La protezione non è qualcosa che una sola persona o organizzazione può garantire da sola. Si costruisce attraverso le azioni quotidiane, le relazioni e le comunità che scelgono la solidarietà e la giustizia invece che la distrazione, il sospetto o la paura. Essa include:
• essere trattati con dignità e avere accesso ai diritti, alla giustizia e alla documentazione legale
• vivere in una «casa sicura»
• avere accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai servizi essenziali
• opportunità di lavorare e mantenere sé stessi e la propria famiglia
• appartenere e partecipare a una comunità in cui le persone sono accolte, sostenute e valorizzate
• vivere liberi dalla violenza, dalla paura e da condizioni di grave difficoltà, con la possibilità di costruire un futuro con speranza.
Io sono la guerra
Ricordo bene la mattina quando, con la complicità di una ONG locale, stavamo filmando alcune delle testimonianze del gruppo ’20 Giugno’ a Niamey. C’erano rifugiati originari della Repubblica Democratica del Congo, del Centrafrica, del Camerun, della Costa d’Avorio e del Rwanda. In ognuno di questi Paesi il dramma della guerra ha provocato la fuga di migliaia e talvolta milioni di persone. Per vie traverse, per il destino o per scelta alcune decine di loro sono sbarcate nel Niger, Paese cerniera tra l’Africa del nord e l’Africa sub-sahariana.
Durante la registrazione ‘Cisca’ ha gridato con le lacrime agli occhi ...’Io sono la guerra, io sono la guerra’! In tre parole voleva esprimere che la sua stessa presenza, in quel momento, in quel luogo, era l’espressione, il risultato della guerra che l’aveva sorpresa nel suo Paese, la RDC! La sua vita, da anni ormai, era una parabola, un riassunto, un simbolo o, se vogliamo, un sacramento, di ciò che una guerra può produrre nella storia di una donna. Rapita da un gruppo armato, seviziata per giorni e poi abbandonata come morta sul ciglio della strada. Questa era la ‘sua’ guerra, lei ERA la guerra incarnata.
Non potrò più dimenticare il volto, il grido e la sua storia. Metafora di tante altre ascoltate ancora prima di tornare, l’anno scorso. Intere famiglie scappate dall’interminabile guerra nel Sudan e decine di giovani fuggiti dalla Somalia, alcuni dall’Eritrea, altri dall’Etiopia fino a Gabriel, originario della Libia. Con quest’ultimo, costretto ad abbandonare il suo Paese perché convertitosi al cristianesimo, teme di tornare a una casa che non esiste più. Uccisa la sua famiglia, lui minacciato e torturato, ha trovato salvezza e protezione nel Niger, Paese nella quasi totalità musulmano.
Good morning, Dad. I hope you're well. I wanted to tell you that yesterday I had an interview at the UNHCR office. They told me that Libyans aren't eligible for asylum, so I'm sending you this message. I just wanted to ask you if I should go to another country or stay here in Niger, as I told you, still strong. May God bless you….
…’Ieri ho avuto un colloquio nell’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. Mi hanno detto che i cittadini libici non entrano nei parametri del sistema per l’asilo politico...ti domando allora che fare, rimanere qui nel Niger o andare in un altro Paese...Come ti ho scritto sono ancora forte. Che Dio ti benedica’.
Mauro Armanino, Genova, giugno 2026
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