POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione. Recensioni stilate da me e da altri autori. Editoriali vari. Pubblico poesie, racconti e dialoghi di vari autori.Vi si possono trovare gallerie d'arte, fotografie, e quant'altro l'estro del momento mi suggerisce di pubblicare. Sulla banda destra della home page, appaiono i miei e-book poetici ed altre sillogi di alcuni autori. Così come le riviste online de L'Approdo e de La Barba di Diogene, tutto si può sfogliare, è sufficiente cliccare sulla copertina. Aggiungo che , sempre nella barra a destra della home page ci sono mie video poesie, con sottofondo musicale. E' sufficiente cliccare sull'immagine per ascoltare testo e musica, direttamente da YouTube. Tutte realizzate dalla eclettica Anna Montella., Ci sono poi i miei libri scritti nel corso di circa 10 anni. Buona lettura e buon ascolto!

mercoledì, giugno 24

Alcuni esempi di attentati linguistici 3 parte

  Quella formulata da Silvio Coccaro è una normale ipotesi di scuola. Nel modo come è strutturata si tratta di due soggetti, due località su cui decidere quale raggiungere a seconda del tempo e due termini di congiunzione o disgiunzione. Luca e Marco andranno al mare e/o in montagna. Penso che chiunque, senza volerne fare un’ipotesi di scuola, l’avrebbe raccontata così: Luca e Marco andranno al mare o in montagna. Proprio perché i due soggetti sono d’accordo di raggiungere una o l’altra delle due località; tanto che mettono il naso fuori dalla finestra e decidono: mare o montagna.
   A mio avviso la frase è sbagliata per la inutilità delle due espressioni e/o, per l’assenza di un altro fattore che l’avrebbe fatta ritenere utile seppure non sicuramente errata.
  
Poniamo il caso della presenza di un terzo fattore. Potrebbe essere dato da una diversa ipotesi di scuola come la presente. Luca e Marco potranno venire a pranzo da me se conferiranno pane e/o cipolla. Nel senso del conferimento condizionato di pane e cipolla e, in assenza del pane o della cipolla, di venire ugualmente con quello dei due di cui hanno la disponibilità.

   Altri attentati.
   Quella italiana è una lingua che si presta male ad essere perfetta.La base è composta dal soggetto, predicato e complemento, ma una frase si può costruire in più modi diversi. Soggetto, predicato e complemento sono in ordine, ma qual è l’obbligo che ci impone da quale io posso o devo cominciare, o con quale finire?
   Chiusa la parentesi.
   Non c’è dubbio che i neologismi sono un arricchimento per una lingua che non vuole invecchiare e la distinzione per una popolo che non brami di essere colonizzato.

   Se una cosa va bene perché debbo dire "ok"? E se debbo fermare una persona per chiedere aiuto, invece di alt le debbo dire stop, per quale ragione? Se la traduzione e la costruzione di un nuovo vocabolo possono avere luogo, io direi che saggezza vuole che vengano inseriti tra i nostri vocaboli tradotti in modo che ne resti il significato semantico. Voglio pensare che anche se conoscessimo bene delle lingue straniere non maltratteremmo quella italiana.  


    Tommaso Mondelli

martedì, giugno 23

84 Charing Cross road

E' la storia di un amore platonico fra due personaggi di mezza età, destinati a non incontrarsi mai. La donna, una scrittrice americana, Helene Hauff (autrice del libro da cui è stato tratto il film), entra in contatto epistolare con il direttore di una libreria londinese, Frank, che le fornisce periodicamente vecchie edizioni di classici inglesi. La loro corrispondenza diviene molto fitta, quasi amorosa. Ma passeranno vent'anni prima che lei riesca a varcare l'oceano. È troppo tardi però. Frank muore pochi giorni prima del suo arrivo.

Ma io direi che invece è la storia di un amore viscerale per i vecchi libri di letteratura in prosa e poesia, relativi agli scrittori e poeti inglesi!

Senta Frankie, sarà un inverno lungo e freddo e io di sera farò la baby sitter, QUINDI HO BISOGNO DI ROBA DA LEGGERE MI TROVI QUALCHE LIBRO".

84 Charing cross road è il nome di una strada di Londra che dice poco a chi non conosce l'epistolario di Helene Hanff, scrittrice americana ebrea squattrinata e appassionata di libri inglesi. Charing cross road è infatti la strada della libreria Marks & Co., che vende libri usati, rari e fuori catalogo e a cui Helene scrive per vent'anni a partire dal '50 , da New York, per acquistare testi di letteratura inglese per la sua collezione.


Ma fin da subito Helene non si limita a scarne richieste di titoli o considerazioni tecniche sulla qualità dei volumi, dando subito alle lettere con il vecchio Frank (Frank P. Doel, direttore della libreria), una impronta personale.
"Povero Frank, gli do del filo da torcere - scrive l'autrice a un'amica - sono sempre qui a sbraitare contro di lui per qualche motivo. Mi diverto a far breccia nella sua squisitezza britannica, se gli verrà un'ulcera sarà per colpa mia".
Ne esce fuori un ritratto di appassionata di libri in cui è facile riconoscersi. Nel gusto, sfogliando un libro usato per la prima volta, di scoprire che le pagine si aprono proprio in alcuni 'punti deliziosi', evidentemente i passi più amati di chi l'ha letto prima di noi. O nella sensazione che un libro da collezione sia talmente bello, come scrive l'autrice, 'da mettere in imbarazzo la mia libreria fatta di cassette per le arance'.

Avete mai pensato ad esempio, che 'morirete felici per la consapevolezza di lasciare i propri libri a qualcuno che potrà amarli e così li riempite di leggeri segni a matita per indicare i passaggi a qualche amatore di libri non ancora nato'? 
Ma nel libro c'è tutta l'atmosfera dei primi anni del dopoguerra, il razionamento del cibo per gli inglesi, e Hanff farà felice Frank e i collaboratori spedendo loro lingua e scatolame, uova fresche e calze di nylon.


E poi, 'che mondo misterioso quello in cui viviamo, dove si può diventare proprietari di una cosa così stupenda (un libro arrivatole da Londra, ndr) per tutta la vita, al costo di un biglietto per il cinema o al 50esimo del costo di una capsula dentale".Dal libro è stato tratto un film con Anthony Hopkins e Ann Bencroft: il regista Mel Brooks l'ha dedicato a sua moglie.
Se andate a Londra, cercate la via. La libreria non c'è più: ma fermarsi un attimo lì davanti sarà un segno di riconoscimento invisibile.
Helen Hanff 

84 Charing cross road 

Il libro racconta la corrispondenza (1949-1969) tra l'autrice e Frank Doel, libriaio della Libreria antiquaria Marks & Co, situata all'omonimo indirizzo a Londra. La Hanff, alla ricerca di libri di autori classici inglesi che non era stata in grado di rintracciare a New York, si rivolge alla libreria per la prima volta nel 1949; è proprio Frank Doel ad esaudire la sua richiesta.

Col tempo nasce un'amicizia a distanza, con scambio di auguri di Natale, regali in occasione dei compleanni, pacchetti di alimenti per compensare la scarsità di viveri nell'Inghilterra del dopoguerra.
Nelle loro lettere trattano anche argomenti vari, quali i sermoni di John Donne, la ricetta per il Yorkshire, l'incoronazione di Elisabetta II.

È Frank Doel, commesso in una vecchia libreria antiquaria londinese - "l'unica creatura al mondo che mi capisca" - a soddisfare gli stravaganti desideri di una giovane scrittrice americana appassionata di saggi del Settecento, che con lui intreccia una fitta corrispondenza. Miss Hanff sogna per anni di sbarcare nell' "Inghilterra della letteratura", di conoscere di persona Doel e la libreria cui deve tanto. Ma Frank scompare prematuramente e la libreria chiude i battenti nel 1970. Helene Hanff approderà finalmente a Londra solo in occasione dell'uscita di queste lettere che rappresentano l'insolita parabola dal culto dei libri a quello che è diventato, grazie a una felicissima trasposizione filmica, un "libro di culto".
14 East 95th St.

New York City
5 ottobre 1949

Marks & Co.
84, Charing Cross Road

London, W.C.2
England



Gentili Signori,
leggo dalla vostra inserzione sul «Saturday Review of Literature» che siete specializzati in libri fuori stampa. L'intestazione «librai antiquari» mi spaventa un poco, perché per me «antico» equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d'antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble.
Allego un elenco delle mie necessità più pressanti. Se aveste qualche copia usata decente di uno qualsiasi dei libri in elenco, a non più di $5.00 l'uno, vi prego di considerare questa mia un ordine d'acquisto e di inviarmeli.
Con i più cordiali saluti

Helene Hanff

Citazioni

·       Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l'ignoto proprietario precedente apriva più spesso. (8 dicembre 1949)
·       Sarà positivamente meravigliato di sentire (da me che odio i romanzi) che sono finalmente approdata a Jane Austen e che ho assolutamente perso la testa per Pride and Prejudice, al punto che non riesco a decidermi a restituirlo alla biblioteca fino a che lei non ne troverà una copia tutta per me. (11 maggio 1952)
·       Personalmente non riesco a immaginare nulla di meno sacrosanto di un libro brutto o addirittura di un libro mediocre. (18 settembre 1952)

E' possibile che mi sia ripetuta un poco, perché ho ripreso alcune parti dal web, e questo accade perché mi sono letteralmente "innamorata" della storia, dell'autrice del libro e soprattutto perché amo anch'io i libri datati. E anche perché questa storia ebbe inizio nel 1949, ovvero nell'anno in cui sono nata.
Vi consiglio di leggere il libro, o di guardare il film, interpretato magistralmente dalla versatile Anne Bancroft ( notare la finale con la F come il cognome dell'autrice del libro!.)  

 Danila

Dialogare di cultura...

ad ampio raggio. Lo abbiamo fatto il dottor Coccaro ed io, attraverso una corrispondenza email. Poiché desidero far conoscere ai lettori di questo blog, chi veramente sia la persona del dottor Silvio Coccaro, ho pensato che da questo scambio di idee, una idea ve la possiate creare anche voi. Intanto vi consiglio di visitare il sito personale del dottore, vi troverete articoli molto interessanti e curiosi.

§§§§§§§§§§§§

Nel visitare il suo sito http://www.silcosoft.it/ mi sono incontrata con la sua traduzione del Papiro di Ebers, e poiché la mia amica Angela Fabbri sta cercando di apprendere i geroglifici egizi, ho passato anche a lei il link del suo sito, e spedito il pdf della sua traduzione. Chissà che non sia stato il destino, a farci incontrare per questo scambio culturale che definisco ogni volta "La teoria dei vasi comunicanti"?. "Quel che io non so, me lo passi tu, e quel che tu non sai, te lo passa un altro, ed in questo modo, si impara sempre di più! ". Chi sostiene di non aver bisogno di imparare, è solo un ignorante, oltre che superbo, poiché nessuno è totalmente erudito. Ma colui che ne sa più di un altro ha il dovere di istruire e l'allievo, di imparare. 
Sono persuasa che il mondo potrebbe essere migliore, se agli altri doniamo il meglio di noi. In questo modo, la conoscenza si allarga a macchia d'olio!
Non è così? 
Ieri sera ho visto il film Charing Cross Road, con Anne Bancroft e Antony Hopkins... una storia che ho gustato dall'inizio alla fine e che evidenziava l'amore spassionato di una scrittrice americana per i vecchi e consunti libri di letteratura e poesia inglese. Scoprendo che a Londra (intorno agli anni '30) esisteva una vecchia libreria che vendeva libri usati o rari, ha cominciato a scrivere facendosene inviare regolarmente. Quando arrivavano, ammirava le pagine ingiallite, accarezzava la rilegatura in pelle, come se fosse una creatura. E i dialoghi...ahh...niente di più pregnante. Ora devo cercare anch'io il libro da cui è stato tratto il film, lo voglio avere a tutti i costi!
Questa sono un poco io! 
Danila


Sono un appassionato lettore della rivista Scientific American da circa 40 anni. In essa, come in altre fonti scientifiche, si parla di cervello cooperativo, cioè dell'evoluzione che ci porterà, spero presto, dal terreno dello scontro o del confronto a quello della cooperazione, nell'interesse e nel benessere di tutti. Credo che questa notizia le farà piacere e che questa sia anche la sua filosofia. Sono pienamente d'accordo con lei per quanto mi ha scritto.
Nel mio sito troverà anche cose militari, non perché io sia un guerrafondaio, ma coltivo anche quegli argomenti perché sono intrisi di scienza, materia che io adoro e coltivo. Il mio presepe, come può vedere sul sito, è... scientifico! Non saprei immaginare la vita senza la scienza, che utilizzo per tentare di capire la vita.
E questo sono io ed il mio piccolo mondo in un piccolo paese.
Silvio

Lei ha giustamente scelto una laurea scientifica, che più scientifica non si può e quindi tutto quanto riguarda il cervello umano, fa parte di questo ambito.
Non sono ai suoi livelli, sono un'alunna ben disposta ad imparare dal Maestro, ma posso dirle che ho appreso il metodo di collaborazione di gruppo, il famoso brain-storming, dal direttore dell'agenzia pubblicitaria dove ho lavorato per qualche anno. Lui era il nipote del filosofo Cesare Musatti e completò i suoi studi presso l'università di Boston. Ebreo, plurilingue, ci teneva ad indire un meeting (mi perdoni l'uso delle parole inglesi, ma ero costretta ad usare questa lingua, proprio perché l'agenzia aveva sede a Zurigo, e filiali a Vienna, Monaco di Baviera e Milano, e clienti di tutto il mondo). almeno una volte al mese, tra tutti i dipendenti dell'agenzia. Che fosse la centralinista e il fattorino, l'art-director o l'account, il grafico o lo sceneggiatore di storyboard, a tutti veniva data la possibilità di esprimere il proprio pensiero su un programma pubblicitario, sullo slogan, o su qualsivoglia argomento. Poiché tutti abbiamo un cervello, si presume funzionante, e quindi tutti possiamo avere delle idee brillanti, fattorino compreso!
Danila

Alcuni esempi di attentati linguistici 2° parte

Dopo aver pubblicato l'articolo del dottor Coccaro, abbiamo proseguito a discuterne via email. Pubblico quindi anche il testo delle stesse, per meglio sviluppare l'argomento, che trovo di grande attualità.


Buongiorno
Semplicemente vorrei sottolineare, come risposta al suo commento del mio piccolo articolo, che secondo me, se una parola straniera ha un equivalente italiano è bene utilizzare quest'ultimo che per noi risulta più chiaro. Le parole entanglement, steckerbrett e scattering le dicono qualcosa? Invece correlazione quantistica e commutatore alfabetico non le comunicano subito qualcosa? Cosa vuol dire scattering? Sono d'accordo che una lingua si arricchisce incorporando lemmi e costrutti di altre lingue, come fa anche l'inglese che ha il 20% dei vocaboli di derivazione straniera, anche italiana, ma solo se vi è la necessità o l'utilità. Non trovo giusto, per esempio, come già sottolineato nel mio precedente articolo che lei pubblicò un po' di tempo fa, che gli anglosassoni chiamino Mouse (= topo in inglese), i francesi Souris (=topo in francese), i tedeschi Maus (=topo in tedesco) e noi Mouse (come se non esistesse il nostro vocabolo topo) il dispositivo di puntamento del computer. Se avessimo adoperato subito il termine topo in questa accezione, non utilizzando il termine inglese, ci saremmo abituati ad esso in questo contesto. Quindi se ci appiattiamo sui termini stranieri, impoveriamo inutilmente la nostra bella ed espressiva lingua. E capiamo di meno. Tanti non sanno che mouse significa topo. Deformare le parole che poi non sono né italiano né inglese mi pare un autentico pasticcio.
Quello che stigmatizzo maggiormente è questa estero[anglo]filia italiota estrema e dissennata, gli inglesi e gli americani hanno una bassa considerazione di noi, però studiano il latino che noi abbiamo abbandonato.
Preservare la lingua nella sua espressività e chiarezza e, perché no, struttura mi sembra molto importante ai fini della comunicazione e della letteratura e del rispetto di sé stessi e delle proprie origini. Le lingue si trasformano col tempo e l'uso e ben venga il termine straniero, ma solo quando necessario e non per sdoganare ignoranza e pigrizia.
La ringrazio per la generosa ospitalità sul suo sito e le porgo i miei più cordiali saluti.
Silvio Coccaro



Egregio Dottore,
La ringrazio molto per la sua email che ho ricevuto poco fa a causa della lentezza del server. (parola inglese che si usa regolarmente).
E le sue spiegazioni intento aggiungerle, come ciliegina sulla torta, al post stesso.
Lei ha ragione, e la penso allo stesso modo, riguardo alla scarsa capacità di usare, da parte di quasi tutti gli italiani, la nostra lingua, e nel modo migliore.
Mia figlia, insegnante di liceo, ogni tanto mi racconta aneddoti davvero "raccapriccianti" di come i suoi studenti, anche ventenni, non conoscano i termini più elementari. Un esempio: "gli ovini sono animali che depongono uova". La "fibbra" anzi che fibra. I continenti? Europa, America, Asia, Africa. E l'Oceania? Secondo quel che sanno, non si sa neppure dove sia ubicata. E' pur vero che esistono calcoli diversi, non solo di natura geografica, ma anche storica, e molti popoli ne calcolano 5 - 6 o addirittura 7. Inserendo il Nord e Sud America, come due continenti distinti, o aggiungendo anche l'Antartide. 
Quindi i nostri studenti, oltre a non utilizzare al meglio la lingua italiana, non sono neppure adeguatamente istruiti, e spesso sgrammaticati.
Quindi i suoi articoli sono utilissimi, ed è per questo che mi ha fatto piacere pubblicarli.
Spero di poter trattare ancora con lei su questo argomento che ha un notevole peso per la nostra cultura. Ma come esiste una certa superficialità nello studio delle materie scolastiche ( e qualche volta è anche colpa di insegnanti che non conoscono la didattica e di come far amare la materia che insegnano) così la scuola non offre neppure la possibilità di imparare meglio anche le lingue straniere, oltre ad ignorare la musica e l'educazione civica.
Le auguro buona serata.
Danila


lunedì, giugno 22

Alcuni esempi di attentati linguistici

Ricevo dall'amico scrittore e poesta  Cav, Tommaso Mondelli, quanto un suo nipote gli ha inviato.
Il dott. Silvio Coccaro scrive:
È la stesura di un articolo per il giornalino del mio ex liceo.
Buona lettura, resto in attesa di un riscontro.
Silvio Coccaro


Alcuni esempi di attentati linguistici

Primo attentato: ricorso alla doppia congiunzione e/o.
Luca e Marco andranno al mare e/o in montagna.
Questo modo di costruire una frase è un vezzo particolarmente antipatico perché si vuole congiungere e disgiungere contemporaneamente due entità od espressioni cercando di apparire esaustivi nella sostanza e sintetici nella forma. Non si può accettare una frase siffatta, invece ne esiste una forma più logica e più corretta che soddisfa questa necessità.
La congiunzione e, paragonabile all’operatore logico AND  ubbidisce alla seguente tabella di verità. Se l’espressione A è vera e [AND] l’espressione B è vera, sarà vera anche la loro congiunzione, altrimenti la loro congiunzione è sempre falsa.
La congiunzione o ha due significati, può essere inclusiva od esclusiva. La congiunzione inclusiva o ci permette di affermare che se almeno un’espressione [A o B] è vera, è vera anche la loro disgiunzione, ma, punto importante, che sfugge ai signori dell’e/o, è che la disgiunzione inclusiva è vera anche quando sono vere contemporaneamente entrambe le espressioni ed è falsa soltanto quando A e B sono entrambe false! Invece, la congiunzione o esclusiva o disgiunzione esclusiva, paragonabile all’operatore logico XOR [od OR esclusivo o AUT del latino] risulta vera solo se delle due espressioni ne è vera soltanto una mentre l’altra è falsa: cioè in A o [XOR] B le espressioni non possono essere contemporaneamente vere né contemporaneamente false. 
«O Roma o Morte!» È un’incitazione contenente un o esclusivo: o Cesare conquista Roma o muore, non è possibile che avvengano o non avvengano entrambe le condizioni contemporaneamente.
Perciò se si vuole congiungere e insieme disgiungere la possibilità per Marco e Luca di andare in montagna, in alternativa o in concomitanza ad andare al mare, la congiunzione da adoperare è la o [OR o VEL] che include tutte le possibilità: che vanno solo al mare, solo in montagna o contemporaneamente al mare ed in montagna. Luca e Marco andranno al mare o in montagna.
Per i romani antichi tali concetti erano impliciti nelle congiunzioni VEL ed AUT, noi abbiamo la congiunzione o per entrambi gli usi, sta al nostro buon senso capirne la differenza.
Per completezza e chiarezza rappresento in forma tabellare le tavole di verità dei tre operatori logici su esposti. In queste tabelle di verità V significa Vero e F Falso.
A
B
A AND B
A
B
A OR B
A
B
A XOR B
V
V
V
V
V
V
V
V
F
F
V
F
F
V
V
F
V
V
V
F
F
V
F
V
V
F
V
F
F
F
F
F
F
F
F
F
Quindi per la congiunzione o inclusiva è vero anche il solo caso previsto come vero dalla congiunzione e, che perciò non è proprio il caso di specificare come invece è stato fatto nel nostro esempio di partenza.
Secondo attentato: l’uso generalizzato del partitivo, un tempo quasi sconosciuto in italiano.
Uno dei miei amici, l’ultimo dei miei desideri, molti degli scrittori… e così via. Per indicare lo stesso concetto basterebbe scrivere: un mio amico, l’ultimo mio desiderio, molti scrittori. L’articolo indeterminativo è stato sempre usato per esprimere una parte, indeterminata, di un tutto. Questo uso del genitivo partitivo è pleonastico e di derivazione anglosassone.
Terzo attentato, da cui discendono tutti gli altri: i neologismi inutili.
Questi orrendi neologismi: chattare, cliccare, loggare, taggare, postare, processare... [to chat = chiacchierare, to click = scattare, premere, to log = registrarsi, connettersi, to tag = marcare, contrassegnare, to post = pubblicare, to process = elaborare (in informatica)... e chi più ne ha più ne metta] sarebbero evitabili se li si volessero tradurre ricorrendo semplicemente ad un vocabolario. Ne esistono tantissimi, cartacei, elettronici [residenti sul computer o su Internet], di ottima qualità, strumenti indispensabili per una buona comprensione e traduzione dei termini stranieri. Questa operazione arricchirebbe la nostra lingua di significati e concetti nuovi, secondari all’odierno progresso tumultuoso delle conoscenze. Essa, invece, è deturpata da questi adattamenti maccheronici, evitabili con un po’ di buona volontà.
Quarto attentato: le traduzioni automatiche.
Chi non ha letto su un sito Internet: «Questa pagina è in inglese, la vuoi tradurre?» Se si risponde sì, in pochi secondi la pagina viene tradotta automaticamente, rapidamente ma in modo generalmente obbrobrioso. La traduzione non ha né capo né coda.
Si dice che l’abbazia di Montecassino, nella seconda guerra mondiale, sia stata bombardata dagli aerei alleati per un errore di traduzione! Oggi, con le traduzioni automatiche, fatte da macchine che non capiscono né la semantica né la sintassi del testo ma solo l’ortografia, con la pigrizia che ci allontana dai vocabolari, se scoppiasse una guerra di vasta portata, allora i vari aerei bombarderebbero tutte le città e non solo un’abbazia!
Silvio dr Coccaro
Medico chirurgo
Ex allievo 1972-73


Poiché l'autore del testo conclude la breve missiva con l'attesa di un riscontro, ora mi appresto a trarre alcune personali  considerazioni.
La parte iniziale è un poco complicata, sarebbe bastato dire che è meglio evitare l'espressione e/o che rischia di generare confusione. Per il resto, è vero tutto ciò che sostiene, ma bisogna tener conto che certe espressioni inglesi, soprattutto nel linguaggio telematico, ormai sono di pubblico dominio, e che sono conosciute in tutto il mondo, dove si parlano lingue diverse dall'inglese e dall'italiano. Per cui chattare, postare, taggare, in effetti sono neologismi, e la via più giusta, se si vuole usare il termine inglese, sarebbe quella di scrivere: ho avuto una conversazione in chat con...oppure ho inserito un tag, ho pubblicato un post. Se invece si vuole dirlo in italiano, sarebbe giusto dire, ho fatto una chiacchierata con...ho etichettato..ho pubblicato un articolo..ecc.
Molti giornalisti e scrittori hanno già criticato questo linguaggio che non è né inglese né italiano. Per esempio, noi usiamo il termine inglese footing per dire che abbiamo fatto una corsa. Assolutamente sbagliato! Dovremmo dire jogging, che è una corsa leggera amatoriale solitamente effettuata in luoghi verdi come i parchi. 
Footing è un termine che deriva da foot (piede) inventato non si sa da chi e per qual motivo (piedando???) che spesso viene utilizzato con lo stesso concetto dello jogging, ma che in inglese tale termine significa "posizione". Non dimentichiamo "i falsi amici" che ogni lingua presenta e non possono essere tradotti direttamente. 


Quindi, non solo italianizziamo un termine inglese, ma addirittura ci inventiamo un termine che in effetti non ha nulla a che fare con la corsa in un parco! 
Ma è proprio mio figlio Matteo a confermarmi che il linguaggio informatico è utilizzato in lingua inglese in ogni paese del mondo, compresa appunto la Norvegia, per unificarne la comprensione. Quindi non si può e non si deve sostituire i termini in lingua inglese, quando si tratta di comunicazioni via web. 
Sarebbe come se il nome scientifico in latino di una medicina o malattia, o di una pianta o animale (esempio: panthera pardus) venissero tradotte nelle varie lingue, così come in italiano.
Esiste un linguaggio proprio in ogni settore. Nelle materie scientifiche spesso la terminologia è in lingua latina, nelle materie informatiche, l'inglese è la lingua ufficiale. 
Il mio pensiero aderisce a quanto sostenuto dal dott. Coccaro, ovvero che italianizzare un vocabolo che ha radici anglosassoni, è una vera e propria storpiatura.
Ma vorrei dire che ormai, nel nostro vocabolario, sono state inserite parole straniere, diventate d'uso comune nella nostra parlata. Qualche esempio? 
Francesi : gaffe, garage, manche, carnet, tranche, toupet, cachet, vol au vent, chef, maîtresse, bijoux, abat-jour, applique, pre-maman, moquette, griffe, parquet, collant, guêpière, champignon, carillon, crème caramel, coiffeur, chauffeur, brioche, peluche, vintage, stage, tailleur, chance, étoile, godet, gogo, cachemire, cache-nez, cache-col, biberon, porte-enfant, enfant prodige, enfant terrible, enfant gâté, prêt-à-porter, aplomb, savoir faire, glamour, chic, coulotte, mignon, tour, tournée, entourage, pâté, crêpe, omlette, mèche, atelier, bouquet, toilette, beige, maquillage, découpage, bricolage, papillon, collier, parure, lingerie, escamotage, dossier, déshabillé, maison, haute couture, nonchalance, gigolo, reportage, gourmet, limousine, routine, roulotte, chiffon, verve, boutique, gilet, cognac, armagnac. 

Inglesi : hot-dog, hamburger, sandwich, hotel, traveller check, check-up, check-in, star, ketchup, shock, handicap, porridge, paddock, look, fashion, fast food, single, make up, computer, mouse, shampoo, chat, data base, outlet, know-how, privacy, gay, establishment, killer, puzzle, pace maker, jazz, jive, jocker, set, jet set, plaid, camper, rum, whisky, brandy, bourbon, gin. 

Russe : sputnik, vodka, gulag, pogrom, isba, glasnost', perestrojka. 
Giapponesi : harakiri, kamikaze. 
Tedesche: hangar, würstel, strudel, kirsch, krapfen, lager, blitz, führer. 
Varie : kayak (eschimese), golem (ebraica), referendum, quorum, placet, alibi e curriculum vitae (latine), apartheid (afrikaans), slivoviz (serbo), tequila (spagnolo)., omelette, barbecue, 

Ovviamente abbiamo adottato altre parole ancora, che non appartengono alla nostra lingua, e che oramai, se le traducessimo in italiano, forse non verrebbero neppure comprese.
Un certo Zamenhof (Ludwik Lejzer Zamenhof (Białystok, 15 dicembre 1859 – Varsavia, 14 aprile 1917) è stato un medico, linguista e glottologo polacco. È universalmente noto per  aver inventato l'esperanto, non ha raggiunto il suo scopo, anche se molti estimatori lo hanno studiato. Dobbiamo renderci conto che ormai la lingua inglese è diventata la lingua ufficiale parlata in tutto il mondo, ma che, con mio sommo rammarico, è insegnata malissimo nelle scuole italiane, e ancor meno praticata dagli stessi italiani, compresi i politici che, se hanno incontri diplomatici con autorità di altre Nazioni, parlano un inglese stiracchiato e colmo di errori, quando addirittura abbisognano di un interprete, perché non comprendono e non sanno esprimersi in quella lingua. La figura barbina del nostro Presidente della Repubblica, al cospetto della Regina Elisabetta II, la dice lunga.
Ecco il video. 


Ritengo che almeno i nostri rappresentanti ufficiali debbano conoscere e parlare fluentemente la lingua che ormai è diffusa e parlata in ogni continente. Un piccolo esempio: sono tornata da poco dalla Norvegia, e in ogni dove, soprattutto negli esercizi pubblici, l'inglese è parlato correntemente. Si presume che un turista italiano, francese, spagnolo, tedesco o di altre nazioni, non sia tenuto a conoscere la lingua norvegese, ma se mastica almeno un poco l'inglese, potrà dialogare, chiedere informazioni, fare acquisti e ordinare le pietanze al ristorante e sarà compreso. Se uno straniero viene in Italia, quanti esercenti o vigili saranno in grado di rispondere alle richieste dei turisti che vengono a visitare il nostro Paese?
Sono un po' andata fuori tema, me ne rendo conto, ma ritengo che non conoscere la lingua inglese, e storpiarla italianizzandola, sia un grave handicap per i nostri giovani che cercano lavoro e, non trovandolo in Italia, si vedono costretti ad espatriare. 
Danila Oppio