POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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lunedì, giugno 22

Alcuni esempi di attentati linguistici

Ricevo dall'amico scrittore e poesta  Cav, Tommaso Mondelli, quanto un suo nipote gli ha inviato.
Il dott. Silvio Coccaro scrive:
È la stesura di un articolo per il giornalino del mio ex liceo.
Buona lettura, resto in attesa di un riscontro.
Silvio Coccaro


Alcuni esempi di attentati linguistici

Primo attentato: ricorso alla doppia congiunzione e/o.
Luca e Marco andranno al mare e/o in montagna.
Questo modo di costruire una frase è un vezzo particolarmente antipatico perché si vuole congiungere e disgiungere contemporaneamente due entità od espressioni cercando di apparire esaustivi nella sostanza e sintetici nella forma. Non si può accettare una frase siffatta, invece ne esiste una forma più logica e più corretta che soddisfa questa necessità.
La congiunzione e, paragonabile all’operatore logico AND  ubbidisce alla seguente tabella di verità. Se l’espressione A è vera e [AND] l’espressione B è vera, sarà vera anche la loro congiunzione, altrimenti la loro congiunzione è sempre falsa.
La congiunzione o ha due significati, può essere inclusiva od esclusiva. La congiunzione inclusiva o ci permette di affermare che se almeno un’espressione [A o B] è vera, è vera anche la loro disgiunzione, ma, punto importante, che sfugge ai signori dell’e/o, è che la disgiunzione inclusiva è vera anche quando sono vere contemporaneamente entrambe le espressioni ed è falsa soltanto quando A e B sono entrambe false! Invece, la congiunzione o esclusiva o disgiunzione esclusiva, paragonabile all’operatore logico XOR [od OR esclusivo o AUT del latino] risulta vera solo se delle due espressioni ne è vera soltanto una mentre l’altra è falsa: cioè in A o [XOR] B le espressioni non possono essere contemporaneamente vere né contemporaneamente false. 
«O Roma o Morte!» È un’incitazione contenente un o esclusivo: o Cesare conquista Roma o muore, non è possibile che avvengano o non avvengano entrambe le condizioni contemporaneamente.
Perciò se si vuole congiungere e insieme disgiungere la possibilità per Marco e Luca di andare in montagna, in alternativa o in concomitanza ad andare al mare, la congiunzione da adoperare è la o [OR o VEL] che include tutte le possibilità: che vanno solo al mare, solo in montagna o contemporaneamente al mare ed in montagna. Luca e Marco andranno al mare o in montagna.
Per i romani antichi tali concetti erano impliciti nelle congiunzioni VEL ed AUT, noi abbiamo la congiunzione o per entrambi gli usi, sta al nostro buon senso capirne la differenza.
Per completezza e chiarezza rappresento in forma tabellare le tavole di verità dei tre operatori logici su esposti. In queste tabelle di verità V significa Vero e F Falso.
A
B
A AND B
A
B
A OR B
A
B
A XOR B
V
V
V
V
V
V
V
V
F
F
V
F
F
V
V
F
V
V
V
F
F
V
F
V
V
F
V
F
F
F
F
F
F
F
F
F
Quindi per la congiunzione o inclusiva è vero anche il solo caso previsto come vero dalla congiunzione e, che perciò non è proprio il caso di specificare come invece è stato fatto nel nostro esempio di partenza.
Secondo attentato: l’uso generalizzato del partitivo, un tempo quasi sconosciuto in italiano.
Uno dei miei amici, l’ultimo dei miei desideri, molti degli scrittori… e così via. Per indicare lo stesso concetto basterebbe scrivere: un mio amico, l’ultimo mio desiderio, molti scrittori. L’articolo indeterminativo è stato sempre usato per esprimere una parte, indeterminata, di un tutto. Questo uso del genitivo partitivo è pleonastico e di derivazione anglosassone.
Terzo attentato, da cui discendono tutti gli altri: i neologismi inutili.
Questi orrendi neologismi: chattare, cliccare, loggare, taggare, postare, processare... [to chat = chiacchierare, to click = scattare, premere, to log = registrarsi, connettersi, to tag = marcare, contrassegnare, to post = pubblicare, to process = elaborare (in informatica)... e chi più ne ha più ne metta] sarebbero evitabili se li si volessero tradurre ricorrendo semplicemente ad un vocabolario. Ne esistono tantissimi, cartacei, elettronici [residenti sul computer o su Internet], di ottima qualità, strumenti indispensabili per una buona comprensione e traduzione dei termini stranieri. Questa operazione arricchirebbe la nostra lingua di significati e concetti nuovi, secondari all’odierno progresso tumultuoso delle conoscenze. Essa, invece, è deturpata da questi adattamenti maccheronici, evitabili con un po’ di buona volontà.
Quarto attentato: le traduzioni automatiche.
Chi non ha letto su un sito Internet: «Questa pagina è in inglese, la vuoi tradurre?» Se si risponde sì, in pochi secondi la pagina viene tradotta automaticamente, rapidamente ma in modo generalmente obbrobrioso. La traduzione non ha né capo né coda.
Si dice che l’abbazia di Montecassino, nella seconda guerra mondiale, sia stata bombardata dagli aerei alleati per un errore di traduzione! Oggi, con le traduzioni automatiche, fatte da macchine che non capiscono né la semantica né la sintassi del testo ma solo l’ortografia, con la pigrizia che ci allontana dai vocabolari, se scoppiasse una guerra di vasta portata, allora i vari aerei bombarderebbero tutte le città e non solo un’abbazia!
Silvio dr Coccaro
Medico chirurgo
Ex allievo 1972-73


Poiché l'autore del testo conclude la breve missiva con l'attesa di un riscontro, ora mi appresto a trarre alcune personali  considerazioni.
La parte iniziale è un poco complicata, sarebbe bastato dire che è meglio evitare l'espressione e/o che rischia di generare confusione. Per il resto, è vero tutto ciò che sostiene, ma bisogna tener conto che certe espressioni inglesi, soprattutto nel linguaggio telematico, ormai sono di pubblico dominio, e che sono conosciute in tutto il mondo, dove si parlano lingue diverse dall'inglese e dall'italiano. Per cui chattare, postare, taggare, in effetti sono neologismi, e la via più giusta, se si vuole usare il termine inglese, sarebbe quella di scrivere: ho avuto una conversazione in chat con...oppure ho inserito un tag, ho pubblicato un post. Se invece si vuole dirlo in italiano, sarebbe giusto dire, ho fatto una chiacchierata con...ho etichettato..ho pubblicato un articolo..ecc.
Molti giornalisti e scrittori hanno già criticato questo linguaggio che non è né inglese né italiano. Per esempio, noi usiamo il termine inglese footing per dire che abbiamo fatto una corsa. Assolutamente sbagliato! Dovremmo dire jogging, che è una corsa leggera amatoriale solitamente effettuata in luoghi verdi come i parchi. 
Footing è un termine che deriva da foot (piede) inventato non si sa da chi e per qual motivo (piedando???) che spesso viene utilizzato con lo stesso concetto dello jogging, ma che in inglese tale termine significa "posizione". Non dimentichiamo "i falsi amici" che ogni lingua presenta e non possono essere tradotti direttamente. 


Quindi, non solo italianizziamo un termine inglese, ma addirittura ci inventiamo un termine che in effetti non ha nulla a che fare con la corsa in un parco! 
Ma è proprio mio figlio Matteo a confermarmi che il linguaggio informatico è utilizzato in lingua inglese in ogni paese del mondo, compresa appunto la Norvegia, per unificarne la comprensione. Quindi non si può e non si deve sostituire i termini in lingua inglese, quando si tratta di comunicazioni via web. 
Sarebbe come se il nome scientifico in latino di una medicina o malattia, o di una pianta o animale (esempio: panthera pardus) venissero tradotte nelle varie lingue, così come in italiano.
Esiste un linguaggio proprio in ogni settore. Nelle materie scientifiche spesso la terminologia è in lingua latina, nelle materie informatiche, l'inglese è la lingua ufficiale. 
Il mio pensiero aderisce a quanto sostenuto dal dott. Coccaro, ovvero che italianizzare un vocabolo che ha radici anglosassoni, è una vera e propria storpiatura.
Ma vorrei dire che ormai, nel nostro vocabolario, sono state inserite parole straniere, diventate d'uso comune nella nostra parlata. Qualche esempio? 
Francesi : gaffe, garage, manche, carnet, tranche, toupet, cachet, vol au vent, chef, maîtresse, bijoux, abat-jour, applique, pre-maman, moquette, griffe, parquet, collant, guêpière, champignon, carillon, crème caramel, coiffeur, chauffeur, brioche, peluche, vintage, stage, tailleur, chance, étoile, godet, gogo, cachemire, cache-nez, cache-col, biberon, porte-enfant, enfant prodige, enfant terrible, enfant gâté, prêt-à-porter, aplomb, savoir faire, glamour, chic, coulotte, mignon, tour, tournée, entourage, pâté, crêpe, omlette, mèche, atelier, bouquet, toilette, beige, maquillage, découpage, bricolage, papillon, collier, parure, lingerie, escamotage, dossier, déshabillé, maison, haute couture, nonchalance, gigolo, reportage, gourmet, limousine, routine, roulotte, chiffon, verve, boutique, gilet, cognac, armagnac. 

Inglesi : hot-dog, hamburger, sandwich, hotel, traveller check, check-up, check-in, star, ketchup, shock, handicap, porridge, paddock, look, fashion, fast food, single, make up, computer, mouse, shampoo, chat, data base, outlet, know-how, privacy, gay, establishment, killer, puzzle, pace maker, jazz, jive, jocker, set, jet set, plaid, camper, rum, whisky, brandy, bourbon, gin. 

Russe : sputnik, vodka, gulag, pogrom, isba, glasnost', perestrojka. 
Giapponesi : harakiri, kamikaze. 
Tedesche: hangar, würstel, strudel, kirsch, krapfen, lager, blitz, führer. 
Varie : kayak (eschimese), golem (ebraica), referendum, quorum, placet, alibi e curriculum vitae (latine), apartheid (afrikaans), slivoviz (serbo), tequila (spagnolo)., omelette, barbecue, 

Ovviamente abbiamo adottato altre parole ancora, che non appartengono alla nostra lingua, e che oramai, se le traducessimo in italiano, forse non verrebbero neppure comprese.
Un certo Zamenhof (Ludwik Lejzer Zamenhof (Białystok, 15 dicembre 1859 – Varsavia, 14 aprile 1917) è stato un medico, linguista e glottologo polacco. È universalmente noto per  aver inventato l'esperanto, non ha raggiunto il suo scopo, anche se molti estimatori lo hanno studiato. Dobbiamo renderci conto che ormai la lingua inglese è diventata la lingua ufficiale parlata in tutto il mondo, ma che, con mio sommo rammarico, è insegnata malissimo nelle scuole italiane, e ancor meno praticata dagli stessi italiani, compresi i politici che, se hanno incontri diplomatici con autorità di altre Nazioni, parlano un inglese stiracchiato e colmo di errori, quando addirittura abbisognano di un interprete, perché non comprendono e non sanno esprimersi in quella lingua. La figura barbina del nostro Presidente della Repubblica, al cospetto della Regina Elisabetta II, la dice lunga.
Ecco il video. 


Ritengo che almeno i nostri rappresentanti ufficiali debbano conoscere e parlare fluentemente la lingua che ormai è diffusa e parlata in ogni continente. Un piccolo esempio: sono tornata da poco dalla Norvegia, e in ogni dove, soprattutto negli esercizi pubblici, l'inglese è parlato correntemente. Si presume che un turista italiano, francese, spagnolo, tedesco o di altre nazioni, non sia tenuto a conoscere la lingua norvegese, ma se mastica almeno un poco l'inglese, potrà dialogare, chiedere informazioni, fare acquisti e ordinare le pietanze al ristorante e sarà compreso. Se uno straniero viene in Italia, quanti esercenti o vigili saranno in grado di rispondere alle richieste dei turisti che vengono a visitare il nostro Paese?
Sono un po' andata fuori tema, me ne rendo conto, ma ritengo che non conoscere la lingua inglese, e storpiarla italianizzandola, sia un grave handicap per i nostri giovani che cercano lavoro e, non trovandolo in Italia, si vedono costretti ad espatriare. 
Danila Oppio

7 commenti:

  1. Sottoscrivo il tutto, gentile Danila. E' vero per quel che dici sulla lingua inglese ma ricordiamoci, almeno in Italia, di saper parlare bene la nostra lingua madre, la più bella del mondo e non secondo me!
    I nostri studenti universitari, per andare un po' in alto, parlano malissimo l'italiano e se devono scrivere una tesi...dio ce ne ....scampi e...gamberi!
    Ciao
    Gavino

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  2. Io invece continuo mettendo in mostra tutta la mia deficienza.
    ' FOOTING' non vuol dire semplicemente 'CAMMINANDO' ?
    E, non so voi, ma quando cammino mi sembra mi capiti di usare sempre i piedi.
    O forse E/O i piedi, XOR i piedi, XAND i piedi? Insomma, i piedi.
    Angela Fabbri

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  3. Footing tradotto letteralmente significa piedando! Camminando, in lingua inglese, si dice walking, dal verbo to walk. Footing è un'invenzione italiana, priva di reale significato. Allora, il discorso del dott. Coccaro verte sull'errato uso della nostra lingua, frammista a vocaboli di derivazione britannica. Così risulta che non è né carne né pesce. Sarebbe auspicabile che si usassero espressioni nella nostra lingua, anche se ormai è uso comune utilizzare termini inglesi. Il problema, come sostiene Gavino, è che i nostri giovani non sanno neppure scrivere o parlare in un corretto italiano! Il resto del tuo discorso, su E/O mi risulta poco chiaro, ma forse intendevi scherzare!
    Danila

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  4. Pensatela come volete. Io personalmente tento di capire qualunque forma di linguaggio che mi si rivolge e dunque, anche se 'footing' è un'invenzione italiana, e dato che 'foot'
    vuol dir 'piede', l'ho tradotta: andando coi piedi, cioè camminando.
    Il 'purismo' linguistico è un'altra espressione dell'egoismo dei popoli. Per me è buono il
    'MISCHIANDO' che avvicina, invece che allontanare.
    La severità autoritaria della lingua nell'uso di parole arcane ma 'purissime' e magari orribili persino nel suono, è sempre stato un mezzo per separare anche gli strati sociali con la stessa base linguistica.
    Riguardo al finale del mio commento precedente, mi sono permessa di scherzare sulle
    tabelle degli operatori logici e questo da vero informatico.
    Angela Fabbri

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  5. Cara Danila Oppio, rispondo adesso al finale dell'articolo e ti dirò una cosa che ti sorprenderà.
    I semplici conduttori di treno (per dirla in linguaggio semplice 'quei personaggi che controllano se hai il biglietto') conoscono a sufficienza l'inglese per destreggiarsi con gli stranieri 'furbi' e anche e soprattutto per dare informazioni sulle coincidenze con altri treni ecc. E questo da parecchi anni.
    Non va bene tritare e ritritare sempre il passato. Bisogna aggiornarsi. E il personale viaggiante sui nostri treni italiani sa d'inglese.
    Angela Fabbri
    (Pendolare e Trasfertista per 34 anni da Ovest a Est, dal Nord al Centro)

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  6. L'inglese che "masticano" i nostri operatori pubblici NON è un vero e proprio inglese, si arrangiano come possono, utilizzando quelle frasi standard che servono per il proprio lavoro. Non si trita il passato, è una considerazione che mio figlio, e sai che l'inglese lo parla fluentemente e lo insegna, fa ogni volta che sente parlare in "inglesiano" ovvero un inglese misto ad italiano, e pieno di errori, chi dovrebbe conoscerlo a menadito. Parlo dei politici soprattutto. Quelli che hanno il dovere di conoscerlo perché dialogano con esponenti di altre Nazioni.

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  7. Io, invece, non parlo di politici, sappiamo già che le nostre classi politiche sono obsolete per furbizia e/o per pigrizia.
    Parlo di lavoratori italiani del personale viaggiante sui treni. Essi svolgono un'importante attività: capiscono e si fanno capire con il loro inglese. Questo si chiama operare nella pratica e soprattutto usare il buon senso.
    Infatti la probabiltà che un ferroviere incontri sui nostri treni un inglese che sa di Shakespeare tanto da discuterne insieme, è assai remota...
    Angela Fabbri

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