https://youtu.be/VUDRNXcAuXg?si=SQhrbdW8uGQDWRPC
https://youtu.be/GNCilx8n05U?si=CMsz5T0xQ3nwi01
Pietà per la nazione
Pietà per la nazione
Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di ‘un plebiscito quotidiano’. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque ad una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione.
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenze che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale.
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’ altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parole è tradire la politica.
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Lawrence Ferlinghetti, (foto sopra) deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono ‘spalancate’ e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla ad un altro scritto. Scritta e cantata trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili al testo dell’autore sopracitato.
Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene.
E’ dunque tempo che ‘Tornino i volti’, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema.
Cos’è successo nel frattempo.
Desiderabili, indesiderabili e superflui
...’Che è dunque successo? Questo, molto semplicemente, che eravamo i soggetti della storia e che ne siamo adesso gli oggetti’. Jean-Paul Sartre, prefazione ai ‘Dannati della terra’, di Frantz Fanon. Siamo nel ’61 e il libro è pubblicato qualche giorno prima della sua morte. Psichiatra, militante identificato con la causa della lotta per l’indipendenza dell’Algeria, sotto dominazione francese. Fanon di tradimenti se ne intendeva. Aveva capito e sofferto appieno cosa significhi avere la’ pelle nera e le maschere bianche’ e cioè come la colonizzazione trasformi l’oppresso in potenziale oppressore dall’interno. Mi domandavo cos’era successo nel Paese che per una trentina d’anni ho abitato saltuariamente, tra una missione e l’altra nel Sud del mondo. Migrante, missionario, antropologo, privilegiato testimone di frontiere inventate e reali. Tornato graziato e ferito negli occhi dal dolore della vita che ho visto scorrere dall’Atlantico alla savana del Sahel, passando per le foreste della Costa.
Se vogliamo ha tutto riassunto da par suo il filosofo esistenzialista Sartre. Da soggetti a oggetti della storia, tutto lì. Da possibili protagonisti degli accadimenti e le scelte nel tempo e nello spazio che chiamiamo politica, alla progressiva riduzione ad ‘oggetti’. Dunque trattati come cose, materiali da costruzione, clienti, fedeli, consumatori, carne da cannone, numeri, merce di scambio, variabile dell’economia numerica, ostaggi della paura di vivere. Abbiamo accettato di essere trasformati in oggetti e complici di aver permesso che il reale stesso si adeguasse alla narrazione dominante. Consapevoli o meno, abbiamo consentito che il mondo si dividesse in desiderabili, indesiderabili e superflui. Questi ultimi non hanno neppure il privilegio di essere sfruttati. Sono letteralmente scomparsi dal tipo di storia che la globalizzazione felice non ha mai realizzato. Ciò che accade a Ceuta o a Gaza o nel Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo o nel Sahel lo svela senza vergogna.
I tradimenti, così come i miracoli, non accadono per caso. Nascono e si sviluppano con impercettibili e quotidiane scelte di compromesso, viltà, coraggio, coerenza o distrazione. Quanto è successo nel frattempo, il drammatico slittamento da soggetti a oggetti, da persone a maschere, da protagonisti a comprimari, da cittadini a sudditi, nasce da una falsificazione. Essa trova la sua sorgente nella straordinaria dimenticanza di ciò che significa la dignità e la decenza di ogni persona umana. Espellere il destino e cioè la sacralità della vita, la spiritualità in senso lato, dal volto dell’altro è la radice di tutti i tradimenti perpetrati finora. Sarebbe difficile, altrimenti, spiegare come esternalizzare le frontiere, deportare esseri umani come fossero pacchi postali, in altri Paesi perché, com’è vero il proverbio...’lontano dagli occhi, lontano dal cuore’! Il nostro tradimento è quello di permettere che questo sia detto, accada, sia proposto, diventi infine scelta politica ed etica e si realizzi.
Complici di questo tradimento, altrettanto imperdonabili, i Paesi Terzi. L’Albania, il Ruanda, l’Uganda e il Ghana potrebbero diventare i nuovi spazi per i gli ‘indesiderabili’ da deportare lontano dalle sponde della civiltà. Anch’essi imperdonabili, svenduti per denaro, commerci e geopolitiche che li prendono ad ostaggio. Non da oggi affermo, consapevolmente, che i peggiori nemici degli africani sono gli africani stessi, pronti a vendere i propri simili per qualche dollaro in più. Questo è ciò che è successo nel frattempo e che sta succedendo sotto i nostri occhi. Eppure cambiare non sarebbe difficile.
In un film del 1988, scritto e diretto da John Carpenter dal titolo ‘Essi vivono’, il protagonista ruba e prova un paio di occhiali scuri. Indossati, questi gli rivelano un modo differente nel quale le scritte pubblicitarie affiggono ordini di obbedire, consumare e conformarsi. Allora capisce l’inganno nel quale vive! Bisognerebbe mettersi alla ricerca di questo tipo di occhiali e provarli perché solo così ci verrebbe svelata la finzione nella quale si sta consumando, a nostra insaputa, il tradimento della vita. Dice saggiamente la giornalista Francesca Mannocchi in un recente articolo di commento ai fatti di Ceuta, enclave spagnola nel Marocco...’ La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quale ragione e a quali condizioni’. Proprio a questo scopo servirebbe quel tipo di occhiali per i quali vendere tutto.
Mauro Armanino, Genova, agosto 2026
Chi controlla il presente controlla il passato
Chi scrive è un missionario di ‘professione’ e antropologo, originario di Casarza Ligure. Ho avuto il privilegio di attraversare ed essere attraversato da molte frontiere. La Costa d’Avorio, l’Argentina, la Liberia e infine il Niger da dove sono tornato l’anno scorso a quest’epoca. In questi ‘attraversamenti’ ho visto e esperimentato la guerra (in) civile in Liberia e quella, ancora in atto nel Sahel anche ad opera di gruppi armati di ispirazione salafista. So cosa significhi la sicurezza di persone e beni. Un mio confratello è stato rapito, per oltre due anni, da uno di questi gruppi. Non potevo uscire da Niamey senza scorta armata. Non potrò dimenticare la sofferenza di ciò che i miei occhi hanno visto da cui sono rimasti feriti. Migliaia di sfollati, rifugiati e contadini che avevano perso tutto. Casa, campi e passato per salvare la vita propria, quella dei figli e un incerto futuro per tutti.
Per me, dunque, sentire parlare, non da oggi, di ‘insicurezza’ delle nostre città fa riflettere e affiorare la certezza di una pretestuosa fabbricazione della paura. Non sappiamo da quale pericolo dovremmo difenderci e in quale contesto detta percezione giustifichi la strategia della sorveglianza. Sappiamo per esperienza che la realtà è organizzata secondo interessi e motivazioni calcolate. Il contesto ben noto è quello di una regione e una città, ad esempio quella di Genova, in declino economico e demografico da anni. Vorrei condividere quanto segue a partire dall’eredità ricevuta. Figlio di un partigiano e dal mio stesso vissuto. Operaio metalmeccanico. sindacalista, alter-mondialista e migrante per oltre trent’anni. Col privilegio di aver partecipato attivamente al Genoa Social Forum del 2001 e alle celebrazioni del suo venticinquesimo nel capoluogo ligure. Il mese scorso.
Un regime democratico è basato sui dettami di una costituzione che garantisce ad ogni persona o gruppo la libertà di espressione e la partecipazione alla vita pubblica. Ciò che la nostra costituzione vieta, all’articolo 12 delle disposizioni finali, è la ricostituzione e dunque l’apologia del partito fascista E’ dunque legittimo esprimere il proprio pensiero politico in tutta libertà così come è legittimo esprimere il proprio dissenso rispetto al pensiero dell’altro. Il tutto in un contesto di rispetto e di reale pluralismo. Chi scrive non ha simpatie per chi parla di ‘remigrazione’ o altre facezie simili. Non è neppure ingenuo nell’osservare che al governo attuale di questo Paese ci sono persone di mai negate ispirazioni politiche ‘post fasciste’. Sono convinto assertore che la libertà di espressione costituisca la democrazia e dunque il dibattito che la contraddistingue. La forza delle idee è diversa delle idee della forza. Credo controproducente impedire o disturbare una manifestazione che esprima posizioni diverse dal nostro pensiero. Si frustra la democrazia e si rischia di trasformare le persone bersagliate dalla contestazione violenta in eroi. Ci ricordava Bertold Brecht che è...’ sventurata la terra che ha bisogno di eroiInfine, a costo di essere frainteso, credo che in una democrazia, imperfetta come ogni democrazia, c’è modo e modo di esprimere il proprio dissenso. Non aiuta la democrazia attaccare persone e danneggiare beni pubblici anche se questo si giustifica come risposta ad una violenza reale più grave o percepita tale. Il rispetto per ogni persona è alla base della nostra costituzione. Il fatto che essa ci ricordi che la repubblica sia fondata sul lavoro implica, tra l’altro, anche la salvaguardia di quanto è il frutto del lavoro e dunque di patrimonio comune. Lo sappiamo anche per esperienza storica: rispondere con la violenza alla violenza è deleterio per tutti e contribuisce a perpetuarne la spirale. Chi scrive lo ha visto e può testimoniarlo.
Infine, per rimanere nel nostro ambito genovese, vorrei riferirmi al cippo che è stato posto in Piazza Alimonda a l’occasione del giorno memoriale per l’uccisione del giovane Carlo Giuliani. Non è mia intenzione addentrarmi nelle giustificate polemiche sull’uso strumentale della violenza specie da parte delle forze dell’ordine. Hanno probabilmente eseguito ordini (non sono i soli, peraltro). Il segno per ricordare che lì è accaduto qualcosa e qualcuno, credo sia comprensibile e doveroso.
Quanto poi all’uso della memoria chi scrive, pur avendo vissuto per vari anni a Genova, ha ‘scoperto’ solo quest’anno cos’era accaduto in uno spazio ben identificato della nota ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi. Ci sono stanze e sotterranei dove i nazi-fascisti hanno torturato, deportato e ucciso partigiani e insorti alla dittatura che poi sarebbe crollata alcuni mesi più tardi. Non un cippo visibile dall’esterno è stato finora posto. Solo dopo parecchio tempo, il luogo in questione è ridiventato visitabile ma non realmente ‘visibile’.
Come sempre nella storia accade quello che scrisse a suo tempo George Orwell. Chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro.
Mauro Armanino, Genova, agosto 2026
Annesso:
Papà, noi dobbiamo aiutare i poveri, i deboli, mi ripeteva», frase pronunciata da Giuliano Giuliani nei giorni immediatamente successivi alla morte del figlio. Possdimo leggere con profitto il discorso del padre alla Fiom-CGIL
https://www.fiom-cgil.it/images/EVENTI/XXIII-CONGRESSO/04_06_03-intervento_giuliani.pdf
Tre anni dopo il colpo di Stato in Niger. Il silenzio diventa complice
Ho vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale come missionario. Dapprima laico e successivamente come membro della Società delle Missioni Africane. La Costa d’Avorio, con il passaggio dal partito unico al multipartitismo. La Liberia, dalla guerra civile di 15 anni alla sua conclusione e infine, il Niger dove ho trascorso 14 anni. È proprio in Niger che, il 26 luglio 2023, esattamente tre anni or sono, ho assistito per la prima volta, ‘in diretta’, a un colpo di Stato militare. Data la mia posizione di militante per i diritti umani e la vicinanza ai più poveri, ero piuttosto critico nei confronti del regime di Issoufou Mahamadou e del suo erede designato Mohamed Bazoum. La loro politica sulle migrazioni vicina all’Occidente e la giustizia a loro servizio. Questo, oltre al noto disprezzo per l’opposizione e i poveri, erano gli elementi sufficienti per rafforzare la mia posizione critica nei confronti del potere al governo.
Dopo il colpo di Stato militare, piuttosto strano nel contesto dei tentativi del presidente Bazoum di tracciare un percorso più ‘aperto’ rispetto a quello del suo predecessore, ho potuto osservare ciò che accade quando i militari prendono il potere. Il presidente (mal)eletto, tenuto in ostaggio nel palazzo presidenziale, insieme a parte della sua famiglia. Spari di avvertimento (e feriti) contro chi chiedeva la sua liberazione. La sede del partito al potere vandalizzata e, in seguito, l’attacco all’ambasciata francese. Nel frattempo sono state allontanate le truppe francesi di stanza vicino all’aeroporto di Niamey. Allo stesso modo, i militari americani hanno dovuto lasciare quello di Agadez, progettato per le operazioni dei droni in questa zona dell’Africa. L’ambasciata di Spagna, con il suo consolato, è la sola possibilità per ottenere i visti per l’Europa. L’Italia, con la sua ambasciata, è rimasta e, unico Paese europeo, ha mantenuto la collaborazione con la giunta per la formazione dei militari nigerini.
Per due domeniche consecutive lo stadio di calcio di Niamey è stato riempito da migliaia di bambini e giovani che, con bandierine del Paese, sono stati convinti (e sostenuti finanziariamente) a partecipare e a glorificare il colpo di Stato. Nel frattempo, i giornali, gli intellettuali, i sindacati, alcune associazioni musulmane e gran parte della società civile si sono rapidamente schierati dalla parte dei militari. Chi esprimeva il proprio dissenso nei confronti del nuovo regime lo faceva a proprio rischio e pericolo. Alcuni si trovano ancora oggi in carcere. Da allora, con la sospensione di ogni attività politica dei partiti, lo spazio di partecipazione dei cittadini e della società civile è nullo. Insieme agli altri due Paesi del Sahel centrale, il Mali e il Burkina Faso, è stata costituita l’AES, l’Alleanza degli Stati del Sahel. Questi tre Paesi hanno condiviso la stessa scelta: i militari al potere per cinque anni, con possibilità di rinnovo. In Niger i militari hanno giustificato la presa del potere come risposta al deterioramento della situazione della sicurezza e la pessima gestione economica del Paese. I nuovi padroni hanno fallito anche in questi due ambiti, nonostante la retorica del sovranismo e del nazionalismo. L’alleanza coi militari russi è funzionale alla loro protezione.
La Conferenza episcopale è quella dei vescovi del Burkina Faso e del Niger. Ancora di recente, nel mese di giugno 2026, ha tenuto la sua consueta riunione nella capitale del Faso, Ouagadougou. Il documento finale di detta conferenza non fa che confermare ciò che a suo tempo avevo scritto. I vescovi del Sahel: un silenzio assordante’! L’agenzia vaticana FIDES, che pure era solita pubblicare e talvolta sollecitare i miei articoli, lo aveva censurato
Nel documento finale della Conferenza Burkina-Niger citata, i vescovi… ‘hanno inoltre manifestato il loro impegno nella promozione della pace nell’area del Sahel…e presieduto la cerimonia di premiazione della quinta edizione del Concorso di Giornalismo per la Pace e la Coesione Sociale (CJPCS), un’iniziativa promossa dall’Iniziativa del Sahel per la Pace… la promozione del dialogo, della convivenza e della coesione sociale in una sottoregione che deve affrontare numerose sfide in materia di sicurezza’.
Non una sola parola sulle sparizioni di coloro che si oppongono a un’unica narrazione della realtà. Sulle prigioni in cui marciscono coloro che non la pensano come l’autoproclamato «Messia» del Faso. Sulle sparizioni dei dissidenti. Sulle migliaia di morti, militari e civili, a causa degli attacchi dei gruppi armati e dell’evidente incapacità dei militari di farvi fronte. Sull’abitudine di mascherare le sconfitte con le parole. Nulla sui diritti umani calpestati e sul progressivo restringimento dello spazio democratico della società civile. Nulla sull’attuale corruzione e la propaganda dei militari al potere. Nulla sulla menzogna della realtà effettiva.
Davvero un peccato! Si tratta forse della prudenza dei pastori che pensano all’incolumità delle ‘pecore’ loro affidate? O piuttosto dell’atteggiamento di chi condivide le opinioni dei militari al potere, ma non apertamente? Forse la paura di essere presi di mira, loro e il gregge, come ‘punizione’? Il rimanere nella cultura del silenzio quando si tratta di opporsi a re e principi? O forse l’attesa che il regime passi e tutto torni come sempre? Difficile, ovviamente, pronunciarsi su queste questioni. Chi scrive ha espresso chiaramente il proprio pensiero durante il suo soggiorno nel Paese. Uno dei motivi che ha facilitato la scelta di lasciarlo è stato senza dubbio il diverso modo di interpretare la legittimità del regime militare al potere.
Il giornalista burkinabé Norbert Zongo, assassinato per il suo impegno civico, ci ha messo in guardia… ‘La cosa peggiore non è la malvagità delle persone cattive, ma il silenzio delle persone buone’.
Mauro Armanino, Genova, 26 luglio 2026
Ndr: non inserisco alcuna immagine dei personaggi che hanno causato tanti guai e ingiustizie, preferisco utilizzare una foto di Padre Mauro, insieme agli splendidi bambini della sua parrocchia, sono coloro che meritano la visualizzazione e spero che Padre Mauro condivida il mio pensiero.
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
Voce del banditore - Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove
Andrea - (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!
Galileo - No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvvisa epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.
Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva. Le tante madri che hanno dato vita e fatto crescere dal nulla i figli concepiti e nati senza saperlo o volerlo. Coloro che hanno rifondato la vita dopo la guerra che ha loro distrutto casa, passato e identità. Padri che escono la mattina e sperano di trovare un lavoro o quanto meno qualcosa perché in famiglia si possa mangiare qualcosa. Donne che si inventano quotidiani miracoli da fare, da produrre e da vendere. Eroi coloro che sanno che dai diamanti non nasce niente mentre solo dal letame nascono i fiori.
Si è appena celebrato nella città di Genova il venticinquesimo anniversario del noto G8 e soprattutto del ‘Genoa Social Forum’. Migliaia di giovani che per qualche giorno hanno denunciato e resa più evidente la ‘cecità’ che la globalizzazione neoliberista aveva orchestrato. Hanno messo in comune fragili e possibili pratiche di libertà. Sappiamo che ai potentati del tempo e di quelli attuali ciò risulta oltremodo sospetto. Le occasioni per frenarne la novità non mancarono. La scusa della violenza programmata, facilitata, provocata e infine applicata ne è stato il tentativo più evidente. Menzogne, manipolazioni, interessi di parte e odio hanno complicato la verità dei fatti. La sofferenza di tanta gente è stata tradita. L’uccisione di Carlo Giuliani si conferma come una memoria ferita da sanare.
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ricorda il citato Galileo. Se per eroi intendiamo i valorosi avventurieri (armati?) che, soli e contro tutti, sono i salvatori della patria, allora Brecht ha ragione. ‘Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme’, lo ricordava il pedagogista brasiliano Paulo Freire nel suo testo, forse dimenticato, ‘La pedagogia degli oppressi’. Sventurato chi avesse bisogno di questo tipo di condottieri, uomini o donne forti che diano sicurezza ad impauriti e sperduti cittadini. Eroi sono, piuttosto, coloro che accortisi della propria cecità, operano un’azione di riconquista dei propri ‘territori’ interiori ed esteriori. Territori mentali e sociali colonizzati da decenni di capitalismo ormai ‘naturalizzato’, assimilato e reso spesso compatibile con la politica e le religioni.
Scacciano gli idoli del potere che li opprime. Insorgono contro l’usurpazione dell’immaginario del dio denaro che tutto ha trasformato in merce. Liberano i sogni da troppo tempo imprigionati dalla paura di vivere e scrivono la pace a mani nude. Solo a costoro, eroi feriali, apparterrà il futuro.