POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

lunedì, aprile 14

SEOUL - COREA DEL SUD . Viaggio attraverso gli scatti fotografici di mio figlio -

 

si viaggia anche con la fantasia e qualche splendida immagine

Non posso permettermi di viaggiare, a causa della mia precaria salute e per l'età non più giovane. Ma viaggiano i  miei figli, per lavoro o per diporto, e mi inviano foto davvero belle e ricche di inquadrature. Non ho neppure pubblicato tutte le foto che ho ricevuto, ma ho scelto quelle che più rappresentano una nazione davvero moderna. Magari ho ripetuto alcune foto, perché erano talmente tante, anche se alcune non le ho pubblicate, è possibile che altre le abbia duplicate!!

Vivere in Corea del Sud può essere un'esperienza emozionante e gratificante per molte persone. Il paese è noto per la sua ricca cultura, cibo delizioso e tecnologia avanzata. È anche un ottimo posto per coloro che cercano un buon equilibrio vita-lavoro e un luogo sicuro e confortevole in cui vivere .

La Corea del Sud è famosa per diversi aspetti: Tecnologia e innovazione: Sede di aziende leader come Samsung e LG, il paese è all'avanguardia nello sviluppo tecnologico. Cultura pop: Il K-pop, con artisti come BTS e Blackpink, ha guadagnato fama internazionale, così come i film e le serie televisive coreane.











 
 


























domenica, aprile 13

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 6 – CAMMINO DI FEDE DI GIUSEPPE - 6° Conferenza di Padre Claudio Truzzi OCD

 

Raffaello Sanzio : Sposalizio della Vergine con San Giuseppe

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE

6 – CAMMINO DI FEDE DI GIUSEPPE

GIUSEPPE «CARPENTIERE» – Il lavoro, espressione dell’amore

Giuseppe – il quale sin dall'inizio accettò mediante «l'obbedienza della fede» la sua paternità umana nei riguardi di Gesù – seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all'uomo, certamente scopriva più ampiamente il dono ineffabile di questa sua paternità». (Giov. Paolo II, Redemptoris Custos, III, 15-8-89)

Espressione quotidiana di quest’amore di Giuseppe nella vita della Famiglia di Nazareth è il lavoro. 

Il testo evangelico precisa il tipo di lavoro, mediante il quale Giuseppe cercava di assicurare il mantenimento alla Famiglia: quello di carpentiere. Questa semplice parola copre l'intero arco della vita di Giuseppe. 

Per Gesù sono questi gli anni della vita nascosta, di cui parla l'Evangelista dopo l'episodio avvenuto al tempio: «Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). 

Tale «sottomissione», cioè l'obbedienza di Gesù nella casa di Nazareth, è intesa anche come partecipazione al lavoro di Giuseppe. Colui che era conosciuto come il «figlio del carpentiere», aveva imparato il lavoro dal suo «padre» putativo. 

Se la Famiglia di Nazareth, nell'ordine della salvezza e della santità, è l'esempio e il modello per le fami-glie umane, lo è pure anche il lavoro di Gesù a fianco di Giuseppe carpentiere. Nella nostra epoca la Chiesa ha posto in rilievo tale aspetto pure con la memoria liturgica di san Giuseppe artigiano, fissata al 1° maggio. 

Il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale, trovano nel Vangelo un accento speciale. 

Insieme all'umanità del Figlio di Dio, esso è stato accolto nel mistero dell'Incarnazione, come pure è stato in particolar modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione. Nella crescita umana di Gesù «in sapienza, in età e in grazia» ebbe una parte notevole la virtù della laboriosità, essendo «il lavoro un bene dell'uomo» che «trasforma la natura» e rende l'uomo «in un certo senso, più uomo» (Laborem Exersens, 9).

L'importanza del lavoro nella vita richiede che se ne conoscano ed assimilino i contenuti «per aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, creatore e redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell'uomo e del mondo e per approfondire nella loro vita l'amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede viva una partecipazione alla sua triplice missione: di sacerdote, di profeta e di re» (Laborem Exercens, 24)

Si tratta, in definitiva, della santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti. 

LAVORO E ASCESI

«Bisogna arrivare a convincere ognuno che il proprio tavolo di lavoro – sia esso una cattedra, sia un tavolo di ufficio, sia una sedia davanti ad una macchina – è sempre come un altare, nel quale l’uomo può offrire ogni giorno il più e il meglio di sé al Signore, in spirito d’amore... 

Il lavoro professionale condotto per tutta la vita, con queste disposizioni, diventa uno strumento preziosissimo di ascetica, ossia di perfezione cristiana. 

Esso, infatti, ha un valore soprannaturale insopprimibile, l’aumento cioè di grazia santificante che c’è sempre in ogni opera buona fatta in stato di grazia e con retta intenzione. 

C’è poi in esso l’occasione di esercitare tutto un complesso di virtù, in particolare la pazienza, la generosità, la carità, l’umiltà, la mortificazione, lo spirito di sacrificio. 

Ma oltre che mezzo di santificazione, il lavoro – condotto con queste disposizioni – diventa anche un mezzo potentissimo di apostolato... 

Pensate ad una maestra e ai suoi scolari: e, dietro agli scolari, i loro genitori, i loro parenti. 

Pensate ad un’impiegata: quali e quanti rapporti di collaborazione nell'ufficio, nell’azienda: con i padroni, dirigenti, colleghi di lavoro, spesso con tutto un pubblico che accede all’ufficio, all’azienda... 

Ho presente alla mente, in questo momento, una missionaria, maestra elementare in un paesino di montagna. Ella ha trasformato quel paese. Anche i comunisti l’ammirano. Fra i suoi scolaretti sono usciti già cinque o sei seminaristi o religiosi. Pensate cosa sarebbe l’Italia se avessimo qualche migliaio di maestre di questo taglio». (Card. Antonelli, da «Seme», 1994)

«San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; 

san Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono "grandi cose", ma si richiedono soltanto virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche».   (Paolo VI).

«RISPOSTA OPEROSA ALLA CHIAMATA DI DIO» 

– Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di Maria fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell'Annunciazione, mentre Giuseppe al momento della sua “annunciazione” non proferì nessuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore» (Mt 1,24). 

E questo primo “fece” divenne l'inizio della “via di Giuseppe”. Lungo questa via i Vangeli non annotano parola alcuna pronunciata da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19).

Anche sul lavoro di carpentiere nella casa di Nazareth si stende lo stesso clima di silenzio, che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe. 

Si tratta di un silenzio, però, che svela in modo speciale il profilo interiore di quest’uomo. 

I Vangeli, è vero, parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe «fece»; consentono, tuttavia, di scoprire nelle sue “azioni”, avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero «nascosto da secoli», che «prese dimora» sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù – la grande riformatrice del Carmelo contemplativo – si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale.

Il sacrificio totale che Giuseppe fece di tutta la sua esistenza alle esigenze della venuta del Messia nella propria casa, trova la ragione adeguata nella «sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e  la alimenta». (“Insegnamenti di Paolo VI”).

Scrive Papa Wojtyla, nell’ Enciclica su san Giuseppe: “Redemptoris Custos”V :

«La comunione di vita tra Giuseppe e Gesù ci porta a considerare il mistero dell'Incarnazione proprio sotto l'aspetto dell'umanità di Cristo, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini. [...]. La testimonianza apostolica non ha trascurato la narrazione della nascita di Gesù, della circoncisione e presentazione al tempio, della fuga in Egitto e della vita nascosta a Nazareth, causa del «mistero» di grazia contenuto in tali «gesti», tutti salvifici, perché partecipi della stessa sorgente di amore: la divinità di Cristo. 

Se quest’amore attraverso la sua umanità s’irradiava su tutti gli uomini, ne erano certamente beneficiari, in primo luogo, coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità: Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe.

Poiché l'amore “paterno” di Giuseppe non poteva non influire sull'amore “filiale” di Gesù e, viceversa, l'amore “filiale” di Gesù non poteva non influire sull'amore “paterno” di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità di tale singolarissima relazione? Le anime più sensibili agli impulsi dell'amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore.

Inoltre, l'apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale supera-mento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l'amore della verità e l'esigenza dell'amore, possiamo affermare che Giuseppe ha sperimentato sia l'amore della verità – cioè, il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall'umanità di Cristo –, sia l'esigenza dell'amore: l'amore altrettanto puro del servizio richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di tale stessa umanità». (Ibidem)

Nessun uomo è al di fuori del disegno di Dio: siamo tutti dei “chiamati da Dio”. Dobbiamo esser persuasi di questa fondamentale verità per poter interpretare la nostra vita. Ed “essere chiamati” da Dio significa, proprio, essere collocati da Lui nel disegno di salvezza per esserne ad un tempo beneficiari e collaboratori. 

Non siamo, infatti, soltanto dei “salvati”, ma siamo anche dei “chiamati” ad essere a nostra volta salvatori.

Gli uomini s’interrogano spesso sul senso della vita, ed è bene, perché nessuna domanda è più essenziale e fondamentale. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che l'uomo resta realtà indecifrabile, quando lo separiamo da Dio e lo pensiamo fuori del suo piano di salvezza.

•  Giuseppe è un esempio di come la creatura debba rispondere al piano di Dio nei suoi confronti. Dall’iniziativa di Dio egli si trova inserito nel mistero dell'Incarnazione del Figlio: è lo sposo di Maria, sarà il padre putativo di Gesù e porterà avanti l'Incarnazione come avvenimento storico, come fatto umano e societario. Sarà lui a presiedere alla famiglia di Nazareth, a sostenerla con il suo lavoro, a difenderla e a proteggerla, senza atteggiarsi a protagonista, ma lasciando a Dio di esserlo.

••• Noi a volte, pecchiamo d’intemperanza e ci facciamo quasi concorrenti di Dio, dimenticando che la dignità dell'uomo consiste proprio nell'essere creatura di Dio, chiamata al suo servizio.

Giuseppe ciò lo capì bene, non attraverso tanti filosofici ragionamenti, ma perché comprese la cosa essenziale: che a Dio si dice sempre di “sì”: e si manifesta il  “sì” in umiltà e si dice “sì” in obbedienza.

In tal modo egli si realizzò pure come uomo, e noi lo vediamo oggi ai vertici della storia umana della salvezza, con il suo “sì” pieno di fede e d’abbandono.

A questo Santo tributiamo onore e gloria, ma dobbiamo farlo “cristianamente”. I santi, cioè, sono onorati non tanto dalle nostre parole e dalle nostre devozioni, quanto dalla nostra configurazione spirituale. 

Da Giuseppe si deve imparare, soprattutto, a convertirsi, vale a dire a diventare sempre più dei “poveri di Dio”, creature semplici, piccoli figli del Padre, con una certezza in cuore che si chiama fede, con la libertà dell'anima che è la speranza filiale – quella fede e quella speranza che furono la sostanza più profonda dell'a-more e del servizio del giusto Giuseppe.

-––– Approfondiamo tale aspetto fondamentale del nostro “essere cristiani”

"VIVERE DI FEDE" 

Soffermiamoci, innanzitutto, ancora una volta, sulla docilità di Giuseppe di fronte agli interventi misteriosi di Dio. Gli furono manifestate e richieste cose “paradossali” («Giuseppe, prendi Maria come sposa...»), o difficili impegnative: «Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l'angelo» (Mt 1, 24).

L'insegnamento vale anche per noi: nella nostra esistenza dobbiamo vivere di fede. 

Ma qual è il grande ostacolo a credere? È la superbia del nostro spirito, che si manifesta sia a livello delle nostre idee sia a livello dei nostri capricci. Avremmo ormai dovuto imparare – specie oggi che ascoltiamo tanta Parola di Dio – che Dio è buono, che è Padre, ma che non rinuncia ad essere il Signore. "Io sono il Signore": l'ha detto e lo ripete ancora, anche a noi. Per credere, bisogna lasciarci condurre, chinare il capo: non si può discutere con Dio. Bisogna esser docili, umili ed accettare che il Signore sia più grande di noi, ci trascenda, sia di là delle nostre viste, al di sopra della nostra volontà e dei nostri desideri.

Giuseppe è un mirabile esempio per la nostra fede: la sua vita è stata veramente travolta dalle iniziative di Dio, iniziative misteriose, iniziative di là della possibilità di capire. Giuseppe si è lasciato condurre perché era giusto, e “giusto” è l'uomo che vive di fede. 

Dove lo porta il Signore? Non lo sa: Dio non gli spiega nulla e lui obbedisce ugualmente. Lui ha sempre detto di “sì” con la vita, non con le parole. Non ha mai avuto questioni da sollevare, dubbi da proporre. 

La sua risposta al dono di Dio è la sua stessa esistenza, sono le sue opere, il suo consenso. 

E la sua obbedienza immediata è il modo concreto di credere.

Tale atteggiamento di fede semplice, silenziosa ed obbediente non soltanto rese Giuseppe cooperatore preziosissimo nel mistero dell'Incarnazione, ma gli donò anche la serenità e la pace de cuore. Giuseppe è un pacifico  e un “pacificatore”; avvolge la vita di tutti con una presenza rasserenante e consolatrice. 

Mentre lo contempliamo, così invitante per la nostra pietà, impariamo da lui, affinché la nostra fede diventi semplice e obbediente come la sua, così da poter divenire noi pure delle creature serene e pacifiche, balsamo di consolazione nella vita degli altri.

–  UN SILENZIO UMILE DI FRONTE 

ALLA MISTERIOSA VOLONTÀ DI DIO

  Giuseppe “patì” la signoria di Dio sino in fondo, e dobbiamo riconoscere che Dio nella vita di lui agì da Signore, e in una maniera tremenda. 

Lo chiamò ad essere depositario dei suoi misteri senza chiedergli il permesso; non gli chiese neppure se fosse disposto o no: fece tutto Dio. Un angelo disse a Giuseppe: «Quel che è generato in Maria viene dallo Spirito Santo»  (Mt 1,20), e lui non pronunciò sillaba. 

Questo suo accettare la Signoria di Dio si rivela tanto più drammatico quanto più ne approfondiamo il dramma interiore: un dramma nella luce di una giustizia, che lascia però subito posto ai diritti di Dio. 

• San Giuseppe è giusto e non tradirebbe la Legge per nulla al mondo, però non contesta a Dio ogni Sua libertà sulla legge.

Il commento a tale signoria di Dio nella propria vita è il silenzio e l'umiltà. 

Ciò è tanto più da ammirare se pensiamo che per Giuseppe questo “lasciar fare” al Signore non era confortato da fatti visibili. Maria fece in tempo a vedere qualcosa; fu testimone almeno dei miracoli di Gesù come premio alla sua fede e al suo abbandono. Giuseppe, invece, no. 

Anche sul piano esistenziale, Dio chiese a Giuseppe di “stare da parte”, di non ingombrare la strada. Dio entra nella vita di Gesù e della Madre sua quando e come vuole Lui, ed egli scompare quando e come lo vuole Lui .

Il silenzio è il linguaggio degli umili, che tacciono sempre. 

Giuseppe è così. Per questo è il modello delle anime interiori. 

Lui è esemplare per simile suprema libertà “concessa” al Signore nella propria vita, per questo essere totalmente disponibile nelle mani di Dio. Ha veramente sperimentato che cosa significhi” cadere vivi nelle mani di Dio vivo”, e per tale misteriosa esperienza, io credo che Giuseppe abbia ricevuto dal Signore la grazia d’aiutare le anime che devono vivere di Dio e per Dio. Perciò raccomandiamoci a lui affinché 

ci insegni a fare della nostra vita spirituale 

un luogo di fede, d’umiltà e di silenzio.

Non è scritto – neppure in un vangelo apocrifo! – quanti confessori e direttori spirituali avesse san Giuseppe per trarsi fuori dei suoi casi difficili... Era nelle mani di Dio e consumò nell'umiltà del suo silenzio: drammi, angosce, notti e purificazioni, di cui non riusciamo che intravederne la profondità.

Noi non lo vediamo neppure oggi in una luce di trasparenza, presente al centro di tutto il mistero delle opere di Dio, così vicino alle cose più belle della salvezza del mondo e della gloria del Signore. Ma proprio questo è il suo posto peculiare, e gli dobbiamo voler bene: non merita quindi un po' di tenerezza da parte nostra, visto che, da parte di Dio, ne ha avuta così poca!)

–– UNA SILENZIOSA OPEROSITÀ

Sia molto utile, credo, soprattutto soffermare la nostra attenzione sul silenzio di san Giuseppe.

Il Vangelo raccoglie di Maria poche parole, ma di Giuseppe nessuna. I suoi colloqui con gli angeli non hanno altra risposta che le opere. Gli angeli parlano, lui tace e... si da da fare: opera! 

Nella vicenda così penosa ed angustiante dello smarrimento di Gesù, la Madonna è tutta una foga di sentimenti e li manifesta. San Giuseppe tace. Un silenzio, il suo, che è il commento più perfetto alla sua fede, alla sua docilità, alla dedizione.

Forse, talvolta, ci possiamo un po' rammaricare di non conoscere neppure una parola di quelle pronunziate da ‘sto santo Patriarca nei confronti di Gesù e di Maria. Ne possiamo immaginare tante, ma non ne cono-sciamo nessuna! Tutto ciò non è privo di significato, perché ci pone di fronte ad un insegnamento molto prezioso per la nostra vita spirituale: vale a dire che il miglior commento a tutto ciò che il Signore fa e dice, a tutto ciò che il Signore vuole, è l'operoso silenzio.

San Giuseppe è una creatura aperta alla voce di Dio, uno che ascolta. 

È troppo occupato nell'ascoltare il Signore; ha paura d’interromperlo, di prevenirlo e, così... tace per sempre! 

E com’è fecondo tale silenzio! Esso permette che tra la parola di Dio e l'obbedienza di Giuseppe non ci sia soluzione di continuità. Dio parla e san Giuseppe agisce.

«Non temere...», e lui non teme; tutti i drammi sono finiti. «Alzati…!», e lui si alza; eccolo già per strada.

••• Abbiamo mai pensato che nella nostra vita il silenzio è una delle condizioni della nostra fedeltà, 

una delle dimensioni della nostra corrispondenza e della nostra prontezza ai cenni di Dio?

Non si tratta semplicemente di mortificare la lingua. Si tratta d’assumere un atteggiamento d’estremo abbandono, per essere veramente agibili nelle mani di Dio, affinché il Signore trovi sempre la nostra risposta così immediata tra il suo cenno ed il compiersi dei suoi disegni, che niente, neppure un palpito del cuore gli opponga resistenza, ma tutto in noi sia adesione, fiducia e, soprattutto, amore.

•• Il dramma dell’uomo Giuseppe: 

Lui trasforma i suoi dubbi in impegni e certezze

«Nell'approssimarsi del Natale, dopo aver immaginato d’incontrare le statuette più famose del presepe (l'oste, la sentinella, il vecchio accompagnato dal bambino, la donna con l'anfora e infine il pastore dormiente) oggi ho il desiderio di dialogare con Giuseppe. Non ho l'ardire di farlo entrare in confessionale! Sono io che lo raggiungo. L'ho sempre visto come l'uomo dei dubbi. Tutti li hanno, ma pochi li sanno affrontare come lui. 

«Scusa, Giuseppe. Posso? Ti confesso che a volte mi sento confuso. 

Vorrei una fede più splendente e invece è tremula come la fiamma di una candela che ogni tanto va riaccesa perché si spegne con i venti contrari della vita. 

Vorrei una speranza più determinata e invece mi lascio inquinare da frustrazioni, rabbie, pessimismi, “permalosismi”. 

Vorrei un amore più limpido e invece mi ingarbuglio nelle mie fragilità che fatico ad ammettere. Mi sveli il tuo segreto? Ma tu come fai?».

Il sapiente falegname di Nazareth mi sorride: 

«Quando ho visto nascere Gesù mi chiedevo se mai mi avrebbe chiamato papà! 

Io non l'ho generato, però gli ho dato la vita, nel senso che gli ho offerto tutta la mia vita e ho fatto quanto potevo affinché avesse la vita che voleva. Non è stato facile! 

A volte è proprio complicato amare; soprattutto quando chiede di mettere da parte un orgoglio ferito. 

Quando Maria è venuta a dirmi che era incinta (e non ero stato io!) mi è crollato il mondo addosso! 

Mi sentivo trascurato, deluso, amareggiato. Colpa sua? Colpa mia? Disagio mio che proiettavo su lei? 

In quel momento non eravamo sposati e le leggi del nostro tempo, in quell'angolo del mondo di cultura “araba” (semitica) e di religione ebraica, stabilivano il peggio: per Maria c'era la pena di morte per lapidazione. 

Avevo davanti la strada di un amore assurdo, apparentemente impercorribile, perché vedevo ferita la mia immagine di uomo, perché vedevo inquinata la mia storia di coppia, perché vedevo sgretolarsi i miei progetti e perché sentivo calpestata la mia sensibilità. 

Eppure, il “noi” era più importante di ogni ferita, di ogni fatica, di ogni colpa, di ogni mancanza. 

Ho messo da parte il mio ego ferito e ho scelto il “noi”. Se Maria ha fatto nascere Gesù, io ho fatto vivere lei, per amore, solo per amore. Il noi, grazie a lei, ha ridato vita a me. Perché avrei dovuto buttare via tutto ciò che di vero, di bello, di buono avevamo condiviso fino a quel momento? Ho guardato in modo diverso me stesso e la donna che amavo. Non solo mi sono fidato, soprattutto mi sono affidato. 

Il dubbio sull'amore mi ha insegnato che se e quando non si ama troppo, non si ama abbastanza. 

Il dubbio sul futuro mi ha insegnato che il segreto dell'esistenza non è comprendere la vita, ma gustarla. 
Il dubbio sulla fede mi ha insegnato a non chiedermi soltanto cosa voglio dalla vita, ma anche a chiedermi che cosa vuole la vita da me. 
Il dubbio sulla fiducia mi ha insegnato l'importanza del tornare a sorridere vincendo i fantasmi che corrodono e incupiscono. 

Il dubbio su che cosa fare mi ha insegnato a mettermi in discussione e a rimettere tutto in gioco. 

Ora sono l'uomo più felice del mondo per aver scelto di essere il custode. 

Custode di una vita nuova, dono di Dio, che appena ha stretto con la sua manina il mio dito calloso, ha sciolto tutta la mia durezza, ruvidezza, freddezza. 

Custode di una donna che mi ha cambiato, nella buona e nella cattiva sorte, perché m’ha completato e mi fatto sentire pienamente uomo. 

Custode di me stesso, con le mie fragilità e i miei dubbi, che hanno bisogno di sentirsi compresi. 

Custode di un noi, in una storia che sono certo essere divina perché anche nelle stagioni più difficili sa riempire l'anima. 

Questa forza mi è venuta in quella notte di Natale, al gelo, nel buio, tra mille punti di domanda. Quel bambino ha fatto venire alla luce me e quanto c'era nel mio cuore. Ho scelto questo e ho abbandonato i dubbi.

Provaci! La fatica e il dolore spaventano, ma possono essere doglie che trasformano anche grida di rabbia in vagiti di vita nuova, di amore rinnovato».

«Grazie, Giuseppe! In questo Natale mi hai fatto il più bel regalo: mi hai donato la logica preziosa del “comunque e nonostante tutto”!. È divina!»  Di Giulio Dellavite (da    II Giornale)

sabato, aprile 12

Alla ricerca del tempo perduto. Meditazioni dal Sahel di Padre MAURO ARMANINO

Alla ricerca del tempo perduto. Meditazioni dal Sahel


Ognuno ha il suo tempo e forse ognuno è il suo tempo. Anche il saggio diceva che c’è un tempo per tutto e tutto per un tempo. I calendari, le stagioni, gli orologi e, per certi versi i cimiteri, sono inventati o accettati come patetici tentativi per misurare il tempo. Operazione necessaria quando si deve viaggiare coi mezzi pubblici, organizzare compleanni, festeggiare avvenimenti o semplicemente fare memoria di eventi passati. Questo è il tempo ufficiale che naturalmente non coincide affatto col tempo personale che si apparenta ad un mistero incalcolabile perché bagnato di eternità.

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.  C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.  Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. 

 Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. 

Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Così meditava e scriveva il saggio Qoelet.

Il Sahel, spazio particolare dell’Africa sub-sahariana nel quale ho avuto il privilegio di vivere, ha ed è il suo tempo. Dettato, per i più, dalla quotidiana avventura per la sopravvivenza e da anni di azioni destabilizzanti dai definiti Gruppi Armati Terroristi, chiamati banditi da coloro che ne soffrono i soprusi. Sono centinaia di migliaia le persone che hanno visto il loro tempo occupato dalla paura, confiscato dalle armi e venduto agli imprenditori delle guerre. C’è il tempo sospeso dei bambini perché i gruppi armati hanno costretto la chiusura di 13 250 scuole e, secondo l’UNICEF, circa 2 milioni e mezzo di scolari sono estromessi dal processo educativo. Sono i figli dei contadini.

Il tempo dei contadini, nelle zone coinvolte dal conflitto importato, subito e poi assunto, si trova nelle mani di altri che decidono arbitrariamente chi può rimanere al villaggio, coltivare, pagare le tasse ai banditi e non sapere nulla del domani. Un tempo espropriato che, messo assieme a quello di coloro che vivono nei campi per sfollati, costituisce come una passerella tra un passato che non tornerà più e un futuro ancora incerto. Un tempo sospeso tra l’attesa di cibo, medicine e condizioni di vita degne e il timore di perdere quel poco di vita che rimane mentre la politica rimane a guardare.

Le strade della capitale Niamey sono una quotidiana metafora dei tempi che accomunano e dividono i cittadini. C’è il tempo delle auto diplomatiche o dei ministri, quello delle ambulanze che annunciano l’urgenza, quello delle migliaia di taxi che si fermano d’improvviso. C’è il tempo dei dromedari che ritmano l’andatura degli autisti dei camion di legna e, infine, il tempo degli asinelli che tirano l’immancabile carretto a colpi, intermittenti, di bastone. Poi c’è il tempo dei semafori che funzionano a seconda dei giorni feriali o festivi e il tempo dei venditori di canarini verdi tenuti in gabbia.

C’è il tempo dei militari al potere nell’Alleanza degli Stati del Sahel, denominatasi AES. Un tempo rassicurante perché fissato a cinque anni di governo e magari rinnovabili o modellabili a seconda delle circostanze che verranno. Un tempo di promesse che, come sempre in politica, impegnano soprattutto chi le ascolta e dunque un tempo militarizzato da armi, uniformi e gradi da distribuire a piacimento per i meritevoli. Quanto al tempo dei poveri, unico nel suo genere, non interessa a nessuno e nessuno potrebbe definirlo. Un tempo appeso tra silenzi, sofferenze e minute speranze.

Sotto il sole del Sahel c’è un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via.  Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare.  Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace, Così meditava e scriveva il saggio Qoelet.


Mauro Armanino, Niamey, aprile 2025


venerdì, aprile 11

La GROTTA DEI BRIGANTI O DEI FALSARI : dove si trova lo potete leggere nella spiegazione di ALESSANDRA GIUSTI

 




Ringrazio la cara amica Alessandra Giusti per le splendide foto che mi ha inviato, le ha accompagnate con una spiegazione di come lei e il marito Lorenzo abbiano raggiunto questo luogo e come viene definito.

Siamo rientrati da Pietra Ligure stamattina.
Ti mando due fotografie di una grotta, detta la "Grotta dei briganti o dei falsari", che abbiamo raggiunto ieri mattina posteggiando la macchina a Noli, vicino a Pietra Ligure, e facendo poi un lungo percorso a piedi per raggiungerla. La leggenda dice che vi si riparassero dei briganti con il loro bottino. 

lunedì, aprile 7

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 5 confenenza di Padre CLAUDIO TRUZZI – MODELLO DI ORAZIONE


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO  – SAN GIUSEPPE

5 –  MODELLO DI ORAZIONE


TRIANGOLO D'AFFETTI

«Maria, se pensiamo alla tua vita di Nazareth, dobbiamo immaginarti strettamente legata sia a Gesù che a Giuseppe. Tu eri la regina della casa, come lo è ogni madre. Eri il centro degli affetti umani di Gesù in quanto Dio fatto uomo, che, man mano che “cresceva in età, sapienza e grazia”, sperimentava un sempre più ricco rapporto con te, “piena di grazia”: infatti egli solo era su misura tua di “benedetta fra le donne”, egli che viveva poi un più grande immenso rapporto con il Padre nello Spirito, dentro la Trinità.

Tu e il tuo Gesù sentivate un affetto profondissimo verso Giuseppe: tu in quanto sposa vera e non finta, an-che se sempre vergine; Gesù in quanto figlio non naturale, ma sotto il profilo spirituale, morale e psico-logico, veramente accettato dal tuo sposo, con un'accettazione anche per lui verginale e con una fede da santo (o “giusto”, come biblicamente usavate dire voi). Nel vostro sacro triangolo (Gesù-Maria-Giuseppe) noi vediamo, aiutati dalla Chiesa, uno splendido e inesprimibile mistero di affetti umani e di doni divini.

INCONTRO DEVOTO E AMOROSO CON MARIA

Se guardiamo a Giuseppe, come modello esemplare della nostra vita di preghiera, scopriamo di aver molto da imparare dalla sua devozione a Gesù ed a Maria.

Da lui possiamo imparare prima di tutto ad onorare la Madonna, perché nessuno la onorò, venerò ed amò come lui. Egli fu veramente un grande devoto di Maria, nel senso più forte della parola. In lei vide la crea-tura santa, sacra a Dio, e la ragione della sua fedeltà e del suo affetto era proprio l'elezione di cui questa creatura era stata oggetto da parte di Dio. 

Le rimase accanto fin quando lei ebbe bisogno di lui e della sua presenza, e il suo dipartirsene fu un estremo atto di devozione e d’amore: come aveva preparato la dimora terrena per Gesù e per Maria, così eccolo andarsene per primo, quasi per preparare loro la dimora eterna. Quando Gesù tornò al Padre, certamente la prima creatura umana che gli andò incontro fu Giuseppe.

Giuseppe c’insegna, poi, la devozione ed il servizio al Signore e alla Madonna. 

Abbiamo tanto bisogno di tradurre la nostra devozione in servizio, in un'operosità dove, invece di perseguire il nostro tornaconto, cerchiamo solo il compimento dei disegni di Dio e la sua gloria. Facendo così diventiamo i collaboratori del Signore, diventiamo veri strumenti nelle mani di Dio per l'avvento del suo Regno.

Da Giuseppe impareremo anche ad onorare la Madonna proprio nelle cose che lei preferisce. 

Prima di tutto il servizio di Gesù benedetto e, poi, quel silenzio, rispetto, nascondimento con cui lei stessa accolse il mistero del Figlio di Dio e col quale fu custodita dal suo Giuseppe. Quando egli si rese conto delle meraviglie che Dio operava nella vergine sposa, non le rivelò a nessuno, non andò a pavoneggiarsi con le sue grandezze. Custodì tutto nel segreto del cuore, come la sua sposa Maria, che conservava per sé il mistero del Figlio suo.

Si deve intendere così la nostra vita se vogliamo che il mistero di Gesù, Maria e di Giuseppe diventi la nostra ricchezza, quel piccolo paradiso terrestre dove noi, giorno dopo giorno, custodiamo la beata speranza della gloria.

«Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione – sottolineava santa Teresa –, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe che fu loro di tanto aiuto. Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo santo glorioso e non si sbaglierà» (S. Teresa, Vita 6, 6-8).

UN SILENZIO CONTEMPLATIVO   

Giuseppe è stato il protettore di Gesù e di Maria, come? Tacendo.

Se il Signore avesse affidato a noi questo compito, quanto chiasso avremmo fatto! Come avremmo complicato la nostra e l'altrui vita, credendo di dover fare tanti decreti, tante leggi, prendere misure, informare... Niente di tutto ciò, invece. Giuseppe ha soltanto servito i misteri del Signore in una solitudine silenziosa, che è il segreto della sua contemplazione. Nell'umile silenzio che riuscì a creare in sé, ed intorno a sé, poté contemplare, indisturbato ed in pace, il suo Signore.

Se pensiamo alla vita di Giuseppe, sentiamo che il nostro cuore si rasserena, il nostro spirito è sommerso nella pace. Poiché questa disposizione è ad un tempo: abbandono, fiducia, speranza, amore, fedeltà e motivo di perseveranza, di continuità nella pratica del bene e della virtù. 

Soltanto le anime pacifiche sono veramente perseveranti.

Di solito, i “contemplativi” più ammirati dagli uomini non sono autentici; i contemplativi veri autentici sono coloro che riescono a nascondersi, a non far parlare di sé, a passare inosservati, a restare un segreto di Dio.

Nei riguardi di san Giuseppe, infatti, il giudizio degli uomini è stato pressappoco questo: «Quello là, chi se ne occupa? Insignificante; può scomparire quando vuole!» ...

Ma essere presenti per Dio solo, essere vivi soltanto per Lui! Quante cose può insegnarci l’umile carpentiere su questo punto! Chi volesse stendere la vita di questo santo, si troverebbe presto disperato, non saprebbe che cosa scrivere. Quando s’inizia a parlare di lui, sembra di dover raccontare tante cose e poi ci si accorge di non poter parlare di nulla, perché tutto quello che lui è, lo è per il suo Dio e basta. Non ha scritto diari spirituali: si è chiuso nell'adorazione in un misterioso silenzio e ha servito il Signore così. Non per nulla è il custode della più alta e sacra verginità, quella di Maria, e della sua “immacolatezza” del Figlio di Dio. 

E come lo è stato? Lo ripetiamo: Non mettendosi a dire: «Qui ci sono io, che li difendo entrambi», ma scomparendo. Ha custodito la santità di Gesù e di Maria scomparendo agli sguardi di tutti, fuorché di loro due.

••   Giuseppe, questo amabilissimo patrono della vita spirituale, ci aiuti ad essere molto presenti soltanto al cuore e agli occhi di Dio; e quanti più numerosi saranno a dimenticarsi di noi, tanto meglio, perché in questo nostro scomparire agli occhi di tutti ed agli stessi nostri occhi, il nostro io sappia perdersi nell'adorazione umile e silenziosa della infinita grandezza dell'unico Dio e Signore nostro.

UNA VITA DI PREGHIERA

Giuseppe il “maestro” di Teresa

Maestro di orazione, san Giuseppe? Sembra un paradosso. Nel Vangelo dell’Infanzia di Gesù, tutti o quasi tutti i personaggi sfilano pronunciando una preghiera esemplare: Zaccaria, Maria, Elisabetta, l’anziano Simeone, gli angeli, ecc. Tutti... meno Giuseppe. 

Uomo giusto, uomo buono, dev’essere forzatamente anche l’uomo del servizio, e del... “silenzio”, senza il suo “Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele”, e senza il suo “Magnificat”, senza “Benedetta tu fra tutte le donne”, e “Ed ora, lascia o Signore che il tuo servo se ne vada in pace”, oppure “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”...

Perché allora, una persona che di orazione se ne intendeva – Teresa – propone Giuseppe, e in maniera chiarissi-ma, come “Maestro di preghiera”? La Santa, infatti, non potrebbe esser più categorica: «Chi non trovasse maestro che le insegnasse orazione, prenda questo glorioso Santo come Maestro, e non sbaglierà strada» (Vita, 6, 8).

Bene! Sembra che Teresa fosse giunta a tale convinzione, non per mezzo di libri o teorie particolari, ma per propria esperienza. Che esperienza? Ce la racconta lei stessa in uno dei primi capitoli della sua “Autobiografia”.

Teresa è giovane, nel fiore della vita. Ha venti tre anni. È monaca carmelitana nel monastero dell’Incarnazione di Avila. Da tre anni ormai è monaca. Improvvisamente si ritrova inferma. Una malattia terribile che la riduce, in quattro giorni, in coma e che le lascia in eredità la paralisi: 

«Credo che potessi muovere soltanto un dito della mano destra», scrive. 

«Per cambiarmi di posto dovevo sollevarmi su un lenzuolo tenuto all’estremità da due persone» (Vita, 6, 1).

Provvidenzialmente, poco prima aveva letto la storia biblica di Giobbe! Ebbene, in questa storia, raccontata e commentata da quell’insigne scrittore che fu papa san Gregorio Magno, Teresa, non solo apprese ciò che fosse la pazienza, ma pure come pregare dalla profondità di sofferenze indicibili: pregare elevando la voce a Dio come Giobbe; gridare a ruota libera dall’oscuro tunnel di un dolore insopportabile ed incomprensibile; poter dire a Dio di tutto, persino enormità; poter pregare persino con grida, se fosse il caso.

Otto mesi di paralisi totale furono un tunnel molto lungo; e lasciarono il segno. E fu lì, immersa in questo stesso tunnel, che accadde...: Teresa s’incontrò con la luminosa figura di san Giuseppe.

Che contrasto fra il gesto silenzioso di quest’uomo ed il clamore di Giobbe! 

Due facce di una stessa medaglia. Di fronte al torrente di preghiere interminabili che sgorga dalle labbra di Giobbe, il silenzio profondo di Giuseppe: silenzio nella profondità del dubbio, silenzio di un uomo che si ritrova al centro di un crocevia del mistero, un mistero tanto umano da un lato, tanto straordinario e misterioso dall’altro.

Qui Teresa si rende conto della profondità e della forza di una preghiera fatta... in silenzio. 

Contemplare, non parlare; accettare... per poter servire. 

Dinanzi a Gesù e Maria, che cosa poteva fare Giuseppe se non ... contemplare? 

Vale a dire: guardare, ed osservare da vicino e non stancarsi di guardare, né di amare...

Fra la forma di pregare che Teresa già conosceva – fatta di ragionamento e di parole – e quella che ora le insegna san Giuseppe – intrecciata unicamente di guardi silenziosi, però intrisi d’amore –, Teresa non dubita un istante e sceglie la seconda formula. 

È san Giuseppe senza dubbio che l’anima e la inizia in simile stile di orazione silenziosa, raccolta, contemplativa, che d’allora in avanti caratterizzerà la sua orazione. 

–  Una orazione senza parole, perché parlare non è il forte di questo Santo.

–  Un’orazione di raccoglimento, perché è proprio il silenzio ciò che attrae chi prega in tal maniera verso quel punto focale che sono Gesù e Maria;

–  ed un’orazione contemplativa, giacché si tratta di uno sguardo impregnato di vicinanza e di affettuosità.

Una contemplazione che, però, non conduce ad un quietismo sterile; al contrario: «Alzati, ascolta Giuseppe, prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché la vita del Bambino è in pericolo». 

E Teresa commenta: «Persone di orazione...: non so come possano soffermarsi sulla Regina degli Angeli nel tempo che trascorse col bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe, per come fu di loro aiuto» (Vita, 6, 8).

Tale processo orazionale, che dalle parole passa al silenzio, dalla contemplazione alla lotta, fu la sintesi della preghiera teresiana. Teresa, infatti, aveva già, come monaca, una vocazione contemplativa. Ma ebbe pure la fortuna d’essere curata da Giuseppe, non soltanto da quella terribile infermità, ma da quelle frequenti deviazioni in fatto di preghiera, che chiamiamo: loquacità ed alienazione.

Quanto tutto terminò, Teresa aveva 26-27 anni. Ritornò ad essere una giovane monaca gioviale; tornò al illuminare di sorrisi la vita di chi la circondava. Ed iniziò il suo “cammino di orazione”, tenendo questo benedetto Santo come... “maestro”.

A spiegare simile efficacia concorrono molti motivi che sono propri della persona e della vita del Santo. 

–   Il buon Dio affidò a san Giuseppe una missione: quella di custodire Gesù e sua Madre, e noi sappiamo che il mistero di Gesù e di Maria sono legati a fini ben precisi: la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Una vita di preghiera, d’incontro con Dio, deve, quindi, rispondere a questi medesimi fini: ogni anima è amata da Dio affinché lo glorifichi, riamandolo con una totale e perfette fedeltà. Non è perciò strano che il Santo custode del mistero di Cristo e della Vergine sia un intercessore particolarmente valido, affinché ogni anima realizzi i medesimi fini e gli stessi desideri del Signore.

–  Ma ecco un'altra ragione per cui il patrocinio di Giuseppe si rivela particolarmente prezioso nella vita spirituale.

Vita spirituale significa, soprattutto, vita d’intimità con il Signore, di familiarità con Gesù e con Maria. 

Ora, chi visse per primo tale intima familiarità e per primo ne fece l'esperienza glorificante è stato Giuseppe, che da quando nacque Gesù gli fu vicino, con una presenza attenta e continua. Chi meglio di lui, allora, ci può insegnare a diventare intimi di Gesù e di Maria? E cos'è la vita d’orazione se non questa familiarità con il Signore?

•• Per entrare in intimità con qualcuno è necessario conoscersi a fondo, non avere segreti l'uno per l'altro. Così fu Giuseppe per Gesù e di Maria. Può offrirci, quindi, l'esempio della sua stessa vita per vivere l'intimità propria dell'orazione. Noi vorremmo, invece, che la familiarità con Gesù e con Maria fosse per il godimento nostro, per la nostra soddisfazione. Vorremmo che fosse sulla nostra misura, conoscerli e capirli come pare a noi. 

Giuseppe, nonostante sia stato costituito in paterna autorità sulla famiglia di Nazareth, ci dimostra, invece, che la familiarità con il Signore ha un prezzo: quello di lasciar fare a Dio a modo suo.

È stupendo quest’esempio del santo Patriarca che, pur essendo capo di casa, è semplicemente a servizio, con una familiarità fatta d’abbandono e continua dedizione. 

Lui non misura la vita di Gesù e della Vergine sulle sue esigenze, ma pone la sua vita a servizio delle loro. Non parte per l'Egitto quando fa comodo a lui, ma quando l'interesse di Gesù lo richiede.

Abbiamo tanto bisogno, noi che vorremmo essere la misura della nostra vita, d’imparare da Giuseppe a permettere che il Signore sia Lui questa misura, con le sue scelte e i suoi piani su ciascuno di noi.

Da “Il cammino di fede di san Giuseppe” (Ed. ocd, p. 39ss)

Preghiere a san Giuseppe

–  Per la famiglia

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai conosciuto come noi la vita familiare. Il tuo amore reciproco è rivolto naturalmente verso il Figlio di Dio divenuto figlio tuo. E come noi, hai dovuto far crescere il tuo amore in mezzo alle gioie e alle difficoltà.

San Giuseppe, proteggi oggi la nostra famiglia. Aiutaci a comprendere. 

Fa' in modo che l'orgoglio o l'egoismo non feriscano mai i nostri sentimenti. Rendici sempre più fedeli verso i nostri incarichi  e verso i ritmi delle nostre giornate e fa' in modo che ci si possa avvicinare al Figlio di Dio sempre vivo nel cuore di tutte le famiglie. Amen. 

Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal


– Per i Bambini che devono nascere

O glorioso san Giuseppe, protettore della Santa Famiglia, proteggi nel seno della loro madre tutti i bambini piccoli che il Buon Dio chiama alla vita, come tu stesso hai protetto Gesù nel seno verginale di Maria.

O san Giuseppe, gloria della vita di famiglia, prega perché rinasca l'amore ed il rispetto del dono della vita 

nel nostro Paese. Amen.

                       Centro Manale - Ciney - Belgio

 

– Per l'educazione dei Bambini

San Giuseppe, sposo di Maria, tu hai impiegato tutte le tue forze a nutrire e ad educare Gesù, questo bambino che Dio ti ha affidato.

Insegnaci come educare i nostri figli con amore e serietà, con intelligenza e tatto. 

Trasmettici la calma e la pazienza che bisogna dimostrare davanti alle loro debolezze. 

Dacci la saggezza e la forza di intervenire accanto a loro come si deve e quando ce n'è bisogno. 

Rendici capaci di risvegliare la fede, trasformaci in genitori che pregano con i loro bambini e che camminano con loro verso il Regno. Amen.                      Oratorio San Giuseppe di Mont-Royal 


– Modello dei lavoratori

Glorioso san Giuseppe, modello di tutti quelli che sono votati al lavoro, donami la grazia di lavorare con spirito di penitenza per l'espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, ponendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; 

di lavorare con riconoscenza e gioia, osservando come un bravo dipendente, e di sviluppare attraverso il lavoro i doni ricevuti da Dio; 

di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; 

di lavorare soprattutto con intenzioni pure e con distacco da me stesso, avendo continuamente davanti agli occhi la morte ed il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti inutilizzati e delle vane compiacenze legate al successo, se funeste all'opera di Dio.

Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a tua imitazione, o santo patriarca Giuseppe!

Tale sarà il mio motto nella vita e nella morte.  Amen.


–  Preghiera di un giovane

San Giuseppe, il Figlio di Dio stesso, ti ha scelto per essere suo padre, la sua guida e il suo protettore durante l'infanzia, la sua adolescenza e la sua giovinezza. 

Lui ha voluto essere condotto da te lungo tutto il cammino della sua esistenza terrena. 

Tu hai compiuto il tuo ufficio con grande fedeltà.

Anch'io ti affido la mia giovinezza. 

Nel nome di Gesù, io ti chiedo di essere la mia guida ed il mio protettore,  

oso dire “mio padre” lungo il pellegrinaggio della mia vita. 

Non permettere che io m’allontani dal cammino della vita che è nei comandamenti di Dio. 

Desidera tu essere il mio rifugio nelle avversità, la mia consolazione nelle pene, il mio consigliere nei dubbi, fino a che salirò al Cielo, dove esulterò in Gesù mio Salvatore con te, a tua Santissima Sposa Maria e tutti i santi. Amen.

–  Per un malato

Misericordioso san Giuseppe, tu sei la speranza dei malati, e tutta la Potenza di Gesù è nelle tue mani. Dunque, per te non c'è niente di impossibile. 

Ascolta con benevolenza quelli che t'invocano in questo giorno per le membra sofferenti della Chiesa. 

Noi ti preghiamo, addolcisci le pene di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.

Dagli la grazia di una totale sottomissione alla divina Volontà. 

Ma mostragli anche la tua bontà trasmettendogli la pazienza e ridandogli la salute, con la grazia di condurre una vita santa e completamente gradita a Dio. 

Buon san Giuseppe, non farci pregare invano, ma degnati, per mezzo di questo nuovo favore, di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza verso di te e verso la divina bontà. Amen.

                Centro Manale - Ciney - Belgio


–  Uomo di vita interiore secondo il cuore di Dio

San Giuseppe, io vorrei essere, come te, 

un uomo che non cerca ma che fa solo la volontà di Dio; 

un uomo che osserva solo Dio; un uomo che ama il silenzio e agisce nel silenzio, che pensa e parla davanti a Dio, che non discute mai con Dio, 

che vive d'interiorità, un'interiorità unita a Dio, che si eleva senza fine verso Dio con tutto il suo spirito, con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze; 

un uomo che eleva il mondo verso il suo Creatore; un uomo che ama ardentemente Gesù, che vive e muore per Lui, che onora la sua verginale Madre e sa rispettare tutte le donne grazie a Lei.  Amen.


San Giuseppe Patrono della Chiesa universale

O beato Giuseppe, che Dio ha scelto per portare il nome e svolgere il ruolo di padre agli occhi di Gesù, 

tu che sei stato dato da Lui come sposo purissimo a Maria sempre Vergine e come capo della Santa Famiglia sulla terra, 

tu che il Vicario di Cristo ha scelto come Patrono ed Avvocato della Chiesa universale, fondata da Cristo Signore stesso, con la fiducia più grande possibile io imploro il tuo aiuto potentissimo per questa stessa Chiesa che lotta sulla terra.

Ti supplico, proteggi, con una sollecitudine particolare e con quest’amore veramente paterno di cui ardi, il Pontefice romano, tutti i vescovi ed i preti uniti alla Santa Sede di Pietro.

Sii il difensore di tutti quelli che penano per salvare le anime che sono angosciate ed immerse nelle avversità di questa vita.

Fa' in modo che le persone si sottomettano spontaneamente alla Chiesa 

che è il mezzo assolutamente necessario per ottenere la salvezza.

Degnati di accettare, santissimo Giuseppe, il dono che ti faccio. 

Mi voto completamente a te, affinché tu voglia essere, sempre, per me un padre, un protettore ed una guida lungo il cammino della salvezza. 

Dammi un cuore puro, un amore ardente per la vita interiore. 

Fa' che io stesso segua le tue tracce e che rivolga tutte le mie azioni alla grande gloria di Dio, unendole agli affetti del Divino Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato della Vergine Madre.

Prega infine per me, affinché io possa partecipare alla pace ed alla gioia 

di cui tu hai goduto un tempo, morendo così santamente. 

Amen.