POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

sabato, giugno 10

LE VITE BRUCIATE NEL SAHEL di P. MAURO ARMANINO

Harraga - dipinto di Khetib  Sid Tlemcen

Le vite bruciate del Sahel

Li hanno trovati carbonizzati a qualche chilometro da Madama, nel deserto nigerino che lambisce quello della Libia. Sei migranti che l’incendio del veicolo che li trasportava ha ridotto in cenere e che i militari nigerini, accorsi sul posto, non hanno potuto identificare. Poco lontano dai resti giacevano, feriti dalle fiamme di un altro veicolo, altri dieci migranti. Vite bruciate di giovani che la saggia follia del miraggio di un futuro altro, ha buttato lontano dalle piste conosciute dagli autisti delle camionette. Questi giovani bruciati sono metafore di quanto, da troppo tempo ormai, accade nel Sahel e nel Continente.

In Algeria li chiamano gli ‘Harraga’ che, nell’arabo maghrebino, significa ‘coloro che bruciano’ (i propri documenti). Si tratta di giovani adulti che, in assenza di prospettive d’avvenire, sono spinti ad abbandonare l’Algeria con tutti i mezzi possibili, spesso con imbarcazioni di fortuna. La costa spagnola dista a circa 200 kilometri dalla costa algerina e sono in tanti ad aver tentato il viaggio della vita che non raramente, porta alla morte. Lo stesso nome è ripreso in Tunisia che, vista la cronica instabilità della Libia, sembra essere diventata il più importante luogo di partenza per i migranti che ‘bruciano i documenti’, gli Harraga.

Tunisini, algerini, senegalesi, guineani, maliani e rifugiati dalle guerre del Corno d’Africa, il Sudan, il Congo Democratico e altri Paesi, bruciano per andare altrove. Troppo spesso, infatti, si sentono intrappolati da stati autocratici nei quali la censura, la miseria e la disoccupazione spingono i giovani a rincorrere un futuro confiscato per sempre. Molti scelgono la lotta col mare, col deserto e soprattutto col destino che altri hanno firmato per loro. C’è un crescente senso di disperazione che, come un vento impetuoso, porta lontano, sempre più lontano le speranze. C’è chi brucia dentro per inseguire il desiderio di vivere, c’è chi brucia i documenti e chi, come accaduto la settimana scorsa, brucia nel deserto. 

Pazzi, profeti, esagerati, irresponsabili o forse semplicemente giovani con la fiamma che brucia frontiere, documenti, permessi di transito e leggi che dovrebbero proteggerli. Nel passato erano i militari che, in buon ordine, scortavano i migranti in Libia perché potessero lavorare il tempo necessario per aiutare la famiglia in patria. Arrivarono le leggi, le frontiere di esportazione nuove di zecca, con l’incriminazione e l’arresto degli autisti e di quanti favorivano la migrazione. Il risultato, ancora parziale, sono centinaia di morti nel deserto (528 persone in un trimestre, secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazione per le Migrazioni, OIM). D’altronde l’organizzazione ‘Border Forensic’, in un documento pubblicato il mese scorso, indica che i migranti, su piste isolate, hanno scarse possibilità di sopravvivenza nella traversata del deserto.  

Ritorna in mente lo scritto di un poeta turco di nome Nazim Hikmet…’Che io bruci/ che cenere io diventi/ come Kerem/ se io non…/ se noi non bruciamo/ come le tenebre diventeranno luce’?

Nazim Hikmet 

                  Mauro Armanino, Niamey, giugno 2023



mercoledì, giugno 7

DAL SITO DI SUSANNA TAMARO con commenti e aggiunte di DANILA OPPIO

 


Dal sito di Susanna Tamaro

https://www.facebook.com/susannatamarofficial

Qualche giorno fa ho scritto un lungo articolo sul Corriere, “Siate liberi. Leggete (anche il Verga)”, per spiegare la manipolazione avvenuta, grazie a un titolo infelice, su quanto da me detto al Salone del Libro. Articolo che però non è stato neppure diffuso dalle agenzie di stampa, come era stato fatto con l’intervista incriminata, lasciando sul web solo gli anatemi e gli insulti nei miei confronti. 

Per porre termine a questa deprimente e inutile polemica riassumo brevemente la questione.

Si trattava di un’intervista video rilasciata nel caos del Salone del Libro e l’argomento era sulla difficoltà di far leggere libri ai ragazzi dopo la scuola. Dato che scrivo libri per bambini dal 1991, ho un po’ il polso della situazione, anche se non sono insegnante. Le scuole primarie, con l’aiuto delle biblioteche, fanno un ottimo lavoro e rendono i bambini appassionati lettori. Nelle medie continua un po’ quest’energia anche se un po’ in stallo, mentre alle superiori tutto si spegne e quando uno finisce gli studi, in linea di massima, l’ultima cosa che pensa di fare è di andare in libreria. Non c’è più alcuna curiosità nei confronti della parola scritta, a meno che siano prodotti di influencer o di fenomeni nati e cresciuti sui social. 

Allora mi sono chiesta, come mai succede questo? E sono andata ai miei penosi anni scolastici in cui mi era stata fatta odiare la letteratura. Per innamorarmi del Leopardi ho dovuto aspettare i trent’anni, per Manzoni i cinquanta. Non ho mai detto di odiare il Verga - le parole ‘odio' o ‘disprezzo' non appartengono al mio lessico né alla mia natura - ma che la scuola italiana fa odiare la letteratura, aggiungendo anche che, naturalmente, un insegnante appassionato può ribaltare questa situazione, ma che nella media questo non avviene e che la noia e il risentimento spesso offuscano la qualità stessa degli autori più importanti, avvilendoli.

Questo avevo detto e questo è quello che penso. Suggerendo che forse sarebbe giusto iniziare a riflettere su questa situazione o sul metodo stesso di insegnamento della letteratura.

Alla fine dell’intervista, già in piedi - avete visto il caos che c’è al Salone? - la giornalista mi ha chiesto: “Allora cosa farebbe leggere ai ragazzi per avvicinarli alla lettura?" E io che sono una persona che ama la leggerezza e i paradossi, ho risposto "Magari anche Va’ dove ti porta il cuore”. Era una battuta naturalmente detta da una persona Asperger che non considera di avere davanti plotoni di mitragliatrici virtuali pronte a trivellarla di insulti e anatemi.

Trovo che la letteratura, ora più che mai, sia un’àncora di salvezza perché permette di sfuggire alla omologazione dei media. E la letteratura non si può imporre come dovere ma solo suggerire come scoperta e come piacere. Concordo con quello che dice la gentile lettrice del Piccolo di Trieste di oggi in una bella lettera sul senso della letteratura: leggere i libri di Verga è come entrare in un quadro di Segantini; è meravigliosamente vero ma, per capirlo, bisogna essere portati per mano dagli insegnanti che lei ha avuto negli anni 70 al liceo classico. 

Personalmente penso che ogni libro sia un po’ come una grotta di Aladino: si deve entrare da un pertugio, pensando di trovarsi in un antro oscuro, per poi scoprire, camminando, che quell’oscurità nasconde un gran numero di pietre preziose che ci illuminano e faranno sempre parte della nostra vita.

In questi giorni ho approfittato della polemica per prendere in mano 'Storia di una capinera', l’opera prima di Verga che ancora non avevo letto e mi sto perdendo nelle meravigliose descrizioni della natura e delle passeggiate alle pendici dell’Etna e nelle sofferenze di una ragazza che scopre tutti i caotici movimenti interiori del primo amore.

Mio  commento

Bello quando dice Susanna Tamaro. Un modo gentile e chiaro per sottolineare il comportamento di certa gentucola che ama travisare le parole altrui, modellandole a proprio piacere o comodo. Resta evidente che se gli insegnanti non sanno far amare la lettura e gli autori dei testi, per gli studenti diventa noia immensa. E magari solo da adulti comprenderanno cosa hanno perso!

Nota: 

La Tamaro ha affermato che soffre della “Sindrome di Asperger” che prende il suo nome dal medico austriaco Hans Asperger, che per primo ha identificato, studiato e descritto un gruppo di bambini con particolari comportamenti nell’interazione sociale, nelle abilità comunicative e negli interessi.  

È stata inserita, per la prima volta nel 1994, nel DSM IV Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, come sottocategoria dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo. Con l’introduzione del DSM-5 (2013) si sono apportate delle modifiche all’inquadramento nosografico di tali disturbi e la sindrome di Asperger è stata inserita all’interno di un’unica categoria diagnostica definita Disturbi dello Spettro Autistico.

I soggetti con sindrome di Asperger non hanno disabilità intellettiva, bensì una discreta capacità di autonomia senza necessità di un supporto intensivo. Dal punto di vista delle caratteristiche cognitive/personali presentano principalmente un ritardo nella maturità e nel pensiero sociale, difficoltà nel controllo e nella comunicazione delle emozioni, insolite capacità linguistiche che includono un ampio vocabolario e una sintassi elaborata ma con capacità di conversazione immature, in quanto si appoggiano spesso a regole e rituali ripetitivi e insistenti.

È proprio nell’ambito del loro profilo insolito nelle difficoltà di apprendimento, nei loro interessi atipici per argomento e intensità, nella fragilità sensoriale e nello sfinimento fisico ed emotivo causato dalla socializzazione che interviene la Fondazione, supportandoli nello sviluppo e acquisizione di capacità adattive e accompagnandoli gradualmente verso un futuro d’Indipendenza! 

18 dicembre 1957, il giorno del battesimo di Susanna, nata il 12 dicembre 1957.

Lei scrive: madrina era la zia Letizia, che mi tiene in braccio urlante.  Suo padre era nato il giorno dopo, il 19 dicembre. Sagittario come me. Il suo nome era Ettore, ma nel mondo è più conosciuto come Italo Svevo. La letteratura? Un destino di famiglia. 

Quindi prozio di Tamara. Quante cose si imparano a leggere!!Il sito della Tamaro è molto interessante, perché sei osserva da vicino la natura e, oltre a dire su questo argomento, sappiamo che è anche una grande lettrice e scrittrice.

sabato, giugno 3

IDENDITÀ IN ESILIO A NIAMEY di P. MAURO ARMANINO

Assamaka frontiera del Niger

  Identità in esilio a Niamey

Un Paese ricco per gli altri e poi l’ennesimo colpo di stato. La Repubblica Centrafricana, inchiodata nel cuore dell’Africa sub sahariana, continua a tutt’oggi a esportare materie prime e rifugiati. Uno di questi chiamato Hassan, dopo aver perso entrambi i genitori appena quattordicenne, parte in esilio con una conoscente nel Mali. Da questo Paese, in pieno Sahel, domanda e riceve lo statuto di rifugiato in Mauritania. Fattosi sorprendere in una zona aurifera di questo Paese, Hassan, senza nessuna formalità è espulso nel vicino Senegal. Prova, senza alcun risultato, a ottenere lo statuto di rifugiato nella capitale Dakar. La domanda è respinta adducendo il fatto che il giovane, ormai diciottenne, già godeva di protezione umanitaria in un altro Paese. Allora Hassan, senza darsi per vinto, per vie traverse raggiunge il Marocco e, a Casablanca, conosce una signora del posto che gli propone di lavorare nel suo ristorante per stranieri. 

Hassan accetta di seguirla in Algeria, nella città di Oran, dove lei gestisce un altro ristorante. Tutto va per il meglio per un paio d’anni finché, per avere i propri documenti aggiornati, viaggia nella capitale Algeri. Mentre si trova in strada per raggiungere l’apposito ufficio delle Nazioni Unite, è arrestato dalla polizia perché senza documenti validi, derubato da tutto quanto portava su di lui e deportato, con altre decine di persone, sino a Tamanrasset. Dopo qualche giorno di soggiorno nell’apposito centro di transito, Hassan è imbarcato, con altri compagni di sventura, nel camion fino alla frontiera col Niger. Migranti, rifugiati, richiedenti asilo, esuli, viaggiatori, commercianti, trafficanti, cercatori d’oro e di sabbia, tutti messi assieme a migliaia e parcheggiati nella città frontaliera di Assamaka, nel Niger. Il tempo di essere registrati dalle autorità e poi ‘consegnati’ all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, per un rimpatrio ‘volontario’.

Hassan, nato all’alba del nuovo millennio, ne incarna le innumerevoli contraddizioni. Dei suoi 23 anni di esistenza una decina sono partiti in esilio cominciando dalla sua patria, più matrigna che madre. Si trova, grazie alla complicità dell’OIM, in un luogo di transito che dovrà abbandonare perché non ha la minima intenzione di tornare al Paese d’origine nel quale nessuno più l’aspetta. Conta di chiedere il riconoscimento come rifugiato a Niamey, cosa altamente improbabile visto che lui era già stato schedato come tale in Mauritania. Non riconosciuto come migrante dall’OIM tenterà di presentare la domanda come richiedente asilo nel Niger, con esigue speranze che la sua domanda sia presa in considerazione. Hassan porta in sé una cartina geografica dove le frontiere e i documenti di identità riconosciuta, nascosta o trasformata a seconda delle circostanze, ridisegna la sua vita. Ormai da anni l’identità di Hassan è in esilio umanitario perché la guerra prima e i documenti dopo, l’hanno prima creata e poi tradita. Hassan afferma di non voler più tornare al suo Paese natale.

                   Mauro Armanino, Niamey, giugno 2023


sabato, maggio 27

NIAMEY, TRA SOGNO, REALTÀ E INGANNO di P. MAURO ARMANINO


Niamey - Niger

Niamey tra sogno, realtà e inganno

Tra sabbia, vento, polvere, nuove strade, aeroporto, hotel e centro per riunioni di buon livello, Niamey è stata classificata al settimo posto nelle destinazioni privilegiate per le conferenze in Africa. La capitale nigerina segue nella classica città come Cape Town, Kigali, Il Cairo, Marrakech, Dakar e Accra e precede, a livello mondiale, città ben più quotate e conosciute. Per esempio, Cannes, Nairobi, Porto Alegre, Mumbai o Osaka nel Giappone. Chi ha stilato questa autorevole e, diciamo pure, sorprendente lista, è l’International Congress and Convention Association (ICCA) del 2022. Per una città posta nel cuore del Sahel, zona che la semplice pronuncia del nome popola l’immaginario di insicurezza, violenza e carestie, tutto ciò sembra davvero un sogno. Niamey, dunque, attraversata e sedotta dal silenzio del fiume Niger si offre alle parole che, nelle quotidiane conferenze che popolano gli hotel, scorrono con una simile e apparente pigrizia.
La realtà, ostinata com’è, non è poi tanto lontana perché il Niger, secondo l’ultimo indice sullo sviluppo umano pubblicato dalle Nazioni Unite, si pone al terzultimo posto dei 191 Paesi esaminati. Vero, abbiamo lasciato il fanalino di coda per le alterne vicende di Paesi come il Ciad e il Sudan del Sud, persi anch’essi nei meandri della classifica. Per il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il Pnud, il Niger occupava dunque il 189º posto della scaletta umanitaria nel rapporto di settembre del 2022. La realtà appare in tutta la sua crudezza quando, secondo l’editoriale di un settimanale locale battezzato l’Eclosion, porta come titolo…’La società muore’. Ibrahim Yero, autore dell’articolo citato, parla di banalizzazione del crimine, di insicurezza in tutte le sue forme, compresi i rapimenti, i furti, il commercio e della vendita di droga e armi. L’autore si domanda, infine, come sia stata possibile questa ‘discesa all’inferno di una società così pudica’.
E’ dunque nella messa in relazione tra queste due situazioni, il sogno e la realtà che si trova quanto si può definire l’inganno e cioè la menzogna. In effetti, la scelta dell’ideazione, investimento e costruzione del complesso di hotel e altre strutture adatte a incontri internazionali, operata da ditte straniere, appare come l’immagine del Paese che non c’è. Anzi, ad essere precisi, si dovrebbe dire dei Paesi che non esistono. Da un lato, un’infima porzione di popolo che pensa di far parte della ‘classe transnazionale’, che può viaggiare, incontrarsi, discutere, consumare e poi sparire. Dall’altro le altre classi o porzioni di popolo che, faticosamente, sopravvive al quotidiano nell’informale che costituisce la strategia più comune per arrivare a fine mese. Sui 27 milioni di persone che compongono la popolazione del Niger, oltre il 60 per cento ha meno di 15 anni e la speranza di vita si attesta sui 53 anni. Ingannare la maggior parte del popolo con dei sogni che assomigliano a miraggi non potrà che creare imprevedibili conseguenze sulla società. Quando le disuguaglianze fondano una scelta politica che illude, si corre il rischio che il sogno si trasformi in incubo e la realtà in una ribellione come risposta alla violenza del sistema. In quel giorno tutti i bambini si armeranno di aquiloni per giocare a nascondino nel quartiere degli hotel.

       Mauro Armanino, Niamey, 28 maggio 2023