‘ una persona deve lasciare dietro di sé segni di lotta’
Questa citazione del poeta di origine ebrea Eli Eliyahu mi ha subito colpito per la sua puntuale evocazione del vissuto che ci scolpisce, nello spirito e nel corpo. Il contesto nel quale essa è stata pronunciata non è innocente. La terra di Israele- Palestina che non è forse mai stata solo una terra nella quale vivere e generare storia al quotidiano. Da tempo è stata trasformata in un crocevia di simboli umani e divini di un conflitto dall’apparenza insanabile. A più forte ragione, pertanto, va preso sul serio il verbo usato dal poeta citato, coniugato all’imperativo. Una persona ‘deve lasciare’, inteso come condizione per l’essere e manifestarsi di una persona, per rimanere umano. L’uso dell’imperativo ‘deve’ insinua la possibilità che questo possa anche non accadere e cioè che essa passi senza lasciare traccia alcuna. Parole, azioni, scelte, progetti e realizzazioni sono sempre tentati dall’irrilevanza, dall’inutilità o, peggio ancora, dalla radicale inconsistenza. Così tanto assomiglia al nichilismo che, nella nostra cultura, non è mai realmente passato di moda.
‘Dietro di sé’, continua la citazione segnalando che, coscientemente o meno, siamo parte di una storia che ci precede e seguirà dopo di noi. Siamo eredi di coloro che ci hanno preceduto e padri o madri di coloro che ci seguiranno. Le vicende umane continueranno dopo il nostro fugace passaggio terreno. Siamo anche la nostra genealogia e non solo la biografia o la cronaca. ‘Dietro di sé’ perché continua la strada, i sentieri, le rotte, le scoperte e i tradimenti che della storia costituiscono la trama reale. C’è allora un prima e un dopo di noi del quale dovremmo essere responsabili e cioè dare risposte a domande poste dalle generazioni che ci seguono. Da questo punto di vista il poeta insinua un atteggiamento di umiltà e dunque di ascolto, di chi ci ha preceduto e, cosa non meno difficile, di chi ci seguirà.
Anche in Pierluigi Maccalli, confratello rapito da uno di questi gruppi per oltre due anni si trovano, ben visibili,’ i segni di lotta’, disarmata che l’accompagna da quando è stato sciolto dalle catene. Chi scrive intercetta altri ‘segni di lotta’ alle frontiere che ha visitato, visto, esperimentato dal suo ritorno dal Sahel. Transitare il millennio e cercare di abitare le ferite e le attese dove in modo più forte scorre il nostro tempo scava solchi. I ‘segni di lotta’ non sono altro, in fondo, che nascoste cicatrici silenti.
Mauro Armanino, Genova, 21 giugno 2026
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