POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, ottobre 9

I RACCONTI DI LA E DO - di ALESSANDRA GIUSTI E DANILA OPPIO


Alessandra Giusti e Danila Oppio hanno scritto un libro insieme titolato

I RACCONTI DI LA E DO

Sinossi

Lo scambio di corrispondenza tra LA e DO riassume un anno di condivisione di giorni trascorsi nel tempo di distanziamento obbligatorio, non solo per l’incombere del virus che ha creato non poche difficoltà, ma anche per l’effettiva distanza fisica tra due amiche che hanno condiviso gli stessi punti di vista, una vera e propria alleanza grazie alle affinità elettive che hanno scoperto, di giorno in giorno, nel loro scambio epistolare, così come uno straordinario parallelismo di esperienze di vita, non comune. Vuol essere testimonianza di come l’amicizia sincera e affettuosa possa crearsi e vivere nonostante le difficoltà vissute in una situazione difficile. Un’amicizia così forte, che durerà per sempre, poiché per loro vale il detto: “Chi trova un amico, trova un tesoro”. Questo libro è nato dalla reciproca volontà di testimoniare come si possano creare rapporti intensi anche solo per corrispondenza. Un concerto di note musicali, non udibili ma trasmesse dall’anima, chiude questo libro. 

Il libro è distribuito in tre edizioni diverse: questo che appare in copertina contiene immagini a colori, per cui il costo è un po' alto, ma ne è valsa la pena. Comporta 534 pagine, quindi è proprio un bel tomo!

Qui sotto il link Amazon dove potete acquistarlo:

https://www.amazon.it/dp/B09HG6HV9C




La stessa versione è stata editata anche il e-book Kindle, al costo di 3 euro. Questo per agevolare chi ama leggere anche da un tablet o dal cellulare. Qui sotto come si presenta la versione digitale.



In seguito è stato modificato con le immagini in bianco e nero, per poter
rendere il prezzo più abbordabile.
questa la copertina della nuova edizione



E questo il link per l'acquisto su Amazon:


Noi siamo soddisfatte di aver portato a termine questo lungo e laborioso lavoro a quattro mani, perché ha rafforzato la nostra splendida amicizia.
Alessandra Giusti è la discendente del poeta Giuseppe Giusti, amico di Alessandro Manzoni, per il quale ha scritto  la lirica Sant'Ambrogio, che bonariamente prende in giro il Granduca o chi per lui.
Questo per sottolineare che Alessandra, mia compagna di questa avventura letteraria, ha preso molto dal suo antenato, in quell'ironia dolce, o le divertenti battute che troverete in questo libro. Così come il suo buon cuore. 
Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti (1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.
La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere. di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

La straordinaria coincidenza che unisce il poeta toscano alla pro-pro nipote Alessandra, è che se l'antenato era in visita a Milano, ospite del Manzoni, Alessandra a Milano ci è nata e cresciuta. 
Entrambe abbiamo lasciato la metropoli lombarda per vivere in altri luoghi, lei in Val d'Aosta, io in provincia di Milano, ma comunque via dalla pazza folla! 
Questo ha unito anche noi: i ricordi milanesi, e i racconti reciproci delle nostre vite che in alcuni strani casi, coincidono tra loro. 
Spero che chi si accosta a questa nostra scrittura, ne resti soddisfatto.

Danila Oppio e Alessandra Giusti

JONATHAN IL FALEGNAME E IL FIGLIO DI DIO - di P. MAURO ARMANINO

Jonathan il falegname

 e il figlio di Dio

Di professione falegname, Jonathan non aveva avuto il tempo di aspettare. Finita la scuola professionale nella capitale del Togo, Lomé, è partito in fretta in Algeria in cerca di lavoro fin dal 2016. Si trovava in un cantiere edile e guadagnava il necessario per lui e la famiglia rimasta in patria. Espulso dal Paese, torna in patria e cerca, inutilmente, un lavoro compatibile con la sua formazione tecnica. Senza conoscenze non è per nulla facile trovarlo ed è così che l’idea di ripartire ha cominciato di nuovo ad assediarlo. Stavolta la destinazione era l’Europa dei tanti sogni raccontati da chi non è mai partito. Jonathan torna dunque in Algeria nel 2019. Malgrado tutta la sua buona volontà, non riesce neppure a raggiungere la frontiera col Marocco, militarizzata da tempo, e lavora nell’inevitabile cantiere di Algeri, col legno delle armature per il cemento armato. In Algeria a essere armata è la società che, dopo aver sfruttato i migranti come mano d’opera a buon mercato, continua ad espellerli dal proprio territorio. Jonathan lascia definitivamente l’Algeria e percorre la strada a ritroso. Algeri, Tamanrasset, In Guezam, Assamaka, Arlit, Agadez e Niamey.

La madre di suo figlio, Eugenia, non era d’accordo col suo progetto di migrazione. Temeva di non rivederlo più, come sposo e come padre dell’unico figlio concepito sette anni or sono. Aveva sentito troppe brutte storie del mare e qualcuno le aveva suggerito che il Mediterraneo, a causa delle politiche restrittive sulla mobilità, si era trasformato in una sola grande ‘fossa comune’. Lei temeva la sparizione del padre di suo figlio che chiede continuamente di lui, assente. Papà tornerà presto e non andrà più via, dice Eugenia all’unico figlio del falegname ancora senza lavoro e di ritorno al paese con due borse baciate di polvere. Jonathan non rimpiange nulla del vissuto perché i suoi occhi hanno visto il deserto, sfiorato frontiere, accarezzato il mare e sognato un mondo troppo lontano dal suo. Nella borsa più piccola ha messo alla rinfusa i ricordi messi insieme nei viaggi di andata, espulsione e ritorno. Nell’altra più grande ha messo con cura, assieme ad alcuni abiti nuovi per la signora e suo figlio, il futuro che non conosce nel Paese che l’ha buttato via. Le due borse sono la parabola del passato e del futuro consacrate dal sapore del vento.

Jonathan non ricomincia dal nulla. Di mestiere falegname in cerca di lavoro, nel suo spirito accarezzando paesaggi lontani e stato civile sposato con un figlio di sette anni che ha cominciato ad andare a scuola. Lui si è formato dai salesiani operanti nel suo Paese il Togo, ritagliato sulla costa atlantica della tratta degli schiavi. L’attuale presidente del Paese, che continua la dinastia del padre, è riuscito nell’intento di ridurre il suo popolo in schiavitù. Jonathan, a modo suo, ha cercato senza riuscirci, un sentiero differente. Lui, giovane falegname in cerca di lavoro, troverà suo figlio cresciuto ad attenderlo col nome che gli hanno dato prima di partire. L’hanno chiamato, per ispirazione o per promessa, Godson, figlio di Dio.

Mauro Armanino, Niamey, 8 ottobre,

anniversario della liberazione di P.Gigi


venerdì, ottobre 8

STORIE DELLA VITA E DEL MONDO - IN VOLO - di RENATA RUSCA ZARGAR

 

STORIE DELLA VITA E DEL MONDO

Il grande pino verde di nome Verpì, nelle sere di luna piena, raccontava, alle mille orecchie in ascolto, storie della vita e del mondo. 
Mille occhi lo osservavano attenti e mille corolle di fiori si riaprivano un poco per non perdere neppure un sussurro.

IN VOLO

Verpì allargava i suoi rami come un ombrello, aggiustandosi con attenzione tutti i suoi aghi per essere sempre ordinato. 
Gli uccellini, di giorno, andavano e venivano portando nel becco qualche gustoso vermetto o un filo di paglia per aggiustare il nido. Poi, quando il sole spariva dietro i monti, si accoccolavano, uno vicino all’altro, arruffando le piume morbide per stare al riparo.
Una sera, però, uno di loro volle anch’egli spiegare qualcosa alle creature del bosco.
Posato sul ramo più alto di Verpì, iniziò a cinguettare:
- Oggi, il cielo era azzurro e terso. All’alba, quando l’aria si tingeva lentamente di rosa, ho zampettato vicino al ruscello per bagnare il mio becco di acqua fresca e mi sono sistemato per bene le penne. Poi, mi sono lanciato verso l'alto e ho puntato lo sguardo in direzione di una simpatica nuvoletta bianca a ricci. Che gioia stendere le ali, penetrare l’atmosfera chiara del mattino, cinguettare con i compagni… Di lassù, si possono vedere i campi quadrati degli appezzamenti coltivati dai delicati toni di verde e marrone, le case dai tetti di lamiera a punta che luccicano al sole, i nastri grigi delle strade… Più lontano, le distese di prati, gli alberi frondosi dai mille ripari, le strisce d’acqua scura del fiume. Da un po’ di  tempo ho fatto il mio nido sotto un tetto, di lamiera anch'esso, come tutti gli altri nel paese di montagna qui vicino, al limitare del bosco, in un confortevole spazio tra i mattoni rossi. Ho portato piumette e fili d’erba uno ad uno. Là mi sento al sicuro e, se la tempesta infuria, chino il capo sotto l’ala e chiudo gli occhi. 
Nella casa di fronte a quella in cui abito, vive una dolcissima fanciulla. Mi piace guardarla mentre, davanti alla finestra, pettina i lunghi capelli neri e osserva intorno, o mentre lava e stende i panni nel cortile. 
Sulla punta del tetto, mi sposto per curiosare meglio. Un giorno ho visto che la mia amica stava per uscire, quindi, ha imboccato un sentiero che porta un po’ fuori dall’abitato. 
Andare da quelle parti piace anche a me: i prati odorano di fiori colorati, tanti altri uccelli miei amici vivono sugli alberi di quel bosco. Non ho potuto, dunque, fare a meno di seguirla. 
Là c’era un uomo che l’aspettava: mano nella mano essi hanno percorso gioiosi il dolce pendio dai mille profumi. 
Parlavano e intrecciavano speranze, lo so. 
Che c’è di male, intanto, a intrecciare voli, rasentando veloci erbe sature d’insetti appetitosi? L’aria era frizzante e lambiva le piume, mentre mi alzavo e abbassavo nell’atmosfera. Poi mi sono posato su di un ramo a riposare. 
Ed eccoli, occhi negli occhi, mani nelle mani… 
Ero felice anch’io.
Dopo qualche alba e tramonto, ho visto la fanciulla appoggiata alla finestra con il viso tra le mani. Dai suoi occhi scorrevano lacrime brucianti, né si era pettinata a lungo i suoi magnifici capelli. Neppure usciva da casa, così ero rimasto anch’io là, nel mio nido sul tetto. Non mi andava di allontanarmi, né di alzarmi verso le nuvolette rosa. I cinguettii dei compagni, che sembravano chiamarmi, non mi attraevano come di solito. 
Evidentemente, lui non c’era più, forse era partito, tornerà o no, io non sapevo. 
Ella mi sembrava disperata. Ed era così da giorni e giorni. Non usciva più da casa, non si occupava più di sé stessa, solo fissava lontano l’orizzonte verde dei monti e piangeva.
Anch’io, una volta, ho sofferto tanto. Un giorno, uno dei miei piccoli stava imparando a volare. Le sue alucce scarmigliate sbattevano con entusiasmo ma, uscito dal nido, non era riuscito a raggiungere l’albero più vicino ed era scivolato a terra. Di là, tentava con tutte le sue forze di ripartire, di rialzarsi, ma zampettava disordinatamente, pigolando affannato senza poter sollevare il suo corpicino. C’era, là vicino, un gatto. Era stato un attimo. La belva, che si nasconde in quell’essere lento e sornione, era balzata come il lampo crudele che incenerisce. Un ultimo forte pigolio ed era tutto finito.
Per questo non potevo lasciarla sola. A volte, provare un grande dolore, può aiutare a comprendere quello degli altri. Rimanevo allora là, nel mio nido sul tetto, a cinguettare per lei. Forse, il mio canto sincero avrà potuto farle un po’ di compagnia.
Oggi, però, l’uomo ha bussato alla sua porta. Sono passate diverse stagioni da quando è andato via, è venuta la neve, sono fioriti tutti i fiori ed è tornata ancora la neve. Ora è primavera, e tutto sta riprendendo vita. 
Quando ella ha aperto la porta, è balzata tra le sue braccia che l’hanno stretta al cuore. Poi, insieme, essi hanno imboccato di nuovo il sentiero che conduce fuori dell’abitato. Lungo il dolce pendio, hanno passeggiato mano nella mano, hanno corso a piedi scalzi nell’erba fresca e profumata del mattino, hanno chiacchierato e riso, occhi negli occhi. Hanno bevuto, insieme, dalle mani, l’acqua fredda del ruscello. 
Forse, lui non partirà più. 
Ho volato lassù, tra fiocchi di nuvole bianche e rosa, sfrecciando più in alto e sfilando, veloce, per tornare alle chiome degli alberi, verso gli appezzamenti coltivati, verso le case che mi paiono scatoline, più o meno, quadrate.
È un’emozione intensa la mia, adoro perdermi tra il verde delle foglie ove occhieggia il sole, amo risalire verso la luce o cinguettare in coro con i miei compagni. Tra poco, nel nido, avrò un’altra covata e credo che ci sarà anche una covata nella casa della mia vicina. 
Allargo, dunque, le mie ali e punto verso l’alto. Lo so, non devo confondermi e desiderare di giungere all’estremo. 
Come succede spesso a tante creature, il mio volo sarebbe spezzato. 

Renata Rusca Zargar

I RACCONTI DI LA E DO - di ALESSANDRA GIUSTI e DANILA OPPIO


Alessandra Giusti e Danila Oppio hanno scritto un libro insieme titolato

I RACCONTI DI LA E DO

Sinossi

Lo scambio di corrispondenza tra LA e DO riassume un anno di condivisione di giorni trascorsi nel tempo di distanziamento obbligatorio, non solo per l’incombere del virus che ha creato non poche difficoltà, ma anche per l’effettiva distanza fisica tra due amiche che hanno condiviso gli stessi punti di vista, una vera e propria alleanza grazie alle affinità elettive che hanno scoperto, di giorno in giorno, nel loro scambio epistolare, così come uno straordinario parallelismo di esperienze di vita, non comune. Vuol essere testimonianza di come l’amicizia sincera e affettuosa possa crearsi e vivere nonostante le difficoltà vissute in una situazione difficile. Un’amicizia così forte, che durerà per sempre, poiché per loro vale il detto: “Chi trova un amico, trova un tesoro”. Questo libro è nato dalla reciproca volontà di testimoniare come si possano creare rapporti intensi anche solo per corrispondenza. Un concerto di note musicali, non udibili ma trasmesse dall’anima, chiude questo libro. 

Il libro è distribuito in tre edizioni diverse: questo che appare in copertina contiene immagini a colori, per cui il costo è un po' alto, ma ne è valsa la pena. Comporta 534 pagine, quindi è proprio un bel tomo!

Qui sotto il link Amazon dove potete acquistarlo:

https://www.amazon.it/dp/B09HG6HV9C




La stessa versione è stata editata anche il e-book Kindle, al costo di 3 euro. Questo per agevolare chi ama leggere anche da un tablet o dal cellulare. Qui sotto come si presenta la versione digitale.



In seguito è stato modificato con le immagini in bianco e nero, per poter
rendere il prezzo più abbordabile.
questa la copertina della nuova edizione



E questo il link per l'acquisto su Amazon:


Noi siamo soddisfatte di aver portato a termine questo lungo e laborioso lavoro a quattro mani, perché ha rafforzato la nostra splendida amicizia.
Alessandra Giusti è la discendente del poeta Giuseppe Giusti, amico di Alessandro Manzoni, per il quale ha scritto  la lirica Sant'Ambrogio, che bonariamente prende in giro il Granduca o chi per lui.
Questo per sottolineare che Alessandra, mia compagna di questa avventura letteraria, ha preso molto dal suo antenato, in quell'ironia dolce, o le divertenti battute che troverete in questo libro. Così come il suo buon cuore. 
Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti (1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.
La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere. di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

La straordinaria coincidenza che unisce il poeta toscano alla pro-pro nipote Alessandra, è che se l'antenato era in visita a Milano, ospite del Manzoni, Alessandra a Milano ci è nata e cresciuta. 
Entrambe abbiamo lasciato la metropoli lombarda per vivere in altri luoghi, lei in Val d'Aosta, io in provincia di Milano, ma comunque via dalla pazza folla! 
Questo ha unito anche noi: i ricordi milanesi, e i racconti reciproci delle nostre vite che in alcuni strani casi, coincidono tra loro. 
Spero che chi si accosta a questa nostra scrittura, ne resti soddisfatto.

Danila Oppio e Alessandra Giusti


domenica, ottobre 3

MENZOGNE E LIBERAZIONI DAL SAHEL di PADRE MAURO ARMANINO


Menzogne e liberazioni dal Sahel

Gli avevano mentito. Sylla ha scelto di tornare a casa perché non se la sentiva di continuare a vivere con la paura addosso. Una vita da topi ad Algeri, la capitale. Manovale in un cantiere edile, col fondato timore di essere preso a sassate sulla strada e insultato col nome di ‘Black’, negro. Per una parte dei cittadini, l’Algeria non fa parte dell’Africa perché di altro colore e cultura, si trova al Nord. Sylla è studente universitario a Conakry e cercava i fondi necessari per completare gli studi in scienze sociali. Torna per ora dalla madre nella capitale del Mali, Bamako, per poi vedere il da farsi. Nato nel 1999 ha ancora tutta una vita davanti come primogenito di una famiglia che si è divisa da anni. Ha due fratelli e una sorella da accudire, oltre la madre che forse, nel frattempo, si è risposata. Dice che non tornerà mai più in Algeria.

Lunedì 4 ottobre ricomincia l’anno scolastico nel Niger per alunni e studenti delle superiori. Gli insegnanti stanno preparando il ritorno accademico da alcuni giorni. Quasi certamente si annunceranno i primi scioperi, dichiarati da uno dei numerosi sindacati del settore che giustificano la loro esistenza solo in questi frangenti. Quanto agli universitari, sono in sessione di esami per poi riprendere i corsi a tempo debito, molto più tardi. Quanto al Liceo francese di Niamey, il ‘La Fontaine’, è regolato secondo i tempi e i ritmi della capitale francese e accoglie i figli delle élite locali e straniere. Dimmi dove vai, e ti dirò chi sei, in termini sociali e dunque finanziari. Anche questa è una menzogna accettata dal sistema. Si formano alunni, studenti e universitari per un presente dal quale è stato mutilato il passato e confiscato il futuro. 

Nel nostro Sahel, contraddittorio e dunque affascinante, la prima e fontale menzogna è quella che presume di accaparrare Dio e metterlo al servizio di un gruppo di potere. Sarebbe difficile giustificare le guerre, i commerci, le esazioni e gli abusi operati sui poveri, senza il supporto manipolato di un Dio che avrebbe bisogno di essere difeso e poi imposto. Da questa distorsione originaria, facilitata da decenni di connivenze, sfruttamenti dei poveri e arricchimenti indebiti, ne conseguono altre che sono come drammatici anelli di una catena senza fine. Anche la politica, dunque, in queste zone, si avvale con frequenza dell’apporto ‘normalizzante’ delle religioni per perpetuarsi come strumento di dominazione sui popoli. Nessuno crede più alle parole dei politici e sempre meno alle parole dei ‘religiosi’ che predicano bene e razzolano male all’ombra del potere. In Costa d’Avorio un proverbio diceva che …’la bocca piena non può parlare’!

Ne consegue che l’economia, la figlia primogenita della politica, si fonda sulle menzogne delle istituzioni finanziarie internazionali, degli interessi di chi si trova al governo e delle reti mafiose che ne assecondano le scelte. La corruzione economica non è altro che l’espressione più evidente di un sistema che deruba i poveri, mente per farlo e compra le coscienze degli intellettuali che dovrebbero smascherarla. Per completare il quadro, rimane in posizione privilegiata la menzogna creduta e propagangata del Mondo Umanitario che si regge sulla riproduzione dei poveri e delle emergenze legate all’insicurezza. Quanto ai mezzi di comunicazione, in buona parte sostenuti e finanziati dal Potere, non sono spesso che un pallido riflesso del ruolo di ‘sentinelle’ che dovrebbero allertare sull’arrivo dei ‘Barbari’. La vicenda ‘Covid’ insegna.

All’inizio e alla fine di ogni menzogna si trovano le parole. Su di esse e il loro tradimento si fondano le menzogne quotidiane, cicliche e soprattutto quelle che dovrebbero evidenziare il destino ultimo delle persone e della storia. La scuola, l’economia, la politica e l’invenzione del mondo umanitario non sembrano nient’altro, al momento, che le forme riproduttive della menzogna. Le conseguenze di tutto ciò sono devastanti e il ritorno di Sylla, migrante tradito, alla casella di partenza, ne sono una parabola eloquente. Sappiamo però che dove abbonda il dramma, abbonda pure il mistero della risurrezione. Dalle parole arriva la sconfitta, e dalla parola comincia la liberazione. Come affermava Rosa Luxemburg…’ Dire la verità significa chiamare le cose con il loro nome. Dare il nome giusto alle cose è un atto rivoluzionario’.

Mauro Armanino, Niamey, 3 ottobre 2021

venerdì, ottobre 1

LAYLA E MAJNUN O IL PAZZO D LAYLA E ALTRE STORIE di RENATA RUSCA ZARGAR



Layla e Majnun o Il pazzo di Layla 

e altre storie

II ATTO

Paesaggio desertico. Entra Majnun molto agitato con le vesti scomposte e i capelli tutti spettinati. Layla è seduta con il capo tra le mani.

MAJNUN - Layla, ho sentito che la tua famiglia ti farà sposare un altro! 

LAYLA -Sì. -  Piange. - È il figlio di un amico di mio padre. Ha una bella casa, tante ricchezze; sarò felice, mi dicono! 

MAJNUN con la testa bassa - Sono povero. 

LAYLA lo guarda con gli occhi bagnati dalle lacrime ma pieni di amore - Sei sincero, lo so. Io morirò senza di te, non mi interessa la vita...-  

Layla e Majnun si abbracciano disperatamente per l’ultima volta.


Accoccolata sulla sabbia di fronte al mare, riuscivo a immaginare le donne sedute a teatro ad assistere alla tragica storia di Layla e Majnun.  

Potevo quasi sentire i loro pensieri e vedere i loro occhi disperati… “Sì, l’amore eterno esiste, proprio così! È questo. Anch’io voglio un amore come quello di Layla e Majnun, più forte di qualsiasi evento. L’amato deve essere per sempre mio in una passione totale, perfetta…. Desidero anch’io impazzire d’amore come loro. Soffrire? Bisogna anche soffrire? Sì, per la felicità estrema, eterna!” 

Forse, gli uomini, invece, si sentivano un po’ imbarazzati davanti a tanto entusiasmo, magari, si assestavano meglio, un po’ nervosamente, sulle eleganti poltroncine, con un lieve sorriso di circostanza sulle labbra. Nessuno di certo piangeva. 

Qualcuno, probabilmente, rigettava dentro di sé un ricordo… 

Forse, da adolescente, aveva amato e non era piaciuto all’amata, forse, era stato rifiutato e deriso, oppure si erano amati per un po’ e poi tutto era bruciato nel nulla…. Probabilmente, avevano a fianco la persona che un tempo anelavano fino allo spasimo e ora era diventata solo un’abitudine, senza caldo nel cuore… 

Forse, la grande passione di un tempo si era sciolta nell’indifferenza.

Avevo portato, dunque, con me, alla spiaggia, quel libro, “Layla e Majnun o Il pazzo di Layla e altre storie”. 

Volevo rileggere quella vicenda. 

Era settembre inoltrato e mi piaceva stare seduta vicino al bagnasciuga, di fronte all’orizzonte del mare. La giornata era morbidamente calda, il sole accarezzava la pelle senza bruciare.

La tragedia raccontava di due innamorati infelici. Un poeta beduino era stato conquistato da una fanciulla, Layla, della sua stessa tribù. Ogni giorno si incontravano nel deserto, di nascosto, per pochi minuti. Poi, lui l’aveva chiesta in sposa ma era stato rifiutato. Il padre aveva ben diverse ambizioni per la figlia e l’aveva data a un capo di un’altra tribù. Majnun aveva vagato nel deserto come un pazzo, declamando versi di grande dolore e tracciando le lettere del nome di Layla con un bastone sulla sabbia. Intanto, Layla era stata portata lontano, si era ammalata ed era morta. Giulietta e Romeo? Forse, questa vicenda antica aveva ispirato Shakespeare o, forse, no. L’amore infelice non è solo quello di Layla e Majnun: l’amore è quasi sempre infelice, anche se non tragico.

Infatti, in quel libro c’erano anche altre storie d’amore.  




Come quella di Shah Jahan, il quinto imperatore Moghul dell’India. Egli amava molto sua moglie Arjumand Banu Begum, chiamata anche Muntaz Mahal, cioè la luce del palazzo. L’aveva vista, desiderata, voluta, e quel bisogno di lei, di stare fra le sue braccia, non si era mai assopito. Molte volte lei era stata feconda; infine, dando alla luce il loro quattordicesimo figlio, frutto di quell’amore sempre più profondo, era morta!  

Shah Jahan aveva perso tutto con lei e aveva solo uno scopo ormai: costruirle la più stupenda dimora perché potesse riposare per sempre nella bellezza e nel rispetto di tutti. 

D’altronde, che altro poteva fare? Lei non c’era più! 

Così, per ventidue anni, i migliori esperti di vari paesi avevano lavorato al Taj Mahal; 1000 elefanti avevano trasportato i materiali più splendidi del mondo: marmo, diaspro, giada, cristallo, turchesi, lapislazzuli, zaffiri, corniola...

La triste storia di Shah Jahan, però, non era finita: uno dei suoi figli aveva preso il potere e lo aveva imprigionato nel Forte rosso. Dalle finestrelle del suo carcere egli poteva scorgere l’immensa tomba che aveva fatto innalzare e dove un giorno non lontano avrebbe riposato anche lui.  Perciò, egli era rimasto là, ogni giorno, ogni ora, con gli occhi fissi sulla meravigliosa dimora eterna della sua Muntaz, fino a che non era diventato cieco. 

“Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”, così il poeta Rabindranath Tagore aveva poi definito il Taj Mahal.

 

Infine, avevo riportato a casa dalla spiaggia quel libro, ma mi infastidiva trovarmelo dappertutto: in cucina, in camera…

Mi dava l’impressione di conservare indebitamente un segreto. 

Perché, oltre a quelle storie note a tutti, nel testo, si parlava anche di Mahākāla e Kalachakra. 

Quel capitolo mi creava un certo disagio: mi sembrava di allontanarmi dal presente, di vagare in un universo eterno che scorre come la corrente di un fiume... 

Era lì, forse, che dovevo tornare? Goccia tra le gocce? 

Tra l’altro, avevo letto quel libro proprio alla vigilia del mio secondo viaggio in India e, nonostante tutto, ora era con me, mentre volavo da Bombay a Trivendrum. 

Andavo a ritrovare i suoi occhi, quegli occhi che avevo incontrato alcuni mesi prima nel Ladakh e che da allora non mi avevano più lasciato. 

Dolci, del colore dell’anima. 

E non potevo più vivere senza rivedere quello sguardo. 

L’aereo, intanto, era atterrato: intorno, solo boschi di palme e, davanti, l’oceano.

Avevo ringraziato mentalmente Dio per avermi concesso di vedere tanta bellezza e diversità.

Ora dovevo raggiungere Kovalam Beach con un risciò a motore. 

Mentre mi muovevo, parlavo, esistevo, frugavo ovunque alla ricerca di quegli occhi… 

Chi eravamo già stati? Layla e Majnun? O Shah Jahan e Muntaz? 

No, forse, più probabilmente, Mahākāla e Kalachakra. 

Ora, un giovane ragazzo del posto mi stava facendo attraversare a piedi un bosco: il terreno era tutto ricoperto da fogliame secco di palme. 

Faceva caldo. 

I miei piedi calzavano sandalini infradito. 

Non sapevo che quella fosse la terra del cobra. 

Meglio che muoia una persona piuttosto che un serpente, pensavano ancora molti, laggiù. Infatti, il cobra è la manifestazione del Dio Shiva, divinità della distruzione, ed è anche sovrano degli altri serpenti. Come si potrebbe offendere Shiva uccidendo un cobra?

Davanti a me, ora, c’era Majnun: -Vai, Layla sii felice, io non avrei potuto darti ciò che ti darà lui. Vai, dimentica i nostri cuori che battono insieme come gli orologi le ore, dimentica le nostre mani che si sfiorano… 

Più grande del mio corpo 

 è il mio spirito. 

 Immenso, 

 tende agli spazi infiniti, 

 alla grandiosità del cielo, 

 al potere delle cose che non sono. 

Vedevo anche Jahan che piangeva dalla sua triste prigione tendendo il viso verso il Taj Mahal…

Sì, l’amore esiste, è eterno, adesso, finalmente, lo potevo capire... 

E noi due eravamo stati davvero, molti secoli addietro, Mahākāla e Kalachakra...


La salma era stata rimpatriata in Europa con il libro ancora nello zaino. 


Seduto sulla soglia del negozietto per turisti sulla spiaggia di Kovalam, Zahoor, cioè colui che appare, che giunge nella luce, fissa l’orizzonte di un oceano dalle onde altissime. 

Là, dietro il promontorio del faro, la palla rotonda del sole si sta coricando nel mare, mischiando i suoi stupefacenti colori con il blu dell’oceano impetuoso. 

Nell’aria, si allargano le note di una famosa struggente canzone: “Here I go out to sea again / The sunshine fills my hair / And dreams hang in the air /... Look at me standing / Here on my own again / Up straight in the sunshine / They seem to hate you / Because you’re there / And I need a friend, oh I need a friend / To make me happy, not so alone / Look at me here, here on my own again / Up straight in the sunshine / ...No need to run and hide / It’s a wonderful, wonderful life / No need to laugh or cry / It’s a wonderful, wonderful life..

( Wonderful Life di Colin Vearncombe aka Black)

I pescatori tornano cavalcando le onde con i catamarani scuri. 

Lei non è venuta, pensa Zahoor. 

Si è già stancata di lui! 

Non si ripeterà la storia di Mahākāla il cui corpo brucia in un amplesso eterno nel corpo di Kalachakra. 

Le porte del Paradiso (o Inferno?) della passione non si spalancheranno più per loro.  Ella è una donna occidentale, prende e butta via il maschio, conclude, infine. 

I mesi passati tra i monti della Luna a Leh, sono stati solo un’avventura, le sue lacrime brucianti per la separazione sono state come bolle di acqua minerale che evaporano in un momento.

Gli occhi dolci e profondi dell’uomo sono tristi ma rassegnati. 

La vita non può essere governata da noi. C’è un destino superiore. 

Chissà, forse, loro due dovranno ancora aspettare la prossima esistenza…



Mahākāla era uno spirito terribile con la bocca spalancata da cui pendeva l’enorme lingua prominente e la sua risata echeggiava per valli e montagne, terrorizzando persone e animali. In una delle quattro braccia, egli teneva un’accetta e al collo una collana di teschi. Il Creatore Brahma l’aveva modellato per esprimere il tempo indeterminato che distrugge ogni cosa e, da quella distruzione, ogni cosa rinasce in dissimile forma: nel lungo esistere dell’universo, la suprema notte divora l’esistente e il giorno risorge a ripresentare la vita. Accanto a lui, il Creatore aveva voluto Kalachakra, l’energia femminile, il potere e la forza del tempo e dei cicli nel creato, l’onniscienza di tutto sotto l’influenza del tempo, così come la ruota è senza principio e senza fine...  

Mahākāla e Kalachakra sono condannati: a possedere lui e a essere posseduta lei, durante i secoli della vita, stretti in un abbraccio che conclude la tensione e la sofferenza terrena. 

Prima di svuotare, bisogna riempire è scritto nei sacri testi, prima di cadere, bisogna salire. Gli opposti non sono elementi tra loro contrari, ma compongono una stessa unità, come la testa e la coda nell'animale, come il caldo determina il freddo, e si succedono continuamente, come il giorno succede alla notte. Solo dall’unione dei contrari nasce la gioia e si attenua il dolore dell’esistere. 

Ma per questo ci sarebbe stato ancora tempo... 

Forse, un’altra vita.

Renata Rusca Zargar


UN BATTITO DI CUORE NEL SILENZIO di RODOLFO VETTORELLO




UN BATTITO DI CUORE NEL SILENZIO

Nel pomeriggio è il colmo del silenzio.
Arde di sole l’aria 
e quando presto ascolto
sento il mio cuore battere del suono
di tutto l’universo.
Non c’è nulla di me che m’appartenga
ed io appartengo a tutto;
a questi prati verdi,
a queste foglie tremule di brezza,
all’acqua fresca e chiara del ruscello
e al vento. Più di tutto al vento
che se mi sfiora
suono come un’arpa
e sono quel che sento,
questo concerto d’aria tra le canne
e sono l’erba molle che si inclina
in questo pomeriggio di calura.
Anch’io come le rondini festose
che colmano di gridi i campanili 
esplodo in canto.
Ed io non ho una voce,
non ho una voce che sia solo mia
e quella che mi sento
è il cumulo infinito
di tante voci amate dei poeti,
di tutti i suoni e le vocali e i miti
di quelli che hanno pianto ed hanno scritto.
Poeti sconosciuti ed altri grandi,
altisonanti
come tuono lontano di uragani.
Imito voci e presto questa mia
ad altri suoni e canto a simpatia
nel modo che succede alla campana
che suona come quella che ha vicina.
Canto e mi perdo 
nell’infinito spazio
che è chiuso dentro me che percepisco
di essere null’altro più di questo:
un battito di cuore nel silenzio.

Rodolfo Vettorello