. 
Tutto questo avvenne affinché s’adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 
– Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio 
che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi–. 
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù». 
•  Nascita di Gesù a Betlemme (Lc 2, 1-7) 
«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo».
•  Fuga in Egitto (Mt 2,13-15)
«Essi (i Magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: – Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo –. 
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, affinché s’adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ******
•  Giuseppe ritorna dall'Egitto e si stabilisce a Nazareth (Mt 2,19-23)
Dopo la morte di Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, in Egitto, e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre, e va' nel paese d'Israele; perché sono morti coloro che cercavano di uccidere il bambino». Egli, alzatosi, prese il bambino e sua madre, e rientrò nel paese d'Israele. 
Ma, udito che in Giudea regnava Archelao al posto di Erode, suo padre, ebbe paura di andare là; e, avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea, e venne ad abitare in una città detta Nazareth, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti, che egli sarebbe stato chiamato Nazareno. 
•  Adorazione di Simeone e di Anna (Lc 2, 25-32) 
«Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: – Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele –».
•  Gesù dodicenne al tempio (Lc 2, 41-52)
«I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 
Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 
Dopo tre giorni, lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 
Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: – Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo –. Ed egli rispose: – Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? –. Ma loro non compresero le sue parole». 
Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
Testimonianze
– «Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?» (Mt 13, 55).
– «Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iosè, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?» E si scandalizzavano a causa di lui (Mc 6, 3).
– Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4, 22).
– Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazareth, figlio di Giuseppe. (Gv 1, 45).
– Dicevano: «Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre? Come mai ora dice: "Io sono disceso dal cielo?"» (Gv 6,42).

PROFILO DI UN’ESISTENZA  
Componendo i vari tasselli come in un mosaico, così possiamo delineare l’esistenza di san Giuseppe. 
[I singoli aspetti caratteristici della sua figura saranno ripresi in seguito e approfonditi] 
•    Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. 
•  Quando inizia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, avvenute con Gesù ormai trentenne, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove né quando sia morto; non conosciamo neppure la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. 
•  Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di “Giusto”. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. 
•  Giuseppe discende dalla casa di David, ma ormai vive soltanto del suo lavoro; di lui, infatti, sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. 
•  Non era affatto vecchio – come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da “padre putativo” al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, intraprendente, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. 
•  Con Maria si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento, per gli ebrei, equivaleva al matrimonio. Esso durava 1 anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; al termine dell’anno si teneva la festa di nozze durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo fosse stato concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato, riconoscendolo come proprio. Nel caso, invece, che la sposa fosse ritenuta colpevole d’infedeltà, ella poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto” (Mt 18-19). 
Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21).  
In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata di Dio fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature, né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe, quindi, può acconsentire o no. Per amore di Maria egli accetta: nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé” (Mt 1, 24). 
Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. 
Non è possibile, tuttavia, determinare esattamente l'età di Giuseppe al tempo del matrimonio con Maria: doveva probabilmente oscillare sui 30-40 anni. E se morì poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù, doveva avere alla morte ca. 60-70 anni, tenuto conto che la vita nascosta di Nazareth duro ca. 32-34 anni
– Nella schiera dei suoi fedeli, il primo in ordine di tempo, oltre che di grandezza, è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria.
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 «San Giuseppe è un patriarca»?
«Padre, mi trovo alle volte in difficoltà classificare san Giuseppe tra i Patriarchi dell'Antico Testamento o del Nuovo. Ho visto più volte le due versioni, ma mi pare che debba prevalere la seconda, dal momento che compare nel Vangelo e che svolge il suo ruolo verso Gesù e Maria. Che ne pensa?».     Giacomo T, - Udine
Nell'uso corrente intendiamo per patriarca il capostipite di una nazione, il padre d’un popolo, d’una stirpe. Per l'Antico Testamento sono dunque patriarchi gli antenati del Popolo di Dio, «i padri» con cui Dio strinse un'alleanza, che riguardava tutti i loro discendenti. Allorché l'Autore sacro inizia a narrare la liberazione dall'Egitto, dopo aver accennato alla durezza dell'oppressione sofferta dal Popolo di Dio, osserva: «Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe» (Es 2,24). 
E la stessa Vergine, nel cantico del Magnificat, riferendosi alla salvezza operata da Dio per mezzo di Gesù, esclama: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (Lc 1 ,54-55). «I nostri padri», ossia «i patriarchi» di Israele, sono soprattutto Abramo, Isacco, Giacobbe e i suoi figli. 
L'età patriarcale si conclude con l'ingresso in Egitto, di cui narra il libro del Genesi.
Prima ancora d’essere pontefice con il nome di Benedetto XIV, questi scrisse riguardo a san Giuseppe: «San Giuseppe deve essere chiamato patriarca, perché egli è il padre putativo di Gesù Cristo, il capo di tutti gli eletti». Giuseppe può, quindi, ben essere chiamato patriarca (anche se questo titolo è oggi meno in uso di un tempo), perché ebbe una discendenza prodigiosa nel Figlio di Dio e di Maria. E nessun altro, fuori di Giuseppe, può essere detto patriarca fra i personaggi del Nuovo Testamento.
Sia la genealogia di Matteo, sia quella di Luca conducono a Giuseppe, e ciò soltanto tramite a Gesù. Perché san Giuseppe è l'ultimo anello degli antenati di Gesù. Egli è colui che lo inserisce nella famiglia di Davide, nel popolo di Dio, anzi nella stessa grande famiglia umana, che ha inizio con Adamo. (Cfr. Lc 3,23-38). Gesù è infatti il capostipite della nuova umanità, dell'umanità santificata. In lui c’è la benedizione promessa da Dio ad Abramo si realizza per ogni credente: «Non c’è più giudeo, né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

••• San Giuseppe appartiene all'Antico o al Nuovo Testamento? 
Come ripete san Paolo, e anche noi ricordiamo nella Santa Messa, la nuova alleanza s’inaugura nella morte e resurrezione di Gesù: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (1 Cor. 11,25). 
Tutto fa capire, nel Vangelo, che Giuseppe morì prima della vita pubblica di Gesù. Morì dunque sotto l'antica alleanza, e da questo punto di vista, prima che lo Spirito scendesse sulla Chiesa, prima che fosse donato il battesimo di Gesù.
Ma il passaggio dall'antico al nuovo non si realizzò in un momento, non fu un evento istantaneo. La morte e la resurrezione di Gesù si completarono nella Pentecoste. E quella morte e resurrezione vennero preparate da tutta la vita antecedente, a partire dal momento dell'Incarnazione. 
In tutta quella parte dell'esistenza di Gesù, che va dalla Incarnazione alla vita pubblica, Giuseppe ebbe un compito straordinario, assolutamente unico. 
Toccò a lui, formare alla vita, soprattutto formare alla vita di unione con Dio, Gesù. La morte di croce distrusse proprio quel corpo che era stato affidato a Giuseppe ancor prima della nascita.  
Giuseppe fu l'unico uomo che Gesù ebbe a maestro e che chiamò «Abbà» – cioè babbo –, quel nome che egli rivolgeva nella preghiera a Dio e che insegnò ai discepoli ad usare. La condanna a morte di Gesù venne motivata religiosamente proprio per l'intimità e la confidenza dl figlio che egli manifestava verso Dio.
Come Giovanni Battista, anche Giuseppe mori prima di Gesù. Ma di lui parlano soltanto i libri del Nuovo Testamento. Perciò egli appartiene al Nuovo Testamento, come vi appartiene la concezione, la nascita, l'infanzia e la crescita dl Gesù.
I conseguenza: «dal momento che compare nel Vangelo e che svolge il suo ruolo verso Gesù e Maria», Giuseppe è il patriarca del Nuovo Testamento. Ed è l'unico. Di lui parlano i Vangeli scritti dopo la resurrezione; la sua figura viene ricordata nella fede di Gesù Figlio di Dio e solo a motivo dl questa fede; viene trasmessa alla luce dello Spirito donato alla Chiesa.
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La missione occulta di Giuseppe
Giovanni il Battista fu incaricato di annunciare la venuta ormai imminente del Messia. Si può pertanto affermare che fu lui il maggiore precursore di Gesù nell’Antico Testamento. 
È così che si devono intendere le parole di Gesù in Matteo, XI, 11: «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista».  
Il Signore, tuttavia, aggiunge subito: «Tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». 
Il “regno dei cieli”, è la Chiesa della terra e del cielo: è il Nuovo Testamento, più perfetto dell’Antico, benché certi giusti dell’Antico fossero più santi di molti del Nuovo. E allora, chi nella Chiesa è il più piccolo? 
Le parole misteriose di Gesù sono state interpretate in diverse maniere. Fanno pensare a quelle pronunciate più tardi da Gesù: «Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande» (Lc., IX, 48). Il più piccolo, vale a dire il più umile, il servo di tutti, che per la connessione e la proporzione delle virtù, è colui che possiede la più alta carità. 
E chi nella Chiesa è il più umile? Colui che non fu né Apostolo, né Evangelista, né martire (almeno esteriormente), né pontefice, né sacerdote, né dottore, ma che conobbe e amò Cristo Gesù non meno degli apostoli, degli evangelisti, dei martiri, dei pontefici e dei dottori..., l’umile artigiano di Nazareth, l’umile Giuseppe.  
Gli Apostoli furono chiamati a fare conoscere agli uomini il Salvatore, a predicare loro il Vangelo per salvarli. La loro missione, come quella di san Giovanni Battista, è dell’ordine della grazia necessaria a tutti per la salvezza. 
Ma esiste un ordine superiore a quello della grazia, costituito dal mistero dell’Incarnazione, l’ordine dell’unione personale dell’Umanità di Gesù alla stessa Realtà Trinitaria. 
A quest’ordine superiore appartiene la missione unica di Maria, la maternità divina, e anche, in un certo senso, la missione occulta di Giuseppe.  
               
(Père Réginald Garrigou-Lagrange (17 – 1)

sabato, marzo 8

I PAESI DA EVITARE QUEST'ANNO di PADRE MAURO ARMANINO



Finora ho collegato l'Isola che non c'è con l'articolo di Padre Mauro, ma ho solo voluto alleggerire il problema che invece è molto grave! Padre Armanino non specifica a quale Paese si riferisca, ma penso abbia in mente tutti quei Paesi occidentali che credono solo al dio denaro e non tengono in considerazione quei popoli che invece avrebbero un gran bisogno di aiuti concreti!
 I Paesi da evitare quest’anno


Quali frontiere sono le più pericolose da attraversare? Safeture, piattaforma svedese la cui missione è quella di allertare i turisti sui rischi possibili del viaggio, ha stilato la lista annuale dei Paesi più pericolosi nel 2025. La carta prevede cinque livelli distinti di pericolosità, passando dal rischio ‘limitato’ per i Paesi più sicuri al ‘rischio critico’ per i Paesi da evitare. I criteri presi in considerazione tengono conto del livello di sicurezza, la criminalità, il rischio sanitario, l’ambiente e la qualità delle cure mediche. La destinazione più sconsigliata, per Safeture, è il Burkina Faso.

Segue poi la Repubblica Centroafricana soprattutto per la presenza del gruppo Wagner. Il Libano è da evitare, così come Myanmar, il Niger, i territori palestinesi, la Somalia, il Sudan, la Siria e lo Yemen. Altri Paesi, fuori lista ma citati sono l’Iran, l’Ucraina e il Mali. In effetti è da tempo che nel Paese dove vivo da 14 anni, il Niger, non è più ambita meta turistica malgrado i paesaggi offerti dal deserto. Vero, la situazione nell’ambito della sicurezza, dopo il rapimento dell’amico Pierluigi Maccalli nel 2018, è peggiorata. A giusto titolo sembra che fare turismo in questa zona del Sahel sia sfidare il buonsenso.

La citata piattaforma omette, per ovvi motivi, il Paese in assoluto più pericoloso, per turisti, viaggiatori, esploratori e curiosi. I parametri usati per gli altri Paesi ivi sono applicabili solo in parte. Detto Paese non si trova nelle carte geopolitiche ad uso dal grande pubblico anche perché, a tutt’oggi non possiede confini ben delimitati. Al contrario si tratta di frontiere ‘porose’ determinate dalla classe sociale e soprattutto dal capitale finanziario potenzialmente incalcolabile. Messo assieme, il reddito di alcuni cittadini di questo Paese, vale tanto quanto un centinaio di Paesi possono vantare.

Il Paese non ha un nome, esattamente come il ricco alla porta del cui palazzo si metteva il povero Lazzaro nella nota parabola del Vangelo di Luca. I poveri hanno un nome ma non questo Paese. Si trova senza nome ma coloro che lo compongono il nome l’hanno ed è ben conosciuto. Non possiedono una terra specifica a cui legarsi. Solo attivano interessi, banche, agenzie di notazione, speculazioni finanziarie e sfruttamento senza pudore dei lavoratori nelle industrie o attività economiche. Il profitto e la moltiplicazione illimitata del loro capitale sono il loro passaporto.

La legge che regge e governa il Paese è quella dell’esclusione della parte del mondo considerata inutile, superflua e, non raramente, deleteria. Ogni realtà giudicata ‘vulnerabile’ e di ostacolo per la buona marcia del loro sistema di spoliazione e sfruttamento globale sarà eliminato, con le buone e soprattutto le cattive maniere. Il Paese ha infatti dalla sua parte una sorta di polizia altrettanto globale che ha per mandato di mettere a tacere le voci dissidenti o critiche rispetto al loro sistema. I cittadini di questo Paese sono notoriamente molto religiosi e offrono quotidiani sacrifici al loro dio denaro.

Questo è dunque, in pochi tratti sommari, il più inaffidabile dei Paesi, poco citato e temuto ma in realtà l’unico che sarebbe da boicottare. Purtroppo, la trappola funziona ancora. Artisti, intellettuali, imprenditori politici e religiosi si lasciano lusingare da vane promesse di un mondo fatto a immagine e somiglianza di questo Paese da temere. Meglio ancora, in conclusione, i nostri Paesi di sabbia, di vento e di polvere. Ricchi di contraddizioni e della loro povertà. Pericolosi per i turisti ma ancora e malgrado tutto, umani.

               Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025

giovedì, marzo 6

Ciclo su "LETTERA AI POETI" di PAPA FRANCESCO . e lirica di Padre NICOLA GALENO OCD







Per chi volesse approfondire, questo è il link dove trovare maggiori informazioni:


Nel frattempo ringrazio Padre NICOLA GALENO OCD per avermi procurato il materiale e scritto la sua splendida poesia qui riportata

domenica, marzo 2

L'ERA DEL DISPREZZO di padre MAURO ARMANINO

L’era del disprezzo

Ci sono molti modi per qualificare il nostro tempo e dargli il nome che gli spetta. Tra i possibili titoli che lo riassumono, rappresentano e esemplificano quello del ’tempo del disprezzo’ pare sufficientemente eloquente e azzeccato. Il disprezzo è considerare qualcuno indegno di stima, da disdegnare, svilire, abbassarne il valore. Tutti i campi di detenzione, le carceri, particolari luoghi di lavoro e le relazioni di classe sono attraversati da questa unica alterazione umana chiamata disprezzo. 

Il disprezzo di tutto quanto è fragile e vulnerabile, indifeso come un bimbo appena nato o da nascere accompagna il nostro tempo. Un mondo che si basa sul potere della quantità di armi, denaro, prestigio e potere non può che disprezzare chi non appartiene all’esigua minoranza che ha pieno diritto di decidere la vita e la morte dei più. I primi ad essere disprezzati sono i poveri e i miserabili che vanno eliminati, espunti perché indecorosi nelle città a misura dei ricchi e opulenti oligarchi.

Il disprezzo per coloro che non si rassegnano a scomparire come inutile zavorra da buttare quando necessario per il sistema. Chi non entra in schemi e moduli prefissato è indegno di stima perché pericoloso come una parola nelle mani di un poeta o un sogno nascosto di un innamorato. Gli sfollati, i richiedenti asilo, i migranti e i rifugiati sono categorie marginali, di frontiera. Gente sfrontata che osa pensare e rischiare la vita per un destino scritto nella polvere. Gente del tutto fuori posto.

Il disprezzo della verità, della bellezza e di tutto ciò che è gratuito perché sono cose senza prezzo. Da di-sprezzare in quanto non traducibili in merci e dunque non commerciabili. Il disprezzo dei cittadini da parte di chi ha il dovere e potere di decidere la loro sorte ha assunto, in questi anni, proporzioni inedite. Solo esistono sudditi, schiavi, servi, prigionieri e esiliati da tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Le scuole per le élite dei giovani leader insegnano il disprezzo dei piccoli.

Il disprezzo della politica e della democrazia ne costituiscono la condizione essenziale. Dopo aver profittato dell’una e dell’altra per arricchirsi e raggiungere il potere saranno entrambe mandate al macero. Con loro sono rottamati i diritti fondamentali della persona umana, conquistati con lacrime e sangue. Basta osservare come i diritti dei lavoratori sono stati erosi in questi anni nei quali lo sfruttamento e i morti sul lavoro sono la guerra di cui nessuno più parla. Morti bianche per disprezzo.

L’era del disprezzo per la vita fabbrica, commercia, diffonde armi e guerre come diamanti e terre rare da coltivare con mercenari e gruppi armati. Si disprezza la pace perché regni sovrano il terrore che tutto immobilizza e crea sofferenze che non interessano a nessuno dei potenti. Il disprezzo del dolore, poi, è il sommo tradimento di quanto costituisce l’umano che ci dovrebbe accomunare. Il disprezzo del tempo tradisce il giorno, le ore della notte e tutto trasforma in un baraccone da circo perenne.

Difficile ipotizzare cosa seguirà all’attuale età del disprezzo. Ciò che importa sarà dunque seminare, le mani nude e con paziente follia, l’eretica utopia di parole nuove gettate al vento.



                        Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025