POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

mercoledì, gennaio 19

DIARIO DI UNA MAESTRA IN ESILIO NEL "LAGER" DI MITTERNDORF : FILOMENA BOCCHER

 

 


La maestra FILOMENA BOCCHER nacque a Roncegno il 4 luglio 1879. Diplomata presso l'Istituto magistrale di Trento nel 1900, iniziò subito la professione di insegnante. Prestò servizio a Monte di Mezzo (frazione di Roncegno), a Viarago di Pergine, a Vattaro, a Mitterndorf (dove chiese di essere assegnata per assistere gli anziani genitori profughi) e a Roncegno, nella cui scuola svolse la sua attività ininterrottamente dal 1920 al 1949, anno di collocamento a riposo. Per i suoi 49 anni di insegnamento il Ministero della P.I. le assegnò il Diploma di prima classe con il diritto di fregiarsi della Medaglia d'oro. Morì a Roncegno il 22 maggio 1968. Con la sua personalità dotata di vasta cultura, di profonda religiosità e dirittura morale, scrisse la storia di anni così tragici tenendo in vita, in quel terribile mondo di sofferenze che fu il "Lager", l'anelito alla giustizia, alla pace, alla speranza, alla libertà, alla patria: messaggio di fede in Dio e nell'uomo per le generazioni successive.

Questo libro è riportato per intero sul sito:


 


Lenina Boccher ho avuto modo di conoscerla personalmente, quando ci ha ricevuto a casa sua. Una dolce signorina non più giovane,  che fu dipendente del Comune di Roncegno per lungo tempo. Filomena Boccher l’ha adottata quando era piccola dandole il suo cognome, ma non conosco come e quando sia accaduto. La famiglia di mio marito, dove il padre svolgeva l’attività di medico condotto, ha avuto modo di conoscere sia Filomena che Lenina. Non conoscevo per nulla la storia drammatica che ha vissuto Filomena, una dolce e bella maestra. E mi sono chiesta il motivo per cui fu profuga, con tanta altra gente compresi i suoi genitori, in quello che lei definisce “Lagher - Lager” in Austria, dove ha patito fame e freddo. 

Abbiamo, attraverso il suo diario, uno spezzone di Storia relativo alla Prima Guerra Mondiale, raccontato in prima persona da chi lo ha vissuto sulla propria pelle. 

Trovo che il Diario di Filomena sia paragonabile al Diario di Anna Frank, simili seppur diversi, quali testimonianze di una vita che non si può definire tale, tanto è dolorosa, assurda e intollerabile.


Entrata all'accampamento profughi (proprietà G. Cipriani )

L'Italia entra in guerra contro l'Austria.

Incominciano i giorni più tragici della storia trentina.

Dopo il triste viaggio verso l'esilio,

la sistemazione nelle baracche.

I primi patimenti: fame, freddo, angoscia.

lunedì, gennaio 17

RISENTIMENTI E PERDONI DI SABBIA (Sette anni dal fuoco di Niamey) di P. MAURO ARMANINO


        Risentimenti e perdoni di sabbia

 (sette anni dal fuoco di Niamey)

Tutto in due giorni. Il 16 e 17 gennaio del 2015 erano state bruciate le chiese e i luoghi di culto cristiani prima a Zinder e poi a Niamey. Dall’antica alla nuova capitale del Niger c’era stato un giorno di differenza per gli attacchi di centinaia di giovani, talvolta accompagnati e guidati da qualche capo religioso. Anche altri simboli occidentali erano stati presi di mira: stazioni Total, la telefonia Orange e alcuni locali notturni. Vi furono una decina di morti, danni considerevoli agli edifici e ferite a tutt’ora non rimarginate nello spirito di molti. Si registrarono alcune centinaia di arresti i giorni seguenti i fatti e poi più nulla, né mandanti né esecutori furono molestati. L’impunità e la giustizia hanno spesso spesso fatto assieme buoni affari. Alcuni luoghi di culto accettarono di essere parzialmente risarciti dallo Stato. Col tempo, questo episodio della storia del paese, si è allontanato dalla memoria collettiva e altri avvenimenti, ancora più drammatici, hanno finito per cancellarne la traccia. Solo rimane l’eredità di un perdono offerto ufficialmente agli sconosciuti, da parte dei vescovi e poi la vita che continua il suo incerto corso tra macerie ancora fumanti.

Ricordo il sabato 17 gennaio in mattinata, dopo la preghiera alla Grande Moschea di Niamey, come il presente di un passato vissuto nella capitale della Liberia, Monrovia. La stessa paura di un qualcosa di indefinito che si distingue dalla vita ordinaria. C’è gente che fugge sulle strade, altri  con sassi, bastoni e tra mezzo gli immancabili pneumatici che bruciano distratti sull’asfalto che fonde. Lontano era andato il pensiero, alla guerra civile che aveva annientato il Paese per quindici anni. Tutto accade sulla strada perché lì scorre la vita di un popolo che lotta per farsi una strada migliore. Poi arriva l’esca di Charlie Hebdo che parodia la democrazia dell’occidente e lo sconcerto della gente quando il Presidente del momento affermava di ‘essere anche lui Charlie’ ed era andato a Parigi per manifestare contro l’assassinio dei giornalisti del settimanale. Lui era andato dai morti lontano e non era mai partito dai morti, meno illustri, del popolo che l’aveva eletto. La ferita nei cristiani rimase aperta per qualche tempo e, quasi a rispondere all’evento, si alzarono i muri di cinta delle chiese, ornati da fili spinati e da guardie giurate per le chiese.

Molti musulmani si domandarono come tutto ciò fosse accaduto, dopo decenni di tollerante convivenza.  Nelle comunità cristiane si fece più forte l’esigenza di definire sé dagli ‘altri’, che non meritavano affatto le scuole, gli aiuti forniti e la solidarietà nelle molte traversie. Meglio chiudersi, proteggersi e ‘aiutarsi’ tra amici e correligionari. Il dialogo con l’alterità appariva inutile e forse dannoso. Poi il tempo, fatto di sabbia che scorre, fatalmente passa e aiuta a dimenticare perché nel frattempo fanno irruzione altri drammi. Il rapimento di Pierluigi Maccalli, tre anni dopo e con lui centinaia di nigerini, ostaggi meno importanti e meno seguiti dai cacciatori di notizie. Le frontiere del Paese, nel frattempo,  sono diventate ancora più visibili. Quelle tra chi è nella miseria o mercanteggia benessere e una classe politica che baratta povertà e ricchezza per perpetuarsi nel potere. C’è un sordo risentimento nel popolo che soffre, tace e attende l’ora opportuna per una rivolta che solo le agenzie umanitarie, spesso come ‘oppio del popolo’, riescono a ritardare. Senza perdono non c’è futuro, diceva Desmond Tutu. Ma da noi anche il perdono è di sabbia.

 Mauro Armanino, Niamey, 16/17 gennaio 2022

venerdì, gennaio 14

LA BAITA di RENATA RUSCA ZARGAR



LA BAITA

La baita marrone scuro dal tetto obliquo, con i gerani rossi alle finestre, si affacciava un po’ fuori del villaggio di Wengen, proprio dove transitava la nuova ferrovia che arrivava fino al ghiacciaio dell’Eiger. Dietro si stendevano i prati e, ancora dopo, gli abeti alti e le cime perennemente innevate del ghiacciaio. Oltre l’Eiger, invece, fervevano ancora i lavori per completare la ferrovia stessa che avrebbe dovuto, in seguito, raggiungere lo Jungfraujoch, a 3454 m. di altitudine. Era il 1898 e tutto quell’ultimo quarto di secolo aveva segnato la “febbre della ferrovia”, con diversi progetti che riguardavano la cima della Jungfrau. Adolf Guyer - Zeller, uno dei pionieri della tecnologia, aveva finalmente vinto la concessione e ora il suo trenino a cremagliera trasportava viaggiatori su e giù per quelle cime.

Ingrid non ne sapeva molto di tutto questo: accompagnava da sempre ogni mattina le sue mucche al pascolo e non era stata troppo colpita dal recente “mostro” che avanzava rapidamente su binari di ferro invece di procedere a piedi o a cavallo. Ella preferiva tuttora perdersi nel verde a varie sfumature e intensità del paesaggio, mentre l’aria si manteneva fredda e sottile anche d’estate.

Solo, aveva notato che uno dei macchinisti del nuovo mezzo, passando con la locomotiva, fermava sempre più spesso lo sguardo su di lei.

Ella, infatti, usava sedersi, con il suo vestitino colorato avviluppato intorno alle gambe, su di un frammento di roccia che spuntava da tutto quel manto verde e restava là, assorta, per ore, mentre la sua mente vagava… Le mucche pezzate bianche e marroni, intanto, si arrampicavano senza paura per i crinali alla ricerca d’erba profumata.

A scuola, Ingrid aveva imparato a malapena a leggere e scrivere eppure, mentre osservava quelle vette alte, poderose, imponenti, sentiva dentro di sé una voglia di sapere, una curiosità che non riusciva a comprendere.  

Ella abitava alla baita con due anziani coniugi: essi non erano i suoi veri genitori ma l’avevano accolta da quando la madre l’aveva abbandonata per andare a vivere in città. Da allora, ella li considerava madre e padre e si occupava di loro, proprio come una vera figlia.

Dopo aver portato le mucche al pascolo, nel pomeriggio, lavorava in casa: rassettava, cucinava, stendeva i panni nel cortile antistante…

La notte scendeva poi gelida sulla semplice casetta dove il fuoco, però, ardeva rosso nel camino.

Allora, immaginava qualcuno che le volesse bene, che la tenesse stretta tra le braccia nel buio: le sembrava che sarebbe giunto insieme a una vita diversa, migliore, e che avrebbe risposto a tutte le domande che le urgevano dentro.

Era sicura che lui sarebbe arrivato, prima o poi.

Forse, sarebbe venuto dal mare, qualcosa di cui aveva sentito solo parlare: sarebbe stato bello come la profondità dell’acqua e forte come la tempesta. L’avrebbe riconosciuto subito perché sarebbe stato lui: l’uomo che aveva visto molte volte nei sogni.

Una domenica mattina, il giovane macchinista che la guardava sempre si era presentato alla porta della baita. Aveva domandato alla fanciulla dove fosse il padre e, senza perdere tempo, l’aveva chiesta in moglie.

- Ingrid, figlia mia, - le aveva detto allora l’anziano genitore - Johannes ha un lavoro sicuro e noi stiamo invecchiando rapidamente. Alla mamma e anche a me piacerebbe vederti sistemata prima di morire. Non possiamo pensare di lasciarti qui da sola. Se tu credi che lui vada bene per te, io vorrei dare il mio consenso a queste nozze. -

Ingrid aspettava ancora l’uomo del sogno, il principe dei suoi pensieri e del suo cuore, ma il tempo passava e il padre aveva ragione. Sarebbe rimasta sola là, tra quelle montagne, se lui non fosse arrivato mai.

Così, aveva accettato.

- Sì, padre mio, sono d’accordo. - aveva risposto con gli occhi bassi e le guance rosse.

Chissà che con Johannes, così si chiamava il futuro marito, la sua vita non sarebbe davvero cambiata! I suoi sogni segreti, la sua insoddisfazione, forse, sarebbero spariti come in un soffio di vento.

- Dalla prima volta che ti ho vista, - le aveva detto lui, poco dopo, - lassù, tra i mille colori dei fiori, ho pensato che saresti stata mia moglie. Dopo sposati, rimarremo a vivere qui, non lasceremo i tuoi genitori e tu non dovrai perdere tutto ciò che ami. -

Ingrid, allora, si era sentita soddisfatta. Avrebbe continuato la sua solita vita ma non sarebbe stata mai sola.

Da quando era stata costruita la ferrovia che si arrampicava così in alto, la gente accorreva sempre più numerosa ad ammirare il paesaggio, ad assaporare il profumo dei fiori, del fieno, dell’erba bagnata dalla pioggia, a meravigliarsi davanti alle distese di neve che Ingrid, invece, conosceva così bene!  

Johannes era, dunque, molto impegnato con il lavoro ed ella, a volte, seguendo le mucche, saliva su, al limitare della vegetazione, tra macchie scure rocciose punteggiate da nevi eterne in estate e completamente candide in inverno che occupavano anche parte di un cielo dove spesso nuvole spumose e gonfie si affacciavano e avanzavano scherzosamente. Amava tanto quel panorama freddo e caldo di colori, differente a seconda delle stagioni, eppure, una volta, osservando l’illustrazione di un libro che raffigurava il mare, aveva provato come un tuffo al cuore. Là c’era lui, il suo uomo, viveva tra quelle onde e sarebbe arrivato da lei, un giorno.

Persino quando, raramente, scendeva a Interlaken, rimaneva ammaliata dai due grandi laghi che costeggiavano il paese e una strana sensazione si impossessava di lei. Un giorno avrebbe vissuto là, vicino all’acqua, lo sentiva, qualcosa sarebbe ancora cambiato… L’odore umido di una quantità d’acqua  grande, il colore ora azzurro ora verde, le facevano immaginare una vita animata e un pensiero le veniva sempre alla mente, non ricordava dove l’avesse già sentito: “Se le nuvole nere, che si muovono, addensano, spaventano, sono fuori e non dentro di noi, ci si può illudere che il mondo sia racchiuso in una piccola area felice dove tutto è sereno e non esiste il dolore. Un’oasi di pace, insomma, dove vivere è una perfetta gioia da consumare insieme.” Sì, avrebbe avuto la sua area di felicità e le nuvole nere della tempesta non le avrebbero fatto mai paura.

Quando aveva sposato Johannes, dunque, aveva creduto che l’avrebbe amato un giorno, con la consuetudine della vita in comune. Ma il miracolo non era avvenuto.

Ella continuava a sognare l’uomo che sarebbe venuto dal mare.

Gli anziani genitori se n’erano andati, quasi insieme, il tempo era passato e lei e Johannes erano rimasti soli alla baita. Figli, purtroppo, non ne erano venuti, ma l’esistenza era tranquilla.

La ferrovia dell’Jungfraujoch era stata completata, il percorso di risalita era, quindi, più lungo e i viaggiatori ancora innumerevoli.

Sempre più spesso, però, durante la notte, Ingrid sognava immense distese d’acqua dove qualcuno, che ella non riusciva a distinguere, diceva sempre: -Chissà, forse, anche noi siamo la reincarnazione di un re o saremo, un domani, a nostra volta re o regine…- Allora si svegliava sudata e con il cuore a pezzi: ecco, non c’era dubbio, amava quella voce e quella creatura del sogno! Aspettava da tutta la vita quell’uomo ma nessuno era ancora mai giunto.

Vicino a lei, invece, Johannes dormiva tranquillo e l’alba di un nuovo giorno giungeva splendida sui monti.

Poi, malauguratamente, anche Johannes se n’era andato, stroncato da una brevissima malattia.

Ingrid l’aveva assistito fino alla fine, con affetto, e Johannes aveva stretto la sua mano e fissato lo sguardo nel suo al momento di lasciare la terra e la donna che aveva amato tanto: - Non ti ho mai detto nulla, ma so che non ti è bastata l’esistenza accanto a me. Mi sono accorto che ti svegliavi sempre più spesso la notte invocando qualcosa o qualcuno che faceva brillare i tuoi occhi, come non hanno mai brillato per me… Ma sei stata una buona moglie, e io sono stato felice…  Ancora ti rivedo come la prima volta, le tue trecce bionde ai riflessi del sole, i tuoi occhi persi tra i fiori di campo, incurante del rumore, della confusione e della gente. Ho sperato allora di entrare in quei sogni che riempivano di colori il tuo viso e la tua anima. Non ci sono riuscito, ma non avrei potuto vivere senza di te… Porto con me l’immagine del tuo viso, per sempre… Addio. -

Altri anni erano trascorsi: la baita era sempre là, proprio vicino alla ferrovia, anche se Ingrid non andava più al pascolo con le mucche. Era diventata vecchia e l’unica compagnia erano rimasti i cani eschimesi che vivevano sul ghiacciaio. Stephen, il loro allevatore, infatti, li usava per trainare le slitte durante le gite sul ghiacciaio e, d’inverno, per trasportare la posta e i generi alimentari da Wengen all’Eigergletscher. Così, quando passava con la muta vicino alla baita, fermava i cani e si sedeva su di un tronco.

- Buon giorno, come va? - chiedeva alla signora Ingrid.

A lui ella raccontava le storie che aveva imparato da Johannes: molteplici e curiosi episodi degli anni trascorsi da suo marito a guidare quel trenino che si allungava su per la montagna così come faceva Stephen con la sua slitta.

Ma, soprattutto, dipanava la matassa dei suoi sogni: un mondo di pace oscillante al ritmo dei movimenti delle masse d’acqua, pesci multicolori che gironzolavano agitando le code a scatti, da soli o in gruppo, fuggivano o giocavano tra la vegetazione… Insomma, situazioni che ella non aveva mai visto né imparato a scuola ma che, chissà perché, conservava nella memoria. L’uomo ascoltava rapito: anch’egli non conosceva nulla al di fuori della vita delle catene innevate e dei cani nordici.

E un giorno, l’ultimo, addirittura una leggenda finlandese, che nessuno aveva mai sentito sulle Alpi svizzere, le era venuta alle labbra: - Una volta, sulla terra e negli oceani, nessuno sapeva parlare. Gli animali non lanciavano i loro caratteristici versi, gli uccelli non gorgheggiavano dondolandosi sui rami degli alberi dai fiori profumati, persino il vento, quando soffiava tremendo e vorticoso, non emetteva alcun rumore. L’acqua dei ruscelli, che scendeva vivacemente tra i prati, le onde del mare, che si scrollavano incessantemente, tutti non avevano voce. E così pure l’uomo e ogni altra creatura, compresi i pesci. Un giorno, però, Vainamoinen, il Signore del canto, si mise a suonare l’arpa. A quelle dolci e strabilianti melodie, ogni cosa vivente si mise in ascolto. Allora Vainamoinen ordinò a ciascuno di scegliere il suo linguaggio. Il vento preferì lo strepito che facevano gli stivali di Vainamoinen quando camminava e così pure il tuono cosicché, volta per volta, proprio come ognuno può sentire, essi spargono nell’atmosfera il baccano e il rimbombo. Il fiume predilesse il fluttuare vorticoso del mantello, gli alberi, che avevano le foglie per labbra, optarono per il fruscio delle maniche, gli uccelli ripeterono le deliziose melodie dell’arpa. Insomma, tutti gli abitanti di campi, boschi, deserti e giungle, ascoltando Vainamoinen, scoprirono il modo più adatto di sibilare, ronzare, abbaiare, ruggire. I pesci, invece, prigionieri dei fondi marini, non poterono ascoltare il Signore del canto. Videro e compresero che tutti aprivano e chiudevano la bocca, ma non sentirono nulla e non riuscirono a parlare. Comunque, decisero di comportarsi come gli altri e di aprire e chiudere la bocca, proprio come avevano visto fare, senza, però, poter produrre alcun suono. -

Concluso il racconto, tranquillamente, Ingrid aveva chiuso gli occhi e si era addormentata per tornare al cielo da cui era venuta.

Molto lontano, proprio vicino alle grandi distese d’acqua, un uomo stava anche lui per concludere la sua esistenza.

Da sempre, aveva sentito il richiamo di una fanciulla bionda che viveva tra le montagne. Da sempre, i suoi sogni erano stati agitati da quegli occhi verdi. Da sempre, aveva sentito che doveva raggiungerla, che lei era il suo unico destino. Eterno.

Ma non l’aveva mai fatto.

Nella presente incarnazione, egli era solo un povero pescatore: ogni notte usciva con la sua piccola barchetta per pescare e ogni mattina vendeva il suo pesce al mercato.

Non sapeva dove fossero quei monti innevati che aveva visto solo nella sua fantasia, né come si potesse arrivare fin là. Neppure ricordava di aver avuto altre vite precedenti insieme a quella fanciulla.

Così non era mai partito.

Ora, però, lei era venuta da lui e l’aveva preso per mano.

Insieme, si erano diretti verso i luoghi dell’amore e della felicità per non lasciarsi mai più.

Renata Rusca Zargar


Pëtr Il'ič Čajkovskij - Film L'altra faccia dell'amore e libro biografico Il ragazzo di vetro

 



Ieri sera ho gustato un film in DVD: L'altra faccia dell'amore (The Music Lovers) è un film del 1970 diretto da Ken Russell.

La pellicola è ispirata alla vita del musicista russo Pëtr Il'ič Čajkovskij.
La colonna sonora è eseguita dalla London Symphony Orchestra diretta da André Previn.
Pëtr Il'ič Čajkovskij, giovane insegnante presso il Conservatorio di Musica di   Mosca, esegue per la prima volta un suo concerto per pianoforte e orchestra in una sala gremita di studenti, di membri della "Società di musica" e di persone che abitualmente lo attorniano. Mentre il pubblico reagisce con entusiasmo Rubinštejn il direttore del Conservatorio e nume tutelare del giovane, si esprime viceversa con molta severità. Il compositore reagisce in malo modo rifiutando i consigli del maestro e suscitando la riprovazione dell'illustre direttore; ma in suo soccorso interviene una ricchissima vedova ammiratrice del geniale talento del musicista, Nedeshda Von Meck, la quale gli assicura un vitalizio a condizione che si dedichi esclusivamente alla composizione, però senza mai vedersi o incontrarsi.
Pëtr invia anche proprie musiche alla mecenate e intrattiene con lei una fitta corrispondenza, sempre mai frequentandosi di persona; "madame" desidera essere sempre la prima a conoscere ogni sua composizione, divenendo la confidente privilegiata. Nel frattempo, Pëtr conduce una vita privata libertina, nella quale fanno spicco la sorella Sasha e il conte Anton Shilovsky, un personaggio amorale e assai portato a fare baldoria ed approfittarsi di Pëtr, che si è infatuato di lui. Pëtr da piccolo assisté alla morte della madre affetta di colera; rimedio estremo quanto spesso vano all'epoca era di immergere in una vasca di acqua bollente l'ammalato. La scomparsa materna turbò irrimediabilmente il piccolo Pëtr per tutto il resto della sua vita.
Nella disperata ricerca di un equilibrio spirituale, Pëtr accetta l'offerta appassionata di un'avventuriera, Antonina Ivanovna Miljukova, che sposa contro il parere di tutti, ma che abbandona dopo poche settimane di vita in comune, poiché, nonostante ogni tentativo possibile l'amore non viene consumato per il complesso di Edipo, che lo affligge, portando alla più disarmante disperazione entrambi i coniugi. Ancora una volta la von Meck lo soccorre, ospitandolo in una sua villa di campagna, dove il compositore ha modo di lavorare fino a raggiungere la celebrità. Tuttavia, nonostante il successo, mentre la moglie Nina finisce in manicomio afflitta dalla disperazione e dalla vana speranza di ricevere l'amore del marito, Pëtr cade in un pessimismo sempre più crescente.
Čajkovskij non ha più il solito entusiasmo di vivere e rifiuta la compagnia del conte Anton Shilovsky che non considera più con interesse un compagno di giochi, arrivando per gelosia a sparlare della loro antica amicizia alla von Meck che abbandonerà Pëtr accentuando il suo stato d'animo fino alla depressione. L'unico compagno che non lo lascia mai e che in modo talvolta assai opportunistico affianca Pëtr è il fratello Modest che non considera e non riesce a capire lo stato sentimentale, né tanto meno le terribili sofferenze di Pëtr. Nella sinfonia "Patetica", Čajkovskij racchiude tutta la sua disperazione; la dirige personalmente riscuotendo un successo strepitoso. Oramai conosciuto in tutta Europa ed America, è all'apice del successo, ma la vita per lui è diventata una continua sofferenza. Pertanto, bevendo coscientemente dell'acqua infetta, si procura il colera che lo conduce alla morte nello stesso modo della madre.
(di questo non si è certi).

Allora ho letto il libro:

IL RAGAZZO DI VETRO


Una biografia impeccabilmente documentata, cui il talento di scrittrice di Nina Berberova dà qualità narrativa.
Attorno alla figura di P.I. Cajkovskij permane, sebbene su di lui sia stato scritto molto, un alone di mistero. Vari gli aspetti della sua vita che si prestano alla costruzione di un personaggio quasi romanzesco: il rapporto con la madre e la tragica fine di questa, l'omosessualità, il disastroso matrimonio, la relazione con la signora von Meck, sua ricchissima mecenate, durata quattordici anni senza che i due si incontrassero neppure una volta, la morte, con l'enigma del presunto suicidio. E la musica: finora quella di Cajkovskij è stata la musica romantica per eccellenza. Nina Berberova, affidandosi ai documenti d'epoca ma soprattutto ai suoi preziosi colloqui con le persone che avevano conosciuto Cajkovskij, e ricomponendo il tutto con sensibilità e intelligenza, ci regala un ritratto del grande musicista per molti aspetti inedito. Il bambino dalla morbosa sensibilità, il «ragazzo di vetro», come lo definì la governante francese Fanny, e l'uomo di mondo che indossa sempre una maschera; la persona desiderosa di quiete e delle gioie semplici della vita familiare e il grande musicista, riverito e applaudito nelle capitali d'Europa. La Berberova ricostruisce la figura di un uomo tormentato ed estremamente consapevole, colto e aperto alle suggestioni europee, ricco di contraddizioni ma anche capace di risolverle tutte nella sua musica.

Articoli ripresi dal Web da Danila Oppio



giovedì, gennaio 13

ANEMONE BLU di UMBERTO DRUSCHOVIC



ANEMONE BLU

          Questa mattina, davanti alla finestra
mi hai detto amore, guarda.
domani è primavera
è fiorito il mandorlo, lassù, sulla collina.

Già lo sapevo, m'ero accorto
l'altra sera vedendo le tue mani
bianche di farina mentre impastavi il pane
e mi dicevi sai, l'anemone si è aperto,
quello blu, là in fondo al giardino
quello che mai dimentica
e tutti gli anni ostinato appare
a dirci che che ancora si può sperare
che avremo altre sere, lunghe di tramonto
col vento caldo, mano nella mano
e nell'orto il profumo del rosmarino in fiore.

Verrà l'estate a cantarci l'illusione,
con i suoi grilli e le cicale,
che il nostro tempo non possa mai finire
che sia eterno
e sulle nostre labbra e sulle nostre mani
non cali mai l'inverno. 

Dalla silloge poetica LE PAROLE DEL VENTO

lunedì, gennaio 10

IO SONO UNA FORZA DEL PASSATO di PIER PAOLO PASOLINI

 



Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.

Pier Paolo Pasolini 

Poesie mondane, 10 giugno 1962


domenica, gennaio 9

CRONACHE DI SABBIA DAL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



                      Cronache di sabbia dal Sahel

I tre sono spariti nel nulla. Studenti della scuola media superiore, erano andati a passare qualche giorno di vacanza in famiglia nel villaggio natale di Ngoula. il ritorno a scuola, questo lunedì, è stato fatale. Uno dei quattro amici è riuscito a fuggire e gli altri tre, da allora, sono nelle mani di sconosciuti, presunti djihadisti che controllano la regione. Prima di raggiungere il villaggio di Djayeli, situato a circa 20 kilometri da Ngoula, sono stati rapiti e al momento non si hanno notizie. Inesistenti prima e invisibili dopo, perché figli di contadini, nascosti dal grande pubblico e cittadini di seconda categoria perché poveri. La zona è la stessa nella quale, nel mese di settembre del 2018, era stato portato via Padre Pierluigi Maccalli, missionario. Saranno forse rilasciati tra qualche tempo o allora verrà loro proposto di unirsi alle forze combattenti nella zona delle ‘Tre Frontiere’, Niger, Burkina Faso e Mali. Potrebbero scomparire per sempre, così come altre decine di rapiti attorno al lago Tchad, dove Boko Haram, Stato Islamico e banditismo, sono accomunati dalle stesse strategie terroriste. Avevano dovuto abbandonare il loro villaggio paterno a causa delle minacce dei Gruppi Armati ed erano tornati per le feste di Natale. Allora come oggi gli innocenti sono perduti e venduti al sistema che le armi ammantano di motivazioni pseudo-religiose. Il re Herode insegna.

Stavolta il bottino era troppo importante per lasciarlo passare. Un sindaco del posto e il suo autista sono stati arrestati nel desertico nord de Niger, con più di 200 kg di cocaina in provenienza dal Mali e diretti in Libia. Il valore stimato sorpassa gli 8 milioni di dollari. Il traffico illecito di armi e droga, a cui si aggiunge talvolta la compravendita di migranti, costituisce un’economia parallela che potrebbe rinominare il Paese come ‘Narco-Paese’. Due giornalisti locali, tra cui una signora che gestisce un noto blog, sono stati recentemente condannati a oltre due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena. L’accusa è stata quella di aver pubblicato un articolo di ‘Global Initiative’, nota Ong internazionale basata a Ginevra che si prefigge di denunciare i crimini transnazionali in vari ambiti, tra cui la droga. Nell’articolo in questione l’Ong denunciava la ‘sparizione’ di alcune tonnellate di hashish sequestrate nella capitale Niamey l’anno scorso. La droga, proveniente da Beyrut nel Libano era transitata dal porto di Lomé nel Togo e, secondo la legge, doveva essere bruciata. Apparentemente una parte avrebbe invece raggiunto la Libia con la complicità delle massime autorità. È proprio il caso di dirlo: chi di droga ferisce di droga perisce.

Il bilancio è ancora provvisorio. Uno dei mezzi di trasporto della gendarmeria di Torodi, a circa 50 kilometri dalla capitale, è stato distrutto questo venerdì, da una carica di esplosivo posta lungo la strada che porta al confine col Burkina Faso. Si parla di quattro soldati morti e alcuni feriti. Si tratta del secondo attentato terrorista dello stesso tipo. Il precedente era accaduto a fine novembre lasciando tre morti e due feriti della Guardia Nazionale del Niger. Nella cittadina di Makalondi, poco prima di Natale e nella stessa zona frontaliera, si era registrato un duplice attacco. Alcune centinaia di individui armati avevano colpito la dogana e il posto di polizia causando almeno sei morti. In conseguenza di questo stato di cose centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare casa, campi, raccolto e futuro. Come annunciato da OCHA, ufficio di coordinamento degli interventi umanitari delle Nazioni Unite, oltre 30 milioni di persone avranno bisogno di aiuto e di protezione. I conflitti, la violenza, gli spostamenti forzati e le crisi socioeconomiche hanno comportato una rapida crescita dei bisogni.  Pressioni demografiche, debolezza dei governi, insicurezza alimentare e cambiamenti climatici, sempre secondo OCHA, spingono milioni di persone a lottare per La sopravvivenza. Se a questo si aggiungono le migliaia di sfollati e di rifugiati, una parte di questi ‘salvati’ dai campi di detenzione in Libia tramite i ‘corridoi umanitari’, il quadro che si presenta appare perlomeno preoccupante. 

La sabbia non dimentica, custodisce e racconta a chi sa ascoltarla. Lei, che attraversa imperi, millenni, colpi di stato, carestie e precarie prosperità. Proprio lei assicura che laddove abbondano i drammi e la sofferenza dei poveri, c’è solo da alzarsi e sollevare la testa perché la liberazione non è lontana.

       Mauro Armanino, Niamey, 9 gennaio 2022