POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

martedì, gennaio 6

Chi era Mileva Marić la prima moglie di Albert Einstein

Quando nel 1922 Albert Einstein riceve il Nobel per la Fisica, Mileva Marić sa che l’ex marito avrebbe mantenuto i patti: la gloria e la carriera tutta per lui, il denaro del premio a lei e ai figli. È uno degli accordi che i due hanno preso nel 1919, l’anno della celebre eclissi solare che conferma sperimentalmente la teoria della relatività generale. Ma è anche l’anno in cui il tribunale di Zurigo, ironicamente il 14 febbraio, sancisce il divorzio tra Marić e Einstein, con quest’ultimo che finalmente, il 2 giugno, quattro giorni dopo quell’eclissi di storica importanza, sposa l’amata cugina Elsa Löwenthal.  Il denaro arriva e risolve i problemi economici di Marić, che si arrangia dando lezioni private di matematica e fisica ai ragazzi di Zurigo, ma che senza il diploma di laurea non ha mai potuto nemmeno tentare la carriera accademica. Con i soldi del Nobel, riesce a comperare un piccolo immobile, che le permette di avere un appartamento per sé, più alcuni locali da affittare. Dovrebbe essere sufficiente a garantire una vita economicamente stabile, ma allora Marić e Einstein non possono sapere che da lì a una decina d’anni l’Europa sarebbe stata sconvolta da un seconda guerra mondiale che avrebbe fatto emigrare lui ed Elsa negli Stati Uniti, ma che avrebbe reso estremamente difficile anche la vita di Marić nella neutrale Svizzera, che a Zurigo morirà il 4 agosto del 1948.  

Chi era Mileva Marić 



Mileva Marić (Милева Марић) nasce a Titel, non lontano da Novi Sad in Serbia, allora parte dell’Impero Austro Ungarico, il 19 dicembre 1875. Poco dopo la nascita della sua primogenita, il padre Miloš abbandona la carriera militare e trova occupazione all’interno del sistema tribunalizio dell’Impero. Miloš è una figura determinante nella prima parte della vita di Mileva, che dimostra fin da bambina una spiccata intelligenza, accompagnata da una forte timidezza, accentuata da un difetto alla nascita che l’ha costretta per tutta la vita a zoppicare. Ma è una ragazza curiosa e quando la famiglia si trasferisce a Zagabria, Miloš riesce a ottenere che la figlia, unica femmina, frequenti il liceo di lingua tedesca, dove però non può diplomarsi. Il desiderio di studiare, soprattutto le materie scientifiche, spingono il padre a incoraggiare la figlia ad andare in Svizzera, dove le donne potevano iscriversi all’università e si parlava il tedesco. A Zurigo si diploma e supera l’esame di ammissione al Politecnico, dove entra da matricola nell’autunno del 1896, l’anno che la cambia la vita. Mileva Marić nel 1896. Quello stesso anno matricola è anche Albert Einstein, di quattro anni più giovane, ma con il quale Marić lega rapidamente. A unirli, oltre alla passione per la fisica, è la musica. I due spesso suonano insieme, lui al violino, lei al pianoforte, studiano insieme, compensando le loro diverse intelligenze: lei bravissima in matematica e nella fisica sperimentale, lui originale, intuitivo e capace di grande profondità di ragionamento. Diventano presto inseparabili, facendo coppia nella vita e nello studio, al punto che nelle loro lettere dell’epoca parlano del loro lavoro sulla fisica come di un’impresa comune: sarà questo uno dei motivi per cui molti anni più tardi alcuni riterranno che il ruolo di Marić negli studi sulla relatività ristretta si un po’ di più di quello di una moglie, bensì quello di una coautrice.   

L’inizio della complicazione

La prima difficoltà che i due devono affrontare nella loro vita comune è l’avversione della famiglia di Einstein al loro matrimonio. Il padre preferirebbe che Albert si trovasse un lavoro prima di parlare di sposarsi, la madre è preoccupata da questa Mileva: non è ebrea e ha un profilo un po’ troppo intellettuale e indipendente per essere una brava moglie. Così nel 1901 Marić si presenta all’esame finale per ottenere la laurea incinta: una condizione inaccettabile anche per un ambiente progressista come quello del Politecnico. Risultato: bocciata. La piccola Lieserl nasce il 27 gennaio del 1902. Sul suo destino c’è ancora un velo di nebbia. Sicuramente viene inizialmente data in adozione o in affido e muore presto di scarlattina.

La coppia Marić-Einstein in una foto del 1912 (Immagine: Biblioteca del Politecnico di Zurigo)  .Sono anni complicati per la coppia, che riesce a sposarsi nel 1903, ma senza che al brillante Einstein sia stato offerto, l’unico della sua classe di laurea, uno straccio di lavoro accademico. L’opzione migliore è il famoso lavoro di impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna. Nel 1904 nasce il secondo figlio, Hans Albert, e Marić si adatta al ruolo di moglie dell’epoca, prendendosi cura del figlio e della casa. Ma intellettualmente il confronto con il marito è sempre vivace. Albert riconosce nella moglie un'intelligenza che lo sprona: assieme leggono le novità della fisica dell’epoca e Marić è aggiornata passo dopo passo dell’avanzamento degli articoli che sono pubblicati a raffica nel 1905, il celebre annus mirabilis. Anche questa straordinaria produzione in un solo anno di cinque articoli fondamentali per la fisica del Novecento hanno fatto pensare a qualcuno che Marić lo abbia aiutato e che meritasse almeno un po’ di credito. Soprattutto per gli studi che derivano dalla tesi di laurea, che sicuramente anche lei conosceva molto bene.  

La gloria e l’altra

Negli anni successivi all’exploit, la carriera di Einstein spicca letteralmente il volo: prima con una cattedra a Praga e poi a Berlino, nella capitale della Prussia. La città tedesca è fondamentale, perché qui Albert incontra nuovamente e può frequentare la cugina Elsa Löwenthal, già divorziata e con la quale già dal 1912 inizia una relazione extraconiugale. Nonostante la nascita di un secondo figlio, Eduard, nel 1910, la relazione con Marić si è guastata.

Albert Einstein e la seconda moglie, Elsa Löwenthal, in una fotografia scattata tra il 1921 e il 1923 (Immagine: Biblioteca del Congresso) 

.Forse per lui si è semplicemente spento l’amore della gioventù, forse la vita li ha cambiati entrambi al punto da non poter più stare insieme. Di sicuro, Marić paga un prezzo più alto, perché da quando si sono sposati ha sacrificato la propria carriera, le proprie ambizioni e la propria giovinezza per permettere al marito di far decollare la propria carriera. Ora si ritrova con i due figli da gestire, senza il diploma di laurea e senza una propria autonomia economica. Nel 1914 ritorna a Zurigo con Hans Albert ed Eduard e comincia una lunga trattativa per il divorzio.  

La controversia sul ruolo scientifico di Marić 

Ad alimentare la rilettura del ruolo di Mileva Marić come di qualcosa di più della semplice prima moglie hanno contribuito soprattutto due fattori. Il primo è una biografia pubblicata nel 1969 da Desanka Trbuhovic-Gjuric che si basa tra le altre cose sul primo volume delle opere complete di Einstein pubblicato in quel periodo. È la prima volta che emerge pubblicamente la figura di Marić e l’autore serbo insinua senza presentare alcuna prova documentale che il talento matematico e fisico della sua connazionale sia stato determinante nello sviluppo della teoria della relatività ristretta del 1905. Fragile sul piano storiografico, la biografia sembra un tentativo di aggiungere al pantheon serbo la figura tragica della scienziata dimenticata dalla storia. La biografia di Trbuhovic-Gjuric viene tradotta in inglese e circola negli Stati Uniti, la patria adottiva di Einstein, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso. Nel 1986 una parte della famiglia Einstein mette all’asta alcune lettere scambiate tra Einstein e Marić e custodite in una banca di Berkeley, in California. Sono queste le lettere in cui Albert usa il “noi” quando parla dell’avanzamento degli studi dei primi anni del Novecento. Nel 1990 l’American Association for the Advancement of Science tiene il proprio convegno annuale a New Orleans e il tema è proprio il rapporto Einstein-Marić in seguito alla pubblicazione delle lettere. È questo il momento in cui se ne occupano i media generalisti, costruendo la storia della moglie messa in ombra e della scienziata di genio nascosta dal perfido marito. Come dimostra la più recente e completa biografia di Mileva Marić uscita nel 2019, non ci sono prove che possano sostenere la tesi di Trbuhovic-Gjuric e dei media degli anni Novanta. In una parte del volume, vengono addirittura analizzate tutte le occorrenze della parola “noi” nel carteggio tra i due coniugi senza che sia possibile stabilire con certezza che cosa intendesse Einstein quando impiegava il pronome plurale. Se non esistono prove a sostegno del genio messo in ombra dal marito, addirittura in alcune interpretazioni un “usurpatore” del lavoro della moglie, ciò non significa che Marić fosse una persona qualsiasi. Era sicuramente brillante e talentuosa, come dimostrano i risultati universitari, compromessi solamente da un ambiente misogino e dalla morale dell’epoca: il fatto che le donne potessero iscriversi all’università nella Svizzera di fine Ottocento non significa automaticamente che la società lo ritenesse giusto. In più, frustrate le possibilità di carriera come ricercatrice, si è dovuta adattare al ruolo che ci si aspettava ricoprisse, quello di moglie e madre priva di una propria indipendenza economica. Come ha scritto Ann Finkbeiner recensendo su Nature la sua biografia, Marić è stata «una donna intelligente che ha lavorato duramente per ottenere un'istruzione impegnativa sul piano intellettuale e ha sofferto pesanti contraccolpi personali, oltre alla ferita più profonda di essere il sesso sbagliato all'inizio del secolo sbagliato».  

Per approfondire Su Mileva Marić la bibliografia è vasta e complicata. La biografia più recente e approfondita dal punto di vista storico è quella citata nell'articolo qui sopra: Einstein’s Wife: The Real Story of Mileva Einstein-Marić  di Allen Esterson & David C. Cassidy, assieme a Ruth Lewin Sime pubblicata da MIT Press nel 2019. Una bella recensione, da cui è tratta la citazione finale, si trova su Nature a firma di Ann Finkbeiner. Il volume di Esterson, Cassidy e Lewin Sime smonta la controversa biografia scritta da Desanka Trbuhovic-Gjuric. Un' analisi dettagliata, ma sintetica, si può trovare anche in SAGE Open, sempre a firma di Esterson. La storia dell'asta delle lettere, e della loro pubblicazione, è raccontata dal New York Times in un articolo del 1996 a firma Dinitia Smith. In Italiano le prime 50 lettere tra Marić  e Einstein, le cosiddette "Love Letters", sono state pubblicate da Bollati Boringhieri nel 1993 e ristampate nel 2020. Marić  è anche stata scelta dalla scrittrice e divulgatrice scientifica Gabriella Greison come una delle Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo (Bollati Boringhieri, 2017). Sempre Greison ha costruito e portato in scena uno spettacolo teatrale incentrato sulla prima moglie di Einstein. Infine, Marić è anche la protagonista di diversi romanzi. Uno lo ha scritto proprio Gabriella Greison e si intitola Einstein e io (Salani, 2018). La scrittrice americana Marie Benedict, specializzata in romanzi storici, ha pubblicato The Other Einstein, uscito nel 2017 in italiano per Piemme come La donna di Einstein. Bottega Errante Edizioni ha tradotto nel 2019 il romanzo psicologico che la scrittrice croata Slavenka Drakulić ha dedicato alla rottura del matrimonio tra Marić e Einstein. Si intitola Mileva Marić. Teoria sul dolore.

 

 

 


lunedì, gennaio 5

LA LIBERTA' NON E' UNO SPAZIO LIBERO di Padre MAURO ARMANINO



La libertà non è uno spazio libero

Siamo nel millennio scorso, esattamente negli anni ’70, quando il cantautore Giorgio Gaber ricordava che la libertà è partecipazione. La politica è sporca, la politica non mi interessa, perché è la politica degli affaristi e quella dei riti elettorali. O tu fai la politica o la politica ti fa, dicevamo coi giovani in Costa d’Avorio alla fine degli anni ’80. C’era un partito unico perché unica sembrava la via per uscire dalla colonizzazione. Bastava unire gli sforzi e non perdere tempo con discorsi, dibattiti e ideologie peregrine imprestate altrove. Bastava il liberalismo capitalista e la promessa dello sviluppo agognato dalla banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. La democrazia del Capitale arrivò coi Piani di Aggiustamento Strutturale, contrabbandati come democrazia occidentale vincente. Anche se tu non ti occupi di politica non temere perché lei si occuperà, senz’altro, di te.
Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà. 
Continua così la canzone di Gaber degli anni ’70 che ha tradotto e anticipato la deriva nella quale si è impantanata la democrazia, svenduta per la circostanza ai facoltosi ‘parvenu’ del momento. Chi scrive era in quegli anni operaio metalmeccanico e le assemblee dei lavoratori erano incentrate, appunto, sulla partecipazione. Si ambiva al controllo dei ritmi di produzione e a quello della salute sul lavoro con la partecipazione degli operai nel progettare vie alternative e più compatibili con un lavoro sicuro e degno. Tutto spazzato via in pochi anni quando anche i sindacati, divisi da ideologie, collusioni col potere e scollamento dai lavoratori, sono diventati parte del sistema. La delega si è trasformata in graduale ripiego nel privato e il nome ‘riflusso’ ben dipingeva l’accaduto.


Ecco perché ci troviamo, qui come altrove, con una classe politica frutto ed espressione di assenze partecipative, Avvoltoi, affaristi, commercianti, imbroglioni, venditori di parole, pedine e vittime di un sistema basato sull’esclusione dei poveri e della loro parola per cambiare il mondo. Abbiamo permesso che la ‘casta gelatinosa terminale’ possa amministrare il continente europeo, come ricorda Slobodan Despot, direttore di ‘Antipresse’, nell’editoriale di questa settimana. Casta Gelatinosa Terminale, dice Despot. Nulla di più vero per un continente senza ‘qualità’, disse nel 2024 il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, alla lezione inaugurale pronunciata al ‘Collège de France’. Non va meglio altrove. In Africa Occidentale tra illusori colpi di stato militare nel Sahel centrale e presidenti a vita altrove. In Russia con la malattia imperiale intesa come rivincita all’esproprio capitalista post era sovietica.


PETER SLOTERDIJK

Nella Cina della ‘Via della seta’ che traccia l’autostrada commerciale dell’Impero di Mezzo che poggia sull’Africa molte delle sue velleità di potere anche militare senza darlo troppo a vedere. In Israele retto da guerrafondai e i paesi Arabi dai soldi del petrolio che affoga ogni tentativo di partecipazione. Quanto agli Stati Uniti si potrebbe dire che anche le ultime maschere del diritto che dovrebbe orientare e dirimere i rapporti diplomatici tra nazioni, sono cadute. La politica delle cannoniere, come opportunamente ricorda il New York Times di oggi, 5 gennaio del nuovo anno, non fa che riprodurre un vecchio mondo, quello della legge della giungla. Eppure, lo sappiamo quanto Gaber aveva ragione..

“La libertà non è star sopra un albero/non è neanche avere un’opinione/ la libertà non è uno spazio libero libertà è partecipazione.”
                                                           
Mauro Armanino, Genova, gennaio 2026


sabato, gennaio 3

CATHERINE HOGARTH MOGLIE DI CHARLES DICKENS

 


Catherine Hogarth moglie di Charles Dickens

Forse solo un marziano non conosce Il Canto di Natale (anche nella versione Walt Disney con Zio Paperone nelle vesti di Ebenezer Scrooge) Oliver Twist, Grandi Speranze o il Circolo Pickwick, che Charles Dickens è uno dei giganti della letteratura inglese e mondiale del XIX secolo. Ma oltre ad essere un grande scrittore, questo londinese onorario (era nato a Portsmouth) aveva pure trovato il tempo di dedicarsi all’impegno sociale, oltre che a produrre e mantenere nientemeno che dieci pargoli nel corso del suo ventennale matrimonio con la scozzese Catherine Dickens (1815-1879) detta “Kate“, il cui padre il giornalista George Hogarth divenne scrittore e critico musicale al the Morning Chronicle, dove un giovane e squattrinato Dickens lavorava.

I due si sposarono nel 1836.

Come ancora adesso spesso accade, l’esistenza delle mogli e compagne di uomini famosi viene spesso schiacciata dall’egoistica personalità dei più noti mariti/compagni.

Eppure molte di loro erano lungi dall’essere scialbi fantasmi (sfido chiunque e a leggere la biografia di Constance Wilde, la moglie del mitico Oscar Wilde e pensare che lui l’abbia lasciata per mancanza di stimoli intellettuali). Certamente Catherine Dickens scialba non lo era.

Ma ci è voluto un direttore donna (la prima) e una donna curatore perché       il Charles Dickens Museum di Londra si decidesse a raccontare la storia dell’altra metà della storica coppia che ha abitato le stanze della casa di Doughty Street e che finora è stata completamente dimenticata. (tutto ciò è accaduto esattamente 1 anno fa, in occasione di una bella mostra dedicata appunto Catherine Dickens)

E il ritratto che emerge da questa piccola mostra è quello di una donna vivace ed intelligente che amava le feste, il teatro (era anche un’attrice dilettante e recitò anche in numerose produzioni), la musica (suonava il piano molto bene e a 14 anni incontrò persino Felix Mendelsshon), i viaggi (nel 1842 non esita ad accompagnare il marito nel tour americano) e la cucina, tanto da scrivere un libro di ricette dal titolo “What Shall we Have for Dinner? Satisfactorily Answered by Numerous Bills of Fare for from Two to Eighteen Persons” che ebbe molto successo e fu pubblicato fino al 1860.


Charles Dickens

Cosa accadde allora? Quello che troppo spesso avviene ancora oggi: il matrimonio finì dopo 22 anni di più o meno felice convivenza quando il famoso marito perde completamente la testa per una attrice diciottenne, Ellen “Nelly” Ternan.

La tipica crisi di mezza età. Così cliché!

Certo, i segni che Dickens si stava stancando di lei erano già nell’aria, se Catherine avesse voluto vederli (ma d’altra parte, quale donna in tale situazione vuole farlo??), a cominciare dai sempre più frequenti rimproveri che il sempre più famoso marito le muoveva e che andavano da quello di essere una madre e una padrona di casa incompetente ad quello di accusarla di aver voluto una famiglia numerosa – famiglia che era stata per Dickens la causa di numerose preoccupazioni finanziarie. Il fatto è che Charles era ancora un bell’uomo, giovanile e pieno di energia, mentre Catherine Hogarth Dickens che aveva avuto 10 figli e diversi aborti, non lo era più. Non c’è altro da dire.

I due si separarono nel Maggio 1858, dopo che un braccialetto destinato a Nelly fu recapitato per sbaglio alla casa di Dickens (e che Catherine pensò fosse per lei – chi non l’avrebbe fatto?). Voci che lo scrittore aveva una relazione extraconiugale con la sorella minore della moglie Georgina Hogarth (che viveva in casa con loro) circolavano da qualche tempo per Londra.

Voci che lo scrittore e amico di famiglia William Makepeace Thackeray (quello di Vanity Fair) per amor di chiarezza, si affrettò a contraddire dicendo che la separazione di Dickens da Kate era dovuta alla sua relazione con un’attrice. Dickens negò tutto, tanto da arrivare persino a scrivere un articolo pubblicato su Household Words il 12 Giugno 1858 con cui si affrettava a negare le voci di una separazione, anche senza fornire ulteriori chiarimenti. Inutile dire che l’amicizia con Thackeray non sopravvisse a questo terremoto…

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia.

La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Nonostante la consapevolezza di essere stata bistrattata, Catherine Hogarth si diede da fare con determinazione per ricostruire la sua vita, decisa a trarre il meglio dalla nuova (sebbene indesiderata) libertà che il suo nuovo status di moglie separata le concedeva. Si diede da fare per rinnovare vecchie amicizie, come quelle con gli scrittori del giornale satirico Punch, e per creare nuovi legami soprattutto tra i musicisti suoi vicini.

La mostra ha raccontato anche la storia di questo divorzio mostrando come la famiglia affrontò quella che ha tutte le sembianze di una moderna separazione, con i figli che prendono le parti dell’uno o dell’altra, e con i comportamenti che si adeguano alla nuova situazione.

Dei numerosi figli avuti da Dickens infatti, solo il ventunenne Charles jr allora già maggiorenne, decise (chiaramente contro il volere del padre) di andare ad abitare con Catherine quando, nel Maggio del 1858, si traferì al n. 70 di Gloucester Crescent, vicino a Regent’s Park, sostenendola anche economicamente, oltre che moralmente.

La scelta si presenta anche per Georgina, la sorella di Catherine, che viveva con loro e che si trova davanti all’opzione di restare con Dickens come governante o prendere le parti della sorella e tornare alla casa paterna, dove avrebbe condotto una vita noiosa da zitella squattrinata.

Inutile dire che fu abbastanza furba da scegliere la prima.

In punto di morte Catherine affido alla figlia le lettere scritte dal marito dicendole di darle al British Museum che il mondo sapesse che il grande Dickens una volta l’aveva amata.

All’uscita della mostra non riesco a non pensare che Catherine Dickens era una donna molto più piacevole dell’uomo a cui era sposata…

By Paola Cacciari

Ringrazio Paola Cacciari per lo splendido e preciso articolo. Questa vicenda mi fa cambiare idea sullo scrittore Charles Dickens, non pensavo fosse tanto schifoso da mettere incinta la moglie in continuazione, per poi  accusarla di essere stata lei a voler aumentare una numerosa famiglia e addirittura farla internare dimostrando una totale crudeltà.

Danila Oppio



domenica, dicembre 28

E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale di B: Brecht e Padre Mauro Armanino

  


E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali, la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali, dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è neppure la vita considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta. Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che introduce così lo scritto ‘L’eccezione e la regola’, nel 1930. In un’epoca in cui l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica






...Di nulla sia detto: "è naturale" in questi tempi di sanguinoso smarrimento

Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘ è naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella stessa città la notte scorsa a ricordo dei 4 rifugiati deceduti in queste ultime settimane in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e sudanesi in questa bella città di frontiera. Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.

   ... ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità.... 

Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove, a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri, reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati, la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto. Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro, per farne ciò che meglio ci pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per tutti. Eppure, la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e, per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che chiamiamo vita. I 116 morti annegati al largo della Libia, alla Vigilia di Natale di quest’anno, non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.

                     ...così che nulla valga come cosa immutabile...

Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi, che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli oltre 4 milioni di sfollati. L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata diserzione al sistema dominante.

        Mauro Armanino, Genova, dicembre 2025

venerdì, dicembre 19

DATE AL DOLORE LA PAROLA di Padre MAURO ARMANINO


Trieste - Piazza della Libertà

Date al dolore la parola

La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia nel 1955. Una piazza ‘imperiale’ dove risuonarono parole indegne che avrebbero provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la parola sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione di leggi razziali.

Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perchè a poche centinaia di metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea d’aria sono poche centinaia di metri. Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne l’eredità.

E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole, mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo.

 Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi                             

 (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3)


La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già la festa di Capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico. Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini.

     Mauro Armanino, Trieste, 18 dicembre 2025


domenica, dicembre 14

L’organetto e i piedi in piazza di padre MAURO ARMANINO

 

                    L’organetto e i piedi in piazza

Siamo a Trieste. Giusto davanti alla stazione ferroviaria si trova la nota e spaziosa Piazza della Libertà. Perché sia tale occorre però condividerla con chi la porta da lontano. Adesso la piazza è stata ribattezzata informalmente ‘Piazza del Mondo’. Proprio in quello spazio è nato e continua da anni l’incontro e lo scambio della libertà condivisa con centinaia di giovani che cercano un luogo dove ricostruire una vita persa e ritrovata dal viaggio. Arrivano dall’Afghanistan, dai Pakistan, dal Bangladesh, dal Nepal e da altri distanti paesi che la geografia e la politica hanno, col tempo, reso più vicini. Mesi e talvolta anni sono passati viaggiando di Paese in Paese e di frontiera in frontiera per arrivare su questa piazza creata come avvenimento che contribuisce a ‘rimanere umani’.
Ci sono i nuovi arrivati, che si mettono con disciplina da una parte ad ascoltare i consigli di un mediatore culturale. Indica loro come districarsi in questo mondo dove i documenti, gli uffici e i servizi eventuali fanno parte dell’iniziazione. Ascoltano con attenzione il giovane che si fa capire nella loro lingua madre e poi attendono, anch’essi, un tè caldo, un poco di riso e frutta quando c’è. Tutto ciò è condiviso con i ben più numerosi ‘anziani’ della piazza, seduti o in piedi attorno alla statua di bronzo che osserva il tutto con malcelata invidia. Mentre si parla tra vicini e connazionali o si conversa con la famiglia altrove tramite telefono si ascolta, leggero, pacato e dolce il suono di un organetto.
La giovane signora, che suona questo strumento di fabbricazione artigianale d’altri tempi, sembra non dare importanza all’apparente distrazione e al rumore di fondo che ne sembra soffocare il suono. Del tutto inutile ‘sembra, suonare mentre si parla, mangia e si cercano soluzioni per passare la notte con qualche coperta in più a causa del freddo di stagione. Le cose belle e importanti sono spesso inutili come la musica, rivestita di modestia, dell’organetto. Lei passa da un gruppo all’altro e pochi davvero, almeno apparentemente, danni segni di attenzione o apprezzamento. Rossella, il nome della signora dell’organetto, si ritira come chiedendo scusa per avere osato suonare, in silenzio, il mondo.
Poi ci sono i piedi dei richiedenti asilo. Feriti, fieri, nudi, fragili, dimenticati, spezzati, testimoni e pudici come tutto ciò che si trova in basso, nella polvere. Piedi che hanno corso, camminato, attraversato montagne, pianure, reticolati, commissariati di polizia, detenzione amministrativa e fragili vittorie. Piedi che ricordano, registrano, piangono, ridono e dimenticano per andare avanti fino alla prossima frontiera. Piedi che fanno la storia e che si raccontano anche nel nome di coloro che non sono mai arrivati a destinazione. Piedi comuni perché assomigliano a tutti gli altri piedi che nascondiamo perchè poco appariscenti. Sono questi piedi che la cofondatrice dell’associazione ‘Linee d’Ombra’ e all’origine, col suo compagno, delle Piazza del Mondo, pone sul suo grembo.
 Con timore, quasi si trattasse di un bimbo che sta per nascere, se ne prende cura con reverenza. Pulisce, medica, lenisce le ferite, si mette in ascolto di ognuno di loro, i racconti scritti sui piedi, per rispettare e dare quella dignità che, confiscata alle frontiere, ricostruisce e riscrive la storia, quella che si fa, appunto, coi piedi. La Piazza della Libertà si chiama per molti a Trieste ‘Piazza del Mondo’, grazie a loro, i piedi profumati e custoditi sulle ginocchia di una donna.


               Mauro Armanino, Trieste, 14 dicembre 2025


domenica, dicembre 7

LE LUCI DELLA CITTA' di Padre MAURO ARMANINO

Le luci della città


Titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie Chaplin. Film muto del 1931, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Chaplin. Le luci della città raccontano con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il suo benefattore tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto modo di sentire e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti.

A causa del pretesto commerciale del Natale prossimo le nostre città sono inondate di luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e spensierate. Si propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che sembrano invece prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono false e poco credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le parole e financo una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di luminarie che, in realtà, tradiscono la luce. 

Fanno parte dello spettacolo che, come su un palcoscenico, accendono e attirano l’attenzione su ciò che si vuole sottolineare. Le cose vere e autentiche occorrono però altrove, all’ombra, al buio, nelle trincee che da troppe parti si stanno scavando tra un cimitero e l’altro. Sono, invece di assordanti luci, silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni, paure e file interminabili di sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di scavalcare i fili spinati delle frontiere. Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre.

Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i blackout improvvisi specie nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta dal grido di gioia dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle parti le luci della città erano povere e vere.

Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana. Affinché si possa meglio udire il grido ...’sentinella quanto resta della notte’, perché poi ‘arriva il mattino e poi ancora la notte’, risponderebbe la sentinella. Il buio sarebbe più sincero.

Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti sentiranno allora il canto del mattino.

          Mauro Armanino, Casarza, 7 dicembre 2025